Categoria: Varie

Separator
Asterisk Disegno: talento, ispirazione e… pazienza
29/01/2019 Morena Forza in Creatività / No comments

Qualche settimana fa mi è stata inviata una mini-intervista. Una delle domande mi chiedeva quale fosse secondo me, la dote che non può mancare a un disegnatore.

Mi sono sorpresa a rispondere di getto: la pazienza.
E non ci ho ripensato.

In un mondo che valorizza il talento come se fosse una sorta di potere magico, che insiste col dare una data di scadenza alla capacità creativa delle persone focalizzandosi sulla giovinezza, che crede all’ispirazione come unico modo per mettersi a disegnare, la pazienza non è mai nominata fra le caratteristiche imprescindibili.

Fighi e... sfigati

Una cosa è certa: la pazienza è meno cool del talento. E anche di tutti gli altri.
E’ un po’ la sfigata del liceo nei film americani, che mangia da sola all’intervallo col naso immerso in qualche libro impopolare.
Indossa un brutto paio di occhiali fuori moda.

Il talento viene come un dono ricevuto per intercessione divina al momento della nascita, più forte di qualunque cosa. E’ il figo della scuola. Spetta a pochi avere a che fare con lui.
L’ispirazione è la sua migliore amica: è quel momento magico in cui sei pervaso da un soffio mistico che ti fa alzare nel cuore della notte per produrre qualcosa di geniale.
La giovinezza poi, è ricca di possibilità infinite e di energie.

Non saranno tutte scuse?

In questo calderone di luoghi comuni, sembra che la maggior parte di noi cerchi in realtà una scusa: la scusa per non fare e soprattutto, per non mettersi in gioco.
Ormai sono troppo vecchio”, oppure “Non sono mai abbastanza ispirato”.

E’ vero, i giovanissimi scoppiano di energie: ma sono ancora da incanalare. Infatti, è assai raro che abbiano abbastanza consapevolezza, esperienza e metodo da farne buon uso.
Ti fanno credere che se a 21 anni non hai sfondato in qualche mostra famosa devi appendere la matita al chiodo, perché a qualcuno è accaduto. Ma non è poi così vero.
E poi, essere selezionato per qualche prestigioso concorso non è garanzia di durevolezza nell’attività artistica o nella professione. Le meteore sono numerose, non dimentichiamolo. Per andare avanti ci vogliono altri ingredienti.

Miti da ridimensionare

Cosa non viene mai detto del talento?
Beh, dietro di esso posso nascondersi i pigri e gli autocompiaciuti: quando ci si fa troppo affidamento si finisce con lo smettere di migliorare per tecnica e messaggio.
Ci si nascondono anche coloro che ritengono di non averne: la scusa perfetta per non mettersi a imparare (con fatica). O per giustificare risultati scarsi rispetto alle proprie aspettative in campo artistico o anche professionale.

“Non ho molto rispetto per il talento. Il talento è genetico.
Quello che conta è ciò che ne fai.”
Martin Ritt

Anche l’ispirazione è decisamente sopravvalutata.
Non so tu, me l’avessi attesa per disegnare, in questi ultimi 10 anni io avrei prodotto due tavole in tutto. Non per modo di dire: so quali sono, con esattezza.
Mi ricordo che ero entrata in uno stato di alterazione mentale mentre ci lavoravo, era come essere in un sogno. Bellissimo, certo, ma non può essere l’unico modo per creare.
Perché l’ispirazione vera è rara. Anzi, rarissima.
E se arriva e non siamo allenati (perché non disegniamo mai) i risultati non tarderanno a deluderci.

L’ispirazione esiste,
ma deve trovarti al lavoro.”
Pablo Picasso

E allora, è qui che entra in gioco la pazienza.
E’ meno glamour, ma coltivarla è rivoluzionario.

Questo bel piatto di ceramica mi è stato fatto da Paola di Ideamondo.
Ho sognato qualche mese fa quelle due parole in un periodo molto difficile.
Nel sogno, affrontavo diversi ostacoli per pescarle in una grossa vasca luminosa.

Mi sono svegliata particolarmente energica e ne ho indagato il significato: Wizardry è “stregoneria” ma anche ciò in cui si è molto bravi e per cui si è portati. Persistence è la capacità di tenere duro anche di fronte alle difficoltà, è la tenacia.
Mi sono piaciute così tanto che ho deciso di tenerle a portata di mano! :)

Un'insostituibile alleata

La pazienza ti permette di sbagliare e rimetterti in gioco; di insistere!
Ti spinge a rifare un disegno che non ti soddisfa.
A frequentare corsi, a leggere manuali, a non arrenderti se la prima volta che provi le tempere è tutto grigio e marrone perché non sai mischiare i colori.
A incominciare un altro acquarello, anche se i primi dieci si sono tutti imbarcati perché non sapevi dosare l’acqua.

Nel campo della professione poi, è quella che fa la differenza tra chi coltiva un sogno e chi ha un piano. Perché i piani richiedono pazienza.
Se ti sei messo in testa di disegnare perché sia il tuo lavoro, senza pazienza non andrai lontano.
Ci sarà quella volta che manderai email a tappeto per proporre il tuo portfolio, ma non risponderà nessuno.
La volta in cui ti chiederanno per la terza volta una modifica che se non vuoi perdere il progetto dovrai affrontare.
Succederà quella volta in cui qualcuno di meno creativo, che vuole lavorare in fretta e senza sacrifici, copierà i tuoi disegni per raccogliere parte dei tuoi possibili (o passati) clienti.
E quella in cui verrai fregato e ti chiederai chi te l’ha fatto fare di provare a fare del disegno il tuo lavoro.
Per non parlare di quando qualcuno che stimi o meno, avrà da dire sul tuo operato e dovrai fartene una ragione. E continuare comunque.

Andare avanti, nonostante tutto

Cosa ti farà andare avanti nonostante tutto?
La giovinezza è effimera, il talento è fragile, l’ispirazione è volubile.
Ma la pazienza, ti dicevo, è come la sfigata del liceo nei film americani: si toglie gli occhiali fuori moda, e diventa fighissima.

Condividi su:
Continua a leggere
Asterisk Tre libri per disegnare tutto l’anno
03/01/2019 Morena Forza in Varie / No comments

Il disegno si sa, è una questione di allenamento.
Non c’è niente di più facile che rimanere arrugginiti per pigrizia o per mancanza di tempo o ispirazione.

Smettere di disegnare a lungo è rischioso, perché si innesca quel circolo vizioso per cui non ci soddisfa ciò che disegniamo e lo facciamo ancora meno; e la volta ancora dopo la nostra mano sarà peggiorata ancora di più e rimarremo ancora più delusi… Disegnare ci darà sempre meno soddisfazione. Finirà con il frustrarci.

Se pensi che disegnando per professione questo non succeda, sei fuori strada; ci sono giorni che anche noi disegnatori professionisti “non sappiamo disegnare”.
Ma più spesso accade che siamo talmente carichi di lavoro che non abbiamo tempo per disegnare per noi stessi; e se è vero che la mano non arrugginisce per noi molto facilmente, sperimentare e disegnare per il piacere di farlo diventa davvero complesso in alcuni momenti.

Ho comprato tre libri per aiutarmi a disegnare e fare ricerca, tenere freschi mente e segno.
Ti racconto quali sono e perché secondo me sono preziosi per chiunque voglia mantenersi ben allenato a disegnare.

di Matilda Tristram

Particolarmente consigliato per:
Disegnare con costanza, ma senza troppo impegno.

E’ un libriccino bello compatto, facilmente maneggevole e trasportabile in uno zainetto o in borsa, per questo l’ho voluto subito.
La carta è di buona qualità, non facile alla stropicciatura.
Funziona come un taccuino per gli appunti, ma disegnati. In parole povere è un diario da illustrare e disegnare, diviso in piccoli quadranti tematici e divisi per stagione.
Ci sono anche dei box di approfondimento con degli interessanti spunti di ispirazione e riflessione sul disegno stesso, sull’osservazione e sulla creatività.
Lo trovo molto stimolante!

Fa per te se:

  • Vuoi usare media di disegno semplici
  • Vuoi sperimentare più oggetti e soggetti
  • Vuoi ritrovare lo sguardo di meraviglia per le piccole cose della quotidianità
  • Stai partendo per un viaggio di almeno una settimana: sarà molto meglio del solito centinaio di fotografie sullo smartphone da dimenticare appena tornato!
  • Il tuo desiderio per l’anno nuovo è ritrovare il piacere di disegnare senza grandi “mire”. I disegni da fare sono piccoli e veloci.
  • Stai affrontando un recupero creativo.
  • Stai studiando un nuovo stile di illustrazione.

Non fa per te se:

  • Ami disegnare in grandi spazi

My year in small drawings
di Matilda Tristram – mmaattiillddaa.com
2017 Leaping Hare Press
240 pagine

di Jennifer Orkin Lewis

E’ un bel librone!
Di sicuro in un formato più impegnativo da portare con sé; e in più richiede l’uso di vari media, quindi secondo me si presta nella maggior parte dei casi ad essere impiegato a casa, sulla nostra comoda scrivania.

Rispetto al primo libro, inoltre, dà più spazio per disegnare e tipi di carta (e quindi fondo) diversi per ogni progetto suggerito da quello che diventa quasi un manuale.
I soggetti suggeriti non fanno necessariamente parte di ciò che può circondarci nella vita di tutti i giorni. Per questo si può utilizzare anche disegnando con la forza della propria immaginazione o, perché no, con delle fotografie di riferimento.

Particolarmente consigliato per:
Sperimentare in allegria!

Fa per te se:

  • Hai bisogno di ricevere uno spunto abbastanza dettagliato sul cosa disegnare e sul come
  • Vuoi sperimentare diversi trattamenti immagine, stili e media
  • Vuoi disegnare cose che non disegneresti mai col semplice disegno dal vivo o scegliendo i soliti soggetti a cui sei affezionato;
  • Hai deciso di dedicare del tempo a fare un po’ di ricerca stilistica.
  • Vuoi organizzare un circolo di disegno (Wow!)
  • Vuoi riscoprire il piacere del disegno.

Non fa per te se:

  • I colori non ti interessano
  • Non possiedi e non hai intenzione di possedere nuovi media da sperimentare
  • Hai meno di mezz’ora da dedicare al disegno giornalmente.
  • Non capisci una sola parola di inglese

Draw Everyday Draw Every Way
di Jennifer Orkin Lewis – augustwren.com
2016 Abrams Noterie
240 pagine

di Cathy Johnson

Particolarmente consigliato per:
Un intenso percorso di recupero creativo

Il terzo libro che ti propongo è un vero e proprio manuale che ti insegna a tenere un Art Journal, cioè un diario della tua vita o dei tuoi viaggi, disegnato. E’ un libro studiato per riprendere le energie dopo un blocco artistico, perché affronta in più punti tematiche come la paura di sbagliare, il perfezionismo, le origini dei blocchi creativi.

Perché creare un Art Journal?
Per celebrare: la nascita di un figlio, il trasferimento in una nuova città o un nuovo Paese, l’arrivo del primo animale domestico, i preparativi del Natale, una nuova storia d’amore…
In poche parole, lo portano avanti come un modo per celebrare quell’avvenimento, perché disegnare ci invita ad un’osservazione profonda e un po’ incantata.

E’ un progetto sicuramente più ambizioso dei primi due, in quanto richiede più tempo e più impegno per mantenere con costanza l’abitudine di esercitarsi e magari anche creare un journal bello e interessante da sfogliare e guardare col passare degli anni; ma è anche molto gratificante!
Io ho tenuto un piccolo Art Journal nel 2010 quando sono partita per un viaggio a tappe per la Gran Bretagna, scritto e disegnato quotidianamente. E anche oggi che lo guardo, pur notando i miei disegni immaturi e incerti, ricordo il giorno che li ho fatti, e mi riportano alla mente i luoghi che ho visitato e le cose che ho visto, molto più che le centinaia di fotografie che avevo scattato!

Fa per te se:

  • Non sai come tenere un Art Journal efficace e bello da conservare
  • Stai cercando una guarigione creativa
  • Vuoi ritrovare la gioia di disegnare
  • Vuoi celebrare le piccole grandi cose della vita
  • Desideri qualcosa da sfogliare con malinconia e meraviglia tra qualche anno
  • Ti serve tanto spazio per sperimentare
  • Uno dei tuoi buoni propositi è quello di ritrovare tempo per te e la tua creatività

Non fa per te se:

  • I soggetti del quotidiano non ti interessano

Artist’s Journal Workshop
di Cathy Johnson
2011 North Light Books
144 pagine
Versione digitale Kindle disponibile

Allora, ti  è venuto un solletichino alla punta delle dita?
E’ il momento di disegnare!
Condividi su:
Continua a leggere
Asterisk La piccola libreria nell’albero che fa sognare
27/12/2018 Morena Forza in Varie / No comments

In un mondo che sembra sempre di più allontanarsi dalla magia della natura in favore della tecnologia, qualcuno ha trovato un punto di contatto fra due cose apparentemente agli antipodi.

Sharalee Howard lavora alla biblioteca pubblica di Coeur d’Alene, nel freddo Idaho; e l’amore per i libri sembra non fermarsi al suo lavoro.
Quando il grande e vecchio albero vicino casa si è ammalato, ha deciso di rendere il suo abbattimento qualcosa di utile, con un pizzico di poesia.

Una piccola biblioteca libera è stata costruita all’interno del tronco, a cui sono stati aggiunti un tetto, una porta a vetri e perfino un allacciamento elettrico che illumina i volumi messi a disposizione per ogni lettore di passaggio.

Le foto e i video della realizzazione di questo piccolo capolavoro che riesce davvero a fare sognare chi li guarda, hanno fatto il giro del web.
Ciò che è importante sapere è che questo progetto non è a sé stante; fa invece parte di un circuito che si chiama “Little Free Library”, che conta più di 75.000 piccole biblioteche sparse nel mondo.

Ogni biblioteca invita ed ispira i lettori di passaggio ed esalta il valore della lettura.
Non sono ormai poche le persone che visitano volontariamente le biblioteche “selvagge” cercandole sulla mappa messa a disposizione dal sito ufficiale del circuito Little free Library.

Il progetto, attorno a cui si sviluppano innumerevoli iniziative legate alla lettura, è stato fortemente voluto dal suo fondatore, Todd H. Bol, mancato lo scorso 18 ottobre, ed è un’eredità preziosa che fa pensare a quanto i libri ci possono dare.

Se anche tu hai sentito la scintilla della pazzia come me e ti stai chiedendo come aprire una Little Free Library, ecco come funziona!

Un piccolo lettore in posa davanti alla libreria. Certo che innevata, sembra proprio uscita da un sogno!
Condividi su:
Continua a leggere
Asterisk Tre stupendi libri illustrati sui gatti
07/11/2018 Morena Forza in Illustrati / No comments

In fatto di libri illustrati non ho dubbi: il primo amore non si scorda mai e per me è stato un albo sui gatti. Come ho raccontato il giorno del mio compleanno, ne avevo una gran paura, ma al tempo stesso ne ero inevitabilmente attratta.

Per molti anni ho avuto un certo timore verso questi misteriosi animali, alimentato anche da un mare di sciocchezze che mi venivano raccontate sulla loro natura.

Nel 2012 ho adottato il mio primo gatto; andando contro tutti i consigli di amici e conoscenti che mi spingevano a prenderne uno minuscolo, io ne ho scelto uno che era prossimo al primo anno di età ed era grosso. Pesava più dei miei due precedenti cani messi insieme.
Era grande, robusto, mangione e maldestro. Russava, ed era buono come il pane.
Per di più, il Mucca (così era conosciuto) era un gatto-colla.
Lo spazio personale con lui, non era pervenuto.

Non c’era modo di disegnare senza averlo fra i piedi: mordicchiava le punte dei pennelli nei barattoli e faceva cadere matite e pastelli.
Oppure si appostava a fianco o dietro il cavalletto della tavoletta grafica; si muoveva solamente per seguirmi se mi alzavo per fare merenda.

Mi è capitato di parlare con dei clienti prendendo appunti con una mano, mentre l’altra era occupata a tenerlo in braccio in tutti i suoi 9 chili di morbidezza.

Adorava stare al centro dell’attenzione: molto spesso è stato difficile fare foto per il blog o per la pagina di RDD, perché si sdraiava sopra alle cose appena le mettevo in posa.
I libri illustrati, poi! Quelli erano i suoi preferiti, un giaciglio perfetto.

Parlo di lui al passato perché purtroppo se n’è andato all’improvviso l’ultimo giorno di giugno, e per me è stata una doccia gelata, tanto che ho smesso del tutto di scrivere per quattro mesi.
Sono rimasti sospesi libri, ebook, e perfino il blog.

Eppure, i guai che combinava, le cose buffe che faceva, il suo immenso affetto restano sempre al presente nei nostri ricordi, come se non fossero passati che pochi giorni.

Forse per questo mi ha dato un certo sollievo sfogliare questi tre bei libri che sono usciti quest’anno.
Perché non parlano semplicemente di gatti, ma anche del loro rapporto col proprio essere umano, con freschezza e non senza un pizzico di ironia.

Mon amie Momo

di Hwang Misun

“Come so se il mio gatto mi vuole veramente bene?”
I gatti sanno essere enigmatici, soprattutto quelli più introversi, e noi cerchiamo un segno inequivocabile del loro affetto.
La stessa domanda se la pone la piccola protagonista di “Mon Amie Momo”, di Hwang Misun, che racconta la quotidianità fra una gatta e la sua umana.
Un libro delicato, espressivo e non privo di un interessante spunto di riflessione sul rapporto fra l’umano e il suo animale domestico.

I hate my cats - A Love story

di Davide Calì
Illustrazioni di Anna Pirolli

I gatti sanno essere un tormento, chiunque li adori sa che è così.
Capita di sgridarli e se sono particolarmente permalosi bisogna rincorrerli con un bocconcino succulento e imprevisto per tornare nelle loro grazie ad ogni costo. Perché vogliamo farci perdonare e non sopportiamo ci tengano il broncio.

In questo ironico e raffinato libro, Ginger, Black e il loro umano raccontano una quotidianità fatta di piccole grandi cose.
Scritto da Davide Calì ed illustrato con gran classe da Anna Pirolli.

Io l’ho acquistato in formato digitale Kindle.

Curiosità: Anna Pirolli è stata contattata per questo libro da Davide Calì dopo che ho condiviso sulla pagina di RDD una delle sue illustrazioni. E’ il caso di dire, “galeotto fu”! :-)

Cat Wishes

di Calista Brill
Illustrazioni di Kenard Pak

Un micio indipendente e molto sicuro di sè sostiene di non avere desideri, di non aver bisogno di nulla. Ma sarà davvero così?

E soprattutto: cosa rende Casa una casa?

Condividi su:
Continua a leggere
Asterisk 5+1 Motivi per non utilizzare immagini prelevate da Google
07/05/2018 Morena Forza in In evidenza / No comments

Illustrazione:  Kali Ciesemier

A volte è difficile spiegare perché prelevare da internet un’immagine (soprattutto a scopo commerciale) sia sbagliato, soprattutto a chi mastica poco la netiquette; eppure esistono motivazioni precise di stampo tecnico, legale ed etico per non farlo.

Diffondiamo questo post per fare sapere anche ai non addetti ai lavori perché le immagini da Google o Pinterest non vanno prelevate, men che meno a fini commerciali.

Perché è sbagliato utilizzare le immagini prese su internet?

1: Google non è una banca dati di immagini free

Facciamo un po’ di chiarezza: Google Immagini è un servizio che Google ha ideato dopo qualche anno dal lancio dell’azienda, nel 2007, a scopo informativo.
Se non ci credi, aggiornati, perché Google ha perfino tolto lo strumento “Visualizza immagine” proprio all’inizio del 2018 per tutelare chi produce immagini, impedendo di visualizzare un’immagine isolata dal contesto in cui è inserita.

2: Non siamo noi disegnatori a caricare le immagini su Google

Il motore di ricerca le preleva da siti, forum, social e altre fonti estrapolandole tramite un algoritmo dal loro contesto in base a delle parole chiave.
Non abbiamo caricato quelle immagini su web per offrirle al primo che passa, ma per promuovere il nostro lavoro (anche retribuito).
Inoltre, molto spesso le immagini che girano per social e piattaforme non sono state caricate da noi creativi, ma da qualcuno che le ha salvate dai nostri canali ufficiali e redistribuite a nostra totale insaputa sui propri socialDigiti e te le trovi davanti, ma non sono lì per te.

3: Prelevando immagini da internet corri il rischio concreto di controversie legali con privati e aziende che le hanno commissionate o acquistate.

Questo significa che utilizzando un’immagine potresti commettere a tutti gli effetti un furto, non solo verso il suo autore ma anche verso un’azienda (editori, case di moda, produttori di articoli di cartoleria, arredatori, agenzie pubblicitarie ecc), che ne detiene i diritti ed ha i mezzi legali per fartela letteralmente pagare. Pensaci bene.

4: Esistono le immagini stock, a pagamento e anche gratuite.

Esistono delle banche immagini per fotografie, illustrazioni e materiale grafico, alcune di esse totalmente gratuite. Prova a digitare in Google (facendone buon uso, stavolta) “Free stock images” o “Free stock illustrations” e ti si aprirà un mondo.

A differenza di quelle pescate a caso su Google o Pinterest o sui social, le immagini che trovi sui siti stock sono lì appositamente per te. Datti alla pazza gioia!

5: La stampa di immagini prese da internet è di bassa qualità.

Le immagini prese da internet sono a bassa risoluzione; questo significa che in stampa danno risultati tutto meno che professionali.

Se queste motivazioni tecniche, legali ed etiche non ti hanno convinto, eccotene una molto pratica: credimi, internet è piccolissimo.

Pensi davvero di passare inosservato?
Ormai su web si denuncia di tutto, dalle grandi aziende ai piccoli produttori disonesti.
Le cose che una volta era facile insabbiare si vengono a sapere e potresti essere svergognato in pubblica piazza o riempito di messaggi di protesta facendoci veramente una magra magra figura. Ci sono marchi che hanno perso cause, piccoli shop su Etsy o Ebay che hanno chiuso i battenti per questo motivo.
“L’immagine era su Google quindi è mia” lo avresti potuto dire suscitando un sorriso di compassione nel 2005. Nel 2018 è totalmente irrealistico.

Quando l'immagine non è utilizzata a fini commerciali

Perché non contattare l’autore dell’immagine per la tua iniziativa? E’ sbagliato comunque utilizzare l’immagine a sua insaputa.

E se il disegnatore o fotografo non volesse che quell’immagine venga abbinata a idee politiche o etiche in cui non si riconosce?

A me è capitato: qualche anno fa hanno utilizzato una mia immagine di una mamma col suo bambino per un’iniziativa contro le famiglie arcobaleno.
Io le supporto pienamente e odio ogni forma di discriminazione, perciò ho trovato molto offensivo l’uso di quell’immagine (per giunta modificata a piacimento con una grafica assai discutibile) per quel fine.
Impariamo a rispettare il lavoro degli altri, ce n’è tantissimo dietro un’immagine, che non si è certo fatta da sola.

Grazie! :-)

Letture

Condividi su:
Continua a leggere
Asterisk Come ho iniziato a fare illustrazione: il mio percorso a ostacoli
23/04/2018 Morena Forza in In evidenza / 6 responses

Negli ultimi tempi, sul blog, per email e durante corsi ed incontri, mi è stato chiesto come ho cominciato a fare l’illustratrice freelance. E’ stata insomma, la domanda frequente numero 1.

E così, in occasione del mio compleanno, ho deciso di raccontare il mio percorso.

Fun fact: volevo registrare degli audio e mi sono spostata in campagna, lontana dal frastuono della città e dei vicini.
Da brava ragazza di città, ho sottovalutato un temibile nemico: l’ugola della gallina media.
Terminata di registrare la intro infatti, mi sono resa conto che le urla e i litigi dal pollaio, in sottofondo, rendevano inascoltabile l’intero il contenuto.
Così, dopo molte risate, eccomi qui, tornata alla cara e vecchia scrittura.

Una ragioniera che disegna

Come ho raccontato brevemente nella mia pagina bio, ho studiato ragioneria e, dopo il diploma, Lingue e Letterature Straniere.

Nei primi mesi del 2007 iniziò un processo interiore inarrestabile che mi portò ad interrompere gli studi (che pure amavo molto) per buttarmi a capofitto nell’avventura che è diventata una fetta enorme della mia vita attuale.
Nell’autunno di quell’anno mi iscrissi al corso di illustrazione dello IED.
Grandioso, no?
Ma non andò affatto bene. Anzi, chiamiamo le cose col loro nome: fu un completo disastro.

Non tutto il male viene per nuocere

Due mesi dopo essermi iscritta mi accorsi di non riuscire più a tenere nulla in mano. Né una posata, né un pettine, né una matita.
Fu l’inizio di un incubo che durò diversi anni, di cui il primo in fase acuta, fu il peggiore della mia vita.

Passavo molto tempo a letto, debole e dolorante, e non potevo fare altro che leggere e guardare film.
Il mio stato di salute altalenante non aveva però spento le mie inclinazioni, le aveva intensificate; una volta finita la fase acuta, per tutto l’anno seguente mi concentrai su studio e disegno. Non potendo uscire granché, non ero in balìa di grandi distrazioni e questo velocizzò straordinariamente il mio apprendimento.
Quello è stato il grande periodo-spugna. Vedevo una cosa, provavo a farla e la assorbivo.

L'importanza di essere (quasi) pronti

Cominciai a fare sul serio: decisi di preparare un portfolio di 12 immagini e disegnare tantissime tavole “extra”, comprare un dominio e aprire il mio primo sito.
Che non era ancora questo.
Partecipai a qualche concorso e a qualche mostra, per mettermi in gioco.

Ma la differenza la fecero le ore che, quando riuscivo a uscire, trascorrevo in biblioteca e per librerie, a cui ne seguivano altrettante sui siti e sui cataloghi di produttori ed editori.
Con un taccuino alla mano appuntai meticolosamente una serie di informazioni preziose (cosa che periodicamente faccio ancora) che mi sarebbero servite per capire chi contattare.

Quando iniziai a farlo, le risposte furono piuttosto veloci. Imparai a prendere un quantitativo imbarazzante di porte in faccia senza fare un plisset.
A meno di un anno da quando facevo illustrazione, mi ero trovata a lavorare con uno dei più grossi gruppi editoriali italiani.
Fu frustrante, e difficile perché non ero completamente pronta per un’esperienza così “di alto livello”, ma fu istruttivo. E non mi pentii di essermici buttata.
E poi, il fatto di essere stata contattata da un cliente così importante mi diede molta fiducia e carica.
Il primo vero gradino che ha costituito uno spartiacque fra il prima e il dopo è stata la collaborazione con un editore francese (anch’esso di grandi dimensioni): da lì in poi arrivò tantissimo lavoro.

Non molto più tardi mi scrisse dal Portogallo Ines, la mia prima agente, che mi insegnò a tenere ordinato il portfolio e pensarlo per dei clienti a cui volevo arrivare.
In quel periodo mi appassionai più che mai al mercato dell’illustrazione e non solo ad illustrare.

E’ stato proprio così che, tra il 2014 e e il 2015, ho aperto partita IVA e ho rivoluzionato completamente il modo in cui disegnavo per potermi dedicare ai miei due mercati preferiti: quello britannico e quello americano.
Reinventarsi non è facile; ci sono voluti mesi di metodica ricerca e raccolta.
In un certo senso, non ho solo cominciato a fare illustrazione, ma ho anche ricominciato da capo. E senza fermarmi, perché non potevo permettermelo.
Questo mi ha portato nel giro di sei mesi ad essere contattata dalla seconda agenzia che ora mi rappresenta e che mi ha confermato che ero davvero molto adatta ai mercati a cui avevo voluto avvicinarmi. I miei studi sono stati davvero ripagati: ho raddoppiato le commissioni e lavorato spesso con Regno Unito, Asia e Stati Uniti.

Chissà quante altre volte dovrò rinnovarmi e, per alcuni aspetti, ricominciare.
Bisogna farci pace, se si vuole disegnare freelance.

Percorsi diversi, ostacoli segreti

Negli anni ho ascoltato e letto con interesse del percorso di altri illustratori.
Mi ricorda come a volte si arrivi alle stesse cose facendo strade completamente diverse.
A proposito di questo, ti consiglio di non fare mai confronti tra il tuo percorso e quello di un’altra persona.
Dal momento che non ne esistono due uguali, la cosa più saggia che puoi regalarti è concentrarti sulle tue tappe.
E’ difficile? Forse: ma dimezzare il tuo tempo sui social può fare miracoli!

Sui social quasi nessuno racconta quanto ha sgomitato per arrivare su quell’annual o per lavorare col grande cliente. Quanti weekend e festivi ha passato al tavolo da disegno mentre gli amici erano fuori a cazzeggiare.

Nessuno racconta quante pessime locandina per la sagra della porchetta e pallosissimi raccontini ha dovuto disegnare prima che gli venisse affidato il progetto dei suoi sogni.
E nessuno ti dice che ha fatto fatica, perché in fondo ci piace crogiolarci nella fiaba e nell’idea irrazionale che le cose arrivino per “magia”, solo desiderandole.

La fata Madrina c’era solo per Cenerentola. A noi, tocca farci il mazzo.

Quindi, buon lavoro!
Credi nei tuoi obbiettivi, più che nei tuoi sogni.

Approfondimenti

I miei manuali preferiti

Ecco i manuali che più mi hanno aiutata a districarmi nella giungla di questa colorata avventura. Ne ho letti tanti, ma questi sono decisamente i miei preferiti.

Condividi su:
Continua a leggere
Asterisk Affrontare le critiche – Intervista a Davide Calì
19/02/2018 Morena Forza in Editoria&Scrittura / No comments

Illustrazione: Benjamin Chaud, da “Non ho fatto i compiti perché

Questo quarto lunedì ospito l’intervista di Mariapaola Pesce a Davide Calì, autore di libri per l’infanzia e fumetti. Il tema è scottante: come si affrontano le critiche al proprio lavoro?
E come si può reagire quando un editore rifiuta il nostro progetto o il nostro portfolio?

Buona lettura!

A cura di Mariapaola Pesce

Ho conosciuto Davide agli esordi della sua carriera di autore, quando gestivo una piccola libreria per bambini. Insieme abbiamo tenuto qualche corso per aspiranti scrittori, poi le strade si sono divise, e mentre lui si affermava come autore, io mi dedicavo alla formazione, e con gli anni al coaching. È in questo ruolo che gli propongo questa chiacchierata.


Davide, hai iniziato come illustratore, e sei passato alla scrittura.
Ti sei “allontanato da” o sei “andato verso”?

Sono tutte così difficili le domande? Per me in realtà scrivere e disegnare è un po’ la stessa cosa. Quando disegnavo, avevo le storie in teste, i personaggi parlavano mentre disegnavo, come se vivessero di vita propria. Ora perlopiù scrivo, ma ho sempre il film della storia che mi scorre in testa, vedo come e dove si svolge l’azione, l’espressione dei personaggi, i gesti delle mani.
E di fatto scrivo anche le illustrazioni.
Ti faccio vedere un video.
David Grohl dei Foo Fighters spiega che per lui è stato facile passare dalla batteria alla chitarra, perché sono lo stesso strumento. Sembra assurdo, ma sono perfettamente d’accordo con lui.

Illustrazione: Ronan Badel, da “Les Bacon Brothers – Back in America

Torna un momento a quando illustravi (anche se sporadicamente lo fai ancora):
quali sono i ricordi principali di quel periodo?

Disegnavo molto. Ho immaginato moltissime storie che non ho mai finito e tante altre che ho finito e mai pubblicato. Disegnavo anche vignette e altro.

Poi hai scritto a lungo: hai oltrepassato quota 100 libri.
Tra le tante cose che fai, sei spesso dall’altra parte della barricata, come insegnante, editor e capo progetto.
Quali sono i momenti e gli aspetti più delicati?

Uno degli aspetti più delicati penso sia comunicare un feedback negativo o un rifiuto.

Non è facile in questo lavoro non prendere le cose sul personale e qualche volta gli artisti sono permalosi. Bisogna saper comunicare che quella dell’editore, è e rimane un’opinione.

Un rifiuto non è la fine del mondo, anche se una sfilza di rifiuti possono metterti in crisi e indurti a riconsiderare i tuoi progetti o la tua carriera. La stessa cosa vale per un feedback negativo. È un’opinione, e vale come tale in un certo contesto. Non è un giudizio con un valore assoluto.

Illustrazione: Raphaëlle Barbanègre , da “Biancaneve e i 77 Nani

Puoi svelarci il segreto del tuo stile nel dare feedback? Hai un modello a cui ti rifai, o qualcuno che ti ha dato consigli preziosi che offri anche tu?

Non so se mi rifaccio a un modello. Forse a un modello negativo. I modelli negativi mi sono sempre stati utili. Nel tempo ho visto tante persone che non volevo diventare e mi hanno aiutato enormemente a diventare un’altra cosa.

Ora che mi ci fai pensare, in questo primo anno di lavoro forse ho adottato il modello di Naomi, la mia editor a San Francisco. Lei è sempre super entusiasta del lavoro, ma ciò non toglie che lavoriamo i testi e le illustrazioni diecimila volte per arrivare alla perfezione e le sue mail sono zeppe di correzioni e richieste di cambiamenti da fare. Però spende sempre una parola per quello che le piace, con il suo caratteristico entusiasmo californiano, per cui alla fine dopo una mail di tre pagine, non percepisci solo che è tutto da rifare, ma anche che il lavoro le è piaciuto moltissimo.

A volte ho guardato Master Chef, con commenti imbarazzanti e spietati, tipo” avrei vergogna a dire di aver cucinato questo piatto”. Ti capita mai di dire a qualcun: questo libro fa schifo?

Non penso di averlo mai fatto. Ad alcune persone ho detto che a mio parere il loro lavoro era inadeguato a un mercato commerciale, ma questa io non l’ho mai intesa come una sentenza di morte.

È un’opinione ed è relativa all’adesso, non vuol dire che chi mi ha portato quel portfolio non combinerà mai nulla di buono. Però le persone che ti fanno vedere il loro lavoro spesso vogliono proprio sapere a che punto sono, ed è giusto dirglielo.
Se lo scopo è il professionismo, e ripeto se, perché se non lo è cambiano tutti i parametri, il mercato ha delle regole. Non mi soffermo nemmeno a dire se siano giuste o sbagliate, io le ho solo imparate e cerco di guidare le persone che vogliono seguire i miei passi perché arrivino dove vogliono.

Credo però che insultare qualcuno dicendogli che fa schifo non sia costruttivo ma un puro esercizio di egocentrismo e di presunzione. Confesso che non ho mai capito le finalità di Master Chef e di altri programmi sul genere, se sia solo giudicare aspiranti chef, o anche formarli, ma in ogni caso non mi piace la spettacolarizzazione che si fa dell’umiliazione. Soprattutto quando a farla è un presunto grande chef che poi inventa ricette con le patatine chips solo perché lo hanno pagato per farne pubblicità.

Illustrazione: Serge Bloch , da “Il nemico

Torniamo a noi: a te come autore, è successo? Se sì, ne hai tenuto conto? 

Che qualcuno mi dicesse che facevo schifo? Mi pare di no. Se è capitato non me ne ricordo. Non è stato facile arrivare dove sono, ma mi sembra di aver sempre incontrato persone abbastanza gentili.

Qualche volta incompetenti magari, qualche volta mi hanno dato con sincerità i consigli sbagliati, ma non mi ricordo nessuno che mi abbia mai insultato.
Ho ricevuto tanti no e con meraviglia di tanti, continuo a riceverne.

Beh, sì, un po’ mi meraviglia, l’idea che in molti hanno di te è che non sbagli un colpo!
Questo mi incoraggia molto nell’incassare i primi rifiuti che sto ricevendo come autrice.
Quindi, bisogna sempre tenere conto dei feedback degli editori?

Questa è una domanda che richiede una risposta complessa.
Ai miei corsi dico sempre che non bisogna prendere per oro colato qualsiasi cosa dicano del tuo lavoro. Ma quando sei all’inizio una delle cose difficili da capire è proprio fino a che punto accettare le critiche. Se non ne accetti, secondo me, non vai molto lontano.

Nel momento in cui pensi di condividere il tuo lavoro con qualcuno, per forza di cose, devi fare i conti con le opinioni e le visioni altrui. Al tempo stesso però, se ascolti i consigli di tutti rischi il cortocircuito.
L’editoria non è una scienza esatta: ognuno ha o crede di avere, la sua formula e per tendenza te la spaccia come unica per cui, ascoltando più voci il risultato è che non ci capisci nulla, perché ognuno dice il contrario degli altri.
Ciascuno deve trovare la sua strada, capire cosa vuole, dove vuole andare e fino a che punto si sente disponibile di seguire le richieste o i consigli altrui.

Il difetto principale degli editori, che confonde chi propone il proprio lavoro, è una visione sempre troppo auto-centrata, per cui quasi nessuno si ricorda di aggiungere “secondo me” quando commenta il tuo lavoro. Se dall’altra parte c’è una persona inesperta ovviamente prenderà il parere come un dato di fatto, un giudizio assoluto, cosa che non è quasi mai.

Ah, il magico potere del “secondo me”!
In questo senso, se un artista si accorge che un feedback è troppo duro, o generico, o sbagliato, tu cosa consigli?

Io consiglio sempre di segnare un confine molto netto, tra educazione e maleducazione.

Non bisogna mai accettare un giudizio palesemente offensivo. Spesso mi è capitato di illustratori che mi chiedono consigli per fronteggiare comportamenti anomali, perché non sanno come reagire. Si tratta perlopiù di comportamenti che non hanno a che vedere con la qualità del lavoro ma con la disponibilità dell’artista a lavorare gratis. C’è chi ti dice chiaramente: non sei nessuno, ti ho chiamato a fare un lavoro, dovresti ringraziarmi.

Aldilà della visione molto opportunistica, credo che la maleducazione sia fuori discussione.
Poi, se il giudizio è generico, forse non c’è interesse dall’altra parte a darne uno più accurato e, non si può obbligare qualcuno a farlo. Se è sbagliato e si sta già lavorando con qualcuno, penso si possa discutere. Se alla fine le visioni reciproche non combaciano si deve valutare la possibilità di lasciar perdere la collaborazione, oppure di accantonare il progetto per fare un’altra cosa.

Illustrazione: Sara Gavioli , da “Cornelius Holmes. il caso del barboncino dei Baskerville

La seconda parte di questa intervista
sarà online il 26 Febbraio.

Condividi su:
Continua a leggere
Asterisk Intervista a Pierdomenico Baccalario
12/02/2018 Morena Forza in Editoria&Scrittura / No comments

Fonte immagine: Il viaggiatore incantato

E’ il terzo lunedì di questa serie di interviste e oggi Mariapaola Pesce decide di scambiare quattro interessanti chiacchiere con Pierdomenico Baccalario, scrittore per ragazzi e giornalista, nonché fondatore dell’Agenzia BOT.

 

Buona lettura!

A cura di Mariapaola Pesce

Per cominciare, tutti ti conoscono come scrittore e giornalista, ma le tue attività non si fermano a quello. Mi interessa nello specifico la tua attività all’interno dell’agenzia Bot.

Ho fondato BOT tre o quattro anni fa (ho un brutto rapporto con il tempo, a proposito di non fermarsi), con la precisa intenzione di creare un’ambiente adatto al lavoro contemporaneo di più creativi. La mia esigenza era quella di creare un sistema – il più possibile organizzato, e il meno possibile formale – al vertice del quale ci fossero, appunto, i creativi.
Venivo da un’esperienza di lavoro, molto formativa, in cui, invece, il parere creativo veniva per ultimo, ed era sempre sottoposto alle esigenze/calendari produttivi.

I creativi sono persone molto affidabili, ma unicamente su un aspetto: l’entusiasmo e la qualità di quello che inventano. Tutto il resto: gestione del tempo, degli spazi, delle relazioni esterne e interne al gruppo, doveva essere costruito da zero.

Che sfida entusiasmante!
Io, per esempio, ci vedo opportunità rara di fare “pulizia”, eliminare il superfluo o il nocivo dei rapporti, le trappole, conservando solo ciò che piace e funziona.
Quando ti ho chiesto questa intervista, ti ho detto che quello che mi ha colpito di voi è la sensazione che siate un gruppo di amici che si conoscono da una vita e che intorno a questo a ad una passione in comune abbiano costruito carriera e futuro. Sono troppo romantica?

Per niente. C’è un vecchio detto che dice che non si dovrebbe mai lavorare con gli amici, perché si rischia di danneggiare entrambi gli aspetti di una relazione (amichevole e lavorativa).
Quello che è vero di questo detto è che è vecchio. Il mio gruppo di persone si è sicuramente fortificato su una forte base di amicizia (a partire dal primo dei miei colleghi – amici – collaboratori, Alessandro Gatti, con cui lavoro – e mi diverto, da più di venti anni).

La cover di Atlante dei Luoghi Immaginari

(P. Baccalario, D. Calì, illustrato da Isabella Mazzanti)

Grazie al progetto Omero ho conosciuto parecchi della tua squadra. Ognuno segue progetti individuali, offre collaborazione al resto del gruppo e non fa mai mancare il proprio incoraggiamento pubblico al lavoro degli altri, con grande generosità reciproca. Quali sono i segreti dietro a questa armonia?

Non sono così ingenuo da pensare che basti un’amicizia per lavorare insieme (ho amici con cui non dividerei mai la scrivania e loro con me), ma non penso neppure che si possa lavorare bene con persone che, dell’amicizia, non sappiano condividere alcuni valori essenziali: etica del lavoro, senso del dovere, progetto di cura reciproco, disponibilità a dare senza un necessario corrispettivo.

Sulla base di questo codice etico non scritto il nostro gruppo è cresciuto in competenze e, anche, in amicizia. Sei disposto a dare idee a un altro di noi, in cambio della promessa che ne riceverai quando sarai in difficoltà? Sei disposto a mettere a disposizione quello che sai e chi conosci, in cambio della promessa che gli altri faranno altrettanto? Hai voglia di leggere e correggere un manoscritto, senza ricevere altro in cambio, se non il fatto che potrai chiedere di fare altrettanto?
In poche parole: ti fidi degli altri? Se la risposta è sì, benvenuto. Fidandomi in prima battuta di chiunque vuole entrare nel gruppo ho fatto errori, ovviamente, come quel certo autore che non è mai riuscito a capire in che modo noi usiamo i contatti (in modo libero, ma rispettoso di chi ce li ha forniti) o di quell’ altro a cui abbiamo dovuto per anni riscrivere i libri sperando imparasse a farlo in autonomia, e che, invece, dalla facilità con cui altri scrivevano cose che a lui non uscivano così bene ne è rimasto schiacciato e oggi non scrive più.

Hai sollevato un tema straordinario: la fiducia.
Questo rapporto in cui si mettono a disposizione competenza (creativa, nella scrittura), affidabilità (il sapere di poter contare gli uni sugli altri perché si è già sperimentato), e la sincerità di intervenire su un’idea, un lavoro di altri perché migliorabile, sembra una definizione da manuale! Dì la verità, avevi dei modelli, quando hai cominciato a costruire il tuo gruppo?

La mia compagnia di giochi di ruolo, con me nel ruolo di Master, e unicamente perché sapevo fare quello: mettere le persone al giusto posto dentro a una storia che costruivo a poco a poco partendo da loro (e da una mia visione).
La mia prima visione, con BOT, è stata quella di lasciare le persone libere di fare quello che vogliono: BOT non è un’agenzia, né, abbiamo contratti di esclusività sulle persone. Abbiamo contratti sui progetti, sulle singole storie, sui libri. E per ognuna di queste storie, una rete di persone capaci di mettere in comune le idee. O, al contrario, persone che buttano idee agli altri nella speranza che diventino storie e progetti. Le idee, regalate a persone che danno valore alle idee, anziché perderle, si moltiplicano. Una volta che un’idea si forma, che si sviluppa, c’è chi se ne prende cura. Si condivide un modo di lavorare insieme, senza perdere la propria autonomia artistica, la propria cifra di riconoscibilità (del gruppo e di ognuno di noi).

Ho poi studiato per fare in modo che queste belle cose potessero diventare un modello di business sostenibile, che le collaborazioni di più persone a un unico progetto potessero essere quantificate per poterne dividere equamente gli eventuali guadagni e perché ognuno fosse soddisfatto di poter essere messo nelle condizioni di poter lavorare (e questo è fondamentale) da casa propria.

Stai via via esplorando una serie di temi che mi sono carissimi: la visione, per esempio, questo sogno di un futuro che non resta un’immagine nella testa, ma si mette in movimento per diventare presente!
Senti, ma fammi fare una provocazione: quando non funziona? Cosa succede se un progetto va male, o non piace a qualcuno di voi?

Si lascia lì. Ne servirà una parte, magari, per qualcosa di completamente diverso (e se lo si fa, si contattano gli autori originari). In genere il non funziona, però, lo affidiamo gli editori.

Sono loro a dirci se una cosa piace oppure no. Sono gli editori i nostri primi clienti. I lettori, invece, sono come noi: persone che si entusiasmano.

Una tavola  da Un drago in salotto (P. Baccalario, illustrato da Claudia Petrazzi)

E se non piace a te? Come ti comporti? Che tipo di leader sei?
Sei il tipo motivante, o quello dallo stile autoritario?

Un amico sardo mi definì una volta come un anarchico situazionalista. Ovvero uno a cui piace comandare e a cui piace che tutti seguano le regole. E che, se tutti seguono le regole, però, diventa anarchico e fa di testa sua.
Scherzi a parte, mi ritrovo in questa definizione, ma non forzo nulla se vedo che si muove e gli autori sono contenti. Abbiamo fatto e pubblicato storie di cui non so niente. Altre, invece, si fermano o hanno problemi. E allora intervengo. Il mio intervento lascia tracce, perché sono io a intervenire, con tutta la mia energia. Ma non intervengo sempre. Solo se c’è bisogno di un parere (di solito, di trama). Da un punto poi di vita di tutti i giorni dell’ufficio (il nostro ufficio è praticamente nella casa in cui abito), io mi occupo di un aspetto importante: cucino i pranzi per tutti. Tutti i giorni.

Interessante! Ti ci vedo, sia come anarchico che come chef. Poi magari ti rubo una ricetta, se ti va, dopo tutte queste domande serie!

Visto che hai parlato di una definizione che hai ricevuto da un amico, parliamo un po’ di feedback, di darne e riceverne.
Tu negli anni ne hai ricevuti migliaia, immagino. Cosa hai imparato?

Non leggo i pareri dei miei lettori, non leggo le recensioni, né gli articoli che eventualmente parlano di me, non guardo le classifiche. Niente di niente. Potete venire tutti a parlarmi. ben venga il feedback di persona. Perché costringe a reazioni fisiche immediate ed evidenti.

La penna – anche social, è meno diretta, più subdola. Verba volant, e meno male, nel senso che le cose raccontate possono andare lontane. Mi sono costruito il mio albero, non mi chiedete di starmene sempre ad ascoltare il rumore del vento!

Condividi su:
Continua a leggere
Asterisk Il mistero del ritratto scomparso (e ricomparso) di Oscar Wilde
09/02/2018 Morena Forza in Arte / No comments
Oscar Wilde

Lo scorso 6 febbraio, chiacchieravo con un’amica alla mostra di Henri Toulouse-Lautrec a Palazzo Reale e mi sono trovata a raccontarle di un particolare ritratto che l’artista aveva voluto fare a tutti i costi al suo caro amico, lo scrittore Oscar Wilde.

Avevo letto un articolo che ne parlava qualche tempo prima, ma non ne conoscevo l’aspetto.
E’ stato buffo: mano a mano che le parlavo delle circostanze in cui era stato realizzato il ritratto, mi sono resa conto che quella davanti a noi era proprio la litografia dell’opera.

La strana coppia

L’amicizia fra Wilde e Toulouse-Lautrec era senz’altro interessante, eccentrica (anche perché era cominciata proprio a Parigi in piena Belle Epoque ed entrambi vivevano molto sopra le righe!) e non passava inosservata, tanto che loro stessi furono disegnati insieme dal caricaturista R.Opisso:

opisso oscar wilde toulouse lautrec

Alto, chiaro e appesantito Wilde; piccolo e scuro l’artista, sproporzionato a causa di una patologia ereditaria che gli aveva causato una forma di nanismo fin dall’adolescenza.
Entrambi con una grande personalità, che esprimevano attraverso uno humor tagliente (e molto autoironico, nel caso di Toulouse-Lautrec) e uno stile di vita esagerato, fuori dagli schemi.

Un ultimo ritratto

Dietro questo acquarello c’è un singolare intreccio fatto di persone, nazioni, fatti e misteri.
La sua storia inizia nel maggio del 1895.

Nello stesso anno in cui la sua pièce teatrale “L’importanza di chiamarsi Ernesto” aveva avuto un clamoroso successo, Wilde, all’apice della carriera, venne accusato di atti osceni per via della sua omosessualità (illegale in Inghilterra fino agli anni Sessanta del secolo successivo).

Toulouse-Lautrec, che da sempre aveva apertamente difeso i diritti degli omosessuali e quindi sostenuto con grande affetto l’amico, si trovava a Londra la notte prima del processo; gli chiese così di posare per un ritratto.

Forse come gesto d’affetto, o per distrarlo?
Entrambi sapevano che le possibilità che Oscar Wilde venisse riconosciuto innocente erano quasi nulle, e quello per molto tempo sarebbe stato l’ultimo ritratto. Per molti, il fatto che fosse sposato e avesse dei figli non costituiva un’attenuante, ma l’esatto contratto.
Possiamo immaginare quindi lo stato d’animo dei due, soprattutto perché Wilde aveva rifiutato l’offerta di amici e parenti di fuggire nel continente, decidendo così di affrontare la propria rovina e il proprio destino.

Wilde ricevette l’amico nella sua casa di Londra, ma scoprì poi di essere troppo nervoso per rimanere seduto in posa.
Per questo motivo, il pittore lo dipinse a memoria, una volta tornato alla propria camera d’albergo. Ed è straordinario il modo in cui riuscì a catturarne l’essenza solo attingendo dal proprio ricordo.

Qui, un tocco quasi profetico, fa capolino nel ritratto: Toulouse-Lautrec aveva voluto aggiungere Westminster sullo sfondo e proprio il giorno seguente, durante il processo, vennero chiesti a Wilde dei dettagli a proposito di un bordello maschile localizzato a Westminster, che si scoprì poi avere sede vicino alla Camera dei Comuni.

Il mistero della scomparsa (e della ricomparsa)

Negli anni Cinquanta, il ritratto ad acquarello (che oggi vale più di un milione di sterline) scomparve da musei e collezioni e nonostante una serie di indagini fu impossibile reperirlo.

Molti anni dopo, alla fine del 2000, la notizia esce sul Guardian, destando un certo scalpore: il ritratto è riapparso, avvolto dalla stessa aura di mistero con cui era svanito nel nulla mezzo secolo prima. E proprio in occasione di una grossa mostra londinese per il centenario della morte di Wilde.

Sembra che a darlo in prestito alla British Library sia stato un collezionista europeo e lo abbia fatto con rigidissime condizioni: in forma anonima, e con un accordo di segretezza degno dello spionaggio industriale. Il collezionista infatti non vuole neppure che venga reso noto il suo Paese di residenza.

Mistero nel mistero, un altro collezionista “invisibile” ha contattato la British Library, dando in prestito un verbale del processo a Oscar Wilde (24-25 maggio 1895), fino a quel momento sconosciuto ai ricercatori, generando così nuove domande su un periodo così controverso della Storia dell’Arte e della nostra società.

Condividi su:
Continua a leggere
Asterisk Intervista a Roberto Santillo – Prima Parte
29/01/2018 Morena Forza in Fumetto / No comments

Per tre lunedì a partire da oggi, ospiterò delle interviste di Mariapaola Pesce ad autori di spicco.
Iniziamo con una serie di interessanti domande al fumettista Roberto Santillo (classe 1962) che nel 1993 è divenuto direttore dell’Accademia Disney.

Per Expo Show 2015 ha curato insieme al suo staff, la mascotte Foody e la sua serie animata.
Buona lettura!

Fonte immagini: Labo Fumetto

A cura di Mariapaola Pesce

Buongiorno, Roberto!
Te lo confesso, ho preparato questa intervista in uno stato di strana sospensione. Sono cresciuta amando i fumetti ed i film Disney, ora li regalo a mio nipote e con mia sorella scambio dialoghi a memoria o canto vecchie melodie.
Per cui oggi, lo ammetto, fatico a rimanere sul pezzo, e a concentrarmi sulle mie curiosità legate al contesto in cui voglio muovermi.
Vedremo se la bambina avrà il sopravvento sul coach?

 Hai esordito come fumettista, e sei piaciuto a due grandi del fumetto Disney italiano, tanto che proprio con Accademia Disney hai avuto il tuo battesimo. Sembra una storia un po’ da favola… E’ così?

Quei due grandi autori a cui fai riferimento erano Romano Scarpa e Giovanbattista Carpi.
In realtà non fu un grande exploit, il mio. A ragione direi, dato che il “portfolio” che mostrai era costituito da un unico e totalmente immaturo disegno! Una vera incoscienza da parte mia presentarmi così. Carpi trovò lo stesso utile indagare le mie intenzioni fino a trovare il modo di rilanciare quell’occasione che in quegli istanti pensavo fosse ormai tragicamente persa. Non si soffermò più di tanto ad analizzare quanto avevo disegnato, o forse non lo diede a vedere, iniziò piuttosto a scavare nelle motivazioni personali fino a “ripescarmi” malgrado l’approccio artistico che avevo mostrato fosse stato ben poca cosa. In pratica mi regalò la sua prima lezione di feedback tra art director e artista: quando incontri per la prima volta un artista, il suo lavoro è solo la chiave per parlare con lui di lui, non “l’oggetto” da giudicare.

La volta successiva, ben carrozzato da decine di disegni, mi presentai per un giudizio finale. Lui chiuse il colloquio positivamente dicendo: “Beh, allora ti aspetto. Non mi tradire”. Seconda lezione: quando dai il primo feedback positivo crea anche una responsabilità in chi lo riceve. Non male come protocollo per un giovane apprendista stregone, no?

No, non male! Nel giro di soli 5 anni, se non ricordo male, sei passato a dirigere la stessa accademia che ti ha visto come studente… Io non ho mai desiderato tornare ad insegnare nel mio vecchio liceo. In pratica sei passato da artista a manager, in qualche modo.
Com’è stato? Te lo aspettavi così, quando eri studente?

Non mi aspettavo niente del genere.
Ricordo solo che negli anni da freelance cercai di fare più esperienze possibili in ambito Disney; diventai forse il meno prolifico tra i nuovi autori in termini di storie a fumetti ma probabilmente uno tra i più poliedrici. Mi sembrava occorresse una preparazione smisurata per gestire anche minimamente questi Personaggi straordinari che, a mio sentire, erano cittadini di un immaginario collettivo nell’ intero pianeta. Temevo di non avere abbastanza tempo per recuperare il gap che sentivo tra l’occasione che mi era stata data e le mie capacità reali. Occorreva studiare, studiare e studiare ciò che aveva reso questi Personaggi, unici.
Mi sentivo profondamente impreparato e forse inadeguato. Quando successivamente mi fu chiesto di condurre l’Accademia Disney, pensai che fosse l’occasione concreta e inaspettata per immergermi, da ricercatore, nell’Universo Disney così come speravo. Insegnare equivaleva a mettersi costantemente in gioco, quindi a non smettere di imparare. Di contro fu un po’ come aver scelto il percorso da direttore d’orchestra, insomma, rinunciare ad essere un possibile autore. Ma ero attratto profondamente dall’ incontrare energie provenienti e il territorio creativo che la Disney mi offriva da esplorare era davvero smisurato.

Immagino che nel tuo lavoro tu abbia a che fare collaboratori fissi, interni in azienda, una gran quantità di consulenti e creativi esterni.
Sei tu che ne coordini il lavoro, per un obiettivo comune.
Come riesci a conciliare le due realtà diverse, soprattutto avendo a che fare con teste vivaci, appassionate come possono essere quelle di artisti che già di per sé sono degli outsider?

Esatto, sì, questa è la mia realtà attuale.
Concluso un lungo periodo dedicato alla formazione e progettazione in paesi come Cina, Corea del Sud, Giappone, sono passato allo sviluppo di nuove properties ed alla realizzazione di comics e graphic novel basate sulle creazioni degli Animation Studios, dalla Pixar e dalla Lucas Film. Un contesto di stampo più produttivo, fatto di scadenze e passaggi obbligati che sicuramente ben conosci, provenendo dal mondo aziendale!
E’ difficile parlare di un metodo di coordinamento ben preciso ma è vero che entrano in gioco dei capisaldi fondamentali ricorrenti nella relazione con gli artisti.
Portfolio a parte, occorre indagare il carattere, il temperamento, l’attitudine verso il lavoro di gruppo della persona scelta. Al tempo stesso, non forzare niente che non sia già insito in quel temperamento, piuttosto gestire la relazione con l’artista perché gli sia palese l’opportunità di crescita del proprio profilo artistico e personale.
Naturalmente occorre indagare cosa equivalga al termine “crescita” per quel singolo talento, e non dare per scontato che sia ciò che abbiamo da offrirgli solo perché marchiato Walt Disney!

Anche se in effetti, essere in un progetto Disney, penso sia di per sé un fattore di soddisfazione!

Ma non basta! Un altro fattore chiave trovo che sia il che coinvolgimento della persona avvenga nella fase iniziale del progetto, in quella sorta di fase “staminale” che è presente in ogni lavoro. Se, per forza di cose, il coinvolgimento avviene in una fase successiva, faccio di solito di tutto per ripercorrere ogni momento chiave precedente lasciando che l’artista diventi comunque uno “sponsor emozionale” del progetto.
Questa fase può indurre la preoccupazione di un allungamento non previsto dei tempi. In realtà, per esperienza spesso fa la differenza tra cogliere il potenziale che l’artista è in grado di esprimere o incappare in una performance sotto le aspettative.

La gestione del tempo, la progettazione accurate! Un sogno, spesso, nella vita aziendale in cui si vive di emergenze e programmazioni da un giorno all’altro.
Io, per esempio, ho vissuto per anni tra conference call e riunioni. Ne ricordo di estenuanti, che servivano solo a fissare i criteri di riunioni successive, in cui si decideva come definire gli ambiti di un possibile progetto… e via così. Come team coach ho ancora i brividi! Come funzionano le tue riunioni?

“Ci aggiorniamo”. Eccola, puntuale, la frase mistica dalle implicazioni pratiche misteriose, a conclusione della riunione tipo! Scherzi a parte, il tema delle riunioni, come sappiamo bene, è da sempre oggetto di ragionamenti e aggiornamenti metodologici focalizzati a migliorare la loro efficacia. Difficile produrre e gestire la riunione ideale. Certamente esistono profonde differenze tra riunioni organizzate esclusivamente con partecipanti artisti/sceneggiatori e quelle circoscritte ai soli manager interni. In entrambi i casi a mio parere, comunque, è fondamentale la presenza di una figura chiave, una sorta di nocchiero capace d’ essere ad un tempo leader e facilitator, dotato di grande capacità di ascolto, di rilancio e di sintesi.
Nella mia esperienza, la situazione più complessa è quando mi trovo a gestire la riunione in cui è necessario si incontrino così detti creativi “puri” con componenti del management interno. In quei casi, solitamente, a salvare il tutto è il ruolo dell’“interprete” tra i due mondi, intento a ristrutturare il pensiero di una delle due parti al fine di renderlo efficace all’altra.
Può sembrare macchinoso ma equivale semplicemente a tradurre affermazioni tipo: “non è quello che avevamo chiesto” in “sembra ci sia ancora spazio per andare oltre” e “questa sì che è un’immagine molto bella” in “questa immagine funziona più della precedente”. Meglio ancora se a ciò segue una spiegazione costruttiva del ragionamento che ha portato a quel feedback.
Il linguaggio è importante e va adattato di volta in volta tenendo conto, ad esempio, della fase che sta attraversando il progetto stesso. Durante lo stadio d’incubazione è necessario che la comunicazione alimenti il più possibile l’immaginario positivo dell’assemblea, mentre in una fase di finalizzazione occorre che il lavoro di parafrasi sia accurato e opportunamente selettivo dei contenuti.

La seconda parte dell’intervista sarà online il prossimo 5 febbraio!

 

Roberto Santillo ci racconterà cosa significa essere direttore dell’Accademia Disney, quali sono i suoi modelli di riferimento e come ha gestito alcuni responsi negativi quando era un fumettista agli esordi.

Condividi su:
Continua a leggere
Post meno recenti