Autore: Morena Forza

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Asterisk Come migliorare i disegni dopo la scansione
28/08/2017 Morena Forza in Disegno / 4 responses

Avete mai notato come a volte un disegno dal vivo renda benissimo, ma dopo essere stato scansito abbia perso tutta la sua forza? Quando succede, è molto frustrante.

Lo scanner infatti, può sfalsare la resa finale ed è di fondamentale importanza riuscire a recuperare il nostro disegno così come lo vediamo fuori dallo schermo.
Come? Con la tecnica digitale!

Photoshop può aiutarci anche se abbiamo cambiato idea su un particolare cromatico o perché no, di struttura; o magari perché c’è una macchiolina o un segno di matita involontario che non possiamo lasciare lì.

In questa ottica, la post produzione digitale è uno strumento prezioso e irrinunciabile.

Per farvi un esempio ho usato uno dei miei semplici acquerellini veloci su fondo bianco, che ci permette di vedere all’opera Photoshop nel migliorare un disegno tradizionale. Nella scansione è stato molto penalizzato, diventando opaco; per giunta, prima di scansionarlo l’ho anche sporcato accidentalmente con un altro disegno.
Insomma,ce le aveva un po’ tutte, ma proprio per questo era perfetto allo scopo, no? :-)

Fase 1 - Isoliamo il disegno

Per creare un nuovo file in cui modificare il nostro disegno, selezioniamo con lo strumento Lazo tutto quello che ci interessa, poi lo copiamo, o dal menù “Modifica – Copia” oppure tramite il comando da tastiera Ctrl+C.

Creiamo un nuovo file a fondo bianco con le giuste misure e risoluzione, poi incolliamo il disegno in questa nuova area, o dal menù “Modifica – Incolla” oppure tramite comando da tastiera Ctrl+V.

Come da immagine, dobbiamo avere due livelli: uno con fondo bianco e l’altro che contiene unicamente il disegno.

Fase 2 - Una nuova brillantezza

A questo punto siamo pronti ad affrontare la parte forse più importante della post produzione di un disegno tradizionale digitalizzato: i chiari e gli scuri.

Come dicevo prima, a volte gli scanner (anche quelli di buona qualità) non tirano fuori il meglio dei nostri disegni, perché per permettere l’acquisizione dell’immagine, viene proiettata una luce fortissima sulla superficie del foglio, che quindi risulta più chiaro e a contrasto quasi nullo.
Questo succede soprattutto scansionando acquarelli e pastelli acquerellabili, ma anche se usiamo le matite in maniera molto delicata sul foglio.

Selezioniamo allora lo strumento Valori Tonali, che troviamo nel menù Immagine – Regolazioni.

  • Dal pannello dei Valori Tonali, eleviamo per prima cosa i bianchi, con la levetta a destra, spostandola poco a poco verso sinistra, finché il grigiastro della grana della carta non scompare, ma senza esagerare di modo che non svaniscano anche parti del disegno.
  • Proseguiamo allo stesso modo coi mezzitoni, rappresentati dalla leva nel centro, cercando di capire se ci conviene tirarla più a destra o più a sinistra. A seconda del disegno, faremo scelte diverse.
  • I neri (o scuri) sono rappresentati dalla leva a sinistra, che va spostata verso destra per accentuare le forme e i colori del nostro disegno.

Attenzione

  • Non utilizziamo la voce “Luminosità – Contrasto”, perché la precisione nel risultato non sarebbe la stessa!
  • Manteniamo sempre una visione di insieme sul disegno mentre spostiamo ogni leva.
  • Teniamo la leva premuta, trascinandola lentamente, senza cliccare “a balzi”.
Fase 3 - Macchie e pasticci? Niente paura!

Nel mio caso, da vera maldestra quale sono, avevo sporcato il disegno con la continuazione di un altro acquerello a fianco e così ora mi trovo con una riga verde sul lato destro dell’alga.

Questa fase della post produzione è delicata, perciò armiamoci di pazienza e precisione: si crea un nuovo livello chiamato “cancellatura” , per poi selezionare un pennello che riproduce delle forme ad acquarello.

Col colore bianco, lentamente e con lo zoom bene attivato, “dipingiamo” sopra quella porzione rovinata di alga.
In questo caso il pennello è utilizzato al 100% di opacità e flusso, ma può capitare di usarlo con opacità più ridotta (dal 30 al 50%) se vogliamo un effetto meno netto sulla cancellatura.

Attenzione

  • In questi casi è meglio utilizzare un pennello per “cancellare” le parti indesiderate di disegno, invece che affidarsi allo strumento Gomma. Così se lo vogliamo possiamo tornare indietro, perché tecnicamente abbiamo aggiunto un pezzo al nostro disegno (un pezzo bianco, certo) e non lo abbiamo tolto.
  • Per fare questo, non usiamo mai e poi mai i pennelli base di Photoshop, ma procuriamoci dei set adatti. I pennelli pre-impostati infatti, fanno vedere la cancellatura creando un effetto molto antiestetico, che annulla la qualità di tutto il nostro lavoro!

Ecco l’immagine “ripulita” del pezzetto in eccesso:

Fase 4 - Sistemiamo i colori

Questa fase non la affronteremo sempre ,ma solo se decideremo di enfatizzare alcune tinte all’interno del nostro disegno.
In questo caso ci verrà in soccorso lo strumento Bilanciamento colore, che ci permetterà di accendere i viola/magenta, i blu, i ciani e così via.

Giochiamo delicatamente con le leve, osservando come cambiano i colori sul nostro disegno. Quando siamo soddisfatti del risultato finale, salviamo.

Era facile, vero? :-)

Il prima e il dopo!
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Asterisk Una scatola di acquerelli e vecchie paure
09/08/2017 Morena Forza in Varie / 4 responses

Sono un tipo ordinato e piuttosto deciso: per questo non tengo i sogni nel cassetto. Preferisco metterli in pratiche scatole etichettate.

Pur ordinate ed organizzate al millimetro, le mie scatole grigie foderate a quadretti possono restare chiuse per anni. Ed è stato proprio così per quella dedicata al materiale da acquarello.

Negli anni ho buttato barattoli troppo bassi, stracci consumati, pennelli con le setole impazzite. Ho anche comprato nuove cose, perché mi piace pensare che nel caso mi prenda “l’attacco d’arte” ho tutto pronto per l’occasione. Per lo stesso motivo, in un mobile attiguo, conservo da cinque e otto anni, degli enormi album da acquarello ancora nuovi, con carte molto diverse fra loro. Non posso mai sapere dove cadrà la preferenza quando li userò.

Dietro la loro triste immobilità c’è una storia, che però è contenuta nella scatola grigia e foderata a quadretti, e poi nel cofanetto Cotman di Winsor&Newton al suo interno, che avevo comprato nel 2009 per un viaggio.

Non apro questa scatola da tantissimo tempo. Due o tre anni. Ho un reverenziale timore 😰

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Qualche volta l’ho riaperto solo per guardarci dentro con aria malinconica oppure annusare i godets, col loro profumo di sogno infranto; altre volte invece ho preparato un bicchiere di acqua prima di farlo, con la chiara intenzione di dipingere, e un’allarmante soggezione nel petto.
C’era sempre qualcosa che mi spingeva a rovesciare l’acqua ancora pulita nel lavabo, per poi mettere via i pennelli asciutti.

Nel cofanetto, i panetti di colore sono sempre stati lì, invitanti, alcuni di loro scavati e stortignaccoli per quanto li avevo usati; perché sì, c’è stato un tempo lontano in cui sono arrivata a consumarli.
E anche vedere quelle fossette nel centro, sciolte dall’uso frenetico e dai miei tentativi, mi faceva male. Fino ad oggi.

Una piccola parentesi colorata

Oggi è diverso, sulla mia scrivania c’è un kit di acquarelli che ho comprato domenica.
Sono economici, di consistenza sabbiosa e dai toni chimici. Mi piacevano, e quindi eccoli qui, senza troppo ponderare.
Se state pensando che li abbia comprati nell’ottica di mettermi a dipingere, siete lontani dalla verità. Magari bastasse così poco! No, la verità è che mi piacevano i colori, forti, energici, elettrici, come quelli che amo usare nelle mie tavole in digitale o a pastello; mi piaceva guardarli, e l’idea di averli intorno. Per questo, nella scatola grigia foderata a quadretti non ci sono entrati, dopo l’acquisto.

Disegnavo a computer con un occhio alle piccole tavolozze nere, finché, con poca convinzione e molta pigrizia, non ho deciso di disporre lo scottex, tre pennelli, un foglio da uno degli album, il piattino per miscelare i colori, due cotton fioc e per finire, una tazzina di acqua.

E’ stata una lotta con me stessa, riuscire a non mettere via tutto. Più volte sono stata sul punto di farlo. Ma era come se fossi nel bel mezzo di un rituale ben stabilito e dovevo continuare.
Poi sono rimasta lì, a fissare il foglio bianco con aria assente. Il tavolo imbandito di tutto il necessario non mi rendeva certo qualcuno degno di mettersi a dipingere un acquarello.

Degno. Questa parola mi rimbombava in testa.
Non sei degna. Falla finita, metti via tutta questa roba. Che cosa vorresti fare? L’acquarello non è per tutti. Non basta che ti piaccia, devi essere brava.

Se come me amate Harry Potter, ricorderete la scena in cui ne “I doni della Morte”, Ron porta al collo il medaglione horcrux, che emetteva le voci delle sue peggiori paure. Io sentivo proprio i miei timori, le mie incertezze, e ne ero certa, provenivano dal cofanetto Cotman alle mie spalle.

Mi sono fermata, e non ho pensato, ma ho fatto solo un grande respiro. Ho guardato la solita soggezione arrivare, fiorire, allargarsi nel petto per prendere tutto lo spazio a disposizione. Eppure, non avevo davvero voglia di mettere via tutta quella roba senza aver dipinto niente, non stavolta, mi stancava il solo pensiero. Perciò, un po’ irritata, ho aperto la scatola grigia foderata a quadretti e poi il cofanetto.

Acquarelli e vecchie paure

A una prima occhiata, le due palette colore che non ho mai lavato, il vecchio pennello blu con l’attacco delle setole indebolito e dondolante, i panetti consumati nel mezzo.

E poi, il resto che non si percepiva con la vista, ma solo con gli occhi della mente e della memoria:

“Ricordati che l’acquarello è la tecnica più difficile in assoluto. Non è per tutti.”

“E’ una tecnica troppo raffinata per il modo in cui disegni tu.”

“A fare ghirlandine di fiori ad acquarello sono capaci tutti. Non vuol dire sapere usare l’acquarello.”

“Se scegli gli acquarelli non ci puoi usare insieme le matite colorate!”

“Con gli acquarelli non puoi usare quei colori!”

“Con gli acquarelli non puoi usare niente di economico, pennelli sempre e solo di martora, la carta da dodici euro a foglio, altrimenti lascia stare già in partenza.”

“Con gli acquarelli non puoi usare il colore così coprente.”

Regole, restrizioni, una noia mortale!

E io l’ho anche permesso, perché quelle considerazioni venivano da qualcuno che ammiravo e di cui mi fidavo (anche troppo).
Sarà che, mentre il contenuto dei Cotman non era cambiato, lo ero io, ma quelle voci non mi sembravano più così spaventose.
Erano solo seccanti, come la vicina pettegola del terzo piano. E’ stata questione di un attimo: mentalmente sono tornata indietro nel tempo, dal proprietario di quelle voci e gli ho proprio detto “Che NOIA che sei! Gli acquarelli me li uso come mi pare e piace. Pure quelli da pochi euro, pensa te!”

Con uno scatto ho chiuso il cofanetto, l’ho messo via e ho iniziato a dipingere tranquilla, coi colori che preferivo, e tutte le incursioni di pastello che desideravo. Anche senza bagnato su bagnato.
Ci ho disegnato solo fiori e piantine. Perché sì. Mi piace, e tanto basta. Non sono qui per dimostrare qualcosa, ma per divertirmi.

Scoperta eccezionale: l’asse terrestre non ha subìto modifiche, non sono stata inghiottita da un buco nero, il foglio non si è dissolto sotto la sconsideratezza dei miei acquerelli da strapazzo. E guarda un po’, mi sono pure divertita.

Adesso, il piccolo nuovo kit l’ho riposto nella scatola grigia foderata a quadretti. Da fuori sembrerebbe identica a ieri, ma io so che è cambiata per sempre.

Riconoscere i buoni consigli da quelli distruttivi

Di chi erano le voci delle mie paure? Poco importa. Ciò che è davvero importante invece, è poterle mettere al loro posto, tra i consigli che ascolto ma che posso non mettere in pratica.

Non tutti i consigli ci vengono dati per il nostro bene. Alcuni sono patronizing, paternalistici, hanno solo lo scopo di farci sentire incapaci. L’ho capito tramite un esercizio ne “La via dell’Artista” di Julia Cameron, qualche tempo fa.
Si chiama “La stanza dei mostri/La stanza degli angeli”. Si creano due stanze mentali e poi per iscritto, in cui si mettono coloro che rispettivamente ci hanno ferito e limitato (di proposito o meno non fa differenza) e chi al contrario ci ha incoraggiato o consigliato in modo nutritivo.

Quello che portiamo con noi sono voci interiorizzate: finiamo col ripetercele e farle nostre.
Scrivendole nero su bianco, le vediamo per quello che sono: limiti altrui che abbiamo assorbito e accettato per noi stessi.

Allora, sbarazziamocene, è proprio il caso di dirlo:

che non rompano le scatole! :-)

Alcuni acquarellini in libertà per provare il kit di #tigeritalia #watercolorpainting

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Asterisk FunKino: Animazione e tematiche sociali si fondono per un crowdfunding
30/07/2017 Morena Forza in Varie / No comments

Andrea Oberosler, illustratore di Trento, mi ha scritto per farmi conoscere FunKino, progetto in in cui è stato coinvolto recentemente da Zabbara, associazione di Palermo .

Il progetto ha partecipato al bando IMPATTO+ di Banca Etica ed è stato selezionato tra 179 progetti presentati.
Ha come fine quello di realizzare un cortometraggio di animazione che parli del mondo del lavoro visto dal punto di vista dei migranti; la particolarità infatti è proprio che con 15 giovani richiedenti asilo e beneficiari di protezione internazionale verranno creati la storia e lo storyboard del cortometraggio che verrà poi animato e completato da Andrea e Letizia Depedri, un’altra illustratrice trentina.

Ma chi c’è dietro il progetto?
Il Team di Zabbara è costituito al momento da quattro persone: Alessio Genovese, regista e produttore; Valentina Muffoletto, project manager; Daniele Saguto, sociologo e musicista; Martina Genovese, esperta di tematiche ambientali.
A questo primo nucleo ci siamo aggiunti io, che mi occuperò dell’animazione, Letizia Depedri, illustratrice, Alberto Nicolino, regista teatrale e fondatore del Centro Fiaba e Narrazioni e Yannick Lomboto, attore.

Alla fine di questo percorso il cortometraggio verrà inviato a vari festival di animazione, ma soprattutto uno dei ragazzi partecipanti verrà premiato con una borsa lavoro per continuare la collaborazione con il team di Zabbara.
Se il progetto, basato sul crowdfunding dovesse superare la somma da raggiungere, ogni risorsa in più sarà utilizzata per dare maggiore linfa al progetto e attivare altre borse lavoro per richiedenti asilo e beneficiari di protezione internazionale.
La campagna crowdfunding è ospitata sulla piattaforma “Produzioni dal basso”; è cominciata il 15 giugno e proseguirà fino a 20 settembre.

Ho voluto saperne di più sul progetto, intervistando Andrea Oberosler: ecco cosa ci ha raccontato.

Ciao Andrea, com’è nata l’idea alla base del progetto di Funkino?

L’idea nasce da un percorso intrapreso dall’Associazione culturale Zabbara dopo la produzione nel 2014 del film “EU 013 l’Ultima Frontiera”, il documentario sui CIE in Italia diretto da Alessio Genovese, realizzato e prodotto insieme a Raffaella Cosentino. Zabbara si occupa della promozione dei diritti umani e sociali in ambito Mediterraneo attraverso il cinema e i linguaggi audiovisivi.
A fronte del crescente dibattito sul tema delle migrazioni in Italia, è nata l’esigenza di interrogarsi su come poter dare una scossa alle narrazioni dominanti sul tema dell’immigrazione in Italia riuscendo al contempo a stimolare dei percorsi di inclusione reali e concreti.

Abbiamo scelto di concentrarci sul tema del lavoro, che ci sembra di primaria importanza quando si parla di inclusione, e di farlo attraverso l’uso dell’illustrazione e dell’animazione, linguaggi che permettono di raccontare storie e a toccare argomenti importanti allontanandosi dalla mera esposizione dei fatti, lasciando spazio alla creatività.

Con Funkino avvieremo a Palermo la sperimentazione di un approccio partecipativo alla produzione culturale basato sul coinvolgimento attivo nel processo produttivo di un gruppo di giovani richiedenti asilo e beneficiari di protezione internazionale.
L’idea consiste nella condivisione di un percorso tra questi ragazzi e un gruppo di professionisti provenienti da diversi settori creativi (il cinema, il teatro, la scrittura creativa, l’illustrazione e l’animazione), che porterà alla realizzazione di una narrazione comune, un cortometraggio d’animazione sul mondo del lavoro.

In un mare di crowdfunding che pubblicano prodotti ludici e di intrattenimento puro, come mai avete pensato ad un’iniziativa orientata al sociale?

In realtà l’idea del crowdfunding è nata leggendo il bando “IMPATTO +” promosso da Banca Etica. Avendo passato la selezione tra 179 progetti presentati in tutta Italia, abbiamo avviato la campagna sul sito produzioni dal basso che ci terrà impegnati fino al 20 di Settembre.
Stiamo chiedendo alle persone di contribuire alla realizzazione di FunKino diventandone produttori e tanti sono i sostenitori che stanno credendo nel progetto e ci stanno aiutando a farlo diventare realtà (al momento sono già più di settanta). La costruzione di questa rete di sostenitori coraggiosi, creativi e sognatori, attenti tanto all’aspetto sociale quanto artistico della nostra iniziativa è un importante valore aggiunto. Saremmo felici di poter conoscere ognuno dei sostenitori di persona, creando legami reali anche al di fuori del web.

In che modo “FunKino è formazione”?

La prima fase del progetto consisterà proprio nella realizzazione, se tutto va bene già in autunno, di un laboratorio formativo durante il quale i 15 partecipanti, guidati ed accompagnati dal team creativo, svilupperanno un percorso che li porterà a sperimentare e prendere coscienza delle varie fasi che compongono la creazione di un prodotto video.
Verrà scritto in maniera partecipativa un soggetto cinematografico attraverso l’utilizzo di formule e linguaggi tipici del racconto, della fiaba e dell’illustrazione ed a conclusione del laboratorio sarà realizzato lo storyboard del cortometraggio, da cui nascerà poi il corto animato, frutto degli spunti narrativi dei partecipanti e teso a stimolare un dibattito pubblico in Italia sul ruolo del lavoro nei percorsi di inclusione e per la costruzione di opportunità per i giovani in generale.

La formazione continuerà anche dopo la realizzazione del progetto in quanto è prevista l’attivazione di una borsa lavoro per uno dei partecipanti, selezionato per continuare a fare esperienza in ambito cinematografico.

Ed infine lo stesso cortometraggio di animazione sarà pensato come un materiale utile per supportare programmi formativi all’interno di scuole e associazioni.

Qual è la caratteristica più innovativa di Funkino e perché contribuire alla causa?

La caratteristica più interessante di FunKino corrisponde anche alla sfida più difficile: è il fatto di voler dare voce a una questione di vitale importanza per l’Italia di oggi, l’accoglienza dei migranti; di porre l’accento su un’esigenza concreta, il lavoro; e di affrontare la questione in modo creativo ma concreto al tempo stesso, prevedendo l’attivazione di una borsa lavoro e prospettive di lungo termine per questo percorso.

Chiediamo ai produttori dal basso di sostenere un modello basato sull’interazione creativa tra persone di origine diversa come risorsa sostenibile; sulla cultura come vettore di crescita del territorio; sulla creazione di opportunità lavorative come strumento per restituire dignità alla persona, ai giovani e al lavoro stesso.

Come si può partecipare a questo crowdfunding?

È facile: per contribuire alla nostra campagna di crowdfunding basta raggiungerci su Produzioni dal Basso e cliccare su “partecipa”!
Basterà scegliere la cifra che si vuole donare, per ogni importo ci sono numerosi premi.

Seguiteci anche sulla pagina facebook di FunKino!

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Asterisk Nuvole basse, illustrazione, vento, Harry Potter: i diari scozzesi PARTE I
24/07/2017 Morena Forza in Ispirazione&Creatività / No comments

Ho pensato a lungo se e quando raccontare la mia settimana di viaggio in Scozia da cui sono tornata quasi un mese fa.

Da quando ho iniziato a spostarmi in solitaria, i viaggi sono per me una fonte inesauribile di riflessioni e ispirazioni. Devo processarle molto lentamente, cullarle e assaporarle con occhi e cuore; solo così diventano a tutti gli effetti lo sfavillante tesoro che mi porto a casa da ogni viaggio.

Sono partita con l’idea di ritrovare un po’ di respiro e di amore per quello che faccio, ritornando a Edimburgo, città dalla bellezza esuberante e orgogliosa, e spingendomi più a nord, sul mare di Dundee, passando per librerie e musei carichi di ispirazione, ma anche per parchi, manieri, rigogliosi giardini e immensi spazi aperti.
Sono tornata vincitrice? Scopritelo leggendo il mio diario, ecco la prima parte! :-) Buona lettura.

20 giugno: Chi me l’ha fatto fare?

La domanda che mi faccio ad ogni vigilia dalla partenza.
Viaggiare in solitaria significa dover essere sempre presente a me stessa e, nonostante una certa tendenza al perfezionismo, non posso dire di essere una persona poco sbadata. Riesco sempre a combinare qualche pasticcio.
Mentre mi avvio in aeroporto ripasso mentalmente le cose che devo fare e penso a quella volta che a dieci minuti dall’imbarco per tornare a Milano mi sono accorta di aver perso il biglietto.
Nel 2014, a due giorni dal ritorno, il bancomat ha smesso di funzionare e ho dovuto tirare avanti a cracker e succo di pera. Qualche anno prima mi hanno occupato la stanza e sono stata derubata.
Come ho potuto continuare a viaggiare da sola dopo degli episodi simili? Non ne ho idea. In qualche modo mi trovo sempre al punto (è il caso di dirlo) di partenza.

Decollo nel pomeriggio: i miei vicini di viaggio sono una famiglia con due bambine, di cui una davvero agitata dal volo. Spinta più dalla conservazione dei miei timpani che da bontà di cuore, inizio a disegnarle tutti gli animaletti che vuole. Fra giraffe, leoni e zebre, tre ore passano abbastanza in fretta.
E’ così che atterro a Edimburgo già piuttosto sfibrata e “Chi me l’ha fatto fare?” lampeggia come un neon di Las Vegas nella mia testa.

Mi rendo conto che il vero viaggio è cominciato solo quando, aspettando il taxi a Waverley Station, vedo il sole che sta tramontando dietro la drammatica silouhette dello Scott Monument. Mi emoziono a tal punto da restare imbambolata e una signora sale su quello che doveva essere il mio taxi. Pazienza, ottima scusa per mettersi a fare un po’ di foto. Respiro per la prima volta in cinque ore.

Un tassista molto simpatico mi porta a casa, a Sud della città, chiacchieriamo della Brexit. Le numerose bandierine europee alle finestre delle abitazioni mi colpiscono molto. A tratti, fatico a stare dietro alla supersonica parlata scozzese.
Come tanti britannici, lui è piuttosto convinto che tutta l’Italia sia come Capri, ma si lamenta perché in Italia tutti pensano che la Gran Bretagna sia solo Londra. Quando gli faccio notare la contraddizione, ridiamo fragorosamente. Quanto mi è mancata la Scozia, solo ora me ne rendo conto.

21 giugno: Get Lost

Dove andare? Cosa vedere?
Ho imparato a leggere guide e blog di viaggio, per poi fare tutto il contrario e lasciare che la filosofia del “get lost” prendesse il sopravvento.
Nel caso di viaggi in Paesi “sicuri”, infatti, perdermi senza una meta precisa è la cosa che mi piace di più.

Mi sveglio alle sette e dopo essermi crogiolata qualche secondo nelle coperte, sento l’albero in giardino picchettare sul vetro della finestra a ghigliottina.
Uno scoiattolo rossiccio si sta buttando con grande slancio nell’erba, per fare colazione subito dopo, con quelle zampine veloci veloci e l’aria furbetta. Accanto a me, la gatta tigrata della mia ospite lo guarda molto diversamente da come lo guardo io, con le pupille dilatate e la coda che batte impaziente. Così sono i piccoli felini: si fanno coccolare, ma quando l’istinto li chiama non ci sono per nessuno.

E’ una giornata ventosa e soleggiata, indosso i leggins sotto agli shorts e una maxifelpa caldissima, mi studio il percorso da casa al centro città. Esco lasciandomi alle spalle la scala a chiocciola dai gradini consumati, la vecchia porta verniciata di nero e i roseti vivaci, le case edoardiane dai comignoli anneriti e la scuola elementare, proprio mentre suona la campanella e i più ritardatari si tirano il cravattino dell’uniforme verde uno con l’altro. “Stop it!” “You stop it!”

Non ho mai imparato ad orientarmi con le cartine stradali, per questo sono convinta di dirigermi verso la New Town, ma dopo aver attraversato i Meadows (un grande parco aperto che divide il Sud della città dal centro) mi perdo. Ho preso la decisione di muovermi solo a piedi per tutta la durata del soggiorno; così, digiuna e stanchissima, mi fermo dopo circa tre ore di cammino. Fa troppo caldo per essere in Scozia, ma se mi scopro ho freddo. Tipico in UK.
Un ottimo panino mi rimette in sesto e la prima tappa sensata, seppure casuale del mio viaggio è da Blackwell’s, un’enorme libreria. Sono stata infatti attirata da una vetrina interamente dedicata a Harry Potter: una scopa e gli stemmi delle case di Hogwarts mi rubano uno stupore che mi fa tornare undicenne.
Spingo la pesante porta a vetri, e nel momento in cui metto piede sulla moquette blu, l’acqua inizia a scrosciare con violenza sul marciapiede. Appena in tempo!
Per qualche istante mi fermo ad osservare Chambers Street dall’ingresso. La pioggia svela in fretta chi sono i turisti e chi i locals. I primi imprecano, qualcuno tira fuori un k-way; i secondi ridono, al massimo si riparano con un giornale, continuando a camminare come se facessero due gocce.

Scendendo al piano seminterrato, lo spettacolo che si para davanti ai miei occhi è meraviglioso: una sala spaziosa ma raccolta, ospita albi e libri illustrati di ogni tipo. Ci sono delle comode poltroncine per piccoli e grandi. I volumi sono ordinati e divisi per target di età, ma soprattutto, gli scaffali sono pieni da scoppiare! C’è un silenzio ovattato, quasi irreale. Inizio a dare un’occhiata e poi mi tuffo in quell’amato mare di colori.
Molti dei miei illustratori preferiti sono introvabili in Italia, altri libri vengono importati con un certo ritardo, quindi decido che si vive una volta sola e imbottisco la shopping bag con un bottino di tutto rispetto!
Per scoprire quali libri ho comperato, potrete leggere il post dedicato, questo venerdi! :-)

Michael, il commesso di Blackwell’s, mi racconta che per secondo lavoro fa proprio l’illustratore per l’infanzia e mi mostra alcuni dei suoi ultimi libri, orgoglioso e un po’ imbarazzato. Nonostante siamo in pieno centro, la libreria è semi deserta e così abbiamo tutto il tempo di chiacchierare di editoria, della fiera di Bologna, del rapporto con le agenzie di illustrazione. Sono partita da un solo giorno e sto già parlando di lavoro. Noi illustratori siamo davvero incorreggibili e siamo come i maghi fra i babbani: abbiamo il potere di scovarci uno con l’altro!

22 giugno – Posti fantastici e dove trovarli (per caso!)

Questa per me è la quarta volta che torno a Edimburgo, ma non ho mai finito di girarla in lungo e in largo per un motivo o per l’altro. Non che stavolta creda di riuscirci; in ogni caso, sono decisa a trovare il White Horse Close, e penso che niente e nessuno mi fermerà.
Ecco come sono andate le cose in realtà.
Mi sono svegliata troppo tardi, il bagno era occupato e dopo mezz’ora di passeggiata per i Meadows, in compagnia di scoiattoli e sportivi salutisti che mi facevano sentire in colpa per il bagel appena sbafato, sono arrivata a Lauriston Place sotto un cielo color acciaio.
Dopo vari viaggi nel Regno Unito so che l’ombrello è perfettamente inutile (in particolar modo in Scozia, dove si rompe dopo pochi istanti) perciò non l’ho portato e mi sono limitata ad alzare il cappuccio della felpa, certa che la shower sarebbe arrivata e durata poco, come al solito.

Non avevo fatto i conti con quella strana assenza di vento: le nuvole, pesanti e basse, erano lente, letargiche. In meno di venti secondi mi sono trovata completamente zuppa dalla testa ai piedi. Dopo essermi fermata per dieci minuti sotto a una tettoia, ho dovuto constatare che no, non smetteva.
Sono entrata in un grande edificio, un po’ antico e un po’ contemporaneo. Mi veniva da ridere all’idea che mi stessi davvero strizzando i capelli come faccio prima di uscire dalla doccia. Attorno a me, molti turisti si battevano giacche e pantaloni grondanti di acqua, una folta scolaresca in uniforme blu navy e argento era tenuta a bada da due maestre dall’aria raggiante, qualcuno si era seduto sui divanetti di pelle nera sospirando sonoramente di sollievo e di stanchezza.

Dopo aver apprezzato la mia stessa previdenza, ho messo nello zaino i vestiti umidi, mi sono cambiata e guardandomi attorno ho scoperto uno dei posti più ispiranti in cui sia mai stata: il National Museum of Scotland. Ecco una piccola gallery (ingrandibile) degli spazi al primo e secondo piano.

Al piano terra sembra di addentrarsi in qualche segreta. Gli archi di pietra e le luci mai eccessive sono un vero invito a restare, a saperne di più. Un affascinante insieme di geroglifici egizi e un gigantesco lampione vittoriano a pochi metri di distanza, sono esposti nella hall come se fossero comuni decori. Armi medievali e vasellami ispirati all’Arte buddhista accompagnano l’ascesa al primo piano. Purtroppo, qui è troppo buio e non sono riuscita a fare fotografie.

La mia volontà di raggiungere il White Horse Close svaniva poco a poco; qualche minuto prima pensavo di rimanere solo per ripararmi dalla pioggia, ora qualcosa era scattato. Un bisogno di esplorare, una gioia pervasiva di essere lì. “Get lost!”, il mantra che non si smentisce mai.
Il calmante colore pastello delle pareti poi ha fatto il resto. Decido che qui dentro ci passerò tutto ciò che resta della giornata, fino all’orario di chiusura.

Al National Museum c’è tanto amore per l’Arte e il bello, per la Storia intesa nel suo senso più grande ed inclusivo, per la cultura, per la Scienza e la tecnologia.
Da un museo che unisce una vezzosa struttura di tardo Ottocento ad una pratica incursione contemporanea non potevo aspettarmi di meglio.

Mi siedo per pranzare nella caffetteria al primo piano, concedendomi uno shortbread super burroso e mi rilasso disegnando un po’; mi allontano proprio mentre il Millennium Clock Tower inizia ad intonare i suoi rintocchi ispirati ad una sinfonia di Bach.
Una piccola folla gli si raduna intorno. E’ uno spettacolo bellissimo! L’orologio, terminato nel 1999 per mano di mastri vetrai, scultori, mobilieri e perfino da un’illustratrice, permette di specchiarsi nel grande pendolo argentato, mentre figure umane ed animali si muovono tutto intorno alla struttura, in un gioco di luci ben sincronizzate. E’ strano trovarsi lì; l’ultimo rintocco rimbomba per la sala, nella penombra che gli è stata riservata, e grandi e piccoli, sembriamo tutti svegliarci da un sogno ad occhi aperti. E’ svanito un incantesimo e a quel punto, tutti ci disperdiamo.

Mi sono fatta catturare dalla storia antica, celtica e precristiana, da quella moderna e contemporanea. Le indicazioni non mancano, ma anche all’interno del museo mi sono abbandonata ad un’esplorazione votata alla pura serendipità.
Con grande sorpresa, il materiale espositivo sulla tradizione scozzese è meno di quanto mi aspettassi, ma in compenso scopro che grande rilievo è stato dato alla storia del design tessile e della stampa. In diverse sale del museo ci sono matrici, timbri, ma anche giganteschi volumi di pattern e motivi, campionari che avrei tanta voglia di potere sfogliare ma che purtroppo (e comprensibilmente) sono chiusi in teche inaccessibili.

A commuovermi è l’indissolubile legame fra passato e presente, che i curatori del National Museum sembrano aver voluto sottolineare in ogni modo.

In più, è come se non esistesse una vera e propria “gerarchia” degli elementi in esposizione: così antico e moderno si alternano, occidentale e orientale si sfiorano, scienza e Arte si incontrano.

Decido di chiudere la visita spingendomi al settimo piano. L’ascensore di vetro è affollato. La vista sulla città dalla terrace è suggestiva: il mare in lontananza a Est, il castello di Edimburgo a Ovest, sulla sua maestosa rocca scura.
Il vento è piuttosto forte e fa ondeggiare tutti i fiori e le piante che circondano la spaziosa terrazza. Il cielo è ora limpido, ora buio e autunnale. Edimburgo è bella di una bellezza ricca e vanitosa, un po’ austera eppure sfacciata al tempo stesso. I palazzi di arenaria resistono da secoli alle piogge scroscianti e ai gelidi inverni. Mi piace pensare che quella resistenza perduri per fierezza ed orgoglio, per essere ammirata proprio come la sto ammirando io, mentre mi stringo nella giacca a vento tenendo gli occhi socchiusi.

Un post condiviso da RDD Morena Forza (@robadadisegnatori) in data:

Nella seconda ed ultima parte di diario: Harry Potter everywhere! – Museum of Childhood tra giocattoli, antichi libri illustrati e piccoli misteri – Rotta verso nord! Manieri, bassa marea sull’Atlantico, giardini mozzafiato e libri vintage a una sterlina.

Credit foto della vetrina: 1

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Asterisk Disegnare per conoscere il mondo: il racconto di Josep Pla-Narbona
09/07/2017 Morena Forza in Arte / No comments

Se seguite il blog da un po’, sapete che una delle mie più grandi curiosità è sbirciare nei dietro le quinte di altri creativi. E non importa di cosa si occupano: guardo video e interviste di pittori, illustratori, registi di videoclip, designer, scenografi, fino ad arrivare agli attori.

Mi piace conoscere il loro approccio all’attività, le motivazioni profonde che li spingono a disegnare, suonare, recitare; mi piace trovare un po’ di me stessa nei loro ragionamenti e nel loro sentire e, al tempo stesso, ricordarmi che siamo tutti diversi.

Qualche volta ciò che vedo e ascolto mi piace, ma non sempre. Stavolta ho avuto un vero e proprio colpo di fulmine e voglio condividere con voi i pensieri di Josep Pla-Narbona, artista di Barcellona, raccolti da una persona che lo conosce molto bene: sua figlia, Anna Pla-Narbona.

Il video è in spagnolo, i sottotitoli in inglese. Sotto il video trovate la trascrizione in italiano.
Mi scuso in anticipo per eventuali inesattezze, la traduzione si basa sui sottotitoli in inglese e ho già sentito ad orecchio che non coincidono in modo letterale, ma il senso si coglie tranquillamente. :-)

“Chi sono io? Sono un completo sconosciuto.
Fondamentalmente, sono un disegnatore, questo è sicuro.
Da quando mi ricordo, per scappare dalle mie preoccupazioni, portavo sempre con me uno sketchbook e una matita e continuavo a disegnare.
Il disegno è una finestra da cui liberare le proprie ansie.
E disegnando, si impara a pensare. Perché chiaramente, per poter disegnare qualcosa, devi prima capirlo e per capirlo sei obbligato a pensarci.

Ai tempi in cui avevo questa pazzia di disegnare, disegnare e disegnare, l’economia del Paese andava bene e un sacco di agenzie pubblicitarie si erano avviate; il che dava una possibilità a tutte quelle persone con degli obbiettivi artistici e aspirazioni, come me, di lavorare e disegnare per loro.

La pubblicità mi era anche utile per andare a fondo dell’animo umano, la parte più profonda della psicologia delle persone. Era l’epoca della psicoanalisi, l’epoca di Freud, Adler, era il tempo in cui le cose che erano state nascoste sotto il tappeto uscivano alla luce.

Ero fortunato ad avere uno stile molto personale, disegnavo a modo mio e questo facilitava le persone a riconoscere il mio lavoro.
Però, allo stesso tempo, i puristi dell’industria pubblicitaria, lo consideravano un difetto. Io la ritenevo una virtù grande e vantaggiosa.

Veramente, sono sempre stato un essere molto molto molto emotivo e i problemi della mia vita privata mi hanno messo profondamente in difficoltà. Per 10 anni sono stato depresso, il che significa che sono stato piuttosto fuori dal giro.
E’ stato mentre attraversavo questo momento intenso della mia vita, che ho deciso di dedicare il mio tempo alla pittura.
Sentivo che dipingere mi dava molta più soddisfazione della pubblicità.
Probabilmente, visto che sono ancora un po’ ingenuo, pensavo che la pubblicità fosse una trappola inadatta a me o a chiunque altro.

Per me, dipingere è una terapia di tranquillità e rilancio della mia coscienza.
In altre parole, la pittura è stata una salvezza psicologica.

Le emozioni sono difficilissime da raffigurare perché non hanno confine. Non hanno mura né soffitto.
Le emozioni sono come le nuvole; una volta che le metti in una scatola sono impossibili.
Le emozioni hanno questo lato negativo, ma è questo che fissa le basi per l’Arte.

Capire me stesso è una delle cose più complesse in cui mi sono imbattuto nella vita.
Quando dipingo e disegno mi riconosco davvero, ma sono solo brevi momenti, minuscoli pezzetti di esistenza.
Una volta che si verificano, praticamente si sciolgono nello spazio.”

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Asterisk Davide Calì intervista Gerda Märtens
19/06/2017 Morena Forza in Illustrazione / No comments

Gerda Märtens è una delle mie allieve più brillanti di sempre. Quando ci siamo conosciuti era arrivata in Italia da solo un paio di mesi e parlava un italiano praticamente perfetto. E poi aveva, e ha, uno stile tutto suo, molto personale, così come i suoi progetti.
Da allora è passato qualche anno e Gerda ha fatto diverse cose. Il suo libro che avete visto più facilmente in Italia è La creazione, un racconto di Dino Buzzati illustrato per Orecchio Acerbo. L’adattamento è stata una sua idea: Gerda ha una grande passione per Buzzati e ricordo che, anche se condivido la passione, avevo anche tentato di scoraggiarla, dicendo che per una studentessa non sarebbe stato facile avere i diritti di uno scrittore così famoso.
Ma Gerda è sempre stata molto determinata, e infatti non mi ha ascoltato, è andata avanti con il progetto ed è riuscita a fare esattamente quello che voleva. Ho una grande ammirazione per lei, per il suo entusiasmo, per la sua caparbietà e per la sua voglia di condividere con gli altri la passione per l’illustrazione.
Ma ora è venuto il momento di farle qualche domanda.

So che lavori anche part-time in una libreria?

Sì, lavoro anche in libreria come commessa, perlopiù per avere un guadagno mensile e l’assicurazione sanitaria. Quest’esperienza però mi sta dando tanta formazione sul mondo dei libri (perché è una tappa importante nella lunga catena tra l’autore e il lettore) e anche tanta ispirazione per leggere bei libri di tutti i tipi, non solo di narrativa. Tra l’altro, lavorare come commessa è utilissimo per osservare la gente e capire come funziona la società. E in più, facendo questo lavoro sto rispolverando anche un po’ di russo e ne sono fiera!

E in Italia, tornerai?

L’Italia è la mia seconda patria. Dopo un inizio un po’ difficile mi ci sono ambientata al punto da sentirmici sempre a casa. Mi piacciono le persone, la cultura (immensa), il cibo, il clima (il caldo), la natura (le montagne), il panorama d’illustrazione.
Anche se non vivo più in Italia da due anni, a volte mi accorgo di formulare i miei pensieri in italiano. Torno in Italia più spesso possibile e il mio sogno per il futuro è quello di averci una casa per poter vivere e lavorare una parte dell’anno lì.

Ma senti, è vero che la sommità più alta in Estonia misura solo 300 mt di altezza? (l’ho imparato la scorsa settimana durante l’HEADREAD festival)

E’ vero, nel Sud dell’Estonia c’è una collina che si chiama Suur Munamägi (La Grande Montagna Uovo) ed è esattamente 318 metri d’altezza, quindi la sommità più alta in Estonia. Ne siamo molto fieri e ci sono diverse canzoni patriottiche dedicate a questa “montagna” bellissima. In cima all’Uovo c’è anche una torre per farla diventare ancora più alta!
In realtà esiste anche un’altra Munamägi, cioè quella più piccola che si chiama appunto Väike Munamägi (Piccola Montagna Uovo) e che a me, quando ero piccola, ha lasciato un’impressione poetica. Penso di non essere stata pronta per l’Uovo Grande all’epoca.

So che questa estate tieni un corso, ma non propriamente di illustrazione. Ce ne vuoi parlare?

Come ho detto, mi sto occupando di diversi progetti contemporaneamente. Al momento sto affrontando anche la sfida di organizzare un corso estivo residenziale a luglio, nell’Estonia del Sud (non lontano dall’Uovo Grande): the Summer School of Inspiration.
E’ un corso che stiamo facendo insieme alla mia amica Monica, una bravissima insegnante di meditazione e una persona radiosa. Si tratta di 5 giorni in campagna, in un vecchio maniero ristrutturato come “maniero culturale”, sede per tantissimi eventi di cultura, corsi di yoga, meditazione, ballo, ecc.
Facciamo un corso combinato di due campi che possono sembrare diversi ma per come li trattiamo, non è affatto cosi: sono il disegno e la meditazione. Entrambe le attività si concentrano sulle osservazioni di ciò che c’è intorno a noi (lo spazio, le persone) e di ciò che c’è all’interno di noi. Tramite il disegno cerchiamo un contatto tra il mondo interiore ed esteriore mentre la meditazione ci insegna a comandare i nostri sensi per poter eliminare le emozioni, i pensieri e le sensazioni che ci impediscono di Creare.

Ma che meraviglia!

Ci sarà anche una serata di incontro con un bravissimo giovane scrittore, Tõnis Tootsen, che ci parlerà del sogno e della veglia e del loro punto d’incontro. Lui ha appena vinto un premio statale letterario per un suo romanzo distopico particolare sia per la storia che e per la forma visiva: è scritto e illustrato a mano e così anche riprodotto. Si intitola Il primo giorno.
Tra tutto quello ci sarà del tempo per stare in una compagnia di persone interessanti di origini diverse, per godersi della sauna e delle serate intorno al falò o per vagare nei dintorni del maniero. Io stessa non vedo l’ora di vedere il corso realizzato e di conoscere le persone che parteciperanno.

E adesso: insegnami tre parole belle in estone! (devo arricchire il mio dizionario per la prossima volta che ci vediamo)

Cominciamo da quelle più corte e più attuali.
Öö – notte
Mets – bosco
Kuu – luna

Che belle! Sembra un haiku ! E in Italiano: quali sono le prime parole che hai imparato?

Mi ricordo di aver portato un manuale d’italiano al mio primo viaggio per l’Italia nel 2009. E’ stato un viaggio da backpackers/couchsurfing e spesso aspettavo i treni nelle stazioni sedendomi sulla valigia e studiando la grammatica italiana. Le prime parole che ho imparato durante quel viaggio penso siano state: francobollo, giallo e scarpe.

Raccontaci: come è nata la tua passione per Dino Buzzati?

Avevo iniziato il mio secondo anno con il programma Erasmus all’Accademia di Belle Arti di Macerata, pensando ad un possibile progetto editoriale. Mi sentivo pronta per affrontare un intero libro, però mancava il testo. Poi in Accademia ho sentito il nome di Dino Buzzati.
Si parlava del suo libro I miracoli di Val Morel che lui aveva anche illustrato con le immagini che si riferiscono alla tradizione dell’Ex Voto, che mi ha affascinato molto (io vengo da una tradizione religiosa protestante o, meglio, pagana). Un miscuglio tra un mondo reale, logico, e quello immaginario mi sembrava il modo più giusto per capire la vita, o la condizione umana. Penso che più che dal mondo esteriore siamo guidati dalle nostre forze interiori, paure, gioie, fantasmi, immaginazioni. Comunque, io fin dall’inizio ho inteso Buzzati come scrittore e artista. Lui si dichiarava come un artista che qualche volta scrive.
In realtà fece il giornalista presso Il Corriere della Sera per tutta la sua vita – e da lì penso provenga il suo stile di scrittura preciso e realistico.
Comunque, quando ho trovato il suo racconto “La creazione” in una raccolta in biblioteca ho capito che era questo il testo che cercavo.

Che cosa ti è piaciuto in particolare ne “La creazione”?

“La creazione” è una versione umoristica della Genesi, ambientata ai giorni nostri.
Dio onnipotente ci è presentato come un personaggio benevole che guida le creazioni ma allo stesso tempo non è per niente dominante: lascia che le cose facciano il loro corso, tanto lui sa tutto quello che deve avvenire e non si stressa. I veri creatori in questa Genesi però sono gli angeli e in particolare uno, diverso dagli altri, che presenta la sua idea di creare l’uomo.
Questa versione umoristica della Genesi mi ha fornito delle interessanti metafore sul creare e sulla vita d’artista. Mi ricordo che i primi tempi che stavo lavorando sul progetto mi erano particolarmente simpatici gli angeli creatori, e ce ne sono tantissimi! Li ho disegnati tutti un pochino ingenui, giovani ma con tanta speranza, visioni grandiose e una voglia di fare.
Per me in questo racconto tramite quegli angeli c’è descritta la sensazione del creare, quell’emozione che anch’io cerco in ogni aspetto della mia vita, non potrei farne senza!
Ora quando sono agli incontri con i lettori, dico anche che illustrare è creare un mondo, esattamente come lo si progetta ne La creazione.

L’anno scorso hai trascorso un periodo in America. Come è andata? Quanto sei rimasta? Che cosa hai fatto? Ma soprattutto: ti è piaciuta l’America?

Sono stata in America, nello stato di NY un anno in totale durante un periodo di due anni. Nell’estate 2015 ho fatto un corso estivo bellissimo alla New York School of Visual Arts sulla narrazione attraverso l’illustrazione. Un mese di concentrazione totale nell’incredibile NYC: vivevo a Brooklyn, per andare allo studio passavo l’East River sul treno e vedevo sempre l’Empire State Building sullo sfondo, sembrava un film. Avevamo quattro-cinque professori di diversi campi come illustrazione editoriale, fumetto o licensing, abbiamo avuto l’opportunità di mostrare i nostri portfolio ad un art director del Penguin Books e abbiamo finito la residenza con una mostra nella galleria della scuola, sulla Manhattan centralissima! Durante quel corso ho imparato tantissimo, soprattutto sul mercato americano, sulla parte commerciale del mestiere e anche su me stessa proprio perché è stato veramente molto intenso.
Il resto del tempo sono stata in Long Island, vicino a NYC a disegnare e a conoscere la vita all’americana. Poi, come tanti, anch’io ho parenti in America e sono riuscita ad andare a trovarli in Minnesota e a Washington DC. Sono stati momenti molto emozionanti, che hanno aggiunto un altro pezzo nel puzzle della mia vita.
Se mi chiedi se mi è piaciuta, direi che in qualunque posto uno sia, si fa sempre la propria esperienza da soli. Esistono tante Americhe (o qualsiasi altro paese) quanto le persone che ci vanno. Io ne ho visto una minuscola parte. NYC per me è specialissima, ispirantissima ma tanto pazza, e mi agitava. In Minnesota mi piaceva la natura, i laghi e mi sembrava un’ambiente rilassante.

Da quando ci siamo visti l’ultima volta so che hai vinto un premio importante per l’illustrazione. Ce ne vuoi parlare?

Sono estremamente felice di aver ultimamente vinto un premio al concorso Supergraafika organizzato dalla città di Tallinn. Il concorso ha selezionato tre disegni, tra quelli proposti da diversi artisti, che diventeranno murales sui condomini in città. Il mio verrà realizzato in un quartiere verde al confine della città, su un palazzo di 5 piani. Parteciperò alla realizzazione anch’io, infatti non vedo l’ora di vedere come la mia illustrazione formato cartolina diventerà alta più di 15 metri!

A cosa stai lavorando adesso? Hai un nuovo libro in produzione?

Ho sempre una decina di progetti diversi in corso. Comunque, il libro che sto attualmente illustrando porta il titolo Grazie, sono sazio ed è scritto dall’autrice estone Hilli Rand.
E’ una storia semplice ma davvero divertente. Ci sono due fratelli e moltissimi animali e tanta immaginazione.

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Asterisk 5 cose che noi illustratori per l’infanzia vorremmo fare sapere al mondo
18/05/2017 Morena Forza in Illustrazione / No comments

C’è chi non si domanda affatto chi abbia disegnato i libri che compra ai propri figli o nipoti, o da dove arrivino i biglietti natalizi che scrive per la famiglia ogni anno.

Chi invece pensa di sapere bene chi si occupa di “elefantini e giraffine”. Per alcuni, l’illustratore è una figura ibrida fra l’animatore di festicciole e l’educatore dell’asilo. A me è capitato che chiedessero se al mio corso di illustrazione formassi animatori per feste. Non che il naso da clown mi stia male, comunque, ho foto che testimoniano quanto invece mi doni.

In molti ci consigliano di disegnare un fumetto di Paperino e inviarlo, perché ce lo pubblicheranno di sicuro. Altri ancora pensano che siamo dei grandi furboni perché a disegnare per bambini non ci vuole nulla, sarebbe capace chiunque.

Allora bando agli stereotipi!
Diffondiamo il nostro grido di dolore (dovuto al tunnel carpale, ovviamente).

Ecco 5 piccole e grandi rivelazioni su noi illustratori per l’infanzia.

  1. Sedetevi bene, cominciamo da qualcosa di forte.
    Amiamo il mondo dell’infanzia: riviste, cartoni animati, giocattoli… Siamo piuttosto aggiornati sulle ultime tendenze!
    Ma attenzione, non sempre questo implica un istinto materno concreto o sublimato.
    Non arrivate a conclusioni affrettate quindi, perché essendo persone, siamo tutti diversi.

    Ci sono illustratori che i bambini non li sopportano proprio, o che li amano tiepidamente a piccole dosi.

    Ok, se non siete caduti dalla sedia a questa rivelazione, possiamo passare al resto dell’elenco. Dovrebbe essere meno scioccante.

  2. Non disegniamo per bambini perché “è più facile”.
    Disegnare per l’infanzia non è per tutti, ci vuole una certa sensibilità e per farlo bisogna rimanere aggiornati coi tempi che corrono. In dieci anni (a volte anche meno) scrittura e illustrazione per l’infanzia possono cambiare molto.
    Fare libri per bambini è stupendo, ma è un duro lavoro. Soprattutto, è un lavoro vero, che abbiamo scelto non senza un certo carico di sacrificio e dedizione.
  3. Non abbiamo niente a che vedere con Topolino.
    Quasi nessuno di noi illustratori lavora alla Disney e non tutti siamo interessati a farlo.
    Sappiamo quanto ci volete bene ma per cortesia, smettetela di dirci che dobbiamo “assolutamente contattare Walt Disney”.
    Oltretutto, è passato un pezzo dal giorno del suo funerale.
  4. Non tutti sogniamo di diventare famosi.
    Incredibile, vero? In questa epoca di reality e talent show, c’è ancora chi sceglie di fare qualcosa solo perché gli piace. Perciò, grazie per la vostra preoccupazione, ma non pensiate in automatico che se vogliamo fare gli illustratori è perché stiamo fantasticando di essere delle star; che, fra l’altro, sono pochissime rispetto a tutti gli altri che continuano a lavorare in un contesto di vita normalissima e più o meno felice.
  5. Vi state chiedendo perché facciamo quel che facciamo, allora? Ma è semplice!
    Disegniamo libri illustrati per comprare altri libri illustrati.

    Siamo innamorati dell’illustrazione.
    Questo significa, molto concretamente, due cose: carrello e wishlist Amazon sempre pieni, conto corrente sempre vuoto.

Ho dimenticato qualcosa? I commenti sono qui sotto apposta! :-)

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Asterisk I libri della mia infanzia che mi hanno fatto dire “Da grande faccio i libri disegnati!”
23/04/2017 Morena Forza in Illustrati / 2 responses

A tutti, credo, piace il proprio compleanno.
Ma a me, il mio piace un po’ di più.  :-)

Il 23 aprile infatti, si festeggia la Giornata internazionale del Libro.

Per questa occasione, vorrei condividere con voi dei ricordi legati proprio ai libri e a come alcuni mi abbiano spinta a disegnare.

Una vecchia amicizia

Ho sempre avuto con loro un legame particolare: mi sanno coccolare, trasportare, sostenere, mi fanno volare e imparare continuamente. I libri sono i miei complici perfetti.

Nella lettura non sono affatto moderata: il binge read è un concetto fin troppo famigliare per me, soprattutto con i romanzi e i libri di poesie. Mi sdraio, inizio un capitolo e come per incanto sono le quattro del mattino. Succede anche a voi? :-)

Da piccola non potevo certo fare tardi ma, in compenso, potevo rileggere lo stesso libro per settimane senza mai perdere il senso di meraviglia ed immersione che avevo provato aprendolo per la prima volta. E’ una di quelle magie che vorrei poter recuperare ma che immagino facciano squisitamente parte dell’infanzia.

Quando leggevo, potevano trascorrere anche un’ora o due senza che si avessero mie notizie.
Oggi, anche di più!

Che paura!

Un libro illustrato di quando ero bambina è rimasto nel tempo il mio preferito in assoluto. Mi ha fatto esclamare: “Voglio fare i libri disegnati!”
Tutto però, iniziò con una reazione molto diversa da questa.

Nel 1990 avevo sei anni quando mi venne regalato Leo Leone di Linda Wolfsgruber (Arka Edizioni).
Lo odiai subito.  “Ma che brutto! Non mi piace!” I grandi occhi gialli del gatto Leo, con quelle pupille fisse, promettevano minaccia e malvagità. Ero pietrificata all’idea di leggerlo. L’incantesimo aveva già fatto effetto.

Qualche giorno dopo, la paura non era affatto diminuita, anzi… Ma ricordate anche voi com’è la paura quando si è bambini? Ha una sua attrattiva. A modo suo, è divertente. E’ un po’ la sensazione che ci pizzica quando ancora oggi ci copriamo gli occhi davanti alla scena cruenta di un film, apriamo appena appena le dita per sbirciare per poi serrarle subito dopo in tutta fretta.
Ecco, davanti a Leo Leone mi sentivo proprio così, irresistibilmente impaurita. Come Kevin in “Mamma ho perso l’aereo”: “Hey, sto guardando un film da grandi, venite a impedirmelo!”

Una dovuta precisazione: Leo Leone non è un libro “di paura”. Parla di un gatto che, annoiato dalla sua vita domestica, immagina sé stesso come sovrano incontrastato di elefanti e gazzelle nella Savana.
La maggior parte del libro, infatti, si svolge nelle visioni grandiose del gatto Leo.
Si tratta, insomma, di un libro in cui non manca una buona dose di ironia e di leggerezza. Eppure…

Ho un ricordo molto nitido di Leo Leone sul letto dei miei genitori.
Lo avevo lasciato lì quando mi avevano chiamata a cena e, con un brividino lungo la schiena, ero corsa in punta di piedi a tavola, ripromettendomi che dopo lo avrei letto tutto dall’inizio alla fine.

Gli avevo lanciato un ultimo sguardo a distanza, prima di spegnere la luce e lasciarmelo alle spalle, sentendomi inseguita e immaginando quei grossi occhi gialli in copertina spalancati nel buio, i denti aguzzi che spuntavano dal sorriso beffardo del gatto protagonista. Per fortuna, abbracciato a me, avevo il mio fidato cane di pelouche, Charlie. Solo con lui potevo stare in presenza del temibile libro.

Ma quella sera non potevo vincere quella sfida. Mi ci volle quasi un anno per riuscire a leggere la storia del gatto Leo (che volete che vi dica, sono sempre stata una fifona). Curiosamente, anche una volta finito il  libro, la paura non era svanita. Ma ero contenta così.
Nei miei sogni, Leo era enorme, come un intero palazzo, e aveva davvero una criniera gialla e brillante che agitava causando un forte vento che scuoteva alberi e case. Ho fatto molti sogni spaventosi (ma belli!) in cui lui era il protagonista.

Nemmeno ricordavo che Leo fosse diventato Leone solamente nella sua immaginazione: anche nella mia, lui si era davvero trasformato. La presenza del manifesto non esisteva nei miei ricordi.

Mia madre regalò Leo Leone (e quasi tutti gli altri libri) ad amici di famiglia quando avevo ormai dodici anni e pensavo scioccamente che tutto ciò che riguardava la mia infanzia fosse “robaccia” di cui disfarsi. I video delle Spice Girls mi tenevano troppo occupata.
Eppure, non lo avevo mai dimenticato. La paura che mi aveva regalato, quei pomeriggi in cui correvo a nascondermi dopo aver aperto la pagina in cui il gatto fa l’agguato alle gazzelle, per me erano oro. Volevo quello: volevo condividere quella sensazione di brivido all’infinito. Perché era unica e meravigliosa. Volevo disegnare libri, volevo creare nuovi ricordi per chi sarebbe stato bambino dopo di me.

Che fine hanno fatto i canini?

Quando mi sono decisa a riavere indietro il libro, ho scoperto diverse cose. Nel frattempo erano passati ventiquattro anni, da quasi cinque avevo iniziato la mia attività di illustratrice e i ricordi legati a Leo Leone erano ormai confusi, faceva quasi parte del mito.
La paura che provavo da piccola aveva “ricreato” molte delle immagini che erano diverse da come le ricordavo. Per cominciare, Leo in copertina non aveva due grossi denti aguzzi. Eppure, ero convinta ci fossero, finché non ho riavuto il libro in mano. Ho pensato “Ma è un’edizione diversa? Dove sono i canini del gatto? Quelli che mi terrorizzavano?”
In realtà c’erano, ma erano in un paio di illustrazioni interne, e piccole. La mia fantasia di bambina li aveva “trasportati” dritti in copertina, giganteschi, pronti ad azzannarmi alla giugulare non appena avessi spento la luce. :-)

Leo inoltre non era un protagonista malvagio come ricordavo. La sua natura un po’ superba di gatto lo spingeva al dispetto e Linda Wolfsgruber aveva saputo catturare alla perfezione l’energia che un felino mette negli agguati alle sue prede, oppure gli atteggiamenti orgogliosi del suo corpo nel vantarsi del proprio esser gatto.
L’espressività di occhi e bocca e ancor di più i colori che l’autrice aveva sapientemente utilizzato per la storia avevano fatto il resto e, naturalmente, la mia immaginazione infantile aveva giocato un ruolo fondamentale nella lettura del libro.
Scoprendo queste inaspettate “chiavi di lettura” ho apprezzato ancora di più il mestiere dell’illustratore. Che non si limita a disegnare, ma crea davvero dei mondi, delle visioni, a volte dei ricordi così palpabili da sembrare veri.

Alla ricerca del libro perduto

Qui la storia diventa più complicata: cercavo un libro. Un libro di cui però non ricordavo il titolo, né l’editore né l’anno di pubblicazione.
I miseri dati che avevo a disposizione erano tutti nel ricordo di un’enorme illustrazione di città, con palazzine rosa, bei balconcini fioriti, auto e traffico, negozi. Ho chiesto a lungo a librai e coetanei, nella speranza che qualcuno se ne ricordasse, ma è stato tutto inutile. Finché una sera, dopo una meditazione, il titolo è apparso chiaro e tondo: Girano le ore. Dopo anni, sapevo cosa cercare!
Erano due libri e cercando su Amazon li ho trovati entrambi. Questo che condivido con voi è il mio preferito.

Le ricchissime tavole diKate Lloyd-Jones affollavano la mia mente di bambina, a tal punto che io ricordavo molte più pagine, che invece sono solo 3 aperture! Anche questo, come i canini immaginari di Leo Leone, mi ha molto colpito. :-)

Mi aiutate a ritrovare il terzo libro?

Edit: L’ho trovato!  In questo post ho raccontato come ne sono tornata in possesso.

Grazie a tutti quelli che mi hanno scritto per suggerirmi dei titoli. :-)

Proprio così! Esiste un terzo libro che contiene il motivo per cui ho deciso di illustrare.
Non ricordo il titolo e non sono sicura dell’editore. Ricordo solo com’era fatto e se riusciste a darmi una mano a ritrovarlo, o ricordare anche solo il titolo, ne sarei felicissima! Anche questo libro lo cerco ormai da anni.
Ecco qualche indizio:

  • Parla di una famiglia di coniglietti che vanno a fare un picnic; all’improvviso scoppia un temporale e loro scappano per non bagnarsi.
  • Nelle illustrazioni c’è molta natura e le tavole dovrebbero essere disegnate in tecnica tradizionale, forse tempera o acquarello poco diluito. Fondo bianco.
  • Il libro è di piccole dimensioni ed era a pagine cartonate. Ognuna era spessa, non si poteva neppure piegare. C’è la possibilità che sia fatto a fisarmonica, ma non ne sono sicura, i ricordi sono diventati nebulosi. :-)
  • Potrebbe essere di La Coccinella, ma non ne sono sicura.

Quali sono i libri che da bambini vi sono rimasti nel cuore? Sono curiosa di scoprirli! :-)

Buona giornata del libro a tutti!

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Asterisk Davide Calì intervista Torben Kuhlmann
22/04/2017 Morena Forza in Illustrazione / No comments

In occasione di Tempo di Libri, fiera del libro di Milano, l’autore e art director Davide Calì ha intervistato l’illustratore tedesco Torben Kuhlmann.

Lasciami dire prima di tutto che sei un illustratore davvero notevole.
In quest’epoca di illustratori grafici e minimalisti il tuo lavoro è sorprendentemente dettagliato.
Quindi, cominciamo parlando di tempo: quanto ce ne vuole per fare un libro?

Grazie per il complimento! Mi piace davvero creare immagini realistiche per le mie storie. Mi piace arricchire il mondo dei miei topini avventurosi con il maggior numero possibile di dettagli, così che i bambini si divertano scoprendo sempre nuove cose nelle illustrazioni.
Questo ovviamente richiede molto tempo per completare un libro, ma è bello spendere tempo per rifinire una storia. Con sufficiente ispirazione ed energia, giorni e settimane trascorrono velocemente.
Lindbergh” e “Armstrong” sono stati lunghi da fare per via del grosso numero di illustrazioni. Mi ci è voluto un anno per finire “Armstrong”.
Per riuscire a stare nei tempi ho dovuto fare circa un’illustrazione a settimana.

Prima di cominciare un libro ti prendi il tempo di studiare, cercare riferimenti?

Sì, certo. La ricerca è una parte molto importante. E’ il primo passo prima di cominciare qualsiasi disegno. Per illustrare oggetti come razzi e aeroplani in modo realistico, devi prima capire come funzionano. Solo così diventano credibili.
Per esempio, è stato molto importante per me che gli aeroplani costruiti dal topolino inventore in “Lindbergh” siano non solo credibili ma realmente ispirati ai primi aeroplani costruiti dall’uomo.

E che materiali usi per le tue ricerche?

Guardo moltissimi libri, cerco cose su internet e sfoglio vecchi album di famiglia.

Il tuo primo libro era… la tua tesi d’esame! Quindi sei stato un bravo studente?

Sì, “Lindbergh” è stato la mia tesi d’esame. Avevo deciso di scrivere e illustrare un libro per bambini come progetto finale all’accademia. Mi sembrava un modo per combinare insieme diversi tipi e sfaccettature di illustrazione. A scuola saltavo da una cosa all’altra, ho provato tutto quello che potevo, dall’illustrazione scientifica all’animazione. Per cui mi sono ritrovato con una collezione di piccoli progetti, spesso incompleti, ma per laurearmi mi serviva qualcosa di grande, personale e finito, che mettesse insieme tutto. Mi sono laureato a giugno 2012. Il libro è stato scelto dalla Fiera di Bologna dell’anno successivo, per cui tecnicamente, non ero più uno studente!
Per rispondere alla tua domanda, se fossi un bravo studente, dovresti chiedere ai miei insegnanti. Ma spero di aver fatto bene!

Dopo Lindbergh hai fatto un libro su Armstrong.
Si direbbe che sei affascinato dal volo? Ci sono alter ragioni per aver scelto questi due personaggi?

Da che mi ricordo, sono sempre stato affascinato dalla storia dell’aviazione. Penso sia davvero ispirante pensare ai primi inventori, che montavano strani aggeggi nel fienile di casa nella speranza di costruire il primo aeroplano volante.
E poi, decenni più tardi, c’è stata la grande sfida per portare l’uomo sulla luna. Queste sono incredibili conquiste.
Così ho preso a prestito un pochino da questi grandi personaggi e l’ho ristretto alla dimensione di un topo.
Ma è stato importante per me che le avventure dei miei topini fossero legate con eventi reali, un po’ come nel film Forrest Gump, dove la storia inventata del film si fonde con la storia reale.

Si direbbe anche che tu abbia la passione per gli animaletti: topini, talpe…

Mi piace raccontare storie di animali. È interessante costruire una storia come una favola, in cui gli animali si comportano come umani. È un modo per inserire molte metafore nella narrazione. Uno degli esempi più ovvi è nel mio libro “Moletown”, in cui buffe talpine costruiscono una città che somiglia a una città umana. Ma mi piacerebbe anche illustrare qualcosa con personaggi umani in futuro.

E la passione per il disegno, l’avevi fin da bambino?

Sì, ho sempre disegnato e dipinto molto. Già alla scuola materna disegnavo tutto il giorno. Era il mio modo di capire il mondo. Qualsiasi cosa mi interessava, la disegnavo. Ho imparato così molto cose già da piccolo, per esempio l’uso della prospettiva. E il mio metodo non è cambiato da allora. Ancora oggi cerco di capire le cose dissezionandole attraverso matita e pennelli. Il risultato si vede per esempio gli aggeggi e le macchine di “Lindbergh” per esempio.

Da quale illustratore o pittore ti senti ispirato per il tuo lavoro?

Oh, ci sono moltissimi artisti e illustratori a cui mi ispiro. Per nominarne giusto un paio: l’illustratore e pittore americano Norman Rockwell, il maestro dell’acquerello John Singer Sargent, l’illustratore di poster Drew Struzan, e poi Claude Monet, Rene Magritte e molti fumettisti.

A cosa lavori in questo momento?
Puoi raccontarci qualcosa del tuo prossimo libro?

Il mio tavolo è pieno di progetti al momento. Ho appena finito diverse copertine per romanzi adulti, di cui la maggior parte con illustrazioni in bianco e nero all’interno. E ci sono due progetti che ho in testa, uno dei quali completerà la mia trilogia dei topini.

Approfondimenti

Torben Kuhlmann è nato a Sulingen (Germania) nel 1982.
La sua tesi di laurea, Lindbergh (2012) gli ha fruttato il massimo dei voti, ma soprattutto l’immediato successo editoriale. Nel 2013 le sue tavole sono state selezionate per la Mostra degli Illustratori della Bologna Children’s Book Fair.
In Italia, i suoi libri sono editi da Orecchio Acerbo: Lindbergh, Armstrong e Moletown.

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Asterisk The illustrators survival corner: quest’anno, la Fiera di Bologna è degli illustratori!
23/03/2017 Morena Forza in Eventi / No comments
Novità assoluta all'interno della Children's Book Fair

Per anni ci hanno descritto come zombie con la cartelletta in spalla, e siamo stati un po’ trattati come ospiti, ma finalmente sembra che noi illustratori stiamo tornando alla ribalta: del resto, senza di noi, niente albi e libri illustrati e di conseguenza niente saloni e Fiere, giusto? :-)

In queste ultime edizioni della BCBF gli eventi dedicati alla professione si sono moltiplicati, e alcuni spazi hanno creato occasione di confronto e arricchimento, come il Café degli Illustratori.
Le cose sono però evolute fino ad arrivare ad un evento dedicato alla crescita professionale dell’illustratore: nasce così l’Illustrators survival cornerPoco più sotto riporto il comunicato stampa, scoprite di cosa si tratta e non fatevelo mancare, se potete.
Il mio invito come illustratrice è quello di non limitarsi a sopravvivere alla Fiera, ma di viverla! Vivetela a fondo, con la vostra impronta, e divertitevi più che potete!

A proposito, visto che siamo agli sgoccioli prima che il rush da fiera cominci, vi ricordo che lo scorso anno ho rilasciato un ebook gratuito dedicato proprio alla scoperta della Children’s Book Fair.
Quest’anno non potrò essere presente (salvo piani dell’ultima ora), quindi vi faccio un grande in bocca al lupo fin da adesso!

Gli illustratori che ogni anno animano la Fiera avranno un luogo dove chiedere consiglio, guida e dove approfondire le proprie competenze.

Comunicato Stampa

THE ILLUSTRATORS SURVIVAL CORNER
Il nuovo spazio professionale di Bologna Children's Book Fair
dedicato al mestiere di illustratore

Nasce The Illustrators Survival Corner, il nuovo spazio che Bologna Children’s Book Fair (3 – 6 aprile 2017), l’appuntamento internazionale più importante per chi si occupa di editoria per bambini e ragazzi, dedica alle illustratrici e illustratori come professionisti in Fiera.
Un luogo dove confrontarsi, condividere esperienze, successi e dubbi del mestiere. The Illustrators Survival Corner ospiterà infatti illustratori di fama internazionale, editori provenienti da ogni parte del mondo, autori, professionisti del settore che metteranno a disposizione la loro esperienza attraverso masterclass, workshop e portfolio review. Le illustratrici e illustratori che ogni anno animano la Fiera avranno così un luogo dove chiedere consiglio, guida e dove approfondire le proprie competenze.
The Illustrators Survival Corner si trova al padiglione 26 e tutte le attività sono gratuite tramite prenotazione. Sarà possibile prenotarsi a partire da Lunedì 3 Aprile ore 9.00 solo ed esclusivamente al desk di accoglienza del Corner, hall 26.

Il programma di The Illustrators Survival Corner è a cura di Mimaster illustrazione, realtà formativa d’eccellenza nel panorama internazionale dell’illustrazione.

Il format Survival Corner nasce nel 2013 da un’idea di Mimaster Illustrazione per festeggiare i 50 anni della Fiera del Libro per Ragazzi di Bologna. In quell’occasione è stata realizzata The Illustrated Bologna Children’s Book Fair Survival Guide: una guida alla sopravvivenza ai 4 giorni di Fiera – in distribuzione gratuita – per orientare chi per la prima volta ne varcava la soglia e chi era in cerca di nuovi consigli per destreggiarsi al meglio nell’appuntamento più importante per i professionisti del settore. Parallelamente, allo stand Mimaster, ha preso forma la prima idea di Survival Corner: uno spazio dove confrontarsi con giovani e meno giovani illustratori alle prese con i portfolio e i primi contatti con gli editori.

In questa 54° edizione, il Survival Corner diventa un luogo ufficiale della Bologna Children’s Book Fair; un servizio gratuito al servizio di chi la Fiera la vive con la passione del mestiere: le illustratrici e gli illustratori.
Le attività del Survival Corner si rivolgono sia a giovani esordienti che professionisti e offrono un programma giornaliero di appuntamenti che prevede:

  • Portfolio Review – A cura di autori, editori e art director
    Cosa funziona e cosa cambiare nei portfolio, prima o dopo l’incontro con l’editore.
  • Workshop – Pillole di disegno e progettazione per illustratori
  • Masterclass – “Survival Tools strumenti per la professione”
    Dall’autopromozione alla gestione del colloquio con l’editore, dal contratto ai social media.
  • Meet the jury – Ciclo di incontri, workshop e portfolio review con alcuni dei giurati della Mostra Illustratori 2017: Steven Guarnaccia, Arianna Squilloni, Harriet Birkinshaw.
  • Red Carpet – Incontri con gli artisti internazionali: masterclass e workshop.

Tra gli ospiti nazionali e internazionali presenti al Survival Corner ci saranno: Chris Riddell, Steven Guarnaccia, Hervé Tuillet, Leigh Hobbs, Guido Scarabottolo, Chiara Carrer.

The Illustrators Survival Corner è realizzato grazie al sostegno di Fabriano che metterà gratuitamente a disposizione dei professionisti e degli studenti che parteciperanno ai laboratori i suoi kit di carte della più alta qualità. Una gamma completa di prodotti di diversa fattura e colore, specificatamente pensati per le tecniche di disegno utilizzate nei workshop e nelle attività in programma.

Il programma completo di tutte le attività del corner sul sito di Bologna Children’s Book Fair

Presso il Survival Corner sarà inoltre allestita la mostra The Illustrated Survival Exhibition by Mimaster: tra immagini di copertine, magazine e libri per bambini, i visitatori potranno scoprire il lavoro che si cela dietro l’ideazione di una storia o di un personaggio. Uno sguardo dietro le quinte della professione attraverso testi e immagini che mostrano le diverse tappe del percorso dell’illustratore, dall’ideazione alla realizzazione del progetto editoriale fino agli aspetti più pratici della professione: come affrontare un colloquio di lavoro, come fare autopromozione, come gestire i social, e come destreggiarsi tra contratti e copyright. Una nuova Guida alla Sopravvivenza in formato cartaceo sarà presentata anche quest’anno in Fiera, come preview di un’edizione più ampia a cura di Mimaster illustrazione che sarà pubblicata da Corraini Edizioni con il supporto di Laboratorio Formentini per l’Editoria.

The illustrators survival corner

Consulta subito il programma!

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