Tag: professione

Separator
Asterisk Affrontare le critiche – Intervista a Davide Calì
19/02/2018 Morena Forza in Editoria&Scrittura / No comments

Illustrazione: Benjamin Chaud, da “Non ho fatto i compiti perché

Questo quarto lunedì ospito l’intervista di Mariapaola Pesce a Davide Calì, autore di libri per l’infanzia e fumetti. Il tema è scottante: come si affrontano le critiche al proprio lavoro?
E come si può reagire quando un editore rifiuta il nostro progetto o il nostro portfolio?

Buona lettura!

A cura di Mariapaola Pesce

Ho conosciuto Davide agli esordi della sua carriera di autore, quando gestivo una piccola libreria per bambini. Insieme abbiamo tenuto qualche corso per aspiranti scrittori, poi le strade si sono divise, e mentre lui si affermava come autore, io mi dedicavo alla formazione, e con gli anni al coaching. È in questo ruolo che gli propongo questa chiacchierata.


Davide, hai iniziato come illustratore, e sei passato alla scrittura.
Ti sei “allontanato da” o sei “andato verso”?

Sono tutte così difficili le domande? Per me in realtà scrivere e disegnare è un po’ la stessa cosa. Quando disegnavo, avevo le storie in teste, i personaggi parlavano mentre disegnavo, come se vivessero di vita propria. Ora perlopiù scrivo, ma ho sempre il film della storia che mi scorre in testa, vedo come e dove si svolge l’azione, l’espressione dei personaggi, i gesti delle mani.
E di fatto scrivo anche le illustrazioni.
Ti faccio vedere un video.
David Grohl dei Foo Fighters spiega che per lui è stato facile passare dalla batteria alla chitarra, perché sono lo stesso strumento. Sembra assurdo, ma sono perfettamente d’accordo con lui.

Illustrazione: Ronan Badel, da “Les Bacon Brothers – Back in America

Torna un momento a quando illustravi (anche se sporadicamente lo fai ancora):
quali sono i ricordi principali di quel periodo?

Disegnavo molto. Ho immaginato moltissime storie che non ho mai finito e tante altre che ho finito e mai pubblicato. Disegnavo anche vignette e altro.

Poi hai scritto a lungo: hai oltrepassato quota 100 libri.
Tra le tante cose che fai, sei spesso dall’altra parte della barricata, come insegnante, editor e capo progetto.
Quali sono i momenti e gli aspetti più delicati?

Uno degli aspetti più delicati penso sia comunicare un feedback negativo o un rifiuto.

Non è facile in questo lavoro non prendere le cose sul personale e qualche volta gli artisti sono permalosi. Bisogna saper comunicare che quella dell’editore, è e rimane un’opinione.

Un rifiuto non è la fine del mondo, anche se una sfilza di rifiuti possono metterti in crisi e indurti a riconsiderare i tuoi progetti o la tua carriera. La stessa cosa vale per un feedback negativo. È un’opinione, e vale come tale in un certo contesto. Non è un giudizio con un valore assoluto.

Illustrazione: Raphaëlle Barbanègre , da “Biancaneve e i 77 Nani

Puoi svelarci il segreto del tuo stile nel dare feedback? Hai un modello a cui ti rifai, o qualcuno che ti ha dato consigli preziosi che offri anche tu?

Non so se mi rifaccio a un modello. Forse a un modello negativo. I modelli negativi mi sono sempre stati utili. Nel tempo ho visto tante persone che non volevo diventare e mi hanno aiutato enormemente a diventare un’altra cosa.

Ora che mi ci fai pensare, in questo primo anno di lavoro forse ho adottato il modello di Naomi, la mia editor a San Francisco. Lei è sempre super entusiasta del lavoro, ma ciò non toglie che lavoriamo i testi e le illustrazioni diecimila volte per arrivare alla perfezione e le sue mail sono zeppe di correzioni e richieste di cambiamenti da fare. Però spende sempre una parola per quello che le piace, con il suo caratteristico entusiasmo californiano, per cui alla fine dopo una mail di tre pagine, non percepisci solo che è tutto da rifare, ma anche che il lavoro le è piaciuto moltissimo.

A volte ho guardato Master Chef, con commenti imbarazzanti e spietati, tipo” avrei vergogna a dire di aver cucinato questo piatto”. Ti capita mai di dire a qualcun: questo libro fa schifo?

Non penso di averlo mai fatto. Ad alcune persone ho detto che a mio parere il loro lavoro era inadeguato a un mercato commerciale, ma questa io non l’ho mai intesa come una sentenza di morte.

È un’opinione ed è relativa all’adesso, non vuol dire che chi mi ha portato quel portfolio non combinerà mai nulla di buono. Però le persone che ti fanno vedere il loro lavoro spesso vogliono proprio sapere a che punto sono, ed è giusto dirglielo.
Se lo scopo è il professionismo, e ripeto se, perché se non lo è cambiano tutti i parametri, il mercato ha delle regole. Non mi soffermo nemmeno a dire se siano giuste o sbagliate, io le ho solo imparate e cerco di guidare le persone che vogliono seguire i miei passi perché arrivino dove vogliono.

Credo però che insultare qualcuno dicendogli che fa schifo non sia costruttivo ma un puro esercizio di egocentrismo e di presunzione. Confesso che non ho mai capito le finalità di Master Chef e di altri programmi sul genere, se sia solo giudicare aspiranti chef, o anche formarli, ma in ogni caso non mi piace la spettacolarizzazione che si fa dell’umiliazione. Soprattutto quando a farla è un presunto grande chef che poi inventa ricette con le patatine chips solo perché lo hanno pagato per farne pubblicità.

Illustrazione: Serge Bloch , da “Il nemico

Torniamo a noi: a te come autore, è successo? Se sì, ne hai tenuto conto? 

Che qualcuno mi dicesse che facevo schifo? Mi pare di no. Se è capitato non me ne ricordo. Non è stato facile arrivare dove sono, ma mi sembra di aver sempre incontrato persone abbastanza gentili.

Qualche volta incompetenti magari, qualche volta mi hanno dato con sincerità i consigli sbagliati, ma non mi ricordo nessuno che mi abbia mai insultato.
Ho ricevuto tanti no e con meraviglia di tanti, continuo a riceverne.

Beh, sì, un po’ mi meraviglia, l’idea che in molti hanno di te è che non sbagli un colpo!
Questo mi incoraggia molto nell’incassare i primi rifiuti che sto ricevendo come autrice.
Quindi, bisogna sempre tenere conto dei feedback degli editori?

Questa è una domanda che richiede una risposta complessa.
Ai miei corsi dico sempre che non bisogna prendere per oro colato qualsiasi cosa dicano del tuo lavoro. Ma quando sei all’inizio una delle cose difficili da capire è proprio fino a che punto accettare le critiche. Se non ne accetti, secondo me, non vai molto lontano.

Nel momento in cui pensi di condividere il tuo lavoro con qualcuno, per forza di cose, devi fare i conti con le opinioni e le visioni altrui. Al tempo stesso però, se ascolti i consigli di tutti rischi il cortocircuito.
L’editoria non è una scienza esatta: ognuno ha o crede di avere, la sua formula e per tendenza te la spaccia come unica per cui, ascoltando più voci il risultato è che non ci capisci nulla, perché ognuno dice il contrario degli altri.
Ciascuno deve trovare la sua strada, capire cosa vuole, dove vuole andare e fino a che punto si sente disponibile di seguire le richieste o i consigli altrui.

Il difetto principale degli editori, che confonde chi propone il proprio lavoro, è una visione sempre troppo auto-centrata, per cui quasi nessuno si ricorda di aggiungere “secondo me” quando commenta il tuo lavoro. Se dall’altra parte c’è una persona inesperta ovviamente prenderà il parere come un dato di fatto, un giudizio assoluto, cosa che non è quasi mai.

Ah, il magico potere del “secondo me”!
In questo senso, se un artista si accorge che un feedback è troppo duro, o generico, o sbagliato, tu cosa consigli?

Io consiglio sempre di segnare un confine molto netto, tra educazione e maleducazione.

Non bisogna mai accettare un giudizio palesemente offensivo. Spesso mi è capitato di illustratori che mi chiedono consigli per fronteggiare comportamenti anomali, perché non sanno come reagire. Si tratta perlopiù di comportamenti che non hanno a che vedere con la qualità del lavoro ma con la disponibilità dell’artista a lavorare gratis. C’è chi ti dice chiaramente: non sei nessuno, ti ho chiamato a fare un lavoro, dovresti ringraziarmi.

Aldilà della visione molto opportunistica, credo che la maleducazione sia fuori discussione.
Poi, se il giudizio è generico, forse non c’è interesse dall’altra parte a darne uno più accurato e, non si può obbligare qualcuno a farlo. Se è sbagliato e si sta già lavorando con qualcuno, penso si possa discutere. Se alla fine le visioni reciproche non combaciano si deve valutare la possibilità di lasciar perdere la collaborazione, oppure di accantonare il progetto per fare un’altra cosa.

Illustrazione: Sara Gavioli , da “Cornelius Holmes. il caso del barboncino dei Baskerville

La seconda parte di questa intervista
sarà online il 26 Febbraio.

Condividi su:
Continua a leggere
Asterisk Intervista a Roberto Santillo – Seconda Parte
05/02/2018 Morena Forza in Fumetto / No comments

Per quattro lunedì ospito le interviste di Mariapaola Pesce ad autori di spicco.
Iniziamo con una serie di interessanti domande al fumettista Roberto Santillo (classe 1962) che nel 1993 è divenuto direttore dell’Accademia Disney.

Questa è la seconda parte dell’intervista. La prima  si trova qui.

Buona lettura!

Fonte immagini: Labo Fumetto

A cura di Mariapaola Pesce

Dimmi una cosa, avevi o hai tutt’ora dei riferimenti per il tuo ruolo? Stili di leadership, personaggi che ne incarnano uno che ti piace? Ce n’è uno che invece tieni volontariamente lontano, perché non lo condividi? Valgono anche personaggi Disney, se ne hai!

Mi piacerebbe risponderti facendo riferimenti intriganti a prestigiosi “guru” del settore dai quali sono sicuro c’è tantissimo da imparare, ma l’occasione che mi dai di mettere in campo personaggi Disney, ammetto, è irresistibile.
Quindi, userò due film su tutti: Il libro della giungla e La spada nella roccia.
Si tratta dei miei preferiti da bambino, anche se allora non avevo minimamente idea che in età matura avrei riconosciuto e apprezzato profondamente il metodo di coaching di Baloo e Bagheera e la leadership straordinaria di Mago Merlino. Nel dettaglio: Bagheera è responsabilità e concretezza nel programmare azioni e risultati, unita ad empatia, intuito e capacità di relazione con specie diverse. Baloo, invece, lateral thinking e uso del cambio di prospettiva, capacità di sdrammatizzazione energizzante e… spirito di sacrificio nel momento chiave.
E poi c’è, Mago Merlino: il punto ideale di incontro tra leadership e coaching. Insomma, ti mostro come si fa, anzi lo facciamo insieme e ci prendiamo gli stessi rischi prova dopo prova. Ma devi crederci fino in fondo. Se scegli la strada più breve, e in fondo nella fattispecie preferisci fare lo scudiero, meglio per me andare alle Hawaii e ci vediamo ad Honolulu, caro mio!
Ci si potrebbe scrivere uno di quei saggi americani a tema, non credi? Sarebbe un blockbuster!

Facciamolo! Ne parliamo a parte, senza che ci ascoltino tutti, dai!
Ora voglio entrare nello specifico del tema feedback: nel tuo lavoro, prima come fumettista, poi come responsabile di progetti, ne avrai ricevuto parecchi. Qualcuno immagino ti sia piaciuto, per contenuto e forma, qualcuno invece meno…Ci racconti?

Da disegnatore purtroppo ho realizzato pochissime storie, di conseguenza ho avuto poche opportunità di ricevere feedback professionali con cui confrontarmi.
Ma il più importante che ricordo mi giunse da Romano Scarpa. Mi riferirono che a seguito della pubblicazione delle mie prime storie commentasse che “sembravo nato per disegnare Disney”.

Conoscendo la sua forte personalità non poteva essere un facile commento lusinghiero: mi era arrivato un nuovo “non mi tradire”, detto dall’artista italiano che più si era immedesimato nelle creazioni di Walt Disney durante la sua carriera di autore. A me suonò come se avesse voluto mandarmi un messaggio preciso chiedendomi lo stesso impegno e responsabilità nel diffondere la magia disneyana che aveva caratterizzato il suo lavoro.

Di contro ricordo che ricevetti, in occasione di una presentazione importante, una sferzata micidiale. Agli inizi della mia carriera, avevo lavorato a un nuovo progetto gestendo un gruppo di giovani talenti che per sei mesi avevano dato sé stessi per quel particolare lavoro. Il progetto aveva una valenza particolare per la Disney italiana in quanto intendeva creare una nuova serie di personaggi da lanciare a livello internazionale, non solo in ambito comics. Mi venne chiesto di presentare il tutto in prima persona a Parigi dove allora erano dislocati i nostri Headquarters europei: il loro benestare avrebbe dato il via libera alla condivisione in USA del lavoro. Era la prima volta che mi trovavo a illustrare un lavoro con un’implicazione strategica di quel livello.

In quell’occasione fui attaccato dal mio interlocutore dopo aver pronunciato le mie prime parole. La critica era in sintesi era una sola: tutto già visto, inutile proseguire il colloquio. Ricordo che ribattei che la sostanza che dava forza e originalità al lavoro era l’archetipo narrativo che avevamo costruito alla base di ogni personaggio. La forma, se mai davvero fosse apparsa da rivedere rispetto alle aspettative, era secondaria!
Lo scontro era impari, ma il mio argomento forte. Ero convinto di ciò che sostenevo.
Il progetto non venne accettato ma, paradossalmente, non venne neanche rifiutato. Così, infine, ottenemmo l’autorizzazione a mostrarlo in USA. Ma questa è un’altra storia.

Roberto Santillo allo stand Labo Fumetto durante l'edizione 2015 di Lucca Comics&Games

Caspita: non sei retrocesso, neanche di fronte ad una situazione difficile! Come dire: ok, il feedback è importante, ma ne uso quello che mi serve. Giusto! Come ti regoli tu, invece, quando è il momento di dare un tuo feedback, soprattutto se per caso ti trovi a doverne comunicare uno negativo, o se devi rinunciare ad un progetto a cui tieni per scelte di maggior impatto in azienda?

Ho imparato a non giungere a quel momento impreparato. Preferisco esaminare il lavoro per tempo prima di restituire un feedback. Devo elaborare, fare decantare il tutto, devo “maneggiare” il materiale creativo ricevuto, appenderlo, staccarlo, rifotocopiarlo, comporlo. Insomma assorbirlo. Bastano anche soltanto 24 ore.

Quel risultato è frutto di ciò che ho trasmesso nell’incontro precedente, ne sento quindi una parte di responsabilità.
E poi esistono i segnali nascosti, che non avrei previsto neanche con la sfera di cristallo e sono questi spesso la chance inaspettata per continuare nel modo migliore, veri e propri trampolini per rilanciare il dialogo tra art director e artista magari solo apparentemente tradito.
Spesso questi “indizi” li ho trovati semi nascosti a margini dei fogli, tra schizzi definiti come impresentabili, e si sono rivelati preziosissimi. Alla fine l’artista sentirà se hai capito, se lo hai capito, se lui ha capito. Per questo occorre prepararsi bene.

Imperativo gestire poi la frustrazione, o il troppo entusiasmo. Bisogna frenare la voglia di dare troppa voce alla propria aspettativa. Occorrono invece buoni occhi e buone antenne.
Se il feedback però sarà negativo dovrà essere efficace. Ed è bene partire dalle cause. Puoi non aver individuato la persona giusta. L’analisi della persona che hai fatto forse era superficiale, oppure viziata dalla tua fretta. Dovrai tenerne conto e forse rivedere con onestà la tua scelta. Oppure è accaduto di non aver saputo “catturare “in maniera piena l’artista, o nel caso, l’intero team. In tal caso devi rivedere quanto hai trasmesso e fare in modo che l’appuntamento col feedback negativo comporti l’occasione di una maggiore immersione.
Infine potrebbe essere mancato il senso di responsabilità dell’artista verso il progetto stesso. In tal caso è indispensabile indagare velocemente le cause. Occorre parlarne guardando quell’artista – o quel team – bene dentro e far leva su quanto egli è in grado di fare e non ha fatto per pura sottovalutazione dell’impegno richiesto. “You are more than what you have become”, così parla Mufasa nel film Il Re Leone. Molti artisti sono infatti molto più di quello che a volte i loro disegni ci dicono. In quei casi sta a noi ricordarglielo.

Una bella lezione di responsabilità del leader, questa!
Ora però ti metto un po’ in crisi, se no sono solo complimenti: immagina, per una volta, di occuparti di un progetto che non ti stimola, ma che in azienda sia ritenuto molto strategico. Come fai a mantenere per te e la tua squadra la giusta motivazione?

È una situazione complessa, difficile cambiare le proprie sensazioni a pelle.
La chiave può essere ricordare innanzitutto a sé stessi che, qualunque sia la natura del progetto, questo ci consentirà di parlare ad una vasta schiera di persone: il nostro pubblico.
Pubblico verso il quale personalmente continuo a nutrire grande rispetto e considerazione, non solo di stampo professionale. La diversità di pensiero, la mancanza di stimoli che possiamo avere non è necessariamente l’indicatore di un progetto carente di significati validi per un’ampia audience.
Difficile comunque che ci venga affidato un progetto che non abbia un pubblico di riferimento a cui attribuire sensibilità e sinceri interessi. A volte il risultato è sorprendente e le scoperte che si fanno stimolanti.
Da ciò direi che dedicare del tempo allo studio di un’audience particolare, per quanto lontana dalle nostre personali passioni, può diventare il presupposto più efficace per accostarsi ad un progetto, magari solo apparentemente, privo di attrattiva.

Per l’ultima domanda ti restituisco un feedback su di te di una terza persona: mi dice che lasci spazio a ciascuno, nello sviluppo dei progetti, coinvolgendo in maniera diretta, e sollecitando una partecipazione attiva da tutti. Ti riconosci?

Direi di sì, anche se continuo ad essere molto critico con me stesso, soprattutto quando mi accorgo di non aver dedicato abbastanza tempo o attenzione alla relazione con un determinato artista. Sono profondamente convinto che si possono ottenere risultati inaspettati in termini di storytelling se gli artisti, il team, i collaboratori coinvolti verranno messi nelle condizioni migliori fin dai primi momenti dello sviluppo di quel determinato progetto.
Ciò che in fondo rende possibile che la nostra orchestra per prima si senta tale, è sempre il desiderio di ricreare ogni volta da zero la magia della narrazione… Come fossimo tornati ad essere anche in quella nuova occasione i bambini che siamo stati.

Roberto, ti ringrazio di avermi permesso questa incursione nel tuo mondo, nel tuo lavoro, soprattutto nelle tue convinzioni profonde legate al tuo rapporto con i collaboratori.
Mi porto a casa un sacco di spunti, soprattutto la conferma di quanto le persone siano sorprendenti e quanto l’attenzione al linguaggio e la delicatezza nei rapporti umani sano la chiave del successo nella vita e nel lavoro!
Se poi ci mettiamo a scrivere quel blockbuster che proponevi, mi porto a casa anche un bel lavoro!

Condividi su:
Continua a leggere
Asterisk Intervista a Roberto Santillo – Prima Parte
29/01/2018 Morena Forza in Fumetto / No comments

Per tre lunedì a partire da oggi, ospiterò delle interviste di Mariapaola Pesce ad autori di spicco.
Iniziamo con una serie di interessanti domande al fumettista Roberto Santillo (classe 1962) che nel 1993 è divenuto direttore dell’Accademia Disney.

Per Expo Show 2015 ha curato insieme al suo staff, la mascotte Foody e la sua serie animata.
Buona lettura!

Fonte immagini: Labo Fumetto

A cura di Mariapaola Pesce

Buongiorno, Roberto!
Te lo confesso, ho preparato questa intervista in uno stato di strana sospensione. Sono cresciuta amando i fumetti ed i film Disney, ora li regalo a mio nipote e con mia sorella scambio dialoghi a memoria o canto vecchie melodie.
Per cui oggi, lo ammetto, fatico a rimanere sul pezzo, e a concentrarmi sulle mie curiosità legate al contesto in cui voglio muovermi.
Vedremo se la bambina avrà il sopravvento sul coach?

 Hai esordito come fumettista, e sei piaciuto a due grandi del fumetto Disney italiano, tanto che proprio con Accademia Disney hai avuto il tuo battesimo. Sembra una storia un po’ da favola… E’ così?

Quei due grandi autori a cui fai riferimento erano Romano Scarpa e Giovanbattista Carpi.
In realtà non fu un grande exploit, il mio. A ragione direi, dato che il “portfolio” che mostrai era costituito da un unico e totalmente immaturo disegno! Una vera incoscienza da parte mia presentarmi così. Carpi trovò lo stesso utile indagare le mie intenzioni fino a trovare il modo di rilanciare quell’occasione che in quegli istanti pensavo fosse ormai tragicamente persa. Non si soffermò più di tanto ad analizzare quanto avevo disegnato, o forse non lo diede a vedere, iniziò piuttosto a scavare nelle motivazioni personali fino a “ripescarmi” malgrado l’approccio artistico che avevo mostrato fosse stato ben poca cosa. In pratica mi regalò la sua prima lezione di feedback tra art director e artista: quando incontri per la prima volta un artista, il suo lavoro è solo la chiave per parlare con lui di lui, non “l’oggetto” da giudicare.

La volta successiva, ben carrozzato da decine di disegni, mi presentai per un giudizio finale. Lui chiuse il colloquio positivamente dicendo: “Beh, allora ti aspetto. Non mi tradire”. Seconda lezione: quando dai il primo feedback positivo crea anche una responsabilità in chi lo riceve. Non male come protocollo per un giovane apprendista stregone, no?

No, non male! Nel giro di soli 5 anni, se non ricordo male, sei passato a dirigere la stessa accademia che ti ha visto come studente… Io non ho mai desiderato tornare ad insegnare nel mio vecchio liceo. In pratica sei passato da artista a manager, in qualche modo.
Com’è stato? Te lo aspettavi così, quando eri studente?

Non mi aspettavo niente del genere.
Ricordo solo che negli anni da freelance cercai di fare più esperienze possibili in ambito Disney; diventai forse il meno prolifico tra i nuovi autori in termini di storie a fumetti ma probabilmente uno tra i più poliedrici. Mi sembrava occorresse una preparazione smisurata per gestire anche minimamente questi Personaggi straordinari che, a mio sentire, erano cittadini di un immaginario collettivo nell’ intero pianeta. Temevo di non avere abbastanza tempo per recuperare il gap che sentivo tra l’occasione che mi era stata data e le mie capacità reali. Occorreva studiare, studiare e studiare ciò che aveva reso questi Personaggi, unici.
Mi sentivo profondamente impreparato e forse inadeguato. Quando successivamente mi fu chiesto di condurre l’Accademia Disney, pensai che fosse l’occasione concreta e inaspettata per immergermi, da ricercatore, nell’Universo Disney così come speravo. Insegnare equivaleva a mettersi costantemente in gioco, quindi a non smettere di imparare. Di contro fu un po’ come aver scelto il percorso da direttore d’orchestra, insomma, rinunciare ad essere un possibile autore. Ma ero attratto profondamente dall’ incontrare energie provenienti e il territorio creativo che la Disney mi offriva da esplorare era davvero smisurato.

Immagino che nel tuo lavoro tu abbia a che fare collaboratori fissi, interni in azienda, una gran quantità di consulenti e creativi esterni.
Sei tu che ne coordini il lavoro, per un obiettivo comune.
Come riesci a conciliare le due realtà diverse, soprattutto avendo a che fare con teste vivaci, appassionate come possono essere quelle di artisti che già di per sé sono degli outsider?

Esatto, sì, questa è la mia realtà attuale.
Concluso un lungo periodo dedicato alla formazione e progettazione in paesi come Cina, Corea del Sud, Giappone, sono passato allo sviluppo di nuove properties ed alla realizzazione di comics e graphic novel basate sulle creazioni degli Animation Studios, dalla Pixar e dalla Lucas Film. Un contesto di stampo più produttivo, fatto di scadenze e passaggi obbligati che sicuramente ben conosci, provenendo dal mondo aziendale!
E’ difficile parlare di un metodo di coordinamento ben preciso ma è vero che entrano in gioco dei capisaldi fondamentali ricorrenti nella relazione con gli artisti.
Portfolio a parte, occorre indagare il carattere, il temperamento, l’attitudine verso il lavoro di gruppo della persona scelta. Al tempo stesso, non forzare niente che non sia già insito in quel temperamento, piuttosto gestire la relazione con l’artista perché gli sia palese l’opportunità di crescita del proprio profilo artistico e personale.
Naturalmente occorre indagare cosa equivalga al termine “crescita” per quel singolo talento, e non dare per scontato che sia ciò che abbiamo da offrirgli solo perché marchiato Walt Disney!

Anche se in effetti, essere in un progetto Disney, penso sia di per sé un fattore di soddisfazione!

Ma non basta! Un altro fattore chiave trovo che sia il che coinvolgimento della persona avvenga nella fase iniziale del progetto, in quella sorta di fase “staminale” che è presente in ogni lavoro. Se, per forza di cose, il coinvolgimento avviene in una fase successiva, faccio di solito di tutto per ripercorrere ogni momento chiave precedente lasciando che l’artista diventi comunque uno “sponsor emozionale” del progetto.
Questa fase può indurre la preoccupazione di un allungamento non previsto dei tempi. In realtà, per esperienza spesso fa la differenza tra cogliere il potenziale che l’artista è in grado di esprimere o incappare in una performance sotto le aspettative.

La gestione del tempo, la progettazione accurate! Un sogno, spesso, nella vita aziendale in cui si vive di emergenze e programmazioni da un giorno all’altro.
Io, per esempio, ho vissuto per anni tra conference call e riunioni. Ne ricordo di estenuanti, che servivano solo a fissare i criteri di riunioni successive, in cui si decideva come definire gli ambiti di un possibile progetto… e via così. Come team coach ho ancora i brividi! Come funzionano le tue riunioni?

“Ci aggiorniamo”. Eccola, puntuale, la frase mistica dalle implicazioni pratiche misteriose, a conclusione della riunione tipo! Scherzi a parte, il tema delle riunioni, come sappiamo bene, è da sempre oggetto di ragionamenti e aggiornamenti metodologici focalizzati a migliorare la loro efficacia. Difficile produrre e gestire la riunione ideale. Certamente esistono profonde differenze tra riunioni organizzate esclusivamente con partecipanti artisti/sceneggiatori e quelle circoscritte ai soli manager interni. In entrambi i casi a mio parere, comunque, è fondamentale la presenza di una figura chiave, una sorta di nocchiero capace d’ essere ad un tempo leader e facilitator, dotato di grande capacità di ascolto, di rilancio e di sintesi.
Nella mia esperienza, la situazione più complessa è quando mi trovo a gestire la riunione in cui è necessario si incontrino così detti creativi “puri” con componenti del management interno. In quei casi, solitamente, a salvare il tutto è il ruolo dell’“interprete” tra i due mondi, intento a ristrutturare il pensiero di una delle due parti al fine di renderlo efficace all’altra.
Può sembrare macchinoso ma equivale semplicemente a tradurre affermazioni tipo: “non è quello che avevamo chiesto” in “sembra ci sia ancora spazio per andare oltre” e “questa sì che è un’immagine molto bella” in “questa immagine funziona più della precedente”. Meglio ancora se a ciò segue una spiegazione costruttiva del ragionamento che ha portato a quel feedback.
Il linguaggio è importante e va adattato di volta in volta tenendo conto, ad esempio, della fase che sta attraversando il progetto stesso. Durante lo stadio d’incubazione è necessario che la comunicazione alimenti il più possibile l’immaginario positivo dell’assemblea, mentre in una fase di finalizzazione occorre che il lavoro di parafrasi sia accurato e opportunamente selettivo dei contenuti.

La seconda parte dell’intervista sarà online il prossimo 5 febbraio!

 

Roberto Santillo ci racconterà cosa significa essere direttore dell’Accademia Disney, quali sono i suoi modelli di riferimento e come ha gestito alcuni responsi negativi quando era un fumettista agli esordi.

Condividi su:
Continua a leggere
Asterisk Come proporsi ad un agente: i dieci consigli di Anna Goodson
16/03/2017 Morena Forza in Guide e Tutorial / one comment
Quante regole!

Il piglio di Anna Goodson potrà apparire duro e lapidario, ma dopo qualche anno da illustratrice per professione capisco bene le linee guida che ha stilato per spiegare come contattare un agente (e soprattutto come non farlo).

Spesso, infatti, ci dimentichiamo che dall’altra parte dello schermo sarà una persona a leggere la nostra email, soppesarla, a visionare il materiale che abbiamo inviato. E non dovrebbe succedere, sia per rispetto del suo tempo, sia perché va contro i nostri stessi interessi.

Una voce autorevole

Anna Goodson, fondatrice della Anna Goodson Illustration, lavora da più di vent’anni nel mercato dell’illustrazione e spesso dona spunti molto interessanti nei suoi post.

Per questo motivo ho deciso di tradurre per i miei studenti questi 20 punti e di condividerli anche sul blog. Scusate le eventuali imprecisioni linguistiche e alcuni tagli, ma non sono una traduttrice e ho deciso di abbreviare un po’ ;-)
Trovate qui l’articolo originale.

Dieci cose da fare per approcciarsi a un’agenzia
Marta Antelo, illustratrice rappresentata da Anna Goodson
  1. Fate una ricerca sull’agenzia. Sappiate perché volete fare parte di quell’agenzia.
  2. Spedite un’email molto educata indirizzata a una persona in particolare.
  3. Mantenete l’email breve e gradevole. Personalmente impiego dai 10 ai 20 secondi per le email che ricevo su richieste inerenti l’essere rappresentati.
    Non leggo email lunghe e curriculum, per me non sono importanti. Lo sono i lavori.
  4. Cinque o sei immagini a bassa risoluzione mi bastano per una prima occhiata. Se non sono sicura o voglio vederne altre, mi piace passare a un sito semplice, efficiente e ben costruito. Molti sono gratis oggigiorno o poco costosi, suggerisco a tutti di averne uno.
  5. Decidetevi! Se lavorate con diversi stili, sedetevi, bevete qualcosa, guardate i vostri lavori e prendete una decisione su quale stile volete per essere conosciuti. Mi piace assumere illustratori che hanno uno stile riconoscibile che è solo il loro. Anche se potreste essere in grado di lavorare con un po’ di diversi stili, cercate di concentrarvi su uno solo e rendetelo eccezionale.
  6. Mi piace abbastanza sapere per chi avete lavorato. La mia decisione non è basata su quello, ma sarei una bugiarda se non dicessi che potrebbe avere la sua influenza.
  7. Adulatemi. Ciò che intendo dire è che ho una preferenza per gli illustratori che davvero vogliono essere rappresentati da me. Fatemi vedere che avete fatto le vostre ricerche, che conoscete la mia agenzia, che sapete che i vostri lavori sarebbero adatti.
  8. Non abbiate timore di chiedere ulteriori comunicazioni sulle email che avete inviato. Non fatevi intimidire da nessuno, inclusa me o altri agenti. Siamo tutti esseri umani con i nostri punti di forza e le nostre debolezze. La maggior parte di noi agenti sono persone carine. Ho la massima ammirazione per gli illustratori che seguo.
  9. Accettate la critica costruttiva se avete la fortuna di riceverne. Solitamente gli agenti rispondono solo se sono interessati a collaborare con voi, ma se ricevete un feedback che sembra una critica, accettatelo e imparate da ciò che vi viene detto. Vi farà migliorare e vi renderà più forti.
  10. Seguite il vostro cuore e non arrendetevi. Niente è facile nella vita, ma se seguite alcuni di questi semplici punti, potrebbe aiutare.
Dieci cose da evitare assolutamente
hugo-herrera
  1. Quando inviate un’email non scrivete mai “A chi di competenza”. E’ insultante.
    Se non sapete come si chiama l’agente, cercate di scoprirlo prima di contattarlo.
  2. Non scrivete mai “Dear Sir o Madame”. E’ lo stesso.
  3. Non siamo amici. Forse lavorando insieme lo diventeremo, ma nella prima email non mi conoscete e di sicuro io non conosco voi quindi non vi rivolgete mai a un agente scrivendo “Caro amico” o “Hey ciao come stai”, non è professionale.
  4. Mai e poi mai, in nessun caso, dovreste spedire a un agente un’email in CC (copia nascosta ndr) con altri agenti come destinatari. Se non avete tempo o non vi prendete il tempo di spedire email separatamente, non vi meritate di essere rappresentati.
  5. Non inviate un’email lunga o non la leggerà nessuno.
  6. Assicuratevi di scrivere il nome dell’agente correttamente.
  7. Personalmente non apro mai file .zip quindi meglio non inviarne. Un agente non ha bisogno di vedere molte immagini per capire se è interessato oppure no.
  8. Non mi piace molto vedere i vostri lavori su Facebook, Instagram o Pinterest. Fatevi un sito!
  9. Non prendete un rifiuto sul personale.
  10. Accettate il fatto che non sarà facile.
Il punto di vista di un’illustratrice

So che leggere tutti questi “fate” e “non fate” in quei due lunghi elenchi può incutere timore, ma se ci riflettete bene non si tratta che di semplici regole di buon senso ed educazione.

Altri accorgimenti vengono spontanei col tempo, ma quelli forniti da Anna Goodson mi sembrano ottimi punti di partenza.

Un agente non è il nostro migliore amico, è un collaboratore. Si lavora insieme, si cercano soluzioni nell’interesse di entrambi. Per questo motivo il rispetto deve essere alla base di un rapporto che deve sempre rimanere professionale da parte di ambo le parti. E deve esserci fin dalla prima email, che rappresenta l’equivalente digitale del nostro biglietto da visita. Lo tireremmo mai in faccia a qualcuno? O li tireremmo mai tutti insieme come il granturco ai piccioni in piazza Duomo? Ecco cosa intendevo, quando mi riferivo al semplice buon senso! :-)

Si può dire poi, che a grandi linee le regole riportate nell’elenco che ho tradotto dall’articolo della Goodson, siano applicabili anche all’interno di un altro contesto: quello in cui ci si propone a dei clienti, editori in primis.
Quindi, facciamone tesoro più che possiamo!

Abbiamo visto come proporsi ad un agente: ma quando e come sceglierlo? (Si avete letto bene: anche noi scegliamo chi contattare!)
Lo vedremo il prossimo venerdì.
Stay tuned. :-)

Illustrazioni di Marta Antelo e Hugo Herrera: 1|2|

Condividi su:
Continua a leggere
Asterisk 10 cose che ho imparato rendendo il mio hobby un lavoro
18/04/2016 Morena Forza in Professione Disegno / 8 responses

Da consigli un po’ scontati e motivazionali come “Devi crederci” al disfattismo puro di certe frasi come “Non può essere un lavoro vero”, tutti hanno qualcosa da dirti quando vuoi tentare l’intentabile: provare a trasformare ciò che più ami in un impiego a tempo pieno.
Invece, molte sono le cose che scopri quando inizi una vera e propria attività come disegnatore, ma quasi nessuno ti racconta certi dietro le quinte.
Ecco cos’ho imparato io fino ad ora. (Tutte le illustrazioni sono di Chi Birmingham)

 

pencil_birmingham

  1. Partiamo dal segreto più inconfessabile, che alcuni arrivano perfino a negare: è probabile che all’inizio si debba fare un altro lavoro, per avviare l’attività di disegnatore. Può trattarsi di  un impiego del tutto estraneo al disegno, come preparare piadine, o vendere gelati, oppure consistere in un lavoro più creativo: grafica o art direction, per esempio.
    E non c’è niente di male, perché lo si fa per supportare il proprio sogno, facendolo diventare un vero e proprio progetto di vita.
  2. Non ci si sente mai pronti al cento per cento per cominciare.
    Nell’immaginario comune ed ideale, un bel giorno le nuvole si aprono nel cielo, una luce dorata ti illumina, senti il suono delle fanfare: “SEI PRONTO!”
    Invece, come spesso accade nella vita, i cambiamenti sono graduali e le scelte avvengono perché si tenta di fare qualcosa. Ed in effetti, pensandoci bene, qualunque inizio è sempre un passo nel vuoto. Avviare un’attività professionale, poi, è sempre un esperimento: nessuno ti dà la garanzia che funzionerà.
    Le capacità tecniche nel disegno devono essere decisamente avanzate, ma c’è una serie di abilità che si acquisiscono solo sul campo, lavorando.
    Viviamo in un’epoca iper-scolarizzata e forse per questo abbiamo l’ansia di dover sapere tutto subito, prima di fare qualcosa. Ma non è sempre possibile: a volte bisogna solo buttarsi per cominciare ad imparare, facendo.
  3. Per essere disegnatore professionista, non occorre “sfondare”.mug_birmingham
    Il mito della fama deriva un po’ dalla cultura televisiva in cui ci hanno fatto il bagnetto fin da bambini. Per noi nati fra gli anni Settanta ed i primi Duemila, infatti, è molto facile abbandonarsi a fantasticherie grandiose sull’essere invitati a grandi kermesse, dormire in hotel di lusso e passare la vita a firmare dediche ai saloni. Certo, è possibile, altrimenti fumettisti ed illustratori celebri e super incensati non esisterebbero, ma non è l’unico modo per essere disegnatori professionisti. Ci sono centinaia di illustratori e fumettisti che lavorano regolarmente senza apparire in eventi di rilievo. Disegnano dietro retribuzione (anche dignitosa!) e a volte perfino nell’anonimato. E ci si mantengono comunque.
    Questo è vero anche per altri lavori di stampo artistico che vengono spesso impropriamente associati alla celebrità: scenografi, musicisti, attori, cantanti, fotografi…
  4. Alcuni editori, famosi e corteggiati dagli illustratori e dai fumettisti, in realtà pagano una miseria.
    Nonostante si diano molte arie, alcuni prospettano compensi ridicoli, non si sa bene in cambio di cosa. Prestigio? Forse. Non l’ho ancora scoperto, per ora, ma tutto sommato forse non intendo neppure farlo.
  5. Anche il disegno è un’attività professionale regolarmente inquadrata in ambito fiscale. E’ un lavoro vero.
    Siamo d’accordo, disegnare è meraviglioso, altrimenti non staremmo qui a parlarne. Ma molti dimenticano che un mestiere di stampo artistico è pur sempre un lavoro come un altro. Per lo Stato stiamo producendo servizi e ricevendo una retribuzione. Siamo perciò ufficialmente collocati all’interno del mercato del lavoroPer questo rimane sempre nostro compito informarci su diritti e doveri che acquisiamo iniziando un’attività di disegnatori freelance. Esistono buoni commercialisti e centri CAF presso cui informarsi.
    Meglio invece lasciar perdere il metodo MioCuggino: “Ho sentito dire che…”, perché in Italia cambia tutto con ogni nuova finanziaria. E lo so che sono argomenti noiosi, ma meglio occuparsene seriamente prima per non pentirsene in un secondo, amarissimo, momento.
  6. Si è soli, in studio, ma non si lavora davvero da soli.ink_birmingham
    Se è vero che lavorare in proprio significa gestire orari e spazi con una certa libertà, questa deve essere compatibile con i ritmi lavorativi, che sono dati anche dal cliente o dalle persone con cui si collabora. Ci sono tavole che diventano una sorta di lavoro di gruppo; si ricevono osservazioni e modifiche anche da più di una persona per volta e quindi alla fin fine si lavora in squadra, anche dal proprio piccolo studio. All’inizio è difficile mettere da parte l’ego, ma col tempo si diventa meno gelosi dei propri disegni, ed è un toccasana. Si impara tanto.
    Inoltre, i ritmi di vita tipici dell’artista (che lavora di notte e dorme di giorno) devono spesso essere ridimensionati: a meno che non si lavori con un gruppo di persone che vivono oltreoceano, e si possa quindi contare sul fuso orario, la maggior parte delle redazioni, delle agenzie e degli studi con cui si collabora fanno orari d’ufficio.
  7. Vincere concorsi è piacevole, ma meglio non focalizzarcisi troppo. 
    Diciamocelo, partecipare è stimolante, vincere è una botta di adrenalina ed autocompiacimento. Male non fa. Ma non è il caso di “sentirsi sistemati”: il mito del “vincere un concorso e garantirsi una brillante carriera” è duro da sfatare. Mito fra l’altro molto legato al punto 3 di questa lista.
  8. Non ci sono solo i libri e i fumetti.books_birmingham
    In Italia siamo letteralmente ossessionati dai libri illustrati. Ma, per fortuna, il disegno si applica a molti altri tipi di commissione. Pubblicità, app, prodotti tessili, packaging, prodotti di cartoleria… la lista è lunga. Non solo, ma molti disegnatori mantengono la sana abitudine di trattare clienti privati. Vogliono bigliettini, magliette personalizzate, partecipazioni di nozze, cartoline per le festività e per i sacramenti, e costituiscono una fonte di onesto guadagno. A volte hanno anche molto più rispetto di quanto si possa pensare. Ho imparato a non snobbarli.
  9. Trovare tempo per disegnare in libertà diventa difficile.
    Questa è stata una delle lezioni più dure: quando si disegna tanto per commissioni, non rimane molta energia per pensare a idee proprie. Eppure bisogna sforzarsi di farlo, per non perdere il contatto col proprio universo artistico. In definitiva, trovare un equilibrio è molto impegnativo e non sempre possibile; almeno non in alcuni concitati periodi.
  10. Non esiste un punto di arrivo, quindi tanto vale godersi il viaggio.
    Quella del disegnatore è una professione che potenzialmente promette una crescita infinita. Si è migliorabili sempre, per tutta la vita e non esistono traguardi definitivi. E’ una delle ragioni per cui amo più questo lavoro e non rimpiango la mia scelta. C’è sempre possibilità di evolversi, di conoscersi, di mettersi alla prova e di sviluppare nuove ambizioni, progettare sfide sempre nuove.
    Non c’è limite alla crescita artistica che si può sperimentare impegnandosi con costanza e tenacia. Quella che oggi sembra la tavola perfetta, domani sembrerà acerba ed ingenua: non c’è uno solo dei miei libri o dei miei altri progetti, che guardo e non cambierei da capo o quasi. Ma
    è un buon segno, sempre, perché significa che c’è crescita, che la testa continua a funzionare e il lato artistico e professionale a maturare.

 

 

Condividi su:
Continua a leggere
Asterisk “Casa Casina”: intervista a Manuela Mapelli
15/12/2015 Morena Forza in Illustrati / one comment

Ho conosciuto Manuela Mapelli qualche anno fa durante un workshop e mi ricordavo della sua bravura, di quanto il suo mondo e le sue idee fossero racchiusi nei suoi disegni; così, quando ho saputo che aveva pubblicato un bel libro con una casa editrice che mi piace moltissimo, l’ho contattata e abbiamo chiacchierato un po’ sui dietro le quinte di “Casa casina” il suo primo libro da autrice!

E’ un libro delicato, fresco, pieno di riflessioni per grandi e piccini. Il tema è la casa; una casa che può avere tante forme, oppure… nessuna, quando non è un luogo fisico ma uno stato d’animo.

la cover di "Casa Casina" Edizioni Corsare 2015
Casa Casina” Edizioni Corsare 2015

Prima di lasciarvi all’intervista, vi consiglio di dare un’occhiata al booktrailer davvero fantastico realizzato dai talentuosi ragazzi di RataVöloira. E’ un sogno ad occhi aperti!

Ciao Manuela, raccontami com’è nata l’idea di “Casa casina”.

Ciao Morena, in un pomeriggio di giugno, per caso, mi sono saltate in mente alcune rime che poi hanno composto la prima filastrocca che si può leggere nel libro.
Poi ci ho riflettuto un attimo e mi sono resa conto che sul tema “casa” di filastrocche avrei potuto scriverne tante… un’intera serie; mi sono fatta un po’ guidare dal mio istinto e dal bisogno di scrivere e comunicare.
A dire il vero non avrei mai pensato che mi pubblicassero anche come autrice, finché non è successo!

Casa Casina Edizioni Corsare

Casa Casina Edizioni Corsare

Quando hai capito che la tua idea poteva essere un progetto libro?

Ho capito che avrei potuto raccogliere le mie poesie in un vero e proprio progetto libro quando mi sono accorta che la risposta di bambini e adulti all’ascolto era positiva.

Lavoro da tanti anni nel sociale e spesso sperimento laboratori e letture offrendo incontri gratuiti. In questa prima fase ho capito anche che il tema “Casa” è molto sentito in questo periodo storico, anche dai bambini.

Che tecnica hai usato per le illustrazioni?

Ho creato una trentina di timbri incidendo e ritagliando fogli di Adigraf. Poi ho inchiostrato e stampato le case-timbro su fogli bianchi, ho scansionato il tutto e colorato alcune parti in digitale.

Edizioni Corsare Casa Casina

 

Quanto tempo è passato per la sua lavorazione, tra la presentazione a Edizioni Corsare alla Children’s book fair di Bologna e la sua pubblicazione?

Ho presentato il progetto a Edizioni Corsare durante la fiera di Bologna 2015 e il libro è arrivato nelle librerie nel mese di Novembre.

Qual è la cosa che ti è rimasta più impressa durante la lavorazione di Casa Casina?

Di sicuro la parte più interessante e divertente è stata la fase di ricerca/sperimentazione legata alla realizzazione dei timbri.

Casa Casina Edizioni Corsare

Quanto c’è del tuo vissuto nell’impronta che hai dato a questo libro?

Credo che nel libro ci sia molto del mio vissuto ma ancora di più del vissuto di bimbi e famiglie che ho incontrato durante la realizzazione del libro e che mi hanno aiutato a riflettere sul tema della casa e del diritto alla casa.

Bambini sotto sfratto, anche molto piccoli che con estrema semplicità mi hanno raccontato quanto è importante per crescere avere un tetto sopra la testa, spiegandomi che la casa non è fatta solo dalle mura che la compongono. La casa è soprattutto riparo, affetto, protezione.

Proprio l’altro giorno durante una presentazione un bambino mi ha fatto notare che una casa, vuota, senza persone non si può definire una vera e propria casa…ma solo un edificio.

Casa Casina Edizioni Corsare

A chi consigli “Casa casina”?

A grandi e bambini senza distinzione!

Manuela Mapelli è nata a Milano ma da una decina di anni vive a Cesena.
Si è diplomata al liceo artistico e ha proseguito gli studi in Accademia per diventare scenografa. Al terzo anno ha abbandonato l’Accademia e Milano per frequentare un corso di formazione per burattinai a Cervia.
Dopo due anni molto intensi di studi sul teatro di figura ha iniziato a lavorare come burattinaia in giro per l’Italia. Con l’arrivo del suo bambino si è fermata, buttandosi poi nel mondo dell’illustrazione e dell’editoria.

La pagina Facebook di Manuela

Una piccola nota:

Making an impression
Se siete curiosi di provare il disegno con i timbri, vi consiglio un libro davvero meraviglioso che ho acquistato l’anno scorso. Eccolo qui. E’ in inglese, corredato da fotografie dettagliatissime e piccoli grandi spunti di ispirazione.

Condividi su:
Continua a leggere
Asterisk Intervista a Damiano Bellino, illustratore e insegnante
04/04/2015 Morena Forza in Illustrazione / No comments

Io e Damiano Bellino, illustratore e insegnante di illustrazione, ci siamo conosciuti in occasione della Bologna Children Book Fair qualche giorno fa.
Dal momento che Damiano ha aperto una scuola di illustrazione ho voluto curiosare sul perché e sul come di un doppio mestiere molto affascinante. Buona lettura!

 

Ciao Damiano, mi racconti da quanto tempo ti occupi di illustrazione e a
cosa hai lavorato?

Ho iniziato nel 1998, terminato il Liceo Artistico e ricordo ancora bene la prima volta che
misi piede alla Fiera del Libro di Bologna: avevo uno zaino enorme sulle spalle e tenevo
stretta sotto il braccio una tela ad acrilico, “professionalmente” avvolta in un foglio di
giornale! Fortunatamente, in quella Fiera incontrai un illustratore che segnò la mia
formazione e che ricordo ancora con molto affetto, Arcadio Lobato, a cui devo molte delle
cose che ho imparato sia nel campo dell’illustrazione che dell’insegnamento.
Capii col tempo che, se volevo fare bene questo mestiere, avrei dovuto imparare molte
cose: disegnare bene era soltanto una di queste.

Ebbi lʼoccasione di capire molti aspetti della professione lavorando.
Il primo progetto serio mi fu commissionato dal Consiglio Regionale del Veneto, la cui
richiesta era quella di realizzare un libro illustrato destinato alle scuole. Ne uscì un
cofanetto contenente tre volumi illustrati di cui curai tutto: testi, illustrazioni e grafica e che
venne poi pubblicato da Kite Edizioni. Grazie a quel progetto ebbi l’occasione di conoscere
molti aspetti tecnici del mestiere: come eseguire la stesura del testo, come eseguire le
illustrazioni tenendo conto della tempistica da rispettare, come impaginare graficamente
un libro, cosʼè un briefing con lʼequipe di lavoro, nonché che cosa significa visionare
lʼavviamento della stampa in una tipografia.
Fu grazie a quel progetto che seguirono le collaborazioni con Lapis, Coccole Books e
alcune riviste, per terminare con la pubblicazione di un mio racconto dall’altra parte del
mondo, a Taiwan, grazie a Grimm Press Publishing.


Quando hai deciso che l’illustrazione sarebbe stata la tua strada?

Beh, disegnare e dipingere erano già una passione quandʼero piccolo, poi i problemi
arrivano quando cresci e devi fare delle scelte.
Dopo il Liceo Artistico, si faceva più concreto il desiderio di diventare un illustratore
professionista, ma la strada da percorrere era totalmente avvolta nella nebbia.
La vera decisione, molto più cosciente, avvenne poco dopo la laurea, quando mi ritrovai di
fronte ad una scelta difficile: se tenermi stretto un contratto a tempo indeterminato come
educatore oppure intraprendere la strada ben più incerta e precaria verso il mestiere di
illustratore.
Lʼho vissuta come un vero e proprio salto nel buio, anche perché allʼepoca avevo da poco
trovato una casa in affitto e dovevo pagare le bollette.
Non fu certamente una cosa semplice, ma di certo fu molto formativa.

Com’è nata l’idea di aprire una scuola?

Credo che questa idea possa essere nata quando, da bambino, ascoltavo i discorsi che
mio padre e mio zio facevano sugli artisti, su Leonardo da Vinci e sulle botteghe del
Rinascimento.
Gli stessi argomenti che più tardi sentii raccontare da Arcadio Lobato e che ebbi poi modo
di approfondire alla facoltà di Scienze della Formazione (facoltà universitaria in cui, ci
tengo a precisare, capitai dopo aver frequentato una settimana ad Ingegneria
Informatica…)
Allʼuniversità, quindi, ho avuto lʼopportunità di studiare materie che si sono rivelate
preziose per il mio lavoro, sia di autore che di insegnante: pedagogia, psicologia
dellʼapprendimento, didattica, storia della scuola, percezione visiva, letteratura infantile…
Tutto questo mi ha permesso di costruire unʼidea di scuola dedicata alla formazione di un
illustratore. Gli studi teorici e lʼesperienza pratica di corsi rivolti a varie fasce dʼetà, dai
bambini agli anziani, mi hanno permesso di definire un metodo di insegnamento
soggettivo, che tenga conto dellʼallievo stesso. Eʼ una didattica che parte dal presupposto
che ogni allievo è diverso e che è quindi fondamentale valutare inizialmente quali sono le
abilità da rinforzare e quali le lacune da colmare: lʼunico modo affinché un potenziale
illustratore possa far maturare un proprio stile personale.
Il primo sintomo evidente di
questo tipo di didattica è che ogni allievo sviluppa un proprio modo di disegnare e di
illustrare e si limita di molto lʼimprinting troppo marcato da parte del maestro, quando cioè
gli allievi adottano uno stile che è la copia quasi fedele del loro insegnante. Questo è un
aspetto che spesso si rivela nocivo.

Quale tipo di corsi preferisci portare nel programma della tua offerta
formativa?

I corsi che a mio avviso sono indispensabili per la formazione di un professionista delle arti
visive, sono i corsi di disegno dal vero. Per questo motivo dedico molto spazio
allʼinsegnamento dello studio della realtà allʼinterno dei miei corsi di illustrazione.
Daqualche mese sono partite anche le sessioni di disegno dal vero con la modella e adesso,
con l’arrivo della bella stagione, ci prepariamo per le lezioni “en plein air” dove si disegna e
dipinge ad acquerello nel verde dei parchi o tra i palazzi storici di qualche città.

Cosa ritieni più bello nel mestiere di illustratore?

Beh, credo che la cosa più bella sia immaginare.
Questo mestiere mi da la possibilità di fantasticare sulle cose che mi stanno intorno.
Il fatto di inventare storie e personaggi sia con la scrittura che con i disegni, mi permette di
puntare lo sguardo su quegli aspetti della vita reale per me più curiosi e interessanti.
Guardare la vita poi, sotto la lente dellʼironia e della poesia, è la cosa che mi piace fare di
più.

E cosa vedi più difficile nell’illustrare per lavoro?

Le cose difficili, come in tutte le cose della vita, sono varie.
Una delle cose più difficili per me, è stato (e a volte lo è ancora…) conciliare la poesia con
la fretta
. Due elementi completamente opposti.
Per avere uno sguardo poetico o ironico sul mondo serve lentezza: la velocità a cui ci
chiedono di andare non è una velocità che può permetterci di meditare o ragionare
efficacemente sulle cose.
Lʼesperienza mi ha portato a capire come essere veloce nellʼesecuzione delle illustrazioni
e dei testi, senza rovinare quellʼaspetto meditativo che fa parte del mestiere di chi gioca
con le emozioni. Non è stato facile, e non credo di potermi definire ancora un esperto.
Il mercato ha fretta di offrire al pubblico delle emozioni: è un rompicapo con cui fare i conti.
E credo che ognuno trovi una sua strategia, in base a ciò che è e a ciò che sa fare.

 

Ci vediamo a Padova alla Scuola di Illustrazione di Damiano Bellino per parlare di committenza, di termini specifici legati al mestiere, di come funziona una commissione, di come si affrontano modifiche e proposte da parte di un cliente e delle situazioni che si possono vivere da illustratore professionista.
Dietro le quinte di una commissione editoriale o pubblicitaria.
Dal portfolio alla gestione della committenza, passando per il proprio stile e la propria crescita stilistica.
Simulazione di un brief da parte di un committente, modifiche comprese.

Con Damiano abbiamo pensato ad un breve incontro e workshop di un giorno a Noventa Padovana il prossimo 19 aprile.
Parleremo di commissione, storyboard e gestione del cliente.
Se siete curiosi, contattatelo a: damianobellinoscuola@gmail.com

 

Condividi su:
Continua a leggere
Asterisk Davide Calì intervista Nicolas Gouny, l’illustratore “tardivo”
15/10/2014 Morena Forza in Illustrazione / 5 responses
Davide Cali
Nicolas Gouny: l’illustratore tardivo
Ho sempre pensato che l’illustrazione, come del resto il fumetto, fosse un mestiere da intraprendere da giovani.
Diversamente dalla scrittura, che spesso convive con altri mestieri e che altrettanto spesso le persone scoprono anche tardi nella vita, il mestiere del disegnatore richiede una dedizione totale e una preparazione tale, che mi è sempre sembrato un qualcosa di impossibile da cominciare dopo aver già fatto altre cose. Perlopiù la realtà conferma questa regola non scritta, ma per ogni regola esiste l’eccezione.
Qualche tempo fa ho incontrato a un salone Nicolas Gouny, un illustratore francese di cui conoscevo il lavoro e ci siamo trovati a chiacchierare. E’ così che ho scoperto il suo percorso
piuttosto singolare e ho deciso di condividerlo con i lettori di Roba da Disegnatori.

 

Penso che i lettori italiani non ti conoscano. Hai voglia di presentarti?
Mi chiamo Nicolas Gouny, abito con la mia famiglia in una campagna molto verde e piena di mucche nel mezzo della Francia, una casa dalle
persiane blu in cima a una collina.
Sono autore e illustratore di libri per bambini da qualche anno. Mi piacciono il biathlon, i libri, le giraffe, gli elefanti, la corsa, la musica e il rugby.
So che sei arrivato tardi all’illustrazione. Cosa facevi prima?

Lavoravo in ufficio e mi occupavo di libri didattici per gli insegnanti di francese. Prima ancora ho fatto lunghi studi di economia e letteratura.

 

A che età hai cambiato mestiere e cosa ti ha dato voglia di dedicarti all’illustrazione?
Ho iniziato quando i miei bambini erano piccoli, verso i 30 anni.
All’inizio disegnavo per me e per loro, non pensavo di diventare illustratore. Poi ho iniziato a postare i miei disegni su internet, sul sito deviantart.com, quindi un piccolo editore mi ha contattato e da lì è partito tutto.
Dopo qualche tempo ci siamo spostati in campagna (prima abitavamo fuori Parigi) e ho lasciato l’impiego un po’ noioso che facevo e l’illustrazione è diventata il mio nuovo lavoro.
Hai seguito dei corsi per imparare a disegnare? In quanto tempo sei diventato un professionista?
Non ho mai fatto corsi di disegno, non ho frequentato scuole d’arte, ho imparato da solo e continuo a farlo, sperimentando, sbagliando e correggendo, e guardando gli altri. E’ un metodo abbastanza punk! Disegno dai quasi dieci anni e lo faccio per mestiere da 7.
Quanti libri hai pubblicato? E mediamente quanti ne fai l’anno?

Ho smesso di contarli, ma sono circa sessanta. Ne disegno tra i 5 e i 12 ogni anno.

Rimpiangi mai il tuo vecchio lavoro? Ha mai pensato di tornare indietro?
No, non conto di tornare indietro, non ho più voglia di un lavoro dipendente, amo la libertà, anche se mi piaceva prendere il treno per andare in città a lavorare, mi piaceva Parigi e la sua
periferia. Ma niente rimpianti. Ho voltato pagina!
Fai qualcosa oltre a libri per bambini? Illustrazione per la presse? Laboratori?

Disegno un pochino per la presse (Toupie, Terra Eco), faccio laboratori nelle classi in occasione dei saloni. Ho illustrato anche giochi, carte, posters, agende e un po’ tutto quello che richiede illustrazione. Oltre a disegnare mi occupo anche di una piccola cooperativa amorosa con mia moglie, La parenthèse enchantée un’etichetta che produce bijoux a partire dai miei disegni.

Hai qualche nuova voglia, dopo l’illustrazione? La musica? L’animazione?

Mi piacerebbe fare animazione ma quando vedo il numero di persone e il tempo che occorrono per un film, mi dico che non è roba per me. La musica, sì, sarei tentato. Se avessi tempo mi piacerebbe mettere su una one-man-band di musica dark-funeral-metal-drone-ambient. Mi piacerebbe anche metter su un festival di musica drone sperimentale nella mia campagna. Un’idea per far vivere per animare il posto dove vivo.
ALCUNI DEI LIBRI DI NICOLAS GOUNY:

 

gouny_miel
Geronimo Amedeo e le giraffe
Terre di Mezzo (2014)
Le Miel
Ricochet (2016)
Quand on sera grands
Ptits Berets (2013)
gouny_petitfernand
Où vont les couleurs?
Balivernes (2015)
La famille Ponpon” (serie)
Belin Litterature et revues
Petit Renard
Balivernes (2016)
LA PAGINA FACEBOOK DI NICOLAS GOUNY:
BIBLIOGRAFIA

 

Condividi su:
Continua a leggere
Asterisk Ma quanto si guadagna a far libri? – di Davide Calì
22/04/2012 Morena Forza in Editoria&Scrittura / 8 responses

Tavola di Marie Dorléans da “Vide-grenier

In molti pensano che quello del libro per bambini sia un mercato redditizio.
Di certo lo è, se paragonato al resto: i libri per bambini sono di fatto – in Italia e non solo – i libri più venduti.
Ma si può vivere scrivendo e illustrando libri per bambini?
Ho pensato di rispondere a questa domanda, rispondendo in realtà a una decina di domande-tipo che dovrebbero illustrarvi più o meno come funzionano le cose.

Nota di Morena: nella postilla, in verde acqua, mi sono permessa di indicare alcune cifre americane e britanniche che mi sono state sottoposte in questi ultimi anni, riferite a progetti di libro commerciale.

Qual è la percentuale di guadagno per un autore di album illustrati?

Il contratto standard prevede il 10% sul prezzo di copertina per l’autore, al lordo delle tasse. Se gli autori sono due, scrittore e illustratore, di norma si divide metà per ciascuno, quindi il 5%.
Il guadagno dipende poi dal prezzo di copertina e dalle copie vendute e per valutare la cifra possibile si parte dalla tiratura, che cambia da paese a paese.
In Italia ormai credo le tirature per gli album siano sulle 1000 copie, una cifra al di sotto del numero minimo (1500) per ammortizzare le spese di stampa, che però i distributori hanno richiesto per evitare di accumulare libri nei magazzini, visto che nelle librerie nessuno ne compra.
Fino a qualche anno fa la tiratura media era 2000-2500.
In Francia è 4000-5000, idem in Germania. In Corea mi pare sui 2500-3000, in Portogallo 1000, in Spagna mi pare 2000, ma per ogni lingua: di solito gli spagnoli co-editano infatti i libri in castigliano e catalano (quindi 2000+2000), poi galiziano (1000).
Su un prezzo medio di 15 euro, su 1000 copie vendute, il ricavo per l’autore è 1500 lordi, da dividere se ci sono autore e illustratore.

E se il libro è tradotto in un’altra lingua?

Sulle vendite all’estero – e su ogni genere di adattamento o riduzione, cartacea o multimediale come dvd, cinema, tv, ipad – il contratto standard prevede il 50% per l’editore e il 50% da dividere tra gli autori (25%+25%).

A che cifra viene ceduto un libro per l’edizione estera?

Dipende dal paese che compra, dal cambio delle monete, dal numero di copie che si stamperanno e dal loro prezzo di copertina.
La cifra media di cessione per un album all’estero va dai 600 a 3000 euro.
Quindi il singolo autore, che percepisce il 25%, ricaverà dai 150 ai 750 euro lordi.

Quando vengono pagate le royalties?

Le royalties sono liquidate una volta l’anno e vengono calcolate sui libri venduti nel corso dell’anno solare precedente. Ecco perché è fondamentale una buona programmazione del lavoro. Quando si è finito un libro passano mesi prima che esca sul mercato, poi va venduto. Tra una cosa e l’altra passa un anno prima di sapere come sono andate le vendite e prima di ricevere le royalties.
Nel frattempo bisogna fare dell’altro.

E l’anticipo?

Di norma gli editori versano agli autori un anticipo sulle vendite per finanziarne il lavoro. L’anticipo è una scommessa che l’editore fa, mettendosi in gioco, su un progetto in cui crede. Ovviamente l’anticipo viene scalato dal venduto, quindi se nell’anno di realizzazione il libro vende meno di 1000 copie, gli autori non percepiranno nessuna royalties perché di fatto devono ancora ammortizzare l’anticipo ricevuto. L’ammontare dell’anticipo varia a seconda dell’editore e dell’entità del progetto. Va dai 500 ai 2500 euro.
Qualche volta l’illustratore ne percepisce uno più alto dell’autore, perché il lavoro lo impegnerà di più. Ma poi l’anno seguente guadagnerà meno o anche nulla, visto che la cifra da ammortizzare è più alta.

Che cosa sono le rese e come incidono sul guadagno degli autori?

Se il distributore mette in una libreria 10 copie di un libro e il libraio ne vende, facciamo 5, vi verrebbe da pensare di aver ricavato royalties su 5 copie.
Sbagliato.
Spostare libri costa. Quando il distributore chiede al libraio di pagare i libri il libraio può avvalersi, in alcuni casi, del diritto di resa e rendere le 5 copie che non ha venduto.
Le 5 vengono sottratte contabilmente dal venduto effettivo.

Quindi abbiamo: 10 copie distribuite, 5 vendute, 5 rese.

Il calcolo delle royalties si esegue così:
5 (vendute)
– 5 (rese)
= zero royalties.

Penso risulti chiaro come affidarsi a un buon distributore sia fondamentale per vendere libri. Il distributore senza scrupoli forza la mano del libraio convincendolo a prendere in deposito anche decine di copie di un libro, con la promessa della resa. Ma poi di fatto le rese annullano gli utili, tranne che per il distributore.
Visto che la spedizione della resa è a carico del libraio, perlomeno i piccoli libraio, si ostinano a prendere esattamente il numero di copie che pensano di vendere, anche due per volta, per non rischiare di vanificare i propri guadagni con le spese postali per la restituzione dei libri non venduti.
Questa strategia, unita a un mercato che negli anni è stato il riflesso di una crisi diffusa, ha definitivamente fatto abbassare le tirature dei libri in Italia perché di fatto non uscivano nemmeno dai magazzini dei distributori. Nell’ultimo anno le tirature sono diminuite anche in altri paesi europei.

quanto si guadagna a fare libri per bambini

Dettaglio da una tavola di Gianluca Folì da “L’orso con la Spada

Se un libro che vende 1000 copie produce per l’autore un utile di 750 euro viene da chiedersi: in quanto tempo si vendono 1000 copie?

Dipende. Si può anche non riuscire a venderne nessuna. In linea di massima la regola è che almeno metà tiratura dovrebbe andare via nel corso del primo anno. Quindi sarebbe auspicabile venderne 1000 l’anno.
In Francia però il libro comincia ad essere redditizio superate le 3000 copie vendute in un anno. In Germania è la stessa cosa.

La domanda più difficile: quanti libri bisogna fare in un anno per poterci vivere?

Nessuno ha mai detto che con i libri ci si possa mantenere, tanto meno con gli album illustrati. Ad alcuni riesce, alla maggior parte degli altri, no.
Dipende da molte cose: dalla propria bravura, dall’intraprendenza dei propri editori, da un pizzico di casualità, se non vogliamo parlare di fortuna.
Credo che per essere tranquilli si dovrebbe fare 10-12 libri l’anno.
Ma è praticamente impossibile.
L’alternativa è valutare l’idea di affiancare ai libri altre attività.
Si può tenere i libri come attività collaterale ad un lavoro più convenzionale, che non ha nulla a che fare con l’editoria e che può essere qualsiasi cosa, dall’insegnare al lavorare in ufficio.

quanto si guadagna a fare libri per bambini

Una tavola di Monica Barengo da “Un giorno senza un perché

Oppure si può pensare di rimanere nell’ambiente, lavorando in un studio grafico o collaborando con riviste e case editrici a vario titolo.
O ancora espandere le proprie ambizioni e i propri campi di interesse. C’è chi tiene workshop, chi collabora con la presse, chi illustra libri di scuola o alterna semplicemente le produzioni artistiche con cose più commerciali.
In Francia, per esempio, il mercato dei libri illustrati oltre agli album offre un’enorme scelta di collane di tascabili. Sono molto curati, le storie sono simpatiche, ma paragonati agli album sembrano più “giornalini”. Ai bambini però piacciono, sono pratici da tenere nelle biblioteche scolastiche e da portare a scuola nello zaino. Contengono storie semplici e divertenti. Illustratori famosissimi come Benjamin Chaud e Marc Boutavant, ne illustrano a decine, oltre a illustrare i libri che di solito consideriamo “più belli.”

Una regola che possa valere per tutti?

Per lavorare? Non saprei. Se avete letto i miei precedenti articoli usciti in questo periodo penso sappiate già la risposta: prendere un impegno e rispettarlo.
Per i miei libri usciti in ritardo l’anno scorso, c’erano 25-30 editori stranieri che avevano prenotato la co-edizione. Ce n’erano ovviamente anche più di uno per paese e quindi questo interesse ci avrebbe garantito diciamo 8-10 edizioni straniere nell’arco del primo anno.
Ma le cose cambiano rapidamente. Gli ultimi tre anni sono stati un disastro per l’economia mondiale e il mercato del libro ne sta pagando le conseguenze, come tutti. Il risultato? Dei 25 acquirenti non ne è rimasto nemmeno uno.
Per co-editare i libri bisogna ricominciare daccapo, cercare i clienti uno per uno.
Un libro tradotto in 10 lingue può fruttare circa 14 mila euro con la prima stampa , nell’arco diciamo dei primi due anni dalla pubblicazione originale.
“Bruciare” l’uscita di un libro significa quindi che l’editore che non lo realizza brucia la propria credibilità con alcune decine di clienti e che dopo aver lavorato su un progetto vede sfumare la metà di 14 euro, cioè, 7 mila.
Gli autori ne perderanno 3500 a testa.
Penso sia facile immaginare che l’illustratore che manda in fumo anni di lavoro altrui e 10-20 mila euro, non guadagni la simpatia degli editori.

Ultimamente mi sembra che i tuoi articoli siano un po’ contro gli illustratori.
Sembri molto dalla parte egli editori, che spesso però commettono scorrettezze. Perché non parli mai di questo?

Non penso di stare dalla parte degli editori. Sto dalla parte dei progetti. La visione degli illustratori, devo dire degli italiani, è sbagliata nei confronti dell’editore. Pensano che qualcosa gli sia dovuto perché sono degli “artisti”.
In realtà fare libri non è che una compravendita in un ambito imprenditoriale (e quindi commerciale).
Un libro è un progetto che si fa insieme e io ho sempre difeso i progetti, anche quando andavano in parte contro le mie aspettative. Quando fai un libro o suoni con qualcuno, non puoi pensare che tutto venga esattemene come ce lo avevi in testa. Ho imparato a convivere con questa cosa, in funzione del progetto e non raramente andando anche incontro alle richieste personali dell’illustratore.

POSTILLA
Ci sono cifre più alte (e anche enormemente più basse!), ma è difficile fare un tariffario generale, e soprattutto concentrarlo in un solo articolo.

I libri più “commerciali”, considerati comunemente non “autorali” e quelli con poche illustrazioni interne di solito vengono pagati a forfait con cifre un pochino più alte della media. Per una cover e 6-7 interne b/n si prende dagli 800 ai 1500 euro. Qualcosa di più, a seconda del paese. Anche qui interviene il fattore cambio. Gli americani per esempio pagano leggermente più degli europei, ma con l’attuale cambio bisogna ridurre la cifra del 20% circa, ottenendo così un compenso inferiore alla media (ma con la soddisfazione di lavorare in America).

Morena: in certi ambiti, i prezzi salgono davvero. Mi sono stati proposti anche progetti da 3000, 5000 e 7000 dollari. Parliamo sempre di progetti commerciali, compresi libri gioco, popup o con finestrelle (flap books) e mi riferisco al mercato britannico e a quello americano.
Chiaramente, con queste premesse è perfettamente possibile vivere di illustrazione. A tempo pieno e come unico reddito o quasi.

Tornando all’album d’autore, che è l’obiettivo più ambito dagli illustratori, rimane il fatto che non è enormemente redditizio. Non sempre almeno.
I miei libri francesi vendono mediamente dalle 5000 copie in poi e sono tradotti in almeno quattro lingue, ma non tutti. Alcuni sono rimasti indietro. Altri sono stati un grosso successo: Moi, j’attends ha venduto circa 30 mila copie nella sola edizione francese e ha fatto una quindicina di co-edizioni. Solo quella giapponese, ristampata più volte, ha venduto altre 30 mila copie. Al memento stiamo contrattando per due cortometraggi ispirati al libro. Il libro continua ad essere ristampato ovunque e ci ha portato molti premi, ma chiaramente non è stato così per tutti, anche se almeno una decina hanno avuto 10-12 traduzioni e vinto vari premi.

Tenete conto che in generale, e questo vale per i libri per bambini (album e non) ma non solo, la percentuale di libri che non supera nemmeno le vendite minime per ammortizzare la stampa è altissima. Credo intorno al 70%, ma poi le cifre cambiano a seconda della statistica del momento.

Alla fine penso che fare libri sia come fare dischi. Scrivi dieci pezzi per un album e, forse, tra quelli ce ne saranno due che funzionano e uno che passerà alla storia.

Traduzioni e diritti
Come qualcuno commentava sul blog, i libri portano effettivamente la maggior parte del reddito dai diritti esteri. Ma credo che questo si possa dire poi di quasi tutti i libri e dei film di successo. Woody Allen ha ammesso in più di un’occasione che se i suoi film non fossero arrivati in Europa forse non avrebbe avuto i soldi per continuare a farne. Nemmeno le produzioni cinematografiche miliardarie americane quando sfondano ai botteghini arrivano a rifarsi dei costi. Gli utili cominciano ad arrivare dalla diffusione globale dei film e poi dal merchandise.

Quindi sì, tradurre è una delle cose necessarie perché i libri producano utile. Questo chiaramente incide ovviamente sulla mentalità con cui si scrivono e progettano, perché non tutti libri possono essere tradotti.
Un’alternativa è il mercato scolastico, che parte da principi distributivi diversi e che si mantiene su una logica di mercato differente, per cui i libri sono distribuiti attraverso un canale preferenziale, che non necessariamente passa attraverso le librerie.

Condividi su:
Continua a leggere