Categoria: Fumetto

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Asterisk Cosa tenere e cosa buttare – le strip di Jim Benton
18/09/2015 Morena Forza in Fumetto / No comments

Ironica, ma non troppo distante dalla realtà: disegnare è anche sapere cosa buttare e cosa tenere.

Le strisce di Jim Benton sono consigliatissime, si trovano qui!

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Asterisk Funny Valentine: Valentina compie 50 anni
10/06/2015 Morena Forza in Eventi / No comments

Una freschezza eterna quella di Valentina, personaggio creato da Guido Crepax nel 1965 ed entrato stabilmente a far parte dell’Olimpo del Fumetto.

Alla Galleria Nuages di Milano è allestita, dal 10 giugno al 25 luglio 2015 una mostra per festeggiarla, in collaborazione con l’Archivio Crepax.
Cinquanta tavole originali tratte dallo storico mensile Linus, nato lo stesso anno della famosa donna col caschetto, per mano di Giovanni Gandini.

 

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Asterisk Lùmina: un anno dopo, una meraviglia reale al cento per cento
06/05/2015 Morena Forza in Fumetto / No comments

E’ passato un anno da quando il crowdfunding per Lùmina ha preso il via e con grande emozione Roba da Disegnatori ha voluto supportare due autori, Emanuele Tenderini e Linda Cavallini, per cui l’ammirazione è sempre stata infinita.
In occasione della promo per questo fumetto li ho intervistati non senza un filo di emozione, la stessa (ma triplicata!) che ieri mi ha preso il petto mentre scartavo il pacco arrivato con il corriere.
Non ci potevo credere! Finalmente era arrivato.

 

Credo che nessuna fotografia sia in grado di rendere com’è dal vivo questa cover!

L’hype che si era creato questi ultimi mesi di attesa era a mille e così le aspettative erano altissime.
Non sono state deluse: Lùmina è un prodotto superlativo.
L’anno scorso ho partecipato ad un corso sullo scrivere storie e mi è rimasto in mente il concetto di affabulazione: quel processo per cui, mentre leggi, il mondo a te sembra scomparire lentamente e ti immergi con tutto te stesso nello svolgersi di una narrazione.
Qui l’affabulazione è ai massimi livelli e lo dico da lettrice forte; leggo più libri che fumetti devo ammettere, ma posso dire di essere stata risucchiata e totalizzata da Lùmina, dai suoi personaggi, dai dialoghi che tengono il lettore col fiato sospeso ogni volta che si appresta a girare pagina.
In poche parole, le sequenze narrative sono fatte davvero bene. Niente interruzioni brusche, salti di ritmo o perplessità nella sceneggiatura.
Senza entrare nel merito di particolari tecnici che non mi si addicono soprattutto nel campo del fumetto, sono però pronta a consigliare l’acquisto di questo primo volume.
Eh già, perchè si tratta “solo” del primo volume. Arrivata all’ultima pagina mi è presa una certa disperazione: e adesso cosa succede? E quando esce il volume due?
E perchè ancora non so cos’è un Fruff? Questa cosa mi ha lasciata un po’ indispettita, ma carica di curiosità.

 

Il retro argentato di Lùmina

Da patita della colorazione, posso dire che la storia di Lùmina cattura sia l’occhio del lettore che quello del disegnatore. Tutto il volume è curato a livelli di perfezionismo inauditi, veramente mi capita di rado di tenere fra le mani un fumetto o un libro illustrato e di trovarmi con la mandibola molle.
Emanuele Tenderini, sul suo profilo Facebook, in questi ultimi mesi aveva spesso fatto riferimento ad una completa innovazione in termini di colorazione e tecnica di stampa e non stavo nella pelle perchè come sospettavo, è difficile rendere con le parole qualcosa di visivo.
L’unica cosa che potevo fare era attendere di sfogliare di persona il volume.
A mia volta, trovo riduttivo dire che la visione di Lùmina è qualcosa che va contro ogni mia possibile immaginazione.
Livelli di colore raffinatissimi che accompagnano con un’armonia totale il tratto leggero e fresco di Linda Cavallini , inserti d’argento impalpabili e sofisticati, ma senza mai sfociare in un immobilismo stilistico. Tutto ciò che viene a creare l’estetica di Lùmina ha una funzione non solo decorativa ma narrativa. Mentre lo sfoglio, sono lì e quelle cose, per assurdo (è uno sci-fi) stanno accadendo davvero.
Ci sono pagine che sprigionano un’energia devastante, restando sempre eleganti, tavole algide, altre misteriose e sfiorano sempre la tridimensionalità. Il colore non è mai invadente ma un fedele accompagnatore del lettore nella storia.

 

Wow. Devo dire altro?

Era inimmaginabile un tale equilibrio fra storia, tratto e colore, una tale e perfetta sinergia di elementi all’interno di questo volume.
Lo stupore nel sapere che molti editori si sono rifiutati di accettare questo progetto mi dà molto da pensare e non so ancora che idea completa mi sono fatta di questa faccenda.
Ad ogni modo, sono felice che Linda ed Emanuele abbiano pensato ad una via alternativa per pubblicare, che in fin dei conti è stata quella più vincente che avrebbero potuto trovare, rispetto al pubblicare tradizionalmente con un editore.
Qui non ci sono intermediari o compromessi, è chiaro come la luce del sole che i desideri e i sogni di questa coppia di autori ha preso forma in tutto il suo splendore senza passare per le mani di qualcuno che avrebbe forse voluto snaturarne stile o contenuto. E’ un loro prodotto editoriale al cento per cento, si respira ad ogni pagina.

Mi sarebbe piaciuto essere fra i primi mille… mi sono mossa tardi! :)
Comunque una grande emozione aver partecipato alla prima serie

Anche per questa ragione il mio entusiasmo nell’aver partecipato ad un progetto che è diventato il progetto non solo degli autori ma dei lettori è davvero incontenibile.
Dimenticavo di menzionare che nel perk “Lùmina deluxe” è prevista anche una chiavetta con materiale esclusivo e la bellissima colonna sonora che è stata registrata appositamente per accompagnare la lettura. Per non trascurare poi il volumetto di omaggi “Friends of Lùmina” che è una vera gioia per gli occhi!
Un progetto innovativo e senza precedenti su tutti i fronti quindi, che ridisegna violentemente le mie aspettative verso i nuovi fumetti e spero continuerà molto, molto a lungo!
Non mi resta che aspettare il secondo volume, che non vedo l’ora di potere sfogliare.

Qui ci si può tenere informati sulla vendita del volume e sul procedere della storia.

 

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Asterisk “Tutte le ossessioni di Victor” Intervista agli autori Davide Calì e Squaz
26/03/2015 Morena Forza in Fumetto / No comments

 

 
La cover di “Tutte le ossessioni di Victor” edito da Diabolo Edizioni
 
 
“Un personaggio che farebbe la fortuna di qualsiasi psicoanalista!”
 
Questa è la descrizione più immediata di Victor, il protagonista di “Tutte le ossessioni di Victor”, la prima graphic novel scritta da Davide Calì e disegnata da Squaz, che ho avuto il piacere di leggere ultimamente in uscita lo scorso 9 marzo nelle librerie e fumetterie.
Ho intervistato sia autore che disegnatore e, come sempre, è affascinante catturare degli spunti per capire i dietro le quinte di un prodotto editoriale e allo stesso tempo riflettere sul proprio lavoro notando analogie e differenze tra il proprio metodo e quello di altri autori.
Spero possa essere di ispirazione anche a voi: buona lettura!
Davide Calì
Tempo fa avevamo parlato del fatto
che ti sarebbe piaciuto pubblicare delle storie anche in un ambito
diverso da quello del mercato degli albi per l’infanzia.
Devo dire che sono molto sorpresa
non del fatto che tu ci sia riuscito, ma del risultato finale: se non
ci fosse stato scritto il tuo nome in copertina non avrei mai creduto
che “Tutte le ossessioni di Victor” fosse una storia
scritta da te.
Era molto tempo che storia e
sceneggiatura erano pronte?


Ho iniziato a scrivere i primi episodi
della bizzarra biografia di Victor una quindicina di anni fa. Solo in
anni recenti il progetto ha preso poi la sua forma attuale, un po’
più romanzata.
Dai, ti faccio una domanda che
probabilmente ti avranno fatto o ti faranno in molti: quanto è
autobiografica questa storia? Sei tu Victor?
Ah ah! Sì, suppongo che a molti verrà
da chiederlo. Del resto è proprio questo il gioco di Victor:
indovinate dove sono! Scherzi a parte, in ogni cosa che scrivo c’è
una parte diciamo reale e una di fiction. Credo che faccia parte del
lavoro dello scrittore raccontare un po’ sé stesso, mescolando le
proprie esperienze a quelle rubacchiate al prossimo e all’invenzione
pura.

 

Molte delle sequenze della graphic
novel sono cariche di ironia. Quanto rappresenta per te l’ironia come
strumento di espressione? Sei uno di quegli autori che evita di far
prendere troppo sul serio sé stesso e i propri personaggi
all’interno delle storie che racconta?


Non so dire che genere di autore sono.
E’ una riflessione che lascio fare agli altri, primo perché forse
non mi interessa farla, secondo perché penso sia giusto così. Non
mi piace molto chi si presenta e ti dice cosa devi pensare di lui. So
di amare cose molto diverse come lettore e spettatore, per cui quando
scrivo, mi piace fare cose anche molto diverse tra di loro. Credo che
si possa dire che l’ironia faccia parte del mio lavoro, ma non me
ne rendo conto più di tanto. Non riesco ad avere una visione di
insieme di quello che faccio. Penso sia più facile farlo con uno
sguardo esterno.
Mi ha colpito molto il modo in cui
sei riuscito ad incrociare umorismo, lutto ed imbarazzo nella scena
del funerale della compagna di classe di Victor. L’ho trovata
profondamente umana, così vera da creare un certo imbarazzo in chi
legge. Credo che tutti prima o poi ci siamo trovati al funerale di
qualcuno e non stavamo pensando alla sua morte; E’ una di quelle
cose che nessuno osa dire. Credi che la scelta di inserire un
concetto così scomodo sia coraggioso o piuttosto provocatorio?


Non so. Non ho fatto calcoli di questo
tipo. Mi sono posto qualche problema a un certo punto, ho pensato di
essere andato troppo oltre, che qualcuno potesse sentirsi offeso dal
personaggio di Victor. Riccardo, l’editore di Diabolò, mi ha
invece detto che non voleva toccare nulla.
Anche lui ha trovato Victor molto
umano. Del resto come dici tu, è umano, sei a un funerale per
salutare qualcuno che non c’è più e ti cade l’occhio su un bel
culo e pensi: “Beh, dai, una cosa positiva nella giornata l’ho
vista.”
I capelli nella pizza. I capelli
nella pizza! Non ci dormirò mai più la notte essendo super
sensibile all’argomento “capelli nel cibo”.
“Sono passati dieci anni da
quando ci siamo lasciati eppure, ancora oggi, la prima cosa che
faccio quando mi arriva la pizza Ë controllare che non ci siano
capelli.”


Ah ah! Scusa rido, ma ho letto già
alcune recensioni che di Victor dicono essere capace di risvegliare
ossessioni sopite. Non so se esserne contento! Certe volte sono
uscito dal cinema irritato dai personaggi del film e ho pensato: che
brutto film! Poi ragionandoci ho capito che invece era un bel film e
che i personaggi mi avevano irritato perché molto veri.
Detto questo, occhio alla pizza!
Quando hai pensato alle ossessioni
di Victor ti sei preso del tempo per studiare alcune delle ossessioni
riscontrabili nella popolazione terrestre? Insomma, quanta ricerca
psicologica (anche se magari non a livello scientifico ma puramente
di ispirazione) c’è dietro ad una graphic novel sulle ossessioni?


No, diciamo che non mi sono messo a
tavolino, come magari ho fatto altre volte, per studiare un tema. Gli
episodi sono venuti fuori da soli a un certo punto, semplicemente
osservando le persone.
Come mai hai pensato proprio a Squaz
per disegnare la tua sceneggiatura?


Avevo letto Pandemonio, un
fumetto scritto da Morozzi e mi era piaciuto il modo di lavorare di
Squaz. Anziché una sceneggiatura classica Morozzi gli aveva passato
semplicemente dei racconti e Squaz ne aveva ricavato un fumetto
bellissimo.
Dopo averlo letto mi sono reso subito
conto che lui avrebbe potuto fare Victor.
La cover di “Pandemonio” di G. Morozzi e Squaz edito da Fernandel
Hai pensato la storia per un mercato
oppure hai scritto prima un libro che avresti voluto leggere tu
stesso senza porti il problema della vendibilità e del “poi”?


Quando ho iniziato a scrivere Victor
non mi ponevo ancora problemi di mercato. Alla fine ne è venuto
fuori un prodotto che in qualche modo si è incanalato da solo in un
certo mercato.
Diabolò lo pubblicherà anche in
francese e spagnolo e mi ha chiesto a questo proposito alcuni
adattamenti. I nomi di persona per esempio saranno tradotti. Questa è
l’unica cosa che abbiamo fatto seguendo un certo opportunismo
commerciale.
Hai in progetto altri prodotti
editoriali di questo tipo?


Sì, parecchi. La scorsa estate ho
scritto soprattutto fumetti. In generale sto scrivendo meno album
ultimamente. Ho vari progetti sul genere e anche graphic novel più
all’americana nel genere Vertigo. Una cosa che vorrei fare è
cominciare al più presto un nuovo progetto con Squaz. Quel ragazzo
ha le manine d’oro!
Ora che anche il tassello
“pubblicazione per adulti” è stato aggiunto ai tuoi
successi, mi chiedo se ci sono ancora altri Davide che aspettano di
venire fuori. Quale genere di libro è impossibile che tu scriva in
futuro e quale invece ti piacerebbe pubblicare, se non è una domanda
troppo indiscreta?


Impossibile, non so.
Forse qualche cosa di relativo alla Bibbia. Una cosa che poi non mi
piace, per esempio, è quando gli autori riscrivono i classici di
Esopo e li firmano. Vogli dire, Esopo è stramorto, ma la storia l’ha
scritta lui. A meno che tu non ne faccia una parodia non hai il
diritto di firmarla, mettendo il suo nome in piccolo come se fosse
secondario.
Cose che mi piacerebbe
scrivere? Difficile dirlo. Le storie mi vengono così, non è che io
cerchi nulla. Tra i tanti progetti che ho da parte c’è una graphic
di Batman. Sto aspettando le tavole del disegnatore per proporre il
progetto a DC Comics. Poi, mi piacerebbe trovare qualcuno che girasse
i miei cortometraggi, ho decine di soggetti da parte. Mi piacerebbe
realizzare qualche libro fotografico, e poi ho un progetto di design
erotico lì da un po’. Sto sempre cercando un illustratore.
Per quello che riguarda
gli album illustrati dopo Le double, che è appena uscito in
Svizzera per Notari, mi piacerebbe riuscire a pubblicare un altro
paio di storie un po’ sci-fi che ho scritto su quel genere.
Ho anche un progetto di
tornare a disegnare, prendermi un po’ di tempo, ma la musica ha la
precedenza, perché è la cosa che alla fine, mi piace fare più di
tutto. Per cui prima cercherò di registrare il mio primo disco. Ho
materiale per almeno un paio, ma bisogna imparare a fare le cose una
per volta.
A chi piacere in
particolare “Tutte le ossessioni di Victor”?


Spero piaccia a tutti! Ma
scherzi a parte ancora non lo sappiamo. Il libro è appena uscito.
Per ora mi pare che l’accoglienza sia buona.
Squaz
Ciao Squaz, mi sono
piaciuti moltissimo i tuoi disegni per “Tutte le ossessioni di
Victor”, li trovo davvero molto adatti. Com’è lavorare ad una
graphic novel di questo tipo?
E quanto lavoro ha
richiesto?


Ciao! Intanto grazie dei
complimenti.
In effetti ho lavorato a
“Victor” per quasi tre anni a più riprese, interrompendomi
spesso e poi ricominciando, il che non è molto nelle mie
caratteristiche.
Tendenzialmente sarei più
per il “cotto e mangiato” (che si traduce in “fatto e
pubblicato”), in questo caso però varie vicissitudini mi hanno
indirizzato verso una forma di pazienza zen per cui fare un buon
lavoro era più importante che finirlo presto. So che dovrebbe essere
sempre così, ma stavolta forse l’ho imparato.
Quanto al lavoro su
questo tipo di storia, direi che è quello che mi piace di più fare.
Un testo che sia una per
me una traccia e che mi permetta di intervenire sopra e sotto le
parole, lasciandomi cioè libero di scorrazzare con le immagini.
Rigore e libertà,
insieme a braccetto. 

 

Quando lavori ad una
storia di cui non sei autore ti trovi un po’ in difficoltà o al
contrario sei contento di interpretare il testo pensato e scritto da
un’altra persona?


Dipende da chi scrive.
Con Davide, come già a suo tempo con Gianluca Morozzi per
“Pandemonio”, ho trovato subito delle affinità e quella è la
cosa più importante. L’ironia soprattutto mi mette subito a mio
agio. E si vede che quando ho accettato di lavorare a questo libro ne
avevo particolarmente bisogno, perché il mio lavoro precedente era
stato “Le 5 Fasi” con il collettivo DUMMY nel quale invece
avevamo affrontato tematiche piuttosto dense e cupe…
Ci sono stati
adattamenti e proposte da parte tua durante la fase di storyboard?


Posso dirti la verità?
Io lo storyboard non lo faccio e, quando lo faccio, non lo faccio
vedere a nessuno: parto direttamente con le pagine e mostro quelle.
Adattamenti ce ne sono
stati parecchi sì, ma si può dire che tutto il libro sia un
adattamento del testo di Davide. Del resto, io non avevo una vera e
propria sceneggiatura su cui lavorare ma il lungo, interminabile
monologo di Victor.
Potevo interpretarlo alla
lettera o tradirlo come meglio mi pareva, infatti mi pare di aver
fatto un po’ l’una e un po’ l’altra cosa.

Hai preparato delle
palette colore prima di iniziare a colorare le tavole oppure li hai
improvvisati? Cioè, hai un approccio calcolato al colore o piuttosto
uno istintivo?


Non c’è stata una
grande preparazione preliminare, da parte mia. Ovviamente, una volta
che ho capito quale volevo che fosse l’impostazione da dare ai
disegni ed ai colori sono andato avanti di conseguenza, ma non sapevo
in anticipo cosa sarebbe successo. Nemmeno a livello di storyboard,
come dicevo prima. E il fatto che il racconto avesse una struttura ad
episodi mi ha aiutato molto. Cioè, sapevo che in un modo o
nell’altro, alla fine avrebbe comunque funzionato… per cui tanto
valeva divertirsi!
Quali sono i tuoi
autori preferiti, sia per quanto concerne la scrittura che il
disegno?
Per me, scrittura e
disegno sono praticamente sinonimi, comunque sono un fan di Charles
Burns, Michael Kupperman, Mike Mignola, Edika, e di un sacco di
fumettisti italiani giovani e meno giovani.

 

Quanto ti sei
ritrovato nelle ossessioni di Victor e quanto conta per te un
contatto empatico con i personaggi della storia che trovi nella
sceneggiatura?


Durante la lavorazione,
credo di aver detto a Davide che il suo personaggio era molto alla
Woody Allen, che a me è sempre piaciuto. Per cui di sicuro ci ho
ritrovato delle sensazioni e un immaginario che mi è familiare e che
mi apparteneva già. Non ho mai provato a lavorare su storie o
personaggi così distanti dai miei gusti e dalle mie coordinate, ma
immagino che sia come per gli attori quando per calarsi nei panni di
qualcun altro cercano ogni minimo appiglio per dargli vita e
credibilità.
A quale tipo di storia
non lavoreresti mai?


Probabilmente, a quella
che fosse apertamente in contrasto con le mie idee e le mie
convinzioni personali. Ma per fortuna non me ne hanno mai proposte di
storie così, almeno finora.
A quale tipo di storia
lavoreresti accettando su due piedi?


Mah, una volta ho
assistito ad un incontro con Moebius, il quale alla domanda “perché
fai fumetti?” rispose “per sentirmi utile”. Mi è sempre
piaciuta come motivazione, per cui accetterei subito di lavorare ad
una storia che non mi faccia sentire un imbrattacartacce che fa
abbattere l’Amazzonia per niente.
E poi per soldi,
ovviamente. Tanti soldi.
A chi piacerà “Tutte
le ossessioni di Victor”?


Mi piacerebbe scoprirlo!
Cosa consiglieresti ad
un disegnatore che vorrebbe occuparsi di fumetti o graphic novel
nello specifico?


Non so davvero se
prendermi una responsabilità di questo genere. Forse di leggere
molta narrativa e poi, chiudere gli occhi, e ragionare per immagini.
E viceversa.

 

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Asterisk Riflessioni sul fumetto e intervista ad un’appassionata collezionista speciale
22/07/2014 Morena Forza in Fumetto / No comments

Il primo pregiudizio tutto italiano sul fumetto è quello secondo il quale non ha nessuna attinenza né contatto con la realtà.
Non che ci sia qualcosa di male, ma non tutti stravedono per dei mondi immaginari e alcuni possono pensare che il fumetto sia qualcosa che nasce dal nulla e si sviluppa altrettanto sul nulla.
In verità alcuni tipi di fumetto hanno una stretta attinenza con “le cose della vita vera” come le chiama una delle mie anziane vicine di casa. E, soprattutto, a volte lavorare a un fumetto di qualunque tipo sia richiede un’ispirazione.
Non credo tanto alla regola “scrivi quello che conosci” o almeno non sempre, ma supporto la teoria di Austin Kleon secondo la quale le cose che amiamo ci modellano (lui a sua volta si è rifatto sulle idee di un tipo qualunque, un certo Goethe) e in qualche modo per vie trasverse queste riaffiorano in un prodotto dell’ingegno, sia esso un romanzo, un disegno, un film, una pièce teatrale, una scultura o sì, anche la sceneggiatura di un fumetto.

Il fumetto altro non è che un linguaggio, un mezzo: la narrazione può essere improntata su qualunque cosa. 
Devo ammetterlo, rispetto alla cultura sterminata di alcuni miei amici e colleghi la mia è ristretta, perchè mi interesso più di illustrazione, ma comunque di fumetti ne ho letti e ne leggo e so che a prescindere dall’argomento, un buon fumetto resta un buon fumetto.
Alcuni fumetti pluri-premiati raccontano storie di vite particolari, speciali se rapportate al nostro vissuto, come nel caso di Marjane Satrapi e il suo “Persepolis” che ci apre il sipario di storie un po’ lontane dal nostro stile di vita occidentale; altre invece sono scandite da tante analogie con le nostre esistenze “normali” (ma in fondo, cosa lo è?) come nello splendido “Blankets” di Craig Thompson, un vero capolavoro nella sua poetica semplicità.
Quando è sceneggiato e disegnato bene, un fumetto ti rapisce dalla prima all’ultima vignetta perchè a prescindere dal genere di storia ti intrattiene; ogni vignetta crea una sospensione fra una e l’altra ed è il piacere sommo di leggere un fumetto, per me e penso per altre persone.

Mi sono resa conto di questa cosa quando mi sono trovata a fare la colorista di un fumetto western: lo chiarisco subito, non è mai stato il mio genere nonostante il mio profondo amore per il country e il bluegrass.
Eppure dopo un po’ che coloravo meccanicamente le vignette una dopo l’altra, mi sono accorta che la narrazione mi stava incuriosendo; ho allora chiesto le pagine coi testi a bassa risoluzione e mi sono letta la storia in modo a dir poco ingordo.
La dimostrazione che non importava fosse western e che non fosse proprio quella che i britannici chiamano “la mia tazza di tè” : era sceneggiato bene, il soggetto era curioso e accattivante perciò ero spinta a sapere cosa succedeva, chi moriva e perchè, chi spariva e come e a chiedermi se sarebbe riapparso e di che natura fossero certi personaggi. In uno dei numeri che ho colorato c’era un’intera città fantasma: fino a che non ho ricevuto le pagine coi testi ho colorato con l’unico pensiero a come erano morti tutti e perchè.
Questa è la magia della narrazione in qualunque sua forma.
Ecco perchè il pregiudizio sul fumetto è un vero peccato; non tanto per il fumetto ma per i lettori che perdono il piacere di una narrazione di cui potrebbero avere un po’ di controllo.
Io i fumetti per certi aspetti li preferisco di molto ai film: le immagini sono davanti ai nostri occhi ma decidiamo noi con che velocità processarle. Decidiamo se indugiare a lungo su una scena o sull’altra, decidiamo quanta importanza ha per noi un passaggio della storia piuttosto che un altro. Non è un potere da poco: è il potere della decisione e dell’osservazione. Ne parla anche Gud nel suo manuale “Tutti possono fare fumetti”, lo avevo intervistato un po’di tempo fa proprio sull’uscita del manuale edito da Tunué.

Qualche anno mi capita di accompagnare una mia cara amica alle fiere del fumetto. Un attimo, forse è lei che accompagna me…
Insomma, sta di fatto che qualcuna accompagna l’altra e ci troviamo nel bel mezzo di affollatissime fiere del fumetto.
Abbiamo gusti piuttosto diversi sui fumetti, ma è un gran piacere sentirla parlare di ciò che preferisce; mi piacciono e colpiscono le motivazioni che mi dà sulle sue preferenze, mi danno dei nuovi spunti e a volte resto incuriosita.
Da quando la conosco cioè da circa quattordici anni (ci sono amicizie perenni, per fortuna) è sempre stata fissata con gli stessi fumetti. Uno dei primi ricordi che ho di lei è un lungo monologo sulla sua adorazione per Diabolik che non ho mai capito. Non perchè non mi piaccia: il fatto è che non l’ho proprio mai letto così come non avevo mai letto fumetti western prima di colorarli (e scoprire uno strano piacere nel vedere dipanarsi certe trame!) perciò la mia incomprensione nasce da una non – conoscenza. E pensare che mia madre ne era un’accanita lettrice. Quella appassionata di gialli e polizieschi in casa è sempre stata lei, io ho sviluppato preferenze diverse nel tempo favorendo trame più storiche.

Diabolik visto da Gabriele Dall’Otto

Qualche giorno fa, mentre facevo zapping a caso preparando una torta (a proposito, non fatelo se non siete sicuri di avere un telecomando di riserva) ho visto la pubblicità di una prossima uscita di una collana di 50 volumi proprio su Diabolik su Corriere della Sera e Gazzetta dello Sport. Se non ricordavo male il ragazzo di Jessica segue lo sport.
Le ho scritto (impiastricciando anche il cellulare giusto per non farsi mancare nulla) per farglielo sapere.
E da lì, mi è nata una curiosità: ma com’è che ti è nata questa fissa per Diabolik, che non me l’hai mai raccontato in 14 anni?
Ma del resto non glielo avevo mai chiesto e così lei non me lo aveva mai spiegato.
E allora ho pensato a quanto poco curiosa sono a volte, perchè proprio come è successo per quel fumetto western ho scoperto solo poi che Diabolik in realtà ha tutte le carte giuste per piacermi.
Mi sono decisa a prendere in prestito qualche numero e non solo, a farmeli consigliare dalla mia amica Jessica.
A quel punto ho pensato: si intervistano sempre fumettisti e illustratori e mai una volta che si facciano domande agli appassionati.
Perchè no?
Ecco cosa le ho chiesto.

 Come hai iniziato a leggere Diabolik?


Ho iniziato per caso, ero in Liguria per una colonia estiva.
Ho trovato dei vecchi numeri in “biblioteca” e ho iniziato a leggerli per curiosità…
Avevo 12 anni, se non ricordo male e ho iniziato a collezionare seriamente i numeri verso i 14 anni.

(E’ una di quei pazzi che prendono i volumi incelophanati, io l’ho vista coi miei occhi. E’ l’omino dei fumetti dei Simpsons! Ma io che sfoglio certi albi indossando guanti di cotone devo solo tacere eheh)

Cosa ti è piaciuto di più all’inizio e cosa ha continuato a piacerti nel tempo?

All’inizio mi era piaciuta la storia: questo misterioso ladro mascherato, senza un passato, che non si poteva definire un cattivo a tutti gli effetti, nonostante uccidesse e rubasse. Che ti tentava perfino a stare dalla sua parte! L’eterna lotta tra lui e Ginko, il grande amore per Eva… Successivamente le storie diventavano molto più articolate, più profonde: non si fermavano alla solita rapina/omicidio, al solito inseguimento in macchina con Ginko e al solito lieto fine, i disegni molto migliori (ringraziamo Sergio Zaniboni che ha dato a DK il suo aspetto attuale!).
Con il passare degli anni, dopo la morte di entrambe le sorelle Giussani, le storie sono diventate meno profonde, o almeno secondo me.

Se mi dovessi consigliare un numero da cui partire o delle cose da sapere per iniziare a leggere Diabolik, cosa mi indicheresti?

Un numero da cui partire? Suggerirei i miei preferiti!
“La morte dolce” (mi ha persino fatto commuovere, è stato devastante), “Dieci piccoli diavoletti”, “Un covo di vipere”. Beh, cose da sapere, prima di leggere DK…Vediamo…
A questo punto suggerirei il libro “Io sono Diabolik”, nel quale LUI si racconta in prima persona, ripercorrendo alcune storie tra le più significative della sua “vita”, dall’incontro con Eva, al suo rapporto conflittuale, ma non sempre, con l’ispettore Ginko.
Anche “La clinica della morte” e “In nome della giustizia”! Sicuramente ce ne sarebbero altri, ma quelli che mi hanno più colpita e che mi sono rimasti più impressi, sono quelli che ti ho elencato.
Sono cambiati i disegnatori: mi manca il bel tratto leggero di Zaniboni e di Facciolo.
Ecco un altro numero consigliatissimo: “Un enigma risolto nel buio”. Geniale!

Personaggi preferiti e perchè?

Ovviamente i protagonisti! DK ed Eva Kant!
A dire il vero, ci sarebbero altri 2 personaggi, comparsi in 3/4 albi ciascuno: Bettina (la bimba che, nel primo albo in cui comparve, fece sciogliere il cuore di ghiaccio del Nostro e che col passare del tempo – e degli albi – non perde mai la fede nel suo caro amico) e Saverio Hardy (il cosiddetto “uomo della rocca”, una persona che non si è tirata indietro dopo aver visto DK in difficoltà e gravemente ferito, che Diabolik saprà ripagare in un momento estremamente difficile). Due persone che hanno saputo far valere l’amicizia sulla giustizia. Ce ne sarebbero altri 2, Daria e il suo compagno: 2 non vedenti che faranno amicizia con DK (che nell’albo “Colpo alla cieca” perderà momentaneamente la vista) e gli saranno di grandissimo supporto, sia moralmente che fisicamente.

A volte una chiacchierata ti apre la mente su nuove possibilità.
Sarebbe bellissimo se chiedessimo ad amici, parenti o colleghi o vicini di casa perchè leggono qualcosa in particolare: potremmo scoprire un sacco di cose.
Intanto io colgo l’occasione per segnalare quello che ho scritto a Jessica: a partire da oggi in allegato al Corriere della Sera e alla Gazzetta dello Sport ci saranno 50 volumi di Diabolik, molti dei quali inediti e ispirati a fatti di cronaca nera realmente accaduti, come il caso di Vallanzasca, quello della Uno Bianca, il massacro del Circeo… Le tematiche sono state scelte con attenzione. Dalla corruzione all’omicidio alla violenza sulle donne.
Le copertine sono state curate da Gabriele dell’Otto, Corrado Mastantuono e Manlio Truscia. Sono tre mostri! Infatti non vedo l’ora di avere fra le mani quelle cover. Questo è il sito della collana ed è possibile anche acquistare i volumi da lì.
Per le prossime settimane sarà possibile comprare il primo numero di “Diabolik Nero su Nero” (così si chiama la collana) perchè è andato in ristampa!

 

Gabriele Dell’Otto al lavoro

 

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Asterisk Lùmina: we made it happen!
28/05/2014 Morena Forza in Fumetto / one comment

Qualche tempo fa ho intervistato Linda Cavallini ed Emanuele Tenderini per conoscere il loro progetto, Lùmina, che hanno deciso di finanziare indipendentemente tramite la realtà del crowdfunding, che in Italia è ancora poco conosciuta.
Linda ed Emanuele sono tra i miei autori preferiti, li seguo da anni (Emanuele da prima che iniziassi a disegnare per professione, quando andavo ancora all’università) e l’idea di sostenerli in questa avventura mi sembrava imprescindibile.
Sono state settimane di trepidazione…

Sono emozionata come se questo fumetto fosse mio.
Anzi, un po’ lo è.
Accade per ogni crowdfunding a cui si partecipa: il risultato è che ciò che viene finanziato collettivamente è di tutti ed è una cosa grandissima, meravigliosa, un po’ magica.
Quando si partecipa ad un crowdfunding non si danno solo soldi, che sono preziosi certo e direi fondamentali per iniziative e prodotti, ma non sono tutto. Quando si partecipa si crea proprio una sinergia, una partecipazione, un’attesa collettiva. Si danno la propria presenza, il proprio sostegno, la propria fiducia, perchè accada qualcosa. Versare 5 o 1000 euro significa dire “Io credo in questo progetto, conta su di me.”
E infatti lo slogan di Lùmina è stato proprio: Make it happen.

E lo abbiamo fatto succedere:  la cifra non solo è stata raggiunta (con uno sprint finale inimmaginato che ci ha tenuti tutti col fiato sospeso), ma attualmente continua a salire. E’ un segnale fortissimo ed entusiasmante.

Siccome paradossalmente in questo caso, i soldi sono solo una piccola parte di questo evento, io volevo scrivere della mia gioia e della mia riflessione: questo fumetto sarà nostro. Di noi disegnatori e fan.
E’ un fumetto che abbiamo voluto tutti insieme e abbiamo assistito a qualcosa di grande: non è vero che in Italia tutti sono disinteressati al fumetto, al disegno, alle belle storie.

Il successo di questo crowdfunding non è solo di Emanuele e Linda, non è solo di Coffee Tree Studio che si è occupato della comunicazione , è tutto nostro: è la dimostrazione che un sogno può diventare realtà.
E’ un’iniezione di fiducia e di ottimismo, perchè nonostante la crisi economica pesante che attraversiamo, nonostante le parole stanche ascoltate e lette dappertutto, ci sono cose che funzionano, che palpitano di vita, che ci dicono che non bisogna smettere di darsi da fare, di lottare per i propri sogni.

A Linda ed Emanuele va tutta la mia ammirazione: siete grandi ragazzi!
E ora al lavoro, stiamo tutti aspettando la nostra copia di Lùmina!

Se non lo avete ancora fatto e volete sostenere questo progetto (che è andato ingrandendosi nel corso di queste settimane) questa è la pagina Facebook di Lùmina e questo il link al crowdfunding su Indiegogo.
Potete anche creare il vostro hommage per supportare Lùmina, guardate sulla pagina fan come potete fare.

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Asterisk Lùmina: un progetto ambizioso tutto da sostenere
01/05/2014 Morena Forza in Fumetto / No comments

 Seguo il lavoro di Emanuele Tenderini e Linda Cavallini da molti anni e ho visto crescere il loro “Lùmina” , progetto che hanno portato avanti assieme a quattro mani giorno dopo giorno.

Di qualità raffinatissima e soprattutto innovativo, nasce dalle loro passioni più grandi, che i due autori hanno mescolato con sapienza per creare qualcosa che piacesse a loro per primi e che potesse entusiasmare tutti quelli che condividono con loro le stesse passioni.

Lùmina mostra uno stile fresco e originale, nato proprio da una tecnica ideata da Emanuele Tenderini, che ha chiamato “hyperflat”.

Ma è originale anche per il modo che questa straordinaria coppia creativa ha pensato di adottare per pubblicare il progetto.
Il crowdfunding (“finanziamento collettivo”) si è affermato negli Stati Uniti e in altre realtà nazionali negli ultimi anni. Consiste nel supportare concretamente un progetto in cui si crede creando quindi una partecipazione vera e propria alla nascita di un prodotto.

Ho intervistato Linda ed Emanuele per saperne di più.
Buona lettura… e se vi piace Lùmina, partecipate come ho fatto io alla nascita di questa meravigliosa pubblicazione!
Sarà un po’ anche nostra. :)

Alla fine dell’intervista agli autori potrete trovare tutto ciò che vi serve sapere su come partecipare al progetto e ovviamente, guardare gallery pazzesche relative a “Lùmina” e al lavoro di Manu e Lia. :)

INTERVISTA A LINDA CAVALLINI 
ED EMANUELE TENDERINI
per “Lùmina”



Com’è
nata l’idea di creare un prodotto editoriale a quattro mani tra voi?
MANU: L’idea è nata dai nostri interessi comuni. Sulla strada per andare
a vedere una mostra di Moebius a Parigi (è sempre “colpa” di
Moebius!!!), stavamo chiaccherando riguardo la volontà di realizzare
un progetto “pop”, non “complicato” che ci desse la
possibilità di raccontare ciò che più ci piaceva nel modo più
creativo e libero possibile
. Entrambi siamo famelici usufruitori di
videogiochi e cultura pop televisiva, cinematografica ecc..
Volevamo
creare un mondo che raccogliesse queste nostre passioni e che,
attraverso queste, ci facesse amare ancora di più il nostro lavoro.

LIA:
La proposta mi è venuta da Manu, circa due anni fa. Io avevo sempre
disegnato fumetti, ma mai professionalmente, mi occupavo
principalmente di illustrazione per l’infanzia. Ci conoscevamo da
poco, ma parlavamo molto dei nostri gusti comuni in molti aspetti, in
fatto di comics e arte in generale. Così, sopratutto dopo aver
visto le mie moleskine piene di schizzi e disegni (in stile molto
diverso da quello che uso per il mio lavoro!!), Manu mi ha chiesto se
avevo voglia di disegnare con lui un fumetto che fosse ispirato a
tutti quelli che avevamo amato da ragazzi e che di più “pop”
potevamo concepire, a partire dall’estetica per arrivare alla storia
.
Quando me l’ha chiesto mi ha descritto come si immaginava il progetto
sopratutto parlando di colori e atmosfere. stimando immensamente il
suo lavoro e condividendo i suoi gusti sono stata da subito
entusiasta di iniziare questa collaborazione. 

E
quanto tempo c’è voluto perchè vi metteste al lavoro?
MANU:
Ci siamo messi al lavoro praticamente subito. All’inizio siamo
“partiti in quarta” poi man mano che ci addentravamo
nell’universo di Lumina, abbiamo voluto approfondire e perfezionare
sempre di più, tanto che sono passati quasi 2 anni, tra ricerche,
prove, stili, colori ecc.

LIA:
Praticamente subito. In quel periodo non abitavamo assieme, l’idea è
nata sull’aereo mentre andavamo a (o tornavamo da?) Parigi, appena
siamo tornati alle rispettive case la prima mail che ci siamo spediti
aveva già come oggetto “progetto pop sci-fi”.

Che
tipo di storia avete sceneggiato per Lùmina, e a chi può piacere?
MANU:
Lumina è una storia sci-fi, ma di quel tipo di fantascienza che si
lega molto alla “natura”, quasi una “bio-fantascienza”. Ho
parlato molto della mia passione per il documentario della Disney
Nature sui fenicotteri rosa (The Crimson Wing), tu lo conosci bene
Morena, ecco: immagina di vedere quegli stessi fenicotteri, sul lago
Natron, in Africa, a indossare armature modernissime, disegnate da
Steve Jobs, e a fare incontri di Wushu tra di loro. Ehm, no..forse
non è proprio l’esempio più “giusto”. :D
La storia è
abbastanza lineare: Kite e Miriam, due fratelli, per un motivo che
non posso spoilerarvi, vengono “teletrasportati” su questo
pianeta, Lumina. Inizierà per entrambi un viaggio allucinante, che
li metterà alla prova sia come fratelli, sia come individui. Il
tutto sarà condito, appunto, con “divinità naturali”, “tribù
antiche”, “uomini-pesce” e una strana forma di energia chiamata
Kyarning.
Per tornare all’esempio di prima: durante gli
incontri di Wushu tra fenicotteri con armature “Apple” sul lago
Natron, mettici anche Miyazaki a fare da arbitro e Moebius da
preparatore atletico, e il gioco è fatto!
LIA:
Beh, io risponderei che può piacere a tutti, perchè ha tanti
aspetti che possono essere apprezzati ognuno da diverse tipologie di
pubblico. Ha un’estetica raffinata frutto di una ricerca tecnica
profonda, ma ha anche l’immediatezza della sintesi da graphic novel,
del il ritmo narrativo di un manga, le scelte cromatiche creano
atmosfere che spaziano tra il documentario national geographic
all’ultimo videogioco uscito per ps4. Ha un target quindi davvero
ampio, (però io sono di parte!) in sintesi direi che può piacere a
chiunque abbia voglia di immergersi in una storia fresca, leggera e
appassionante, piena di colore e luce
.
Avete
presente quei “correlatori di gusti” che esistono su Amazon
o su
IMDB.com,
“a chi è piaciuto questo, è piaciuto anche…” ; se
dovessimo spiegarlo in questo modo per Lùmina?
MANU:
Sicuramente apparirebbero risultati come: “La città incantata”,
“Final Fantasy”, “Il castello errante di Howl”, “The
Crimson Wing”, “Naruto”, “Borderlands 2”, “Journey”,
“Baidir”, “Evangelion”, “i documentari della BBC” e via
dicendo..

Che
tipo di reference avete utilizzato per lo sviluppo di Lùmina, quali
fonti di ispirazione hanno plasmato la vostra immaginazione nel
costruire storia e ambientazioni?
MANU:
Ogni qualvolta che, in una fase di studio sul nostro progetto, mi
trovo a scontrarmi con un “problema” tecnico serio, trovo la
soluzione nei miei dvd di documentari. Questo per dirti che a
prescindere dal fatto che io guardi e goda in continuazione di
qualsiasi tipo di impulso creativo che mi viene da altri autori,
illustratori, fumettisti, l’unica cosa che mi fa veramente
inquadrare l’obiettivo che voglio raggiungere con il mio lavoro su
Lumina, non è il fumetto fine a se stesso, o il disegno, o il
colore: è la narrazione di un’emozione “biologica”.

Quando
penso al nostro pianeta e alle creature che lo vivono, è li in mezzo
che trovo le risposte alle mie domande su Lumina.

E’ per questo
che adoro film come “Prometheus” (ovvero film che tendenzialmente
hanno “schifato” il pubblico), perché a me che “Prometheus”
sia il prequel di Alien poco mi interessa, in esso ci vedo, invece,
l’ “immagine biologica” che cerco (come anche nel primo “Pitch
Black”).
LIA: Prima di iniziare effettivamente a disegnare ambienti e characters io
e Manu ci siamo scambiati mail per mesi, in cui ci indicavamo 
illustrazioni, foto, immagini di ogni tipo, demo di videogiochi,
video, addirittura brani musicali. Erano tutti autori e generi
diversissimi ma con un mood comune, un mood che descrivesse
l’universo Lùmina e su cui entrambi ci siamo trovati sempre
allineati.
Dopo aver raccolto davvero tanto materiale poi è
stato come se tutto fosse già concreto almeno nella nostra
immaginazione, soltanto da riportare su carta e schermo.


Ad
esempio quando ho disegnato Kite la prima volta era come se già
sapessimo che sarebbe stato così. Ma anche per  lo stesso nome
‘Lùmina’, quando ce lo siamo detti la prima volta, ecco, era come se
fosse scritto nella memoria già da tanto tempo, quasi come fosse una
consapevolezza, più che “un’invenzione”.
Emanuele:
cosa c’è del lontano Tenderini di Wondercity in questo nuovo
progetto? Io ti seguo da allora!
MANU:
Cara Morena, ti ringrazio di seguire il mio lavoro da cosi tanto
tempo, mi lusinga molto. Del “lontano” Tenderini di Wondercity,
c’è tutto. E’ come se fossi un libro: 10 anni fa, con Wondercity
e 100 anime, scrivevo il prologo, ora ho iniziato a comporre il primo
capitolo. Tutto ciò che c’è da allora ad oggi è “presa di
coscienza” e lotta contro la “paura”.

C’è
la mia voglia, presuntuosa, di stupire, c’è la voglia di usare il
“colore” come componente narrativa
e, attraverso esso, di
filtrare la realtà che mi circonda, c’è la voglia di raccontare
storie di avventura e di creare mondi complessi e completi, e
soprattutto c’è la voglia di scardinare le regole di un mercato
che trovo vecchio e stanco.

Linda:
a cosa ti sei ispirata per plasmare i personaggi a livello narrativo
ed estetico?
LINDA: Il mio background comprende una formazione da scuole d’arte
tradizionali, la passione smodata per i manga e per i fumetti in
genere, un sketchbook training al seguito di una compagnia di danza
(il mitico Balletto di Toscana), un breve periodo da costumista e
scenografa teatrale e l’involontaria ma profonda influenza dei
risvolti contemporanei del pop surrealism.

All’inizio come
dicevo prima, io e Manu ci siamo scambiati molte indicazioni su
quello che doveva essere il mood per lumina. tra le nostre references
c’erano maestri di fumetto e animazione come Miyazaki, Murata, Otomo,
Murakami, Moebius, Mary Blair, Don Bluth, ecc, Ma anche tutta una
serie di immagini di cui nemmeno conoscevamo l’autore, trovate magari
su tumblr, su Pixiv, o Behance. Mi sono studiata intere collezioni di
alta moda di stilisti eccentrici e geniali di cui non ritroverò mai
più il nome, parallelamente a ricerche continue di foto
documentaristiche sulle tradizioni, le decorazioni, le architetture e
i costumi di popoli sperduti in tutti gli angoli del mondo. senza
contare il riferimento importantissimo ai videogiochi (tra tutti il
re, Final Fantasy) e a certi film sia stravecchi (come il mio adorato
“The Blood of Heroes”) che recenti, come Prometheus,
Oblivion, ecc..

Tutto
questo, frullato e filtrato dalla mia personalità è la base su cui
ho iniziato a lavorare i personaggi.

Mentre immaginavo il loro
carattere (psicologicamente parlando) ne disegnavo le espressioni e
ne elaboravo lo stile grafico, pensavo a certi dettagli della storia
e studiavo i costumi e le rispettive caratteristiche posturali..
Diciamo che la definizione grafica è andata di pari passo con quella
narrativa, come mi capita sempre nella creazione di un personaggio
.
Man mano che “lo conosci” puoi anche “ritrarlo” e
man mano che lo vedi muoversi e prendere forma ne capisci alcune
sfumature psicologiche!

Quanto
tempo vi ha preso la lavorazione totale di Lùmina?
MANU:
Un paio d’anni. Se il crowdfunding va in porto ci vorranno circa 8
mesi per sviluppare il “prodotto finale”.
LIA: Per adesso siamo in moto da un paio di anni, ma non
continuativamente, perchè avevamo entrambi altri lavori che ci
impedivano di dedicarci esclusivamente a Lumina. In effetti adesso
siamo completamenti concentrati (ci sono voluti due anni per
liberarci completamente, sembra incredibile) e pronti per partire!

Ultimamente
ho visto che sono usciti prodotti editoriali davvero eyecandy (dire
bellissimi è riduttivo, diciamo pure una gioia per gli occhi) ma di
contenuto narrativo ridotto se non minimale. Io stessa ne ho comprati
perchè alcuni prodotti nascono per assecondare più un gusto visivo
che narrativo. Voi invece che tipo di scelta avete fatto in merito
per questo progetto?
MANU: La struttura narrativa del nostro progetto è molto spontanea. Linda,
da brava psicopatica, ha creato un rapporto intimo e personale con il
suo character design, sappiamo già cosa decideranno di fare i nostri
personaggi prima ancora di inserirli nelle situazioni
della storia.
Capisci, non è un discorso che ci sia o meno “trama”, è che
loro stanno già vivendo, a noi non basta altro che “fotografarli”
nella loro vita, appena decidiamo di farlo.
Qui non si tratta di
scindere la tecnica “estetica” da quella “narrativa”, si
tratta invece di fondere tutto in una serie di emozioni.
Tornando
al documentario dei fenicotteri rosa hai presente l’ “intro”?:
Inizia l’arpeggio, vedi i fenicotteri che volano in controluce,
nuvole e la voce soave della doppiatrice: “C’era una volta, nel
cuore dell’africa, un lago di fuoco […], vedi il lago Natron, la
“promessa della rinascita”, la musica sale, una piuma di un
fenicottero, incastrata nel sale si “libera”, inizia il
pianoforte e appare il titolo.
Porca
puttana. Il “racconto” è li. Una cazzo di piuma che si libera
dal “sale”, ti racconta tutto l’universo.
Ed è cosi
potente perché quella semplice piuma contiene in se’ tutto
l’universo esistente. E’ questa, per me, la “trama”.
LIA: Sicuramente l’estetica in
Lumina è una parte fondamentale e questo forse è già potuto in
parte emergere da quello che abbiamo presentato online.
Posso
assicurare però che per me la storia ha pari valore dell’estetica.

Da lettrice non sopporto la sensazione di aver passato 100
pagine, magari bellissime, senza aver capito nulla dei personaggi o
delle loro vicende o peggio ancora dimenticandomi subito tutto. (per
questo fin da ragazzina adoravo i manga!) 
La trama di
Lumina non sarà complicatissima (certo, ci saranno intrecci e varie
sottotrame) quello che mi interessa è COME sarà raccontata. quindi
massima cura al ritmo della storia e allo scavo psicologico dei
personaggi. Vorrei che i lettori imparasse a conoscerli e ad amarli o
odiarli, immedesimandosi e vivendo le varie vicende assieme a loro.
anche un semplice percorso da casa a scuola può essere raccontato in
modo assolutamente appassionante, figuriamoci un megaviaggio in una
dimensione parallela. 

Perchè
avete scelto la via del crowdfunding? Ci date qualche linea guida per
partecipare?
MANU: Volevamo sperimentare il “rapporto diretto” con i lettori. Troppo
spesso gli editori con cui abbiamo lavorato hanno “interferito”
su ciò che volevamo raccontare veramente ai nostri lettori, per una
volta ci siamo quindi rivolti al pubblico, senza barriere, rischiando
di non riuscire a farcela in nome, però, della volontà di usare i
nuovi strumenti.
Il crowdfunding funziona molto bene in altri
paesi, e come sempre ci rode pensare all’Italia come “ultima
ruota del carro” della modernità. Non bisogna “stare a
guardare”, bisogna “agire” e se c’è crisi tanto meglio: ci
si rimbocca le maniche e si provano strade nuove. Noi il nostro passo
l’abbiamo fatto, ora tocca al pubblico venirci incontro. Se ci
troviamo a metà strada, faremo faville.
La
linea guida principale, che posso suggerire per creare una campagna
di crowdfunding, per ora è quella di affidarsi ad un team competente
che ti aiuti a realizzare l’impresa in accezione matematica: troppe
sono le tasse, le spese, i doveri burocratici da organizzare per
riuscire a trovare l’equilibrio tale che la campagna non diventi
per l’autore uno “svantaggio”.
Pensa solo alle spese di
spedizione: sai quanti autori stranieri hanno vissuto l’ “incubo
del successo della propria campagna”, perché ad ogni lettore in
più che conquistavano avevano spese di spedizioni in tutto il mondo
che non avevano calcolato?
Questa è un’arma a doppio taglio: se
non hai studiato un ottimo budget, rischi davvero di compiere un
disastro!
Noi ci siamo affidati ai ragazzi del Coffe Tree,
giovanissimi dal punto di vista del “mercato editoriale”, ma
estremamente competenti in termini di marketing e calcoli matematici!

Abbiamo
investito con loro e con loro continueremo a lavorare per creare
qualcosa di nuovo.

Il
crowdfunding rende partecipi anche i lettori e futuri tali; io
partecipai al crowdfunding di un album musicale per esempio e ricordo
l’immensa soddisfazione di sostenere un artista che amavo e di
ricevere poi l’album.
Già
questo per me è un grosso motivo per consigliare il crowdfunding, ma
venendo a dei vantaggi più “materiali”, quali sono quelli
previsti per i sostenitori di Lùmina?
MANU:
abbiamo aggiunto un sacco di gadgets ai perks proposti: innanzitutto
una chiavetta USB che è fantastica! In legno, con una corda che la
rende pendaglio, è esattamente la collanina che userà Kite nella
storia, realizzata in chiavetta USB! E conterrà un sacco di
materiale esclusivo del progetto!!!
Poi offriamo delle favolose
stampe Glicée, in A3, numerate da collezione! Per non parlare dei
corsi di colorazione digitale, online e “dal vivo” a casa nostra
per 3 giorni, tavole originali, tavole di storyboard, fino ad
arrivare alla partecipazione al party che organizzeremo a Lucca
Comics dove presenteremo anche un nuovo cocktail ispirato a FRUFF, la
“mascotte” del progetto!
Insomma, davvero, che si può
desiderare di più??? 

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Asterisk Rispolverando Hugo Pratt – ricordi e collezioni
08/04/2014 Morena Forza in Fumetto / one comment

Nel 2005 frequentavo Lingue e letterature straniere; avevo da poco riscoperto il disegno, in modo impacciato e pieno di circospezione, come se potesse essere un’attività così totalizzante da essere pericolosa.
Solo quattro anni più tardi decisi che l’avrei studiato e sviluppato come professione.

Mi ricordo che quell’afoso maggio del 2005 ha contribuito enormemente a tenermi ancorata alle matite e a sviluppare quell’indispensabile perseveranza nell’esercitarmi, nel fallire e nel continuare nonostante tutto.

Per la prima volta viaggiavo con due disegnatrici, Martina Cecilia e Rosaria Battiloro, che allora studiavano una alla Scuola del Fumetto e una all’Accademia di Belle Arti di Napoli, e mi portarono alla mostra di Hugo Pratt a Siena, “Periplo Immaginario”.
Fu un viaggio davvero arricchente e quella mostra, piena di spunti e percorsi misteriosi, diede inizio a un processo di risveglio.
Le suggestioni di cui era ricca mi entrarono dentro fino nelle ossa.
Pratt era un autore prolifico: solo alla mostra c’erano all’incirca 350 opere.
Portai a casa una grande stampa di Pratt, “Occidente”:

fonte

ed è rimasta per sempre un costante suggerimento affisso in camera mia, che mi ricorda che la sintesi e l’atmosfera possono essere ben più importanti in un disegno rispetto all’attaccamento alla realtà.
Che il segno è la radice dell’espressione.

Quindi, se avevo conosciuto l’opera di Pratt da ragazzina, fu solo a quella mostra che lo apprezzai pienamente, che ebbi modo di capire cosa c’era dietro le sue storie. Che rimasi affascinata e iniziai a studiare i fumetti e l’illustrazione, non solo a leggerli da occhio passivo.

La mostra “Periplo Immaginario” era allestita molto bene, ricca di acquarelli, schizzi, perfino filmati ed interviste. Era stata organizzata per il decimo anno decorso dalla morte di Hugo Pratt.
Ora di anni ne sono passati quasi venti e io rimango molto affezionata alle opere di Pratt per un motivo personale, non solo artistico. C’è un legame affettivo ai suoi disegni, che vivo cioè in prima persona.
La reputo una grande fortuna.

Qualche volta sorrido quando qualcuno confonde Corto Maltese con Hugo Pratt; nel senso che mi è capitato più di una volta che una persona pensasse che Corto Maltese fosse l’autore.
Sorrido perchè al di là dell’ingenuità, mi fa capire quanto Corto Maltese faccia parte dell’immaginario collettivo anche di chi non è molto appassionato di fumetto.

Io Pratt lo consiglio sempre:
Se qualcuno è appassionato del buon disegno, Pratt ha tanto da insegnare sul fumetto d’autore.
Se ama la lettura e l’avventura, Pratt ha tanto da offrire.
Se qualcuno è curioso verso il fumetto ma non lo conosce, Pratt per me è un ottimo punto da cui partire per comprendere la nona arte.

A proposito, segnalo a chi come me ha intenzione di collezionare i volumi delle opere di Pratt, che dall’11 aprile fino a metà dicembre di quest’anno faranno parte della collana, “Tutto Pratt” in allegato a La Gazzetta dello Sport una volta a settimana, in collaborazione con Rizzoli Lizard.

La prima uscita sarà “Una ballata del Mare Salato”; Corto Maltese la fa ancora una volta da padrone. :)
Ma ci sarà anche “Gli Scorpioni del Deserto” (i miei due volumi preferiti) e un’uscita in anteprima del Sgt. Kirk: il quinto volume, quello conclusivo.
Sono state restaurate alcune opere all’interno della collana, per esempio Junglemen.
Non hanno trascurato poi i classici che furono creati per il Corriere dei Piccoli, come Simbad il marinaio. Quelli non li ho mai visti, mea culpa. :)
In edicola per la prima volta ci sarà tutta la collezione completa di Pratt, non me la farò fuggire.

Nello Store è possibile leggere il piano dell’opera per sapere quando escono i nostri volumi preferiti, ma anche acquistarli a prezzo ridotto.

Se volete conoscere o approfondire Pratt è un bel modo per farlo.

E voi?
Quali sono gli autori a cui siete più affezionati, che vi motivano e vi ispirano e perchè?

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Asterisk Tutti possono fare fumetti – Intervista a Gud
02/04/2014 Morena Forza in Creatività / 2 responses

Qualche tempo fa ho acquistato “Tutti possono fare fumetti“, un manuale scritto e disegnato dal fumettista Gud (al secolo Daniele Bonomo) ed edito da Tunué.
Avevo già consultato due manuali sul fumetto, entrambi di Scott McCloud (questo è quello che ho letto più avidamente) , ma pur riconoscendone l’elevata qualità li ho trovati un po’ pesanti e anche stancanti a livello visivo.
Non li sconsiglio, affatto, ma d’ora in avanti se mi troverò a consigliare a qualcuno che si avvicina al fumetto una lettura che possa dargli un’idea chiara di come funziona, saprò che la mia risposta sarà “Tutti possono fare fumetti”.

L’ho trovato rilassante da leggere, a tratti illuminante. Istruttivo ma anche divertente, l’ho tenuto volentieri nella mia libreria nel settore “Manuali e riferimenti” (io ho una libreria così organizzata che spaventerebbe una biblioteca vera) perchè mi piace che sia sempre lì a disposizione soprattutto questo periodo in cui sto sceneggiando una graphic novel e cerco con cura di rispettare i tempi narrativi del fumetto che differiscono da quelli dell’illustrazione.

Il fumetto è un linguaggio, e in quanto tale ha delle regole e delle strutture che vanno capite per farlo funzionare.
Imparare a gestirlo è importante per creare un messaggio che arrivi a destinazione; infatti, se non è creato per arrivare a chi lo legge, a cosa servono un testo o un disegno, a cosa serve che ci sia un messaggio?
Potranno essere di ottima qualità ma non verranno recepiti e quindi saranno vani.

Il manuale mi ha entusiasmata e mi ha tolto quel reverenziale timore che provavo nei confronti della sceneggiatura.
Ho una natura molto prudente, perfino troppo, tanto che mi blocco su sciocchezze che io vedo come massi insormontabili, tutta presa da domande come “Lo sto facendo come si deve?” “E’ di qualità?”.
Da quando ho finito il manuale di Gud sto sceneggiando rapidamente e provandone un piacere infinito, che sinceramente non pensavo possibile nel fare qualcosa di nuovo per me.

Al tempo stesso, come mi capita ogni volta che qualcosa mi piace perchè lo trovo fatto molto bene, mi sono fatta delle domande sulla realizzazione del manuale.
I dietro le quinte di libri, film, video, illustrazioni o perfino tracce musicali, restano sempre la mia passione più grande. Sono curiosa.

Così ho scritto a Gud, che ha accettato di rispondere alla mia intervista sul manuale e spero sarà di spunto anche a voi, perchè si toccano temi a cui noi disegnatori siamo tutti molto sensibili.
Buona lettura!

Ciao Gud, grazie per averci concesso di curiosare tra le quinte del tuo libro.
Iniziamo rompendo il ghiaccio con una domanda molto diretta, com’è nel mio stile: insomma, tutti possono fare fumetti?

Ghiaccio frantumato direi. La risposta  sì, tutti possono fare fumetti.
Devo riconoscere che il titolo è abbastanza provocatorio, perchè l’esperienza mi ha insegnato che, se c’è la volontà, raccontare a fumetti è un traguardo raggiungibile davvero da tutti.

 

Come mai l’idea di un manuale? I tuoi studenti ti hanno ispirato?

Dopo una dozzina di anni di insegnamento, qualche centinaia di studenti incontrati, corsi e workshop in scuole di ogni ordine e grado, ho sentito la necessità di mettere nero su bianco quei concetti che tornavano nelle mie lezioni, sia con i bambini delle elementari che con i ragazzi alla Scuola di Comics. Così ho pensato ad un manuale semplice, che fosse fruibile da tutti e che avesse più piani di lettura.

Da illustratrice, mi ha molto colpito il testo a pagina 95 di “Tutti possono fare fumetti”:

Secondo te, quanto occorre conoscere la struttura realistica di ciò che ci circonda per poterla sintetizzare?

Questa  la domanda alla quale mi sono trovato più spesso a rispondere, e anche il principale mito da sfatare. Quanto conta il talento e quanto la tecnica (e la conoscenza)? Secondo me il talento che abbiamo come disegnatori è proprio quello di riuscire a sintetizzare la realtà con dei segni comprensibili. Più che della struttura realistica, qui intendo la capacità di astrarre il concetto dalla realtà e trasformarlo in un segno inequivocabile. Conoscere la struttura realistica aiuta, anche se più di tutto aiuta imparare ad osservare in maniera meno superficiale quello che ci circonda.

Per quanto riguarda le idee per le storie, sei d’accordo con quello che insegnano a molti corsi quando dicono “Disegna/Racconta ciò che sai”?

Il problema è sapere quello che sai (ndr ridacchia).
Preferisco pensare che nel racconto un autore inserisca quello che è , le sue esperienze, le sue emozioni.
Mi piacciono quelle pagine dove l’emotività esplode nel segno, nelle parole, nei tempi narrativi, anche se raccontano la semplicità. Non mi piacciono gli autori razionali, che inondano le tavole di nozioni con segno glaciale e perfetto. La perfezione non è credibile. Anche per questo nel libro do un paio di suggerimenti su come iniziare a pensare le proprie storie, magari seguendo l’esempio di alcuni grandi Maestri come Hergé, Eisner o Pratt.

Nel tuo manuale, una vignetta tira l’altra e imparare il funzionamento di alcuni meccanismi dietro il fumetto diventa appassionante pagina dopo pagina.
A colpirmi molto è anche come inserisci con nonchalance elementi di storia del fumetto, che diventano parte integrante della comprensione di quei meccanismi.
Quanto è importante secondo te conoscere la storia del fumetto o dell’illustrazione per essere buoni fumettisti e illustratori?

L’idea è che un lettore occasionale possa conoscere con naturalezza qualche nozione in pi sul fumetto, sulla sua storia e sui suoi elementi fondanti,  stata il cardine su cui ho costruito tutto il libro.
Perchè a veder mio, il fumetto soffre anche per la mancanza di un’educazione di base diffusa.
Molti non leggono fumetti perchè non li conoscono e ignorano i processi produttivi e tutto il lavoro creativo che c’è dietro. Alcuni pensano che siano fatti da complicatissimi software automatici che stampano direttamente le storie già confezionate.
Allargare la base della conoscenza, questo forse ci salverà.

 

A pagina 68, scrivi “La prima domanda è: Perchè?”
Mi daresti tre perchè alla domanda “Perchè fare un fumetto?”.

Ti dico i miei personali:
1. Perchè mentre li faccio sono solo con me stesso e con il mio respiro che si alterna al rumore della mina/pennello/gomma/spugna/pennino/chiodo/dita/naso/lettera/testamento sul foglio.
2. Perchè  il modo più naturale che conosco per raccontare le cose.
3. Perchè mi diverto e, quasi sempre, mi pagano per farlo.

E ora una domanda da illustratrice rompiscatole: a pagina 25 trovo un fumetto che dice “L’illustrazione perde parte della sua forza narrativa se viene lasciata senza un testo.”
Io non sono d’accordissimo, perchè alcuni talentuosi illustratori riescono a narrare solo con un silent book, altri praticano illustrazione concettuale (come alcune per magazine) che trasmette un messaggio chiaro senza nemmeno una parola attorno.
E allora la mia domanda è: non è che esistono dei pregiudizi dal fumetto all’illustrazione e viceversa? Ma sono così profondamente diversi?

Eh eh eh, sapevo che qualcuno sarebbe stato toccato da questa definizione, l’avevo messo in conto.
Mi serviva uno spartiacque per far capire la differenza tra i tre linguaggi che utilizzano il disegno, cioè illustrazione, fumetto e animazione.
Così ho preso in prestito la definizione di Daniele Barbieri (ne “I linguaggi del fumetto”) che traccia la distinzione netta tra un Fumetto e un’animazione che raccontano e un’Illustrazione che commenta. I confini nella realtà, per fortuna, non sono mai così netti, ma per cercare di chiarire a chi parte da zero che differenza c’è, sono stato costretto ad usare l’accetta.
A proposito di qualcosa di vicino alla domanda precedente.
A me è capitato che mi venisse chiesto “Ma se devo studiare da disegnatore, secondo te è meglio se studio fumetto o illustrazione?”
Come risponderebbe Gud?

Se vuoi studiare da disegnatore, studia le tecniche del disegno. Una volta che sarai il disegnatore più bravo della galassia, dovrai rispondere alla vera domanda: e ora, cosa ci voglio fare col disegno?

Qual è il tuo tipo di fumetto preferito? Quello che leggi con più piacere. Filoni o nazionalità in particolare?

Ti direi umoristico, magari francese, ma poi tra le cose che preferisco ci sono certe mattonate intimiste americane o romanzoni d’avventura disegnata. Allora ti dico Calvin e Hobbes. Ho risposto alla tua domanda?

Direi proprio di si!
Cosa consiglieresti prima di tutto a chi pensa di fare fumetto?

L’ultima pagina del mio libro ;)

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Asterisk Storia dell’Illustrazione: Jean-Jacques Sempé
17/02/2014 Morena Forza in Fumetto / No comments

Ho un piccolo taccuino dove annoto periodicamente i nomi dei grandi del passato di cui voglio scrivere per Storia dell’Illustrazione.
Tra questi non figurava quello di Jean-Jacques Sempé (Bordeaux, classe 1932), conosciuto più semplicemente come Sempé.

Non perchè non sia fra i miei autori preferiti e più importanti da conoscere per chi si interessa di illustrazione, non solo perchè è contemporaneo (e di solito posto autori non più tra noi) bensì perchè forse lo davo per scontato, conoscendolo bene e facendo parte dei miei mostri sacri.
Lo scorso anno ho visto una sua personale alla Galleria Nuages di Milano, quando ho incontrato Davide Calì, e ho avuto modo di approfondire i suoi lavori, incuriosita dal suo tratto fresco, dalla sua ironia e naturalmente dai suoi acquerelli.

Sempé è conosciuto per lo più per avere illustrato la fortunata serie di “Le petit Nicolas” di René Goscinny.

 

Anzi anche chi non è apassionato di Illustrazioni o Arti Visive spesso lo conosce; conosce i suoi disegni senza sapere il suo nome.
Oppure ha visto alcune delle sue sagaci vignette, spesso aventi come soggetto il teatro, la musica e i libri e caratterizzate dalla sua freschezza ed un umorismo raffinato.

 

La casa editrice Denoël ha stretto una duratura collaborazione con Sempé, infatti dal 1960, quasi ogni anno, pubblica un suo album.

Ma non ha fatto solo questo; oltre ad occuparsi di libri, infatti, dagli anni Sessanta ha collaborato con numerosi celebri magazine e disegnato molte copertine per il New Yorker, che secondo me costituiscono ancora oggi molte delle sue tavole più belle.
Alcune ho avuto la fortuna di ammirarle dal vivo e sono spettacolari!

Ne posto solo qualcuna ma vi invito a cercarne di più, sarà una gioia per gli occhi.

 

 

 

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