Autore: Morena Forza

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Asterisk Affrontare le critiche – Intervista a Davide Calì (2)
26/02/2018 Morena Forza in Editoria&Scrittura / No comments

Illustrazione: Monica Barengo, da “Un giorno, senza un perché

L’ultimo lunedì di questa serie chiudiamo il ciclo di interviste a  cura di Mariapaola Pesce , con la seconda parte della chiacchierata con Davide Calì, autore di libri per l’infanzia e fumetti.

Per leggere la prima parte di questa intervista, cliccate qui.


Se un artista finisce per incagliarsi in un progetto da cui non esce, o il suo stile perde appeal, si demotiva, che consiglio dai?

Questo è un altro dei tanti aspetti difficili da gestire. Non è facile capire quando un progetto non sta funzionando. Io l’ho sempre fatto istintivamente, ma non saprei spiegare se seguo un criterio di qualche tipo. In generale consiglio di cercare un distacco dal proprio lavoro.

Quando hai una forte affezione per qualcosa, hai più difficoltà a lavorarci, a rivederla in funzione di un feedback o a lasciarla andare se non funziona.
In generale si deve essere pronti, credo, a mettere da parte le cose e riprenderle dopo un po’. L’ostinazione produce quasi sempre frustrazione, se poi il risultato non arriva.

Illustrazione: Sébastien Mourrain, da “The tiny tale of Little Pea


Senti, ma in veste di editor, ce la faresti una fenomenologia dell’illustratore?

Hahah! Ma se ti rispondo poi nessuno vorrà lavorare con me!

Scherzi a parte, tutti abbiamo delle attitudini e dei difetti, io per primo e chi lavora con me lo sa molto bene.
Penso che più che una fenomenologia dell’illustratore, ci sia una fenomenologia di quello che vorrebbe esserlo e convenzionalmente si chiama wannabe. (Aspirante o mancato, n.d.r)
Attenzione, non è un dilettante pieno di sogni, quello lo siamo stati tutti.

Il wannabe è quello che in qualche modo non supera mai la fase del sogno.
E’ un po’ un simulatore, si traveste da professionista e si mescola agli altri, ti chiede un appuntamento o ti scrive, sperando in una risposta.
Ma in realtà la sua vera speranza è di non avere nessuna risposta, per continuare a crogiolarsi nel sogno. Se gli rispondi, c’è quello che svanisce immediatamente e quello che invece va avanti, viene all’appuntamento oppure ti spedisce materiale sempre sperando che non succeda nulla. Se invece succede che ti piace e lo richiami, di nuovo, c’è quello che sparisce, quello che educatamente ti comunica che non può dedicarsi al progetto e quello che invece va avanti.

Sono i peggiori, perché troveranno il modo di far fallire il progetto in corso, dopo che ci hai già investito dei soldi e del tempo.

Sei dell’idea che il coaching possa essere applicato
alla dimensione artistica dell’illustrazione? 

Sì, ne sono convinto.
Lo penso da quando mi sono reso conto che la direzione artistica non basta. Certe volte, per sbloccare un lavoro o una carriera che si è fermata, bisogna agire sulle origini del blocco.
In alcune occasioni ho seguito persone bloccate nel lavoro, sono riuscito ad accompagnarle fino alla presentazione dei progetti, ma poi li hanno fatti franare per questioni caratteriali. E’ lì che ho capito che non basta semplicemente perfezionare un progetto o un portfolio, bisogna capire in che punto tutto si è inceppato.

Approfondimenti

Nata a Genova nel 1965. Libraia per eredità familiare, poi formatrice aziendale ed executive coach per una multinazionale delle telecomunicazioni, al momento si occupa di scrittura e formazione, coordinando le attività del progetto Omero- Gli scrittori raccontano i libri.

Al suo attivo il libro Il bello dello sport (Giunti – Progetti Educativi), e diverse collaborazioni con Slowfood e la rivista Lg Argomenti. Il suo primo album illustrato per bambini Si j’étais une souris è in uscita per Grasset nel 2018, contemporaneamente ad un albo con Eli Publishing ed un volume con Electa.

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Asterisk Quella volta che una band mi salvò dal blocco creativo
21/02/2018 Morena Forza in Creatività / No comments
Oasis blocco creativo

Sappiamo quanto possa essere facile fidarci ad occhi chiusi del parere di qualcuno che stimiamo e che ci ispira. Proprio come accade coi personaggi famosi, vero?
Si tratta però di un gioco di equilibri: ci serve l’apertura necessaria ad accogliere i consigli e la chiusura sufficiente a non farci appiattire come uno scoiattolo sotto a un TIR.
Il mio ti sembra un discorso nebuloso? Allora ti racconto una cosa…

Un inizio col botto

Qualche anno fa avevo messo da parte dei risparmi per l’imperdibile workshop di illustrazione con uno dei professionisti del mio Olimpo Personale.
Mi ero seduta in prima fila.
L’illustrissimo illustratore camminò al centro della stanza, sospirò con molta enfasi e annunciò:

“E’ un vero peccato che fra voi, nessuno farà mai un libro illustrato.”

 

Nell’aula cadde un silenzio raggelante, spezzato da qualche risatina nervosa e sommessa.
Io alzai la mano a mezz’aria e intervenni timidamente “Ehmmm… ne ho già fatto qualcuno.”
Non perché pensassi di essere un caso speciale, ma perché le previsioni lapidarie non mi piacciono e mi era sembrata un’uscita fuori luogo.

“Ah sì?” mi rispose quasi fra sé e sé.
Poi continuò.
“Il mercato è morto. L’editoria è in declino. E’ una nave da cui i topi stanno già scappando da un bel pezzo. Poveri voi che dovete ancora cominciare…”

 

Avevamo davvero pagato il corrispettivo di un affitto a Milano per scoprire che era inutile? Mentre tutti si avvilivano, io mi stavo indispettendo.

ll giorno seguente, come richiesto, portai i miei libri illustrati preferiti.
Il responso era: brutto. Ruffiano. Commerciale.
In soldoni, mi disse che i miei gusti erano orientati a un genere di editoria che per lui dovrebbe sparire per sempre.

“La vera illustrazione non è questa.”

Boom.

Tornai a casa a pezzi e la testa mi ronzava. I miei gusti erano sbagliati? La mia stessa concezione di illustrazione era sbagliata?

L’ultimo giorno mi guardava colorare a Photoshop.
“Senti, non so cosa dirti di questa… cosa. Perché il disegno su un computer non esiste. Vedi? E’ lì, nello schermo. Non è reale. Non so consigliarti. Non è una vera illustrazione.”

Stavolta stranamente, non mi sentivo offesa o colpita. Risposi un allegro “Ok!” e tornai a colorare.

All’improvviso, mi era tutto chiaro

Per quanto l’esperienza di questo super talentoso illustratore potesse darmi delle informazioni interessanti, non potevo portarmi via il pacchetto completo delle sue affermazioni. Non potevo cioè affidarmi totalmente alla sua personale e soggettiva verità.
Accecata dall’ammirazione, non avevo considerato che era una persona come tutti, con le sue mancanze e le sue idiosincrasie.

Si trattava di un illustratore tradizionale, di una certa età, molto “artista”, che faceva ritoccare i suoi errori a un paio di addetti al ritocco digitale. Non utilizza l’email e per questo prende accordi via telefono o fax come si faceva il giorno della caduta del Muro.

Come potevo pretendere che una persona con un background così definito e “classico” potesse apprezzare l’impronta delle mie scelte artistiche e professionali?
Mi sentivo come quelle persone che si lamentano perché il loro gatto non fa le feste.
Una completa babbea. Però, che sollievo!

La chiave è contestualizzare

“Non mettere la tua vita nelle mani di una rock ’n roll band”

Hai riconosciuto queste parole?
Va bene, se così non fosse, ti perdono perché gli Oasis sono un po’ démodé,  io li amo ancora come quando mettevo l’ombretto coi glitter in crema e non riuscivo più a chiudere le palpebre.

Ho sbagliato tutto? O sono sbagliata io?

Decisi di tenere nel bagaglio del corso tutte le nozioni sul colore e sulla narrazione (stimolanti e preziose) e di gettare tutto il resto. Non perché non fosse valido, ma perché non si adattava alle esigenze del mio percorso creativo e professionale. E alla mia idea di illustrazione.
Insomma, avevo deciso di non mettere la mia vita nelle mani di una rock ’n roll band, e di non farmi trascinare da una musica che non era la mia.

Forse per quell’illustratore, quello che disegno “Non è vera illustrazione”, eppure sono anni che numerosi editori ed altri clienti lo comprano.
Semplicemente, non si tratta degli stessi che comprano il suo lavoro.

Quando partecipi a un incontro, a un corso, a una portfolio review, ricordati di questo post e scegli quali consigli tenere e quali lasciare andare. Scegli su quale musica ballare.

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Asterisk Affrontare le critiche – Intervista a Davide Calì
19/02/2018 Morena Forza in Editoria&Scrittura / No comments

Illustrazione: Benjamin Chaud, da “Non ho fatto i compiti perché

Questo quarto lunedì ospito l’intervista di Mariapaola Pesce a Davide Calì, autore di libri per l’infanzia e fumetti. Il tema è scottante: come si affrontano le critiche al proprio lavoro?
E come si può reagire quando un editore rifiuta il nostro progetto o il nostro portfolio?

Buona lettura!

A cura di Mariapaola Pesce

Ho conosciuto Davide agli esordi della sua carriera di autore, quando gestivo una piccola libreria per bambini. Insieme abbiamo tenuto qualche corso per aspiranti scrittori, poi le strade si sono divise, e mentre lui si affermava come autore, io mi dedicavo alla formazione, e con gli anni al coaching. È in questo ruolo che gli propongo questa chiacchierata.


Davide, hai iniziato come illustratore, e sei passato alla scrittura.
Ti sei “allontanato da” o sei “andato verso”?

Sono tutte così difficili le domande? Per me in realtà scrivere e disegnare è un po’ la stessa cosa. Quando disegnavo, avevo le storie in teste, i personaggi parlavano mentre disegnavo, come se vivessero di vita propria. Ora perlopiù scrivo, ma ho sempre il film della storia che mi scorre in testa, vedo come e dove si svolge l’azione, l’espressione dei personaggi, i gesti delle mani.
E di fatto scrivo anche le illustrazioni.
Ti faccio vedere un video.
David Grohl dei Foo Fighters spiega che per lui è stato facile passare dalla batteria alla chitarra, perché sono lo stesso strumento. Sembra assurdo, ma sono perfettamente d’accordo con lui.

Illustrazione: Ronan Badel, da “Les Bacon Brothers – Back in America

Torna un momento a quando illustravi (anche se sporadicamente lo fai ancora):
quali sono i ricordi principali di quel periodo?

Disegnavo molto. Ho immaginato moltissime storie che non ho mai finito e tante altre che ho finito e mai pubblicato. Disegnavo anche vignette e altro.

Poi hai scritto a lungo: hai oltrepassato quota 100 libri.
Tra le tante cose che fai, sei spesso dall’altra parte della barricata, come insegnante, editor e capo progetto.
Quali sono i momenti e gli aspetti più delicati?

Uno degli aspetti più delicati penso sia comunicare un feedback negativo o un rifiuto.

Non è facile in questo lavoro non prendere le cose sul personale e qualche volta gli artisti sono permalosi. Bisogna saper comunicare che quella dell’editore, è e rimane un’opinione.

Un rifiuto non è la fine del mondo, anche se una sfilza di rifiuti possono metterti in crisi e indurti a riconsiderare i tuoi progetti o la tua carriera. La stessa cosa vale per un feedback negativo. È un’opinione, e vale come tale in un certo contesto. Non è un giudizio con un valore assoluto.

Illustrazione: Raphaëlle Barbanègre , da “Biancaneve e i 77 Nani

Puoi svelarci il segreto del tuo stile nel dare feedback? Hai un modello a cui ti rifai, o qualcuno che ti ha dato consigli preziosi che offri anche tu?

Non so se mi rifaccio a un modello. Forse a un modello negativo. I modelli negativi mi sono sempre stati utili. Nel tempo ho visto tante persone che non volevo diventare e mi hanno aiutato enormemente a diventare un’altra cosa.

Ora che mi ci fai pensare, in questo primo anno di lavoro forse ho adottato il modello di Naomi, la mia editor a San Francisco. Lei è sempre super entusiasta del lavoro, ma ciò non toglie che lavoriamo i testi e le illustrazioni diecimila volte per arrivare alla perfezione e le sue mail sono zeppe di correzioni e richieste di cambiamenti da fare. Però spende sempre una parola per quello che le piace, con il suo caratteristico entusiasmo californiano, per cui alla fine dopo una mail di tre pagine, non percepisci solo che è tutto da rifare, ma anche che il lavoro le è piaciuto moltissimo.

A volte ho guardato Master Chef, con commenti imbarazzanti e spietati, tipo” avrei vergogna a dire di aver cucinato questo piatto”. Ti capita mai di dire a qualcun: questo libro fa schifo?

Non penso di averlo mai fatto. Ad alcune persone ho detto che a mio parere il loro lavoro era inadeguato a un mercato commerciale, ma questa io non l’ho mai intesa come una sentenza di morte.

È un’opinione ed è relativa all’adesso, non vuol dire che chi mi ha portato quel portfolio non combinerà mai nulla di buono. Però le persone che ti fanno vedere il loro lavoro spesso vogliono proprio sapere a che punto sono, ed è giusto dirglielo.
Se lo scopo è il professionismo, e ripeto se, perché se non lo è cambiano tutti i parametri, il mercato ha delle regole. Non mi soffermo nemmeno a dire se siano giuste o sbagliate, io le ho solo imparate e cerco di guidare le persone che vogliono seguire i miei passi perché arrivino dove vogliono.

Credo però che insultare qualcuno dicendogli che fa schifo non sia costruttivo ma un puro esercizio di egocentrismo e di presunzione. Confesso che non ho mai capito le finalità di Master Chef e di altri programmi sul genere, se sia solo giudicare aspiranti chef, o anche formarli, ma in ogni caso non mi piace la spettacolarizzazione che si fa dell’umiliazione. Soprattutto quando a farla è un presunto grande chef che poi inventa ricette con le patatine chips solo perché lo hanno pagato per farne pubblicità.

Illustrazione: Serge Bloch , da “Il nemico

Torniamo a noi: a te come autore, è successo? Se sì, ne hai tenuto conto? 

Che qualcuno mi dicesse che facevo schifo? Mi pare di no. Se è capitato non me ne ricordo. Non è stato facile arrivare dove sono, ma mi sembra di aver sempre incontrato persone abbastanza gentili.

Qualche volta incompetenti magari, qualche volta mi hanno dato con sincerità i consigli sbagliati, ma non mi ricordo nessuno che mi abbia mai insultato.
Ho ricevuto tanti no e con meraviglia di tanti, continuo a riceverne.

Beh, sì, un po’ mi meraviglia, l’idea che in molti hanno di te è che non sbagli un colpo!
Questo mi incoraggia molto nell’incassare i primi rifiuti che sto ricevendo come autrice.
Quindi, bisogna sempre tenere conto dei feedback degli editori?

Questa è una domanda che richiede una risposta complessa.
Ai miei corsi dico sempre che non bisogna prendere per oro colato qualsiasi cosa dicano del tuo lavoro. Ma quando sei all’inizio una delle cose difficili da capire è proprio fino a che punto accettare le critiche. Se non ne accetti, secondo me, non vai molto lontano.

Nel momento in cui pensi di condividere il tuo lavoro con qualcuno, per forza di cose, devi fare i conti con le opinioni e le visioni altrui. Al tempo stesso però, se ascolti i consigli di tutti rischi il cortocircuito.
L’editoria non è una scienza esatta: ognuno ha o crede di avere, la sua formula e per tendenza te la spaccia come unica per cui, ascoltando più voci il risultato è che non ci capisci nulla, perché ognuno dice il contrario degli altri.
Ciascuno deve trovare la sua strada, capire cosa vuole, dove vuole andare e fino a che punto si sente disponibile di seguire le richieste o i consigli altrui.

Il difetto principale degli editori, che confonde chi propone il proprio lavoro, è una visione sempre troppo auto-centrata, per cui quasi nessuno si ricorda di aggiungere “secondo me” quando commenta il tuo lavoro. Se dall’altra parte c’è una persona inesperta ovviamente prenderà il parere come un dato di fatto, un giudizio assoluto, cosa che non è quasi mai.

Ah, il magico potere del “secondo me”!
In questo senso, se un artista si accorge che un feedback è troppo duro, o generico, o sbagliato, tu cosa consigli?

Io consiglio sempre di segnare un confine molto netto, tra educazione e maleducazione.

Non bisogna mai accettare un giudizio palesemente offensivo. Spesso mi è capitato di illustratori che mi chiedono consigli per fronteggiare comportamenti anomali, perché non sanno come reagire. Si tratta perlopiù di comportamenti che non hanno a che vedere con la qualità del lavoro ma con la disponibilità dell’artista a lavorare gratis. C’è chi ti dice chiaramente: non sei nessuno, ti ho chiamato a fare un lavoro, dovresti ringraziarmi.

Aldilà della visione molto opportunistica, credo che la maleducazione sia fuori discussione.
Poi, se il giudizio è generico, forse non c’è interesse dall’altra parte a darne uno più accurato e, non si può obbligare qualcuno a farlo. Se è sbagliato e si sta già lavorando con qualcuno, penso si possa discutere. Se alla fine le visioni reciproche non combaciano si deve valutare la possibilità di lasciar perdere la collaborazione, oppure di accantonare il progetto per fare un’altra cosa.

Illustrazione: Sara Gavioli , da “Cornelius Holmes. il caso del barboncino dei Baskerville

La seconda parte di questa intervista
sarà online il 26 Febbraio.

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Asterisk Intervista a Pierdomenico Baccalario
12/02/2018 Morena Forza in Editoria&Scrittura / No comments

Fonte immagine: Il viaggiatore incantato

E’ il terzo lunedì di questa serie di interviste e oggi Mariapaola Pesce decide di scambiare quattro interessanti chiacchiere con Pierdomenico Baccalario, scrittore per ragazzi e giornalista, nonché fondatore dell’Agenzia BOT.

 

Buona lettura!

A cura di Mariapaola Pesce

Per cominciare, tutti ti conoscono come scrittore e giornalista, ma le tue attività non si fermano a quello. Mi interessa nello specifico la tua attività all’interno dell’agenzia Bot.

Ho fondato BOT tre o quattro anni fa (ho un brutto rapporto con il tempo, a proposito di non fermarsi), con la precisa intenzione di creare un’ambiente adatto al lavoro contemporaneo di più creativi. La mia esigenza era quella di creare un sistema – il più possibile organizzato, e il meno possibile formale – al vertice del quale ci fossero, appunto, i creativi.
Venivo da un’esperienza di lavoro, molto formativa, in cui, invece, il parere creativo veniva per ultimo, ed era sempre sottoposto alle esigenze/calendari produttivi.

I creativi sono persone molto affidabili, ma unicamente su un aspetto: l’entusiasmo e la qualità di quello che inventano. Tutto il resto: gestione del tempo, degli spazi, delle relazioni esterne e interne al gruppo, doveva essere costruito da zero.

Che sfida entusiasmante!
Io, per esempio, ci vedo opportunità rara di fare “pulizia”, eliminare il superfluo o il nocivo dei rapporti, le trappole, conservando solo ciò che piace e funziona.
Quando ti ho chiesto questa intervista, ti ho detto che quello che mi ha colpito di voi è la sensazione che siate un gruppo di amici che si conoscono da una vita e che intorno a questo a ad una passione in comune abbiano costruito carriera e futuro. Sono troppo romantica?

Per niente. C’è un vecchio detto che dice che non si dovrebbe mai lavorare con gli amici, perché si rischia di danneggiare entrambi gli aspetti di una relazione (amichevole e lavorativa).
Quello che è vero di questo detto è che è vecchio. Il mio gruppo di persone si è sicuramente fortificato su una forte base di amicizia (a partire dal primo dei miei colleghi – amici – collaboratori, Alessandro Gatti, con cui lavoro – e mi diverto, da più di venti anni).

La cover di Atlante dei Luoghi Immaginari

(P. Baccalario, D. Calì, illustrato da Isabella Mazzanti)

Grazie al progetto Omero ho conosciuto parecchi della tua squadra. Ognuno segue progetti individuali, offre collaborazione al resto del gruppo e non fa mai mancare il proprio incoraggiamento pubblico al lavoro degli altri, con grande generosità reciproca. Quali sono i segreti dietro a questa armonia?

Non sono così ingenuo da pensare che basti un’amicizia per lavorare insieme (ho amici con cui non dividerei mai la scrivania e loro con me), ma non penso neppure che si possa lavorare bene con persone che, dell’amicizia, non sappiano condividere alcuni valori essenziali: etica del lavoro, senso del dovere, progetto di cura reciproco, disponibilità a dare senza un necessario corrispettivo.

Sulla base di questo codice etico non scritto il nostro gruppo è cresciuto in competenze e, anche, in amicizia. Sei disposto a dare idee a un altro di noi, in cambio della promessa che ne riceverai quando sarai in difficoltà? Sei disposto a mettere a disposizione quello che sai e chi conosci, in cambio della promessa che gli altri faranno altrettanto? Hai voglia di leggere e correggere un manoscritto, senza ricevere altro in cambio, se non il fatto che potrai chiedere di fare altrettanto?
In poche parole: ti fidi degli altri? Se la risposta è sì, benvenuto. Fidandomi in prima battuta di chiunque vuole entrare nel gruppo ho fatto errori, ovviamente, come quel certo autore che non è mai riuscito a capire in che modo noi usiamo i contatti (in modo libero, ma rispettoso di chi ce li ha forniti) o di quell’ altro a cui abbiamo dovuto per anni riscrivere i libri sperando imparasse a farlo in autonomia, e che, invece, dalla facilità con cui altri scrivevano cose che a lui non uscivano così bene ne è rimasto schiacciato e oggi non scrive più.

Hai sollevato un tema straordinario: la fiducia.
Questo rapporto in cui si mettono a disposizione competenza (creativa, nella scrittura), affidabilità (il sapere di poter contare gli uni sugli altri perché si è già sperimentato), e la sincerità di intervenire su un’idea, un lavoro di altri perché migliorabile, sembra una definizione da manuale! Dì la verità, avevi dei modelli, quando hai cominciato a costruire il tuo gruppo?

La mia compagnia di giochi di ruolo, con me nel ruolo di Master, e unicamente perché sapevo fare quello: mettere le persone al giusto posto dentro a una storia che costruivo a poco a poco partendo da loro (e da una mia visione).
La mia prima visione, con BOT, è stata quella di lasciare le persone libere di fare quello che vogliono: BOT non è un’agenzia, né, abbiamo contratti di esclusività sulle persone. Abbiamo contratti sui progetti, sulle singole storie, sui libri. E per ognuna di queste storie, una rete di persone capaci di mettere in comune le idee. O, al contrario, persone che buttano idee agli altri nella speranza che diventino storie e progetti. Le idee, regalate a persone che danno valore alle idee, anziché perderle, si moltiplicano. Una volta che un’idea si forma, che si sviluppa, c’è chi se ne prende cura. Si condivide un modo di lavorare insieme, senza perdere la propria autonomia artistica, la propria cifra di riconoscibilità (del gruppo e di ognuno di noi).

Ho poi studiato per fare in modo che queste belle cose potessero diventare un modello di business sostenibile, che le collaborazioni di più persone a un unico progetto potessero essere quantificate per poterne dividere equamente gli eventuali guadagni e perché ognuno fosse soddisfatto di poter essere messo nelle condizioni di poter lavorare (e questo è fondamentale) da casa propria.

Stai via via esplorando una serie di temi che mi sono carissimi: la visione, per esempio, questo sogno di un futuro che non resta un’immagine nella testa, ma si mette in movimento per diventare presente!
Senti, ma fammi fare una provocazione: quando non funziona? Cosa succede se un progetto va male, o non piace a qualcuno di voi?

Si lascia lì. Ne servirà una parte, magari, per qualcosa di completamente diverso (e se lo si fa, si contattano gli autori originari). In genere il non funziona, però, lo affidiamo gli editori.

Sono loro a dirci se una cosa piace oppure no. Sono gli editori i nostri primi clienti. I lettori, invece, sono come noi: persone che si entusiasmano.

Una tavola  da Un drago in salotto (P. Baccalario, illustrato da Claudia Petrazzi)

E se non piace a te? Come ti comporti? Che tipo di leader sei?
Sei il tipo motivante, o quello dallo stile autoritario?

Un amico sardo mi definì una volta come un anarchico situazionalista. Ovvero uno a cui piace comandare e a cui piace che tutti seguano le regole. E che, se tutti seguono le regole, però, diventa anarchico e fa di testa sua.
Scherzi a parte, mi ritrovo in questa definizione, ma non forzo nulla se vedo che si muove e gli autori sono contenti. Abbiamo fatto e pubblicato storie di cui non so niente. Altre, invece, si fermano o hanno problemi. E allora intervengo. Il mio intervento lascia tracce, perché sono io a intervenire, con tutta la mia energia. Ma non intervengo sempre. Solo se c’è bisogno di un parere (di solito, di trama). Da un punto poi di vita di tutti i giorni dell’ufficio (il nostro ufficio è praticamente nella casa in cui abito), io mi occupo di un aspetto importante: cucino i pranzi per tutti. Tutti i giorni.

Interessante! Ti ci vedo, sia come anarchico che come chef. Poi magari ti rubo una ricetta, se ti va, dopo tutte queste domande serie!

Visto che hai parlato di una definizione che hai ricevuto da un amico, parliamo un po’ di feedback, di darne e riceverne.
Tu negli anni ne hai ricevuti migliaia, immagino. Cosa hai imparato?

Non leggo i pareri dei miei lettori, non leggo le recensioni, né gli articoli che eventualmente parlano di me, non guardo le classifiche. Niente di niente. Potete venire tutti a parlarmi. ben venga il feedback di persona. Perché costringe a reazioni fisiche immediate ed evidenti.

La penna – anche social, è meno diretta, più subdola. Verba volant, e meno male, nel senso che le cose raccontate possono andare lontane. Mi sono costruito il mio albero, non mi chiedete di starmene sempre ad ascoltare il rumore del vento!

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Asterisk Il mistero del ritratto scomparso (e ricomparso) di Oscar Wilde
09/02/2018 Morena Forza in Arte / No comments
Oscar Wilde

Lo scorso 6 febbraio, chiacchieravo con un’amica alla mostra di Henri Toulouse-Lautrec a Palazzo Reale e mi sono trovata a raccontarle di un particolare ritratto che l’artista aveva voluto fare a tutti i costi al suo caro amico, lo scrittore Oscar Wilde.

Avevo letto un articolo che ne parlava qualche tempo prima, ma non ne conoscevo l’aspetto.
E’ stato buffo: mano a mano che le parlavo delle circostanze in cui era stato realizzato il ritratto, mi sono resa conto che quella davanti a noi era proprio la litografia dell’opera.

La strana coppia

L’amicizia fra Wilde e Toulouse-Lautrec era senz’altro interessante, eccentrica (anche perché era cominciata proprio a Parigi in piena Belle Epoque ed entrambi vivevano molto sopra le righe!) e non passava inosservata, tanto che loro stessi furono disegnati insieme dal caricaturista R.Opisso:

opisso oscar wilde toulouse lautrec

Alto, chiaro e appesantito Wilde; piccolo e scuro l’artista, sproporzionato a causa di una patologia ereditaria che gli aveva causato una forma di nanismo fin dall’adolescenza.
Entrambi con una grande personalità, che esprimevano attraverso uno humor tagliente (e molto autoironico, nel caso di Toulouse-Lautrec) e uno stile di vita esagerato, fuori dagli schemi.

Un ultimo ritratto

Dietro questo acquarello c’è un singolare intreccio fatto di persone, nazioni, fatti e misteri.
La sua storia inizia nel maggio del 1895.

Nello stesso anno in cui la sua pièce teatrale “L’importanza di chiamarsi Ernesto” aveva avuto un clamoroso successo, Wilde, all’apice della carriera, venne accusato di atti osceni per via della sua omosessualità (illegale in Inghilterra fino agli anni Sessanta del secolo successivo).

Toulouse-Lautrec, che da sempre aveva apertamente difeso i diritti degli omosessuali e quindi sostenuto con grande affetto l’amico, si trovava a Londra la notte prima del processo; gli chiese così di posare per un ritratto.

Forse come gesto d’affetto, o per distrarlo?
Entrambi sapevano che le possibilità che Oscar Wilde venisse riconosciuto innocente erano quasi nulle, e quello per molto tempo sarebbe stato l’ultimo ritratto. Per molti, il fatto che fosse sposato e avesse dei figli non costituiva un’attenuante, ma l’esatto contratto.
Possiamo immaginare quindi lo stato d’animo dei due, soprattutto perché Wilde aveva rifiutato l’offerta di amici e parenti di fuggire nel continente, decidendo così di affrontare la propria rovina e il proprio destino.

Wilde ricevette l’amico nella sua casa di Londra, ma scoprì poi di essere troppo nervoso per rimanere seduto in posa.
Per questo motivo, il pittore lo dipinse a memoria, una volta tornato alla propria camera d’albergo. Ed è straordinario il modo in cui riuscì a catturarne l’essenza solo attingendo dal proprio ricordo.

Qui, un tocco quasi profetico, fa capolino nel ritratto: Toulouse-Lautrec aveva voluto aggiungere Westminster sullo sfondo e proprio il giorno seguente, durante il processo, vennero chiesti a Wilde dei dettagli a proposito di un bordello maschile localizzato a Westminster, che si scoprì poi avere sede vicino alla Camera dei Comuni.

Il mistero della scomparsa (e della ricomparsa)

Negli anni Cinquanta, il ritratto ad acquarello (che oggi vale più di un milione di sterline) scomparve da musei e collezioni e nonostante una serie di indagini fu impossibile reperirlo.

Molti anni dopo, alla fine del 2000, la notizia esce sul Guardian, destando un certo scalpore: il ritratto è riapparso, avvolto dalla stessa aura di mistero con cui era svanito nel nulla mezzo secolo prima. E proprio in occasione di una grossa mostra londinese per il centenario della morte di Wilde.

Sembra che a darlo in prestito alla British Library sia stato un collezionista europeo e lo abbia fatto con rigidissime condizioni: in forma anonima, e con un accordo di segretezza degno dello spionaggio industriale. Il collezionista infatti non vuole neppure che venga reso noto il suo Paese di residenza.

Mistero nel mistero, un altro collezionista “invisibile” ha contattato la British Library, dando in prestito un verbale del processo a Oscar Wilde (24-25 maggio 1895), fino a quel momento sconosciuto ai ricercatori, generando così nuove domande su un periodo così controverso della Storia dell’Arte e della nostra società.

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Asterisk Non aprite quel portfolio – Gli errori più frequenti
07/02/2018 Morena Forza in Guide e Tutorial / No comments
portfolio illustrazione

Illustrazioni di Justin Tran

Halloween è lontano…

Ma ci sono cose che fanno paura tutto l’anno. Come l’invio di un portfolio pieno di errori!

Ne riconosci qualcuno in questo elenco? Sbagliando si impara. :-)
Se guardo i miei vecchi portfolio (che ho conservato come monito) mi accorgo di come fossero meno efficaci di quelli che preparo negli ultimi anni.

E’ normale. L’importante è correre ai ripari!
Gli errori possono riguardare due elementi in particolare.

Il contenuto del portfolio

Sono quelli che hanno a che fare proprio con le immagini che abbiamo scelto.

  • Inviare il proprio materiale a tutti, indistintamente. Non conoscere il catalogo del destinatario (e pensare che non si noti). Sparare nel mucchio non solo non funziona, ma è anche poco educato.
  • Un portfolio sopra le 20 immagini è un big no-no. Nessuno arriverà alla fine. Ho visto coi miei occhi la quantità di email giornaliere che ricevono art director e agenzie. Farebbe impallidire Dracula all’Equatore. Ti rassicuro: chi sta cercando nuovi artisti approfondisce sempre siti e account social di un portfolio che l’ha colpito.
  • Già che ci siamo, attenzione anche al peso eccessivo dei file inviati.
  • Ricevere immagini a grandezza francobollo farebbe salire la frustrazione anche al Dalai Lama. Lo so, non vuoi che le tue tavole vengano utilizzate senza il tuo consenso, ma non esagerare. Devono essere leggibili e dare delle informazioni a chi le guarda. Ecco due immagini di misura ragionevole: verticale e orizzontale.
  • Tavole in risoluzione troppo bassa, (quelle in cui si vedono i dettagli sgranati) sono da evitare. In questo articolo avevo scritto come funzionano formati e risoluzioni.
  • Inserire lavori troppo vecchi. Non usi più quella tecnica, hai cambiato stile, o sei migliorato in maniera esponenziale da quando hai fatto certe illustrazioni? E’ il momento di eliminarle. Non rischiare che alcune tavole abbassino la qualità generale del portfolio o che possano chiederti cose di cui non vuoi più occuparti.
  • File con nomi generici. Se invii un PDF chiamalo col tuo nome e cognome e con l’anno corrente. Lo stesso se stai inviando immagini sfuse in allegato:nomecognomenumero.jpg. Nella cartella del destinatario, sono già presenti decine o centinaia di portfolio che si chiamano portfolio.pdf o IMG03.jpg.
  • Due cose sono infinite: l’universo e la bruttezza dei watermark. Lo so cosa stai pensando: “Ma poi stampano 200 cartoline con le mie immagini e non me le pagano!” Non succederà, anche perché invierai file in formato web e non per la stampa (quindi non sopra i 72 dpi, con cui si può fare poco e nulla). Il watermark è obsoleto e pretenzioso. Ma soprattutto, è fuori luogo quando si contatta un potenziale cliente, perché grida questo: “Senti, io non mi fido di te, quindi ecco le mie immagini tutte coperte da una filigrana enorme che non ti permetterà di rubare il mio lavoro. Detto questo, lavoriamo insieme?”

Leggi i migliori manuali per illustratori

Qui ho raccolto i miei preferiti e ti racconto perché per me sono stati preziosi.

La forma o la presentazione

Il tuo portfolio non ha niente che non va. Ma il modo in cui lo presenti fa la differenza.

portfolio illustratore
  • E’ lei, che paura! L’email che arriva vuota in casella (e magari pure senza oggetto). La chiamerei “Il silenzio degli innocenti”. Un allegato misterioso fa capolino laggiù, ma non ci sono due righe di presentazione, una spiegazione, ma che dico! Non c’è nemmeno un “Buongiorno” o un “Grazie”. Sei di fretta e non hai tempo di scrivere? Fatti vivo in un momento più libero. Abbiamo tutti da fare, ma siamo persone, dietro allo schermo.
  • Invii il portfolio e ti lasci prendere la mano; e così l’email racconta la storia della tua vita.
    Lascia parlare il portfolio, dopo una breve presentazione (ho detto breve!). In fondo, il protagonista dovrebbe essere lui!
  • Hai poco tempo e così invii la famigerata email a tappeto. E’ quella scritta uguale per tutti coloro che la riceveranno. Magari anche con i destinatari in chiaro, per fare l’en plein? Ullalà! No, davvero. Non si fa.
  • Ossessione. Inviare il proprio portfolio una volta al mese alla stessa redazione.
    Due o tre volte l’anno può andar bene (e senza Risp. in calce, per carità!) ma non diventare l’incubo di un art director.
  • L’inglese maccheronico.
    Metti via quel traduttore online e nessuno si farà male.
    D’accordo, non devi prendere il tè con la Regina Elisabetta, ma se come una mia ex compagna scrivi “I have bed” per dire che hai letto qualcosa, considera l’idea di un mini corso di inglese prima di tuffarti a pesce nel mercato straniero. Shish!
  • L’enigmista. Chiamo così quell’email che non contiene un allegato ma apre delle finestre per ottenerlo. “Clicca qui! Bene, e ora clicca qui! Ci siamo quasi… Clicca qua! Adesso inserisci la password che ti è stata inviata in un’email separata. Quasi fatto! Somma le ultime tre cifre di questo codice alla data di incoronazione di Carlo Magno e scarica il file.”
    … Saw, sei tu?
Nel dubbio, segui le linee guida

Soprattutto gli editori, a volte richiedono formati particolari, non ricevono allegati in casella e vogliono solo il link al portfolio online; altri ancora accettano solo l’invio cartaceo o del CD.
Vai sul sicuro e leggi sempre le linee guida messe a disposizione sui loro siti.

Vuoi saperne di più? Scopri altri consigli

Partecipa al workshop “Il sogno e il mestiere” con me e Ilaria Urbinati e vieni a conoscere il disegno come professione. Esplora il programma completo, oppure leggi cosa raccontano alcuni illustratori dopo aver partecipato.

Prossima tappa: da definirsi per il 2018

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Asterisk Intervista a Roberto Santillo – Seconda Parte
05/02/2018 Morena Forza in Fumetto / No comments

Per quattro lunedì ospito le interviste di Mariapaola Pesce ad autori di spicco.
Iniziamo con una serie di interessanti domande al fumettista Roberto Santillo (classe 1962) che nel 1993 è divenuto direttore dell’Accademia Disney.

Questa è la seconda parte dell’intervista. La prima  si trova qui.

Buona lettura!

Fonte immagini: Labo Fumetto

A cura di Mariapaola Pesce

Dimmi una cosa, avevi o hai tutt’ora dei riferimenti per il tuo ruolo? Stili di leadership, personaggi che ne incarnano uno che ti piace? Ce n’è uno che invece tieni volontariamente lontano, perché non lo condividi? Valgono anche personaggi Disney, se ne hai!

Mi piacerebbe risponderti facendo riferimenti intriganti a prestigiosi “guru” del settore dai quali sono sicuro c’è tantissimo da imparare, ma l’occasione che mi dai di mettere in campo personaggi Disney, ammetto, è irresistibile.
Quindi, userò due film su tutti: Il libro della giungla e La spada nella roccia.
Si tratta dei miei preferiti da bambino, anche se allora non avevo minimamente idea che in età matura avrei riconosciuto e apprezzato profondamente il metodo di coaching di Baloo e Bagheera e la leadership straordinaria di Mago Merlino. Nel dettaglio: Bagheera è responsabilità e concretezza nel programmare azioni e risultati, unita ad empatia, intuito e capacità di relazione con specie diverse. Baloo, invece, lateral thinking e uso del cambio di prospettiva, capacità di sdrammatizzazione energizzante e… spirito di sacrificio nel momento chiave.
E poi c’è, Mago Merlino: il punto ideale di incontro tra leadership e coaching. Insomma, ti mostro come si fa, anzi lo facciamo insieme e ci prendiamo gli stessi rischi prova dopo prova. Ma devi crederci fino in fondo. Se scegli la strada più breve, e in fondo nella fattispecie preferisci fare lo scudiero, meglio per me andare alle Hawaii e ci vediamo ad Honolulu, caro mio!
Ci si potrebbe scrivere uno di quei saggi americani a tema, non credi? Sarebbe un blockbuster!

Facciamolo! Ne parliamo a parte, senza che ci ascoltino tutti, dai!
Ora voglio entrare nello specifico del tema feedback: nel tuo lavoro, prima come fumettista, poi come responsabile di progetti, ne avrai ricevuto parecchi. Qualcuno immagino ti sia piaciuto, per contenuto e forma, qualcuno invece meno…Ci racconti?

Da disegnatore purtroppo ho realizzato pochissime storie, di conseguenza ho avuto poche opportunità di ricevere feedback professionali con cui confrontarmi.
Ma il più importante che ricordo mi giunse da Romano Scarpa. Mi riferirono che a seguito della pubblicazione delle mie prime storie commentasse che “sembravo nato per disegnare Disney”.

Conoscendo la sua forte personalità non poteva essere un facile commento lusinghiero: mi era arrivato un nuovo “non mi tradire”, detto dall’artista italiano che più si era immedesimato nelle creazioni di Walt Disney durante la sua carriera di autore. A me suonò come se avesse voluto mandarmi un messaggio preciso chiedendomi lo stesso impegno e responsabilità nel diffondere la magia disneyana che aveva caratterizzato il suo lavoro.

Di contro ricordo che ricevetti, in occasione di una presentazione importante, una sferzata micidiale. Agli inizi della mia carriera, avevo lavorato a un nuovo progetto gestendo un gruppo di giovani talenti che per sei mesi avevano dato sé stessi per quel particolare lavoro. Il progetto aveva una valenza particolare per la Disney italiana in quanto intendeva creare una nuova serie di personaggi da lanciare a livello internazionale, non solo in ambito comics. Mi venne chiesto di presentare il tutto in prima persona a Parigi dove allora erano dislocati i nostri Headquarters europei: il loro benestare avrebbe dato il via libera alla condivisione in USA del lavoro. Era la prima volta che mi trovavo a illustrare un lavoro con un’implicazione strategica di quel livello.

In quell’occasione fui attaccato dal mio interlocutore dopo aver pronunciato le mie prime parole. La critica era in sintesi era una sola: tutto già visto, inutile proseguire il colloquio. Ricordo che ribattei che la sostanza che dava forza e originalità al lavoro era l’archetipo narrativo che avevamo costruito alla base di ogni personaggio. La forma, se mai davvero fosse apparsa da rivedere rispetto alle aspettative, era secondaria!
Lo scontro era impari, ma il mio argomento forte. Ero convinto di ciò che sostenevo.
Il progetto non venne accettato ma, paradossalmente, non venne neanche rifiutato. Così, infine, ottenemmo l’autorizzazione a mostrarlo in USA. Ma questa è un’altra storia.

Roberto Santillo allo stand Labo Fumetto durante l'edizione 2015 di Lucca Comics&Games

Caspita: non sei retrocesso, neanche di fronte ad una situazione difficile! Come dire: ok, il feedback è importante, ma ne uso quello che mi serve. Giusto! Come ti regoli tu, invece, quando è il momento di dare un tuo feedback, soprattutto se per caso ti trovi a doverne comunicare uno negativo, o se devi rinunciare ad un progetto a cui tieni per scelte di maggior impatto in azienda?

Ho imparato a non giungere a quel momento impreparato. Preferisco esaminare il lavoro per tempo prima di restituire un feedback. Devo elaborare, fare decantare il tutto, devo “maneggiare” il materiale creativo ricevuto, appenderlo, staccarlo, rifotocopiarlo, comporlo. Insomma assorbirlo. Bastano anche soltanto 24 ore.

Quel risultato è frutto di ciò che ho trasmesso nell’incontro precedente, ne sento quindi una parte di responsabilità.
E poi esistono i segnali nascosti, che non avrei previsto neanche con la sfera di cristallo e sono questi spesso la chance inaspettata per continuare nel modo migliore, veri e propri trampolini per rilanciare il dialogo tra art director e artista magari solo apparentemente tradito.
Spesso questi “indizi” li ho trovati semi nascosti a margini dei fogli, tra schizzi definiti come impresentabili, e si sono rivelati preziosissimi. Alla fine l’artista sentirà se hai capito, se lo hai capito, se lui ha capito. Per questo occorre prepararsi bene.

Imperativo gestire poi la frustrazione, o il troppo entusiasmo. Bisogna frenare la voglia di dare troppa voce alla propria aspettativa. Occorrono invece buoni occhi e buone antenne.
Se il feedback però sarà negativo dovrà essere efficace. Ed è bene partire dalle cause. Puoi non aver individuato la persona giusta. L’analisi della persona che hai fatto forse era superficiale, oppure viziata dalla tua fretta. Dovrai tenerne conto e forse rivedere con onestà la tua scelta. Oppure è accaduto di non aver saputo “catturare “in maniera piena l’artista, o nel caso, l’intero team. In tal caso devi rivedere quanto hai trasmesso e fare in modo che l’appuntamento col feedback negativo comporti l’occasione di una maggiore immersione.
Infine potrebbe essere mancato il senso di responsabilità dell’artista verso il progetto stesso. In tal caso è indispensabile indagare velocemente le cause. Occorre parlarne guardando quell’artista – o quel team – bene dentro e far leva su quanto egli è in grado di fare e non ha fatto per pura sottovalutazione dell’impegno richiesto. “You are more than what you have become”, così parla Mufasa nel film Il Re Leone. Molti artisti sono infatti molto più di quello che a volte i loro disegni ci dicono. In quei casi sta a noi ricordarglielo.

Una bella lezione di responsabilità del leader, questa!
Ora però ti metto un po’ in crisi, se no sono solo complimenti: immagina, per una volta, di occuparti di un progetto che non ti stimola, ma che in azienda sia ritenuto molto strategico. Come fai a mantenere per te e la tua squadra la giusta motivazione?

È una situazione complessa, difficile cambiare le proprie sensazioni a pelle.
La chiave può essere ricordare innanzitutto a sé stessi che, qualunque sia la natura del progetto, questo ci consentirà di parlare ad una vasta schiera di persone: il nostro pubblico.
Pubblico verso il quale personalmente continuo a nutrire grande rispetto e considerazione, non solo di stampo professionale. La diversità di pensiero, la mancanza di stimoli che possiamo avere non è necessariamente l’indicatore di un progetto carente di significati validi per un’ampia audience.
Difficile comunque che ci venga affidato un progetto che non abbia un pubblico di riferimento a cui attribuire sensibilità e sinceri interessi. A volte il risultato è sorprendente e le scoperte che si fanno stimolanti.
Da ciò direi che dedicare del tempo allo studio di un’audience particolare, per quanto lontana dalle nostre personali passioni, può diventare il presupposto più efficace per accostarsi ad un progetto, magari solo apparentemente, privo di attrattiva.

Per l’ultima domanda ti restituisco un feedback su di te di una terza persona: mi dice che lasci spazio a ciascuno, nello sviluppo dei progetti, coinvolgendo in maniera diretta, e sollecitando una partecipazione attiva da tutti. Ti riconosci?

Direi di sì, anche se continuo ad essere molto critico con me stesso, soprattutto quando mi accorgo di non aver dedicato abbastanza tempo o attenzione alla relazione con un determinato artista. Sono profondamente convinto che si possono ottenere risultati inaspettati in termini di storytelling se gli artisti, il team, i collaboratori coinvolti verranno messi nelle condizioni migliori fin dai primi momenti dello sviluppo di quel determinato progetto.
Ciò che in fondo rende possibile che la nostra orchestra per prima si senta tale, è sempre il desiderio di ricreare ogni volta da zero la magia della narrazione… Come fossimo tornati ad essere anche in quella nuova occasione i bambini che siamo stati.

Roberto, ti ringrazio di avermi permesso questa incursione nel tuo mondo, nel tuo lavoro, soprattutto nelle tue convinzioni profonde legate al tuo rapporto con i collaboratori.
Mi porto a casa un sacco di spunti, soprattutto la conferma di quanto le persone siano sorprendenti e quanto l’attenzione al linguaggio e la delicatezza nei rapporti umani sano la chiave del successo nella vita e nel lavoro!
Se poi ci mettiamo a scrivere quel blockbuster che proponevi, mi porto a casa anche un bel lavoro!

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Asterisk Intervista a Roberto Santillo – Prima Parte
29/01/2018 Morena Forza in Fumetto / No comments

Per tre lunedì a partire da oggi, ospiterò delle interviste di Mariapaola Pesce ad autori di spicco.
Iniziamo con una serie di interessanti domande al fumettista Roberto Santillo (classe 1962) che nel 1993 è divenuto direttore dell’Accademia Disney.

Per Expo Show 2015 ha curato insieme al suo staff, la mascotte Foody e la sua serie animata.
Buona lettura!

Fonte immagini: Labo Fumetto

A cura di Mariapaola Pesce

Buongiorno, Roberto!
Te lo confesso, ho preparato questa intervista in uno stato di strana sospensione. Sono cresciuta amando i fumetti ed i film Disney, ora li regalo a mio nipote e con mia sorella scambio dialoghi a memoria o canto vecchie melodie.
Per cui oggi, lo ammetto, fatico a rimanere sul pezzo, e a concentrarmi sulle mie curiosità legate al contesto in cui voglio muovermi.
Vedremo se la bambina avrà il sopravvento sul coach?

 Hai esordito come fumettista, e sei piaciuto a due grandi del fumetto Disney italiano, tanto che proprio con Accademia Disney hai avuto il tuo battesimo. Sembra una storia un po’ da favola… E’ così?

Quei due grandi autori a cui fai riferimento erano Romano Scarpa e Giovanbattista Carpi.
In realtà non fu un grande exploit, il mio. A ragione direi, dato che il “portfolio” che mostrai era costituito da un unico e totalmente immaturo disegno! Una vera incoscienza da parte mia presentarmi così. Carpi trovò lo stesso utile indagare le mie intenzioni fino a trovare il modo di rilanciare quell’occasione che in quegli istanti pensavo fosse ormai tragicamente persa. Non si soffermò più di tanto ad analizzare quanto avevo disegnato, o forse non lo diede a vedere, iniziò piuttosto a scavare nelle motivazioni personali fino a “ripescarmi” malgrado l’approccio artistico che avevo mostrato fosse stato ben poca cosa. In pratica mi regalò la sua prima lezione di feedback tra art director e artista: quando incontri per la prima volta un artista, il suo lavoro è solo la chiave per parlare con lui di lui, non “l’oggetto” da giudicare.

La volta successiva, ben carrozzato da decine di disegni, mi presentai per un giudizio finale. Lui chiuse il colloquio positivamente dicendo: “Beh, allora ti aspetto. Non mi tradire”. Seconda lezione: quando dai il primo feedback positivo crea anche una responsabilità in chi lo riceve. Non male come protocollo per un giovane apprendista stregone, no?

No, non male! Nel giro di soli 5 anni, se non ricordo male, sei passato a dirigere la stessa accademia che ti ha visto come studente… Io non ho mai desiderato tornare ad insegnare nel mio vecchio liceo. In pratica sei passato da artista a manager, in qualche modo.
Com’è stato? Te lo aspettavi così, quando eri studente?

Non mi aspettavo niente del genere.
Ricordo solo che negli anni da freelance cercai di fare più esperienze possibili in ambito Disney; diventai forse il meno prolifico tra i nuovi autori in termini di storie a fumetti ma probabilmente uno tra i più poliedrici. Mi sembrava occorresse una preparazione smisurata per gestire anche minimamente questi Personaggi straordinari che, a mio sentire, erano cittadini di un immaginario collettivo nell’ intero pianeta. Temevo di non avere abbastanza tempo per recuperare il gap che sentivo tra l’occasione che mi era stata data e le mie capacità reali. Occorreva studiare, studiare e studiare ciò che aveva reso questi Personaggi, unici.
Mi sentivo profondamente impreparato e forse inadeguato. Quando successivamente mi fu chiesto di condurre l’Accademia Disney, pensai che fosse l’occasione concreta e inaspettata per immergermi, da ricercatore, nell’Universo Disney così come speravo. Insegnare equivaleva a mettersi costantemente in gioco, quindi a non smettere di imparare. Di contro fu un po’ come aver scelto il percorso da direttore d’orchestra, insomma, rinunciare ad essere un possibile autore. Ma ero attratto profondamente dall’ incontrare energie provenienti e il territorio creativo che la Disney mi offriva da esplorare era davvero smisurato.

Immagino che nel tuo lavoro tu abbia a che fare collaboratori fissi, interni in azienda, una gran quantità di consulenti e creativi esterni.
Sei tu che ne coordini il lavoro, per un obiettivo comune.
Come riesci a conciliare le due realtà diverse, soprattutto avendo a che fare con teste vivaci, appassionate come possono essere quelle di artisti che già di per sé sono degli outsider?

Esatto, sì, questa è la mia realtà attuale.
Concluso un lungo periodo dedicato alla formazione e progettazione in paesi come Cina, Corea del Sud, Giappone, sono passato allo sviluppo di nuove properties ed alla realizzazione di comics e graphic novel basate sulle creazioni degli Animation Studios, dalla Pixar e dalla Lucas Film. Un contesto di stampo più produttivo, fatto di scadenze e passaggi obbligati che sicuramente ben conosci, provenendo dal mondo aziendale!
E’ difficile parlare di un metodo di coordinamento ben preciso ma è vero che entrano in gioco dei capisaldi fondamentali ricorrenti nella relazione con gli artisti.
Portfolio a parte, occorre indagare il carattere, il temperamento, l’attitudine verso il lavoro di gruppo della persona scelta. Al tempo stesso, non forzare niente che non sia già insito in quel temperamento, piuttosto gestire la relazione con l’artista perché gli sia palese l’opportunità di crescita del proprio profilo artistico e personale.
Naturalmente occorre indagare cosa equivalga al termine “crescita” per quel singolo talento, e non dare per scontato che sia ciò che abbiamo da offrirgli solo perché marchiato Walt Disney!

Anche se in effetti, essere in un progetto Disney, penso sia di per sé un fattore di soddisfazione!

Ma non basta! Un altro fattore chiave trovo che sia il che coinvolgimento della persona avvenga nella fase iniziale del progetto, in quella sorta di fase “staminale” che è presente in ogni lavoro. Se, per forza di cose, il coinvolgimento avviene in una fase successiva, faccio di solito di tutto per ripercorrere ogni momento chiave precedente lasciando che l’artista diventi comunque uno “sponsor emozionale” del progetto.
Questa fase può indurre la preoccupazione di un allungamento non previsto dei tempi. In realtà, per esperienza spesso fa la differenza tra cogliere il potenziale che l’artista è in grado di esprimere o incappare in una performance sotto le aspettative.

La gestione del tempo, la progettazione accurate! Un sogno, spesso, nella vita aziendale in cui si vive di emergenze e programmazioni da un giorno all’altro.
Io, per esempio, ho vissuto per anni tra conference call e riunioni. Ne ricordo di estenuanti, che servivano solo a fissare i criteri di riunioni successive, in cui si decideva come definire gli ambiti di un possibile progetto… e via così. Come team coach ho ancora i brividi! Come funzionano le tue riunioni?

“Ci aggiorniamo”. Eccola, puntuale, la frase mistica dalle implicazioni pratiche misteriose, a conclusione della riunione tipo! Scherzi a parte, il tema delle riunioni, come sappiamo bene, è da sempre oggetto di ragionamenti e aggiornamenti metodologici focalizzati a migliorare la loro efficacia. Difficile produrre e gestire la riunione ideale. Certamente esistono profonde differenze tra riunioni organizzate esclusivamente con partecipanti artisti/sceneggiatori e quelle circoscritte ai soli manager interni. In entrambi i casi a mio parere, comunque, è fondamentale la presenza di una figura chiave, una sorta di nocchiero capace d’ essere ad un tempo leader e facilitator, dotato di grande capacità di ascolto, di rilancio e di sintesi.
Nella mia esperienza, la situazione più complessa è quando mi trovo a gestire la riunione in cui è necessario si incontrino così detti creativi “puri” con componenti del management interno. In quei casi, solitamente, a salvare il tutto è il ruolo dell’“interprete” tra i due mondi, intento a ristrutturare il pensiero di una delle due parti al fine di renderlo efficace all’altra.
Può sembrare macchinoso ma equivale semplicemente a tradurre affermazioni tipo: “non è quello che avevamo chiesto” in “sembra ci sia ancora spazio per andare oltre” e “questa sì che è un’immagine molto bella” in “questa immagine funziona più della precedente”. Meglio ancora se a ciò segue una spiegazione costruttiva del ragionamento che ha portato a quel feedback.
Il linguaggio è importante e va adattato di volta in volta tenendo conto, ad esempio, della fase che sta attraversando il progetto stesso. Durante lo stadio d’incubazione è necessario che la comunicazione alimenti il più possibile l’immaginario positivo dell’assemblea, mentre in una fase di finalizzazione occorre che il lavoro di parafrasi sia accurato e opportunamente selettivo dei contenuti.

La seconda parte dell’intervista sarà online il prossimo 5 febbraio!

 

Roberto Santillo ci racconterà cosa significa essere direttore dell’Accademia Disney, quali sono i suoi modelli di riferimento e come ha gestito alcuni responsi negativi quando era un fumettista agli esordi.

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Asterisk Col fiato sospeso: Anna Frank illustrata da Angela Barrett
27/01/2018 Morena Forza in Illustrazione / No comments
“Quel che è fatto non si può cancellare, ma si può evitare che accada di nuovo.”

Anna Frank

Sfogliare Anna Frank, di Josephine Poole e illustrato da Angela Barrett, è un’esperienza che lascia col fiato sospeso. Certi sguardi,  come quello nell’immagine qui sopra, ci trafiggono come spade.
Mentre la Gestapo porta via Anna infatti, lei ci vede, ci chiede aiuto, ci chiede “Perché?”.

Ci costringe a pensare se potremmo fare qualcosa. Forse non ieri, ma oggi.

Nel Giorno della Memoria mi piacerebbe allora condividere con voi la sensibilità straordinaria di Angela Barrett, che da quasi tre decenni ha restituito una dimensione teatrale a molti dei libri classici per bambini e ragazzi a cui si è dedicata.
L’ho scoperta quando io stessa avevo solo nove anni, nel 1993, con la sua poetica ed elegante Regina delle Nevi di Andersen e l’ho poi ritrovata con la mia amata Anna Karenina, nel 2009, quando cominciavo a riavvicinarmi all’illustrazione.

Solo di recente ho scoperto che nel 2007 si è dedicata all’illustrazione della storia di Anna Frank e del suo diario. E ne sono rimasta incantata.

Anne Frank
di Josephine Poole|Angela Barrett
2007 Red Fox
40 pagine

Le tavole di Angela Barrett sono godibili agli occhi di grandi e piccoli.
Per quanto a prima vista possano apparire molto realistiche e quasi fotografiche, sono sempre i giochi di sguardi e le atmosfere a farla da padrona; per questo mi piace così tanto.

In un’intervista al Guardian, lei stessa ha raccontato di utilizzare la macchina fotografica solo al fine della composizione; le piace invece distorcere le prospettive degli spazi e le proporzioni dei personaggi in funzione delle sensazioni che vuole trasmettere.

Quello che rende questo libro un vero gioiello è la dimensione umana e intima delle sue immense scene a tutta pagina.  Vediamo Anna nella sua camera, la penna ferma sul foglio e lo sguardo perso nel vuoto, il piede che giocherella con la scarpa. E’ tutto fermo, sospeso, ci si sente quasi in colpa di essere lì ad invadere questo suo spazio personale.

Le scene sono statiche, ma tranquille solo in apparenza. Sono immagini con più livelli di lettura, di grande raffinatezza.
Vediamo la piccola Anna crescere, perdere le sue sicurezze e i suoi riferimenti; la vediamo cercare la speranza e mantenere una grande dignità all’interno del dramma che ha coinvolto fino piccoli aspetti della sua vita.

E’ un libro che commuove, sì, ma che lascia fra le mani il desiderio di fare qualcosa per il mondo che ci circonda, anche nel nostro piccolo.
C’è forse un regalo più bello?

Anne Frank
di Josephine Poole|Angela Barrett
2007 Red Fox
40 pagine

Fonti immagini e approfondimenti: 1|2|3

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Asterisk E se RDD sparisse da Facebook? Ecco come evitarlo
23/01/2018 Morena Forza in In evidenza / No comments
Un brusco cambio di rotta

Ecco cos’è successo: Facebook ha cambiato ancora una volta i suoi algoritmi, stavolta in modo molto significativo, facendo in modo di rendere quasi nascoste le notizie delle Pagine, privilegiando i post degli amici da profili personali.
La conseguenza è che potrebbe sembrare che Roba da Disegnatori, così come la maggioranza delle altre pagine Facebook, sia sparito.
Ma niente paura, ci sono alcune soluzioni! Eccone qualcuna.

Non perdiamoci di vista!

Già tramite gli strumenti di Facebook è possibile adattare le proprie preferenze. Ecco come.

Raggiungete la pagina di RDD, qui: facebook.com/robadadisegnatori
Selezionate il bottone Segui e poi “Mostra per primi”

Questo si può fare anche dalle preferenze della sezione notizie, quando si accede a Facebook.com.

Non è tutto: ogni volta che scrivo un nuovo post o rilascio guide e materiali lo pubblico sempre sul mio profilo personale.
Un’altra soluzione è quindi quella di seguirmi proprio da qui.
Attenzione, però: come ormai si sa, i profili privati non consentono di aggiungere più di un certo numero di amici e, oltretutto, non occorre. Per seguire i contenuti basta selezionare il tasto “Segui” come nella schermata qui sotto.

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La prossima news (la prima dell’anno) parte fra dieci giorni.
Purtroppo non mi sarà più possibile inviarvi i numeri precedenti, mi spiace molto.

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Semplice, forse un po’ antiquato, ma pur sempre efficace: aggiungete RDD nei vostri Preferiti o nella Barra dei Preferiti, per tenerlo a portata di mano e raggiungerlo con un click.
L’indirizzo del blog è questo: robadadisegnatori.com
Sulla pagina, reperibile a facebook.com/robadadisegnatori, è possibile seguire anche vecchi post riportati in auge, fotografie che posto solo lì, articoli che riporto da altri siti.

E su Instagram?

Ultimamente ho utilizzato Instagram (instagram.com/robadadisegnatori ) più per condividere dei piccoli momenti delle mie giornate da illustratrice piuttosto che gli articoli, ma vista l’inversione di rotta di Facebook ho deciso che d’ora in avanti posterò anche gli aggiornamenti del blog e delle sue iniziative.

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