Creatività e perfezionismo: funzionano sempre bene insieme?

Quante volte ci siamo vantati del nostro perfezionismo, convinti che fosse una specie di super potere che ci consente di fare tutto e farlo meglio?

Io per prima: ma negli anni mi sono resa conto che perfezionismo e qualità non vanno necessariamente a braccetto.

In realtà, anzi, ho potuto constatare che nella stragrande maggioranza delle volte il perfezionismo mi ha del tutto impedito di fare qualcosa; che ha creato piuttosto un meccanismo di procrastinazione.
Se non di blocco totale.

"Se non posso farlo al meglio delle mie aspettative, tanto vale non farlo proprio."

Quasi sempre quelle aspettative si appoggiano sulla presenza di fattori esterni, che non sono del tutto sotto il mio controllo.
Quelle matite costose in wishlist da tre anni, essere abbastanza brava per utilizzare il blocco schizzi “chic” che mi hanno regalato a Natale, aspettare a fare guache finché non sarò in grado di frequentare un corso e così via.

Progetti e idee vengono accantonate in un angolo a fare la polvere, nell’infinita attesa che tutte le congiunzioni astrali apparentemente necessarie alla buona riuscita, si verifichino.

Non voglio dire che dobbiamo accontentarci o lavorare sotto il livello delle nostre capacità, questo no.

Fare le cose bene è un piacere: ma se non lo sentiamo, stiamo cadendo nel perfezionismo e questo non è un buon segno.

La tentazione di ricascare nella sete di perfezionismo è sempre dietro l’angolo, soprattutto ogni volta che qualcuno, ancora schiavo del proprio, lo proietta inconsapevolmente all’esterno, in nostra presenza.
Siamo sensibilissimi ai consigli e alle critiche di natura perfezionistica, perché fanno presa su di noi come nient’altro: quelle parole sono una potente calamita per qualcosa che, dentro di noi, ne è dolorosamente attratto.

Ed è su questo che vorrei portare alcuni esempi, con questo post: perché riconoscere i meccanismi di blocco perfezionistico ci permette di alleggerirli o addirittura eliminarli (almeno per un po’!).

Alcune di queste cose le ho pensate io stessa, altre invece sono state pronunciate da altre persone. Col tempo le ho perdonate, perché ho capito che loro stesse sono schiave del proprio perfezionismo e probabilmente ci soffrono anche parecchio.

"Quegli acquerelli sono da studente, cambiali."

Ci piace disegnare e ci piace comprare articoli per le Belle Arti: è normale. I colorifici sembrano dei negozi di caramelle per un bambino di cinque anni, ai nostri occhi.
Ogni acquisto è un sogno, un’aspettativa e la promessa di mettersi in gioco. Per questo comprare nuovi materiali è sempre stimolante.

Ma quante volte diventa una condizione sine qua non, il fatto di avere un dato media per mettersi a iniziare un disegno?

Così, ci diciamo che se non possiamo farlo con quella scatola costosa che abbiamo in wishlist da anni, tanto vale non iniziare quel disegno che abbiamo in mente da allora.

La verità è che possiamo già fare quel disegno, con ciò che abbiamo. E che un domani, possiamo anche rifarlo, rimettendoci di nuovo in gioco e magari constatando che siamo cresciuti artisticamente!

Anni fa, dipingevo ad un incontro per disegnatori e uno di loro mi fece notare ridendo che i miei acquerelli Winsor&Newton erano quelli da studente/principiante, dicendo che non ci avrei fatto nulla di qualità. In parole povere, non erano abbastanza.
Mi creò un blocco terribile che mi sono portata avanti per moltissimo tempo. Nella mia mente si era instillata quella credenza per cui bisogna sempre avere il meglio per fare bene.
E più sottilmente, che il disegno è roba da ricchi, quando non è affatto così.

La polizia della gomma arabica

Un insegnante ad un workshop mi spiegò che per utilizzare bene la gomma arabica servono due cose: un’ottima marca di gomma arabica e un’ottima qualità per la carta. Altrimenti rimuovendola in un secondo momento, si creava un pastrocchio o si strappava la carta.
Vero. Peccato che entrambe le cose non fossero adatte alle mie tasche (sopratutto all’epoca) e quindi avevo evitato del tutto di utilizzare la gomma arabica, andando intorno alle zone da lasciare bianche

L’insegnante, un eccellente acquerellista, mi vietò di lasciare zone bianche: o le avrei ottenute tramite l’uso della mascheratura o niente.

E’ in quei casi che, nella nostra mente, si crea quel pensiero divisivo e imperioso, per cui o facciamo qualcosa in quel dato modo, oppure non se ne fa nulla. Molti di noi non hanno seguito un percorso artistico classico (liceo, accademia, scuole) e sono perciò molto sensibili al pensiero divisivo, agli aut-aut di altri artisti, soprattutto quando insegnano.

Dobbiamo tenere a mente che questo è tipico di un perfezionismo sfrenato e che le cose si possono fare attraverso più metodi e linee di pensiero.

Ad un certo punto ho pensato: se lascio le zone bianche e ci vado attorno cosa succede? Arriva la polizia della gomma arabica a strapparmi il disegno?

Fisime tecnologiche

La diffusione delle nuove tecnologie si regge fondamentalmente su un assodato che tutti diamo per vero, in maniera dogmatica: ci servono per vivere bene e per farlo, devono essere sempre aggiornate. Perciò, i gadget e i device tecnologici sono fatti per invecchiare tutto sommato velocemente, ne va della loro stessa esistenza.

Non è così strano quindi, che a loro attribuiamo la riuscita o addirittura la fattibilità di alcune iniziative. Racconto un episodio che trovo buffo e divertente, degli ultimi mesi.
Ho scoperto che mi piace molto disegnare in diretta sull’account Instagram di Roba da Disegnatori, mentre chiacchiero live con colleghi ed altri appassionati di disegno. a
Mi piace l’atmosfera di confronto e supporto che si crea e di cui credo ci sia sempre bisogno.

In questo periodo frequento un corso e l’insegnante spiegava che per trasmettere dirette (soprattutto disegnando) è necessario, inderogabilmente, almeno un iPhone 12.
Sotto quello, tanto vale non fare alcuna diretta.

Oddio, il mio è più vecchio! Cosa avranno pensato le persone connesse? Che si vedesse da schifo!? Che il disegno facesse schifo? Che Roba da Disegnatori facesse schifo!

Sono tornata un po’ amareggiata a casa da Luigi, il mio compagno, che mi aiuta tanto con il blog e le attività di RDD spiegandogli questa cosa.
Già mentre glielo raccontavo, ho richiamato alla mente le domande, le osservazioni di chi c’era, i messaggi di chi ha partecipato e ha trovato stimolanti e interessanti le dirette.
Nessuno che dicesse “Ma che razza di telefono usi?! Ma è almeno un iPhone 12?!”

Perché mi sono lasciata prendere dall’avvilimento, allora?
Semplicemente, perché quel richiamo al perfezionismo ha fatto una presa immediata a quello che c’è dentro di me: i miei dubbi, la mia voglia di fare le cose bene e che venga apprezzato ciò che faccio.
E’ umano.
Quello di cui mi ero per un attimo dimenticata, è che la mia insegnante non fa la disegnatrice: lavora nella pubblicità, per le aziende. In quel contesto, la qualità delle dirette richiede magari l’iPhone 12, ma io non ne ho bisogno.

Imparare a separare il buono dal necessario è difficilissimo, a volte.
E’ un lavoro quotidiano, per sfuggire al nostro perfezionismo.
Insieme allo smettere di vederlo come qualcosa di necessario o come un motivo di vanto: nella maggior parte dei casi, il perfezionismo è solo un freno nocivo al fare.

Andiamo! Facciamo cose.

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