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Asterisk Parole e libri che hanno guidato il mio anno di illustrazione
31/12/2017 Morena Forza in Creatività / No comments

Qui nell’aria ci sono l’odore di bruciato dei botti, di un mandarino appena sbucciato e della malinconia di fine anno che quest’anno è un po’ più intensa del solito.
Il 2017 per me è stato un anno molto pieno. Pieno di cose da fare, di volti, di esperienze, di cartelle di disegni, di viaggi e fotografie.

Le cose che sono “arrivate” in questo anno, non sono proprio piovute dal cielo. Le ho aiutate un po’ con qualche parola. Mi piacerebbe raccontarvi come è successo. :-)
E chissà che non possa ispirarvi a cercare voi stessi una parola per il vostro 2018?

La parola dell’anno

Proprio alla fine di novembre 2016, ho seguito il consiglio di un’amica che mi ha invitato a trovare una parola per l’anno che sarebbe arrivato. L’ho preso come un gioco divertente e creativo, ma non per questo meno serio.

Mi sono tenuta da parte una delle ultime notti del 2016 per fare un po’ di brainstorming e ho tenuto fra le altre parole che avevo scritto, quella che mi sembrava più carica ed evocativa (perfino a livello visivo!) e che avrei voluto fosse il mantra del mio 2017. Volevo una parola lussureggiante, fresca, e un pizzico aggressiva, una parola d’azione: ho scelto SAVAGE, per il suo suono oltre che per il suo significato, ecco perché è in inglese.

Savage mi ha detto di buttarmi, di tendere all’opportunità con ferocia, di essere curiosa e di trovare la radice primitiva nelle cose che faccio, con l’entusiasmo dell’inizio, senza perdermi troppo in timori e negli schemi che dicono di seguire ad ogni costo.
Mi ha ricordato costantemente l’autenticità del gesto espressivo e dell’imperfezione, la libertà di potere sbagliare facendo, affrancandomi dal parere di coloro che pensano di avere la verità in tasca quando si tratta di argomenti che ruotano attorno a ciò di cui mi occupo.
Ma non è tutto: grazie a Savage mi sono anche isolata quando era il momento e ho iniziato a stare molte ore all’aperto, semplicemente a camminare, respirare e osservare. Ho imparato e visto con mano che il tempo che passo in mezzo alla natura non è mai perso ma sempre investito.

La parola dell’anno è insomma un’impronta, un’ispirazione, un modo di fare ed è molto più potente di un buon proposito! Non è un “fai questo” ma “prova a farlo così”.

Cosa ho fatto e ottenuto grazie alla parola dell’anno

La parola di quest’anno era attiva e spregiudicata e seguendola ho fatto ed ottenuto molto.

Stage in un’agenzia di illustrazione
Da anni volevo un’esperienza all’interno di un’agenzia di illustrazione per capire come lavorano agenti e altre figure inerenti il disegno per professione. Il giorno stesso in cui nei miei feed è apparso l’annuncio per uno stage, ho redatto il mio curriculum e mi sono fatta subito avanti.
Certo, l’ansia di non aver studiato formalmente illustrazione mi ha attanagliata fino al momento di pigiare “Invia”, ma l’ho fatto. Sono stata contattata dopo una settimana e qualche mese dopo, a settembre, sono partita per l’Inghilterra. Per un mese ho lavorato fianco a fianco di alcuni degli agenti che seguono il mio portfolio di illustratrice, e ho imparato tantissimo, guardando e ascoltando avidamente. Presto vi racconterò di alcune scoperte fatte in questo ambito.
Alcune le ho già condivise con chi ha partecipato al mio workshop “Dall’albo al tramonto“. A proposito, sapevate che ricomincia a marzo?

I miei primi libri sul mercato britannico
Al secondo posto in cima alla lista delle priorità c’è sempre stato pubblicare libri in Gran Bretagna. Non per chissà quale motivo; se seguite il blog da un po’ di tempo saprete che sono una grande amante del Regno Unito. L’idea che ci sia un pezzetto di me nella mia amatissima isola mi scalda il cuore come poche cose.

Perché accadesse ho dovuto faticare molto superando le mie resistenze iniziali. Quando mi hanno contattata dall’Inghilterra per propormi un libro su Gesù, infatti,  io che non sono mai stata particolarmente religiosa mi sono un po’ intimorita.
Chiedevano di lavorare con la mia voce, esattamente come mi piace disegnare. Mi sono buttata, e ne sono stata davvero felice. E’ il libro su cui, in assoluto, mi sono più divertita!
Alla fine della produzione inoltre, mi è stata inviata un’enorme cesta di Fortnum&Mason piena di ogni ben di Dio (ahah! Sono proprio una simpatica umorista, lo so) e ho anche incontrato l’art director nel cuore della campagna inglese, visitando con lei la casa museo di Jane Austen nell’Hampshire. E tutto per essermi buttata.

Ho lavorato con l’editore dei miei sogni
Da quando ho iniziato a fare l’illustratrice full time, ho avuto dei traguardi ben definiti. Il punto più alto, per me, era riuscire a lavorare con alcuni clienti.
Mi piace sognare in grande, ma quest’anno ho fatto di più: ho chiesto agli agenti (più volte!) che il mio portfolio venisse proposto ad alcuni editori con cui volevo collaborare. Sono quelli di cui compro libri da sempre, di cui seguo i cataloghi, il blog, i canali social.

La costanza mi ha premiata: ho ottenuto delle prove per dei progetti e, con l’editore in cima alla lista dei miei desideri, ho lavorato davvero e più di una volta. Nel 2018 usciranno i miei primi libri con questo enorme editore e sono emozionata come non mai!

Natale e dinosauri
Ho sempre sognato di illustrare dinosauri e un libro sul Natale. E finalmente…!

In primavera è uscito Non sono stato io! , un piccolo tascabile per Oscar Mondadori, in cui ho avuto la possibilità di disegnare pagine e pagine di dinosauri dispettosi. Un libro che ho vissuto con estrema libertà e relax come non mi capitava da tempo.

Durante la tarda estate e l’autunno invece ho disegnato e dipinto (anche ad acquarello, mio terrore di sempre!) un libro molto ma molto natalizio,Il mistero della magia del Natale per Edizioni Corsare. Ho ritrovato la libertà del disegno a mano e mi è stata data una libertà espressiva assoluta, in cui ho potuto mischiare disegno a mano e digitale. Dalla remota isola di Lewis, Christina Harris, vera e propria artista del tweed scozzese che seguo da anni, ha acconsentito a farmi utilizzare le sue stoffe per gli inserti negli abiti dei personaggi del libro. Non riesco ancora a crederci! Nonostante la mia domanda sfacciata, è stata molto gentile, ed entusiasta che i suoi tessuti apparissero in un libro per bambini.

Workshop da Ideamondo Associazione

Corsi e incontri
Quest’anno ho insegnato per la prima volta in una scuola e ho scoperto che mi piace molto avere una classe, seguire da vicino nuovi e aspiranti illustratori.
Non amo infatti essere troppo focalizzata su me stessa, non mi fa sentire pienamente creativa. Insegnare non è mai stato un ripiego per me, anzi è una parte molto attiva del mio fare illustrazione, e controbilancia la solitudine delle intere giornate spese alla scrivania.
Per questa ragione ho formulato nuovi corsi, allacciato nuove collaborazioni, e ho seguito altri illustratori in consulenze individuali, quasi come farebbe un agente.
La parola dell’anno mi ha impartito di non restare sulle mie, di farmi avanti e chiedere. A volte è tutto lì: nel chiedere! Potremmo così scoprire che era tutto a portata di mano.

Ho disegnato dal vivo, su un enorme foglio bianco
Non sono timida per natura, ma disegnare live mi ha sempre messo un’ansia indescrivibile.
Per questo, quando Marianna e Marco di Zandegù mi hanno chiesto di partecipare a Wonder Wall lo scorso 16 dicembre, ho risposto: ma sì!
Ne avevo il terrore e quindi era la cosa giusta da fare. Ah, la logica inossidabile della parola dell’anno! Così mi son trovata a disegnare sei ore filate, su un foglio bianco un metro per due, a mano, con pastelli, UniPosca e pastelli colorati. Probabilmente il fatto che si trattasse di un’iniziativa benefica per raccogliere fondi a favore di un’associazione per l’infanzia mi ha dato quello sprint necessario a tirarmi fuori dal mio solito guscio.

I meravigliosi giardini del castello di Falkland

Sono tornata in Scozia
E ovviamente con grande gioia. Se c’è un territorio selvaggio e indomito con alle spalle una  centenaria Storia di coraggio ed orgoglio, questo è proprio la Scozia. E’ stata una settimana breve ma intensa. Sono riuscita perfino a incrociare un altro illustratore, che lavora in una libreria nel centro di Edimburgo, e passare un’intera mattinata a sfogliare libri e conoscere nuovi potenziali clienti (il lavoro in vacanza!).
E finalmente ho visto qualche piccolo paesino arroccato sulle colline, lontano dalla città, come Falkland col suo castello e i suoi stupendi giardini botanici, che ho poi riconosciuto guardando la serie Outlander (qualche fissato all’ascolto?)

I libri che hanno guidato il mio 2017

Non sono necessariamente usciti quest’anno, ma sono stati una presenza costante o comunque preziosa in alcuni suoi momenti.

Big Magic
di Elizabeth Gilbert – elizabethgilbert.com
2016 BUR – Rizzoli
230 pagine
Lingua: Italiano

Big Magic
(in italiano)
Lo so che molti storceranno il naso, perché il suo stile di scrittura sembra fin troppo accattivante, ma a me Elizabeth Gilbert piace per la franchezza e la delicatezza dei suoi libri.
Mi dispiace che molti lo abbiano bollato come lettura new age, perché io non l’ho affatto vissuto in questo modo, anzi leggere Big Magic mi ha fatto prendere delle decisioni non di poco conto quest’anno; in particolare modo sull’insegnamento e le collaborazioni.
Mi ha fatto inoltre riflettere già dall’anno scorso sul significato di idea, di ispirazione, di iniziativa, di gruppo (su questo tornerò sicuramente in un prossimo post). Solitamente favorisco testi più yeah e concreti, ma questo libro riesce a più riprese ad accompagnare i miei momenti di sconforto e stanchezza creativa come poco altro. E poi, il concetto stesso di idea come entità mi piace troppo. Come dicono gli anglosassoni, I feel it.

Your inner critic is a big jerk
di Danyelle Krysa – krysa.com
2016 Chronicle Books
131 pagine
Lingua: Inglese

Your inner critic is a big Jerk

Letteralmente: il tuo critico interiore è un grande stronzo.
Questo libro l’ho comprato proprio seguendo la mia parola dell’anno, sapendo quanto duramente dovessi lavorare nel superare la mia ansia del giudizio altrui.
Non facevo che pensare alle critiche ricevute per il fare corsi o per lo stesso fatto che faccio l’illustratrice ma non ho studiato con un percorso di studi canonico. Non importa quante conferme ricevessi altrove, io pensavo solo alle parole terribili che avevo letto sul mio conto.
Tra il 2015 e i primi mesi del 2017 questo l’ho sentito particolarmente. Ogni chiacchiera, post o commento tagliente mi arrivava dritto in faccia come una porta sbattuta e questo ha avuto non poche ripercussioni sul mio modo di vivere il lavoro che mi sono scelta con tanto impegno.

Non dobbiamo dimenticare che voci di questo tipo, fin da quando siamo bambini, finiscono col diventare una sola voce, interiorizzata, cioè qualcosa che ci diciamo noi stessi su ciò che facciamo. E’ così che una normale fragilità diventa un impedimento e facciamo molto meno di quanto avremmo voluto. Ci blocchiamo.

Questo libro aiuta con particolare ironia e leggerezza il problema dell’eccessivo perfezionismo che non porta a risultati migliori ma molto spesso, proprio a nessun risultato (“O lo faccio perfetto o non lo faccio proprio”, vi suona famigliare?)

Quando ho finito questo libro ho iniziato un progetto personale che vorrei portare alla luce proprio nel 2018, iniziando a sviluppare le riflessioni nate dalla sua lettura.

Tutti possono fare fumetti
di Gud – gud.it
2013 Tunué
144 pagine
Lingua: Italiano

Tutti possono fare fumetti

Normalmente, un manuale dice come fare qualcosa, ma non motiva a farlo. Molto diverso è “Tutti possono fare fumetti” di Gud, fumettista e insegnante di fumetto, che mi ha spinta a iniziare una serie di strip sulla mia quotidianità di disegnatrice e pubblicarle sul mio Instagram, solo per il piacere di condividere le mie magagne, senza troppi pensieri.

Per me, che sono stata terrorizzata in passato remoto e recente sul fumetto, è stato molto liberatorio. Ho scoperto che molto spesso penso in fumetti. Alcune delle strip che ho pubblicato su Instagram e sul mio account Facebook erano nate nella mia testa come status o come post per il blog, ma sintetizzarli in una strip mi ha aiutata a fare chiarezza ed esprimermi al meglio, con quel pizzico di umorismo che mi sta tanto a cuore.

Se volete conoscere il fumetto con un tocco fresco e leggero, questo è il manuale perfetto!
Questa è l’intervista che avevo fatto proprio a Gud in occasione della prima edizione del libro.

E il 2018?

Sono sincera, temo un po’ la legge del contrappasso dopo un anno così favoloso.
Ma non per questo non mi impegnerò. E prendo a braccetto un’altra parola, che però rivelerò solo alla fine del 2018. Che sia una compagna preziosa come Savage, o anche solo la metà! :-)

Buon anno, disegnatori!

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Asterisk Ognuno vola a modo suo – Ricordo di un’estate
18/05/2016 Morena Forza in Varie / 8 responses

Mi ricordo ancora di te.  Mi sono trovata a vagare per i ricordi, alcuni dolci ed altri amarissimi, come accade spesso quando, per via dell’influenza, si passano molte ore a letto e qualunque attività tranne pensare, risulta noiosa.

Quel giorno il frinio delle cicale era incessante, nella pineta;  avevi fatto staccare la coda ad una lucertola e l’avevi lasciata a seccare su di un muretto al sole, dopo un po’ aveva smesso di muoversi e di impressionarci.

Mentre ci spiegavi come riconoscere una lucertola maschio da una femmina, ci eravamo stesi tutti e cinque su una vecchia coperta, sul prato vicino alla collinetta, ma era servita a poco perché l’erba più secca riusciva ad infilarsi fra le sue fibre per pungerci gomiti e ginocchia. In lontananza gli altri schiamazzavano, si inseguivano, si sfidavano a tutti quei giochi che noi, sognatori con la testa fra le nuvole, rifuggivamo appena possibile.

L’odore dolciastro della resina era ovunque, un odore che per me sarebbe stato per sempre il profumo dell’estate, e tua cugina Milena cercava di mangiare un ghiacciolo all’anice facendosene sciogliere più della metà lungo il braccio. Non tirava un filo d’aria.

Era da un po’ che stavi lì a goderti i raggi che filtravano fra i pini, ogni tanto ti levavi qualche ago dal tuo caschetto biondo, così di moda in quegli anni; sapevi bene di essere bello, tutti te lo ricordavano di continuo, ma non eri a tuo agio con questa consapevolezza.

Noi ti guardavamo con l’ammirazione negli occhi: eri quello grande, quello che aveva appena fatto l’esame di quinta e che quasi sempre si inventava qualche gioco da fare assieme. Ed eri quello che riusciva sempre a farsi beffe della suora più severa e al tempo stesso a risultare adorabile e sempre perdonabile. Quel pomeriggio avevamo raccolto sulla coperta un certo quantitativo di fiori e foglie e ci eravamo messi ad intrecciare coroncine. Con una certa intransigenza mi avevi fatto scartare delle radici che trovavo belle e me le avevi strappate; ma poi per farti perdonare mi avevi spazzolato i capelli, facendo attenzione a non tirarmeli, e sistemato la coroncina, mentre dandoti le spalle cercavo di conservare un broncio carico di orgoglio e di ostentata dignità. Ogni tanto ti guardavi furtivamente attorno, verso il campetto sportivo alle nostre spalle, e poi lungo la stradina asfaltata e rovente che portava all’edificio del refettorio, quasi non dovessi farti vedere.

 

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© Morena Forza

Verso le tre avevamo deciso di avviarci dietro la collina. Con l’erba secca che scricchiolava sotto i sandali e le scarpe di tela, eravamo andati a bere dalla fontanella nascosta fra i rampicanti scuri, quella che spesso le suore ci avevano vietato di raggiungere; per questo la sua acqua ferrosa aveva il dolce sapore della ribellione. Daniela indossava come sempre le sue ali di raso, sostenendo che quando noi non la guardavamo lei riusciva ad alzarsi da terra tanto così.
Ti fidavi di noi, solo ora capisco fino a che punto, e anche se ti stavano piccole avevi deciso di indossarle. Eri molto spigliato, auto ironico e quasi teatrale, ti atteggiavi a fatina prendendoci in giro e risultando più convincente della metà di noi, che ridevamo e continuavamo ad ammirarti. Con tenerezza ricordo che nessuna di noi rideva di te, ma con te. Eri perfettamente a tuo agio, mentre ballavi sulle note di una canzone senza parole, che avevamo improvvisato lì per lì, con le nostre vocine squillanti.

Uno ad uno, poi, vi eravate dissetati alla fontana ed io attendevo sempre di essere l’ultima perché, allora come oggi, mi agitava avere alle spalle qualcuno che aspettava; così, anche quel giorno, avevo finito col restare indietro mentre tornavate.
Guardavo fra le fronde di un grosso pino, col cuore in gola, le guance bollenti e le mani ancora bagnate. Era sempre un’emozione andare alla fontana proibita! A volte penso che ci sarei andata anche senza bere. O forse lo abbiamo fatto e non lo ricordo?

Quel giorno però, qualcuno aspettava il nostro ritorno vicino al muretto dove la coda della lucertola iniziava ad asciugarsi. Il sole rovente ci rendeva piuttosto fiacchi e svogliati. Aveva anche reso qualcuno molto annoiato e litigioso, però: quei due ragazzini ce l’avevano con te. Uno di loro era Marco, un ragazzino robusto e viziato col nasino all’insù, molto consapevole della sua forza fisica. Poi c’era Ivan, alto, ossuto, con gli occhi blu e gli incisivi da grande, e una marcata propensione alla zuffa.

Pepita era minuta ma non li temeva, perciò mettendosi le mani sui fianchi aveva chiesto senza giri di parole cosa volevano da noi.
Ci avevano visto mentre ti aiutavamo a toglierti le ali e non te lo avevano perdonato. Fatico a ricordare le parole che ti inflissero dall’alto della loro crudeltà poco più che infantile, ma qualcosa mi si annoda dentro quando ripenso ai tuoi occhi scuri, al tuo sguardo deluso e ferito. Avevo appena nove anni e mi chiedevo perché fosse sbagliato che tu portassi delle ali o un intreccio di fiori, se ti piacevano.

Dopotutto, non molto tempo prima, ero stata presa in giro perché amavo andare a pesca con mio padre.  Avevo anche vinto delle medaglie, ero brava: ma non importava, perché non era una cosa carina per una femminuccia. E quanta rabbia, quanta incomprensione davanti a questa chiusura, a questi limiti che trovavo e trovo totalmente privi di ragionevolezza.

Per questo, durante questo 17 maggio, mi sono trovata a pensare a te; a come è possibile che a quasi vent’anni dal Duemila, l’anno che prometteva modernità ed avanguardia su ogni fronte, mi tocca sentir dire che il sessismo non è un problema da affrontare, perché “C’è ben altro di cui preoccuparsi”.

Ci sono ancora genitori che si allarmano se il proprio figlio gioca con le bambole o a fare lo chef, o vuole gli albi da colorare a tema fatine.
O se la propria figlioletta ha un carattere forte e deciso perché “non sta bene per una femmina”.

Non credo nei ruoli prestabiliti, rigidi ed inflessibili, che ci siamo dati; credo invece che la vita sia complessa, i ruoli intercambiabili, le sfumature dell’essere umano estremamente variegate.

So che sei riuscito a trovare una tua dimensione; ti ho visto qualche anno fa, dalla vetrina del tuo negozio di parrucchiere, spazzolare una donna coi capelli lisci e senza volume, proprio come i miei. Mi sono chiesta se la stessi prendendo ironicamente in giro come facevi con me, se invece la stessi spazzolando piano per farti perdonare qualcosa.

Ho sorriso, pensando a quanto siamo già noi a soli nove o dieci anni. Io amavo già scrivere e disegnare. Ho smesso di pescare, invece. Non sono più un tipo abbastanza paziente.

Sai, mi dispiace per non averti difeso quel giorno, per essere stata codarda. Ero solo una bambina. Non ho più paura di quello che penso e di esternare quello che sento.

Un giorno verrò a farmi spazzolare i capelli, e allora ti racconterò un sacco di cose. Del resto, non è ciò che si fa sempre dal parrucchiere?

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Asterisk Artista oppure Illustratore? La provocatoria soluzione di John Howe
09/09/2015 Morena Forza in Illustrazione / one comment

“Ma è Arte?” si chiede qualcuno davanti ad una tavola illustrata.
La dicotomia Arte-Illustrazione è uno dei temi più scottanti di sempre; non importa quanti manuali di illustrazione si possano acquistare, la tematica è sempre presente. E ci sarà un motivo: all’essere umano piace poter etichettare ciò che ha davanti. Non importa se lo fa scavalcando il buon senso, senza tenere conto che l’Arte come la vita è fatta di milioni di sfumature.

L’eterna domanda ha trovato una risposta molto provocatoria da parte del geniale illustratore (o Artista?) John Howe. Sulla sua pagina Facebook rilascia queste fotografie e il post che ho tradotto al volo, fra le mie stesse risate.

“”Mi si chiede spesso della differenza fra illustrazione e Arte. Quindi, ci ho pensato un po’ e me ne sono saltato fuori con un concetto rivoluzionario.

INFINE, BUONE NOTIZIE PER GLI ILLUSTRATORI!

Ora anche gli illustratori possono essere Artisti e la buona notizia è che non costa nulla!

Osservate la prima immagine: l’individuo è chino sulla sua immagine, che è più o meno piatta sul tavolo. Seconda: l’immagine è posizionata verticalmente. Ora è un quadro, non un’illustrazione! Quell’individuo è chiaramente un Artista!

E si possono usare gli stessi pennelli e colori! Si può stare in piedi (stare in piedi mentre si lavora è molto popolare ora, quindi si partecipa ad un ampio cambiamento sociale, senza costi extra!)

E ciò che è meglio, è che si può anche lavorare alla STESSA tavola!

Ora, se questa non è una buona notizia non so cosa sia.”

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Asterisk Ma succede proprio a tutti tutti? Storia di un blocco creativo e di quanto poco se ne parla
09/07/2014 Morena Forza in Creatività / 8 responses

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Era un po’ che pensavo di scrivere questo post, ma non era mai il momento giusto. Così ho aspettato che si facesse avanti per conto suo.
Ci tengo a condividerlo perchè penso che una ventata di sincerità sul vivere da creativo (inteso come: vivere con un’attività creativa, non dò chissà quale peso a questa parola,a scanso di equivoci o polemiche) possa fare bene, in questa perenne allure di invincibilità e perfezione che siamo abituati a confezionare, mostrare e ammirare anche negli altri, e che finisce con l’allontanarci da una visione serena e realistica di creativo.
Proprio stamattina ho ricevuto una newsletter in cui mi invitano all’ennesima mostra di illustrazione. L’inaugurazione è stata qualche giorno fa; le foto raccontano quello che tutti noi che seguiamo illustrazione e fumetto sappiamo molto bene.
Visi felici, bei vestiti, la location un po’ glamour, tutti strafighi, tutti convinti di ciò che fanno, tutti senza macchia e senza paura.
Ma siamo sicuri che c’è solo quello?
Non è che semplicemente, è l’unica cosa che si racconta?
La presentazione del nuovo libro, la mostra in centro città o all’estero, l’intervista per il magazine, le dediche al salone del fumetto.
Sono cose che vivo anche io, che ho fatto anche io, che mi piacciono, ma ci terrei a dire che si deve parlare anche della parte buia di questa bellissima luna.
Altrimenti il rischio è di pensare che non ci sia altro per noi. E di gonfiare un po’ troppo le aspettative.
Per due libri che escono, altri tre non sono stati comprati da nessuna casa editrice. Per un cliente grosso che un disegnatore è riuscito ad avere nella sua rosa di clienti, altri dieci lo hanno perfettamente ignorato. Dietro un portone aperto ci sono dieci porte sbattute sul naso. Forse è il caso di raccontare anche la parte scura della luna. Ci rende umani; forse è meno glamour parlarne rispetto all’ennesima mostra in cui ci si sente importanti e ammirati, ma va fatto.

Ecco come può andare quando le cose non funzionano per un disegnatore…

A febbraio mi sono caduti sulla testa i calcinacci di un tetto che si stava sfaldando da qualche mese, dall’estate prima. La vita di un disegnatore è fatta anche di tante cose che col disegno non hanno nulla a che fare, però hanno il potere di ripercuotersi anche sul disegno.

 

Ero nella camera di un bel bed and breakfast nel centro di Torino, seduta per terra, con le chiappe ben assestate su un tipo di parquet molto lucido, di quello che piace a me.
Disponevo di due belle lampade di ultra design, una arancio e una blu, che coloravano la stanza mentre fuori pioveva, suonando le grondaie delle case di ringhiera e i comignoli fumanti.
Ho sempre voluto una stanza così, a casa mia. Con una grande finestra che dà sui cortili pieni di ballatoi e rampicanti.
In mano tenevo una tisana alla violetta, mi scottava il palmo ma trovavo il contatto rassicurante e quasi remoto.
Sarebbe stato tutto perfetto, una splendida serata di relax dopo una bella camminata per il centro storico e un tè con alcune amiche illustratrici.

Ero a Torino per diletto stavolta, non per lavoro.

Eppure qualcosa non funzionava.
Quello che tenti di non ascoltare e vedere per mesi, all’improvviso ti piomba addosso e tu sei costretto ad averci a che fare.
E quando sei da solo in una città che non è la tua, in una stanza che non è la tua e tutti gli amici ti hanno salutato per tornare a casa, è più facile che certi pensieri non si disturbino a venire a bussare; arrivano e sfondano la porta e se sei pronto bene, se non sei pronto ti coglieranno in pigiama e con l’aria stravolta, per niente presentabile.
E’ per questo, credo, che chi si affligge in certi pensieri ha l’aria stanca e si definisce “il fantasma di sè stesso”.
Se certe riflessioni fossero tanto educate da presentarsi con un minimo preavviso ci faremmo trovare pettinati e con un’aria decisamente più dignitosa. Io sicuramente.

Mi sono sentita sopraffatta.
Nel pomeriggio una collega che stimo molto mi aveva fatto vedere le tavole meravigliose di un progetto che stava preparando per un grosso editore. Vederle dal vivo è stato qualcosa di eccezionale e intenso per me, soprattutto perchè non lavoro praticamente mai in tradizionale e per quanto per ora non mi abbia mai sfiorato l’esigenza di farlo (non per lavoro almeno) mi piace molto vedere gli originali di altri autori.
Avevo anche assistito alla giornata di lavoro di una mia cara amica e collega, con entusiasmo e partecipazione. Ero contenta di essere lì, anzi a dirla tutta non avrei davvero voluto essere da nessun’altra parte.
Poi però, mi sono trovata da sola, io e i miei fantasmi. Se viaggiate parecchio, probabilmente sapete che i vostri fantasmi fanno parte del bagaglio: potrete andare ovunque e potrete avere le valigie piene fino all’inverosimile, ma un posticino per questo o quel fantasma lo si trova sempre.
Tutti li abbiamo.

Un disegnatore ogni tanto, potrebbe portarsene dietro qualcuno più articolato e particolare di altri. Non peggiore, attenzione: non mi piace chi si vanta di essere una vittima d’elezione rispetto ad  altre categorie di persone.
Ognuno ha i suoi piccoli e grandi drammi.
Io però sono disegnatrice e quindi alcuni dei miei fantasmi riguardano il disegno e la creatività.
I fantasmi del disegno sono come gli spiriti descritti da Dickens ne “Il canto di Natale”. Ci sono quelli del disegno passato, quelli del disegno futuro e quelli del presente.
Di solito si fanno vivi assieme e come scrivevo poco fa, amano le sorprese e soprattutto auto invitarsi.
Generalmente sono poco educati anche fra loro: infatti si parlano sopra uno con l’altro, perciò mentre tu come disegnatore pensi ai tuoi disastri passati riesci anche ad angosciarti per il futuro.

Sono riflessioni che prima o poi toccano a tutti: cosa sto facendo, e soprattutto lo sto facendo nel modo in cui volevo?
E se invece avessi sbagliato tutto? E se ciò su cui ho basato la mia vita intera stesse franando sotto il peso di una decisione sbagliata?

Quella sera mi sono quasi sciolta su quel parquet scuro e la cosa che mi aveva più stupita nei rari momenti spietata lucidità in quel delirio di enormi e spaventose domande, era l’istinto di nascondermi sotto al letto contro cui ero appoggiata.
Non so per quanto sono rimasta così; so solo che ero intorpidita, stanca di quel silenzio pieno di pensieri aggressivi e di pioggia sui vetri. Nella mia testa, in quel momento, nulla di ciò che avevo fatto, che stavo facendo e che stavo per fare in quel periodo come disegnatrice mi soddisfaceva.
Mi sembrava tutto senza senso.

Ero arrivata proprio al limite: solo pensare all’illustrazione mi provocava un peso dietro allo sterno.
Non fraintendetemi, non avevo smesso di disegnare, anche perchè e sono consapevole del fatto che dirlo è un atto senza alcuna poesia, non me lo posso permettere.
Io sono una lavoratrice e quando devo disegnare disegno e consegno. Ormai mi sono abituata a disegnare senza ispirazione e a farlo comunque al massimo delle mie possibilità, mi sono abituata a disegnare durante lutti, malattie, col caldo, quando gli altri sono in vacanza, sempre. Non aspetto “il mood giusto”, mi ci devo mettere.
Non è freddo e non è crudele, è solo un patto che abbiamo stretto io e il disegno.

Perchè, e lo sapete anche voi, ogni rapporto di qualunque tipo si basa su un patto (di solito tacito). E ogni rapporto stretto prima o poi soffoca un po’ e bisogna prendere le distanze.
Succede quando si è in simbosi.
Ogni tanto noi disegnatori ci confondiamo coi nostri disegni, per questo ci offendiamo nel profondo quando ce li criticano, quasi sempre.
Perchè “confondere”, fateci caso, è “con-fondere”. E noi ci vediamo molto spesso come disegnatori prima che come persone.
E’ che il disegno fa parte di noi, è la nostra intrinseca natura.
Qualche tempo fa ho messo da parte delle persone nella mia vita che non accettavano questa enorme fetta della mia personalità.
E questo cosa vuol dire? Che ho voluto difenderla!

Eppure in quella camera di Torino, l’avrei voluta incenerire. Volevo che mi lasciasse in pace una volta per tutte.
La odiavo e la amavo con la medesima intensità e quell’odio e quell’amore mi fremevano sotto la pelle, forse era quello a sfinirmi.
Ero vigliacca: non volevo la responsabilità di aver scelto di realizzare un sogno. Volevo tornare indietro, fra quelle persone che si lamentano che i sogni sono fatti per restare tali. A volte sarebbe più comodo.

Mi sono addormentata vestita, truccata, sopra al piumone. Alle sei, mentre albeggiava, mi sono resa conto per la prima volta dalla sera prima di com’ero ridotta.
Non so se vi è mai capitato di litigare violentemente, con quella rabbia che vi frantuma le corde vocali anche nel silenzio, ma quella spossatezza tipica del post litigio io ce la avevo fino nelle ossa.
Ero ammaccata, infreddolita, e con gli occhi pesanti mi sono trascinata sotto la doccia bollente per un’ora buona.
Era svanito tutto: erano svaniti la rabbia, il risentimento, ma anche qualunque amore e interesse. Una catarsi.
Ancora in accappatoio sono rimasta a fissare per qualche istante il portatile rimasto acceso tutta la notte.
Non avevo nessun istinto a farlo uscire dallo stand by per leggere i feed di illustrazione che quasi ogni mattina consulto mentre faccio colazione. “No, non mi interessa” ho detto a voce alta.

Ho chiamato questa mia amica illustratrice e le ho detto che ci saremmo viste nel pomeriggio, accennandole della nottata terribile appena passata. Era dispiaciuta, ma sicuramente non sapeva di cosa stavo parlando, figuriamoci; sicuramente comunque non nel concreto.
E’ proprio come essere innamorati, se ci pensate.
Quando ci si innamora, sembra che siamo innamorati solo noi: se siamo felici, nessuno è felice come noi e se stiamo male per amore, nessuno sta male tanto quanto stiamo male noi.
Siamo i primi esseri sulla Terra a sapere cos’è quella data cosa, illuminati da un teatrale faretto nel buio, primi depositari di un sentimento fino a quel momento sconosciuto.
Ho lasciato che la mia amica vivesse la sua normale giornata da illustratrice freelance; l’ho lasciata a cose che io stessa conoscevo e conosco, ma con uno strano senso di estraneazione.
Non sentivo che mi appartenevano come prima. Non dopo quel brusco litigio, per lo meno. Io non appartenevo a quella routine.

Sul mio diario (scrivo sempre 3 pagine al giorno tutti i giorni) ho scritto:
“Come siamo vigliacchi noi esseri umani. Molti mi hanno detto che sono coraggiosa ad avere inseguito il mio sogno. Non sanno che è stato lui a inseguirmi e che io in realtà mi sono passivamente abbandonata a ciò che sapevo fare meglio perchè non ho mai visto altre opzioni, nient’altro che mi chiamasse e per cui fossi adatta.”

Non importa se lo facciamo per mestiere, quindi per vivere, o se lo facciamo per sopravvivere ad un altro lavoro che magari non ci gratifica. Non importa perchè se lo viviamo con passione, prima o poi questi tormenti arriveranno. Se non arrivano è un hobby in cui non abbiamo investito tanto, non è una storia seria.
Avete mai sentito di storielle che suscitano grandi litigi e stravolgimenti? No. Perchè emotivamente non è stato investito nulla.

 

Quella stessa mattina ho coccolato il gatto di casa, un indolente persiano, sono uscita sui ballatoi a camminare, guardando colf affaccendate nelle case della Torino bene, impiegati prepararsi per andare al lavoro, intrepidi pensionati in boxer che nel pieno di febbraio fumavano la sigaretta post caffè sul balcone, signore che innaffiavano piante grasse, cagnolini annoiati che guardavano uno spiazzo sempre identico da chissà quanto.
E ho capito perchè devo disegnare. C’è troppa bellezza, ovunque e c’è troppo umorismo ovunque si guardi.
C’è troppa storia, c’è troppa narrazione ovunque mi giro. Io li vedevo già disegnati, tutti.
E allora, mi sono fatta un’ultima domanda: perchè non mi stava piacendo disegnare, da mesi? Perchè anche se lo facevo, niente aveva senso e niente sembrava degno di nota?

Non trovavo risposta. E più la cercavo, più avevo quella sensazione di averla intravista, sfuggente, come quando vedi qualcuno che conosci in mezzo alla folla in centro a New York e poi viene sommerso dagli altri, e allora non sei più tanto sicuro che fosse proprio quella persona lì, forse ti eri sbagliato.

Quella stessa mattina ho trovato nella mia camera del bed e breakfast un libro che non conoscevo. Alto, senza sovracopertina né illustrazioni. Si intitolava “Wildwood” scritto da Colin Meloy.
“Aspetta un secondo!” mi sono detta “Ma Colin Meloy è quello dei Decemberists!” è un gruppo indie folk che seguo da anni e anni.
Quando ho aperto il libro però ho scoperto che di illustrazioni ne aveva eccome, mi son sentita sinceramente perseguitata.
E quanto mi piacevano quelle illustrazioni. La stessa illustratrice, Carson Ellis, non l’avevo mai sentita prima d’ora. Le tavole erano fresche, originali, mai leziose e straordinariamente lontane dal gusto italiano e da ciò che qui viene spesso spacciata come l’unica illustrazione possibile.
Lì per lì ero interessata alla storia che mi stava molto piacendo (infatti poi ho letto tutti e tre i libri della saga) ma più mettevo gli occhi su quelle tavole a pagina intera e sugli splash più mi riconciliavo con l’illustrazione.

Però mi sentivo ferita e continuamente tradita dal disegno.
Perchè non potevo essere serena come tutti gli altri disegnatori che mi circondavano?
Perchè io dovevo vivere questa cosa in maniera così tumultuosa, mentre gli altri vanno avanti tranquilli, senza mai un passo falso?
Com’è possibile che agli altri vada sempre tutto bene, non inciampino mai nel cliente poco serio, nell’editore spocchioso, nel progetto che non incontra la qualità del proprio operato, perchè sono sempre felici e io invece sto così?
Un altro mare di domande formava un’ondata di nuovo risentimento, e non sapevo nemmeno bene se fosse più verso me stessa o verso il disegno stesso.
Quando pensi queste cose ti senti poco meritevole di fare quello che fai, ecco.

Nel pomeriggio mi sono vista con la mia amica e le ho parlato di questo. Solo io so quanto mi è costato, mi sarei voluta seppellire.
Provavo una vergogna estrema.
Ma visto che l’unica alternativa era odiare il disegno non avevo molte altre possibilità di guardare la cosa in faccia.
Tanto valeva vuotare il sacco.
Mi vergognavo di dire quelle cose, di pensarle, e mi vergognavo di dirle a un’altra persona che sicuramente pensavo, non c’era mai passata.
Ricordiamoci che quando siamo innamorati e stiamo male per qualcuno che non ci corrisponde noi siamo i primi esseri umani a cui succede: gli altri non sanno cosa sia quel dolore. L’ho già scritto prima.
Mi vergognavo di dirlo a lei anche perchè è forte, è creativa, è brillante e la ammiro molto come artista e come lavoratrice.
Non ridete, ma non l’avrei mai pensato: sapeva benissimo quello di cui stavo parlando. Lei, forte, brillante creativa e super laboriosa.
Non mi sarei mai immaginata che lei stessa avesse passato quella rabbia e quella frustrazione e quella sensazione di spegnimento. E che ci cadesse periodicamente, oltretutto, come me.
“Morena, il fatto è che ci passiamo tutti ma nessuno te lo viene a dire!”
Ah si? Davvero? Per me era una vera rivelazione.
Ma ci passano tutti tutti?

Qualche settimana più tardi ho partecipato alla conferenza che Gipi (mica uno qualunque: proprio Gipi) ha tenuto al WOW!, museo del fumetto di Milano e per poco non mi sono trovata in lacrime (ancora! Santo cielo questi rubinetti perdono troppo).
Parlava di un blocco enorme da lui vissuto, di come niente gli sembrava avere un grande senso. Di cose che io quella notte di due settimane prima avevo passato a Torino, sola coi miei fantasmi.
Anche lui aveva i suoi. E ci aveva fatto a botte. Non sempre ne era uscito vincitore. Qualche volta si esce ammaccati.
Ancora una volta però pensavo di essere quasi sola.
Io e Gipi.
Figurati, gli altri non sapranno di cosa parla.
Come siamo egocentrici noi esseri umani.
Mi sono guardata attorno; ero in seconda fila e dalla terza fino in fondo alla sala gremita quanta gente annuiva, carica di comprensione.
Lì ho capito che tutti stavamo pensando la stessa cosa: se succede a Gipi, perfino uno come Gipi, forse c’è ancora speranza.
Tutti ci eravamo passati, forse lo stavamo vivendo anche in quel periodo. Quella settimana, quel mese, quell’anno.

Si coltiva tanto questa immagine del creativo sempre fiammante, infallibile, che sa sempre cosa dire, cosa fare e lo fa sempre al meglio. Che non ha mai dubbi e ripensamenti e crisi e blocchi creativi.
Si coltiva così tanto questa immagine di super-creativo che si finisce col pensare di essere sbagliati e unici nel proprio blocco.

Nessuno te lo viene a dire, eppure…succede proprio a tutti tutti.
Tutti tutti.

A parte una categoria di persone: quelle che vi mentono e negano questa verità, perchè pensano che avere fantasmi sia per gente che non è all’altezza di vivere da creativo.
A loro auguro un buon parquet dove poggiare le chiappe, e degli amici sinceri come quelli che ho io.

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