Archivi

Separator
Asterisk Davide Calì intervista Nicolas Gouny, illustratore “tardivo”
15/10/2014 Morena Forza in Illustrazione / 5 responses

a cura di Davide Cali

Ho sempre pensato che l’illustrazione, come del resto il fumetto, fosse un mestiere da intraprendere da giovani.
Diversamente dalla scrittura, che spesso convive con altri mestieri e che altrettanto spesso le persone scoprono anche tardi nella vita, il mestiere del disegnatore richiede una dedizione totale e una preparazione tale, che mi è sempre sembrato un qualcosa di impossibile da cominciare dopo aver già fatto altre cose.
Perlopiù la realtà conferma questa regola non scritta, ma per ogni regola esiste l’eccezione.
Qualche tempo fa ho incontrato a un salone Nicolas Gouny, un illustratore francese di cui conoscevo il lavoro e ci siamo trovati a chiacchierare. E’ così che ho scoperto il suo percorso
piuttosto singolare e ho deciso di condividerlo con i lettori di Roba da Disegnatori.

Penso che i lettori italiani non ti conoscano. Hai voglia di presentarti?

Mi chiamo Nicolas Gouny, abito con la mia famiglia in una campagna molto verde e piena di mucche nel mezzo della Francia, una casa dalle
persiane blu in cima a una collina.
Sono autore e illustratore di libri per bambini da qualche anno. Mi piacciono il biathlon, i libri, le giraffe, gli elefanti, la corsa, la musica e il rugby.

So che sei arrivato tardi all’illustrazione. Cosa facevi prima?

Lavoravo in ufficio e mi occupavo di libri didattici per gli insegnanti di francese. Prima ancora ho fatto lunghi studi di economia e letteratura.

A che età hai cambiato mestiere e cosa ti ha dato voglia di dedicarti all’illustrazione?
Ho iniziato quando i miei bambini erano piccoli, verso i 30 anni.
All’inizio disegnavo per me e per loro, non pensavo di diventare illustratore. Poi ho iniziato a postare i miei disegni su internet, sul sito deviantart.com, quindi un piccolo editore mi ha contattato e da lì è partito tutto.
Dopo qualche tempo ci siamo spostati in campagna (prima abitavamo fuori Parigi) e ho lasciato l’impiego un po’ noioso che facevo e l’illustrazione è diventata il mio nuovo lavoro.
Hai seguito dei corsi per imparare a disegnare? In quanto tempo sei diventato un professionista?
Non ho mai fatto corsi di disegno, non ho frequentato scuole d’arte, ho imparato da solo e continuo a farlo, sperimentando, sbagliando e correggendo, e guardando gli altri. E’ un metodo abbastanza punk!  Disegno dai quasi dieci anni e lo faccio per mestiere da 7.
Quanti libri hai pubblicato? E mediamente quanti ne fai all’anno?

Ho smesso di contarli, ma sono circa sessanta. Ne disegno tra i 5 e i 12 ogni anno.

Rimpiangi mai il tuo vecchio lavoro? Hai mai pensato di tornare indietro?

No, non conto di tornare indietro, non ho più voglia di un lavoro dipendente, amo la libertà, anche se mi piaceva prendere il treno per andare in città a lavorare, mi piaceva Parigi e la sua
periferia. Ma niente rimpianti. Ho voltato pagina!

Fai qualcosa oltre a libri per bambini? Illustrazione per la presse? Laboratori?

Disegno un pochino per la presse (Toupie, Terra Eco), faccio laboratori nelle classi in occasione dei saloni. Ho illustrato anche giochi, carte, posters, agende e un po’ tutto quello che richiede illustrazione. Oltre a disegnare mi occupo anche di una piccola cooperativa amorosa con mia moglie, La parenthèse enchantée un’etichetta che produce bijoux a partire dai miei disegni.

Hai qualche nuova voglia, dopo l’illustrazione? La musica? L’animazione?
Mi piacerebbe fare animazione ma quando vedo il numero di persone e il tempo che occorrono per un film, mi dico che non è roba per me.
La musica, sì, sarei tentato. Se avessi tempo mi piacerebbe mettere su una one-man-band di musica dark-funeral-metal-drone-ambient. Mi piacerebbe anche metter su un festival di musica drone sperimentale nella mia campagna. Un’idea per far vivere per animare il posto dove vivo.

Libri

gouny_miel
"Geronimo Amedeo e le giraffe" Terre di Mezzo (2014) "Le Miel" Ricochet (2016) "Quand on sera grands" Ptits Berets (2013)
gouny_petitfernand
"Où vont les couleurs?" Balivernes (2015) "La famille Ponpon" (serie) Belin Litterature et revues "Petit Renard" Balivernes (2016)
Continua a leggere
Asterisk Due giorni a Padova per giocare fra le righe: il mio fine settimana al corso di scrittura con Davide Calì
03/06/2014 Morena Forza in Creatività / one comment

Abbiamo tante cose da dire.
Alcune gentili, alcune ironiche, altre ci servono per affrontare le nostre peggiori paure e i brutti ricordi.
E io amo scrivere per questo.

Ero bloccata da molti mesi, forse mi ero dimenticata di come si giocava con le parole, senza analizzarle e giudicarle troppo.
E di come potevo vederle compagne e aiutanti (come sono sempre state da quando ho imparato a leggere e scrivere) invece che come tante farfalle da inseguire con un retino, fino allo stremo delle forze.

Sono tornata da Padova proprio ieri, dal workshop che Davide Calì ha tenuto per Artelier.

Il centro storico di Padova, dove ho soggiornato,
mi ha colpito molto, è stato bello passeggiare tra i portici,
soprattutto durante il temporale che non si è risparmiato venerdi sera.

Davide ha proiettato e ci ha fatto leggere e vedere molti suoi albi illustrati, sia editi che inediti ed è stata una vera esperienza.
Sul momento non sentivo di stare assimilando secondo per secondo, ma mi stavo divertendo molto e ricordo nitidamente un momento in particolare, mentre ci raccontava dei retroscena nel suo albo intitolato “10 carri armati scendevano in guerra” in cui ho pensato che non vedevo l’ora di tornare a casa per aprire il mio personalissimo scrigno di idee. La chiave di quello scrigno si chiama “Posso farlo?”
Perchè “Posso farlo?” è la domanda che mi faccio ogni volta che ho un’idea, come se qualcosa o qualcuno me lo potessero impedire.

Diciamo che, dopo un po’ che si studiano e analizzano regole e funzionamenti di certe attività creative, c’è il rischio di volere aderire ad ogni costo ai criteri standard e di assorbire un po’ di paura nell’approccio con le cose che si vogliono fare.

Davide ci ha dato qualche regola tecnica, ma nessuna di esse è stata un ostacolo; ad un certo punto sono uscita molto debole dal corso, credo con un calo di zuccheri vertiginoso, nonostante Davide mi abbia dato impietosito uno dei suoi biscotti al cioccolato e Daniela Iride Murgia una barretta alla frutta (non ho mai smesso di rubarle cibo, in quei due giorni, scusa Daniela!) forse perchè davvero stavo macinando tantissimo quello che avevo pensato durante la sua lezione.
E poi mi sono trovata nella mia camera d’albergo, un grazioso e luminosissimo mansardato, davanti al mio quaderno di un sobrio verde pistacchio e con le nuvole sopra la testa.

Non sentivo qualcosa che mi tratteneva, non più.
Mi sembrava di avere afferrato la vecchia e rassicurante sensazione che ogni cosa che ci è attorno può essere una fonte di ispirazione, quell’ispirazione che nasce dalla meraviglia per le piccole cose, per le riflessioni sulle cose anche più piccole della nostra quotidianità.
Che ti fa capire che anche un piccolo accadimento può essere il via per una storia; il banale che diventa in qualche modo eccezionale.
C’è bisogno di vedere l’eccezionale nel convenzionale, a volte. Rende tutto più magico o anche solo sopportabile.

Sapevo di avere tante cose da dire: qualcuna gentile, qualcuna buffa, qualcuna malinconica o più poetica, qualcuna più personale e qualcuna puramente fantastica ma non per questo meno reale: chi ha visto “Harry Potter e i Doni della Morte” si ricorderà la frase di Silente “Certo che sta accadendo nella tua mente, ma perchè dovrebbe significare che non è reale?

E quando scrivo, per me è così, forse ancora maggiormente rispetto a ciò che mi accade quando disegno. Quando scrivo non invento; faccio semplicemente quello che Julia Cameron, nel suo bestseller “La via dell’artista” (edito da Longanesi) definisce “mettersi in ascolto”.
In un certo senso io mi metto ad osservare e ascoltare quello che già succede a prescindere da me, e mi limito a riportarlo nella storia.
E’ un processo che può accadere anche col disegno, ma mi riesce meno facile.

Comunque, al corso è stato davvero interessante affrontare gli esercizi, notare come l’immaginario collettivo possa trovare tanti punti di contatto (un paio di finali dei libri di Davide li ho indovinati, e altri che dovevamo inventare li avevano pensati anche altri partecipanti) e sia allo stesso tempo così radicato nel vissuto di ognuno di noi, dando frutti diversissimi. Siamo tutti uguali e tutti unici.

Abbiamo affrontato come si compone una storia, con che ritmo narrativo, che requisiti differenti ci sono per target, mercati, e Davide non è stato affatto avaro di consigli e racconti riguardo i dietro le quinte di alcuni suoi libri.
Anche esplorare le diverse possibilità che un intreccio narrativo offre è stato molto divertente oltre che formativo.

E poi il bello di ogni workshop a cui si partecipa è il venire a contatto con amici che non si vedono da tempo, nuove persone di cui si ignorava l’esistenza fino al momento prima, ma che condividono con noi le stesse aspettative, gli stessi sogni, a volte perfino gli stessi gusti e le stesse idiosincrasie.
Con alcune di loro ti trovi anche la sera e tiri tardi davanti a una tisana alla menta piperita fino a farti cacciare dal loro appartamento (grazie Laura!).

Se doveste chiedermi se consiglio questo workshop dico: assolutamente sì!

P.S.
Vi ricordo che Davide Calì ha scritto diversi articoli per Roba da Disegnatori: potete trovarli qui.

Continua a leggere
Asterisk Diario Australiano – Di Davide Calì
02/10/2012 Morena Forza in Editoria&Scrittura / No comments

                     

                           IL MIO WALLABY TOUR
                                        Diario australiano di Davide Calì

ADELAIDE

Martedi 15 GIORNO 1
La prima cosa che penso mentre atterriamo a Melbourne è che andare in Australia non è poi così lunga come pensavo! Venti ore di volo con il confort di film, telefilm e videogiochi sono decisamente nulla a paragone dei viaggi che facevo in macchina quando d’estate si scendeva dalla Svizzera, quasi al confine con la Germania, fino in Sicilia, per trovare i miei nonni.

L’unico inconveniente sono due bambini che piangono praticamente per l’intero volo.
Justine mi aspetta agli arrivi. E’ l’addetto stampa di Wilkins Farago, la casa editrice che da sette anni traduce i miei album in Australia. Con lei c’è anche Anna, la moglie di Andrew Wilkins, e Owen, il più piccolo dei loro figli.
Il tempo di una rapida chiacchierata e di un succo di frutta al bar dell’aeroporto e saluto Anna ed Owen, che vedrò più tardi nella settimana. Io e Justine infatti prendiamo un aereo per la mia prima tappa del mio tour australiano: Adelaide.

Mercoledì 16 GIORNO 2
La Conferenza biennale del Children Book Council of Australia è il motivo principale del mio viaggio in Australia. Andrew mi ha fatto invitare perché io parli alla conferenza, cosa che mi spaventa un po’. Non sono molto sicuro del mio inglese e non ho mai parlato in inglese in pubblico. Ultimamente ho cercato di studiare, perlopiù ascoltando serial tv americani mentre lavoro come Everybody hates Chris o According to Jim, motivo per cui in molti diranno che parlo con un accento curiosamente americano!

 

Il mio primo giorno a Adelaide avrei già un’intervista da fare per la radio ma Justine l’ha spostata per darmi il tempo di fare pratica con la lingua. Justine è molto carina, ha 27 anni, ma dimostra 22, è inglese e abita qui da alcuni anni. Spendiamo così l’intera mattinata chiacchierando in un parco molto bello. Quando ci decidiamo a riguardare la mappa ci rendiamo conto di essere a circa 7 chilometri dalla città! Siamo d’accordo per tornare indietro in tram!
Sulla via del ritorno cerchiamo un ristorante e ne troviamo uno dove assaggerò la cosa più originale di questo viaggio: i granchi fritti. Nemmeno sapevo che si potessero friggere.
Peccato, non ho pensato a fargli una foto.

Giovedì 17 GIORNO 3

Il primo giorno è passato senza accusare minimamente gli effetti del jet-lag, ma poi scoprirò che è abbastanza normale. E’ il secondo che la differenza di fuso comincia a farsi sentire. Non passo notti insonni, ma per diversi giorni, pur riuscendo a dormire bene, avrò atroci momenti durante la giornata, a orari sempre diversi, in cui a stento riuscirò a rimanere sveglio.

E’ giovedì e ho la prima di una serie di intervista radiofoniche. Subito dopo il primo di una serie di incontri nelle scuole. La scuola è molto bella, di mattoni rossi. Hanno il campo da football australiano (si gioca con la palla ovale come il rugby ma la palla si può sia calciare che passare colpendola col pugno), ragazzi in divisa.
La sala che ospita l’incontro è la chiesa, usata anche per varie attività. Vedo due gruppi di bambini circa 80 per volta. Sono entusiasti e preparati, pieni di domande. Apparentemente il mio inglese sembra comprensibile. Più tardi Justine mi spiegherà che in effetti in Australia circa il 50% dell’attuale popolazione non è nata in Australia; è una terra molto giovane e quasi tutti parlano con una qualche tipo di accento. In effetti tra tutti quelli che consocerò qui ci sono moltissimi inglesi francesi e anche italiani che si sono trasferiti solo a poco.
Subito dopo gli incontri Justine mi passa una giornalista italiana per un’intervista al telefono.
E’ la redattrice de Il Globo, uno dei giornali che esce qui per la numerosa comunità italiana.

Venerdi 18 GIORNO 4
Finalmente conosco Andrew e suo figlio più grande, Felix. Andrew ha appena tradotto in inglese 10 petits insectes ed è contento di sapere che il secondo libro è ispirato a un film di Woody Allen che scopro essere il suo regista preferito.
Faccio contento anche suo figlio quando gli svelo che il terzo volume è invece un polpettone fantascientifico che somma tutti i clichè sci-fi ma che è perlopiù ispirato a L’Esercito delle 12 scimmie, il suo film preferito in assoluto.

Andrew mi racconta un po’ di sé. Sia lui che Anna sua moglie si occupano della casa editrice per hobby, perché hanno un altro lavoro. E’ in effetti un hobby che gli ha preso la mano e che conducono con estrema passione.
La sua idea è quella di portare in Australia libri diversi e ha deciso di farlo perlopiù con i miei che occupano circa 3/4 del suo catalogo Andrew è decisamente il mio più grande fan al mondo, l’editore che ha tradotto più miei libri.
Le cifre del venduto in Australia sono a livello dell’Italia, mi aspettavo di più. Ma scopro poi che il continente ha solo 40 milioni di abitanti, per cui a paragone dell’Italia le cifre sono migliori. Ora per alcuni miei libri ha ottenuto anche la distribuzione americana, mentre dell’ultimo uscito, 10 little insectes a breve uscirà anche l’e-book.
Al mattino ho un incontro a scuola e poi una nuova intervista alla radio. Questa seconda va un po’ meglio della prima e abbiamo più tempo per chiacchierare. Al pomeriggio andiamo alla conferenza per seguire l’intervento di Oliver Jeffers. Il suo intervento è molto buffo, una sorta di biografia in slide show. In alcuni momenti purtroppo faccio fatica a seguire perché il jet-lag mi fa chiudere gli occhi.
A cena siamo in un ristorante giapponese. Andrew ha studiato bene i miei gusti preparando il mio viaggio qui. Il ristorante è decisamente buono ma la vera scoperta gastronomica l’ho fatta oggi pomeriggio in hotel: prendete la cosa più disgustosa da mangiare.
Ce l’avete?
Ecco, ora fatene chips e friggetele. Cosa ottenete?
Chips di barbabietola! Sono buonissime!

Sabato 19 GIORNO 5
E’ sabato ed è il giorno della mia conferenza. Al mattino ce n’è una molto interessante sui libri non fiction, concentrata sui libri che parlano di animali.
Dopo pranzo è il mio turno. Collego il laptop e si va.

Ci sono circa 200-300 persone. Tutti seguono e si divertono, soprattutto quando comincio con un’involontaria gaffe, che sembra fatta apposta. Sto parlando di un libro scritto come regalo di anniversario per la mia ragazza, in cui racconto tutti i posti dove ci siamo baciati. Mentre sto dicendo però “tutti i posti dove ho baciato la mia ragazza” mi scappa il plurale.
Appena pronuncio girls invece di girl, il pubblico scoppia in una risata.
La gaffe sarà anche twitterata qualche giorno dopo.
Ma insomma, poteva andare peggio!
Dopo la conferenza dedico parecchi libri. Più tardi mi diranno che in un’ora e mezza ne ho dedicati, con firma e disegno 170. Credo che sia un nuovo record!

Domenica 20 GIORNO 6

Trascorro la domenica mattina con Andrew, la sua famiglia e Justine in un parco poco fuori Adelaide dove si possono vedere animali in libertà. Mi avvicino per la prima volta alla fauna australiana. Scopro che i diavoli di Tasmania sono molto più piccoli di quanto pensassi e che i dingo sono molto belli. I bandicoot sono estremamente socievoli, per nulla spaventati dai turisti. Basta agitare una busta di cibo che corrono a frotte. Anche i wallaby si lasciano avvicinare e toccare. I canguri sono invece più antipatici. Stesi al sole hanno un’aria leggermente supponente. Gli emù sono piuttosto aggressivi invece.

Non abbiamo abbastanza tempo per vedere tutto, quindi perdo l’echidna e il classico ornitorinco. Ma non perdo i koala però, che qui sono le vere star. Per vederli bisogna mettersi in coda. Volendo si può avere una foto col koala, ma anche per quello bisogna mettersi in coda.
Dopo una breve attesa finalmente mi presentano Serge che stamattina non sembra avere nessuna voglia di farsi fotografare. In generale i koala sono pigri e scontrosi. Dormono 22 ore al giorno e quindi hanno l’aria di essersi alzati da poco. La ragazza contratta un po’ con Serge prima che accetti di fare un paio di pose con me, ma da come mi guarda sembra pensare “Cavoli, è domenica, lasciatemi in pace!”
Owen uscendo mi fa un regalo: ha raccolto un seme dell’albero della gomma e me lo regala dicendo: “Così ti ricordi di me.”
E’ troppo dolce!

In Australia esistono molti Writers Centers, centri dove gli aspiranti scrittori si riuniscono e frequentano corsi. Sono stato invitato dal Writers Center di Adelaide a tenere un workshop nel pomeriggio. Il laboratorio va bene. Ci sono una dozzina di persone, interessate a scrivere. Alcuni sono illustratrici che hanno già pubblicato libri.
Sono molto ricettive. Quasi tutte scrivono subito, storie interessanti, molto anglosassoni, molto divertenti e spesso in rima. Personalmente non amo le storie in rima ma ammiro sempre chi è capace di improvvisare storie in rima così. finito il workshop rimaniamo d’accordo che mi manderanno per mail i loro compiti.
Abbiamo appena il tempo di salutare e io e Justine siamo già su un taxi per l’aeroporto. La seconda tappa del mio tour infatti è Melbourne. Appena superato il controllo di sicurezza un agente ci viene incontro, guarda Justine e le comunica che è stata selezionata per un controllo supplementare anti-esplosivo.
Lo fa in modo molto friendly, con lo stesso sorriso come se avesse vinto la lotteria.


MELBOURNE


Lunedi 21 GIORNO 7

L’hotel a Melbourne è in una via di costruzioni molto belle che mi ricorda Londra. Il centro di Melbourne con i grattacieli e gli alberi che virano verso il rosso (qui comincia adesso l’autunno) è decisamente più simile a New York.
Andrew mi accompagna alla stazione di una radio italiana per un’intervista, poi ci separiamo e io mi perdo per le strade della città. Pensavo fosse più semplice orientarsi in una città dalla struttura così regolare ma non è così. Mi perdo ogni 10 minuti,
Alla fine riesco ad uscire da Chinatown, ritrovo la stazione centrale, ma è ora di pranzo e ho fame.

Quindi torno indietro verso il cuore di Chinatown!
Dopo pranzo torno a piedi in hotel camminando attraverso un parco molto bello. Vedo mole gazze che in Australia scopro essere diverse dalle europee. Sono sempre bianche e nere ma con un disegno diverso.
Nel pomeriggio rivedo Andrew. ci ritroviamo davanti a una birra per discutere di qualche progetto, tra cui un mio libro francese che vorrebbe tradurre, ma anche qualcosa di originale.

Martedi 22 GIORNO 8
Stamattina ho un incontro in una scuola  di Geelong, un’ora di macchina fuori Melbourne. La scuola sembra quella di Harry Potter. Vedo tre gruppi di studenti uno dopo l’altro. Poi Justine mi porta alla redazione de Il Globo, per i quale ho già fatto un’intervista la telefono. Il giornale fa parte di un gruppo editoriale che ha anche una radio che vuole farmi un’altra intervista, in italiano.

L’intervistatore è molto simpatico. Prima di salutarci si informa sui miei gusti musicali. Ho capito che vorrebbe mettere su qualcosa che mi piace, ma la radio programma musica classica (o almeno il suo programma) di cui sono molto ignorante. Mi fa andare via promettendo che proverò ad ascoltare qualcosa, e mi consiglia l’Elisir d’amore di Donizetti.
Al pomeriggio raggiungo Andrew in una libreria dove faccio un workshop con i bambini, quindi il tempo di un caffé e abbiamo un incontro nella stessa libreria, con il pubblico.
Comincio a perdere il conto di che giorno è… e di quante interviste ho fatto.

Mercoledi 23 GIORNO 9
Ho la mattina libera e ne approfitto per lavorare un po’ in hotel. Ci sono diversi progetti che avanzano e che richiedono revisione. A pranzo Anna ed Andrew mi portano al volo a mangiare sushi, quindi Anna mi porta a scuola. E’ la scuola di Owen, che è eccitatissimo di avermi lì.
Vedo due gruppi numerosi, diverse classi per volta. In generale i bambini australiani mi sembrano molto educati, ogni gruppo incontrato in questi giorni contava circa 80 bambini, molto composti e silenziosi.
Prima di cominciare un giornale vuole fare un paio di shot fotografici. Poi la giornalista mi farà un’intervista nella pausa tra il primo e il secondo gruppo. Finiti gli incontri Anna recupera Owen e andiamo a passeggiare un pochino sulla spiaggia.
E’ una spiaggia di sabbia chiara, piena di conchiglie. Owen corre nel vento felicissimo.

E’ quasi il tramonto quando ce ne andiamo. Il battello per la Tasmania è pronto per partire e Owen è pronto per un gelato. Una volta in hotel faccio in tempo a controllare un paio di mail che è ora di uscire: stasera cucina libanese!
In effetti l’Australia non ha una cucina autoctona, quindi la sua cucina si compone delle varie cucine importate con i colonizzatori. Finora le ho assaggiate quasi tutte. Manca solo quella più australiana, cioè il barbecue! Andrew me ne promette uno prima che io parta.
La cucina libanese mi confonde sempre. Quando penso sia finita ecco che comincia sul serio!
Tornando all’hotel scopro che a parte la passione per Woody Allen ho un’altra cosa in comune con Andrew: anche lui suona la chitarra. E’ decisamente più acustico, ma ha registrato un paio di pezzi, in cui suona e canta. Siamo d’accordo che la prossima volta che vengo faremo una presentazione jam session.

Giovedi 24 GIORNO 10

La mattinata comincia con un incontro in biblioteca con una classe per lanciare Reading for Social Peace, un’iniziativa di lettura su temi impegnati, come la guerra. Sarà una delle giornate più stancanti del tour, perché devo fare diverse cose. Dopo la presentazione poso per le foto, poi ci spostiamo in una ex-fabbrica di lampadine, che oggi ospita una galleria d’arte. Ho letto in un pieghevole in hotel che a Melbourne ci sono moltissime gallerie d’arte, ma non ho il tempo di vederne nemmeno una, tranne questa.

Abbiamo appuntamento nel ristorante accanto alla galleria per un pranzo-intervista con Magpie, la più importante rivista sui libri per bambini in Australia. Subito dopo pranzo mi portano invece in un’altra scuola, questa volta di periferia. Il quartiere è molto carino ed è popolato dai nuovi emigranti. E’ piuttosto povero e mediamente solo il 30% de bambini ha accesso ai libri, motivo per cui hanno deciso di fare questo incontro. Durante l’incontro farò anche un piccolo workshop di scrittura. Il tema dell’amore li fa molto ridere e alcuni scrivono cose divertenti.
In hotel crollo sul letto e dormo per circa un’ora. Poi lavoro per un altro paio prima di cena con una serie di illustratori. La cena è in casa di due signore che una volta avevano una libreria specializzata per bambini. Ora hanno spostato l’attività in casa. Organizzano anche mostre di illustrazione che spediscono in giro, sia in Australia che fuori. L’appartamento è molto bello e sono belle anche le persone.

Venerdi 25 GIORNO 11
E’ il mio ultimo giorno a Melbourne. Finora ho avuto sempre giornate di sole ma oggi piove.
Mi alzo presto perché dobbiamo tornare a Geelong nella scuola di Harry Potter.
La pioggia rallenta un po’ il traffico ma arriviamo quasi puntuali. Incontro due gruppi di adolescenti ai quali proietto il mio lavoro su uno schermo. Come sempre ridono molto quando si parla di amore. Il libro I love kissing you li diverte parecchio. Penso che dovremmo pensare a farne un ebook animato mirato sul target degli adolescenti.

Intorno all’una sono di nuovo in hotel, non ho voglia di mangiare ma decisamente bisogno di dormire.. pisolo per un’ora poi lavoro un po’. Andrew mi ha lasciato una scatola di libri da dedicare. Sono una cinquantina e andrebbero fatti entro stasera, quindi… tanto vale cominciare!

Per le 18 Andrew passa a prendermi. Stasera si cena a casa sua! Ci sono anche Justine e due ragazze che hanno aiutato a tradurre dal francese 10 little insects. Piove ancora così non possiamo fare barbecue fuori, peccato! Per cena comunque ci sono salmone, spiedini di gamberi, birra e… ancora qualche libro da dedicare. Ma da dove escono fuori?
Domattina ho un volo presto per Sydney. Mi seguirà solo Andrew. Devo salutare quindi Felix e Owen, Anna e Justine che mi hanno seguito tutto il tempo da quando sono arrivato. Che tristezza!
No, a dire la verità non sono triste. Credo aver trovato un nuovo pezzetto di famiglia qui a Melbourne. Quindi so che ci tornerò.

SYDNEY

Sabato 19 GIORNO 12
Sydney è la Miami australiana, grandi spiagge, un’enorme baia piena di barche (e pescecani). Al mattino siamo in una libreria. Al piano di sopra mi attende un piccolo pubblico molto attento. Dopo la presentazione siamo invitati da Jeff e sua moglie a pranzo. Jeff è uno dei venditori dei miei libri e quindi Andrew ci teneva che lo conoscessi. Lui cucina benissimo! Ha preparato gamberetti piccanti con zenzero e peperoncino, patate alla senape e pesce al cartoccio. Davvero notevole.

Beviamo un Merlot prodotto da un amico. Entrambi sono musicisti. In casa ci sono diverse chitarre e dopo pranzo Andrew e Jeff improvvisano una jam. Non so come mi ritrovo in mano un banjo e improvvisamente la jam vira verso il… country? No!!!
Non sono un appassionato del genere… infatti nel mio libro 10 little insects, il musicista country.. è il primo a morire!

Comunque credo che Andrew avesse ragione sull’importanza dell’incontro. Sono sicuro che dopo il avermi conosciuto Jeff spingerà molto le vendite dei miei libri: avendo la certezza che non sarò mai granché come musicista, è meglio investire nella scrittura!
L’hotel che ci ha prenotato Anna è davvero enorme. Dall’interno si può vedere in profondità attraverso i piani. Ha la struttura di un carcere. Forse lo è stato? In ogni caso, è un carcere con piscina.

Domenica GIORNO 13
E’ domenica ed è il mio primo vero e proprio giorno libero da quando sono arrivato. Andrew i porta in giro per Sydney. Attraversiamo la bellissima baia con un battello.
Vedo per la prima volta anche l’Oceano Pacifico. Davvero impressionante.

Abbiamo giusto il tempo di girare per un mercatino prima del battello che ci porta indietro. Non ho ancora comprato nessun souvenir e qui c’è un’ampia scelta.
Un boomerang? Un didgeridoo?
Una collana di denti di squalo mako?
Un portachiavi fatto con scroto di canguro?
Sono molto indeciso….
Penso che mi limiterò a fare fotografie. In effetti da questo viaggio non porterò nessun oggetto, ma non mi piace quasi mai comprarne quando viaggio, mi sembra tutto così finto, fatto solo per i turisti. E poi penso a quel povero canguro! E soprattutto a sua moglie.
Prima di pranzo passeggiamo sulla spiaggia. Qui comincia l’autunno ma le giornate sono ancora molto miti. In spiaggia c’è molta gente che gioca a volley, parecchi surfisti.
Poi succede, tutto molto rapidamente. Un coccodrillo marino compare improvvisamente sulla riva. E’ silenzioso e velocissimo. In effetti nessuno si accorge di nulla. Prende una ragazza e la trascina in acqua. Ci rendiamo conto che sta succedendo qualcosa solo quando la sentiamo urlare, ma ormai non c’è più nulla da vedere.
Il coccodrillo e la ragazza sono già spariti in acqua.


Ovviamente non è vero. 
Ma dovevo scrivere un pezzo un po’ avventuroso per gli amici in Europa! Quando ho detto che venivo in Australia non hanno fatto che dirmi di stare attento a tutti gli animali velenosi, agli squali, al sole troppo caldo, ai coccodrilli marini!
In effetti la natura selvaggia di questo continente è molto pericolosa, ma qui siamo in città: il peggio che può capitarti è ordinare un espresso e ricevere un caffé lungo.
Dopo la spiaggia attraversiamo un bellissimo parco. Gli alberi sono spettacolari.
In mezzo al parco c’è un ristorante dove ci attende un gruppo di illustratori. Fa molto caldo, ma si sta bene. Mentre mangio rispondo alle domande per un’altra intervista che uscirà dopo che sarò partito.
Gli illustratori sono simpatici e amici di lunga data. Andrew vorrebbe fare un libro qui con me e un illustratore australiano quindi ogni incontro serve anche a conoscere possibili candidati.
Quando usciamo dal ristorante è tardo pomeriggio, il sole cala e in aria si vedono già le volpi volanti. Non pensavo che avrei potuto vederle in città, ma basta alzare il naso verso la cima degli alberi ed eccole. Quelli che sembrano grossi semi appesi ai rami sono in realtà… pipistrelli giganti!

Lunedì GIORNO 14
E’ lunedì ed è il mio ultimo giorno in Australia. A un’ora d’auto fuori Melbourne ci attende una scuola. Prima di arrivare a scuola faccio un’intervista al telefono con una radio francese qui a Melbourne.
All’incontro siamo in una grande sala. Ci avevano detto che l’incontro era con una classe ma i bambini sono circa… 250! Non hanno il cavo per collegare il Mac al proiettore e quindi dobbiamo improvvisare uno show “acustico” che funziona lo stesso. Abbiamo abbastanza tempo per un piccolo workshop. E’ la prima volta che ne faccio uno con 250 bambini, ma funziona!
Poi saluto i bambini con una lettura doppia di What is this thing called love?, letto prima in inglese da Andrew e poi in francese da me.
Decisamente siamo una bella coppia sul palco. La prossima volta dobbiamo fare uno show con chitarre.

 

Dopo la scuola passiamo da Belinda, uno dei distributori di Andrew. Lui vuole farle vedere uno dei miei prossimi libri francesi che gli piacerebbe pubblicare. Il problema principale del libro è che ci sono animali non australiani, che i bambini qui conoscono poco, e poi è ambientato al polo e in generale pare che non piacciano i libri con la neve, visto che in Australia la conoscono poco.
L’incontro dura poco. Blinda è molto gentile. Le racconto la storia facendole vedere le illustrazioni di Maurizio Quarello. Sembra piacerle. Alla fine sorride e chiede semplicemente: quando esce il li libro? Andrew è felicissimo, vuole dire che il libro si fa!
L’ultimo appuntamento che abbiamo è in una libreria, ma prima ci fermiamo per pranzo. Andrew mi porta a mangiare l’ultimo piatto tipico che mi manca di assaggiare prima di lasciare l’Australia: il fish and chips, che lui ama particolarmente, essendo inglese.
La libreria è molto carina e organizza piccoli incontri sul libro illustrato per bambini. Oggi sono io l’ospite per circa un’ora, in cui parlo del mio lavoro e rispondo alle domande, firmo i libri.
A un certo punto Andrew me ne porge uno e mi dice: “Questo è l’ultimo.”

E poi?
E poi… sembra finita.
Come… di già?
Andiamo in aeroporto dove Andrew riconsegna l’auto a nolo. Il mio volo è alle 21, il suo per Melbourne più o meno alla stessa ora.
Andrew mi ha organizzato un tour da vera rockstar. Ho fatto una conferenza, un workshop per adulti e un paio per bambini, visto un paio di migliaia di ragazzini, firmato e disegnato almeno 400 album, fatto una decina di interviste, parlato alla radio in inglese, francese e italiano.
Insomma è stata una vera maratona.
Ma è finita ed è il momento di salutarci e di dire arrivederci all’Australia!

Salendo sul volo, io lo so che non ci crederete, ma ritrovo gli stessi bambini del volo di andata.
Perfetto.
Allaccio la cintura. Bambini modalità cry on.
Si torna in Europa!

 

5 cose che ho scoperto in Australia:

1 – Il Koala è l’animale con l’alito più profumato del mondo! (in effetti, mangia solo eucalipto)

2 – I wallaby sono decisamente più simpatici dei canguri.

3 – In Australia, come in Inghilterra, guidano dal lato “sbagliato”. E’ difficilissimo abituarsi.

4 – Gli australiani sono friendly e simpatici. La vita qui è “easy” ed è facilissimo abituarsi.

5 – Il burrumundi è buonissimo: sa di oceano ed è diverso da tutto il pesce che ho assaggiato finora.

 

5 motivi per tornare in Australia:

1 – In un’intervista che mi hanno fatto prima di venire mi hanno chiesto se preferivo Vegemite o Marmite e… in quindici giorni non ho assaggiato nè l’una nè l’altra.

2 – Le beetroot chips: se mister Thomas Chipman volesse sponsorizzare il mio viaggio, mi offro come testimonial.

3 – Fare una jam con Andrew. State pronti: suoneremo molto forte.

4 – Preparare a Justine le polpette sulle foglie di limoni che faceva mia nonna. Promesso!

5 – Vedere finalmente I coccodrilli mangiare qualcuno. Ci sarà un posto dove mangiano la gente, o no?

Continua a leggere
Asterisk Il male ciclico dell’illustratore – A cura di Davide Calì
12/05/2012 Morena Forza in Creatività / 42 responses

Qualche settimana fa ho incontrato a un salone in Francia uno dei
miei illustratori.

Al momento sta lavorando a un mio progetto ma in realtà ho scoperto
che negli ultimi mesi non ha lavorato per nulla. È giovane e ancora
inesperto su molte cose che regolano l’editoria, quindi anziché
chiamarci per metterci a parte del problema, non ha detto nulla, né
a me né all’editore.

Solo quando ci siamo visti mi ha confessato, molto timidamente, di
essere indietro di 4 mesi su tutto il suo lavoro e quindi anche sulla
tabella di consegna delle tavole per il nostro libro. All’inizio
non voleva dirmi il motivo per cui si era fermato, mi ha detto che
erano cose personali, che non voleva lamentarsi con gli altri dei
suoi problemi.

Poi insistendo un po’ mi ha detto la verità: alla fine dell’anno
scorso ha trascorso un periodo di depressione durante il quale è
stato incapace di disegnare.

Ammetto di essermi messo a ridere.

Poi gli ho detto semplicemente: “Benvenuto nel club, Kid”.

Lui all’inizio non ha capito.

Così gli ho svelato il grande segreto: la depressione è la malattia
professionale degli illustratori e dei fumettisti.

A turno ce l’hanno più o meno tutti.
Gemma Correll
IL MALE OSCURO DEGLI
ILLUSTRATORI
davide cali
Medito da tempo questo articolo. Sono stato sempre sincero, credo,
nel raccontare il mio lavoro e ho sempre raccontato pubblicamente le
mie esperienze anche più personali.
Ho sempre pensato che fosse onesto dire le cose come stanno, togliere
un po’ della patina glamour che ricopre l’immaginario
collettivo su questo lavoro e raccontarne la realtà, con le sue
ombre.
Dopotutto nulla è solo bianco o nero, solo bello o brutto.
Negli articoli usciti in queste settimane ho raccontato diversi
aspetti delicati dell’illustrazione, risultando forse anche un po’
spiacevole per alcuni.
Ma infrangere tabù non è mai stato un mio problema. Credo che
l’ultimo di cui parlare, rispetto alla professione
dell’illustratore sia quindi questo: anche gli illustratori si
ammalano.
In realtà la depressione colpisce tutti, indipendentemente dal
lavoro che fanno.
Forse è semplicemente una malattia del vivere, senz’altro una
“malattia del benessere”. Chi è molto povero non ha il tempo per
deprimersi.
Penso però che chi fa un lavoro più convenzionale possa vivere
diversamente la depressione. Se hai un lavoro per il quale ogni
giorno devi andare in un luogo per svolgerlo, in qualche modo questo
ti spinge ad andare avanti. Non dico che sia più facile, per certi
versi può essere peggio, perché se da un lato il lavoro ti distrae
e ti obbliga a fare certe cose, dall’altro proprio questo ti
allontana dalla presa di coscienza che c’è un problema da
risolvere.
Chi svolge un’attività creativa in proprio credo sia esposto in
modo diverso al problema. Per quanto vi siano scadenze di consegna e
progetti da seguire, la libertà di gestione del tempo e del lavoro
rendono l’impatto della depressione più devastante sulla vita
lavorativa, se non sei in grado di continuare a lavorare e
soprattutto se non sei capace di leggere in tempo le avvisaglie del
problema che comincia a manifestarsi.
Ho scoperto solo per caso di diversi colleghi che a turno hanno avuto
periodi bui e ho capito che quando capita nessuno ne parla.
I motivi sono diversi. Il primo è senz’altro che quando ti capita,
in quel momento non hai voglia di raccontarlo a nessuno visto che
stai ancora cercando di capirci qualcosa.
Poi quando il periodo passa cerchi di invece dimenticarlo, e
nuovamente preferisci non parlarne. In tutto questo non manca un
certo senso di vergogna, quasi come se essere stati malati fosse una
colpa
.
Non ho nessuna medicina da darvi contro questo male. Ma la
condivisione di esperienze penso sia sempre un punto di partenza per
l’evolversi della società e dell’individuo. Attraverso
l’esperienza personale e altrui ho imparato alcune cose sulla
depressione che quindi condivido con voi.
Innanzi tutto la depressione non è essere tristi.
La melanconia che fa parte del carattere di molte persone, e spesso
degli artisti, forse predispone verso stati depressivi, ma non è
la depressione
.
La depressione ti toglie il sonno oppure ti fa dormire troppo, ti
toglie la fame, la voglia di fare cose. Ti toglie soprattutto la
prospettiva del futuro, dell’avvenire.
Ti sembra tutto finito.
Quando la depressione passa si è portati a credere si sia trattato
di un episodio, ma perlopiù non è così. A cicli la depressione
ritorna.
Se vi ha colpito più di una volta dovreste imparare a tracciare da
soli una mappa dei vostri cicli. Penso che ognuno abbia il
proprio e inquadrarlo è un modo per imparare a conviverci. Imparare
a capire quando il periodo sta tornando può essere utile per
provvedere in anticipo con una piccola cura.
Alle volte bastano vitamine o farmaci leggeri. Se d’abitudine fate
uso di rimedi da erboristeria ce ne sono diversi che, come i farmaci
ordinari, sono indicati per equilibrare l’umore.
Alla fine non è molto diverso dall’essere allergici al polline.
Quando arriva un certo periodo dell’anno sai che devi fare un ciclo
di antistaminico.
Gemma Correll
L’equivoco forse più comune sulla depressione penso sia
giustificare un periodo di down con un evento legato al
momento, come una perdita o un lutto.
Ma la depressione vera spesso si presenta nei momenti più felici,
quelli in cui apparentemente le cose vanno meglio. Forse perché le
perdite che subiamo hanno bisogno di tempo per essere assimilate e i
dolori che ci portano riemergono solo dopo tempo. Ma penso che un
medico saprà darvi maggiori spiegazioni.
A questo proposito, vi prego di perdonarmi per le inesattezze
scientifiche che potranno risultare in questo articolo. Del resto non
sono un medico: racconto solo sensazioni ed esperienze. Quello che
voglio trasmettervi è che ciò che può sembrare solo uno stato di
umore casuale e occasionale qualche volta non lo è.
Ha invece un nome e una definizione. Una struttura e una forma.
Che sia o meno un disturbo che colpisce gli illustratori, la cosa da
sapere è che quando vi capita non capita solo a voi, che non
è colpa vostra.
E che quando capita, qualche volta, l’amore e l’amicizia di chi
vi sta vicino possono non bastare. I dottori ci sono per questo.
Quando la depressione si manifesta in modo più leggero, solo con
stanchezza, tristezza, incapacità di fare delle cose, ma lo fa
ciclicamente e a cicli brevi, ha un altro nome: si chiama ciclotimia.
Si tratta di un disturbo non grave, che però può impattare
severamente su chi della propria creatività e della propria
autonomia cerca di fare un mestiere.
La ciclotimia è considerato un disturbo dell’umore e si manifesta
principalmente con alternanze dei suoi stati. I singoli periodi
durano circa due mesi.
Ho cominciato a notare questo ciclo nelle persone che mi
circondavano alcuni anni fa. Grosso modo, il ciclo è questo:
A settembre si torna dalle vacanze con voglia di fare, ma si
aspetta ottobre per cominciare a progettare cose nuove; ad
ottobre si comincia ma a novembre ci si blocca: l’arrivo
dell’autunno mette di cattivo umore e ci si chiude un po’ in
casa.
Tra una cosa e l’altra arriva novembre che passa stancamente.
Quindi ecco dicembre. Il Natale è come una boa da superare,
per diversi motivi: da un lato l’attesa di un momento felice, il
prepararsi a rivedere la famiglia, dall’altro la melanconia che in
moltissimi associano a questo periodo dell’anno.
In ogni caso, improvvisamente si posticipa tutto a dopo le feste. Le
feste finiscono a gennaio ma spesso le persone ciclotimiche
non fanno nulla fino a febbraio, come se dovessero smaltire
qualcosa.
Poi a febbraio ci si rimette a progettare cose, l’inverno
del resto è quasi finito e la primavera che si avvicina mette di
buon umore. Salvo che quando arriva veramente, con le prime fioriture
di marzo, ecco un nuovo blocco. Il cambio di stagione
induce ad uscire e dedicarsi un po’ di tempo, a mettere i progetti
di lavoro da parte.
Ad aprile ormai la primavera si è annunciata e l’inebriante
risveglio della natura allontana le persone ciclotimiche dai
progetti.
Qualcuno li riprende a maggio, ma maggio passa in fretta, a
giugno fa già caldo e quindi si passa alla modalità
estiva
, lavorando di meno.
A luglio il caldo è insopportabile, quindi perlopiù non si
fa niente, rimandando tutto a dopo agosto.
Ed eccoci di nuovo a settembre.
Gemma Correll

Ho conosciuto diverse persone che vivono ritualmente questa
stagionalità umorale che le porta a ideare progetti o grandi
cambiamenti in momenti precisi dell’anno, e poi rinunciare a ogni
cosa qualche tempo dopo. Alcune lavorano nell’ambiente
dell’illustrazione, altre no. Ciò che le accomuna è un senso
perenne di insoddisfazione, la sensazione di impedimento costante
nella realizzazione dei propri desideri.
Un’amica con cui parlavo poco prima dell’uscita di questo pezzo,
mi diceva che i suoi cicli sono molto brevi, durano una settimana, ma
spesso meno, per cui subisce ogni paio di giorni, cambiamenti d’umore
talvolta violenti.
Visto che stavamo parlando dell’articolo mi chiedeva: anche
questa è ciclotimia
?
Non sono abbastanza esperto per poterle rispondere. Però credo che
ogni stato dell’umore vi faccia vivere male e impatti sulla vostra
vita, professionale e non solo, debba essere preso in considerazione
come un problema.
Come si fa a uscire dal ciclo perverso della ciclotimia?
Probabilmente vi deluderò, ma devo ammettere che non lo so.
Penso però che come per ogni cosa, dargli un nome e avere
consapevolezza della sua esistenza sia il primo passo per
affrontarla. Se in quello che racconto vi sembra di riconoscere i
sintomi del vostro comportamento penso sia già un ottimo inizio. Il
medico di famiglia saprà indirizzarvi verso qualcuno per
approfondire questo stato e giudicare se è il caso di intervenire in
qualche modo per aiutarvi.
Quel che frega gli illustratori più di altri è lavorare molto da
soli. Ora forse su Facebook circolano più facilmente i bandi di
concorso, ma di questo problema non ho praticamente mai sentito
parlare. E’ qualcosa che difficilmente si riesce a condividere con
gli altri. Anche per questo la depressione, come ogni cosa quando
rimane sconosciuta e indefinita, può mettere radici profonde più
facilmente.
Penso che questo articolo sarà l’ultimo, almeno per un po’.
Avevo diverse cose da dirvi e l’ho fatto. Chiudi quindi
ringraziando innanzi tutto il sito di FrizziFrizzi per avermi
dato l’opportunità di pubblicare il primo articolo, 10 Buone
ragioni per smettere di fare l’illustratore
, e poi Morena
Forza
e Roba da disegnatori che hanno gentilmente ospitato
gli altri.
E naturalmente voi che mi avete seguito fin qui.
Spero che in qualche modo questi articoli vi siano stati utili a
capire meglio la professione dell’illustratore. Rimango disponibile
a rispondere alle vostre repliche su qualsiasi punto degli articoli,
a condizione che siano fatte sul blog.
Ora mi aspetta un tour in Australia. Magari quando torno in Europa,
se vi va, vi racconto qualcosa.
See you around.
Stay rock.
www.davidecali.com
Continua a leggere
Asterisk Ma quanto si guadagna a far libri? – di Davide Calì
22/04/2012 Morena Forza in Editoria&Scrittura / 8 responses

Tavola di Marie Dorléans da “Vide-grenier

In molti pensano che quello del libro per bambini sia un mercato redditizio.
Di certo lo è, se paragonato al resto: i libri per bambini sono di fatto – in Italia e non solo – i libri più venduti.
Ma si può vivere scrivendo e illustrando libri per bambini?
Ho pensato di rispondere a questa domanda, rispondendo in realtà a una decina di domande-tipo che dovrebbero illustrarvi più o meno come funzionano le cose.

Nota di Morena: nella postilla, in verde acqua, mi sono permessa di indicare alcune cifre americane e britanniche che mi sono state sottoposte in questi ultimi anni, riferite a progetti di libro commerciale.

Qual è la percentuale di guadagno per un autore di album illustrati?

Il contratto standard prevede il 10% sul prezzo di copertina per l’autore, al lordo delle tasse. Se gli autori sono due, scrittore e illustratore, di norma si divide metà per ciascuno, quindi il 5%.
Il guadagno dipende poi dal prezzo di copertina e dalle copie vendute e per valutare la cifra possibile si parte dalla tiratura, che cambia da paese a paese.
In Italia ormai credo le tirature per gli album siano sulle 1000 copie, una cifra al di sotto del numero minimo (1500) per ammortizzare le spese di stampa, che però i distributori hanno richiesto per evitare di accumulare libri nei magazzini, visto che nelle librerie nessuno ne compra.
Fino a qualche anno fa la tiratura media era 2000-2500.
In Francia è 4000-5000, idem in Germania. In Corea mi pare sui 2500-3000, in Portogallo 1000, in Spagna mi pare 2000, ma per ogni lingua: di solito gli spagnoli co-editano infatti i libri in castigliano e catalano (quindi 2000+2000), poi galiziano (1000).
Su un prezzo medio di 15 euro, su 1000 copie vendute, il ricavo per l’autore è 1500 lordi, da dividere se ci sono autore e illustratore.

E se il libro è tradotto in un’altra lingua?

Sulle vendite all’estero – e su ogni genere di adattamento o riduzione, cartacea o multimediale come dvd, cinema, tv, ipad – il contratto standard prevede il 50% per l’editore e il 50% da dividere tra gli autori (25%+25%).

A che cifra viene ceduto un libro per l’edizione estera?

Dipende dal paese che compra, dal cambio delle monete, dal numero di copie che si stamperanno e dal loro prezzo di copertina.
La cifra media di cessione per un album all’estero va dai 600 a 3000 euro.
Quindi il singolo autore, che percepisce il 25%, ricaverà dai 150 ai 750 euro lordi.

Quando vengono pagate le royalties?

Le royalties sono liquidate una volta l’anno e vengono calcolate sui libri venduti nel corso dell’anno solare precedente. Ecco perché è fondamentale una buona programmazione del lavoro. Quando si è finito un libro passano mesi prima che esca sul mercato, poi va venduto. Tra una cosa e l’altra passa un anno prima di sapere come sono andate le vendite e prima di ricevere le royalties.
Nel frattempo bisogna fare dell’altro.

E l’anticipo?

Di norma gli editori versano agli autori un anticipo sulle vendite per finanziarne il lavoro. L’anticipo è una scommessa che l’editore fa, mettendosi in gioco, su un progetto in cui crede. Ovviamente l’anticipo viene scalato dal venduto, quindi se nell’anno di realizzazione il libro vende meno di 1000 copie, gli autori non percepiranno nessuna royalties perché di fatto devono ancora ammortizzare l’anticipo ricevuto. L’ammontare dell’anticipo varia a seconda dell’editore e dell’entità del progetto. Va dai 500 ai 2500 euro.
Qualche volta l’illustratore ne percepisce uno più alto dell’autore, perché il lavoro lo impegnerà di più. Ma poi l’anno seguente guadagnerà meno o anche nulla, visto che la cifra da ammortizzare è più alta.

Che cosa sono le rese e come incidono sul guadagno degli autori?

Se il distributore mette in una libreria 10 copie di un libro e il libraio ne vende, facciamo 5, vi verrebbe da pensare di aver ricavato royalties su 5 copie.
Sbagliato.
Spostare libri costa. Quando il distributore chiede al libraio di pagare i libri il libraio può avvalersi, in alcuni casi, del diritto di resa e rendere le 5 copie che non ha venduto.
Le 5 vengono sottratte contabilmente dal venduto effettivo.

Quindi abbiamo: 10 copie distribuite, 5 vendute, 5 rese.

Il calcolo delle royalties si esegue così:
5 (vendute)
– 5 (rese)
= zero royalties.

Penso risulti chiaro come affidarsi a un buon distributore sia fondamentale per vendere libri. Il distributore senza scrupoli forza la mano del libraio convincendolo a prendere in deposito anche decine di copie di un libro, con la promessa della resa. Ma poi di fatto le rese annullano gli utili, tranne che per il distributore.
Visto che la spedizione della resa è a carico del libraio, perlomeno i piccoli libraio, si ostinano a prendere esattamente il numero di copie che pensano di vendere, anche due per volta, per non rischiare di vanificare i propri guadagni con le spese postali per la restituzione dei libri non venduti.
Questa strategia, unita a un mercato che negli anni è stato il riflesso di una crisi diffusa, ha definitivamente fatto abbassare le tirature dei libri in Italia perché di fatto non uscivano nemmeno dai magazzini dei distributori. Nell’ultimo anno le tirature sono diminuite anche in altri paesi europei.

quanto si guadagna a fare libri per bambini

Dettaglio da una tavola di Gianluca Folì da “L’orso con la Spada

Se un libro che vende 1000 copie produce per l’autore un utile di 750 euro viene da chiedersi: in quanto tempo si vendono 1000 copie?

Dipende. Si può anche non riuscire a venderne nessuna. In linea di massima la regola è che almeno metà tiratura dovrebbe andare via nel corso del primo anno. Quindi sarebbe auspicabile venderne 1000 l’anno.
In Francia però il libro comincia ad essere redditizio superate le 3000 copie vendute in un anno. In Germania è la stessa cosa.

La domanda più difficile: quanti libri bisogna fare in un anno per poterci vivere?

Nessuno ha mai detto che con i libri ci si possa mantenere, tanto meno con gli album illustrati. Ad alcuni riesce, alla maggior parte degli altri, no.
Dipende da molte cose: dalla propria bravura, dall’intraprendenza dei propri editori, da un pizzico di casualità, se non vogliamo parlare di fortuna.
Credo che per essere tranquilli si dovrebbe fare 10-12 libri l’anno.
Ma è praticamente impossibile.
L’alternativa è valutare l’idea di affiancare ai libri altre attività.
Si può tenere i libri come attività collaterale ad un lavoro più convenzionale, che non ha nulla a che fare con l’editoria e che può essere qualsiasi cosa, dall’insegnare al lavorare in ufficio.

quanto si guadagna a fare libri per bambini

Una tavola di Monica Barengo da “Un giorno senza un perché

Oppure si può pensare di rimanere nell’ambiente, lavorando in un studio grafico o collaborando con riviste e case editrici a vario titolo.
O ancora espandere le proprie ambizioni e i propri campi di interesse. C’è chi tiene workshop, chi collabora con la presse, chi illustra libri di scuola o alterna semplicemente le produzioni artistiche con cose più commerciali.
In Francia, per esempio, il mercato dei libri illustrati oltre agli album offre un’enorme scelta di collane di tascabili. Sono molto curati, le storie sono simpatiche, ma paragonati agli album sembrano più “giornalini”. Ai bambini però piacciono, sono pratici da tenere nelle biblioteche scolastiche e da portare a scuola nello zaino. Contengono storie semplici e divertenti. Illustratori famosissimi come Benjamin Chaud e Marc Boutavant, ne illustrano a decine, oltre a illustrare i libri che di solito consideriamo “più belli.”

Una regola che possa valere per tutti?

Per lavorare? Non saprei. Se avete letto i miei precedenti articoli usciti in questo periodo penso sappiate già la risposta: prendere un impegno e rispettarlo.
Per i miei libri usciti in ritardo l’anno scorso, c’erano 25-30 editori stranieri che avevano prenotato la co-edizione. Ce n’erano ovviamente anche più di uno per paese e quindi questo interesse ci avrebbe garantito diciamo 8-10 edizioni straniere nell’arco del primo anno.
Ma le cose cambiano rapidamente. Gli ultimi tre anni sono stati un disastro per l’economia mondiale e il mercato del libro ne sta pagando le conseguenze, come tutti. Il risultato? Dei 25 acquirenti non ne è rimasto nemmeno uno.
Per co-editare i libri bisogna ricominciare daccapo, cercare i clienti uno per uno.
Un libro tradotto in 10 lingue può fruttare circa 14 mila euro con la prima stampa , nell’arco diciamo dei primi due anni dalla pubblicazione originale.
“Bruciare” l’uscita di un libro significa quindi che l’editore che non lo realizza brucia la propria credibilità con alcune decine di clienti e che dopo aver lavorato su un progetto vede sfumare la metà di 14 euro, cioè, 7 mila.
Gli autori ne perderanno 3500 a testa.
Penso sia facile immaginare che l’illustratore che manda in fumo anni di lavoro altrui e 10-20 mila euro, non guadagni la simpatia degli editori.

Ultimamente mi sembra che i tuoi articoli siano un po’ contro gli illustratori.
Sembri molto dalla parte egli editori, che spesso però commettono scorrettezze. Perché non parli mai di questo?

Non penso di stare dalla parte degli editori. Sto dalla parte dei progetti. La visione degli illustratori, devo dire degli italiani, è sbagliata nei confronti dell’editore. Pensano che qualcosa gli sia dovuto perché sono degli “artisti”.
In realtà fare libri non è che una compravendita in un ambito imprenditoriale (e quindi commerciale).
Un libro è un progetto che si fa insieme e io ho sempre difeso i progetti, anche quando andavano in parte contro le mie aspettative. Quando fai un libro o suoni con qualcuno, non puoi pensare che tutto venga esattemene come ce lo avevi in testa. Ho imparato a convivere con questa cosa, in funzione del progetto e non raramente andando anche incontro alle richieste personali dell’illustratore.

POSTILLA
Ci sono cifre più alte (e anche enormemente più basse!), ma è difficile fare un tariffario generale, e soprattutto concentrarlo in un solo articolo.

I libri più “commerciali”, considerati comunemente non “autorali” e quelli con poche illustrazioni interne di solito vengono pagati a forfait con cifre un pochino più alte della media. Per una cover e 6-7 interne b/n si prende dagli 800 ai 1500 euro. Qualcosa di più, a seconda del paese. Anche qui interviene il fattore cambio. Gli americani per esempio pagano leggermente più degli europei, ma con l’attuale cambio bisogna ridurre la cifra del 20% circa, ottenendo così un compenso inferiore alla media (ma con la soddisfazione di lavorare in America).

Morena: in certi ambiti, i prezzi salgono davvero. Mi sono stati proposti anche progetti da 3000, 5000 e 7000 dollari. Parliamo sempre di progetti commerciali, compresi libri gioco, popup o con finestrelle (flap books) e mi riferisco al mercato britannico e a quello americano.
Chiaramente, con queste premesse è perfettamente possibile vivere di illustrazione. A tempo pieno e come unico reddito o quasi.

Tornando all’album d’autore, che è l’obiettivo più ambito dagli illustratori, rimane il fatto che non è enormemente redditizio. Non sempre almeno.
I miei libri francesi vendono mediamente dalle 5000 copie in poi e sono tradotti in almeno quattro lingue, ma non tutti. Alcuni sono rimasti indietro. Altri sono stati un grosso successo: Moi, j’attends ha venduto circa 30 mila copie nella sola edizione francese e ha fatto una quindicina di co-edizioni. Solo quella giapponese, ristampata più volte, ha venduto altre 30 mila copie. Al memento stiamo contrattando per due cortometraggi ispirati al libro. Il libro continua ad essere ristampato ovunque e ci ha portato molti premi, ma chiaramente non è stato così per tutti, anche se almeno una decina hanno avuto 10-12 traduzioni e vinto vari premi.

Tenete conto che in generale, e questo vale per i libri per bambini (album e non) ma non solo, la percentuale di libri che non supera nemmeno le vendite minime per ammortizzare la stampa è altissima. Credo intorno al 70%, ma poi le cifre cambiano a seconda della statistica del momento.

Alla fine penso che fare libri sia come fare dischi. Scrivi dieci pezzi per un album e, forse, tra quelli ce ne saranno due che funzionano e uno che passerà alla storia.

Traduzioni e diritti
Come qualcuno commentava sul blog, i libri portano effettivamente la maggior parte del reddito dai diritti esteri. Ma credo che questo si possa dire poi di quasi tutti i libri e dei film di successo. Woody Allen ha ammesso in più di un’occasione che se i suoi film non fossero arrivati in Europa forse non avrebbe avuto i soldi per continuare a farne. Nemmeno le produzioni cinematografiche miliardarie americane quando sfondano ai botteghini arrivano a rifarsi dei costi. Gli utili cominciano ad arrivare dalla diffusione globale dei film e poi dal merchandise.

Quindi sì, tradurre è una delle cose necessarie perché i libri producano utile. Questo chiaramente incide ovviamente sulla mentalità con cui si scrivono e progettano, perché non tutti libri possono essere tradotti.
Un’alternativa è il mercato scolastico, che parte da principi distributivi diversi e che si mantiene su una logica di mercato differente, per cui i libri sono distribuiti attraverso un canale preferenziale, che non necessariamente passa attraverso le librerie.

Continua a leggere
Asterisk Davide Calì: Disegno o Illustrazione?
13/04/2012 Morena Forza in Illustrazione / 38 responses
Davide Calì ha sollevato un interrogativo che da tempo mi girava in mente.
Navigando per il web, ma anche più concretamente, davanti al “Muro del pianto” alla Children Book Fair, mi sono chiesta se alcune persone sappiano cosa sia un’illustrazione.
Lungi da me volere etichettare giusto tanto per, ma l’illustrazione contiene un fattore che a molte tavole manca: la narrazione. L’azione, il contenuto.
Vedo circolare tanti disegni che vengono chiamati “illustrazioni” da chi li realizza e non posso fare a meno di rimanere perplessa.
Io stessa disegno E illustro.
So quando sto realizzando un disegno e quando invece sto disegnando un’illustrazione.
Postando questo articolo di Davide Calì premetto che né il suo tono né il fatto che io condivido in toto questo articolo, pongono l’illustrazione su un gradino più alto di un disegno.
Non c’è meglio o peggio. Ma c’è A e B, ed è il caso di saper leggere quello che abbiamo davanti (anche quando non si tratta di testo ma di un’immagine.)

Buona lettura,
Morena

QUELLA
SOTTILE
DIFFERENZA
tra
disegno e illustrazione
davide cali
La prima cosa che faccio, quando sfoglio il book di un fumettista, è
spiegargli, di solito, che nel suo book non c’è nessun fumetto.
E’ un fenomeno abbastanza curioso. I book dei fumettari sono pieni
di disegni, schizzi a matita, character design, tutto tranne
che fumetto.
Dico che è curioso perché i fumettari spesso divorano letteralmente
i fumetti e quindi dovrebbero sapere che il fumetto vuol dire disegno
sequenziale e soprattutto “narrativo”. Ma moltissimi, la maggior
parte, di quelli che mandano in giro materiale, compongono poi i
propri book esclusivamente con bei disegnini, le classiche pin-up
dei personaggi che gli piacciono o di quelli che pensano di aver
inventato.
Quando apro il book di un illustratore per bambini il fenomeno si
ripete puntualmente: nemmeno un’illustrazione.
Tutti disegnano cercando uno “stile”, senza andare all’essenza
delle cose e cioè che “illustrare” è anche ciò che
illustri e non solo come lo fai.
Devo dire che la convinzione che sia lo “stile” a fare
l’illustratore riceve il sostegno della critica che ogni paio
d’anni elegge un nuovo “stile” come trendy, e lo investe
di premi e riconoscimenti, confortando l’equazione stile =
illustrazione.
In questo senso gli anni ’90 furono decisamente, parlo degli
illustratori e delle illustratrici italiane, gli anni “materici”.
Non importa cosa disegnassero, bastava che fosse “crostoso.”
Diversi tra gli illustratori in voga all’epoca avevano una
costruzione della tavole inesistente e un modo di disegnare i
personaggi niente più che “scolastico” (inteso nel senso del
libro di scuola), ma la “crosta” li fece promuovere “illustratori
di grido”, almeno per due o tre anni.
I primi anni 2000 sono invece stati gli anni delle “decoratrici”,
le illustratrici che sulle tavole hanno appiccicato di tutto: stoffa,
bottoni, specchietti. Una volta a una dissi che il suo stile si
ripeteva un po’, che forse avrebbe dovuto evolvere in qualche
direzione.
Mi disse che infatti lo stava facendo: aveva appena comprato dei
nuovi bottoni da appiccicare.
Ora il punto è che l’illustrazione dovrebbe essere “narrativa”.
Se applicata a un libro, a una storia, dovrebbe esserlo a maggior
ragione. Ai corsi insegno sempre che il bravo illustratore non è
quello che ricalca pari pari il testo: il testo va interpretato, per
produrre qualcosa in cui i due linguaggi, scrittura e disegno, siano
complementari.
Quindi va bene ogni deformazione del personaggio, ogni materiale
usato per decorare le pagine. Anche questi espedienti in qualche modo
“raccontano” qualcosa. Del resto anche la fascinazione che si può
avere per le sfumature che riescono in una pennellata d’acquerello
o nella “crostosità” di un acrilico, raccontano qualcosa, o
perlomeno la evocano. Detto questo le illustrazioni dovrebbero
comunque “raccontare”, per distinguersi da ciò che altrimenti
potremmo chiamare pittura o semplicemente “bei disegnini”.
Gli anni attuali sono invece gli anni delle “pittrici” nelle cui
tavole regnano atmosfere sospese, fatte di nulla, quando non sfiorano
l’astrattismo e allora si riducono a strisce di colore. Tempo fa
un’allieva mi chiedeva: ma non si può inserire la pittura
nell’illustrazione? Certo che si può. L’illustrazione si è
sempre contaminata e continua a farlo. Ma c’è da capire: perché
vuoi fare una cosa se in realtà non ti piace farla? Perché ti
ostini a voler parlare una lingua che non vuoi imparare?
Credo che il centro della questione sia questo: da una decina d’anni
è diventato di “moda” fare libri per bambini. Editori di ogni
genere, da quelli specializzati in libri di cucina a quelli che fanno
guide turistiche, si sono dati al libro per bambini, forse attirati
dall’illusione di infilarsi in un mercato ricco. Lo stesso è per
gli illustratori: tra i ragazzi che vorrebbero disegnare per vivere,
credo che un buon 80% passi tra gli stand della Fiera di Bologna
sperando di trovarvi un lavoro.
Ma per riuscirci dobbiamo tornare al punto di partenza: bisogna saper
distinguere tra disegno e illustrazione.
Tra le illustratrici-pittrici che vedo in giro, che più o meno
copiano tutte tre o quattro illustratori di grido al momento, tra cui
Valerio Vidali, Joanna Concejo e Violeta Lopiz (ma qua e là aleggia
anche il gotico americano), si sprecano tavole piene di niente, con
ragazzine pensierose alla finestra o assopite tra i fiori.
Sinceramente, roba molto “adolescenziale”.
Talvolta si tratta di bei disegni, evocativi, ma di cosa? Si può
raccontare delle storie solo con questa roba? Ovviamente sì, perché
si può fare tutto.

Ma l’illustrazione è, o dovrebbe essere, qualcosa di più. Se le
immagini sono ferme e nel disegno non succede nulla, quello è un
disegno.

Oppure è illustrazione da galleria d’arte, da copertina, da
collezione di cartoline.
I libri invece devono essere dinamici. Non ci può essere
“ripetizione” perché sono già un’arte seriale, in quanto
ognuno viene pubblicato in migliaia di copie.
E un libro, possibilmente, dovrebbe essere diverso dall’altro,
esattamente il contrario di quello che accade nella pittura, dove la
copia è richiesta, proprio perché si vendono gli originali. Quindi
se uno disegna una “ragazza con un girasole in mano” e l’oggetto
“funziona” il gallerista facilmente ne chiederà una decina, più
o meno sullo stesso genere.
Ma non si può pensare di fare libri disegnando sempre e solo ragazze
con un girasole in mano.
La comprensione del proprio target professionale mi sembra
importante, perché troppe persone si ostinano a cercare la propria
carriera nel posto sbagliato.
Tempo fa un amico mi ha raccontato che quando cominciò a disegnare
fece, per qualche tempo, il tatuatore. Aveva frequentato un corso e
si era comprato la macchinetta per i tatuaggi, quindi aveva iniziato
a tatuare. In realtà poi di tatuaggi ne fece pochissimi e anzi a un
certo punto si bloccò, forse era un momento suo di crisi, insomma
piantò tutto. Ricominciò a disegnare solo dopo qualche tempo, ma
dedicandosi ad altro.
Solo qualche giorno fa ho ripensato al suo racconto e alla sua
mancata carriera di tatuatore e una domanda mi ha fulminato:
Come diavolo può mai aver pensato, proprio lui, di fare il
tatuatore?
Il fatto è che il mio amico, non ha neanche un tatuaggio.
Ora: avete mai visto un tatuatore senza tatuaggi?
Non credo. I tatuatori ne sono pieni. Quando non hanno niente da
fare, se ne fanno uno nuovo uno. Le loro fidanzate sono piene di
tatuaggi, spesso sono tatuatrici anche loro e il massimo divertimento
è tatuarsi a vicenda. È un mondo tutto particolare, di gente che
ama il proprio lavoro, al punto di imprimerselo sulla pelle, di gente
che ha fatto della propria passione anche un lavoro. Quindi come
professionisti appartengono a un “mondo”. E questo bisogna fare
per svolgere un mestiere artistico: appartenere a un mondo. Se non
hai neanche un tatuaggio, come puoi pensare di fare il tatuatore?
Se non capisci il senso del disegno sequenziale, come puoi pensare di
illustrare libri?
Fare la giusta scelta è molto difficile. Spesso sono caduto in
errore anch’io.
Anni fa un amico mi convinse a scrivere dei soggetti per la Disney
italiana. Scrissi diverse storie, contattati la redazione e mi
affidarono ad una redattrice.
Non posso dirvi la quantità di “errori mortali” che commisi in
quelle storie. Per un periodo gliene mandai diverse a settimana e lei
puntualmente mi chiamava e mi massacrava al telefono per 20 minuti
dicendomi dove avevo sbagliato. Il problema è che io pensavo di
portare la mia impronta in un universo, quello disneyano, che non ne
aveva nessun bisogno. Preparai le mie storie con la presunzione di
sapere cosa fosse una “buona storia” e ispirandomi alle storie
più belle che avevo letto da bambino, ma sbagliai, perché avrei
dovuto invece leggere e studiare quelle recenti. In realtà ci avevo
provato, ma non mi erano piaciute. Già lì avrei dovuto capire che
la cosa non faceva per me, invece mi ostinai a pensare che forse non
avevano autori capaci di scrivergli belle storie.
Errore anche questo. Gli autori ce li hanno e scrivono esattamente le
storie che alla redazione piace pubblicare, storie che rispettano
determinate scelte che bisogna conoscere profondamente. Non ci si
improvvisa sceneggiatori o disegnatori per la Disney e prova ne è il
fatto che chi ci lavora, ne è talmente intriso, che poi raramente
riesce a fare dell’altro quando ci prova, perché scrollarsi di
dosso il modello, narrativo e grafico della Disney, è molto
difficile.
In seguito ho commesso lo stesso errore in altre occasioni. Anni dopo
un altro amico mi disse che Mario Gomboli cercava bravi sceneggiatori
per Diabolik.
Premetto subito una cosa: non ho mai letto Diabolik.
A dirla tutta, per usare un delicato eufemismo, Diabolik non mi è
mai piaciuto.
Ciò non mi impedì di pensare che, prendendolo semplicemente come un
lavoro, avrei potuto scriverne delle storie. Con questa convinzione
andai in un negozio di fumetti usati e comprai una ventina di vecchi
numeri da studiare.
Devo dire che leggerli mi confermò il motivo per cui Diabolik non mi
aveva mai attirato. Le storie sono terribilmente banali e tutti i
personaggi si comportano e parlano in un modo talmente inverosimile
da risultare imbarazzante.
Ciò ovviamente, secondo il mio gusto personale.
Questa conferma non mi scoraggiò: pensai che sapendo scrivere “di
meglio” avrei senz’altro potuto trovare dei soggetti da
sviluppare per il personaggio.
Mario fu molto gentile, come sempre. Ci eravamo già incontrati anni
prima, ma non in virtù di questo (non si ricordava di me) mi disse
che avrei potuto mandargli i miei soggetti quando volevo. Cominciai a
scriverne e lui a bocciarli perlopiù dicendomi che il mio Diabolik,
non si “comportava” da Diabolik.
Dopo le prime bocciature cominciai ad entrare un po’ di più nella
psicologia del personaggio, al punto che le mie idee risultarono
“prevedibili”, nel senso che Diabolik era più “raffinato”.
Io, lo dico sinceramente, non capivo. Diabolik è prevedibile!
Cosa c’era di sbagliato in quel che facevo?
Semplice: che non conoscendo davvero il personaggio, non riuscivo a
distinguere il grado di prevedibilità che separa, per i lettori di
Diabolik, una sua storia da qualcosa che non lo è.
Impiegai qualche settimana a rendermi conto che Diabolik non faceva
per me o meglio, che io non facevo per lui, perché avevo commesso
un errore madornale: avevo pensato di scriverlo senza conoscerlo e
soprattutto senza apprezzarlo. Avevo pensato che fosse solo un
costume, una nemesi con dei personaggi di contorno e che bastasse
progettargli dei possibili “colpi” per scriverne una storia.
Tornando ai libri per bambini, ritengo che comincino ad essere un
mercato un po’ sopravvalutato dagli illustratori e ciò è motivo
di frustrazione perché girano spesso inutilmente in cerca di un
lavoro che non troveranno.
E il motivo è che lo cercano nel posto sbagliato. Illustrazione può
voler vuol dire molte cose: c’è l’illustrazione per la presse,
per la narrativa adulti, per le gallerie d’arte. Ognuno di questi
generi è un mondo, che bisogna affrontare e sconoscere.
L’attuale generazione di giovani illustratrici è anche quella dei
pupazzetti e dei bijoux: non ce n’è una che non abbia una
collezione di pupazzetti su flickr o una di anellini su
etsy.com. La cosa non è spiacevole, ma tradisce una voglia di
“giocare alle bambole” che ha poco a che vedere con una
professione vera e propria e soprattutto con la voglia di misurarsi
con un progetto editoriale che è ciò che tutte dichiarano voler
fare.
I pupazzetti e gli anellini vanno bene, come hobby e per arrotondare
un po’ con un forma di artigianato artistico che il web oggi rende
globalmente accessibile, ma poi per fare i libri, bisogna proprio
saper fare i libri.
In Francia dove lavoro diverse colleghe illustratrici confezionano
bijoux che poi vendono ai saloni, ma poi quando fanno libri,
fanno libri veri e propri. I bijoux ne ricalcano lo stile, ma
i libri rimangono la loro attività principale.
In generale i francesi nell’illustrazione sono più professionali.
Escono dalle scuole ben preparati e affluiscono nelle redazioni dei
mensili lavorando da subito.
Nel mucchio spesso si fa fatica a distinguerli uno dall’altro
perché gli stili si somigliano. Negli ultimi anni Marc Boutavant e
Benjamin Chaud hanno creato – involontariamente – un vero e proprio
esercito di imitatori che, ciascuno a modo suo, in un mercato florido
come quello francese (seppure ora in crisi come tutti gli altri)
hanno trovato lavoro.
Di “artisti” ce ne sono pochi, ma sono enormemente talentuosi,
per stile e invenzione come Serge Bloch, Olivier Douzou o François
Roca che anche se sono artisti, rimangono “narrativi”.
Serge, con il suo tratto essenziale, inventa sempre qualcosa, un
gioco visivo, una gag. Olivier non fa un libro uguale a un altro,
ogni cosa che fa nasce intorno a un idea, un progetto. François è
un mostro di bravura tecnica ma aldilà della capacità tecnica le
sue tavole sono vero e proprio cinema.


Alla fine quindi, penso che per dedicarsi all’illustrazione, si
dovrebbe cominciare da questo: dal saper distinguere la
sottile
differenza tra un disegno e un’illustrazione. E dal capire se nel
proprio disegno ci sono delle storie da raccontare. Perché senza
storie come si può pensare di fare narrativa?

Postilla

A scanso di equivoci, non ho nulla contro chi produce bijoux e pupazzetti.
Diverse mie amiche, sia italiane che francesi ne fanno e mi piacciono molto.
E’ una forma di arte – o artigianato – che si è diffusa in modo virale negli ultimi
anni, grazie a internet, che diffonde le idee più rapidamente di un tempo, e grazie
alla possibilità di vendere i propri manufatti su diversi siti.
Detto questo, mi pare semplicemente che molte illustratrici che pensano di voler
fare libri, poi fanno pochi progetti di libro e si dedicano invece a questa forma di
artigianato. Gli stessi disegni con cui fanno gli anelli finiscono poi nei book per
l’editoria e semplicemente qui sta l’errore.
I libri sono libri e, con tutte le eccezioni possibili, hanno bisogno di illustrazioni
da libro. Ci sono molte cose del resto che mi piacciono, che rientrano nei
miei interessi, e che non penso finiranno mai in uno dei miei libri, perché
semplicemente non sono per bambini.
Questo non vuol dire che queste idee “diverse” siano un pensiero “sbagliato”.
Io ho cominciato a lavorare con il fumetto e in principio pensavo di non voler fare
che quello. Poi sono venuti i libri per bambini, poi sono tornato al fumetto, poi
ho cominciato a lavorare in Francia e pensavo che quello fosse davvero quello
che volevo fare. Ora che in Francia sono una star voglio l’America, nel frattempo
l’anno scorso ho firmato il mio primo non-fiction e adesso sto facendo un paio di
libri che potremmo definire “d’arte”, quindi non album illustrati convenzionali.
In Francia ho venduto i libri che in Italia nessuno voleva, in America sto
proponendo quelli che in Europa nessuno capisce.
Insomma, il senso è: se fossi rimasto ancora al primo desiderio, fare fumetto
in Italia, non sarebbe successo nulla di quello che è venuto dopo e oggi sarei
probabilmente molto frustrato. Il fatto è che il fumetto non era l’unica risposta per
quello che avevo in testa, perché non tutto poteva tradursi col fumetto e non tutto
era adatto (in realtà quasi nulla) al mercato italiano.
E con questo non intendo che fosse il mercato italiano ad essere “sbagliato”.
Siamo noi che dobbiamo cercare il luogo e il modo, di realizzare al meglio i nostri
sogni. Ci sono cose che ho voglia di raccontare che non possono diventare libri
per bambini. E nemmeno fumetti. Così sono diventate canzoni.
Concludendo: fate pure bijoux e i pupazzetti. Fate libri. Fate tutto quello che
volete. Ma ogni cosa ha il suo posto. Ricordarlo vi aiuterà a realizzare i vostri
sogni.

Continua a leggere
Asterisk Illustrazione: due parole sui concorsi – di Davide Calì
09/04/2012 Morena Forza in Editoria&Scrittura / 6 responses

Qualche tempo fa, sono stato messo in “inoltra”, non ricordo più da chi, in uno scambio di mail a proposito di un concorso di illustrazione in Italia, il cui regolamento risultava piuttosto sbilanciato a sfavore dei partecipanti.

Devo dire che il piccolo polverone sollevato dai blog che hanno postato il regolamento lì per lì mi ha fatto un po’ ridere. Mi sono detto: in Italia i concorsi hanno sempre funzionato così. Possibile che solo ora qualcuno se ne sia accorto?

Poi ho capito che no, non è da adesso che qualcuno se ne è accorto. Ma Facebook e i blog, come quello curato da Anna Castagnoli, o quello di Morena, di cui sono ospite con questo articolo, rappresentano effettivamente una novità dal punto dello scambio di informazioni che, fino a qualche anno fa, mancava totalmente.

In epoca pre-blog e pre-Facebook più facilmente nel mondo dell’editoria – ma non soltanto – ognuno si faceva fregare e si teneva le sue fregature per sé.
Se da un lato non amo le polemiche che spesso infiammano le pagine di Facebook o dei blog, né le rivolte popolari che si accendono su web, credo che queste realtà offrano interessanti e nuove sfumature di libertà e di condivisione delle notizie.

"La regina delle rane" scritto da Davide Calì e illustrato da Marco Somà | Kite Edizioni (2013)

Detto ciò, il concorso rimane una realtà interessante per chi tenta di iniziare una carriera nel fumetto o nell’illustrazione, perché è un pubblico invito a inviare del materiale. Di solito il concorso è tematico e quindi pone una prima difficoltà a chi partecipa, che però dal limite del tema riceve anche uno stimolo. Il concorso, con le sue limitazioni, il tema, le misure e soprattutto la data ultima di consegna, è la cosa che più si avvicina a quello che può capitarvi dovendo svolgere un lavoro di illustrazione.

Ma è corretto partecipare a concorsi che chiedono soldi per iscriversi, soldi per restituire gli originali, oppure che addirittura si arrogano il diritto di trattenere gli originali nonché i diritti sulla riproduzione dei medesimi? 

Sinceramente non lo so. Per quel che mi riguarda, no.
Ma ognuno ha un suo senso etico, un suo senso del giusto. Quello che posso fare però, è raccontarvi come sono i concorsi in Francia, dove lavoro.

Non so granché dei concorsi di illustrazione francesi, a dire il vero nemmeno so se ce ne siano. Ma posso fare facilmente un paragone tra quelli sui libri editi.

Negli ultimi anni i miei libri francesi hanno vinto una ventina di premi, tra cui anche alcuni molto importanti. Non vi annoio con la lista, perché non è questo che importa.
La cosa che mi ha sempre stupito è l’estrema sobrietà e cura della loro organizzazione.
In Italia i concorsi che premiano libri editi funzionano su invito: gli organizzatori scrivono alle case editrici e agli autori chiedendo copie del libro che vorrebbero candidare, in un numero che va da 5 a 10. In caso di selezione per il premio, ne chiedono un’altra decina. Quindi di fatto l’autore, o la casa editrice, partecipa al concorso auto-finanziandosi, con l’invio di una ventina di libri, che poi ovviamente rimarranno agli organizzatori e saranno probabilmente ridistribuiti tra di essi.

In Francia invece gli organizzatori dei concorsi vanno in libreria, scelgono i libri che gli piacciono, si riuniscono, selezionano i candidati al premio e semplicemente glielo comunicano. La comunicazione sottintende che non devi fare nulla e che non gli interessano ingerenze e condizionamenti di nessun genere. Solo ti chiedono, come autore, se, in caso il tuo libro vincesse, saresti disponibile a presenziare alla premiazione e incontrare qualche classe di scuola, alle condizioni della Charte des Auteurs, che da alcuni anni ha uniformato le tariffe per questo genere di interventi, oltre che formalizzato altri diritti per gli autori.
L’autore invitato alle condizioni della charte ha hotel e viaggio rimborsati, e giornata pagata secondo tariffa, per gli incontri.

Attenzione al termine “rimborsato”.
In Italia quando ti invitano da qualche parte, un festival o un premio, perlopiù “rimborsato” vuol dire che: anticipi il biglietto del treno/aereo, poi fai la fattura per il rimborso spese (sulla quale cercheranno di farti pagare l’IVA come se fosse una collaborazione), quindi aspetti un paio di mesi. Quando telefoni per sapere a che punto è il rimborso ti diranno che hanno perso la fattura e se gliela puoi rimandare. Quasi sempre entro i sei mesi – a condizione di aver fatto vari solleciti – i soldi vengono finalmente rimborsati.
I francesi ti spediscono il biglietto TGV/aereo per posta o per e-mail. Gli hotel sono sempre già pagati e quasi sempre i piccoli rimborsi (navette degli aeroporti, ecc) vengono liquidati per assegno prima che tu riparta.

Ma torniamo ai concorsi. Le giurie dei concorsi italiani si compongono di giornalisti ed “esperti” del settore che sono i veri “premiati” dei concorsi.
Dico questo perché ognuno per fare il giurato riceve un gettone di presenza, là dove ai premiati al massimo tocca di fare un libro gratis, se si tratta di un concorso di illustrazione, oppure di una bella targa se si tratta di un libro già edito.
Alcuni concorsi dispensano denaro anche ai vincitori, ma di fatto la richiesta di soldi per la partecipazione li fa somigliare molto a una lotteria alla quale in tanti partecipano, costituendo un montepremi, di cui soltanto una parte minima finisce poi al premiato, mentre il resto serve a coprire spese organizzative e gettoni vari.

"Non ho fatto i compiti perché" scritto da Davide Calì ed illustrato da Benjamin Chaud

In Francia, finché dura, sono le regioni e gli organismi di Stato – oltre che gli sponsor privati – a coprire le spese. E chi fa il giurato, che mi risulti, non percepisce nulla. Probabilmente qualcuno dopo questo articolo mi scriverà che ha fatto il giurato a qualche concorso italiano senza percepire nulla. Le cose possono essere cambiate in anni recenti, ma sinceramente non ci credo molto.
Forse non tutti i concorsi prevedono un gettone per i giurati, ma parecchi sì, che abbiate voglia di ammetterlo oppure no.
Quanto ai premi francesi, pochissimi premi pagano in denaro, diversi tra quelli che ho vinto non prevedevano nemmeno un foglio di carta. Ma la campagna di stampa che fa seguito al premio mette in risalto e nelle vetrine di tutte le librerie il tuo libro, che poi è l’unica cosa che serve veramente.

Io in Francia di fatto sono diventato famoso al mio quinto libro: Moi, J’attends (Io aspetto, qui l’articolo su RDD).
Il Prix Baobab nel 2005 segnò la svolta: ovunque vado ancora si ricordano che ho vinto quel premio. C’era anche una discreta somma da dividere con l’illustratore, ma la spinta che il premio diede al libro e al mio lavoro di autore è senza prezzo. In Francia molto spesso i premi sono votati in tutto il Paese da comitati di bambini, oppure di librai o di genitori. Questa elezione “democratica” è un’altra cosa che in Italia manca. Se guardate le giurie dei concorsi ci sono sempre gli stessi nomi.
In Francia esistono premi della critica ma anche moltissimi in cui gli organizzatori semplicemente “selezionano” i libri che poi saranno votati dal pubblico.
Detto questo: nessuno mi ha mai chiesto di regalar nulla, se non del tempo per un piccolo soggiorno. In molti casi mi è arrivata semplicemente la comunicazione che il libro era stato premiato. In altri, come in Spagna e Svizzera, sono stato invitato a ritirarli.

Il premio Enfantaisie che ricevetti in Svizzera nel 2006 (per Piano Piano, Editions Sarbacane) fu quello che mi stupì di più, innanzi tutto perché il partner del premio era Migros, una catena di supermercati. Migros reinveste parte dei suoi utili per comprare parchi e mantenerli perché il pubblico (non necessariamente di clienti
Migros) possa accedervi gratuitamente. E proprio in uno di questi parchi siamo stati invitati a Losanna io, Eric Heliot – illustratore del libro – ed alcuni bambini con le loro famiglie.
Legato al concorso infatti ce n’era un secondo. Ai bambini che votavano il loro libro preferito con un apposito cartoncino distribuito al supermercato, era stato chiesto anche di dare un titolo alternativo al libro che avevano scelto. Una volta dichiarato vincitore il nostro libro, vennero scelti i cinque titoli alternativi più belli e i cinque autori furono premiati con una domenica a pranzo con noi. Migros ci invitò quindi a pranzo, con le famiglie dei bambini che ricevettero un buono per acquistare libri. Ora non ricordo la cifra in franchi svizzeri, ma mi pare fossero circa 300 euro per ogni bambino.

Ecco come vanno le cose fuori dall’Italia. Forse penserete che io viva una realtà diversa, professionale, mentre quando si parla di concorsi spesso si tratta di una fase pre-professionale, ma non sono d’accordo.
La mentalità è la stessa. Continuamente ricevo mail di concorsi italiani che mi vorrebbero come autore partecipante, salvo richiedere l’invio gratuito, e a mie spese, di copie dei miei libri. Quindi il criterio di selezione delle opere non è una scelta critica, ma l’invio di libri gratis.

A questo punto la domanda finale che vi gira per la testa penso sia: “Devo partecipare o no ai concorsi?”
Non ho una risposta.
Come ho scritto nella premessa di questo articolo, i concorsi hanno un loro motivo di esistere. A me non sono mai piaciuti molto, ho partecipato a una marea di concorsi, ma solo quando avevo 15-16 anni.
Da quando lavoro in Francia dell’Italia non so un granché, ora forse ce ne sono di interessanti che non conosco, ma sinceramente non credo. Per quel che so nessun concorso significa veramente qualcosa, in termini di riconoscimento.
So che alcuni pagano premi in denaro, ma dal punto di vista della visibilità contano meno di niente; altri danno una minima visibilità ma richiedono spese di partecipazione che dovrebbero essere coperte dall’ente organizzatore e dai suoi sponsor. Questa è la mia opinione naturalmente. Ma francamente chi non ha i soldi per allestire un concorso semplicemente non dovrebbe farlo.

Chiedere il contributo a chi partecipa mi sembra davvero penoso.

In ogni caso, i concorsi vinti, non fanno curriculum.
Questo vorrei fosse chiaro: nessuno ti chiede, quando presenti un progetto o un book, se hai vinto dei concorsi. Agli editori interessano progetti e buone mani a cui affidarne. Il resto serve a fare conversazione.

Davide Calì

Continua a leggere
Asterisk “Alcune cose sull’illustrazione” – Il punto di vista di Davide Calì, illustratore e autore
02/04/2012 Morena Forza in Illustrazione / 10 responses
ALCUNE COSE SULL’ILLUSTRAZIONE
piuttosto scontate ma che quasi nessuno ha ancora imparato
davide cali
Ho sempre lavorato in mezzo ai creativi, fin da quando, ancora a scuola, nel pomeriggio anziché studiare disegnavo videogiochi per una software house.
All’epoca passavo parecchio tempo in mezzo ai programmatori di software. Qualche anno dopo comincerò invece a muovermi tra i fanzinari, per poi lasciare anche quel mondo e dedicarmi definitivamente al fumetto e all’illustrazione, da professionista. Nel tempo ho incontrato molte persone, moltissimi ragazzi, che avrebbero voluto fare quello che facevo io, senza riuscirci. All’inizio erano anche di molto più grandi di me. Poco a poco sono diventati coetanei, poi più giovani. Ma una cosa accomuna tutti quelli che non riuscivano e non riuscirono a fare del fumetto e dell’illustrazione un mestiere: l’incapacità di terminare un progetto.
Può farvi ridere ma alla fine ho inquadrato questa cosa solo in anni recenti e facendo tutt’altro. Anni avevo ripreso a suonare e mettendo su un gruppo, e poi un secondo, contattai circa una cinquantina di musicisti che avevano messo annunci su vari siti web.
Mi servivano: un cantante, un secondo chitarrista, un bassista e un batterista.
Non pensavo che sarebbe stato difficile trovare quattro persone, al punto da diventare impossibile. E’ stata proprio questa ricerca a farmi capire alcune cose.
Mi ricordo per esempio un chitarrista che mi rispose subito mettendo molto bene in chiaro quello che non avrebbe mai suonato. Quindi: niente cover, niente pop, niente musica italiana, niente metal estremo. Una volta chiarito che avevamo gusti musicali più o meno prossimi lo invitai a vederci per provare e qui mi sorprese: “Al momento non ho una chitarra.” – mi disse.
“Ah,” – feci io. – “E pensi di procurartene una?”
“Eh, non so.”
Ovviamente non ci siamo mai visti. Mi sono chiesto a lungo perché mettesse annunci se poi non suonava nemmeno. E da quanti anni poi non suonava? Chissà.
Ricordo un altro chitarrista che, dagli annunci che metteva, sembrava disperato.
Si dichiarava disposto a suonare qualsiasi genere. Quando lo contattai era talmente entusiasta che continuava a mandarmi sms. Io ero in tour così passò qualche settimana prima che potessi chiamarlo per vederci. Quindi finalmente fissammo un appuntamento. Tutto bene fino al giorno prima di incontrarci, quando comincio a ricevere sms dai quali capisco che qualcosa non va.
All’improvviso gli era venuto un dubbio: in due (non c’erano ancora altri componenti nella band) che cosa avremmo potuto suonare?
La risposta era ovvia: tutto e niente. In due intanto ci si conosce, poi si tira giù qualche pezzo, si fa girare qualche accordo. La musica si fa così, si costruisce piano piano. Di colpo decise che preferiva aspettare che ci fosse tutta la band per onorarci della sua presenza.
Ça va sans dire, non ci siamo mai visti.
La storia però ha un epilogo divertente: mesi dopo incrociai una persona che cantava in un gruppo. Chiacchierando cominciammo a raccontarci esperienze assurde sulla ricerca di musicisti. In breve: venne fuori che lo conosceva, o meglio, che lo aveva contattato anche lei. Stessa dinamica. Alla fine non andò a suonare nemmeno col suo gruppo.
Di episodi potrei raccontarvene tanti: da quello del bassista vero virtuoso dello strumento, che pretende gli spartiti e gli mp3 prima di venire a provare e poi in saletta in tre ora non azzecca un solo accordo (poi chiamò per dirmi che non poteva venire più alle prove perché lo avevano preso in una tribute band dei Blues Brothers, cosa di cui dubito fortemente), al batterista rock che non voleva sudare (quindi con noi provò solo una volta). Poi il bassista che voleva mettere su una cover band dei Pink Floyd: gli proposi di vederci, di portare il suo basso liquido nel gruppo, per fare però musica originale, mentre cercava la sua band ideale.
La risposta fu no: voleva solo suonare i Pink Floyd. Quindi non suonerà finché non avrà trovato un gruppo. Cioè, con ogni probabilità, mai.
Nei mesi in cui cercai componenti per la prima band e poi per la seconda, per poi lasciar perdere, dopo ogni incontro, mi sono chiesto: chi sono queste persone? Cosa cercano? Perché vogliono suonare, se in realtà non sanno suonare, non hanno voglia di suonare, certi non hanno nemmeno lo strumento per suonare?
La risposta è che credo ci siano persone che nella realizzazione dei propri progetti non riescono ad andare oltre una prima fase, quello del sogno. E’ emozionante mettere su una band, ma facendolo si attraversano diversi step. Quello della ricerca, poi del vedersi, del fare le prime prove. Qualche cover per scaldarsi, poi si comincia a scrivere qualcosa di nuovo. Poi tutto può essere: qualche serata nei locali o un disco autoprodotto. Sennò ci si vede una volta la settimana, si suona, si chiacchiera e si beve qualche birra.
Però tutto questo fa parte di una visione progettuale che a molti, a tantissimi, manca, ragion per cui si fermano all’emozione di pensare di stare mettendo su un gruppo, e si fanno bastare quella.
E l’illustrazione e il fumetto cosa c’entrano? C’entrano eccome, perché in tanti, tra i ragazzi che sognano di fare libri, portano in giro i book e chiedono appuntamenti. Questa è una prima fase, carica di ansia e di emozioni, che accompagna chiunque cerchi di iniziare una carriera artistica, e non.
Poi arrivano i primi contatti, i primi progetti, i primi contratti.
E poi finalmente c’è il lavoro.
E’ a questo punto che molti si fermano, incapaci di andare oltre. Firmano contratti per libri di cui non riescono nemmeno a finire lo storyboard. Se ci riescono si fermano a metà libro senza riuscire ad andare oltre. Nel frattempo continuano a mandare in giro materiale, a tentare la selezione alle mostre importanti, poi quando arrivano al dunque, si bloccano di nuovo.
Se dovessi fare una distinzione, ci sono almeno tre tipologie di blocco.
C’è chi si blocca all’inizio, perché gli mancano le basi, e quindi non riesce nemmeno a fare lo storyboard. C’è chi si blocca invece durante la lavorazione perché non riesce a superare la difficoltà insita in un progetto complesso e articolato come un libro illustrato o un fumetto.
Poi c’è un terzo tipo di blocco, che impedisce all’illustratore di “finire” qualcosa. Quando è verso la conclusione del progetto inizia rivederlo progressivamente e in modo sempre più maniacale, a cambiarne delle cose, finché ci si perde dentro, e non lo termina più.
Credo che risulti chiaro il perché, soprattutto in tempi di crisi generalizzata, sia sempre più difficile ottenere fiducia da un editore. Mostrare il proprio book è esattamente questo: la domanda di un “prestito di fiducia”. E esattamente come andare a chiedere in banca un prestito per comprare una casa. All’editore si domanda di riporre fiducia nel materiale che vede, la fiducia nel fatto che chi lo mostra sarà in grado di realizzare un progetto intero, con quello stile.
E’ questo il motivo per cui dico sempre a chi mi mostra il book o a chi mi chiede consiglio su come comporne uno, che deve essere “solvibile”. Chi vedrà un certo stile e chiederà un libro intero realizzato con quella mano, poi si aspetta di vederlo fatto. Quindi quando si compone un book si dovrebbe farlo con questa etica e questa consapevolezza. Non basta qualche illustrazione per aver inventato il proprio stile. A troppi sento ancora dire: “posso disegnare di tutto” – come a certi chitarristi ho sentito dire che avrebbero potuto suonare di tutto – ma poi inevitabilmente di fronte a un progetto verranno fuori delle difficoltà.
E la prima è proprio affrontare finalmente un progetto completo, nella sua complessità, con le sue scadenze di consegna e con la sua pianificazione.
L’incapacità di pianificare il lavoro è una delle ragioni principali per cui si manifesta il blocco durante la lavorazione di un libro, ma si riconduce alla generale incapacità di andare oltre il sogno, oltre l’emozione del momento che si può avere quando ti comprano un progetto o quando semplicemente fai un disegno che ti piace. Lavorare nel campo dell’illustrazione e del fumetto significa saper padroneggiare la tecnica e la voglia di esercitarla. Non si può pensare di essere “ispirati” per lavorare. Perché nessuno che lavori, lavora così.
Quando si ha un libro da fare quindi la pianificazione è la prima cosa da pensare.
Qui in Francia di solito gli editori la strutturano già, a grandi linee, nei contratti, soprattutto quando si tratta di fumetti. La consegna dello studio dei personaggi, dello storyboard, le prime revisioni, la consegna dei definitivi in b/n e poi a colori sono già indicati e datai sul contratto.
Qualcuno addirittura invia agli autori una mappa illustrata del lavoro.
Mi è capitato di recente con un piccolo editore che programma le sue uscite per il festival di Angoulême e quindi ha strutturato tutto il lavoro in modo che la lavorazione dei libri cominci necessariamente in un mese prefissato e si concluda nei tempi richiesti per stampare e portare tutto al festival.
Questo lavoro però ciascuno dovrebbe imparare a farlo da sé, anche perché ognuno ha la propria maniera di gestire il tempo. C’è chi lavora di seguito su un libro e non fa altro finché non lo ha finito e chi invece riesce contemporaneamente a gestire più progetti.
In ogni caso una cosa da sapere è che il lavoro durerà diversi mesi e che la voglia del momento di dedicarcisi svanirà rapidamente. Conosco illustratori che non finiscono mai nulla perché non avendo imparato a gestire i propri progetti in modo professionale ne cominciano uno, poi gli viene immancabilmente voglia di fare un’altra cosa e mollano tutto per fare quella. Ho avuto spesso la tentazione anch’io di fare così, ma ho imparato in fretta che non è un modo pratico di pensare il lavoro, oltre al fatto che pur facendo ciò che vuoi nel momento in cui lo vuoi, quasi certamente non troverai qualcuno disposto a pubblicarlo esattamente quando lo vuoi tu. Quando finalmente lo troverai con ogni probabilità avrai cominciato una cosa nuova.
La gestione dei propri progetti a medio termine e la capacità di prevedere una scaletta di impegni in modo da non rimanere troppo a lungo senza lavoro o, al contrario, da sovrapporre troppe cose insieme, è una parte fondamentale del mestiere di illustratore.
Ma per riuscirci occorre “visualizzare” i propri sogni, fino alla loro realizzazione. Sognare di fare l’illustratore, di avere degli appuntamenti, non basta.
Bisogna “vedere” realmente il seguito, immaginare già come sarà. Altrimenti qualsiasi realtà risulterà deludente. Penso sia questo il motivo per cui poi molti ritornano al “sogno”. Perché si proiettano nelle proprie aspirazioni solo fino a un certo punto, che ritengono essere quello di arrivo.
Mentre invece in questo mestiere, ogni volta che pensi di essere arrivato da qualche parte, è proprio lì che inizia il viaggio.
Davide Cali è nato in Svizzera.
Ha disegnato videogiochi e collaborato a varie fanzine ancora studente.
In seguito ha realizzato diverse miniriviste autoprodotte, testi per la radio e par la tv. Fumettista per Linus dal 1994 ci lavorerà per 14 anni.
Come illustratore e fumettista ha esposto le sue tavole in una quarantina di mostre tra Bologna e Taipei, organizzato decine di mostre di illustrazione e fumetto.
Come autore per bambini pubblica a partire dal 2001, oltre 40 libri in 10 anni, tradotti da 50 editori in oltre 20 lingue sui 5 continenti.
I suoi libri hanno vinto una ventina di premi ovunque, tranne che in Italia.
Vive in giro per il mondo. La sua città preferita è Parigi ma a breve conta di trasferirsi in America.
Continua a leggere
Asterisk Tre stupendi libri illustrati sui gatti
07/11/2018 Morena Forza in Illustrati / No comments

In fatto di libri illustrati non ho dubbi: il primo amore non si scorda mai e per me è stato un albo sui gatti. Come ho raccontato il giorno del mio compleanno, ne avevo una gran paura, ma al tempo stesso ne ero inevitabilmente attratta.

Per molti anni ho avuto un certo timore verso questi misteriosi animali, alimentato anche da un mare di sciocchezze che mi venivano raccontate sulla loro natura.

Nel 2012 ho adottato il mio primo gatto; andando contro tutti i consigli di amici e conoscenti che mi spingevano a prenderne uno minuscolo, io ne ho scelto uno che era prossimo al primo anno di età ed era grosso. Pesava più dei miei due precedenti cani messi insieme.
Era grande, robusto, mangione e maldestro. Russava, ed era buono come il pane.
Per di più, il Mucca (così era conosciuto) era un gatto-colla.
Lo spazio personale con lui, non era pervenuto.

Non c’era modo di disegnare senza averlo fra i piedi: mordicchiava le punte dei pennelli nei barattoli e faceva cadere matite e pastelli.
Oppure si appostava a fianco o dietro il cavalletto della tavoletta grafica; si muoveva solamente per seguirmi se mi alzavo per fare merenda.

Mi è capitato di parlare con dei clienti prendendo appunti con una mano, mentre l’altra era occupata a tenerlo in braccio in tutti i suoi 9 chili di morbidezza.

Adorava stare al centro dell’attenzione: molto spesso è stato difficile fare foto per il blog o per la pagina di RDD, perché si sdraiava sopra alle cose appena le mettevo in posa.
I libri illustrati, poi! Quelli erano i suoi preferiti, un giaciglio perfetto.

Parlo di lui al passato perché purtroppo se n’è andato all’improvviso l’ultimo giorno di giugno, e per me è stata una doccia gelata, tanto che ho smesso del tutto di scrivere per quattro mesi.
Sono rimasti sospesi libri, ebook, e perfino il blog.

Eppure, i guai che combinava, le cose buffe che faceva, il suo immenso affetto restano sempre al presente nei nostri ricordi, come se non fossero passati che pochi giorni.

Forse per questo mi ha dato un certo sollievo sfogliare questi tre bei libri che sono usciti quest’anno.
Perché non parlano semplicemente di gatti, ma anche del loro rapporto col proprio essere umano, con freschezza e non senza un pizzico di ironia.

Mon amie Momo

di Hwang Misun

“Come so se il mio gatto mi vuole veramente bene?”
I gatti sanno essere enigmatici, soprattutto quelli più introversi, e noi cerchiamo un segno inequivocabile del loro affetto.
La stessa domanda se la pone la piccola protagonista di “Mon Amie Momo”, di Hwang Misun, che racconta la quotidianità fra una gatta e la sua umana.
Un libro delicato, espressivo e non privo di un interessante spunto di riflessione sul rapporto fra l’umano e il suo animale domestico.

I hate my cats - A Love story

di Davide Calì
Illustrazioni di Anna Pirolli

I gatti sanno essere un tormento, chiunque li adori sa che è così.
Capita di sgridarli e se sono particolarmente permalosi bisogna rincorrerli con un bocconcino succulento e imprevisto per tornare nelle loro grazie ad ogni costo. Perché vogliamo farci perdonare e non sopportiamo ci tengano il broncio.

In questo ironico e raffinato libro, Ginger, Black e il loro umano raccontano una quotidianità fatta di piccole grandi cose.
Scritto da Davide Calì ed illustrato con gran classe da Anna Pirolli.

Io l’ho acquistato in formato digitale Kindle.

Curiosità: Anna Pirolli è stata contattata per questo libro da Davide Calì dopo che ho condiviso sulla pagina di RDD una delle sue illustrazioni. E’ il caso di dire, “galeotto fu”! :-)

Cat Wishes

di Calista Brill
Illustrazioni di Kenard Pak

Un micio indipendente e molto sicuro di sè sostiene di non avere desideri, di non aver bisogno di nulla. Ma sarà davvero così?

E soprattutto: cosa rende Casa una casa?

Continua a leggere
Asterisk Non è (più) un Paese per fumettisti – Parte 2 di 2
15/09/2017 Morena Forza in Editoria&Scrittura / No comments

a cura di Davide Calì

Non è (più) un Paese per fumettisti – Parte 2 di 2

OVVERO
calo delle vendite e sovra-produzione
nell’editoria francese (e non solo)

Gli autori jeunesse perlomeno hanno i saloni

Una situazione molto simile si produce nell’ambito dei libri per bambini.
Passati i tempi delle grandi vendite, quando in un anno si vendeva tranquillamente 5-6 mila copie di un albo illustrato, molti editori piccoli chiudono, altri si fanno assorbire da grandi gruppi.
Per il resto tutto uguale: si producono libri per riempire gli scaffali delle librerie, che ricevono circa 100 novità a settimana, in un perverso gioco di sovra-produzione che non fa bene a nessuno.
Promozione zero. Come per il fumetto, la promozione la fanno poi i blog, i saloni, i festival.
Per gli autori jeunesse in questo senso le cose vanno un po’ meglio che ai fumettisti, perché quando sei invitato a un salone di solito ti chiedono di fare anche gli incontri con le scuole, che sono remunerati, secondo la tariffa unica della Charte des Auteurs, mentre i fumettisti vanno ai festival rimborsati di tutto, ma perlopiù non pagati.
Solo alcuni festival remunerano infatti le sedute di dédicaces.

Eppure rimane un paradiso

So che per gli italiani, anche così la Francia rimane un paradiso.
Andare ai festival con il biglietto del treno o l’aereo pagati ed essere ospitato in hotel è già un sogno, per chi di solito ai festival ci va a spese proprie, viaggiando sull’interregionale, dormendo sul divano in casa di amici e portandosi i panini da casa.
Ma in una dimensione professionale seria è una condizione inaccettabile.
So che per gli italiani anche le tariffe francesi sono da sogno: da quando lavoro come art director ho molti clienti italiani e mi trovo quotidianamente a discutere budget ridicoli.

Quest’anno ho contrattato per un libro, che doveva essere un volumone illustrato a più mani, 30mila euro. Mi hanno detto che erano troppi, per cui ho detto che si poteva lavorarci a 20 mila, ma con illustratori più giovani e meno affermati.
Il cliente ci ha pensato un po’ e alla fine mi è arrivata l’offerta finale. 2 mila euro. Ero quasi soddisfatto, perché avevo capito che i 2 mila erano la mia parte; io ne avrei voluti 3 mila, ma ci potevo stare.
Invece no. 2 mila euro erano per tutto il progetto, compresa la mia parte.
Quando racconto che per un fumetto in Francia prendi 10-15 mila euro, vedo che a tanti brillano gli occhi, abituati a prenderne 1000-2000 se va bene.
Ma queste cifre non devono illudervi. La pressione fiscale in Francia è notevole, la vita costa mediamente più cara che in Italia e se devi lavorare un anno intero senza fare altro, 15 mila euro non sono poi molti. Forse possono bastarti quando hai 20-25 anni, ma con il tempo le esigenze cambiano.

Una campagna della Charte

Se gli anticipi per i fumetti si sono molto ridimensionati negli anni, anche la percentuale di royalties riconosciuta agli autori si è progressivamente abbassata,
soprattutto per gli autori jeunesse.

In merito a questo la Charte, porta avanti dal 2016 una campagna di sensibilizzazione, in cui ha chiesto a diversi autori per bambini di metterci la faccia.
Marc Boutavant, Magali le Huche, Roland Garrigue, Joëlle Jolivet e molti altri si sono prestati a comparire in una serie di poster che esemplificano molto bene il rapporto tra vendite di libri e vita reale, comparando la quantità di libri che devi vendere per fare semplicemente la spesa.

Qui si più sfogliare l’intero album dell’iniziativa de La Charte.

Occorre venderne 2 per potersi comprare una baguette, 5 per un dentifricio, 8 per un paio di calzini, 13 per comprarsi un libro tascabile, 18 per un pollo e 62 per un paio di sneakers.
La campagna ha lo scopo di sensibilizzare l’opinione pubblica sui miseri introiti di una professione artistica che smuove comunque ogni anno milioni di euro e quello di chiedere agli editori di riconsiderare la percentuale di royalties riconosciuta agli autori.
Mentre infatti per la letteratura generale la percentuale è rimasta al 10%, in questi anni per gli autori e illustratori per bambini dal 10% (da dividere tra autore e illustratore) si è scesi fino al 5% (sempre da dividere in due).
Per ora, che io sappia, da parte degli editori non c’è stata NESSUNA reazione.

Malgrado tutto, non buttatevi giù

Lo so, se avete letto l’articolo fin qui a questo punto ora sarete un po’ depressi, ma ci sono due cose importanti che NON voglio dire con questo articolo.

La prima è che ormai le cose vanno male anche in Francia, per cui non c’è più speranza per nessuno. Credo che la parola ormai sia molto abusata nella nostra società.
Con ormai si sigilla qualsiasi fallimento come definitivo e irrimediabile.
Penso che nell’economia di un paese le cose non possano sempre andare in crescendo.
Lo insegnano anche gli economisti in realtà, ma non ci facciamo quasi mai caso. Quando le cose vanno male abbiamo la tendenza a credere che sia il segno di un peggioramento irreversibile, perché quasi tutti crediamo che sia esistita, in un passato indefinito, un’età dell’oro che non tornerà più.
Ma non è così. Il fatto che in questo preciso momento in Francia le cose vadano male, non vuol dire che andranno male per sempre.

La seconda cosa che NON voglio dire è: rimanetevene a casa.
Continuate invece a inseguire i vostri sogni e i vostri progetti! Solo sappiate che se in Italia è tutto difficile, in Francia non è tutto facile.
Ma se davvero avete un sogno, buttatevi, mettetecela tutta!

Fatemi solo un favore.
Imparate un po’ di cazzo di francese.

Continua a leggere
Post più recenti
Post meno recenti