Categoria: Creatività

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Asterisk Ma succede proprio a tutti tutti? Storia di un blocco creativo e di quanto poco se ne parla
09/07/2014 Morena Forza in Creatività / 8 responses

bloccoreativoevidenza

 

Era un po’ che pensavo di scrivere questo post, ma non era mai il momento giusto. Così ho aspettato che si facesse avanti per conto suo.
Ci tengo a condividerlo perchè penso che una ventata di sincerità sul vivere da creativo (inteso come: vivere con un’attività creativa, non dò chissà quale peso a questa parola,a scanso di equivoci o polemiche) possa fare bene, in questa perenne allure di invincibilità e perfezione che siamo abituati a confezionare, mostrare e ammirare anche negli altri, e che finisce con l’allontanarci da una visione serena e realistica di creativo.
Proprio stamattina ho ricevuto una newsletter in cui mi invitano all’ennesima mostra di illustrazione. L’inaugurazione è stata qualche giorno fa; le foto raccontano quello che tutti noi che seguiamo illustrazione e fumetto sappiamo molto bene.
Visi felici, bei vestiti, la location un po’ glamour, tutti strafighi, tutti convinti di ciò che fanno, tutti senza macchia e senza paura.
Ma siamo sicuri che c’è solo quello?
Non è che semplicemente, è l’unica cosa che si racconta?
La presentazione del nuovo libro, la mostra in centro città o all’estero, l’intervista per il magazine, le dediche al salone del fumetto.
Sono cose che vivo anche io, che ho fatto anche io, che mi piacciono, ma ci terrei a dire che si deve parlare anche della parte buia di questa bellissima luna.
Altrimenti il rischio è di pensare che non ci sia altro per noi. E di gonfiare un po’ troppo le aspettative.
Per due libri che escono, altri tre non sono stati comprati da nessuna casa editrice. Per un cliente grosso che un disegnatore è riuscito ad avere nella sua rosa di clienti, altri dieci lo hanno perfettamente ignorato. Dietro un portone aperto ci sono dieci porte sbattute sul naso. Forse è il caso di raccontare anche la parte scura della luna. Ci rende umani; forse è meno glamour parlarne rispetto all’ennesima mostra in cui ci si sente importanti e ammirati, ma va fatto.

Ecco come può andare quando le cose non funzionano per un disegnatore…

A febbraio mi sono caduti sulla testa i calcinacci di un tetto che si stava sfaldando da qualche mese, dall’estate prima. La vita di un disegnatore è fatta anche di tante cose che col disegno non hanno nulla a che fare, però hanno il potere di ripercuotersi anche sul disegno.

 

Ero nella camera di un bel bed and breakfast nel centro di Torino, seduta per terra, con le chiappe ben assestate su un tipo di parquet molto lucido, di quello che piace a me.
Disponevo di due belle lampade di ultra design, una arancio e una blu, che coloravano la stanza mentre fuori pioveva, suonando le grondaie delle case di ringhiera e i comignoli fumanti.
Ho sempre voluto una stanza così, a casa mia. Con una grande finestra che dà sui cortili pieni di ballatoi e rampicanti.
In mano tenevo una tisana alla violetta, mi scottava il palmo ma trovavo il contatto rassicurante e quasi remoto.
Sarebbe stato tutto perfetto, una splendida serata di relax dopo una bella camminata per il centro storico e un tè con alcune amiche illustratrici.

Ero a Torino per diletto stavolta, non per lavoro.

Eppure qualcosa non funzionava.
Quello che tenti di non ascoltare e vedere per mesi, all’improvviso ti piomba addosso e tu sei costretto ad averci a che fare.
E quando sei da solo in una città che non è la tua, in una stanza che non è la tua e tutti gli amici ti hanno salutato per tornare a casa, è più facile che certi pensieri non si disturbino a venire a bussare; arrivano e sfondano la porta e se sei pronto bene, se non sei pronto ti coglieranno in pigiama e con l’aria stravolta, per niente presentabile.
E’ per questo, credo, che chi si affligge in certi pensieri ha l’aria stanca e si definisce “il fantasma di sè stesso”.
Se certe riflessioni fossero tanto educate da presentarsi con un minimo preavviso ci faremmo trovare pettinati e con un’aria decisamente più dignitosa. Io sicuramente.

Mi sono sentita sopraffatta.
Nel pomeriggio una collega che stimo molto mi aveva fatto vedere le tavole meravigliose di un progetto che stava preparando per un grosso editore. Vederle dal vivo è stato qualcosa di eccezionale e intenso per me, soprattutto perchè non lavoro praticamente mai in tradizionale e per quanto per ora non mi abbia mai sfiorato l’esigenza di farlo (non per lavoro almeno) mi piace molto vedere gli originali di altri autori.
Avevo anche assistito alla giornata di lavoro di una mia cara amica e collega, con entusiasmo e partecipazione. Ero contenta di essere lì, anzi a dirla tutta non avrei davvero voluto essere da nessun’altra parte.
Poi però, mi sono trovata da sola, io e i miei fantasmi. Se viaggiate parecchio, probabilmente sapete che i vostri fantasmi fanno parte del bagaglio: potrete andare ovunque e potrete avere le valigie piene fino all’inverosimile, ma un posticino per questo o quel fantasma lo si trova sempre.
Tutti li abbiamo.

Un disegnatore ogni tanto, potrebbe portarsene dietro qualcuno più articolato e particolare di altri. Non peggiore, attenzione: non mi piace chi si vanta di essere una vittima d’elezione rispetto ad  altre categorie di persone.
Ognuno ha i suoi piccoli e grandi drammi.
Io però sono disegnatrice e quindi alcuni dei miei fantasmi riguardano il disegno e la creatività.
I fantasmi del disegno sono come gli spiriti descritti da Dickens ne “Il canto di Natale”. Ci sono quelli del disegno passato, quelli del disegno futuro e quelli del presente.
Di solito si fanno vivi assieme e come scrivevo poco fa, amano le sorprese e soprattutto auto invitarsi.
Generalmente sono poco educati anche fra loro: infatti si parlano sopra uno con l’altro, perciò mentre tu come disegnatore pensi ai tuoi disastri passati riesci anche ad angosciarti per il futuro.

Sono riflessioni che prima o poi toccano a tutti: cosa sto facendo, e soprattutto lo sto facendo nel modo in cui volevo?
E se invece avessi sbagliato tutto? E se ciò su cui ho basato la mia vita intera stesse franando sotto il peso di una decisione sbagliata?

Quella sera mi sono quasi sciolta su quel parquet scuro e la cosa che mi aveva più stupita nei rari momenti spietata lucidità in quel delirio di enormi e spaventose domande, era l’istinto di nascondermi sotto al letto contro cui ero appoggiata.
Non so per quanto sono rimasta così; so solo che ero intorpidita, stanca di quel silenzio pieno di pensieri aggressivi e di pioggia sui vetri. Nella mia testa, in quel momento, nulla di ciò che avevo fatto, che stavo facendo e che stavo per fare in quel periodo come disegnatrice mi soddisfaceva.
Mi sembrava tutto senza senso.

Ero arrivata proprio al limite: solo pensare all’illustrazione mi provocava un peso dietro allo sterno.
Non fraintendetemi, non avevo smesso di disegnare, anche perchè e sono consapevole del fatto che dirlo è un atto senza alcuna poesia, non me lo posso permettere.
Io sono una lavoratrice e quando devo disegnare disegno e consegno. Ormai mi sono abituata a disegnare senza ispirazione e a farlo comunque al massimo delle mie possibilità, mi sono abituata a disegnare durante lutti, malattie, col caldo, quando gli altri sono in vacanza, sempre. Non aspetto “il mood giusto”, mi ci devo mettere.
Non è freddo e non è crudele, è solo un patto che abbiamo stretto io e il disegno.

Perchè, e lo sapete anche voi, ogni rapporto di qualunque tipo si basa su un patto (di solito tacito). E ogni rapporto stretto prima o poi soffoca un po’ e bisogna prendere le distanze.
Succede quando si è in simbosi.
Ogni tanto noi disegnatori ci confondiamo coi nostri disegni, per questo ci offendiamo nel profondo quando ce li criticano, quasi sempre.
Perchè “confondere”, fateci caso, è “con-fondere”. E noi ci vediamo molto spesso come disegnatori prima che come persone.
E’ che il disegno fa parte di noi, è la nostra intrinseca natura.
Qualche tempo fa ho messo da parte delle persone nella mia vita che non accettavano questa enorme fetta della mia personalità.
E questo cosa vuol dire? Che ho voluto difenderla!

Eppure in quella camera di Torino, l’avrei voluta incenerire. Volevo che mi lasciasse in pace una volta per tutte.
La odiavo e la amavo con la medesima intensità e quell’odio e quell’amore mi fremevano sotto la pelle, forse era quello a sfinirmi.
Ero vigliacca: non volevo la responsabilità di aver scelto di realizzare un sogno. Volevo tornare indietro, fra quelle persone che si lamentano che i sogni sono fatti per restare tali. A volte sarebbe più comodo.

Mi sono addormentata vestita, truccata, sopra al piumone. Alle sei, mentre albeggiava, mi sono resa conto per la prima volta dalla sera prima di com’ero ridotta.
Non so se vi è mai capitato di litigare violentemente, con quella rabbia che vi frantuma le corde vocali anche nel silenzio, ma quella spossatezza tipica del post litigio io ce la avevo fino nelle ossa.
Ero ammaccata, infreddolita, e con gli occhi pesanti mi sono trascinata sotto la doccia bollente per un’ora buona.
Era svanito tutto: erano svaniti la rabbia, il risentimento, ma anche qualunque amore e interesse. Una catarsi.
Ancora in accappatoio sono rimasta a fissare per qualche istante il portatile rimasto acceso tutta la notte.
Non avevo nessun istinto a farlo uscire dallo stand by per leggere i feed di illustrazione che quasi ogni mattina consulto mentre faccio colazione. “No, non mi interessa” ho detto a voce alta.

Ho chiamato questa mia amica illustratrice e le ho detto che ci saremmo viste nel pomeriggio, accennandole della nottata terribile appena passata. Era dispiaciuta, ma sicuramente non sapeva di cosa stavo parlando, figuriamoci; sicuramente comunque non nel concreto.
E’ proprio come essere innamorati, se ci pensate.
Quando ci si innamora, sembra che siamo innamorati solo noi: se siamo felici, nessuno è felice come noi e se stiamo male per amore, nessuno sta male tanto quanto stiamo male noi.
Siamo i primi esseri sulla Terra a sapere cos’è quella data cosa, illuminati da un teatrale faretto nel buio, primi depositari di un sentimento fino a quel momento sconosciuto.
Ho lasciato che la mia amica vivesse la sua normale giornata da illustratrice freelance; l’ho lasciata a cose che io stessa conoscevo e conosco, ma con uno strano senso di estraneazione.
Non sentivo che mi appartenevano come prima. Non dopo quel brusco litigio, per lo meno. Io non appartenevo a quella routine.

Sul mio diario (scrivo sempre 3 pagine al giorno tutti i giorni) ho scritto:
“Come siamo vigliacchi noi esseri umani. Molti mi hanno detto che sono coraggiosa ad avere inseguito il mio sogno. Non sanno che è stato lui a inseguirmi e che io in realtà mi sono passivamente abbandonata a ciò che sapevo fare meglio perchè non ho mai visto altre opzioni, nient’altro che mi chiamasse e per cui fossi adatta.”

Non importa se lo facciamo per mestiere, quindi per vivere, o se lo facciamo per sopravvivere ad un altro lavoro che magari non ci gratifica. Non importa perchè se lo viviamo con passione, prima o poi questi tormenti arriveranno. Se non arrivano è un hobby in cui non abbiamo investito tanto, non è una storia seria.
Avete mai sentito di storielle che suscitano grandi litigi e stravolgimenti? No. Perchè emotivamente non è stato investito nulla.

 

Quella stessa mattina ho coccolato il gatto di casa, un indolente persiano, sono uscita sui ballatoi a camminare, guardando colf affaccendate nelle case della Torino bene, impiegati prepararsi per andare al lavoro, intrepidi pensionati in boxer che nel pieno di febbraio fumavano la sigaretta post caffè sul balcone, signore che innaffiavano piante grasse, cagnolini annoiati che guardavano uno spiazzo sempre identico da chissà quanto.
E ho capito perchè devo disegnare. C’è troppa bellezza, ovunque e c’è troppo umorismo ovunque si guardi.
C’è troppa storia, c’è troppa narrazione ovunque mi giro. Io li vedevo già disegnati, tutti.
E allora, mi sono fatta un’ultima domanda: perchè non mi stava piacendo disegnare, da mesi? Perchè anche se lo facevo, niente aveva senso e niente sembrava degno di nota?

Non trovavo risposta. E più la cercavo, più avevo quella sensazione di averla intravista, sfuggente, come quando vedi qualcuno che conosci in mezzo alla folla in centro a New York e poi viene sommerso dagli altri, e allora non sei più tanto sicuro che fosse proprio quella persona lì, forse ti eri sbagliato.

Quella stessa mattina ho trovato nella mia camera del bed e breakfast un libro che non conoscevo. Alto, senza sovracopertina né illustrazioni. Si intitolava “Wildwood” scritto da Colin Meloy.
“Aspetta un secondo!” mi sono detta “Ma Colin Meloy è quello dei Decemberists!” è un gruppo indie folk che seguo da anni e anni.
Quando ho aperto il libro però ho scoperto che di illustrazioni ne aveva eccome, mi son sentita sinceramente perseguitata.
E quanto mi piacevano quelle illustrazioni. La stessa illustratrice, Carson Ellis, non l’avevo mai sentita prima d’ora. Le tavole erano fresche, originali, mai leziose e straordinariamente lontane dal gusto italiano e da ciò che qui viene spesso spacciata come l’unica illustrazione possibile.
Lì per lì ero interessata alla storia che mi stava molto piacendo (infatti poi ho letto tutti e tre i libri della saga) ma più mettevo gli occhi su quelle tavole a pagina intera e sugli splash più mi riconciliavo con l’illustrazione.

Però mi sentivo ferita e continuamente tradita dal disegno.
Perchè non potevo essere serena come tutti gli altri disegnatori che mi circondavano?
Perchè io dovevo vivere questa cosa in maniera così tumultuosa, mentre gli altri vanno avanti tranquilli, senza mai un passo falso?
Com’è possibile che agli altri vada sempre tutto bene, non inciampino mai nel cliente poco serio, nell’editore spocchioso, nel progetto che non incontra la qualità del proprio operato, perchè sono sempre felici e io invece sto così?
Un altro mare di domande formava un’ondata di nuovo risentimento, e non sapevo nemmeno bene se fosse più verso me stessa o verso il disegno stesso.
Quando pensi queste cose ti senti poco meritevole di fare quello che fai, ecco.

Nel pomeriggio mi sono vista con la mia amica e le ho parlato di questo. Solo io so quanto mi è costato, mi sarei voluta seppellire.
Provavo una vergogna estrema.
Ma visto che l’unica alternativa era odiare il disegno non avevo molte altre possibilità di guardare la cosa in faccia.
Tanto valeva vuotare il sacco.
Mi vergognavo di dire quelle cose, di pensarle, e mi vergognavo di dirle a un’altra persona che sicuramente pensavo, non c’era mai passata.
Ricordiamoci che quando siamo innamorati e stiamo male per qualcuno che non ci corrisponde noi siamo i primi esseri umani a cui succede: gli altri non sanno cosa sia quel dolore. L’ho già scritto prima.
Mi vergognavo di dirlo a lei anche perchè è forte, è creativa, è brillante e la ammiro molto come artista e come lavoratrice.
Non ridete, ma non l’avrei mai pensato: sapeva benissimo quello di cui stavo parlando. Lei, forte, brillante creativa e super laboriosa.
Non mi sarei mai immaginata che lei stessa avesse passato quella rabbia e quella frustrazione e quella sensazione di spegnimento. E che ci cadesse periodicamente, oltretutto, come me.
“Morena, il fatto è che ci passiamo tutti ma nessuno te lo viene a dire!”
Ah si? Davvero? Per me era una vera rivelazione.
Ma ci passano tutti tutti?

Qualche settimana più tardi ho partecipato alla conferenza che Gipi (mica uno qualunque: proprio Gipi) ha tenuto al WOW!, museo del fumetto di Milano e per poco non mi sono trovata in lacrime (ancora! Santo cielo questi rubinetti perdono troppo).
Parlava di un blocco enorme da lui vissuto, di come niente gli sembrava avere un grande senso. Di cose che io quella notte di due settimane prima avevo passato a Torino, sola coi miei fantasmi.
Anche lui aveva i suoi. E ci aveva fatto a botte. Non sempre ne era uscito vincitore. Qualche volta si esce ammaccati.
Ancora una volta però pensavo di essere quasi sola.
Io e Gipi.
Figurati, gli altri non sapranno di cosa parla.
Come siamo egocentrici noi esseri umani.
Mi sono guardata attorno; ero in seconda fila e dalla terza fino in fondo alla sala gremita quanta gente annuiva, carica di comprensione.
Lì ho capito che tutti stavamo pensando la stessa cosa: se succede a Gipi, perfino uno come Gipi, forse c’è ancora speranza.
Tutti ci eravamo passati, forse lo stavamo vivendo anche in quel periodo. Quella settimana, quel mese, quell’anno.

Si coltiva tanto questa immagine del creativo sempre fiammante, infallibile, che sa sempre cosa dire, cosa fare e lo fa sempre al meglio. Che non ha mai dubbi e ripensamenti e crisi e blocchi creativi.
Si coltiva così tanto questa immagine di super-creativo che si finisce col pensare di essere sbagliati e unici nel proprio blocco.

Nessuno te lo viene a dire, eppure…succede proprio a tutti tutti.
Tutti tutti.

A parte una categoria di persone: quelle che vi mentono e negano questa verità, perchè pensano che avere fantasmi sia per gente che non è all’altezza di vivere da creativo.
A loro auguro un buon parquet dove poggiare le chiappe, e degli amici sinceri come quelli che ho io.

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Asterisk Due giorni a Padova per giocare fra le righe: il mio fine settimana al corso di scrittura con Davide Calì
03/06/2014 Morena Forza in Creatività / one comment

Abbiamo tante cose da dire.
Alcune gentili, alcune ironiche, altre ci servono per affrontare le nostre peggiori paure e i brutti ricordi.
E io amo scrivere per questo.

Ero bloccata da molti mesi, forse mi ero dimenticata di come si giocava con le parole, senza analizzarle e giudicarle troppo.
E di come potevo vederle compagne e aiutanti (come sono sempre state da quando ho imparato a leggere e scrivere) invece che come tante farfalle da inseguire con un retino, fino allo stremo delle forze.

Sono tornata da Padova proprio ieri, dal workshop che Davide Calì ha tenuto per Artelier.

Il centro storico di Padova, dove ho soggiornato,
mi ha colpito molto, è stato bello passeggiare tra i portici,
soprattutto durante il temporale che non si è risparmiato venerdi sera.

Davide ha proiettato e ci ha fatto leggere e vedere molti suoi albi illustrati, sia editi che inediti ed è stata una vera esperienza.
Sul momento non sentivo di stare assimilando secondo per secondo, ma mi stavo divertendo molto e ricordo nitidamente un momento in particolare, mentre ci raccontava dei retroscena nel suo albo intitolato “10 carri armati scendevano in guerra” in cui ho pensato che non vedevo l’ora di tornare a casa per aprire il mio personalissimo scrigno di idee. La chiave di quello scrigno si chiama “Posso farlo?”
Perchè “Posso farlo?” è la domanda che mi faccio ogni volta che ho un’idea, come se qualcosa o qualcuno me lo potessero impedire.

Diciamo che, dopo un po’ che si studiano e analizzano regole e funzionamenti di certe attività creative, c’è il rischio di volere aderire ad ogni costo ai criteri standard e di assorbire un po’ di paura nell’approccio con le cose che si vogliono fare.

Davide ci ha dato qualche regola tecnica, ma nessuna di esse è stata un ostacolo; ad un certo punto sono uscita molto debole dal corso, credo con un calo di zuccheri vertiginoso, nonostante Davide mi abbia dato impietosito uno dei suoi biscotti al cioccolato e Daniela Iride Murgia una barretta alla frutta (non ho mai smesso di rubarle cibo, in quei due giorni, scusa Daniela!) forse perchè davvero stavo macinando tantissimo quello che avevo pensato durante la sua lezione.
E poi mi sono trovata nella mia camera d’albergo, un grazioso e luminosissimo mansardato, davanti al mio quaderno di un sobrio verde pistacchio e con le nuvole sopra la testa.

Non sentivo qualcosa che mi tratteneva, non più.
Mi sembrava di avere afferrato la vecchia e rassicurante sensazione che ogni cosa che ci è attorno può essere una fonte di ispirazione, quell’ispirazione che nasce dalla meraviglia per le piccole cose, per le riflessioni sulle cose anche più piccole della nostra quotidianità.
Che ti fa capire che anche un piccolo accadimento può essere il via per una storia; il banale che diventa in qualche modo eccezionale.
C’è bisogno di vedere l’eccezionale nel convenzionale, a volte. Rende tutto più magico o anche solo sopportabile.

Sapevo di avere tante cose da dire: qualcuna gentile, qualcuna buffa, qualcuna malinconica o più poetica, qualcuna più personale e qualcuna puramente fantastica ma non per questo meno reale: chi ha visto “Harry Potter e i Doni della Morte” si ricorderà la frase di Silente “Certo che sta accadendo nella tua mente, ma perchè dovrebbe significare che non è reale?

E quando scrivo, per me è così, forse ancora maggiormente rispetto a ciò che mi accade quando disegno. Quando scrivo non invento; faccio semplicemente quello che Julia Cameron, nel suo bestseller “La via dell’artista” (edito da Longanesi) definisce “mettersi in ascolto”.
In un certo senso io mi metto ad osservare e ascoltare quello che già succede a prescindere da me, e mi limito a riportarlo nella storia.
E’ un processo che può accadere anche col disegno, ma mi riesce meno facile.

Comunque, al corso è stato davvero interessante affrontare gli esercizi, notare come l’immaginario collettivo possa trovare tanti punti di contatto (un paio di finali dei libri di Davide li ho indovinati, e altri che dovevamo inventare li avevano pensati anche altri partecipanti) e sia allo stesso tempo così radicato nel vissuto di ognuno di noi, dando frutti diversissimi. Siamo tutti uguali e tutti unici.

Abbiamo affrontato come si compone una storia, con che ritmo narrativo, che requisiti differenti ci sono per target, mercati, e Davide non è stato affatto avaro di consigli e racconti riguardo i dietro le quinte di alcuni suoi libri.
Anche esplorare le diverse possibilità che un intreccio narrativo offre è stato molto divertente oltre che formativo.

E poi il bello di ogni workshop a cui si partecipa è il venire a contatto con amici che non si vedono da tempo, nuove persone di cui si ignorava l’esistenza fino al momento prima, ma che condividono con noi le stesse aspettative, gli stessi sogni, a volte perfino gli stessi gusti e le stesse idiosincrasie.
Con alcune di loro ti trovi anche la sera e tiri tardi davanti a una tisana alla menta piperita fino a farti cacciare dal loro appartamento (grazie Laura!).

Se doveste chiedermi se consiglio questo workshop dico: assolutamente sì!

P.S.
Vi ricordo che Davide Calì ha scritto diversi articoli per Roba da Disegnatori: potete trovarli qui.

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Asterisk Tutti possono fare fumetti – Intervista a Gud
02/04/2014 Morena Forza in Creatività / 2 responses

Qualche tempo fa ho acquistato “Tutti possono fare fumetti“, un manuale scritto e disegnato dal fumettista Gud (al secolo Daniele Bonomo) ed edito da Tunué.
Avevo già consultato due manuali sul fumetto, entrambi di Scott McCloud (questo è quello che ho letto più avidamente) , ma pur riconoscendone l’elevata qualità li ho trovati un po’ pesanti e anche stancanti a livello visivo.
Non li sconsiglio, affatto, ma d’ora in avanti se mi troverò a consigliare a qualcuno che si avvicina al fumetto una lettura che possa dargli un’idea chiara di come funziona, saprò che la mia risposta sarà “Tutti possono fare fumetti”.

L’ho trovato rilassante da leggere, a tratti illuminante. Istruttivo ma anche divertente, l’ho tenuto volentieri nella mia libreria nel settore “Manuali e riferimenti” (io ho una libreria così organizzata che spaventerebbe una biblioteca vera) perchè mi piace che sia sempre lì a disposizione soprattutto questo periodo in cui sto sceneggiando una graphic novel e cerco con cura di rispettare i tempi narrativi del fumetto che differiscono da quelli dell’illustrazione.

Il fumetto è un linguaggio, e in quanto tale ha delle regole e delle strutture che vanno capite per farlo funzionare.
Imparare a gestirlo è importante per creare un messaggio che arrivi a destinazione; infatti, se non è creato per arrivare a chi lo legge, a cosa servono un testo o un disegno, a cosa serve che ci sia un messaggio?
Potranno essere di ottima qualità ma non verranno recepiti e quindi saranno vani.

Il manuale mi ha entusiasmata e mi ha tolto quel reverenziale timore che provavo nei confronti della sceneggiatura.
Ho una natura molto prudente, perfino troppo, tanto che mi blocco su sciocchezze che io vedo come massi insormontabili, tutta presa da domande come “Lo sto facendo come si deve?” “E’ di qualità?”.
Da quando ho finito il manuale di Gud sto sceneggiando rapidamente e provandone un piacere infinito, che sinceramente non pensavo possibile nel fare qualcosa di nuovo per me.

Al tempo stesso, come mi capita ogni volta che qualcosa mi piace perchè lo trovo fatto molto bene, mi sono fatta delle domande sulla realizzazione del manuale.
I dietro le quinte di libri, film, video, illustrazioni o perfino tracce musicali, restano sempre la mia passione più grande. Sono curiosa.

Così ho scritto a Gud, che ha accettato di rispondere alla mia intervista sul manuale e spero sarà di spunto anche a voi, perchè si toccano temi a cui noi disegnatori siamo tutti molto sensibili.
Buona lettura!

Ciao Gud, grazie per averci concesso di curiosare tra le quinte del tuo libro.
Iniziamo rompendo il ghiaccio con una domanda molto diretta, com’è nel mio stile: insomma, tutti possono fare fumetti?

Ghiaccio frantumato direi. La risposta  sì, tutti possono fare fumetti.
Devo riconoscere che il titolo è abbastanza provocatorio, perchè l’esperienza mi ha insegnato che, se c’è la volontà, raccontare a fumetti è un traguardo raggiungibile davvero da tutti.

 

Come mai l’idea di un manuale? I tuoi studenti ti hanno ispirato?

Dopo una dozzina di anni di insegnamento, qualche centinaia di studenti incontrati, corsi e workshop in scuole di ogni ordine e grado, ho sentito la necessità di mettere nero su bianco quei concetti che tornavano nelle mie lezioni, sia con i bambini delle elementari che con i ragazzi alla Scuola di Comics. Così ho pensato ad un manuale semplice, che fosse fruibile da tutti e che avesse più piani di lettura.

Da illustratrice, mi ha molto colpito il testo a pagina 95 di “Tutti possono fare fumetti”:

Secondo te, quanto occorre conoscere la struttura realistica di ciò che ci circonda per poterla sintetizzare?

Questa  la domanda alla quale mi sono trovato più spesso a rispondere, e anche il principale mito da sfatare. Quanto conta il talento e quanto la tecnica (e la conoscenza)? Secondo me il talento che abbiamo come disegnatori è proprio quello di riuscire a sintetizzare la realtà con dei segni comprensibili. Più che della struttura realistica, qui intendo la capacità di astrarre il concetto dalla realtà e trasformarlo in un segno inequivocabile. Conoscere la struttura realistica aiuta, anche se più di tutto aiuta imparare ad osservare in maniera meno superficiale quello che ci circonda.

Per quanto riguarda le idee per le storie, sei d’accordo con quello che insegnano a molti corsi quando dicono “Disegna/Racconta ciò che sai”?

Il problema è sapere quello che sai (ndr ridacchia).
Preferisco pensare che nel racconto un autore inserisca quello che è , le sue esperienze, le sue emozioni.
Mi piacciono quelle pagine dove l’emotività esplode nel segno, nelle parole, nei tempi narrativi, anche se raccontano la semplicità. Non mi piacciono gli autori razionali, che inondano le tavole di nozioni con segno glaciale e perfetto. La perfezione non è credibile. Anche per questo nel libro do un paio di suggerimenti su come iniziare a pensare le proprie storie, magari seguendo l’esempio di alcuni grandi Maestri come Hergé, Eisner o Pratt.

Nel tuo manuale, una vignetta tira l’altra e imparare il funzionamento di alcuni meccanismi dietro il fumetto diventa appassionante pagina dopo pagina.
A colpirmi molto è anche come inserisci con nonchalance elementi di storia del fumetto, che diventano parte integrante della comprensione di quei meccanismi.
Quanto è importante secondo te conoscere la storia del fumetto o dell’illustrazione per essere buoni fumettisti e illustratori?

L’idea è che un lettore occasionale possa conoscere con naturalezza qualche nozione in pi sul fumetto, sulla sua storia e sui suoi elementi fondanti,  stata il cardine su cui ho costruito tutto il libro.
Perchè a veder mio, il fumetto soffre anche per la mancanza di un’educazione di base diffusa.
Molti non leggono fumetti perchè non li conoscono e ignorano i processi produttivi e tutto il lavoro creativo che c’è dietro. Alcuni pensano che siano fatti da complicatissimi software automatici che stampano direttamente le storie già confezionate.
Allargare la base della conoscenza, questo forse ci salverà.

 

A pagina 68, scrivi “La prima domanda è: Perchè?”
Mi daresti tre perchè alla domanda “Perchè fare un fumetto?”.

Ti dico i miei personali:
1. Perchè mentre li faccio sono solo con me stesso e con il mio respiro che si alterna al rumore della mina/pennello/gomma/spugna/pennino/chiodo/dita/naso/lettera/testamento sul foglio.
2. Perchè  il modo più naturale che conosco per raccontare le cose.
3. Perchè mi diverto e, quasi sempre, mi pagano per farlo.

E ora una domanda da illustratrice rompiscatole: a pagina 25 trovo un fumetto che dice “L’illustrazione perde parte della sua forza narrativa se viene lasciata senza un testo.”
Io non sono d’accordissimo, perchè alcuni talentuosi illustratori riescono a narrare solo con un silent book, altri praticano illustrazione concettuale (come alcune per magazine) che trasmette un messaggio chiaro senza nemmeno una parola attorno.
E allora la mia domanda è: non è che esistono dei pregiudizi dal fumetto all’illustrazione e viceversa? Ma sono così profondamente diversi?

Eh eh eh, sapevo che qualcuno sarebbe stato toccato da questa definizione, l’avevo messo in conto.
Mi serviva uno spartiacque per far capire la differenza tra i tre linguaggi che utilizzano il disegno, cioè illustrazione, fumetto e animazione.
Così ho preso in prestito la definizione di Daniele Barbieri (ne “I linguaggi del fumetto”) che traccia la distinzione netta tra un Fumetto e un’animazione che raccontano e un’Illustrazione che commenta. I confini nella realtà, per fortuna, non sono mai così netti, ma per cercare di chiarire a chi parte da zero che differenza c’è, sono stato costretto ad usare l’accetta.
A proposito di qualcosa di vicino alla domanda precedente.
A me è capitato che mi venisse chiesto “Ma se devo studiare da disegnatore, secondo te è meglio se studio fumetto o illustrazione?”
Come risponderebbe Gud?

Se vuoi studiare da disegnatore, studia le tecniche del disegno. Una volta che sarai il disegnatore più bravo della galassia, dovrai rispondere alla vera domanda: e ora, cosa ci voglio fare col disegno?

Qual è il tuo tipo di fumetto preferito? Quello che leggi con più piacere. Filoni o nazionalità in particolare?

Ti direi umoristico, magari francese, ma poi tra le cose che preferisco ci sono certe mattonate intimiste americane o romanzoni d’avventura disegnata. Allora ti dico Calvin e Hobbes. Ho risposto alla tua domanda?

Direi proprio di si!
Cosa consiglieresti prima di tutto a chi pensa di fare fumetto?

L’ultima pagina del mio libro ;)

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Asterisk “Tutto iniziò da un blocco schizzi” – Oliver Jeffers Author Film
02/03/2014 Morena Forza in Creatività / No comments

E’ sempre molto ispirante guardare video e interviste di autori che hanno fatto della creatività il proprio stile di vita oltre che il proprio mestiere. Oliver Jeffers (sitopagina FB) è tra questi.
In inglese. Buona visione e buon ascolto! :)

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Asterisk Curiosity skilled the cat, ovvero: coltivate la curiosità?
13/02/2014 Morena Forza in Creatività / one comment

Da un po’ di tempo, con la pagina di RDD e ai corsi (sia che abbiamo tenuto sia che ho frequentato) ho notato tanto che tutti noi tendiamo un po’ alla smania di far vedere i nostri lavori.
Non c’è nulla di male perchè si disegna per esprimere, ma a volte mi è capitato di incappare in disegnatori che guardano poco quello che hanno attorno. Che non fanno attenzione a crearsi una cultura visiva o anche solo ad essere interessati a quanto fanno altre persone appassionate quanto loro.
E allora ci ho riflettuto sopra.
Anche perchè io soffro del male opposto e finisco in quello che in gergo viene definito “burn out” cioè una esagerazione di raccolta delle informazioni che ho intorno e che finisco con elaborare a fatica.

A questa riflessione si è sovrapposta, come nella migliore delle sincronie, una interessante collaborazione con Max Rambaldi, che qualche giorno fa ha pubblicato il video sul terrore da foglio bianco, di cui avevo scritto qui.
Così, invece che scrivere un post ho preferito che disegnasse su un mio testo su questa riflessione.
E invece che augurarvi buona lettura, vi auguro buona visione!

Nel prossimo video in collaborazione con Max, si parlerà (e disegnerà) di una questione un po’ più tecnica… Ma non voglio svelarvi altro!
Grazie a Max per la bella collaborazione.

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Asterisk I dieci libri che ho consigliato a bruciapelo ad una biblioteca
12/02/2014 Morena Forza in Creatività / No comments

Ieri sera mi sono stati chiesti dieci titoli di libri per ragazzi, albi illustrati e saggi che consiglierei per una biblioteca.
Così ho pensato di consigliarli in scala più ampia e scrivere i titoli sul blog e anche perchè mi sento di consigliarli.
Alla fine avendoli scritti di getto, ne sono saltati fuori dodici ma non potevo toglierne nessuno, anzi ne ho già tenuti da parte molti altri.

Non ho la presunzione di ritenermi un’autorità in materia, questi sono soltanto i libri che a me piacciono (alcuni libri, anzi), che mi hanno formata o mi hanno tenuto compagnia nei momenti più significativi della mia vita.

Preferisco elencarli di getto così come mi vengono in mente, mi fido del fatto che se sono i primi a fare  capolino in questa lista un motivo c’è. :)

edito da Einaudi Ragazzi
Questo è proprio uno dei libri che mi hanno formata come persona. Spesso indicato per i preadolescenti, in realtà non è mai tardi per regalarlo e consigliarlo ad un adulto, uomo o donna che sia.
E’ un libro che parla di parità e di libertà, non solo extraterrestre, però.
Bianca Pitzorno resterà sempre una delle mie autrici preferite e sono tanti i libri che amo scritti da lei, ma questo è senz’altro la sua opera che più mi è rimasta nel cuore.

edito da La Margherita Edizioni
Un libro che ho sfogliato per la prima volta nel silenzio di una biblioteca, in un pomeriggio assolato, e che mi ha trascinata sulle coste dell’Atlantico, per cui nutro un amore viscerale da sempre.
Bello da leggere e da guardare a qualunque età, proprio come succede con tutti i libri fatti molto bene.
Parla di ispirazione e di come questa vada qualche volta inseguita scappando.
A chiunque lavori con la creatività questo libro strapperà un sorriso, malinconico o divertito a seconda del rapporto in cui si trova al momento con la sua ispirazione.

edito da Rizzoli Lizard
Probabilmente il primo fumetto che ho letto non solo amandolo ma anche sentendomi ispirata e trascinata davvero in una storia. Del resto Corto è Corto.

 

 

edito da Lapis Edizioni
Ho salvato questo libro dal macero perchè si sa, spesso i piccoli lettori hanno un rapporto piuttosto fisico coi libri e la biblioteca se ne stava disfando.
Con un po’ di scotch è stato ospitato nel centinaio di albi illustrati che ho accumulato in casa.
Mi piace perchè è colorato, divertente ma delicato e mi è piaciuto come “Io fuori io dentro” rimanga lo stesso meccanismo a 5 anni come a 30.

edito da Topipittori
Mi sono innamorata di questo libro dal primo giorno in cui l’ho sfogliato. Non sono riuscita a leggerlo tutto d’un fiato, dovevo sempre indugiare su ogni immagine e sui discorsi tra l’omino e Dio.
Al contrario di quanto si potrebbe pensare, non è un libro che parla di religione. E questo lo rende speciale perchè parla di spiritualità, la più sana e naturale che esista. Mi ha lasciata con un sorriso compiaciuto sulle labbra.
Leggere (e guardare) per credere.

  • Hansel e Gretel fiaba classica dei Fratelli Grimm, illustrato da Lorenzo Mattotti

edito da Orecchio Acerbo
Ho sempre avuto un debole per le silouhette, per la loro potenza ed espressività. Sono teatrali e lasciano spazio a quella parte immaginativa e un po’ paurosa che è in ogni bambino (e nel bambino interiore che resta in noi).
Quando è uscita questa fiaba illustrata nientemeno che dalla sapiente mano di Mattotti, non ho potuto fare a meno di guardarla in ogni più piccola pennellata.
Ho visto parecchie versioni di questa fiaba (e per un libro digitale l’ho illustrata io stessa) ma per me fino ad ora, questa è la migliore che ho visto.
Riesce proprio a trasmettere quel senso di disorientamento e inquietudine tipici delle fiabe dei Grimm. Quelle originali, non edulcorate in epoca contemporanea.

 

edito da Kite Edizioni
Un acquisto molto recente e fino ad ora il libro di Davide Calì che ho preferito.
E’ una storia intelligente e molto godibile anche da adulti.
Cosa succede se a una rana qualunque cade una corona in testa? Chi comanda chi, e perchè?
L’ho comprato per me ed è stato uno dei pochi libri che ho regalato a più persone.
Consigliatissimo e poi è illustrato meravigliosamente.

 

 

  • Blankets di Craig Thompson
    edito da Coconino Press

La mia graphic novel preferita (fino ad ora), intensa, mi ha tenuta con le mani alla gola tutto il tempo, non vedevo l’ora di finirla e una volta finita conservavo quel dispiacere che rimane ogni volta che si termina un’ottima lettura.

  • “La furia di Banshee” di Jean-François Chabas, illustrazioni di David Sala

edito da Gallucci
Questo è davvero l’albo illustrato che quando qualcuno mi chiede consiglio su un albo da comprare, mi viene subito in mente.
E’ bello, potente, colorato, vibrante ed emozionante.
Naturalmente i richiami a Klimt mi hanno conquistata da subito.

  • “Viola non è rossa” di Lorenza Farina, illustrazioni di Marina Marcolin

edito da Kite Edizioni
Una storia semplice e delicata sulla timidezza.
Devo ammetterlo, io sono una delle persone meno timide che conosca, però le storie sulla timidezza mi piacciono molto, forse proprio perchè non mi ci ritrovo e mi dà modo di capire una realtà che non mi appartiene.
Non sempre le storie che preferiamo sono quelle che ci somigliano.

 

Il formato dell’albo è importante e le tavole di Marina Marcolin sono eccezionali, una vera delizia per lo sguardo.

  • “Disegnare – Corso per geniali incompetenti incompresi”

di Quentin Blake e John Cassidy
edito da Editoriale Scienza
Un libro divertente per disegnare ad ogni età, ci sono esercizi che restano utili anche dopo gli otto anni.
Allegato al libro ci sono un pennarello nero, una matita rossa e una nera in un astuccino.
Avete presente quei barbosissimi manuali di disegno? Ecco, cancellateli dalla mente.
Questo nasce per i piccoli disegnatori ma anche i grandi ci si divertono parecchio, ve lo garantisco io che l’ho trovato a un mercatino dell’usato a ventotto anni suonati.

 

  • “Il viaggio della piccola Angelica” di Charlotte Gastaut
    edito da GallucciAnche questo un acquisto piuttosto recente.
    Mi piace molto la dinamicità della narrazione sia nelle tavole illustrate che nel testo e soprattutto quando i due diventano la stessa cosa.

 

E voi cosa consigliereste?
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Asterisk Niente panico: è solo un foglio bianco!
24/01/2014 Morena Forza in Creatività / 2 responses

Il terrore da foglio bianco dovrebbe essere annoverato tra i grandi mali del disegnatore e, forse, anche dello scrittore.
Ma ci sono soluzioni, a volerle trovare.
Io colgo l’occasione per ricordare che nella sezione Utilità avevamo raccolto qualche articolo a riguardo.
E oggi aggiungiamo questo bel video di Max Rambaldi (con cui presto collaborerò e ne sono felicissima!) alla raccolta contro il mal di bianco. :)

 

Una mia piccola aggiunta al video: se proprio vi terrorizza il foglio bianco… usate un foglio non bianco!
Ultimamente ho notato che disegnare su un supporto diverso, per esempio carta avorio, giallina, o perfino nera mi aiuta a sbloccarmi.
Ho comprato un blocco schizzi a fogli neri da Tiger e lo consiglio perchè la qualità della carta è buona e non costa uno sfacelo.
Una carta avorio o giallina (tipo Moleskine) costituisce già un buon aiuto e la carta nera ribalta il senso di disegno. Se disegnare su un foglio bianco è tracciare qualcosa in uno spazio vuoto, farlo sul blocco nero è come scavare in qualcosa di già pieno, è una sensazione strana ma con un pastello bianco o una matita gessata, per me ha funzionato a meraviglia; mi sembra quasi di tracciare della luce in una stanza buia.
Anche gli schizzi preparatori non li faccio più a matita da molto tempo, uso pastelli colorati blu per lo schizzo generale e rosso per i dettagli e così mi viene tutto più spontaneo. Anche la sanguigna è un ottimo compromesso per non disegnare con la grafite classica. La Derwent poi ha due tipi di prodotto per lo sketch senza grafite grigia. 12 Non male, vero? Me le ha fatte conoscere Ilaria durante l’estate.
Pensiamo a quanto il sistema nervoso di ognuno di noi è diverso: c’è chi ama ascoltare la musica a tutto volume, chi non la tollera, chi ama i sapori forti e chi li detesta.
Per il disegno non è diverso: la percezione visiva mentre scriviamo o disegniamo è personale.
So che si è diffusa molto la pratica di fare gli schizzi preparatori già su PC.
Non lo sconsiglio, ma consiglio comunque di non allontanarsi dal foglio di carta per l’idea e lo schizzo preparatorio.
Da una parte ci tiene legati ai nostri sensi più primordiali, tracciare una linea su un foglio è qualcosa di ancestrale e istintuale, non lo sottovaluterei. Dall’altra affatica meno la vista ed evitiamo di “viziarci” senza rischiare schizzi brutti e cancellature. Qualcuno consiglia perfino di fare gli schizzi a penna per non potere cancellare.
A ognuno il suo! Io consiglio sempre di provare diversi metodi perchè non esiste la verità assoluta.
L’unica cosa da fare è provare e trovare il metodo che fa al caso nostro.
Buon foglio vuoto a tutti! :)

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Asterisk Azione ed emozione – Consigli da un post di Pascal Campion
09/01/2014 Morena Forza in Creatività / No comments

Buon anno a tutti!
Mi piace iniziare il 2014 con un post che può invogliarci a migliorare la nostra visione del mondo.
In ogni senso, a livello visivo ed emozionale.
Lo faccio traducendo un post che ha scritto ieri Pascal Campion.

Spero sia di sprono com’è stato per me!
Quante volte anche io mi sono chiesta “Come fa a disegnare così?” e mi sono detta “Voglio disegnare come lui/lei”, sono sicura che è piuttosto frequente in chiunque ama disegnare.

Buona lettura.

Ricevo molto spesso questa domanda :
“Come faccio a disegnare come te?”

Questo è il mio punto di vista su questa domanda.
Ancora una volta… questa è solo la MIA opinione e non tutti saranno d’accordo con essa ma, ecco è che probabilmente non vi raccomanderei di emulare il mio stile o il mio modo di lavorare.
Quello che vi consiglierei però è che proviate a uscire all’aperto e sketchare, fate sketch di persone per la strada, persone che passeggiano, persone sedute, che si alzano, che si tolgono i vestiti o se li rimettono addosso, persone che si abbracciano, persone che litigano, persone in una conversazione di gruppo, persone sull’autobus, che nuotano, che ballano, che mangiano (molte che mangiano, visto che è piuttosto difficile trasmettere esattamente la sensazione di qualcuno che sta mangiando), persone che dormono ,che pensano…

Se volete raccontare storie, la maggior parte delle vostre immagini dovrebbero avere in esse persone che pensano… E’ questo che farà in modo che le vostre immagini prendano vita.
Usate un tablet se ne avete uno o un pennarello, un pastello, un sasso intinto nella china, qualunque cosa che può lasciare un segno.
Lo strumento in sé è figo sì, ma è secondario. Prima bisogna che alleniate il vostro occhio e il vostro cervello a “vedere”, e con questo non si intende solo dare un’occhiata al mondo attorno a voi per cogliere cos’è diverso… ma davvero guardare ciò che è sempre attorno a voi ma a cui non avete mai prestato attenzione, cose tipo… com’è vestita la vostra ragazza oggi?
Come interagiscono tra loro i livelli degli abiti, come sono vestite le persone per strada OGGI… come la luce del cielo interessa il modo in cui vedete gli edifici attorno a voi.
Come vi sa sentire il freddo nell’aria e come incide sul modo in cui percepite le persone attorno a voi.

Come passeggiano i cani, come si ferma un’auto al semaforo rosso… I bambini vengono tenuti davvero per mano quando attraversano la strada?
Come siete voi ora mentre leggete queste righe? Sapete che aspetto ha davvero la vostra sedia? Col vostro peso sopra di essa?

Pensate in questo modo, provate e guardate queste cose, cercate di fissarle sulla carta. Sketch veloci in pochi secondi, fino a 30.
Non provate a fare schizzi belli, non importa.
In questa fase state provando a vedere il mondo e catturarlo.
Non provate a disegnare le cose come le conoscete, disegnate semplicemente cosa vedete
Vi aiuterà a lasciare andare tutte le influenze artistiche che avete e che vi impediscono di crescere come artisti.
Fate questo per il resto della vostra vita.
Una volta che lo avrete fatto per alcune settimane, alcuni mesi, allora cominciate a disegnare immagini, creare storie che avete visto, storie che avete sperimentato, come il vostro primo bacio o la vostra prima rottura, la prima volta che avete visto l’oceano o la prima volta che avete mangiato un croissant al cioccolato… cose che solo VOI sapete come avete vissuto.

Cercate di creare immagini che si riferiscono non solo all’azione ma anche all’emozione.
Una volta che avete raggiunto questo punto, non avrete bisogno di disegnare come me perchè a quel punto avrete la vostra voce e quella voce continuerà ad evolversi finché rimarrete onesti con voi stessi e continuerete a guardare e osservare.
Non abbiate paura di lasciare vagare la vostra arte in aree che non vi sono famigliari, è così che si impara.
In fasi diverse della vostra vita, vi interesseranno cose diverse e la vostra arte cambierà di conseguenza.
Non cercate di reprimere la vostra visione incagliandovi in ciò che per voi ha sempre funzionato… Potrebbe anche rendervi un artista popolare, ma potrebbe non realizzare le vostre necessità creative.

Un’ultima cosa.
Cominciate… ADESSO!

Pascal Campion
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Asterisk Gipi e Zerocalcare alla trasmissione RAI Pane Quotidiano
16/12/2013 Morena Forza in Creatività / one comment

Ci sono artisti che non mi stancherei mai di ascoltare; che quando parlano fanno sentire capito l’ascoltatore, perfino se questo è dietro uno schermo.
I primi due che mi fanno questo effetto sono Neil Gaiman e Gipi.
Settimana scorsa è stata trasmessa l’intervista proprio a Gipi e con la partecipazione di Zerocalcare a Pane Quotidiano, solo ora mi è venuto in mente che è possibile postare la replica in streaming.
Se non avete potuto guardarla quando è andata in onda, fatelo appena possibile in differita perchè merita davvero.

Mi ha colpito particolarmente questa sua riflessione:

“A me piace vedere nei miei disegni gli errori; perchè poi quando li riguardo dopo anni mi ricordano quel giorno, quel momento, le fragilità, e credo che quegli errori possano innescare un processo di trasmissione di sensazione di vita nel lavoro.
Quando guardi un disegno è un mistero: perchè un disegno ti accende il cuore o non te lo accende? 
Io credo che in quel mistero ci siano anche queste componenti.”

Mi sono sentita molto tirata in causa, diciamo pure punta sul vivo. Perché io sono la tipica disegnatrice che nasconde con cura le sue matite e non accetta l’errore e so anche, da qualche mese, che è un aspetto su cui devo lavorare. Accettare gli errori come qualcosa di formativo e perfino affettivo, qualcosa che racconta, come una fotografia non venuta perfettamente ma che, a differenza di una con una perfetta posa ed esposizione, riporta a galla dei bei ricordi, dei brutti ricordi, delle sensazioni. E quelli fanno sorridere, pensare e crescere.

Anche la volontà di Gipi di compiere una missione come quella di nobilitare il fumetto nell’ancora acerba visione che caratterizza il nostro Paese mi fa molto riflettere.
C’è ancora tanto da lavorare e c’è chi come lui, ci lavora! :)

Buona visione!
P.S Mi spiace per il formato che la RAI ha permesso per l’incorporamento nei Post.
Per guardare il video più in grande, si può cliccare qui.

Durante la lavorazione di “Unastoria” (consigliatissimo!) è stato girato a Gipi anche questo video, “Fiducia nell’acqua” che mi sento di invitarvi a guardare se non vi è già capitato di farlo.

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Asterisk Intervista a Enrica Trevisan e Beatrice Roberti
10/12/2013 Morena Forza in Creatività / No comments

Il Natale si avvicina e quest’anno ho voluto concentrarmi particolarmente sull’handmade, cioè tutti i prodotti artigianali che potevo trovare per farne regali per i miei amici e i miei cari.
Trovo che il calore trasmesso da un oggetto realizzato artigianalmente sia ineguagliabile, che si tratti di vetro, legno, di un disegno, un dipinto, un accessorio o un gioiello.
Ho acquistato qualunque tipo di manufatto quest’anno e ne sono molto soddisfatta. La qualità e l’originalità sono tangibili.
Due delle artigiane che ho contattato per scrivere questo articolo sono Enrica Trevisan e Beatrice Roberti.
Entrambe illustrano su diverse superfici e realizzano vetrine.
Quando pensiamo all’illustrazione, la prima cosa che ci viene in mente è l’albo illustrato.
Non è sbagliato ma è una visione parziale di questa bellissima attività.

Per questo ho pensato di dare questo spazio a Enrica e Beatrice per raccontarsi, raccontarci cosa c’è dietro la scelta di disegnare su legno, vetro, ceramica; perché il disegno a volte esce dal foglio. :)
Spero che vi sia di spunto e…
Buona lettura!

 

Enrica Trevisan
  • Ciao Enrica, dicci qualcosa di te. Dove vivi, qual è stato il tuo percorso formativo.

Vivo da 27 anni a Quarto d’Altino, un paese immerso nella campagna, a metà strada tra Venezia e Treviso. Abito in una piccola casa con il mio gattone, la mia cagnolina, e i miei genitori che mi hanno sempre sostenuta e mi hanno dato l’opportunità di sperimentare, studiare e amare l’arte. Fin da piccola, tra una visita ad un museo e l’altro, mi sono appassionata ai colori, alla pasta da modellare e al disegno. Attaccare sulle pareti di casa un po’ di pongo o tracciare qualche bella riga rossa erano le mie grandi passioni!
Nonostante questo, nel 2005 mi sono diplomata al Liceo Artistico Statale di Venezia e ho poi frequentato dei Laboratori di illustrazione per l’infanzia a Sarmede e all’Artelier di Padova, condotti da Anna Laura Cantone , Eva Montanari e Karen La Fata.

Ai corsi assorbivo come una spugna tutti i loro consigli e mi annotavo su un quadernetto delle piccole regole, i titoli degli albi illustrati e i nomi delle varie librerie della mia zona.

Dal 2009 ho cominciato a mettermi alla prova, partecipando a vari concorsi. Nel 2009 e nel 2010 infatti sono stata selezionata per la Mostra Internazionale d’Illustrazione per l’infanzia di Sarmede per l’area tematica ‘Fiabe dell’Oceania_Echi di mari lontani’ e ‘Fiabe del Brasile’.
Ecco, da tutto questo è nata la mia passione per l’illustrazione che poi mi ha portato ad una ricerca rivolta all’illustrazione applicata ad oggetti di uso comune e accessori.

 

  • Come hai cominciato a dedicarti ai prodotti illustrati? E cosa produci?

Ho cominciato a produrre alcune piccole creazioni nel 2008, ma tenevo tutto per me o quasi.

Ad un certo punto qualcuno mi disse “Enrica, ormai stai riempiendo la casa…prova a fare un mercatino! Almeno provaci!”. Così nel 2009 ho cominciato seriamente a dedicarmi a questa passione, iscrivendomi a dei piccoli mercatini dell’artigianato, esponendo prevalentemente oggettistica in legno, stoffa e ceramica realizzata e dipinta a mano con le mie illustrazioni!
Poi ho iniziato ad appassionarmi all ‘handmade e all’ artigianato a 360 gradi, e dopo quattro anni ho cercato di concretizzare il mio hobby. Ora collaboro con alcuni negozi che condividono con me l’amore per il fatto a mano e in particolare per l’illustrazione per l’infanzia.
Realizzo spille, anelli, orecchini, collane…veri e propri pezzi unici da indossare!






Uso prevalentemente il legno perchè è un materiale che trasmette calore al tatto e credo dia un valore aggiunto alle mie creazioni. Mio papà è il più valido aiutante, infatti è lui che taglia il legno delle forme che desidero. Io mi occupo della levigatura e della realizzazione delle illustrazioni che vengono dipinte interamente a mano con l’uso di colori acrilici.

Quest’anno ho sperimentato anche altre tecniche artistiche, come la serigrafia su stoffa, la tipografia, l’uso delle tempere per creare dei quaderni illustrati, l’incisione su adigraf e infine la ceramica per produrre ciondoli, bracciali, bottoni e articoli di arredo.

Dalla passione per il mondo della ceramica, nel 2012 sono nate ‘Le enricucci-le ceramiche illustrate’ grazie alla collaborazione con Maria Miele Ucci (ceramista).

 

  • Come scegli i tuoi soggetti? Ci sono dei temi che preferisci?

I miei soggetti li scelgo dopo una serie di svariati tentativi e disegni, perché  in questo modo cerco di caratterizzare al meglio i personaggi e infine scelgo quelli più convincenti e che mi trasmettono le giuste sensazioni. Attraverso il disegno le persone possono scorgere i personaggi che vivono solo nel mio mondo o un pezzo di realtà che mi appartiene.  Mi affascinano maggiormente quelli legati al tema marino, come i marinai e le sirene, forse perché vivo la città di Venezia in modo particolare, e perché mia mamma è vissuta lì per molti anni. Quindi è un tema a cui sono maggiormente legata perché mi porta alle origini e ai ricordi della mia famiglia.

 

  • Quali sono i supporti che preferisci e con che tecnica li lavori? Ho visto che realizzi anche vetrine, per esempio. Che tipo di vetrine hai realizzato?

Il supporto che preferisco è il legno che dipingo con colori acrilici, ma amo in modo diverso anche la ceramica che dipingo con gli ingobbi.  Sono due tecniche diverse che richiedono un po’ di abilità. Dipingere con gli ingobbi è un po’ come dipingere con la terra, mentre i colori acrilici richiedono velocità, in quanto si asciugano in fretta a contatto con l’aria.

 

 

In ogni caso il legno e la ceramica sono i supporti che preferisco dipingere, accompagnata da un bel sottofondo musicale.
Amo comunque sperimentare nuove tecniche, infatti  ho avuto il piacere di illustrare la vetrina di un negozio dal vivo, in una grande città come Venezia, in una domenica pomeriggio. (Per una un po’ timida come me, penso che la sensazione sia simile a gettarsi con un paracadute soffrendo un po’ di vertigini)

Ho illustrato la vetrina per un importante negozio di giocattoli, la Lanterna Magica di Venezia, in occasione di un progetto intitolato “LA LANTERNA GIRA PER…” a cura del negozio. Si trattava di una serie di esposizioni che mettevano in luce varie realtà dell’Handmade / Homemade con la  vendita di oggetti creati da designer emergenti.

 

A Marzo del 2013 è stato il mio turno e, dopo aver visto un video in cui un’illustratrice giapponese, Yoko Furusho disegnava la vetrina di Ikiru a Barcellona, ho deciso di lanciare la mia proposta a Beatrice e Manuela della Lanterna Magica, che hanno colto al volo con grande entusiasmo.

Ho superato la timidezza e ne è nato un bellissimo evento, fatto di intrattenimento, musica e grandi sorrisi! E illustrare la vetrina in quel contesto, con la luce del tramonto, è stato davvero  emozionante!

 

  • Dove vendi i tuoi bellissimi lavori?

Alcune mie creazioni si possono trovare alla Lanterna Magica  di Venezia, in Campo Santa Barnaba . Da poco ho aperto anche  uno shop online su A Little Market http://enricatrevisanillustrazioni.alittlemarket.it/





  • Quello che mi ha colpito di molti tuoi prodotti è che sono interamente realizzati a mano. Per esempio, molti segnalibri, gioielli e accessori sono in vendita su moltissimi shop aperti da illustratori ma spesso si tratta di stampe applicate al supporto. Perché preferisci realizzare a mano ogni singolo prodotto?



Perché credo che ogni oggetto fatto a mano racchiude al suo interno la storia, i ricordi, la passione, le fatiche e i sogni di chi lo crea. Proprio per questi motivi ritengo che il valore di una creazione handmade sia prima di tutto l’unicità.  

Ho comprato alcuni prodotti di Enrica: sono FAVOLOSI! E curatissimi in ogni dettaglio. :)


È sempre bene dare valore all’unicità dell’idea del suo creatore, fino all’unicità del suo più piccolo particolare, che può essere anche un piccolo difetto apprezzabile! Questo valore dà merito al lavoro di chi crea con le proprie mani, soprattutto in un’ epoca di grande omologazione degli oggetti come la nostra.

Soprattutto in questo periodo di crisi economica, è cominciata una piccola rivoluzione; quella dell’handmade che si sta facendo strada con il motto “Be different, Buy Handmade”. Io appoggio con convinzione questo pensiero, perché penso che una piccola creazione fatta a mano ci possa rendere speciali.

 

Beatrice Roberti

 

  • Ciao Beatrice, parlaci un po’ di te e raccontaci come mai hai scelto di disegnare su supporti ” meno convenzionali”.

Allora, lavoro con gli acrilici preparando prima il legno con una base di primer o gesso acrilico. Ho sempre disegnato da quando ero bambina, ed anche se ho frequentato il liceo scientifico poi ho deciso di frequentare l’accademia di Belle Arti, prima a Venezia (tre anni di pittura), poi a Bologna (specialistica in illustrazione per l’editoria).
Dopo essermi diplomata in accademia ho sperimentato in vari campi dell’illustrazione anche per trovare in quale ambito mi sentivo più a mio agio e pian piano è nato lo stile che sto utilizzando ancora oggi. Ultimamente realizzo soprattutto dipinti ad acrilico su tela, dopo anni di illustrazioni su carta, perché preferisco creare immagini di grandi dimensioni e mi piace che abbiano uno spessore, un telaio, pronte da appendere sulla parete.

Inoltre ho iniziato ad illustrare anche su mobili ed oggetti perché mi piace “riportarli in vita” con la mia arte. 

 





C’è anche un motivo pratico: mi sono trasferita a vivere nella casa appartenuta a mia bisnonna che era sommersa di mobili vecchi, perciò ho molto materiale su cui lavorare!

 

Inoltre trovo sia più utile, ecologico e meno dispendioso recuperare un mobile anziché comprarne uno nuovo e privo di “storia”. Infine adoro personalizzare le cose, in casa mia dipingerei qualsiasi cosa, per renderla veramente personale.

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