Mille modi per sabotarci come disegnatori

In fatto di auto-sabotaggio, molti disegnatori sono imbattibili!
Io non faccio eccezione, naturalmente. Ecco qualche esempio.

Compro infiniti sketchbook che rimangono intonsi

Cos’è uno sketchbook, se non la promessa o l’aspettativa di tutte le cose meravigliose che possiamo disegnarci dentro?
Per molti di noi, me compresa, l’acquisto compulsivo di sketchbook che poi rimangono completamente intonsi è praticamente la norma.
Sappiamo di averne già a casa, ma ci diciamo che con questo sarà diverso.

Di certo, l’acquisto di articoli per il disegno è piacevole di per sè, ma secondo me dietro l’acquisto di un nuovo albo schizzi c’è la voglia di mettersi in gioco, di nuovo. Di per sé non è negativo, ma cosa succede, poi?

In linea di massima, ho notato che più uno sketchbook è di alta qualità, più si alzano le probabilità che rimanga lì generare nient’altro che polvere e sensi di colpa: non mi sento all’altezza e non lo voglio rovinare!
Per questo motivo, ho preso l’abitudine di scartare dagli acquisti degli album schizzi troppo costosi, favorendo quelli più cheap: mi mettono meno ansia e ci lavoro più volentieri in libertà.

Cerco poi di tenere a mente che gli sketchbook, nella maggior parte dei casi non nascono per diventare una performance ed essere bellissimi (come ci siamo abituati a vedere sui social, lo scrivevo in questo articolo) ma per esercitarsi, sperimentare e crescere artisticamente.

E' solo un disegnino, meglio se non uso gli acquarelli buoni

Per motivi simili a quelli che mi spingono a lasciare intonsi gli sketchbook, non voglio usare matite o acquarelli buoni per “fare un disegnino”.
Per questo motivo ho la casa piena di art supplies quasi nuove.
E so di sbagliare, perché fondamentalmente significa sabotare la resa del disegno: con queste paranoie, è molto probabile che sarà solo “un disegnino”. Non perché non abbia usato il cofanetto di pastelli da duecento euro, ma perché sarò io stessa a dare a quell’idea scarso valore già dall’inizio. Mi sto dicendo da sola che non vale la pena o che io stessa non “valga la pena”, in un certo senso.

Un eccessivo bisogno di approvazione esterna

Molto spesso ci sentiamo come in attesa di un’approvazione esterna che non arriverà mai, o non arriverà comunque nella qualità in cui riteniamo di averne bisogno.

A me è capitato in passato; oggi lo vedo accadere spesso alle portfolio review e ai corsi: a volte si ha bisogno solo di sentirsi dire “guarda che sei pronto!”. Oppure “sei bravo, continua!”

Non è così strano: soprattutto per chi non ha avuto la fortuna di poter studiare in un contesto istituzionalizzato (scuole, accademie, master) è probabile sviluppare una profonda insicurezza nei propri mezzi. Ma è un meccanismo su cui bisogna lavorare, e che nel tempo bisogna imparare a tenere a bada, perché diventa molto limitante.

Se ragionate in modo simile al mio, potrebbe esservi di aiuto formare meglio la vostra autoconsapevolezza. Dei manuali di illustrazione potrebbero fare al caso vostro: qui ne ho recensito qualcuno! All’elenco manca “How to find your artistic voice” di Lisa Congdon, che aggiungerò molto presto perché mi è piaciuto moltissimo.

E' un'ottima idea, me la tengo per quando sarò più brava

Questo è uno dei miei peggiori errori, da sempre.
Scrivo idee più di quante ne disegni, ho taccuini interi pieni di appunti, schemi ed elenchi.
Ma la verità è che, anche se annotare le proprie idee, sia di per sé una buona abitudine non porta necessariamente a dei risultati, se ci diamo troppo peso.

Trovare un equilbrio a volte non è semplice: così, passo dal sottovalutare un’idea a darle un peso eccessivo, ritenendola “troppo buona” per disegnarla.
La appunto per riprenderla in un altro momento, perché aspetto di essere più brava per realizzarla come merita.
Quel momento, però, non arriva quasi mai, perché il mio perfezionismo non mi permette di sentirmi soddisfatta del livello raggiunto per lavorare a quel progetto così importante.

Nel suo libro “La via dell’Artista”, Julia Cameron svela come il perfezionismo non sia qualcosa che ci fa fare le cose meglio, ma spesso un elemento di freno e di blocco.

Dovremmo allora ricordarci che, ciò che oggi facciamo con le nostre attuali capacità, possiamo anche riprenderlo e riproporlo più avanti.
Anzi, in effetti è un po’ che mi piacerebbe rifare certi disegni del passato!

Inizio cose che non finisco mai

Da sempre, immagino un luogo misterioso e affollatissimo, probabilmente in penombra, dove si accumulano tutti i progetti persi e dimenticati.
Come un ufficio oggetti smarriti, ma senza alcun presidio.

A volte si lascia a metà un progetto perché la spinta iniziale non c’è più, ma capita anche che nell’incompiutezza ci sia altro. Per esempio la paura di lasciarlo andare via, o di metterlo nel mondo e fare in modo che gli altri lo vedano e possano commentarlo.
Ci avete mai pensato?
A me lo hanno fatto notare in terapia, anni fa, e non ho potuto proprio negarlo.
Nel caso ve lo stiate chiedendo no, non ho ancora trovato una soluzione.

Tengo tutte le art supplies chiuse nelle scatole

Mi sono resa conto solo di recente, che non ho messo le cose per disegnare chiuse e meticolosamente riordinate nelle scatole perché mi piace l’ordine, ma perché in fondo è un modo per trovare la scusa di non fare.

Chi è che di volta in volta, allestisce l’area di lavoro e rimette tutto a posto? Quasi nessuno!
Non è pigrizia, io so che se disegno voglio avere tutto lì, tutto pronto, anche perché vedere fisicamente davanti a me pennelli e matite e blocchi schizzi e palette di acquarelli e pastelli a olio e stracci e contagocce e scotch carta e pennelli a serbatoio, mi ispira.
In qualche modo, nasconderli alla vista è un vero atto di autosabotaggio.

I disegni nascosti

A volte, succede che disegniamo tantissimo, ma non pubblichiamo niente sul sito o sui social, perché aspettiamo che diventino più conosciuti e che quindi “valga la pena” pubblicarli sulle varie piattaforme. Aspettiamo di avere più follower, per esempio, o delle occasioni particolari.

Ma paradossalmente, questo è un vero circolo vizioso: perché dovremmo aspettare, se il materiale è così buono da mettere nel mondo?
Il rischio è che il nostro lavoro non venga mai veramente conosciuto, o nel migliore dei casi che poi quei lavori, quando ci decidiamo, non ci piacciano più così tanto.

Oversharing: l'ansia di far vedere che si fanno cose

L’ho visto accadere numerose volte online.
Pubblicare immagini incompiute, ancora fragili, per ricevere commenti.
Rivelare idee e progetti ancora non nati, quasi a dire “sono in movimento”!

Lo capisco, umanamente, ma non è quasi mai una buona idea.
I progetti non nati sono come i boccioli di un fiore: sono delicatissimi. Non si toccano, non si possono aprire per farli sbocciare o si rompono miseramente.
Ai progetti ci si lavora, proteggendoli da aggressioni esterne.

Anni fa sottoposi un progetto “in divenire” a una persona di cui mi fidavo. Era un libro scritto e illustrato da me. Mi disse che l’idea era vecchia, cose simili si erano già viste in passato e che non valeva la pena (testuali parole) di spenderci sopra altro tempo.
Le credetti, perché ero giovanissima e in lei avevo riposto tutta la fiducia che non avevo nelle mie capacità.

Non dopo molto tempo dopo, aggirandomi per la Fiera di Bologna, venni a scoprire che quel tema, seppure non così innovativo, era comunque ancora in voga. Vidi un paio di libri non così diversi dal mio progetto: tutt’ora mi sento come se qualcuno avesse pubblicato il mio libro al posto mio. Ma la colpa non è di chi mi ha dato un giudizio che io stessa avevo richiesto: è mia, perché ho dato a qualcuno il potere di fermare il mio lavoro. Non era il momento di sottoporlo a qualcuno, era tutto troppo fragile.

Facciamo attenzione a questa sete di feedback o anche solo all’ansia di “esserci online”, quando i nostri progetti sono ancora teneri boccioli.
Non tutti avranno la delicatezza per maneggiarli.

Non pubblico perché penso "A chi interessa?"

E’ irrazionale, ma è così: molti di noi si chiedono se abbia senso pubblicare ciò che disegnano.
Volendola guardare in un certo modo, è l’esatto opposto dell’oversharing.

A dirla tutta è proprio il meccanismo che mi ha impedito di scrivere il blog per diversi anni. Continuavo a chiedermi “A chi interessa?

Purtroppo, è fin troppo facile demotivarsi: per questo ho imparato a salvare i commenti positivi sul mio lavoro da rileggere nei momenti di sconforto. Ho una folder dedicata.
E’ un’ottima abitudine: se anche voi vi avvilite facilmente, ve lo consiglio!

Per tirare di nuovo in ballo “La via dell’Artista“, la sua autrice chiama questa pratica “Stanza degli Angeli“. Per me è stata risolutiva per rispolverare il blog e tutte le mie attività.

Cercare di evitare queste forme di autosabotaggio, insieme alla lotta contro alla quasi costante Sindrome dell’Impostore, è un lavoro quotidiano.
Potrebbe aiutarci, intanto, sapere che ci caschiamo quasi tutti. Ma mettiamocela tutta!

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