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Asterisk Cinque giorni con Lisbeth Zwerger al MiMaster
21/05/2012 Morena Forza in Creatività / 21 responses

Premessa
Volevo scrivere questo post subito appena finito il workshop al MiMaster, ma i due giorni seguenti i miei neuroni erano inceneriti (nel caso non lo sapeste, i corsi intensivi si chiamano “intensivi” per un motivo ben preciso!) quindi ricostruirò i miei pensieri del workshop dalla mia moleskine.

“Ma i workshop servono?” “I corsi brevi valgono la pena?”

Queste domande mi sono state rivolte in diverse email, quindi perchè non dirvi una volta per tutte cosa ne penso per quello che ho vissuto fino ad ora?
Rispondo subito: servono.
Ma di questo argomento tratterò poi in un post separato e apposito.

In questa sede racconterò quelli che sono stati i 5 meravigliosi giorni di corso con Lisbeth Zwerger.
Non credo che lei abbia bisogno di presentazioni, ma giusto in caso, leggete qualcosa qui sul suo conto.

Il workshop, intitolato “Illustrare i classici” verteva sull’analisi del testo del libro illustrato, nello specifico un testo dei fratelli Grimm, che ormai rappresentano l’immaginario della fiaba per eccellenza a livello europeo ed occidentale.

Anche stavolta ho la conferma che spesso i disegni dicono molto di chi sta dietro il tavolo dove sono stati realizzati: Lisbeth Zwerger è bella, dall’apparenza delicata e leggera come i suoi acquarelli, ma forte e precisa, a tratti rigida, quasi tradendo le sue origini austriache, schietta, come quando chiarisce che l’eccessivo pallore tipico di molti acquarelli la disturba. I rossi dei papaveri nel suo Mago di Oz parlano chiaro di questo aspetto.

Non è però un corso di acquarello, infatti la tecnica è libera; dopo aver analizzato un testo a scelta tra 4 proposti dei Grimm (“Il principe e il ranocchio” , “La bella addormentata” , “Hansel e Gretel” e “Il gatto con gli stivali”) bisogna scegliere cosa illustrare e cosa no.

E già questo pone davanti a un bell’interrogativo: cosa illustro, da questo testo? (E per di più era anche l’obiettivo del corso, il saper analizzare il testo)
Mi trovo davanti i due fogli di storia, mi sembra tutto molto semplice e inizio a schizzare delle scene. Parola sua, “La prima idea che viene in mente è anche la più banale, di solito io la scarto.” Restiamo tutti un po’ intimiditi da questa affermazione, ma lei la argomenta e salvo qualche perplessità vedo che attorno a me anche gli altri alla fine sono d’accordo: ciò che disegnamo istintivamente è spesso l’idea cliché, quella che non aggiungerà niente al testo, oppure che addirittura sarà ripetitiva.

Grazie a Francesca Resta per la foto!

Lei fa il giro della lunga tavolata (una trentina di persone in tutto) in silenzio e con un passo leggerissimo, una presenza quasi impalpabile, poi si ferma e ridacchia lievemente puntando col dito la bacchetta della fata che ho schizzato sul blocco. “So cliché, please! No cliché.”
E lì è il panico: come faccio a far capire che qui c’è una fata se sto disegnando un’ombra di quest’ultima e non le metto una bacchetta?
Glielo chiedo, lei scrolla le spalle e mi indica i fogli “Se è un libro illustrato, ci sarà anche del testo, perchè ripeterlo parola per parola?”
Quindi dice a tutti noi che non solo è importante scegliere cosa disegnare del testo ma anche e soprattutto cosa scartare. Molti di noi non ci pensano, rapiti dall’estro incominciano a riempire il disegno di dettagli di ogni sorta.
E può essere quello che distingue un’illustrazione mediocre e noiosa da una appassionante e di qualità.

Durante il workshop ci sono parecchi spunti di riflessione, vengono proiettate delle immagini tratte da libri illustrati della Golden Age (Walter Crane, Arthur Rackham, palesemente il suo primo ispiratore, Kay Nielsen e Gustave Doré) per studiare come venivano affrontate le composizioni a quei tempi e poi vengono messe a confronto delle storie illustrate da lei i primi tempi che lavorava e più recentemente. A dir poco affascinante seguire un’evoluzione stilistica in un arco di tempo così ampio. Devo dire che anche se lei è scontenta di più di metà di ciò che veniva mostrato, io non avrei saputo scegliere, trovo quasi tutto eccezionale sia nella vecchia versione sia in quella nuova.

L’analisi dei libri illustrati
Ah, questa è stata senz’altro la parte del workshop che ho preferito. Ha detto ad ognuno di noi di portare alcuni libri illustrati tra i nostri preferiti. Libri vintage, libri nuovissimi e molto alla moda, libri con illustrazioni della Golden Age, insomma gli spunti non mancano di sicuro.
Li sceglie e li distribuisce,assieme ad una tabella di analisi del libro illustrato che ho deciso applicherò a molti libri che già posseggo e che acquisterò.
Col mio gruppo di lavoro mi diverto come una pazza ad analizzare e discutere del libro che ci è stato sottoposto, è stimolante e davvero formativo.
Io sono arrivata con 14 libri, una pila che riempiva una borsa apposita. Me ne ha salvato solo uno su 14. Ovviamente voglio sapere perchè non le piacciono (per fortuna parlo bene inglese quindi non devo tampinare di continuo la traduttrice del MiMaster, Piera, che colgo l’occasione di ringraziare per la sua infinita carineria) e lei lì tira fuori il meglio di sè!
 Ipercritica e severissima mi fa a pezzettini quelli che fino a quella mattina erano i miei albi preferiti. Ma lo fa con motivi coerenti e spesso oggettivi e anche se lì sul momento mi sento quasi “offesa” (come se non avessi gusto, diciamo) dall’altra parte incamero un po’ di quell’esigenza che lei nutre verso il prodotto che ha tra le mani. Riesco a vedere i limiti di molti autori che fino a quel momento ho visto come “perfetti” ed è molto arricchente.

Grazie a Francesca Resta per la foto!

Durante il workshop si creano inoltre moltissime occasioni di scambi di idee e visioni sui libri e sul mestiere in generale; la sera torno completamente disfatta, con le mie certezze in frantumi, e capisco che le certezze non aiutano a crescere.
E che un corso DEVE in qualche modo farti ricredere su qualcosa, e non solo darti qualcosa ma anche togliertelo perchè tu possa ricominciare con nuove idee.
In questo Lisbeth Zwerger è meravigliosa: la sua schiettezza e la compostissima calma con cui demolisce tutti i tuoi preconcetti sul disegno e sulla costruzione delle tue tavole è quello che a mio parere, ognuno dovrebbe desiderare da un docente.
Non nascondo che attorno a mercoledi sono tornata a casa avvilita, mi sembrava di non sapere niente di niente, ma immaginavo che le critiche che mi erano state mosse dovevano essere elaborate per diventare qualcosa di costruttivo.

Una menzione speciale in questo post va anche ai miei compagni di corso e del mio gruppo di lavoro che sono felicissima di avere incontrato.
Se c’è una cosa meravigliosa è uscire dai nostri antri melmosi per parlare di quello che amiamo di più: il disegno, in ogni sua salsa!

Al prossimo workshop, spero prestissimo.

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Asterisk Anna Mattiuzzo : Vivere un corso a Sarmede
16/09/2011 Morena Forza in Eventi / No comments
Era da un po’ di tempo che desideravo pubblicare un post che trattasse dei corsi.
In particolare la mia attenzione è sempre stata su quelli organizzati a Sarmede “Il paese della Fiaba”.
Quest’anno la mia carissima collega Anna Mattiuzzo mi ha fatto questa enorme gentilezza scrivendo le sue impressinoi post Sarmede.
Dalle sue parole trapelano tutta l’emozione e la passione che questo mestiere sa regalare.
Grazie, Anna. :)


Buona lettura a tutti voi.

Aspetto la mia settimana a Sarmede con trepidazione per tutto l’anno. Per un illustratore, o anche solo un amante di questo mondo, è un appuntamento imperdibile.
Ritagliarsi qualche giorno per un corso alla Scuola Internazionale di Illustrazione per l’infanzia è indispensabile: mi sento male se anche solo penso al fatto che non potrei andarci.
Ricordo ancora la prima volta che sono arrivata al Paese della Fiaba: mi era sembrato di entrare in un’altra dimensione. Per chi non ha mai avuto la possibilità di vedere quei posti, vi assicuro che farci un corso è qualcosa di magico. Sarmede è un piccolo paesino immerso nel verde e nei colori. Si vive a stretto contatto con la natura, senza i vari stress della vita di tutti i giorni. Sembra quasi di abbandonare il mondo contemporaneo e la realtà per entrare in un libro illustrato: credo che fare un laboratorio in un posto differente renderebbe l’atmosfera decisamente diversa. L’aria che si respirerebbe non sarebbe così ispiratrice.

Forse i miei discorsi possono sembrare troppo romantici ma credo che quelli che, come me, hanno avuto il piacere di frequentare qualche corso a Sarmede, possono testimoniare e condividere quanto dico. Il clima che si respira è proprio da favola.
Buona parte del clima di relax e ispirazione, oltre ai paesaggi mozzafiato, si deve anche alle persone che a Sarmede (e a Montaner e Rugolo) ci vivono e che ogni anno accolgono milioni di corsisti.
Sembra pazzesco ma in pochi giorni gran parte del paese ti saluta per strada, la gente al supermercato ti chiede com’è andato il corso quel giorno, il barista ti offre da bere. L’accoglienza è incredibile! Cosa che di solito nei piccoli paesi non accade. Qui “il timore dello straniero” o la “chiusura” che si attribuisce, magari anche erroneamente, ai piccoli centri montani non sembra esserci.
Ovviamente questo è il mio punto di vista, qualcuno può anche pensarla diversamente. :)
Finita la pubblicità gratuita al Comune di Sarmede (rileggendo quanto scritto mi sembrava uno spot per passarci le vancanze :) … scusate!), veniamo all’argomento centrale di questo articolo: il corso.
Illustrazione di Octavia Monaco

Di solito, quando scelgo un corso, tengo conto dei miei gusti e delle tecniche che mi piace usare, ma anche di cose nuove che vorrei approfondire. Quest’anno ho frequentato il corso avanzato tenuto da Octavia Monaco: in questo caso tutto quello che ho detto di cercare potevo trovarlo. Stimo e ammiro Octavia come artista (e ora anche come persona), la tecnica da adottare per i lavori era abbastanza libera (nel senso che ognuno poteva concentrarsi sulle sue inclinazioni e preferenze, anche se poi si ovviamente è possibile osservare i lavori degli altri e imparare tante cosine nuove).

Il tema principale del corso era però lo sviluppo di uno storyboard ed è questo il motivo per cui mi sono iscritta: ho sempre lavorato sullo storyboard da sola, documentandomi per conto mio. Sono un’autodidatta e quindi sentivo proprio il bisogno di seguire un corso che mi lasciasse qualche indicazione precisa su come si dovrebbe farlo, su cosa metterci, su cosa tener conto nella sua elaborazione.
In questo devo dire che il corso è stato molto istruttivo, ma anche molto sfibrante: realizzare uno storyboard fatto bene è davvero un lavoro faticoso; Octavia poi è una persona a dir poco esigente, quindi le cose andavano fatte e rifatte tante tante tante tante volte. Si arrivava in alcuni momenti ad attimi di vera disperazione, e non scherzo. I corsi a Sarmede durano solo una settimana, ma sono molto intensi: si lavora dalle 9 alle 19 e in alcuni frangenti la stanchezza si accusa davvero.
La stanchezza poi, solitamente, si associa anche alla tensione per le scadenze da portare a termine entro la settimana: partecipando ai corsi della scuola di Sarmede è possibile realizzare infatti degli elaborati per la selezione della Mostra Internazionale di Illustrazione.
Solitamente, se non si riesce ad ultimarli è possibile completarli a casa e spedirli in seguito; quest’anno però c’era una novità perché alcuni corsi avanzati (tra cui il mio) partecipavano ad un ulteriore concorso: la possibilità di illustrare un libro per la Kite Edizioni e le due tavole per la selezione dovevano essere consegnate al termine della settimana. Vi dico solo questo: abbiamo lavorato intensamente sullo storyboard fino a mercoledì pomeriggio e sulle tavole si è iniziato a lavorare da giovedì ….. che fatica!!!! ci son stati attimi di panico! Della serie “moriremo tuttiiiii!!” Ahaha.

Un’altra cosa interessante sulla Mostra di Sarmede è che ogni anno si lavora su un tema e in particolare sulle fiabe di qualche Paese. Quest’anno il paese scelto è l’India. Non so se riuscite a immaginare quanto vasta è la cultura indiana: beh è vastissima. Appunto. La storia che dovevamo illustrare, scritta da Luigi Dal Cin, ripercorreva un po’ tutta la storia dell’India, dall’induismo con le varie divinità, al buddhismo, agli eventi storici più importanti, dal dominio straniero a Gandhi. Il tutto come per raccontare un cammino alla ricerca della libertà e dell’amore. Una storia che non ho trovato facile da illustrare, lo ammetto; ricca di simbolismi e di emozioni, momenti di spiritualità e stati d’animo da rappresentare: ma proprio questo deve saper fare un illustratore. Deve saper andare oltre il didascalico ed essere in grado di immaginare visioni alternative: credo che alla fine lo sforzo mi abbia portato a soluzioni interessanti.

Credo quindi che lo stress che ho provato in questo corso sia da attribuire anche alla storia su cui dovevamo lavorare. Il rapporto che si instaura con gli altri corsisti però è talmente forte e genuino che anche la fatica e lo stress sembrano divertenti: stando a contatto tutto il giorno con gente che come te disegna, dipinge, ragiona su una storia si creano dei legami incredibili. Non so se per voi è lo stesso, ma per me il lavoro dell’illustratore è qualcosa di solitario: io lavoro nel mio studio da sola, con la musica nelle cuffie e vivo le mie illustrazioni in solitudine. Durante questi corsi invece si collabora, ci si scambia i materiali, ci si dà consigli, si osserva come lavorano gli altri.
Ora, io non rinuncerei mai alla mia solitudine quando creo, ma ogni tanto è bello anche entrare in contatto con altre persone in modo fisico, perchè gli stimoli che si ricevono sono magnifici! E poi i legami non finiscono con la giornata al corso: si condivide l’alloggio, si esce e ci si diverte (anche se i paesini non sono molto vivi lì; se venite da una grande città, vi sembrerà di tornare indietro nel tempo, vi avviso).
Poi il culmine dell’allegria si raggiunge nel venerdì sera: con la cena di fine corso, insieme anche agli studenti impegnati in altri corsi, agli insegnanti e agli amici della Fondazione: che dire, si cena in allegria, si beve vino e ci si diverte. In seguito si raggiunge la casa di Stepan Zavrel (il fondatore della scuola, per chi non lo sapesse), che si trova in mezzo al verde, sulle colline, e che è un qualcosa di davvero stupendo e indescrivibile. Lì si prosegue la festa, in una cornice a dir poco meravigliosa, tra muri affrescati, luci soffuse, natura, lucciole e musica.

Io mi fermerei qui. Non aggiungerei altro.
Ci tengo a precisare che con questa recensione non intendo fare pubblicità a nessuno: ho voluto solo descrivere la mia esperienza e fare un breve diario per condividere con voi un po’ di quello che ho vissuto in questa settimana e in questi anni in un luogo dal qualche ho ricevuto davvero tanto.

Vi lascio con una frase di Bruno Munari

L’arte è ricerca continua, assimilazione delle esperienze passate, aggiunta di esperienze nuove, nelle forma, nel contenuto, nella materia, nella tecnica, nei mezzi. (da Munari 80)

Alla prossima
Anna

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Asterisk Oggi apre un nuovo museo sul Fumetto a Milano
01/04/2011 Morena Forza in Eventi / one comment

APRE IL 1° APRILE WOW-SPAZIO FUMETTO, SEDE DEL MUSEO DEL FUMETTO DI MILANO. MORATTI E FINAZZER: “NUOVO SPAZIO ESPOSITIVO PER LA CITTA’ DOVE VALORIZZARE LA NONA ARTE”.

Apre il 1° aprile WOW-Spazio Fumetto, sede del Museo del Fumetto di Milano. Promosso dal Comune di Milano e affidato in concessione, tramite bando, alla Fondazione Franco Fossati, il nuovo spazio dedicato al fumetto sorgerà in viale Campania 12, in un prestigioso stabile interamente ristrutturato, la storica fabbrica Motta.
“Il fumetto trova casa a Milano – spiega il Sindaco Letizia Moratti -. Si tratta di un progetto importante rivolto, in modo particolare, ai giovani, agli appassionati e a quanti avranno la curiosità di scoprire l’arte del fumetto. Con questo nuovo spazio andiamo a riqualificare lo stabile di viale Campania, in Città Studi, e lo restituiamo alla città affinché diventi un punto di riferimento per la zona e per Milano dove incontrarsi, studiare e conoscere il mondo dei comics”.

Leggi il comunicato stampa ufficiale e completo sul sito del Wow Museo.

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