Cosa ho imparato in 10 anni di illustrazione freelance

Cosa ho imparato in 10 anni di illustrazione freelance?

Verso la fine di dicembre sfogliavo l’agenda dell’anno quasi terminato, quando mi sono resa conto che nel 2024 la mia attività di illustratrice avrebbe compiuto dieci anni.

La foto che ho scelto per questo articolo risale al 2009 e ci sono molto affezionata: ero a Penzance, in Cornovaglia, dipingendo nell’attesa spiovesse e di lì a poco decisi concretamente di dedicarmi all’illustrazione.
Solo nel 2014 però, ufficializzai il tutto e iniziai a farlo “a tempo pieno”.

In un decennio mutano diverse cose e tenere tutto in equilibrio, nel frattempo, non è affatto semplice; soprattutto per una come me che non ha mai processato alla svelta i cambiamenti.

Vivere (di) una professione creativa rendendo il proprio hobby un lavoro è complesso, ti mette di continuo alla prova. Ma è anche così che si imparano le cose.
Fra le tante che ho annotato negli ultimi anni, ci sono queste dieci. Mi piace pensare di essere riuscita ad annotarne una per ogni anno di attività.

Spero possano essere di spunto anche a voi!
Ecco cosa ho imparato in 10 anni di illustrazione freelance:

1. Non sono un'illustratrice. Faccio l'illustratrice.

Questa distinzione è stata molto liberatoria! Quando me ne sono resa conto mi sono tolta un enorme peso dallo stomaco.
Ho imparato che, per me, un sano distacco è sano e necessario. Viviamo in una società che tende a identificarci tutti con la nostra professione e trovo questo molto limitante, sia a livello creativo che sotto l’aspetto umano.
Lo so, sembra molto romantico il concetto di “essere” le proprie passioni e la propria professione, ma se poi finisce, se va male? Se cambio idea e gusti? Come esisto? Che cosa sono?
Alla fine della giornata, mi piace che la mia identità sia semplicemente quella di una persona che ama il disegno, ma anche tante altre cose per nulla pertinenti e/o produttive. 

2. Le cose possono cambiare. Io posso cambiare.

Posso cambiare gusti, approcci, tecniche e preferenze, ma anche semplicemente idea e dire “ci ho ripensato“. Non c’è niente di male, anzi a volte diventa necessario al momento giusto, rivedere delle scelte fatte in precedenza, per poterne impostare delle altre.

Vale anche per quelle inerenti l’estetica, il trattamento immagine (impropriamente definito “stile”). Ci sono colleghi che disegnano nello stesso modo da 30 anni e li ammiro molto per la costanza, ma so che non farebbe per me. O cambierò idea? Questa sono io oggi. Poi si vedrà.

3. Ci sono tanti modi di fare illustrazione

Nel corso di questi anni ho sentito dire o visto scrivere tutte queste cose:
“Gli illustratori che hanno i negozietti coi ciondoli su Etsy, sono patetici.” e poi “Non sei nessuno se non ti autoproduci le cose e le vendi su uno shop, ormai è cool!”.
“Disegnare per l’infanzia è il ripiego di chi non sa farlo bene” e poi “Disegnare per bambini è molto più difficile, devi essere bravissimo!”
“I mercatini sono per gli illustratori sfigati, se vuoi vendere devi farlo attraverso marchi prestigiosi” e poi “Fare un market è un’esperienza che va fatta, come illustratore!”

Dove sta la verità? Ovunque e da nessuna parte. 
E’ il bello delle Arti Visive e in particolare dell’illustrazione: è declinabile in modi quasi infiniti. Ma non tutti devono piacermi o interessarmi. E soprattutto, quello che mi interessa fare, non ha nulla a che vedere con la mia serietà e la mia preparazione di professionista. Non voglio sentirmi in difetto per nulla, che faccia o non faccia con le mie illustrazioni.

4. Non mi interessa essere autrice completa.

Molti cercano di far passare il messaggio per cui chi disegna per bambini, deve assolutamente fare un libro i cui testi sono i propri per diventare *qui suonano le fanfare* autore totale.

Tutte le volte che mi sono sentita dire “Peccato che non sia tuo anche il testo”, ci ho letto un concetto secondo me allarmante: l’illustratore non è un autore, lo è solo se scrive testi.

E invece sì: io sono un’autrice. Un’autrice di immagini. Ma scrivere per bambini mi annoia a morte, proprio non mi interessa. Cosa ci devo fare? Non è il mio.
Anzi, quando scrivo lo faccio per target decisamente diversi. E di libri scritti da me, non vorrei illustrare neppure la copertina.
Per me, scrittura e disegno viaggiano su binari completamente diversi e va benissimo così, anche perché essere autore di testi non è affatto necessario per fare l’illustratore.

5. In che direzione sta andando il mio portfolio?

E’ una domanda che avrei dovuto farmi più spesso, perché aver trascurato questo aspetto mi ha portato davvero tanti problemi a livello artistico e, di riflesso, professionale.

E’ importante prendere in carico un certo numero di commissioni per garantirsi entrate sostenibili (almeno, lo è per me), ma col tempo accomodare troppe richieste diverse rischia di generare un fenomeno difficile da gestire, per cui ci si trova con un portfolio insoddisfacente, con fastidiose inconsistenze e non rappresentativo del proprio universo artistico.
Ritrovare la bussola non è affatto semplice, arrivati ad un certo punto. Quando me ne sono resa conto, mi sono decisa a mettere dei paletti su tematiche e trattamenti immagine. Voglio che il mio lavoro mi somigli, non somigliare al lavoro che mi viene chiesto.

Ho iniziato a mettere da parte molte tavole di alto livello, fatte bene, ma che non mi rappresentano, per evitare che mi portino altre richieste simili.

Cosa ho imparato in 10 anni di illustrazione freelance: le copie dei miei libri arrivano sempre mentre sono fuori casa o a letto malata!

6. Il concetto di "successo" è soggettivo.

Ogni percorso è unico e mi sono resa conto che, per quanto ammiri alcuni colleghi e i loro meriti nelle rispettive carriere, non mi sento interessata a fare le stesse scelte.

La mia personalissima concezione di successo è questa: riuscire a fare ciò che mi piace evitando il workaholism e l’impulso di una continua ricerca di performance . Non voglio pensare ogni momento al lavoro e non voglio che questo diventi l’unico argomento in casa o con gli amici.

Mi sono resa conto, nel tempo, di non invidiare chi ha un determinato fatturato, clienti più grossi, più pubblicazioni all’attivo, più attività in corso o più selezioni vinte, ma piuttosto chi riesce a godersi una buona fetta di vita, oltre alle soddisfazioni lavorative.

7. Non accetto proposte "a scatola chiusa".

Tante sono le proposte di lavoro che arrivano senza le informazioni necessarie: magari si sa che il progetto sta per partire in modo imminente, ma non viene indicata la data di consegna, o il tema del testo, non si sa quale sia il carico di lavoro effettivo, o il budget è fumoso e questo rende impossibile creare un abbozzo di calendario e stimare una gerarchia nelle commissioni in arrivo.

L’unica volta che mi sono lasciata mettere fretta e non ho insistito abbastanza a lungo per avere tutti i dettagli della collaborazione, mi sono trovata alla soglia di un esaurimento nervoso e non ho mai superato quello che è stato un vero e proprio trauma lavorativo.

Da allora, non esiste nessun progetto nella mia testa e nel mio calendario, finché non mi vengono dati tutti i dettagli sul Quando, sul Come e sul Quanto.

8. A volte il budget non è tutto

Non c’è dubbio che clienti prestigiosi e budget da favola facciano gola più o meno a tutti; ma col tempo ho imparato a rivalutare clienti piccoli o addirittura privati, che magari pagano meno ma  permettono di lavorare con più libertà o serenità e che rispettano di più il mio lavoro e il mio universo artistico.
Alcuni progetti li ho presi nonostante partissero da budget più bassi di quelli a cui sono abituata in mercati più floridi, proprio perché interessanti per tema e perché mi veniva data quasi carta bianca sulle illustrazioni, oltre che la possibilità di lavorare con tempi umani, che mi permettevano di avere più fette di svago, progetti personali, studio e così via.

9. Diffido di chi non vuole mai parlare di denaro.

“Parli subito di denaro! Sei un’illustratrice o una contabile?”
“Ormai gli illustratori pensano solo al budget…


Diffido di chi si mostra evasivo quando si parla di compensi, come se stessi toccando un argomento spregevole; diffido soprattutto se cerca di farmi sentire in colpa per questo.

D’altra parte, fare illustrazione a titolo gratuito o a budget simbolico non è possibile per chiunque: infatti, per dirla tutta, è un privilegio di cui io non dispongo, perché non me lo posso permettere.
Credo sia mia diritto sapere quanto verrò pagata, anche per decidere se prendere in carico una commissione e metterla in calendario; oppure se rifiutarla, lasciando spazio ad altre attività.

10. L'overwork ha un costo altissimo per la salute

Per assecondare quelle che si sono puntualmente rivelate come richieste ingiustificate, mi sono trovata molto spesso a sacrificare sonno, pause, pasti, festivi e weekend e la verità è che questa abitudine (superlavoro o overwork) presto o tardi presenta un conto salatissimo.

Passando in rassegna le cartelle delle commissioni dal 2014 ad oggi, non riuscirei a trovarne nemmeno una per cui sia valsa la pena fare nottata con schiena contratta e occhi brucianti.
Anche quegli sforzi che sul momento non mi sembravano così gravi hanno avuto, nel tempo, ripercussioni anche pesanti. La salute psicofisica è fondamentale, per questo sto investendo in pause, sonno regolare e ginnastica, perché non sono un lusso, ma una necessità.

E ho imparato a ridimensionare interiormente la pressione di certe richieste, che non hanno in realtà nessuna urgenza: quante volte ho inviato file col fiato sul collo, per poi vedere scadere i link di download perché per una settimana nessuno li aveva aperti?
Davvero, non vale la pena. Dopo 10 anni lo posso dire con una certa sicurezza.

Imparare a dire "NO": una lezione preziosissima

Imparare a dire NO è stata una delle lezioni più grandi che ho acquisito in questo decennio. Quando lo dico? L’ho raccontato in questo articolo!

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