Dieci errori comuni quando si comincia / Prima Parte

Si dice che chi ben comincia è a metà dell’opera: ma a volte non commettere errori è impossibile, soprattutto all’inizio.
Ci sono dinamiche che riusciamo a capire solo strada facendo, anche perché ogni cliente è a sè, e ogni illustratore proviene da una situazione diversa.

Dopo più di un decennio da illustratrice freelance e centinaia di corsisti e allievi che ho seguito però, ho isolato dieci errori comuni che si commettono all’inizio, quando si comincia a procacciarsi qualche commissione come illustratori. Io ne ho fatti molti.
Partiamo col “Ce l’ho, ce l’ho, mi manca”? :)

1. Iniziare a lavorare senza accordi precisi

Su questo, ci siamo cascati praticamente tutti: all’inizio l’entusiasmo di avere un committente ci manda il cervello a mille e non vediamo l’ora di metterci al lavoro.
Al punto da iniziare, infatti, a fare sketch o addirittura inviare materiali senza accordi concreti.
Cioè, senza avere effettivamente in mano una collaborazione.
Vi sembra eccessivo e impossibile?

Eppure è così: quante volte ci siamo messi a lavorare senza aver neppure concordato un onorario preciso, o il numero e il tipo di illustrazioni da realizzare? (Ne parlavo anche in questo articolo qualche settimana fa)
E quante volte siamo stati al tavolo da disegno senza aver visto neppure una bozza di contratto?
Finché non ci sono accordi precisi non abbiamo un cliente, non ancora; non dovremmo metterci al lavoro perché il rischio che la commissione venga annullata o di lavorare gratis diventa quasi certezza.

2. Inviare troppi bozzetti o varianti

Capita che la nostra creatività parta per la tangente e, in quel caso, non riusciamo a deciderci: non c’è una di quelle dieci versioni che ci piace meno delle altre, così le inviamo tutte, mettendo nelle mani del cliente la decisione su quale sia meglio.

E’ un rischio enorme: il cliente di solito non riesce a scegliere, perché gli abbiamo dato troppe opzioni.

Oppure, ancora peggio, ecco cosa capita più di frequente: “Ci piacerebbe un mix della terza, quarta e settima versione”. Questo non deve succedere, perché poi capirsi e capire la richiesta diventa l’aspetto più faticoso e dispersivo della commissione.

Inviamo al massimo tre versioni, e solo se sono davvero differenti fra loro.
Per ulteriori richieste c’è sempre tempo, nel caso.

3. Copiare altri illustratori

L’insicurezza che è dentro quasi a ognuno di noi, rischia di portare a comportamenti lesivi non solo per la nostra professione, ma anche per quella di altre persone.

E’ il caso in cui, per scelta o per richiesta, ci troviamo a copiare lo “stile” di un altro artista per un progetto o, addirittura, per l’intero portfolio.

Anche se all’inizio è comprensibile avere delle ispirazioni più o meno marcate, ricordiamoci che lo studio è consentito, ma non siamo tenuti a mettere tutto ciò che produciamo nel portfolio o pubblicarlo sul web. Anzi, sarebbe proprio meglio che questo tipo di produzione rimanesse nei cassettini della nostra scrivania o nelle cartelle del nostro computer, checché ne dica quell’entusiasmo di replica che ci pervade quando ci piace una tavola che abbiamo fatto, ma che effettivamente scimmiotta l’immaginario e il percorso di qualcun altro.

4. Non trovare la propria nicchia (o le proprie nicchie)

Qui il discorso si fa complesso, ma cerco di semplificare il più possibile.
Alcuni illustratori scelgono una carriera da copy artist; in parole povere, sanno replicare quasi qualunque stile. Clienti e agenzie li chiamano per sostituire illustratori che per motivi professionali o personali non possono completare uno o più progetti.
O per creare prodotti a cui gli illustratori scelti all’inizio non hanno accettato di partecipare per incompatibilità di vedute (sul progetto o sugli onorari).

Quella del copy artist è una vera e propria figura “a parte”, l’illustratore di solito dovrebbe avere delle caratteristiche ben riconoscibili ed essere scelto dai clienti proprio perché uniche nel loro insieme.

All’inizio, a volte, non sappiamo bene cosa fare e così, piuttosto che niente, ci occupiamo un po’ di tutto: dal fantasy alla tovaglia a limoni fatti ad acquarello, dal pattern geometrico per il tessile alle tavole per l’infanzia, dal disegno scientifico all’apetta stilizzata per giocattoli 0-3.

Nessuno ce lo vieta, ma a livello strategico non è consigliabile: quello che trasmettiamo in un portfolio così vario (troppo vario!) è una sensazione di inconsistenza e imprevedibilità.
Una cartella lavori che spazia troppo per tematica e trattamento immagine non ha un’identità visiva ben precisa e sembra poco professionale, perché si vede troppo che l’autore tira a campare con ciò che capita e non ha gusti precisi.

5. Temere di stare facendo qualcosa "di troppo diverso"

Mi sono portata appresso questa falsa credenza per parecchio tempo, come molti altri colleghi.
Il timore di discostarsi troppo dal proprio genere di disegno e di non essere quindi ben riconoscibili quando si prova qualcosa di nuovo si affievolisce di solito, solo dopo molto tempo.

Posso dire questo: nove volte su dieci è solo una nostra percezione.
Cambiare media non significa cambiare disegno.
Cambiare tematica non significa cambiare disegno.
Cambiare colori non significa cambiare disegno.

Solo cambiando tutti gli ingredienti, cambia la ricetta. In genere, siamo noi a percepire questa “enorme” differenza perché vediamo la tavola coi nostri occhi e viviamo interiormente quel cambiamento (una nuova tecnica, una nuova palette, dei nuovi personaggi, dei nuovi ambienti, un nuovo target…).

Dall’esterno, queste varianti sono percepite in maniera molto meno netta. Quindi facciamoci meno problemi, lo so che non è facile, ma lo dico lo stesso. :)

Per capire certi errori bisogna passarci, ma non è sempre così.
Il motivo per cui seguo tanti account di illustratori è proprio questo: gli errori degli altri possono insegnarci tanto.
E anche annotare i nostri, naturalmente.

Anche per questo ho deciso di riportare in auge il programma di un corso che ha aiutato molti illustratori, che oggi sono anche bravi professionisti: Il Sogno e il Mestiere .
Ma di questo, vi parlerò meglio settimana prossima!

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