Categoria: Professione Disegno

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Asterisk Quando e come si sceglie un agente?
20/03/2017 Morena Forza in Guide e Tutorial / 2 responses

Nell’articolo dedicato alla traduzione dei 10 consigli di Anna Goodson, abbiamo scoperto le caratteristiche di una comunicazione efficace per stringere un primo contatto con un potenziale agente.
Prima ancora, però, dovremmo avere scelto bene chi contattare. Come farlo?

Perché io ho scelto di avere un agente, anzi… due!

Al momento in cui scrivo i miei lavori sono rappresentati da due agenzie: Illustopia e Advocate Art che, per accordi contrattuali, si occupano di zone geografiche differenti.
Ho sentito l’esigenza di appoggiarmi ad un agente per poter raggiungere dei bacini di mercato quasi del tutto inaccessibili senza una figura intermediaria, primo fra tutti quello anglosassone, che è sempre stato uno dei miei obbiettivi professionali.

Una nota doverosa, prima che si scateni la caccia grossa all’agente!
Molti dei miei amici e colleghi non sono rappresentati e lavorano ugualmente bene.
Essere rappresentati, infatti, non è indispensabile per fare gli illustratori, soprattutto lavorando con clienti italiani, che anzi spesso sono refrattari all’idea di lavorare con un un intermediario fra loro e l’illustratore che hanno ingaggiato per un progetto. Per questo, in Italia lavoro sempre senza il supporto dei miei agenti.

Le mille e un’agenzia: come scegliere?
evidenza_mouni_feddag_agente

Online si trovano intere directories di agenzie di illustrazione, c’è l’imbarazzo della scelta.
Che è anche nostra, non solo dell’agente. Insomma, non siamo solo noi a venire selezionati da un’agenzia, dovremo valutare bene chi può rappresentare il nostro lavoro.

Sei criteri per scartare o selezionare dei potenziali collaboratori:

1: Nomi e cognomi
Un agente serio ci mette la faccia. Se c’è almeno il nome completo del fondatore dell’agenzia, buon segno.
Un rapido controllo su LinkedIn potrebbe aiutarci a capire com’è organizzata l’attività.

2: Recapiti chiari
La trasparenza è tutto: verifichiamo che sul sito siano disponibili i dati commerciali dell’attività, ovvero indirizzo fisico e email, numero di telefono. Google Maps ci può anche aiutare a capire se l’indirizzo è vero o fittizio.

3: Un sito professionale
Un sito ben fatto ci dice che l’agenzia investe nella promozione degli artisti che rappresenta e che si tiene aggiornata in modo competitivo sul mercato. Viceversa, un sito antidiluviano ci dice l’esatto opposto.

4: Affinità 
Meglio accertarci che l’agenzia da contattare si occupi di settori in cui già lavoriamo o in cui desideriamo inserirci. Osserviamo se il nostro stile sarebbe adatto a quelli trattati, consultando le gallery degli artisti rappresentati.

5: Qualità dei lavori sul sito
Bisogna sempre mirare in alto: una buona agenzia (che cioè lavora tanto) deve portarci più lavoro e per farlo, rappresenterà bravi illustratori. Le gallery ci raccontano quanto un’agenzia è selettiva. Più lo è, meglio è (e non il contrario come potremmo pensare!)

6. Nessuna richiesta di soldi
Un’agenzia seria non chiederà denaro per finanziare materiale promozionale: occuparsene anche economicamente è il suo lavoro! Bisogna sempre leggere bene i contratti e se questo aspetto non viene menzionato è meglio chiedere.

Illustrazione di Mouni Feddag

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Asterisk Come proporsi ad un agente: i dieci consigli di Anna Goodson
16/03/2017 Morena Forza in Guide e Tutorial / one comment
Quante regole!

Il piglio di Anna Goodson potrà apparire duro e lapidario, ma dopo qualche anno da illustratrice per professione capisco bene le linee guida che ha stilato per spiegare come contattare un agente (e soprattutto come non farlo).

Spesso, infatti, ci dimentichiamo che dall’altra parte dello schermo sarà una persona a leggere la nostra email, soppesarla, a visionare il materiale che abbiamo inviato. E non dovrebbe succedere, sia per rispetto del suo tempo, sia perché va contro i nostri stessi interessi.

Una voce autorevole

Anna Goodson, fondatrice della Anna Goodson Illustration, lavora da più di vent’anni nel mercato dell’illustrazione e spesso dona spunti molto interessanti nei suoi post.

Per questo motivo ho deciso di tradurre per i miei studenti questi 20 punti e di condividerli anche sul blog. Scusate le eventuali imprecisioni linguistiche e alcuni tagli, ma non sono una traduttrice e ho deciso di abbreviare un po’ ;-)
Trovate qui l’articolo originale.

Dieci cose da fare per approcciarsi a un’agenzia
Marta Antelo, illustratrice rappresentata da Anna Goodson
  1. Fate una ricerca sull’agenzia. Sappiate perché volete fare parte di quell’agenzia.
  2. Spedite un’email molto educata indirizzata a una persona in particolare.
  3. Mantenete l’email breve e gradevole. Personalmente impiego dai 10 ai 20 secondi per le email che ricevo su richieste inerenti l’essere rappresentati.
    Non leggo email lunghe e curriculum, per me non sono importanti. Lo sono i lavori.
  4. Cinque o sei immagini a bassa risoluzione mi bastano per una prima occhiata. Se non sono sicura o voglio vederne altre, mi piace passare a un sito semplice, efficiente e ben costruito. Molti sono gratis oggigiorno o poco costosi, suggerisco a tutti di averne uno.
  5. Decidetevi! Se lavorate con diversi stili, sedetevi, bevete qualcosa, guardate i vostri lavori e prendete una decisione su quale stile volete per essere conosciuti. Mi piace assumere illustratori che hanno uno stile riconoscibile che è solo il loro. Anche se potreste essere in grado di lavorare con un po’ di diversi stili, cercate di concentrarvi su uno solo e rendetelo eccezionale.
  6. Mi piace abbastanza sapere per chi avete lavorato. La mia decisione non è basata su quello, ma sarei una bugiarda se non dicessi che potrebbe avere la sua influenza.
  7. Adulatemi. Ciò che intendo dire è che ho una preferenza per gli illustratori che davvero vogliono essere rappresentati da me. Fatemi vedere che avete fatto le vostre ricerche, che conoscete la mia agenzia, che sapete che i vostri lavori sarebbero adatti.
  8. Non abbiate timore di chiedere ulteriori comunicazioni sulle email che avete inviato. Non fatevi intimidire da nessuno, inclusa me o altri agenti. Siamo tutti esseri umani con i nostri punti di forza e le nostre debolezze. La maggior parte di noi agenti sono persone carine. Ho la massima ammirazione per gli illustratori che seguo.
  9. Accettate la critica costruttiva se avete la fortuna di riceverne. Solitamente gli agenti rispondono solo se sono interessati a collaborare con voi, ma se ricevete un feedback che sembra una critica, accettatelo e imparate da ciò che vi viene detto. Vi farà migliorare e vi renderà più forti.
  10. Seguite il vostro cuore e non arrendetevi. Niente è facile nella vita, ma se seguite alcuni di questi semplici punti, potrebbe aiutare.
Dieci cose da evitare assolutamente
hugo-herrera
  1. Quando inviate un’email non scrivete mai “A chi di competenza”. E’ insultante.
    Se non sapete come si chiama l’agente, cercate di scoprirlo prima di contattarlo.
  2. Non scrivete mai “Dear Sir o Madame”. E’ lo stesso.
  3. Non siamo amici. Forse lavorando insieme lo diventeremo, ma nella prima email non mi conoscete e di sicuro io non conosco voi quindi non vi rivolgete mai a un agente scrivendo “Caro amico” o “Hey ciao come stai”, non è professionale.
  4. Mai e poi mai, in nessun caso, dovreste spedire a un agente un’email in CC (copia nascosta ndr) con altri agenti come destinatari. Se non avete tempo o non vi prendete il tempo di spedire email separatamente, non vi meritate di essere rappresentati.
  5. Non inviate un’email lunga o non la leggerà nessuno.
  6. Assicuratevi di scrivere il nome dell’agente correttamente.
  7. Personalmente non apro mai file .zip quindi meglio non inviarne. Un agente non ha bisogno di vedere molte immagini per capire se è interessato oppure no.
  8. Non mi piace molto vedere i vostri lavori su Facebook, Instagram o Pinterest. Fatevi un sito!
  9. Non prendete un rifiuto sul personale.
  10. Accettate il fatto che non sarà facile.
Il punto di vista di un’illustratrice

So che leggere tutti questi “fate” e “non fate” in quei due lunghi elenchi può incutere timore, ma se ci riflettete bene non si tratta che di semplici regole di buon senso ed educazione.

Altri accorgimenti vengono spontanei col tempo, ma quelli forniti da Anna Goodson mi sembrano ottimi punti di partenza.

Un agente non è il nostro migliore amico, è un collaboratore. Si lavora insieme, si cercano soluzioni nell’interesse di entrambi. Per questo motivo il rispetto deve essere alla base di un rapporto che deve sempre rimanere professionale da parte di ambo le parti. E deve esserci fin dalla prima email, che rappresenta l’equivalente digitale del nostro biglietto da visita. Lo tireremmo mai in faccia a qualcuno? O li tireremmo mai tutti insieme come il granturco ai piccioni in piazza Duomo? Ecco cosa intendevo, quando mi riferivo al semplice buon senso! :-)

Si può dire poi, che a grandi linee le regole riportate nell’elenco che ho tradotto dall’articolo della Goodson, siano applicabili anche all’interno di un altro contesto: quello in cui ci si propone a dei clienti, editori in primis.
Quindi, facciamone tesoro più che possiamo!

Abbiamo visto come proporsi ad un agente: ma quando e come sceglierlo? (Si avete letto bene: anche noi scegliamo chi contattare!)
Lo vedremo il prossimo venerdì.
Stay tuned. :-)

Illustrazioni di Marta Antelo e Hugo Herrera: 1|2|

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Asterisk Illustrazioni: come possono essere disposte all’interno della pagina?
07/03/2017 Morena Forza in Illustrazione / 8 responses
Toon Tellegen|Marc Boutavant "Non sarai mica arrabbiato?" - Rizzoli
Si fa presto a dire “illustrazione”!

Avendo seguito una formazione quasi al cento per cento autodidatta, i primi tempi era un vero problema capire cosa i clienti (ed in particolar modo gli editori) mi stessero chiedendo a livello concreto: tutti quei termini sconosciuti mi confondevano le idee.
La maggior parte delle redazioni, infatti, non richiede genericamente “delle illustrazioni” per un progetto, ma  per esempio “12 illustrazioni di cui 4 passanti, 5 spot e 3 doppie”.

Sono sincera: mi vergognavo da morire a chiedere cosa intendessero, non volevo passare da novellina (anche se lo ero in tutto e per tutto!); quindi fingevo di capire, per poi chiamare di fretta un collega per uscire dall’imbarazzante situazione in cui mi ero cacciata.

Incertezza ai minimi termini

Mi sarebbe piaciuto avere un rapido specchietto da consultare di volta in volta; così ho pensato di farne uno per i miei studenti (sto temporaneamente insegnando illustrazione per l’infanzia) e di condividere sul blog le slide che ho preparato, sperando possano essere utili anche a voi.

Questo è importante, sia per padroneggiare i termini della professione, sia perché va ricordato che diversi tipi di illustrazione vogliono diverse tariffe da applicare: uno spot non può certo essere pagato quanto un doppio spread. Conoscendo queste formule possiamo solidificare la nostra consapevolezza come professionisti, imparare a formulare dei preventivi corretti per l’occasione e comportarci di conseguenza.

Allora buona lettura… e niente paura! :-)

Insegnanti e blogger: avete bisogno di utilizzare questi materiali per una lezione o un post? Preferirei saperlo, c’è tanto lavoro dietro. Parliamone! :-)

Per capire come possono essere disposte le illustrazioni all’interno delle pagine, utilizzeremo una sommaria stilizzazione dell’apertura di un libro.

Questa è facile: nella “doppia“, detta anche double spread o doppio spread, un’illustrazione riempie nella sua interezza lo spazio dell’apertura, quindi le due pagine affiancate.
Un modello molto comune nell’albo illustrato.

Cosa sapere sul doppio spread

L’illustrazione può comprendere delle zone sfumate che accolgono il testo; oppure può essere sovrapposto direttamente sul disegno.

Con le dovute eccezioni, l’illustrazione doppia è fra quelle meglio retribuite, perché comprende una composizione più ricca di elementi.

In ambito di illustrazione di testi scolastici è il tipo di richiesta meno frequente.

Esempi di illustrazione doppia
Octavia Monaco "La nascita delle stagioni" - Arka Edizioni
Francesca Sanna "Il viaggio" - Emme Edizioni
Una doppia utilizzata sui risguardi: Nika Goltz "Il principe felice"

L’illustrazione singola riempie nella sua interezza (o quasi) la pagina, con o senza la sovrapposizione del testo sull’immagine.
Scelta spesso presente nel libro illustrato.

Attenzione però: se abbiamo due diverse illustrazioni nella stessa apertura non siamo in presenza di un’illustrazione doppia, ma di due singole!

Esempi di illustrazione singola
Nika Goltz "Il principe felice" (edizione russa)
Toon Tollegen| Marc Boutavant "Non sarai mica arrabbiato?" - Rizzoli

L’illustrazione passante è una tavola che si dispone su due pagine, ma non nella loro interezza. Questo la differenzia dalla doppia. Particolarmente utilizzata nell’ambito dell’illustrazione di testi scolastici a stampo narrativo, come le antologie.

L’immagine può riempire una pagina e una porzione dell’altra; oppure riempire solo due porzioni di entrambe le pagine interrompendo il testo in determinati punti. Si tratta comunque di tipi di passanti.

Esempi di passante
Può capitare che nei libri illustrati narrativi, tavole come questa vengano trattate a livello contrattuale come "doppia", ma tecnicamente è una passante. Da "Allora, litighiamo?" di Béatrice Fontanel e Marc Boutavant - Sinnos

Lo spot è un’illustrazione o un disegno di dimensioni ridotte; può precedere il testo, seguirlo, interromperlo in alcuni punti . Molto utilizzato sia nei libri illustrati che nell’illustrazione scolastica.

Esempi di spot
Uno spot di dimensioni più tipiche. Marc Boutavant "Non sarai mica arrabbiato?" - Rizzoli

La cornice è una decorazione composta da uno o molteplici piccoli disegni che circondano interamente o parzialmente un testo o una porzione di testo.

Esempi di cornice
Una colorata cornice che Mary Blair disegnò per "I can fly" - Little Golden Book

L’intervento fotografico consiste in una o più illustrazioni sovrapposte e interagenti con una fotografia. Solitamente viene utilizzato nell’ambito della pubblicità o nei packaging, oppure nell’illustrazione di testi scolastici.
Ma ci sono anche casi di intervento fotografico in alcuni albi illustrati, come nel caso di “Sonno gigante, sonno piccino” di Giusi Quarenghi e Giulia Sagramola (Topipittori).

Esempi di intervento fotografico
Intervento fotografico in "A scuola si legge!" - Giunti Scuola

Sono abbastanza sicura di avere dimenticato qualcosa, ma a grandi linee dovrebbero esserci le tipologie più diffuse di illustrazioni richieste.
Ah, ovviamente in uno stesso libro possono essere presenti più combinazioni!
Non mi resta che augurarvi una pioggia di doppie: buon lavoro. :-)

E… non abbiate paura di chiedere cosa non sapete, meglio fare la figura dei novellini che affogare nell’incertezza!

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Asterisk I corsi online di Pixar su animazione, colore e narrazione sono davvero fantastici. E completamente gratis!
22/02/2017 Morena Forza in Animazione / No comments

Alcuni giorni dell’anno sembrano proprio Natale, senza 25 dicembre sul calendario, senza carole, dispute pandoro-panettone e cenoni ipercalorici con i parenti.
Oggi infatti mi sento come se avessi aperto un grosso regalo inaspettato sotto l’albero: ho appena scoperto che un colosso come Pixar mette a disposizione gratuitamente, fra gli altri, un intero corso sullo Storytelling, riprendendo a quanto leggo, i contenuti di “Pixar Storytelling: Rules for Effective Storytelling Based on Pixar’s Greatest Films“, libro di Dean Movshovitz del 2015.
Il progetto “Pixar in a Box”, in collaborazione con Khan Academy ha reso pubblici diversi tutorial e guide che sembrano uno più irresistibile dell’altro.
Guardate qui, c’è davvero l’imbarazzo della scelta!

Alla scoperta di animazione e narrazione

Quasi tutte le lezioni online sono a video, e in sola lingua inglese, ma sono disponibili sottotitoli in inglese attivabili tramite le impostazioni YouTube, sembra tutto molto intuitivo.
Non occorre essere registrati al sito per seguire le lezioni, ma farlo è l’unico modo di memorizzare nel sistema i nostri progressi e sapere fino dove siamo arrivati a seguire ogni singola videolezione, quindi secondo me è consigliabile.
C’è di più: sul sito di Khan Academy è possibile seguire ogni video visualizzando in scorrimento lo script (quindi tutto il discorso per iscritto) nella parte inferiore della schermata.
Questo permette a chi non ha l’orecchio allenato all’inglese di premere stop e recuperare il significato delle parole che sfuggono alla comprensione; ma anche di prendere appunti copiando eventualmente le informazioni riportate nel testo senza dover riascoltare a nastro ciò che viene detto nel video. Questa attenzione mi è piaciuta da subito.

I corsi nascono da un’impostazione americana di formazione, mescolando lezioni vere e proprie a curiosi dietro le quinte in cui disegnatori, animatori, scienziati, sviluppatori, scultori e altre figure cardine del mercato dell’animazione spiegano i procedimenti alla base del loro processo di lavoro.
Come raccontano presentando il corso di Storytelling, “Tutto parte da un’idea”, ma quello che poi fa la differenza è un meticoloso lavoro di équipe nella produzione di un film di animazione in cui Arte, scienza e matematica si fondono in armonia.

Come sono stati strutturati i corsi Pixar
Il programma di "The Art of Storytelling"

Oltre ai video, ogni corso comprende dei testi che possono essere consultati in qualsiasi momento. Sono guide, ma anche approfondimenti ed esercizi.

Pixar e Khan Academy hanno idealmente frammentato le fasi di lavorazione di alcuni progetti classificandole in “Animation”, “Character Modeling”, “Patterns” e “Effects”. Ognuno di questi argomenti viene sviluppato in due lezioni, una di introduzione e l’altra più avanzata.
Per dare un’occhiata più da vicino alle lezioni che sono state preparate per noi avidi utenti, vi consiglio la lettura introduttiva che si trova qui.  Una seconda guida è invece dedicata a chi fa formazione e quindi insegna, non male davvero!

Domande e commenti

Come me vi fate domande del tipo “Quella che sto pensando di fare è una domanda scema?” ad ogni corso che frequentate? Ottimo! Sarete felici di sapere che in calce ad ogni lezione è possibile commentare o leggere le domande di chi ha seguito il corso, aggiungendo così informazioni molto interessanti a ciò che abbiamo appena imparato o che non abbiamo osato chiedere.

Proprio come mi è appena successo, scoprirete che a volte le domande che ci facciamo sono più che lecite, e condivise da molte persone. Rincuorante! :-)

Letture

Pixar Storytelling 
Rules for Effective Storytelling Based on Pixar’s Greatest Films”
di Dean Movshovitz (2015)
Dieci capitoli per scoprire le regole della magica narrazione Pixar

The Animator’s Sketchbook
Pixar (2015)
Un’esplorazione completa delle fasi di sviluppo di un film di animazione

Funny!: Twenty-five Years of Laughter from the Pixar Story Room
di John Lasseter
Chronicle Books (2015)
Un libro dedicato agli appassionati Pixar, con molti concept e scene tagliati che non hanno raggiunto il grande schermo

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Asterisk 10 cose che ho imparato rendendo il mio hobby un lavoro
18/04/2016 Morena Forza in Professione Disegno / 8 responses

Da consigli un po’ scontati e motivazionali come “Devi crederci” al disfattismo puro di certe frasi come “Non può essere un lavoro vero”, tutti hanno qualcosa da dirti quando vuoi tentare l’intentabile: provare a trasformare ciò che più ami in un impiego a tempo pieno.
Invece, molte sono le cose che scopri quando inizi una vera e propria attività come disegnatore, ma quasi nessuno ti racconta certi dietro le quinte.
Ecco cos’ho imparato io fino ad ora. (Tutte le illustrazioni sono di Chi Birmingham)

 

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  1. Partiamo dal segreto più inconfessabile, che alcuni arrivano perfino a negare: è probabile che all’inizio si debba fare un altro lavoro, per avviare l’attività di disegnatore. Può trattarsi di  un impiego del tutto estraneo al disegno, come preparare piadine, o vendere gelati, oppure consistere in un lavoro più creativo: grafica o art direction, per esempio.
    E non c’è niente di male, perché lo si fa per supportare il proprio sogno, facendolo diventare un vero e proprio progetto di vita.
  2. Non ci si sente mai pronti al cento per cento per cominciare.
    Nell’immaginario comune ed ideale, un bel giorno le nuvole si aprono nel cielo, una luce dorata ti illumina, senti il suono delle fanfare: “SEI PRONTO!”
    Invece, come spesso accade nella vita, i cambiamenti sono graduali e le scelte avvengono perché si tenta di fare qualcosa. Ed in effetti, pensandoci bene, qualunque inizio è sempre un passo nel vuoto. Avviare un’attività professionale, poi, è sempre un esperimento: nessuno ti dà la garanzia che funzionerà.
    Le capacità tecniche nel disegno devono essere decisamente avanzate, ma c’è una serie di abilità che si acquisiscono solo sul campo, lavorando.
    Viviamo in un’epoca iper-scolarizzata e forse per questo abbiamo l’ansia di dover sapere tutto subito, prima di fare qualcosa. Ma non è sempre possibile: a volte bisogna solo buttarsi per cominciare ad imparare, facendo.
  3. Per essere disegnatore professionista, non occorre “sfondare”.mug_birmingham
    Il mito della fama deriva un po’ dalla cultura televisiva in cui ci hanno fatto il bagnetto fin da bambini. Per noi nati fra gli anni Settanta ed i primi Duemila, infatti, è molto facile abbandonarsi a fantasticherie grandiose sull’essere invitati a grandi kermesse, dormire in hotel di lusso e passare la vita a firmare dediche ai saloni. Certo, è possibile, altrimenti fumettisti ed illustratori celebri e super incensati non esisterebbero, ma non è l’unico modo per essere disegnatori professionisti. Ci sono centinaia di illustratori e fumettisti che lavorano regolarmente senza apparire in eventi di rilievo. Disegnano dietro retribuzione (anche dignitosa!) e a volte perfino nell’anonimato. E ci si mantengono comunque.
    Questo è vero anche per altri lavori di stampo artistico che vengono spesso impropriamente associati alla celebrità: scenografi, musicisti, attori, cantanti, fotografi…
  4. Alcuni editori, famosi e corteggiati dagli illustratori e dai fumettisti, in realtà pagano una miseria.
    Nonostante si diano molte arie, alcuni prospettano compensi ridicoli, non si sa bene in cambio di cosa. Prestigio? Forse. Non l’ho ancora scoperto, per ora, ma tutto sommato forse non intendo neppure farlo.
  5. Anche il disegno è un’attività professionale regolarmente inquadrata in ambito fiscale. E’ un lavoro vero.
    Siamo d’accordo, disegnare è meraviglioso, altrimenti non staremmo qui a parlarne. Ma molti dimenticano che un mestiere di stampo artistico è pur sempre un lavoro come un altro. Per lo Stato stiamo producendo servizi e ricevendo una retribuzione. Siamo perciò ufficialmente collocati all’interno del mercato del lavoroPer questo rimane sempre nostro compito informarci su diritti e doveri che acquisiamo iniziando un’attività di disegnatori freelance. Esistono buoni commercialisti e centri CAF presso cui informarsi.
    Meglio invece lasciar perdere il metodo MioCuggino: “Ho sentito dire che…”, perché in Italia cambia tutto con ogni nuova finanziaria. E lo so che sono argomenti noiosi, ma meglio occuparsene seriamente prima per non pentirsene in un secondo, amarissimo, momento.
  6. Si è soli, in studio, ma non si lavora davvero da soli.ink_birmingham
    Se è vero che lavorare in proprio significa gestire orari e spazi con una certa libertà, questa deve essere compatibile con i ritmi lavorativi, che sono dati anche dal cliente o dalle persone con cui si collabora. Ci sono tavole che diventano una sorta di lavoro di gruppo; si ricevono osservazioni e modifiche anche da più di una persona per volta e quindi alla fin fine si lavora in squadra, anche dal proprio piccolo studio. All’inizio è difficile mettere da parte l’ego, ma col tempo si diventa meno gelosi dei propri disegni, ed è un toccasana. Si impara tanto.
    Inoltre, i ritmi di vita tipici dell’artista (che lavora di notte e dorme di giorno) devono spesso essere ridimensionati: a meno che non si lavori con un gruppo di persone che vivono oltreoceano, e si possa quindi contare sul fuso orario, la maggior parte delle redazioni, delle agenzie e degli studi con cui si collabora fanno orari d’ufficio.
  7. Vincere concorsi è piacevole, ma meglio non focalizzarcisi troppo. 
    Diciamocelo, partecipare è stimolante, vincere è una botta di adrenalina ed autocompiacimento. Male non fa. Ma non è il caso di “sentirsi sistemati”: il mito del “vincere un concorso e garantirsi una brillante carriera” è duro da sfatare. Mito fra l’altro molto legato al punto 3 di questa lista.
  8. Non ci sono solo i libri e i fumetti.books_birmingham
    In Italia siamo letteralmente ossessionati dai libri illustrati. Ma, per fortuna, il disegno si applica a molti altri tipi di commissione. Pubblicità, app, prodotti tessili, packaging, prodotti di cartoleria… la lista è lunga. Non solo, ma molti disegnatori mantengono la sana abitudine di trattare clienti privati. Vogliono bigliettini, magliette personalizzate, partecipazioni di nozze, cartoline per le festività e per i sacramenti, e costituiscono una fonte di onesto guadagno. A volte hanno anche molto più rispetto di quanto si possa pensare. Ho imparato a non snobbarli.
  9. Trovare tempo per disegnare in libertà diventa difficile.
    Questa è stata una delle lezioni più dure: quando si disegna tanto per commissioni, non rimane molta energia per pensare a idee proprie. Eppure bisogna sforzarsi di farlo, per non perdere il contatto col proprio universo artistico. In definitiva, trovare un equilibrio è molto impegnativo e non sempre possibile; almeno non in alcuni concitati periodi.
  10. Non esiste un punto di arrivo, quindi tanto vale godersi il viaggio.
    Quella del disegnatore è una professione che potenzialmente promette una crescita infinita. Si è migliorabili sempre, per tutta la vita e non esistono traguardi definitivi. E’ una delle ragioni per cui amo più questo lavoro e non rimpiango la mia scelta. C’è sempre possibilità di evolversi, di conoscersi, di mettersi alla prova e di sviluppare nuove ambizioni, progettare sfide sempre nuove.
    Non c’è limite alla crescita artistica che si può sperimentare impegnandosi con costanza e tenacia. Quella che oggi sembra la tavola perfetta, domani sembrerà acerba ed ingenua: non c’è uno solo dei miei libri o dei miei altri progetti, che guardo e non cambierei da capo o quasi. Ma
    è un buon segno, sempre, perché significa che c’è crescita, che la testa continua a funzionare e il lato artistico e professionale a maturare.

 

 

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Asterisk “Io aspetto”: il filo rosso della vita e dell’attesa
16/12/2015 Morena Forza in Illustrati / one comment

Cosa c’è dietro un libro? Come ormai i più affezionati lettori di RDD sapranno, non c’è niente che mi piaccia di più che curiosare nei dietro le quinte di libri e albi illustrati.
Soprattutto da quando anche io ho cominciato a farne e ho imparato quante “scene cancellate”, modifiche e revisioni cambiano quello che poi è il libro che finisce sugli scaffali.
L’inizio di un progetto libro è qualcosa di molto affascinante, dall’idea al prodotto finale; un po’ come accade per i film (l’ho mai detto che sono appassionata della sezione Trivia e di scene tagliate nel cinema?).

A questo giro, ho intervistato Davide Calì che mi ha raccontato (e mostrato in esclusiva, come vedrete!) molti retroscena di “Io aspetto” (titolo originale “Moi, J’attends”), che quest’anno compie dieci anni e tratta con delicatezza, semplicità ma nessuna banalità il tema del tempo della vita e dell’attesa che l’accompagna. L’albo è illustrato da Serge Bloch che, come racconta Davide nell’intervista, ha scelto di legare le scene fra loro per mezzo di un filo rosso.

Un filo rosso che cresce, si tira, si aggroviglia, che si spezza per sempre…o solo per un po’.

 

"Io aspetto" Davide Calì Serge Bloch

Crescendo aspettiamo sempre cose diverse e col passare degli anni impariamo ad attendere non solo per noi stessi ma anche per coloro che amiamo: aspettiamo con loro e per loro uscendo un po’ da quell’egocentrismo che ci ha accompagnato durante infanzia ed adolescenza.

"Io aspetto" Davide Calì Serge Bloch

Come tutti i libri di Davide Calì, anche questo ha più piani di lettura e permette quindi di essere letto con sfumature diverse da bambini e da “grandi”. Davvero consigliatissimo, anche per un bel regalo!

"Io aspetto" Davide Calì Serge Bloch Kite Edizioni
Io aspetto“, edito in Italia da Kite Edizioni (56 pp, copertina flessibile)

Ciao Davide, quest’anno “Io aspetto” compie nove anni. Quante cose sono cambiate dal giorno in cui l’hai scritto? Aspetti ancora le stesse cose?

In realtà ne ha già compiuti dieci! Il libro è francese ed è uscito nel 2005. In Italia è uscito un anno dopo. Ma poco importa. In dieci anni sono cambiate tante cose. Quando il libro è uscito, stavo appena cominciando a lavorare in Francia e nessuno mi conosceva. Adesso in Francia sono ormai di casa. Nel frattempo ho cominciato a lavorare anche negli Stati Uniti, in Portogallo, Canada e presto in Inghilterra. Ma tutti hanno cominciato a ricordarsi il mio nome dopo questo libro.

Le cose che aspetto? Sono ancora le stesse. Aspetto ancora di avere un gruppo rock.

Com’è nata l’idea di raccontare il ritmo della vita legandolo in modo così stretto all’attesa?

In principio il libro era solo una lista di cose che si aspettano. Poi, mentre buttavo giù la lista, mi sono reso conto che certe cose le aspettiamo intensamente solo da bambini, altre cominciamo ad aspettarle più tardi. E mettendo in ordine le attese il libro ha preso forma, diventando una storia sul senso della vita.

"Io aspetto" Serge Bloch Davide Calì

Hai scelto tu Serge Bloch come illustratore per “Io aspetto”? Di chi è stata l’iniziativa di portare avanti il libro tramite l’espediente del filo rosso?

Me lo propose Emmanuelle Beulque di Sarbacane. Io all’epoca avevo visto poco del lavoro di Serge, ma quel poco mi piaceva molto. Ci siamo conosciuti solo dopo l’uscita del libro.

In seguito abbiamo continuato a lavorare insieme, ma mai a stretto contatto: Serge quando lavora ama stare per i fatti suoi. L’idea del filo è sua. Mi ha raccontato che gli è venuta in mente mentre cercava quello che in francese si chiama “fil rouge” per unire le situazioni che raccontavo nella storia.

Il formato di “Io aspetto” esce dai canoni soliti in commercio. L’avete pensato prima di proporlo agli editori oppure lo avete discusso con loro?

Il formato è frutto del caso. All’epoca preparavo spesso le maquettes dei miei libri. Difficilmente inviavo un testo senza schizzi. Lo faccio ancora, ma ora lavoro in digitale.

Avevo appena finito la maquette di un libro quadrato, con molte pagine. Rifilando il quadrato mi era avanzato un blocco di fogli allungati. Mi spiaceva sprecarli, così li ho usati per illustrare la maquette di questo libro che aveva pochissimo testo.

Serge ha guardato i miei disegni ma poi ha fatto il suo lavoro, in completa autonomia. Il formato però gli piaceva ed è stato lui a chiedere se potevamo tenerlo. Il formato è senz’altro uno degli elementi responsabili del successo del libro.

Ci sono state molte modifiche o tagli per storia o illustrazioni? Sono sempre curiosa di sapere com’era un progetto libro “alle origini”.

Emmanuelle all’inizio era in dubbio sul tema della morte. Le sembrava rischioso. Così mi chiese di provare una versione senza. Poi, dopo qualche settimana di riflessione mi scrisse per dire che avrebbero tenuto l’originale. L’altra in effetti non l’ho nemmeno conservata e non ho il minimo ricordo di come fosse. Qualche poi modifica c’è stata perché Serge ha eliminato alcune pagine che non avrebbero funzionato con il filo rosso, e ha aggiunto la scena del carro funebre che io non avevo previsto."Io aspetto" Davide Calì Serge Bloch

Ti mando qualche pagina estratta dallo storyboard originale.
E’ la prima volta che lo pubblico, quindi hai una vera esclusiva! (ne sono molto onorata! ndr) Come vedrai, in principio il personaggio maschile e femminile si alternavano. Ho poi ripreso questo meccanismo in un libro successivo, Teindres bêtises à faire quand on est amoureux.

Lo storyboard originale:

La proposta iniziale della cover di "Io aspetto"

"Io aspetto" Davide Calì Serge Bloch

"Io aspetto" Davide Calì Serge Bloch

"Io aspetto" Davide Calì Serge Bloch

"Io aspetto" Davide Calì Serge Bloch

Mi colpisce come il mondo dell’infanzia diventi “Il mondo dei grandi” in poche pagine, raccontato in modo semplice ma mai banale.
Qualcuno ti ha mai chiesto se non ti fossi posto il problema di come i bambini potessero capire (o non capire) le attese dei grandi raccontate in questo libro?

Direi di no. Non mi pongo mai troppo il problema di come i bambini accoglieranno le mie storie. Girando per saloni incontro anche molte classi e negli anni ho imparato che se da un lato i bambini sono molto conservatori, dall’altro sono anche molto aperti alle cose nuove, ai cambiamenti, a ciò che li fa pensare.

Noi adulti siamo l’opposto. Pensiamo sempre di essere molto aperti, ma non appena nella nostra routine interviene qualcosa di diverso, ci sentiamo destabilizzati.

"Io aspetto" Davide Calì Serge Bloch Kite Edizioni
 “Io aspetto” | Kite Edizioni | 56 pagine, copertina flessibile | Circa 12 euro
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Asterisk Le 7 regole d’oro dell’illustrazione secondo Quentin Blake
08/06/2015 Morena Forza in Illustrazione / 2 responses

blake

E’ l’illustratore che ha disegnato i miei libri preferiti dell’infanzia, quelli di Roald Dahl e Bianca Pitzorno.
Quentin Blake per me rimane sempre il top. :)
Ieri su Artists&Illustrators sono state pubblicate queste 7 regole per la buona illustrazione stilate proprio da lui e ho pensato di mettere a disposizione una traduzione su RDD. Buona lettura!

Dettaglio di una pagina tratta da "The Roald Dahl Treasury"
Dettaglio di una pagina tratta da “The Roald Dahl Treasury”

1) PERDI LE TUE INIBIZIONI

Tutti sanno disegnare qualcosa. Alcuni sono imbarazzati perché pensano di non essere molto capaci, ma quello che dico loro è: “Disegna quello che puoi vedere davanti a te”. Se lo riguarderai dopo resterai sorpreso di cosa hai portato via da quella persona, quella situazione, quel paesaggio. Hai afferrato qualcosa. Potrebbe non essere ciò con cui pensavi di cominciare, ma quel grado di concentrazione va molto bene per questo sistema. Lo faccio da 75 anni e continua ad essere interessante.

2) CONOSCI I TUOI PERSONAGGI

Presentati ai tuoi personaggi disegnandoli. Se hai intenzione di creare il personaggio, continua a pensare al personaggio e alla situazione che hai inventato. […] Per quando avrai finito il libro sarà diventato qualcuno che conosci.

Il frontespizio di "The Roald Dahl Treasury". Un giorno vi racconterò come questo libro ha trovato me, per le strade di un paesino in Cornovaglia. :-)
Il frontespizio di “The Roald Dahl Treasury”. Un giorno vi racconterò come questo libro ha trovato me, per le strade di un paesino in Cornovaglia. :-)

3) METTI IN LUCE L’AUTORE

Una buona illustrazione è quella che completa e contrasta il testo. Bisogna formare un duo con l’autore. L’autore è il personaggio principale però; come illustratore devi enfatizzarlo. Ho dovuto fare molto di questo con i libri di Roald Dahl. C’è un punto in “Matilda” in cui la Trinciabue è così arrabbiata che prende un piatto e lo tira sopra la testa di Bruce Bogtrotter. Ho scelto di disegnare il momento in cui alza il piatto, non il pezzetto in cui lo scaglia contro di lui, perché quello è il momento dell’autore. Il tuo lavoro è lavorarci attorno.

Tratto da “Matilda”

4) NON GIUDICARE IL LIBRO DALLA COPERTINA…

…Ma apprezza sempre il suo valore. Questo è un aspetto importante della buona illustrazione e per me molto interessante perché disegnare copertine per libri è una delle cose più difficili.

Bisogna fare in modo che il libro abbia un aspetto interessante e che dia una sensazione della sua atmosfera e genere, ma allo stesso tempo non si deve dire troppo. Deve stimolare l’appetito senza soddisfarlo.

5) PRENDI ISPIRAZIONE DAI TUOI DINTORNI

Sono influenzato dal paesaggio in Francia, dove vivo. Uno dei miei libri, Cockatoos, si svolge attorno ad una casa in Francia. Di solito lascio indietro gli sfondi se non ne ho bisogno, ma in quel libro ogni pagina è ambientata in una stanza diversa della casa. Mi sono divertito a disegnarci tutti i dettagli francesi.

Come molte illustrazioni tratte dai libri di Blake, “Coockatoos” è diventato parte di una serie di tappezzerie per bambini. Favolosa, no?

 

6) NON ESSERE PRETENZIOSO

Non conoscevo molto bene Roald Dahl per il primo libro o il secondo. Qualcuno disse che la sua era una personalità difficile ma non fu davvero un problema. Cominciai a visitarlo a casa sua a Great Missenden e feci degli schizzi di come pensavo che sarebbero stati i personaggi. Instaurammo una bellissima collaborazione: parlammo dei disegni ed ero pronto a cambiare le cose. Non sono così schizzinoso – è parte del mestiere, dopotutto – ma volevamo che i disegni facessero parte del lavoro. Eravamo diversissimi, ma molto dell’umorismo era lo stesso.

Dettaglio tratto da "The Roald Dahl Treasury"
Dettaglio tratto da “The Roald Dahl Treasury”

7) SII ADATTABILE

Con Roald Dahl non si sapeva mai cosa sarebbe successo dopo. Per esempio, Gli Sporcelli è una  severa caricatura come libro, mentre altri, come Danny, il campione del mondo sono quasi poetici. Il contrasto è interessante – devi adattarti ad un nuovo libro ogni volta.

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Asterisk Lettera ad una studentessa di illustrazione
19/03/2015 Morena Forza in Illustrazione / 5 responses

Cara studentessa, io mi ricordo di te.
Ti sei messa timidamente in un angolo della seconda fila, per passare un po’ inosservata e poi, in modo diligente, hai cominciato a prendere appunti. Il tuo sguardo curioso e pieno di timoroso entusiasmo mi ha subito colpita. In te esplodeva un tumulto di domande, l’ingordigia di chi vuole imparare tutto e subito.

Poi, dopo un po’, hai alzato la mano e hai chiesto durante quella lezione: “Che cosa mi consigliereste per lavorare come illustratrice?”. Sei arrossita immediatamente. Avevi chiesto troppo?
Ha risposto un professore, sfregandosi la barba (un professore di quelli veri!) col suo sguardo tagliente e sarcastico. Ti ha detto in modo eccessivamente sanguigno :”E’ la cosa più ovvia del mondo. Si lavora come illustratori quando le proprie tavole sono qualcosa di così bello ma così bello, da fare rimanere tutti con la bava alla bocca. Ecco, prima di allora, prima che le tue tavole non abbiano lasciato con la mandibola penzoloni tre quarti della popolazione, non sarai pronta per lavorare.”

 

1951

Tu sei rimasta zitta e il colore dalle guance si è smorzato in pochi secondi. Io ti guardavo.

E’ stato un attimo: mi sono rivista alle superiori, già coi miei palesi problemi di gestione delle gerarchie. Avevo circa tre anni meno di quelli che tu ora hai. Per me le persone sono tutte uguali: tutte meritano rispetto e non mi è mai interessato se una indossa un abito di sartoria, una dovrebbe essere il mio capo, un’altra ha una divisa… Hanno tutte il mio rispetto ma nessuna più di altre. E finché lo portano a me.
Ero quella che quando i prof. attaccavano con discorsi pomposi e fuori dalla vita reale iniziava a roteare gli occhi o ad assumere un’espressione di sufficienza, prima di poter controllare la propria reazione. E quindi, veniva bollata come “quella polemica“. A me non interessava che fossero professori: io li vedevo come persone. E le persone possono dire cose geniali o dire emerite stronzate. Scusa il francesismo, lo sapevo che sarei diventata scurrile; del resto non sopporto proprio la prevaricazione in nome di una posizione fittizia inventata dal genere umano.
Non ho mai sopportato la scarsa capacità di essere concreti e di riconoscere che fuori dalla scuola, e comunque fuori dal proprio ambiente, esistono miliardi di altre realtà. Possibili e perfino probabili o certe.
Solo perché per noi una cosa funziona in un dato modo, non significa funzioni così per tutti.
E non c’è niente di peggio di un professore, una figura di riferimento (che gli piaccia oppure no) che si arroga il diritto di decretare cose di questo tipo, spacciandole per verità sacrosante ed intoccabili.

Cara studentessa, quanto avrei voluto dirti queste cose…
Il fatto è che sono passati 14 anni da quando roteavo gli occhi in aula magna, ma non sono cambiata di una virgola: una risatina sotto ai baffi (o meglio dire, sotto alla maxisciarpa) è fuggita velocissima all’ascolto di quelle parole.
Dai, ma davvero?
Sono la prima che cerca di mettercela tutta quando lavora per qualcuno, che sia la mamma che chiede un biglietto per la partecipazione al battesimo del suo bambino, o la grande casa editrice o agenzia.

Ma per favore: restiamo coi piedi per terra.
Le mie librerie traboccano di volumi illustrati di artisti pluripremiati, che sono pluripremiati perché hanno raggiunto l’eccellenza in questo mestiere e in ambito artistico e perché sono di esempio per chiunque sia appassionato di questa affascinante disciplina.
Questo mi spinge però ad una riflessione che, alla luce di un’opinione così radicale nei confronti di una studentessa come te (che non ha ancora gli strumenti e la solidità per farsi un’idea sua della questione nella sua interezza e che perciò si fida di quello che le viene detto) mi sento di riportare in questo post. Per te e per quelli come te che si fidano e si lasciano travolgere da frasi come quelle.

Per favore, fatti un favore.
Quando ri riferiscono leggi e frasi lapidarie, fai un respirone e cerca di vedere con obbiettività se quelle cose sono vere solo per chi le dice o se possono esserlo per te.

Esistono milioni di persone talentuose e tutte con storie diversissime, situazioni variegate, percorsi unici, esperienze che non sono percorribili per tutto il resto del mondo.
E gli altri? E noi?
E noi procediamo per la nostra strada.
Puntare all’eccellenza è doveroso: altrimenti non si cresce.
Ma ti posso garantire che no, il mondo è pieno di persone (anche persone fantastiche, perché ne conosco direttamente per mia fortuna) che non avranno una Caldecott Medal mai nella loro vita (probabilmente compresa me) eppure sono persone che lavorano con dignità, scrupolo, impegno, passione e soprattutto onestà.
Facendo il loro meglio: inseguendo la propria personalissima eccellenza.
Lavorano anche se non sono pluripremiate e non hanno pubblicato con la casa editrice enorme in Francia o Stati Uniti. E questo non fa di loro professionisti di serie B. Un professionista è un professionista: è tale per il suo bagaglio e per come affronta il suo lavoro con un’etica e un impegno di alto livello. Si alza la mattina, si lava, mangia, disegna, disegna, disegna, disegna, poi consegna, viene pagato, paga le tasse. E il ciclo ricomincia da capo.

Il resto è aria fritta: cara studentessa, mi dispiace non averti potuto rispondere, quel giorno. La mia risposta è: esistono infiniti tipi di lavoro per un illustratore e credimi, quelli che fanno cadere mandibole sono pochissimi e non sono gli unici a far lavorare. Anzi, si dà il caso che noi illustratori che conduciamo una vita normalissima siamo la maggior parte e va benissimo così.
Cara studentessa, io una Caldecott Medal te la auguro, potrebbe darti tanta soddisfazione. Ma non aspettare di vedere cadere mandibole davanti ai tuoi lavori: vai a lavorare. Quello farà di te una professionista, unitamente al tuo impegno e alla tua serietà.
E a tutte le cose che imparerai.
Non permettere mai a nessuno di ridere di te perché non lavori a progetti abbastanza cool: almeno, che abbia la buona creanza di non cercare di fartene vergognare, dicendotelo in faccia.
Impara a non fidarti di quelle persone che hanno bisogno di calpestare ciò che fai per galvanizzarsi. Non tutta la sincerità nasce per trasparenza. A volte è solo una scusa per potere ferire liberamente.
Non hai bisogno della loro approvazione: segui la tua eccellenza.
Ci sono disegnatori che passano i pomeriggi a dipingere limoni ad acquarello; i limoni che poi trovo sulle tovaglie sul tavolo di mia madre. Disegnatori che preparano schemi da ricamo, che poi trovo sulle riviste in edicola. Altri che da ghost, colorano fumetti e non vedranno mai il loro nome sui volumi che hanno curato da coloristi. Altri ancora, che disegnano piccoli progetti per piccole case editrici o piccole agenzie e nonostante faranno le due del mattino per consegnare, non riceveranno nessuna medaglia. Non faranno cadere mandibole. Ma saranno felici perché fanno il lavoro che amano.

Chiariamo una volta per tutte, a nessuno cadrà la mandibola davanti alla tovaglia a limoni di mia madre. Ma se tu ami disegnare quei limoni, se lo fai con professionalità, ti piace e svolgi un lavoro onesto e paghi le tasse… Non hai niente da giustificare a nessuno.
Prepara i pennelli e riempi il mondo di agrumi ad acquarello. Mia madre ne va pazza.

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Asterisk Gesture drawing, il disegno in movimento: intervista a Nicola Sammarco
Morena Forza in Animazione / No comments

E’ bravo, simpatico e soprattutto super talentuoso: insomma, non potevamo davvero resistere all’invitarlo per un workshop da Roba da Disegnatori. E manca poco, pochissimo!
Nicola Sammarco ci racconta come è approdato in Disney e Dreamworks, cos’è il gesture drawing, a cosa serve e come può migliorare il tratto di un disegnatore.
Tutto, in questa intervista. Buona lettura!
(tutte le immagini sono tratte dalla pagina Facebook di Nicola Sammarco)

 

Ciao Nicola, quanto tempo fa hai iniziato a disegnare nell’ambito della concept art e perché secondo te è un po’ diverso da altri ambiti del disegno professionale?

La concept art è diversa e più affascinante! Come nell’animazione ma anche nei videogames creare un concept è sempre un piacere, sei libero di esprimerti. L’artista può realizzare davvero ciò che sente sul personaggio o sull’environment (l’ambientazione ndr) con molta meno pressione che purtroppo c’è in altri ambiti lavorativi. Certo, ci sono dei canoni o delle regole anche qui da rispettare, ma è probabilmente il lavoro più aperto e libero che ci sia.

Cosa è stato più difficile per te da imparare?
Probabilmente Photoshop! Si, da autodidatta , quando i tutorial non erano così presenti su internet, è stata davvero dura! Il disegno è qualcosa che si apprende in una vita, non si può stabilire quando ho imparato cosa.

Di cosa ti occupi ora grazie alla concept art?

Attualmente lavoro come layout artist per Disney, e come Concept character artist per un nuovo progetto in Dreamworks. Però proprio ieri ho ricevuto un’email importante da un altro studio, non posso dirvi quale , dove verrò assunto come concept artist, logicamente se andrà bene il test! Cosa che renderò ufficiale presto, se positiva.

In cosa consiste il gesture drawing e perché è diverso nello studio dei soggetti rispetto ad altre discipline legate al disegno?
Il gesture drawing è l’arte di saper sintetizzare, leggere il movimento del corpo. Far emergere le emozioni dei gesti più che la corretta anatomia. Fondamentale per poter apprendere il disegno in tutte le sue forme. Ottimo per l’animazione, fumetto e qualsiasi altro campo! Poco conosciuto qui in Italia, anche se Leonardo Da Vinci ne era già a conoscenza, ma ben radicato negli States. Il gesture era materia di studio alla Disney animation, dove insegnava Walt Stanchfield, il più grande esponente del gesture drawing, ne parleremo al workshop.

Per un disegnatore che ha già studiato prospettiva, anatomia, composizione, in che modo il gesture drawing rende la sua preparazione più completa?

Il gesture aiuta a sciogliere la mano, insegna a leggere le emozioni del corpo, così da poter disegnare personaggi più vivi, più espressivi. La differenza sarà visibile realmente! Un personaggio con più gesture, risulta più accattivante! Come ho già detto, è fondamentale per tutti gli artisti che vorranno migliorare lo staging dei loro personaggi.

 

Quale consiglio dai a chi sogna di occuparsi di concept art e di lavorare nell’animazione?

Disegnare è l’unico modo per migliorare e di conseguenza per ottenere visibilità e lavoro. Non si ottengono risultati senza lavorare sodo. Non ci sono scorciatoie, c’è solo chi ha volontà di cambiare le cose e chi vuole miracoli. Nel workshop spiegherò come affrontare una fiera come Lucca Comics (per il fumetto) o il CTN (per l’animazione) e su come prepare un portfolio adatto ad ogni esigenza!

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Asterisk Il momento magico
12/03/2015 Morena Forza in Creatività / 5 responses
Un momento può essere una manciata di secondi oppure un intero periodo.
Ci pensavo proprio la scorsa settimana, quando mi sono vista anticipare la consegna di dieci giorni da parte di un editore. In meno di sette, ho lavorato a nove tavole definitive doppia pagina.
Con mio grande stupore mi sono messa febbrilmente al lavoro con una grande voglia di farcela. Non senza sfregarmi le mani e prepararmi la ciambella ortopedica che, in seguito all’incidente dello scorso febbraio, mi sta aiutando a non consumarmi il coccige sulla mia sedia Ikea finto-ergonomica.
Nonostante lo stress della richiesta e il pochissimo tempo con cui avrei potuto disegnare mi sono messa a riflettere con una certa concentrazione ad un momento molto ben definito, mentre impilavo uno sull’altro i matitati approvati che avrei dovuto colorare in Photoshop.
Immaginate il silenzio e la concitazione delle 23, unico rumore quello dello scanner che scansiva i matitati uno dopo l’altro.

Nel mentre, mi sono trovata a pensare a lui… al momento magico. Oh si: è un momento molto preciso della vita di un disegnatore. Naturalmente ce ne possono essere diversi.

Ma quello di cui vorrei parlare in questo frangente credo sia unico.

Studioa Peru
Negli ultimi due anni, in cui ho tenuto diversi workshop, ho rivisto negli occhi di molti corsisti la stessa fame e la stessa ingordigia che illuminavano i miei cinque anni fa.
Ho trovato indoli combattive, musi lunghi, portfolio incasinati, veri talenti ricoperti da una patina spessissima di insicurezza, al contrario talenti decisamente acerbi supportati invece da una sicurezza eccessiva che sfociava forse nella presunzione.
Insegnare ti apre la mente, lo trovo meraviglioso: ti fa notare le differenze da una persona all’altra, ma soprattutto l’enorme analogia di fondo che le unisce tutte.
La maggior parte delle persone che incontro durante i workshop e dei lettori che mi scrivono durante l’anno sta vivendo chi più chi meno, il momento magico.


Esattamente come me cinque anni fa, loro non lo sanno. Non ne sono consapevoli.
Forse per essere magico, questo momento deve essere un po’ celato, non saprei. “La bellezza delle cose ama nascondersi” cantava un po’ di anni fa Carmen Consoli.
Un pizzico di riflessione farebbe bene per rivalutare certi struggimenti che ci troviamo ad affrontare durante un momento che per essere magico passa per distruzione, frustrazione, rabbia, sconcerto, senso di inadeguatezza, sentimenti contrastanti.
Io avrei voluto che qualcuno cinque anni fa mi avesse detto con tono un po’ rassicurante e con un sonoro scappellotto “Smettila di struggerti. E goditi questo momento magico.”

 

E allora scrivo questo post perché tutti quelli che mi scrivono e che incontro ai miei corsi lo sappiano e si rendano conto del punto in cui si trovano.

Siete in uno stato di grazia da cui non si torna indietro: passerà, è naturale che passi, ma godetevelo.

Essere uno studente è un momento magico.
Essere un principiante in quasi tutto è un momento magico.
Essere un perfetto signor nessuno, sconosciuto per chiunque è un momento magico.
Essere un hobbista è un momento magico.
Non essere ancora un disegnatore professionista è un momento magico.

Prima che pensiate che tredici ore di lavoro al giorno mi abbiano sconclusionata del tutto vi spiego perché.

Cercando podcast e letture, leggendo manuali ed ascoltando interviste, passa uno strano messaggio, che è questo: “il momento magico è quando finalmente pubblichi il tuo primo libro, ricevi la tua prima commissione da un’agenzia di pubblicità, partecipi alla tua prima presentazione ad un salone di fumetto, fai la tua prima dedica, hai una copertina sul New Yorker, hai illustrato l’articolo più prestigioso dell’anno.
E invece no. Ho già fatto alcune di queste cose e ho scoperto che non erano il mio momento magico.
Ne sono rimasta un po’ delusa, poi ho capito.
Studioa Peru
Il momento magico, quello che mi viene in mente mentre arranco alla dodicesima ora davanti a Photoshop per finire la tavola da spedire in nottata è quello che comprende tutto il mio periodo di prima crescita come disegnatrice.
Potremmo parlare di infanzia artistica?
Quel periodo in cui non ero carne né pesce, non sapevo cosa avrei fatto dei miei disegni, dove dirigermi. Quello in cui mi piaceva un po’ tutto e guardavo con immensa ammirazione (qualcosa che si avvicina all’incontro con una divinità) artisti che ho poi incontrato di persona e visitato nei propri studi ed atelier e ho scoperto essere persone come me, con una macchia di caffèlatte sul maglione (non dirò mai di chi si trattava) e dei capelli senza piega e la barba sfatta da troppo tempo, anche se poi sui social sembrano tutti perfetti e senza un capello fuori posto, col sorriso di rappresentanza e i colori giusti sullo sfondo.
Era il periodo in cui mi sembrava tutto inarrivabile e non sapevo come fare, perché non ti danno le istruzioni per l’uso per fare questo mestiere e anche quando te le danno sono indicazioni generiche che andranno cucite su di te, sui tuoi disegni, sulla tua personalità e sul tuo personalissimo ed unico potenziale, sulla voce che nessuno ha uguale alla tua. Proprio così: nessuno al mondo.
Quel momento è magico. Si ripropone, quando si cresce all’interno di una carriera artistica o anche solo quando si coltivano aspettative legate al proprio disegno. Ma non sarà mai più così. Non avrà mai quel sapore di inevitabile ingenuità.


E di sogno, e di visioni ad occhi chiusi.


Negli anni a venire della vostra vita e forse della vostra carriera, non ci saranno più sperimentazioni così genuine, così intense nel modo di svilupparsi, così selvagge ed istintive, così pure perché prive di calcolo.

Imparate a godervi il momento magico: questo è il momento del divenire, della trasformazione, è quel momento in cui potete permettervi tutto e il contrario di tutto.
Nessuno ha ancora idea di chi voi siate ed è meraviglioso. Provate tutto, senza vergogna e senza rendere conto a nessuno, nemmeno a voi stessi.
E per quanto riguarda me… Sono molto scontenta di dove mi trovo.
Non mi basta, e sto ricominciando ad incamerare una certa ingiustificata ammirazione per alcune persone che probabilmente scoprirò avere a loro volta una macchia di caffèlatte sulla manica del maglione.
Mi sa che sto attraversando un altro piccolo momento magico… Forse è il momento di sapermelo godere?
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