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Asterisk Parole e libri che hanno guidato il mio anno di illustrazione
31/12/2017 Morena Forza in Creatività / No comments

Qui nell’aria ci sono l’odore di bruciato dei botti, di un mandarino appena sbucciato e della malinconia di fine anno che quest’anno è un po’ più intensa del solito.
Il 2017 per me è stato un anno molto pieno. Pieno di cose da fare, di volti, di esperienze, di cartelle di disegni, di viaggi e fotografie.

Le cose che sono “arrivate” in questo anno, non sono proprio piovute dal cielo. Le ho aiutate un po’ con qualche parola. Mi piacerebbe raccontarvi come è successo. :-)
E chissà che non possa ispirarvi a cercare voi stessi una parola per il vostro 2018?

La parola dell’anno

Proprio alla fine di novembre 2016, ho seguito il consiglio di un’amica che mi ha invitato a trovare una parola per l’anno che sarebbe arrivato. L’ho preso come un gioco divertente e creativo, ma non per questo meno serio.

Mi sono tenuta da parte una delle ultime notti del 2016 per fare un po’ di brainstorming e ho tenuto fra le altre parole che avevo scritto, quella che mi sembrava più carica ed evocativa (perfino a livello visivo!) e che avrei voluto fosse il mantra del mio 2017. Volevo una parola lussureggiante, fresca, e un pizzico aggressiva, una parola d’azione: ho scelto SAVAGE, per il suo suono oltre che per il suo significato, ecco perché è in inglese.

Savage mi ha detto di buttarmi, di tendere all’opportunità con ferocia, di essere curiosa e di trovare la radice primitiva nelle cose che faccio, con l’entusiasmo dell’inizio, senza perdermi troppo in timori e negli schemi che dicono di seguire ad ogni costo.
Mi ha ricordato costantemente l’autenticità del gesto espressivo e dell’imperfezione, la libertà di potere sbagliare facendo, affrancandomi dal parere di coloro che pensano di avere la verità in tasca quando si tratta di argomenti che ruotano attorno a ciò di cui mi occupo.
Ma non è tutto: grazie a Savage mi sono anche isolata quando era il momento e ho iniziato a stare molte ore all’aperto, semplicemente a camminare, respirare e osservare. Ho imparato e visto con mano che il tempo che passo in mezzo alla natura non è mai perso ma sempre investito.

La parola dell’anno è insomma un’impronta, un’ispirazione, un modo di fare ed è molto più potente di un buon proposito! Non è un “fai questo” ma “prova a farlo così”.

Cosa ho fatto e ottenuto grazie alla parola dell’anno

La parola di quest’anno era attiva e spregiudicata e seguendola ho fatto ed ottenuto molto.

Stage in un’agenzia di illustrazione
Da anni volevo un’esperienza all’interno di un’agenzia di illustrazione per capire come lavorano agenti e altre figure inerenti il disegno per professione. Il giorno stesso in cui nei miei feed è apparso l’annuncio per uno stage, ho redatto il mio curriculum e mi sono fatta subito avanti.
Certo, l’ansia di non aver studiato formalmente illustrazione mi ha attanagliata fino al momento di pigiare “Invia”, ma l’ho fatto. Sono stata contattata dopo una settimana e qualche mese dopo, a settembre, sono partita per l’Inghilterra. Per un mese ho lavorato fianco a fianco di alcuni degli agenti che seguono il mio portfolio di illustratrice, e ho imparato tantissimo, guardando e ascoltando avidamente. Presto vi racconterò di alcune scoperte fatte in questo ambito.
Alcune le ho già condivise con chi ha partecipato al mio workshop “Dall’albo al tramonto“. A proposito, sapevate che ricomincia a marzo?

I miei primi libri sul mercato britannico
Al secondo posto in cima alla lista delle priorità c’è sempre stato pubblicare libri in Gran Bretagna. Non per chissà quale motivo; se seguite il blog da un po’ di tempo saprete che sono una grande amante del Regno Unito. L’idea che ci sia un pezzetto di me nella mia amatissima isola mi scalda il cuore come poche cose.

Perché accadesse ho dovuto faticare molto superando le mie resistenze iniziali. Quando mi hanno contattata dall’Inghilterra per propormi un libro su Gesù, infatti,  io che non sono mai stata particolarmente religiosa mi sono un po’ intimorita.
Chiedevano di lavorare con la mia voce, esattamente come mi piace disegnare. Mi sono buttata, e ne sono stata davvero felice. E’ il libro su cui, in assoluto, mi sono più divertita!
Alla fine della produzione inoltre, mi è stata inviata un’enorme cesta di Fortnum&Mason piena di ogni ben di Dio (ahah! Sono proprio una simpatica umorista, lo so) e ho anche incontrato l’art director nel cuore della campagna inglese, visitando con lei la casa museo di Jane Austen nell’Hampshire. E tutto per essermi buttata.

Ho lavorato con l’editore dei miei sogni
Da quando ho iniziato a fare l’illustratrice full time, ho avuto dei traguardi ben definiti. Il punto più alto, per me, era riuscire a lavorare con alcuni clienti.
Mi piace sognare in grande, ma quest’anno ho fatto di più: ho chiesto agli agenti (più volte!) che il mio portfolio venisse proposto ad alcuni editori con cui volevo collaborare. Sono quelli di cui compro libri da sempre, di cui seguo i cataloghi, il blog, i canali social.

La costanza mi ha premiata: ho ottenuto delle prove per dei progetti e, con l’editore in cima alla lista dei miei desideri, ho lavorato davvero e più di una volta. Nel 2018 usciranno i miei primi libri con questo enorme editore e sono emozionata come non mai!

Natale e dinosauri
Ho sempre sognato di illustrare dinosauri e un libro sul Natale. E finalmente…!

In primavera è uscito Non sono stato io! , un piccolo tascabile per Oscar Mondadori, in cui ho avuto la possibilità di disegnare pagine e pagine di dinosauri dispettosi. Un libro che ho vissuto con estrema libertà e relax come non mi capitava da tempo.

Durante la tarda estate e l’autunno invece ho disegnato e dipinto (anche ad acquarello, mio terrore di sempre!) un libro molto ma molto natalizio,Il mistero della magia del Natale per Edizioni Corsare. Ho ritrovato la libertà del disegno a mano e mi è stata data una libertà espressiva assoluta, in cui ho potuto mischiare disegno a mano e digitale. Dalla remota isola di Lewis, Christina Harris, vera e propria artista del tweed scozzese che seguo da anni, ha acconsentito a farmi utilizzare le sue stoffe per gli inserti negli abiti dei personaggi del libro. Non riesco ancora a crederci! Nonostante la mia domanda sfacciata, è stata molto gentile, ed entusiasta che i suoi tessuti apparissero in un libro per bambini.

Workshop da Ideamondo Associazione

Corsi e incontri
Quest’anno ho insegnato per la prima volta in una scuola e ho scoperto che mi piace molto avere una classe, seguire da vicino nuovi e aspiranti illustratori.
Non amo infatti essere troppo focalizzata su me stessa, non mi fa sentire pienamente creativa. Insegnare non è mai stato un ripiego per me, anzi è una parte molto attiva del mio fare illustrazione, e controbilancia la solitudine delle intere giornate spese alla scrivania.
Per questa ragione ho formulato nuovi corsi, allacciato nuove collaborazioni, e ho seguito altri illustratori in consulenze individuali, quasi come farebbe un agente.
La parola dell’anno mi ha impartito di non restare sulle mie, di farmi avanti e chiedere. A volte è tutto lì: nel chiedere! Potremmo così scoprire che era tutto a portata di mano.

Ho disegnato dal vivo, su un enorme foglio bianco
Non sono timida per natura, ma disegnare live mi ha sempre messo un’ansia indescrivibile.
Per questo, quando Marianna e Marco di Zandegù mi hanno chiesto di partecipare a Wonder Wall lo scorso 16 dicembre, ho risposto: ma sì!
Ne avevo il terrore e quindi era la cosa giusta da fare. Ah, la logica inossidabile della parola dell’anno! Così mi son trovata a disegnare sei ore filate, su un foglio bianco un metro per due, a mano, con pastelli, UniPosca e pastelli colorati. Probabilmente il fatto che si trattasse di un’iniziativa benefica per raccogliere fondi a favore di un’associazione per l’infanzia mi ha dato quello sprint necessario a tirarmi fuori dal mio solito guscio.

I meravigliosi giardini del castello di Falkland

Sono tornata in Scozia
E ovviamente con grande gioia. Se c’è un territorio selvaggio e indomito con alle spalle una  centenaria Storia di coraggio ed orgoglio, questo è proprio la Scozia. E’ stata una settimana breve ma intensa. Sono riuscita perfino a incrociare un altro illustratore, che lavora in una libreria nel centro di Edimburgo, e passare un’intera mattinata a sfogliare libri e conoscere nuovi potenziali clienti (il lavoro in vacanza!).
E finalmente ho visto qualche piccolo paesino arroccato sulle colline, lontano dalla città, come Falkland col suo castello e i suoi stupendi giardini botanici, che ho poi riconosciuto guardando la serie Outlander (qualche fissato all’ascolto?)

I libri che hanno guidato il mio 2017

Non sono necessariamente usciti quest’anno, ma sono stati una presenza costante o comunque preziosa in alcuni suoi momenti.

Big Magic
di Elizabeth Gilbert – elizabethgilbert.com
2016 BUR – Rizzoli
230 pagine
Lingua: Italiano

Big Magic
(in italiano)
Lo so che molti storceranno il naso, perché il suo stile di scrittura sembra fin troppo accattivante, ma a me Elizabeth Gilbert piace per la franchezza e la delicatezza dei suoi libri.
Mi dispiace che molti lo abbiano bollato come lettura new age, perché io non l’ho affatto vissuto in questo modo, anzi leggere Big Magic mi ha fatto prendere delle decisioni non di poco conto quest’anno; in particolare modo sull’insegnamento e le collaborazioni.
Mi ha fatto inoltre riflettere già dall’anno scorso sul significato di idea, di ispirazione, di iniziativa, di gruppo (su questo tornerò sicuramente in un prossimo post). Solitamente favorisco testi più yeah e concreti, ma questo libro riesce a più riprese ad accompagnare i miei momenti di sconforto e stanchezza creativa come poco altro. E poi, il concetto stesso di idea come entità mi piace troppo. Come dicono gli anglosassoni, I feel it.

Your inner critic is a big jerk
di Danyelle Krysa – krysa.com
2016 Chronicle Books
131 pagine
Lingua: Inglese

Your inner critic is a big Jerk

Letteralmente: il tuo critico interiore è un grande stronzo.
Questo libro l’ho comprato proprio seguendo la mia parola dell’anno, sapendo quanto duramente dovessi lavorare nel superare la mia ansia del giudizio altrui.
Non facevo che pensare alle critiche ricevute per il fare corsi o per lo stesso fatto che faccio l’illustratrice ma non ho studiato con un percorso di studi canonico. Non importa quante conferme ricevessi altrove, io pensavo solo alle parole terribili che avevo letto sul mio conto.
Tra il 2015 e i primi mesi del 2017 questo l’ho sentito particolarmente. Ogni chiacchiera, post o commento tagliente mi arrivava dritto in faccia come una porta sbattuta e questo ha avuto non poche ripercussioni sul mio modo di vivere il lavoro che mi sono scelta con tanto impegno.

Non dobbiamo dimenticare che voci di questo tipo, fin da quando siamo bambini, finiscono col diventare una sola voce, interiorizzata, cioè qualcosa che ci diciamo noi stessi su ciò che facciamo. E’ così che una normale fragilità diventa un impedimento e facciamo molto meno di quanto avremmo voluto. Ci blocchiamo.

Questo libro aiuta con particolare ironia e leggerezza il problema dell’eccessivo perfezionismo che non porta a risultati migliori ma molto spesso, proprio a nessun risultato (“O lo faccio perfetto o non lo faccio proprio”, vi suona famigliare?)

Quando ho finito questo libro ho iniziato un progetto personale che vorrei portare alla luce proprio nel 2018, iniziando a sviluppare le riflessioni nate dalla sua lettura.

Tutti possono fare fumetti
di Gud – gud.it
2013 Tunué
144 pagine
Lingua: Italiano

Tutti possono fare fumetti

Normalmente, un manuale dice come fare qualcosa, ma non motiva a farlo. Molto diverso è “Tutti possono fare fumetti” di Gud, fumettista e insegnante di fumetto, che mi ha spinta a iniziare una serie di strip sulla mia quotidianità di disegnatrice e pubblicarle sul mio Instagram, solo per il piacere di condividere le mie magagne, senza troppi pensieri.

Per me, che sono stata terrorizzata in passato remoto e recente sul fumetto, è stato molto liberatorio. Ho scoperto che molto spesso penso in fumetti. Alcune delle strip che ho pubblicato su Instagram e sul mio account Facebook erano nate nella mia testa come status o come post per il blog, ma sintetizzarli in una strip mi ha aiutata a fare chiarezza ed esprimermi al meglio, con quel pizzico di umorismo che mi sta tanto a cuore.

Se volete conoscere il fumetto con un tocco fresco e leggero, questo è il manuale perfetto!
Questa è l’intervista che avevo fatto proprio a Gud in occasione della prima edizione del libro.

E il 2018?

Sono sincera, temo un po’ la legge del contrappasso dopo un anno così favoloso.
Ma non per questo non mi impegnerò. E prendo a braccetto un’altra parola, che però rivelerò solo alla fine del 2018. Che sia una compagna preziosa come Savage, o anche solo la metà! :-)

Buon anno, disegnatori!

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Asterisk Non è (più) un Paese per fumettisti – Parte 2 di 2
15/09/2017 Morena Forza in Editoria&Scrittura / No comments

a cura di Davide Calì

Non è (più) un Paese per fumettisti – Parte 2 di 2

OVVERO
calo delle vendite e sovra-produzione
nell’editoria francese (e non solo)

Gli autori jeunesse perlomeno hanno i saloni

Una situazione molto simile si produce nell’ambito dei libri per bambini.
Passati i tempi delle grandi vendite, quando in un anno si vendeva tranquillamente 5-6 mila copie di un albo illustrato, molti editori piccoli chiudono, altri si fanno assorbire da grandi gruppi.
Per il resto tutto uguale: si producono libri per riempire gli scaffali delle librerie, che ricevono circa 100 novità a settimana, in un perverso gioco di sovra-produzione che non fa bene a nessuno.
Promozione zero. Come per il fumetto, la promozione la fanno poi i blog, i saloni, i festival.
Per gli autori jeunesse in questo senso le cose vanno un po’ meglio che ai fumettisti, perché quando sei invitato a un salone di solito ti chiedono di fare anche gli incontri con le scuole, che sono remunerati, secondo la tariffa unica della Charte des Auteurs, mentre i fumettisti vanno ai festival rimborsati di tutto, ma perlopiù non pagati.
Solo alcuni festival remunerano infatti le sedute di dédicaces.

Eppure rimane un paradiso

So che per gli italiani, anche così la Francia rimane un paradiso.
Andare ai festival con il biglietto del treno o l’aereo pagati ed essere ospitato in hotel è già un sogno, per chi di solito ai festival ci va a spese proprie, viaggiando sull’interregionale, dormendo sul divano in casa di amici e portandosi i panini da casa.
Ma in una dimensione professionale seria è una condizione inaccettabile.
So che per gli italiani anche le tariffe francesi sono da sogno: da quando lavoro come art director ho molti clienti italiani e mi trovo quotidianamente a discutere budget ridicoli.

Quest’anno ho contrattato per un libro, che doveva essere un volumone illustrato a più mani, 30mila euro. Mi hanno detto che erano troppi, per cui ho detto che si poteva lavorarci a 20 mila, ma con illustratori più giovani e meno affermati.
Il cliente ci ha pensato un po’ e alla fine mi è arrivata l’offerta finale. 2 mila euro. Ero quasi soddisfatto, perché avevo capito che i 2 mila erano la mia parte; io ne avrei voluti 3 mila, ma ci potevo stare.
Invece no. 2 mila euro erano per tutto il progetto, compresa la mia parte.
Quando racconto che per un fumetto in Francia prendi 10-15 mila euro, vedo che a tanti brillano gli occhi, abituati a prenderne 1000-2000 se va bene.
Ma queste cifre non devono illudervi. La pressione fiscale in Francia è notevole, la vita costa mediamente più cara che in Italia e se devi lavorare un anno intero senza fare altro, 15 mila euro non sono poi molti. Forse possono bastarti quando hai 20-25 anni, ma con il tempo le esigenze cambiano.

Una campagna della Charte

Se gli anticipi per i fumetti si sono molto ridimensionati negli anni, anche la percentuale di royalties riconosciuta agli autori si è progressivamente abbassata,
soprattutto per gli autori jeunesse.

In merito a questo la Charte, porta avanti dal 2016 una campagna di sensibilizzazione, in cui ha chiesto a diversi autori per bambini di metterci la faccia.
Marc Boutavant, Magali le Huche, Roland Garrigue, Joëlle Jolivet e molti altri si sono prestati a comparire in una serie di poster che esemplificano molto bene il rapporto tra vendite di libri e vita reale, comparando la quantità di libri che devi vendere per fare semplicemente la spesa.

Qui si più sfogliare l’intero album dell’iniziativa de La Charte.

Occorre venderne 2 per potersi comprare una baguette, 5 per un dentifricio, 8 per un paio di calzini, 13 per comprarsi un libro tascabile, 18 per un pollo e 62 per un paio di sneakers.
La campagna ha lo scopo di sensibilizzare l’opinione pubblica sui miseri introiti di una professione artistica che smuove comunque ogni anno milioni di euro e quello di chiedere agli editori di riconsiderare la percentuale di royalties riconosciuta agli autori.
Mentre infatti per la letteratura generale la percentuale è rimasta al 10%, in questi anni per gli autori e illustratori per bambini dal 10% (da dividere tra autore e illustratore) si è scesi fino al 5% (sempre da dividere in due).
Per ora, che io sappia, da parte degli editori non c’è stata NESSUNA reazione.

Malgrado tutto, non buttatevi giù

Lo so, se avete letto l’articolo fin qui a questo punto ora sarete un po’ depressi, ma ci sono due cose importanti che NON voglio dire con questo articolo.

La prima è che ormai le cose vanno male anche in Francia, per cui non c’è più speranza per nessuno. Credo che la parola ormai sia molto abusata nella nostra società.
Con ormai si sigilla qualsiasi fallimento come definitivo e irrimediabile.
Penso che nell’economia di un paese le cose non possano sempre andare in crescendo.
Lo insegnano anche gli economisti in realtà, ma non ci facciamo quasi mai caso. Quando le cose vanno male abbiamo la tendenza a credere che sia il segno di un peggioramento irreversibile, perché quasi tutti crediamo che sia esistita, in un passato indefinito, un’età dell’oro che non tornerà più.
Ma non è così. Il fatto che in questo preciso momento in Francia le cose vadano male, non vuol dire che andranno male per sempre.

La seconda cosa che NON voglio dire è: rimanetevene a casa.
Continuate invece a inseguire i vostri sogni e i vostri progetti! Solo sappiate che se in Italia è tutto difficile, in Francia non è tutto facile.
Ma se davvero avete un sogno, buttatevi, mettetecela tutta!

Fatemi solo un favore.
Imparate un po’ di cazzo di francese.

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Asterisk Come proporsi ad un agente: i dieci consigli di Anna Goodson
16/03/2017 Morena Forza in Guide e Tutorial / one comment
Quante regole!

Il piglio di Anna Goodson potrà apparire duro e lapidario, ma dopo qualche anno da illustratrice per professione capisco bene le linee guida che ha stilato per spiegare come contattare un agente (e soprattutto come non farlo).

Spesso, infatti, ci dimentichiamo che dall’altra parte dello schermo sarà una persona a leggere la nostra email, soppesarla, a visionare il materiale che abbiamo inviato. E non dovrebbe succedere, sia per rispetto del suo tempo, sia perché va contro i nostri stessi interessi.

Una voce autorevole

Anna Goodson, fondatrice della Anna Goodson Illustration, lavora da più di vent’anni nel mercato dell’illustrazione e spesso dona spunti molto interessanti nei suoi post.

Per questo motivo ho deciso di tradurre per i miei studenti questi 20 punti e di condividerli anche sul blog. Scusate le eventuali imprecisioni linguistiche e alcuni tagli, ma non sono una traduttrice e ho deciso di abbreviare un po’ ;-)
Trovate qui l’articolo originale.

Dieci cose da fare per approcciarsi a un’agenzia
Marta Antelo, illustratrice rappresentata da Anna Goodson
  1. Fate una ricerca sull’agenzia. Sappiate perché volete fare parte di quell’agenzia.
  2. Spedite un’email molto educata indirizzata a una persona in particolare.
  3. Mantenete l’email breve e gradevole. Personalmente impiego dai 10 ai 20 secondi per le email che ricevo su richieste inerenti l’essere rappresentati.
    Non leggo email lunghe e curriculum, per me non sono importanti. Lo sono i lavori.
  4. Cinque o sei immagini a bassa risoluzione mi bastano per una prima occhiata. Se non sono sicura o voglio vederne altre, mi piace passare a un sito semplice, efficiente e ben costruito. Molti sono gratis oggigiorno o poco costosi, suggerisco a tutti di averne uno.
  5. Decidetevi! Se lavorate con diversi stili, sedetevi, bevete qualcosa, guardate i vostri lavori e prendete una decisione su quale stile volete per essere conosciuti. Mi piace assumere illustratori che hanno uno stile riconoscibile che è solo il loro. Anche se potreste essere in grado di lavorare con un po’ di diversi stili, cercate di concentrarvi su uno solo e rendetelo eccezionale.
  6. Mi piace abbastanza sapere per chi avete lavorato. La mia decisione non è basata su quello, ma sarei una bugiarda se non dicessi che potrebbe avere la sua influenza.
  7. Adulatemi. Ciò che intendo dire è che ho una preferenza per gli illustratori che davvero vogliono essere rappresentati da me. Fatemi vedere che avete fatto le vostre ricerche, che conoscete la mia agenzia, che sapete che i vostri lavori sarebbero adatti.
  8. Non abbiate timore di chiedere ulteriori comunicazioni sulle email che avete inviato. Non fatevi intimidire da nessuno, inclusa me o altri agenti. Siamo tutti esseri umani con i nostri punti di forza e le nostre debolezze. La maggior parte di noi agenti sono persone carine. Ho la massima ammirazione per gli illustratori che seguo.
  9. Accettate la critica costruttiva se avete la fortuna di riceverne. Solitamente gli agenti rispondono solo se sono interessati a collaborare con voi, ma se ricevete un feedback che sembra una critica, accettatelo e imparate da ciò che vi viene detto. Vi farà migliorare e vi renderà più forti.
  10. Seguite il vostro cuore e non arrendetevi. Niente è facile nella vita, ma se seguite alcuni di questi semplici punti, potrebbe aiutare.
Dieci cose da evitare assolutamente
hugo-herrera
  1. Quando inviate un’email non scrivete mai “A chi di competenza”. E’ insultante.
    Se non sapete come si chiama l’agente, cercate di scoprirlo prima di contattarlo.
  2. Non scrivete mai “Dear Sir o Madame”. E’ lo stesso.
  3. Non siamo amici. Forse lavorando insieme lo diventeremo, ma nella prima email non mi conoscete e di sicuro io non conosco voi quindi non vi rivolgete mai a un agente scrivendo “Caro amico” o “Hey ciao come stai”, non è professionale.
  4. Mai e poi mai, in nessun caso, dovreste spedire a un agente un’email in CC (copia nascosta ndr) con altri agenti come destinatari. Se non avete tempo o non vi prendete il tempo di spedire email separatamente, non vi meritate di essere rappresentati.
  5. Non inviate un’email lunga o non la leggerà nessuno.
  6. Assicuratevi di scrivere il nome dell’agente correttamente.
  7. Personalmente non apro mai file .zip quindi meglio non inviarne. Un agente non ha bisogno di vedere molte immagini per capire se è interessato oppure no.
  8. Non mi piace molto vedere i vostri lavori su Facebook, Instagram o Pinterest. Fatevi un sito!
  9. Non prendete un rifiuto sul personale.
  10. Accettate il fatto che non sarà facile.
Il punto di vista di un’illustratrice

So che leggere tutti questi “fate” e “non fate” in quei due lunghi elenchi può incutere timore, ma se ci riflettete bene non si tratta che di semplici regole di buon senso ed educazione.

Altri accorgimenti vengono spontanei col tempo, ma quelli forniti da Anna Goodson mi sembrano ottimi punti di partenza.

Un agente non è il nostro migliore amico, è un collaboratore. Si lavora insieme, si cercano soluzioni nell’interesse di entrambi. Per questo motivo il rispetto deve essere alla base di un rapporto che deve sempre rimanere professionale da parte di ambo le parti. E deve esserci fin dalla prima email, che rappresenta l’equivalente digitale del nostro biglietto da visita. Lo tireremmo mai in faccia a qualcuno? O li tireremmo mai tutti insieme come il granturco ai piccioni in piazza Duomo? Ecco cosa intendevo, quando mi riferivo al semplice buon senso! :-)

Si può dire poi, che a grandi linee le regole riportate nell’elenco che ho tradotto dall’articolo della Goodson, siano applicabili anche all’interno di un altro contesto: quello in cui ci si propone a dei clienti, editori in primis.
Quindi, facciamone tesoro più che possiamo!

Abbiamo visto come proporsi ad un agente: ma quando e come sceglierlo? (Si avete letto bene: anche noi scegliamo chi contattare!)
Lo vedremo il prossimo venerdì.
Stay tuned. :-)

Illustrazioni di Marta Antelo e Hugo Herrera: 1|2|

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Asterisk Le istantanee nostalgiche dal Giappone di Taeko Koba
08/09/2016 Morena Forza in Illustrazione / No comments

Taeko Koba

Innocenza, delicatezza ed un tocco nostalgico quasi impalpabile, nelle istantanee illustrate di Taeko Koba.

L’illustratrice giapponese ama raccontare i momenti spensierati e freschi dell’infanzia: corse a perdifiato, castelli di sabbia, risate con gli amici, l’inizio della scuola; e non mancano gli attimi di riflessione o dei momenti di relax delle persone più anziane.

Taeko Koba sembra essere uno sguardo silenzioso e discreto nelle vite dei suoi personaggi, come se in punta di piedi si mettesse in un angolo, all’ombra, a fotografarli. Anche i paesaggi, più rari nel suo portfolio, parlano di un’atmosfera un po’ sospesa nella loro tranquilla quotidianità.

taeko_koba_landscape

taeko koba

Galleria di immagini – click per ingrandire

Altre immagini possono essere reperite nel suo profilo Getty Images

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Asterisk Ma quanto si guadagna a far libri? – di Davide Calì
22/04/2012 Morena Forza in Editoria&Scrittura / 8 responses

Tavola di Marie Dorléans da “Vide-grenier

In molti pensano che quello del libro per bambini sia un mercato redditizio.
Di certo lo è, se paragonato al resto: i libri per bambini sono di fatto – in Italia e non solo – i libri più venduti.
Ma si può vivere scrivendo e illustrando libri per bambini?
Ho pensato di rispondere a questa domanda, rispondendo in realtà a una decina di domande-tipo che dovrebbero illustrarvi più o meno come funzionano le cose.

Nota di Morena: nella postilla, in verde acqua, mi sono permessa di indicare alcune cifre americane e britanniche che mi sono state sottoposte in questi ultimi anni, riferite a progetti di libro commerciale.

Qual è la percentuale di guadagno per un autore di album illustrati?

Il contratto standard prevede il 10% sul prezzo di copertina per l’autore, al lordo delle tasse. Se gli autori sono due, scrittore e illustratore, di norma si divide metà per ciascuno, quindi il 5%.
Il guadagno dipende poi dal prezzo di copertina e dalle copie vendute e per valutare la cifra possibile si parte dalla tiratura, che cambia da paese a paese.
In Italia ormai credo le tirature per gli album siano sulle 1000 copie, una cifra al di sotto del numero minimo (1500) per ammortizzare le spese di stampa, che però i distributori hanno richiesto per evitare di accumulare libri nei magazzini, visto che nelle librerie nessuno ne compra.
Fino a qualche anno fa la tiratura media era 2000-2500.
In Francia è 4000-5000, idem in Germania. In Corea mi pare sui 2500-3000, in Portogallo 1000, in Spagna mi pare 2000, ma per ogni lingua: di solito gli spagnoli co-editano infatti i libri in castigliano e catalano (quindi 2000+2000), poi galiziano (1000).
Su un prezzo medio di 15 euro, su 1000 copie vendute, il ricavo per l’autore è 1500 lordi, da dividere se ci sono autore e illustratore.

E se il libro è tradotto in un’altra lingua?

Sulle vendite all’estero – e su ogni genere di adattamento o riduzione, cartacea o multimediale come dvd, cinema, tv, ipad – il contratto standard prevede il 50% per l’editore e il 50% da dividere tra gli autori (25%+25%).

A che cifra viene ceduto un libro per l’edizione estera?

Dipende dal paese che compra, dal cambio delle monete, dal numero di copie che si stamperanno e dal loro prezzo di copertina.
La cifra media di cessione per un album all’estero va dai 600 a 3000 euro.
Quindi il singolo autore, che percepisce il 25%, ricaverà dai 150 ai 750 euro lordi.

Quando vengono pagate le royalties?

Le royalties sono liquidate una volta l’anno e vengono calcolate sui libri venduti nel corso dell’anno solare precedente. Ecco perché è fondamentale una buona programmazione del lavoro. Quando si è finito un libro passano mesi prima che esca sul mercato, poi va venduto. Tra una cosa e l’altra passa un anno prima di sapere come sono andate le vendite e prima di ricevere le royalties.
Nel frattempo bisogna fare dell’altro.

E l’anticipo?

Di norma gli editori versano agli autori un anticipo sulle vendite per finanziarne il lavoro. L’anticipo è una scommessa che l’editore fa, mettendosi in gioco, su un progetto in cui crede. Ovviamente l’anticipo viene scalato dal venduto, quindi se nell’anno di realizzazione il libro vende meno di 1000 copie, gli autori non percepiranno nessuna royalties perché di fatto devono ancora ammortizzare l’anticipo ricevuto. L’ammontare dell’anticipo varia a seconda dell’editore e dell’entità del progetto. Va dai 500 ai 2500 euro.
Qualche volta l’illustratore ne percepisce uno più alto dell’autore, perché il lavoro lo impegnerà di più. Ma poi l’anno seguente guadagnerà meno o anche nulla, visto che la cifra da ammortizzare è più alta.

Che cosa sono le rese e come incidono sul guadagno degli autori?

Se il distributore mette in una libreria 10 copie di un libro e il libraio ne vende, facciamo 5, vi verrebbe da pensare di aver ricavato royalties su 5 copie.
Sbagliato.
Spostare libri costa. Quando il distributore chiede al libraio di pagare i libri il libraio può avvalersi, in alcuni casi, del diritto di resa e rendere le 5 copie che non ha venduto.
Le 5 vengono sottratte contabilmente dal venduto effettivo.

Quindi abbiamo: 10 copie distribuite, 5 vendute, 5 rese.

Il calcolo delle royalties si esegue così:
5 (vendute)
– 5 (rese)
= zero royalties.

Penso risulti chiaro come affidarsi a un buon distributore sia fondamentale per vendere libri. Il distributore senza scrupoli forza la mano del libraio convincendolo a prendere in deposito anche decine di copie di un libro, con la promessa della resa. Ma poi di fatto le rese annullano gli utili, tranne che per il distributore.
Visto che la spedizione della resa è a carico del libraio, perlomeno i piccoli libraio, si ostinano a prendere esattamente il numero di copie che pensano di vendere, anche due per volta, per non rischiare di vanificare i propri guadagni con le spese postali per la restituzione dei libri non venduti.
Questa strategia, unita a un mercato che negli anni è stato il riflesso di una crisi diffusa, ha definitivamente fatto abbassare le tirature dei libri in Italia perché di fatto non uscivano nemmeno dai magazzini dei distributori. Nell’ultimo anno le tirature sono diminuite anche in altri paesi europei.

quanto si guadagna a fare libri per bambini

Dettaglio da una tavola di Gianluca Folì da “L’orso con la Spada

Se un libro che vende 1000 copie produce per l’autore un utile di 750 euro viene da chiedersi: in quanto tempo si vendono 1000 copie?

Dipende. Si può anche non riuscire a venderne nessuna. In linea di massima la regola è che almeno metà tiratura dovrebbe andare via nel corso del primo anno. Quindi sarebbe auspicabile venderne 1000 l’anno.
In Francia però il libro comincia ad essere redditizio superate le 3000 copie vendute in un anno. In Germania è la stessa cosa.

La domanda più difficile: quanti libri bisogna fare in un anno per poterci vivere?

Nessuno ha mai detto che con i libri ci si possa mantenere, tanto meno con gli album illustrati. Ad alcuni riesce, alla maggior parte degli altri, no.
Dipende da molte cose: dalla propria bravura, dall’intraprendenza dei propri editori, da un pizzico di casualità, se non vogliamo parlare di fortuna.
Credo che per essere tranquilli si dovrebbe fare 10-12 libri l’anno.
Ma è praticamente impossibile.
L’alternativa è valutare l’idea di affiancare ai libri altre attività.
Si può tenere i libri come attività collaterale ad un lavoro più convenzionale, che non ha nulla a che fare con l’editoria e che può essere qualsiasi cosa, dall’insegnare al lavorare in ufficio.

quanto si guadagna a fare libri per bambini

Una tavola di Monica Barengo da “Un giorno senza un perché

Oppure si può pensare di rimanere nell’ambiente, lavorando in un studio grafico o collaborando con riviste e case editrici a vario titolo.
O ancora espandere le proprie ambizioni e i propri campi di interesse. C’è chi tiene workshop, chi collabora con la presse, chi illustra libri di scuola o alterna semplicemente le produzioni artistiche con cose più commerciali.
In Francia, per esempio, il mercato dei libri illustrati oltre agli album offre un’enorme scelta di collane di tascabili. Sono molto curati, le storie sono simpatiche, ma paragonati agli album sembrano più “giornalini”. Ai bambini però piacciono, sono pratici da tenere nelle biblioteche scolastiche e da portare a scuola nello zaino. Contengono storie semplici e divertenti. Illustratori famosissimi come Benjamin Chaud e Marc Boutavant, ne illustrano a decine, oltre a illustrare i libri che di solito consideriamo “più belli.”

Una regola che possa valere per tutti?

Per lavorare? Non saprei. Se avete letto i miei precedenti articoli usciti in questo periodo penso sappiate già la risposta: prendere un impegno e rispettarlo.
Per i miei libri usciti in ritardo l’anno scorso, c’erano 25-30 editori stranieri che avevano prenotato la co-edizione. Ce n’erano ovviamente anche più di uno per paese e quindi questo interesse ci avrebbe garantito diciamo 8-10 edizioni straniere nell’arco del primo anno.
Ma le cose cambiano rapidamente. Gli ultimi tre anni sono stati un disastro per l’economia mondiale e il mercato del libro ne sta pagando le conseguenze, come tutti. Il risultato? Dei 25 acquirenti non ne è rimasto nemmeno uno.
Per co-editare i libri bisogna ricominciare daccapo, cercare i clienti uno per uno.
Un libro tradotto in 10 lingue può fruttare circa 14 mila euro con la prima stampa , nell’arco diciamo dei primi due anni dalla pubblicazione originale.
“Bruciare” l’uscita di un libro significa quindi che l’editore che non lo realizza brucia la propria credibilità con alcune decine di clienti e che dopo aver lavorato su un progetto vede sfumare la metà di 14 euro, cioè, 7 mila.
Gli autori ne perderanno 3500 a testa.
Penso sia facile immaginare che l’illustratore che manda in fumo anni di lavoro altrui e 10-20 mila euro, non guadagni la simpatia degli editori.

Ultimamente mi sembra che i tuoi articoli siano un po’ contro gli illustratori.
Sembri molto dalla parte egli editori, che spesso però commettono scorrettezze. Perché non parli mai di questo?

Non penso di stare dalla parte degli editori. Sto dalla parte dei progetti. La visione degli illustratori, devo dire degli italiani, è sbagliata nei confronti dell’editore. Pensano che qualcosa gli sia dovuto perché sono degli “artisti”.
In realtà fare libri non è che una compravendita in un ambito imprenditoriale (e quindi commerciale).
Un libro è un progetto che si fa insieme e io ho sempre difeso i progetti, anche quando andavano in parte contro le mie aspettative. Quando fai un libro o suoni con qualcuno, non puoi pensare che tutto venga esattemene come ce lo avevi in testa. Ho imparato a convivere con questa cosa, in funzione del progetto e non raramente andando anche incontro alle richieste personali dell’illustratore.

POSTILLA
Ci sono cifre più alte (e anche enormemente più basse!), ma è difficile fare un tariffario generale, e soprattutto concentrarlo in un solo articolo.

I libri più “commerciali”, considerati comunemente non “autorali” e quelli con poche illustrazioni interne di solito vengono pagati a forfait con cifre un pochino più alte della media. Per una cover e 6-7 interne b/n si prende dagli 800 ai 1500 euro. Qualcosa di più, a seconda del paese. Anche qui interviene il fattore cambio. Gli americani per esempio pagano leggermente più degli europei, ma con l’attuale cambio bisogna ridurre la cifra del 20% circa, ottenendo così un compenso inferiore alla media (ma con la soddisfazione di lavorare in America).

Morena: in certi ambiti, i prezzi salgono davvero. Mi sono stati proposti anche progetti da 3000, 5000 e 7000 dollari. Parliamo sempre di progetti commerciali, compresi libri gioco, popup o con finestrelle (flap books) e mi riferisco al mercato britannico e a quello americano.
Chiaramente, con queste premesse è perfettamente possibile vivere di illustrazione. A tempo pieno e come unico reddito o quasi.

Tornando all’album d’autore, che è l’obiettivo più ambito dagli illustratori, rimane il fatto che non è enormemente redditizio. Non sempre almeno.
I miei libri francesi vendono mediamente dalle 5000 copie in poi e sono tradotti in almeno quattro lingue, ma non tutti. Alcuni sono rimasti indietro. Altri sono stati un grosso successo: Moi, j’attends ha venduto circa 30 mila copie nella sola edizione francese e ha fatto una quindicina di co-edizioni. Solo quella giapponese, ristampata più volte, ha venduto altre 30 mila copie. Al memento stiamo contrattando per due cortometraggi ispirati al libro. Il libro continua ad essere ristampato ovunque e ci ha portato molti premi, ma chiaramente non è stato così per tutti, anche se almeno una decina hanno avuto 10-12 traduzioni e vinto vari premi.

Tenete conto che in generale, e questo vale per i libri per bambini (album e non) ma non solo, la percentuale di libri che non supera nemmeno le vendite minime per ammortizzare la stampa è altissima. Credo intorno al 70%, ma poi le cifre cambiano a seconda della statistica del momento.

Alla fine penso che fare libri sia come fare dischi. Scrivi dieci pezzi per un album e, forse, tra quelli ce ne saranno due che funzionano e uno che passerà alla storia.

Traduzioni e diritti
Come qualcuno commentava sul blog, i libri portano effettivamente la maggior parte del reddito dai diritti esteri. Ma credo che questo si possa dire poi di quasi tutti i libri e dei film di successo. Woody Allen ha ammesso in più di un’occasione che se i suoi film non fossero arrivati in Europa forse non avrebbe avuto i soldi per continuare a farne. Nemmeno le produzioni cinematografiche miliardarie americane quando sfondano ai botteghini arrivano a rifarsi dei costi. Gli utili cominciano ad arrivare dalla diffusione globale dei film e poi dal merchandise.

Quindi sì, tradurre è una delle cose necessarie perché i libri producano utile. Questo chiaramente incide ovviamente sulla mentalità con cui si scrivono e progettano, perché non tutti libri possono essere tradotti.
Un’alternativa è il mercato scolastico, che parte da principi distributivi diversi e che si mantiene su una logica di mercato differente, per cui i libri sono distribuiti attraverso un canale preferenziale, che non necessariamente passa attraverso le librerie.

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Asterisk Storia dell’Illustrazione: John Anster Fitzgerald
20/12/2010 Morena Forza in Arte / 3 responses
“La materia di cui sono fatti i sogni”
Ingrandire!!!

John Anster Fitzgerald (1819 – 1906) era pittore ed illustratore. Le atmosfere oniriche emanate dalle sue illustrazioni di fate,fiabe e folklore non sono casuali; erano infatti frutto di una vera e propria scelta di vita. Amava vivere nella fantasia e andare oltre la realtà in cui viveva, per evadere in uno spazio immaginario sconfinato.
Era infatto noto per far riferimento all’uso di droghe e ai loro effetti. Le atmosfere a volte sono fatate, a volte si fanno cupe come incubi o visioni.
I colori sono spesso nitidi e brillanti anche quando cupi, e leggere donne fatate si mischiano a creature anche molto grottesche.

 

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