Tag: illustrazione per l’infanzia

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Asterisk Davide Calì intervista Gerda Märtens
19/06/2017 Morena Forza in Illustrazione / No comments

Gerda Märtens è una delle mie allieve più brillanti di sempre. Quando ci siamo conosciuti era arrivata in Italia da solo un paio di mesi e parlava un italiano praticamente perfetto. E poi aveva, e ha, uno stile tutto suo, molto personale, così come i suoi progetti.
Da allora è passato qualche anno e Gerda ha fatto diverse cose. Il suo libro che avete visto più facilmente in Italia è La creazione, un racconto di Dino Buzzati illustrato per Orecchio Acerbo. L’adattamento è stata una sua idea: Gerda ha una grande passione per Buzzati e ricordo che, anche se condivido la passione, avevo anche tentato di scoraggiarla, dicendo che per una studentessa non sarebbe stato facile avere i diritti di uno scrittore così famoso.
Ma Gerda è sempre stata molto determinata, e infatti non mi ha ascoltato, è andata avanti con il progetto ed è riuscita a fare esattamente quello che voleva. Ho una grande ammirazione per lei, per il suo entusiasmo, per la sua caparbietà e per la sua voglia di condividere con gli altri la passione per l’illustrazione.
Ma ora è venuto il momento di farle qualche domanda.

So che lavori anche part-time in una libreria?

Sì, lavoro anche in libreria come commessa, perlopiù per avere un guadagno mensile e l’assicurazione sanitaria. Quest’esperienza però mi sta dando tanta formazione sul mondo dei libri (perché è una tappa importante nella lunga catena tra l’autore e il lettore) e anche tanta ispirazione per leggere bei libri di tutti i tipi, non solo di narrativa. Tra l’altro, lavorare come commessa è utilissimo per osservare la gente e capire come funziona la società. E in più, facendo questo lavoro sto rispolverando anche un po’ di russo e ne sono fiera!

E in Italia, tornerai?

L’Italia è la mia seconda patria. Dopo un inizio un po’ difficile mi ci sono ambientata al punto da sentirmici sempre a casa. Mi piacciono le persone, la cultura (immensa), il cibo, il clima (il caldo), la natura (le montagne), il panorama d’illustrazione.
Anche se non vivo più in Italia da due anni, a volte mi accorgo di formulare i miei pensieri in italiano. Torno in Italia più spesso possibile e il mio sogno per il futuro è quello di averci una casa per poter vivere e lavorare una parte dell’anno lì.

Ma senti, è vero che la sommità più alta in Estonia misura solo 300 mt di altezza? (l’ho imparato la scorsa settimana durante l’HEADREAD festival)

E’ vero, nel Sud dell’Estonia c’è una collina che si chiama Suur Munamägi (La Grande Montagna Uovo) ed è esattamente 318 metri d’altezza, quindi la sommità più alta in Estonia. Ne siamo molto fieri e ci sono diverse canzoni patriottiche dedicate a questa “montagna” bellissima. In cima all’Uovo c’è anche una torre per farla diventare ancora più alta!
In realtà esiste anche un’altra Munamägi, cioè quella più piccola che si chiama appunto Väike Munamägi (Piccola Montagna Uovo) e che a me, quando ero piccola, ha lasciato un’impressione poetica. Penso di non essere stata pronta per l’Uovo Grande all’epoca.

So che questa estate tieni un corso, ma non propriamente di illustrazione. Ce ne vuoi parlare?

Come ho detto, mi sto occupando di diversi progetti contemporaneamente. Al momento sto affrontando anche la sfida di organizzare un corso estivo residenziale a luglio, nell’Estonia del Sud (non lontano dall’Uovo Grande): the Summer School of Inspiration.
E’ un corso che stiamo facendo insieme alla mia amica Monica, una bravissima insegnante di meditazione e una persona radiosa. Si tratta di 5 giorni in campagna, in un vecchio maniero ristrutturato come “maniero culturale”, sede per tantissimi eventi di cultura, corsi di yoga, meditazione, ballo, ecc.
Facciamo un corso combinato di due campi che possono sembrare diversi ma per come li trattiamo, non è affatto cosi: sono il disegno e la meditazione. Entrambe le attività si concentrano sulle osservazioni di ciò che c’è intorno a noi (lo spazio, le persone) e di ciò che c’è all’interno di noi. Tramite il disegno cerchiamo un contatto tra il mondo interiore ed esteriore mentre la meditazione ci insegna a comandare i nostri sensi per poter eliminare le emozioni, i pensieri e le sensazioni che ci impediscono di Creare.

Ma che meraviglia!

Ci sarà anche una serata di incontro con un bravissimo giovane scrittore, Tõnis Tootsen, che ci parlerà del sogno e della veglia e del loro punto d’incontro. Lui ha appena vinto un premio statale letterario per un suo romanzo distopico particolare sia per la storia che e per la forma visiva: è scritto e illustrato a mano e così anche riprodotto. Si intitola Il primo giorno.
Tra tutto quello ci sarà del tempo per stare in una compagnia di persone interessanti di origini diverse, per godersi della sauna e delle serate intorno al falò o per vagare nei dintorni del maniero. Io stessa non vedo l’ora di vedere il corso realizzato e di conoscere le persone che parteciperanno.

E adesso: insegnami tre parole belle in estone! (devo arricchire il mio dizionario per la prossima volta che ci vediamo)

Cominciamo da quelle più corte e più attuali.
Öö – notte
Mets – bosco
Kuu – luna

Che belle! Sembra un haiku ! E in Italiano: quali sono le prime parole che hai imparato?

Mi ricordo di aver portato un manuale d’italiano al mio primo viaggio per l’Italia nel 2009. E’ stato un viaggio da backpackers/couchsurfing e spesso aspettavo i treni nelle stazioni sedendomi sulla valigia e studiando la grammatica italiana. Le prime parole che ho imparato durante quel viaggio penso siano state: francobollo, giallo e scarpe.

Raccontaci: come è nata la tua passione per Dino Buzzati?

Avevo iniziato il mio secondo anno con il programma Erasmus all’Accademia di Belle Arti di Macerata, pensando ad un possibile progetto editoriale. Mi sentivo pronta per affrontare un intero libro, però mancava il testo. Poi in Accademia ho sentito il nome di Dino Buzzati.
Si parlava del suo libro I miracoli di Val Morel che lui aveva anche illustrato con le immagini che si riferiscono alla tradizione dell’Ex Voto, che mi ha affascinato molto (io vengo da una tradizione religiosa protestante o, meglio, pagana). Un miscuglio tra un mondo reale, logico, e quello immaginario mi sembrava il modo più giusto per capire la vita, o la condizione umana. Penso che più che dal mondo esteriore siamo guidati dalle nostre forze interiori, paure, gioie, fantasmi, immaginazioni. Comunque, io fin dall’inizio ho inteso Buzzati come scrittore e artista. Lui si dichiarava come un artista che qualche volta scrive.
In realtà fece il giornalista presso Il Corriere della Sera per tutta la sua vita – e da lì penso provenga il suo stile di scrittura preciso e realistico.
Comunque, quando ho trovato il suo racconto “La creazione” in una raccolta in biblioteca ho capito che era questo il testo che cercavo.

Che cosa ti è piaciuto in particolare ne “La creazione”?

“La creazione” è una versione umoristica della Genesi, ambientata ai giorni nostri.
Dio onnipotente ci è presentato come un personaggio benevole che guida le creazioni ma allo stesso tempo non è per niente dominante: lascia che le cose facciano il loro corso, tanto lui sa tutto quello che deve avvenire e non si stressa. I veri creatori in questa Genesi però sono gli angeli e in particolare uno, diverso dagli altri, che presenta la sua idea di creare l’uomo.
Questa versione umoristica della Genesi mi ha fornito delle interessanti metafore sul creare e sulla vita d’artista. Mi ricordo che i primi tempi che stavo lavorando sul progetto mi erano particolarmente simpatici gli angeli creatori, e ce ne sono tantissimi! Li ho disegnati tutti un pochino ingenui, giovani ma con tanta speranza, visioni grandiose e una voglia di fare.
Per me in questo racconto tramite quegli angeli c’è descritta la sensazione del creare, quell’emozione che anch’io cerco in ogni aspetto della mia vita, non potrei farne senza!
Ora quando sono agli incontri con i lettori, dico anche che illustrare è creare un mondo, esattamente come lo si progetta ne La creazione.

L’anno scorso hai trascorso un periodo in America. Come è andata? Quanto sei rimasta? Che cosa hai fatto? Ma soprattutto: ti è piaciuta l’America?

Sono stata in America, nello stato di NY un anno in totale durante un periodo di due anni. Nell’estate 2015 ho fatto un corso estivo bellissimo alla New York School of Visual Arts sulla narrazione attraverso l’illustrazione. Un mese di concentrazione totale nell’incredibile NYC: vivevo a Brooklyn, per andare allo studio passavo l’East River sul treno e vedevo sempre l’Empire State Building sullo sfondo, sembrava un film. Avevamo quattro-cinque professori di diversi campi come illustrazione editoriale, fumetto o licensing, abbiamo avuto l’opportunità di mostrare i nostri portfolio ad un art director del Penguin Books e abbiamo finito la residenza con una mostra nella galleria della scuola, sulla Manhattan centralissima! Durante quel corso ho imparato tantissimo, soprattutto sul mercato americano, sulla parte commerciale del mestiere e anche su me stessa proprio perché è stato veramente molto intenso.
Il resto del tempo sono stata in Long Island, vicino a NYC a disegnare e a conoscere la vita all’americana. Poi, come tanti, anch’io ho parenti in America e sono riuscita ad andare a trovarli in Minnesota e a Washington DC. Sono stati momenti molto emozionanti, che hanno aggiunto un altro pezzo nel puzzle della mia vita.
Se mi chiedi se mi è piaciuta, direi che in qualunque posto uno sia, si fa sempre la propria esperienza da soli. Esistono tante Americhe (o qualsiasi altro paese) quanto le persone che ci vanno. Io ne ho visto una minuscola parte. NYC per me è specialissima, ispirantissima ma tanto pazza, e mi agitava. In Minnesota mi piaceva la natura, i laghi e mi sembrava un’ambiente rilassante.

Da quando ci siamo visti l’ultima volta so che hai vinto un premio importante per l’illustrazione. Ce ne vuoi parlare?

Sono estremamente felice di aver ultimamente vinto un premio al concorso Supergraafika organizzato dalla città di Tallinn. Il concorso ha selezionato tre disegni, tra quelli proposti da diversi artisti, che diventeranno murales sui condomini in città. Il mio verrà realizzato in un quartiere verde al confine della città, su un palazzo di 5 piani. Parteciperò alla realizzazione anch’io, infatti non vedo l’ora di vedere come la mia illustrazione formato cartolina diventerà alta più di 15 metri!

A cosa stai lavorando adesso? Hai un nuovo libro in produzione?

Ho sempre una decina di progetti diversi in corso. Comunque, il libro che sto attualmente illustrando porta il titolo Grazie, sono sazio ed è scritto dall’autrice estone Hilli Rand.
E’ una storia semplice ma davvero divertente. Ci sono due fratelli e moltissimi animali e tanta immaginazione.

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Asterisk Le 7 regole d’oro dell’illustrazione secondo Quentin Blake
08/06/2015 Morena Forza in Disegno per professione / 2 responses

blake

E’ l’illustratore che ha disegnato i miei libri preferiti dell’infanzia, quelli di Roald Dahl e Bianca Pitzorno.
Quentin Blake per me rimane sempre il top. :)
Ieri su Artists&Illustrators sono state pubblicate queste 7 regole per la buona illustrazione stilate proprio da lui e ho pensato di mettere a disposizione una traduzione su RDD. Buona lettura!

Dettaglio di una pagina tratta da "The Roald Dahl Treasury"
Dettaglio di una pagina tratta da “The Roald Dahl Treasury”

1) PERDI LE TUE INIBIZIONI

Tutti sanno disegnare qualcosa. Alcuni sono imbarazzati perché pensano di non essere molto capaci, ma quello che dico loro è: “Disegna quello che puoi vedere davanti a te”. Se lo riguarderai dopo resterai sorpreso di cosa hai portato via da quella persona, quella situazione, quel paesaggio. Hai afferrato qualcosa. Potrebbe non essere ciò con cui pensavi di cominciare, ma quel grado di concentrazione va molto bene per questo sistema. Lo faccio da 75 anni e continua ad essere interessante.

2) CONOSCI I TUOI PERSONAGGI

Presentati ai tuoi personaggi disegnandoli. Se hai intenzione di creare il personaggio, continua a pensare al personaggio e alla situazione che hai inventato. […] Per quando avrai finito il libro sarà diventato qualcuno che conosci.

Il frontespizio di "The Roald Dahl Treasury". Un giorno vi racconterò come questo libro ha trovato me, per le strade di un paesino in Cornovaglia. :-)
Il frontespizio di “The Roald Dahl Treasury”. Un giorno vi racconterò come questo libro ha trovato me, per le strade di un paesino in Cornovaglia. :-)

3) METTI IN LUCE L’AUTORE

Una buona illustrazione è quella che completa e contrasta il testo. Bisogna formare un duo con l’autore. L’autore è il personaggio principale però; come illustratore devi enfatizzarlo. Ho dovuto fare molto di questo con i libri di Roald Dahl. C’è un punto in “Matilda” in cui la Trinciabue è così arrabbiata che prende un piatto e lo tira sopra la testa di Bruce Bogtrotter. Ho scelto di disegnare il momento in cui alza il piatto, non il pezzetto in cui lo scaglia contro di lui, perché quello è il momento dell’autore. Il tuo lavoro è lavorarci attorno.

Tratto da “Matilda”

4) NON GIUDICARE IL LIBRO DALLA COPERTINA…

…Ma apprezza sempre il suo valore. Questo è un aspetto importante della buona illustrazione e per me molto interessante perché disegnare copertine per libri è una delle cose più difficili.

Bisogna fare in modo che il libro abbia un aspetto interessante e che dia una sensazione della sua atmosfera e genere, ma allo stesso tempo non si deve dire troppo. Deve stimolare l’appetito senza soddisfarlo.

5) PRENDI ISPIRAZIONE DAI TUOI DINTORNI

Sono influenzato dal paesaggio in Francia, dove vivo. Uno dei miei libri, Cockatoos, si svolge attorno ad una casa in Francia. Di solito lascio indietro gli sfondi se non ne ho bisogno, ma in quel libro ogni pagina è ambientata in una stanza diversa della casa. Mi sono divertito a disegnarci tutti i dettagli francesi.

Come molte illustrazioni tratte dai libri di Blake, “Coockatoos” è diventato parte di una serie di tappezzerie per bambini. Favolosa, no?

 

6) NON ESSERE PRETENZIOSO

Non conoscevo molto bene Roald Dahl per il primo libro o il secondo. Qualcuno disse che la sua era una personalità difficile ma non fu davvero un problema. Cominciai a visitarlo a casa sua a Great Missenden e feci degli schizzi di come pensavo che sarebbero stati i personaggi. Instaurammo una bellissima collaborazione: parlammo dei disegni ed ero pronto a cambiare le cose. Non sono così schizzinoso – è parte del mestiere, dopotutto – ma volevamo che i disegni facessero parte del lavoro. Eravamo diversissimi, ma molto dell’umorismo era lo stesso.

Dettaglio tratto da "The Roald Dahl Treasury"
Dettaglio tratto da “The Roald Dahl Treasury”

7) SII ADATTABILE

Con Roald Dahl non si sapeva mai cosa sarebbe successo dopo. Per esempio, Gli Sporcelli è una  severa caricatura come libro, mentre altri, come Danny, il campione del mondo sono quasi poetici. Il contrasto è interessante – devi adattarti ad un nuovo libro ogni volta.

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Asterisk Davide Calì intervista Gerda Märtens
09/03/2015 Morena Forza in Illustrazione / No comments

Davide Calì mi invia questa intervista che ha fatto a Gerda Märtens. Dopo averla letta con molta curiosità, ho deciso di condividerla con voi.
Buona lettura!

 

Intervista
a Gerda Märtens
Ho conosciuto Gerda un paio di anni fa a
Macerata dove si era iscritta a un mio corso.
Da allora siamo rimasti in contatto e ci siamo
scritti spesso. Due anni fa mi ha invitato a Tallin, in Estonia, per
tenere un corso all’Accademia di Belle Arti.
Ne parlo qui..
Nel frattempo Gerda è riuscita a pubblicare il
suo primo libro in Estonia e a breve ne uscirà un altro, in Italia.
Ciao Gerda, raccontaci un po’ la tua
storia. Quando ci siamo conosciuti se non sbaglio eri iscritta al
Master di
Ars in Fabula,
giusto?
 
No, non ero iscritta al Master, facevo un Erasmus, solo che ero molto
concentrata sull’illustrazione. Ho passato a Macerata quasi tre anni
e ho imparato tanto da questa esperienza. E’ stato un periodo in cui
sono cresciuta tantissimo come persona e come artista.
Da dove viene la tua passione per l’illustrazione? Ti
interessava già da piccola?
 
Sì, la mia passione risale alla mia infanzia. Poi nel 2008 e il 2009
ho fatto il direttore artistico per un cortometraggio animato, In
the Air
di Martinus Klemet, nello studio Joonisfilm in Estonia.
Grazie a questo lavoro ho notato che i cartoni strutturamente e
narrativamente sono comunque molto vicini all’illustrazione, mi è
venuto naturale quindi cimentarmi con quest’ultima. In seguito,
studiando contemporaneamente la musica classica, ho capito che
l’illustrazione era il mondo nel quale volevo vivere e lavorare
perché mi veniva molto naturale.
Quando eri piccola avevi libri illustrati? Ce n’è qualcuno che
ti ricordi in modo particolare, cui sei rimasta affezionata?
 
Ma sì, certo! Mi piacevano tanti libri diversi,
non solo quelli per bambini! Leggevo tantissimo ed ispirata da essi
poi mi sono messa a scrivere e a disegnare anch’io. Mi ricordo molto
bene le emozioni che provavo da piccola e i libri mi creavano una
sensazione che spesso riconosco anche
adesso.
Sono felice di avere questa sensibilità che mi
regala momenti bellissimi in tutto ciò che faccio. I
miei libri preferiti assoluti da bambina
erano sicuramente Kristiina,
see keskmine
(Kristiina
la media
) di Leelo
Tungal
con le straordinarie
illustrazioni di Kersti Haarde,
Dondi jutud (un gioco di parole su Racconti
di Fantasma
) di Henno Käo con le sue illustrazioni e i
libri tascabili delle favole horror dalla Siberia. Quindi,
tutto sommato, un po’ di vita quotidiana di una famiglia che faceva
tanto ridere, un po’ di fantasia buffa sull’aldilà e un po’ di
folklore spaventoso.
Per il Master avevi avuto una borsa di studio italiana, poi se
ricordo bene ne hai avuta un’altra, però dall’Estonia, per
continuare i tuoi studi a Macerata? E ora starai invece a Trieste per
un po’: un’altra borsa di studio?
 
Per gli anni dell’Erasmus si, avevo sempre una borsa di studio che
veniva dall’Unione Europea. Quando sono tornata a Macerata per
lavorare sulla mia tesi per laurearmi presso l’Accademia di Belle
arti Estone, ho vinto una borsa di studio dal Ministero degli Esteri
della Repubblica Italiana. A Trieste, invece, sto facendo uno stage
di due mesi per il Centro della Salute del Bambino (che coordina
anche il programma conosciutissimo Nati per Leggere) ed ho una
borsa di studio creata da poco per i neolaureati, si chiama Erasmus
Plus+.
A Trieste, al momento faccio la grafica per il Centro e sono venuta
appunto per allargare le mie conoscenze nel settore e capire un po’
di più sul pubblico della mia arte.
E l’italiano? Come lo hai imparato?
 
Studiando il canto lirico e seguendo il blog di Anna Castagnoli, che
parla di illustrazione!
Raccontaci il tuo primo libro. Come è andata?
 
Dopo aver studiato a Macerata mi sono successi alcuni miracoli. Tra
una borsa di studio e l’altra avevo continuato ad essere molto attiva
anche in Estonia. Non lavoravo soltanto sui miei disegni ma facevo
anche l’insegnante e alla fine del 2013 ho organizzato anche una
mostra di illustrazione come omaggio a Charles Perrault. Il mio
lavoro è stato visto dai diversi illustratori e professionisti
estoni e così mi è stato proposto il progetto del mio primo libro
dalla casa editrice Päike ja pilv.
Il libro che è uscito a dicembre 2014 si chiama Õnnelike
õhtulugude sahtel
(Il cassetto delle storie notturne felici)
dalla scrittrice Hilli Rand. Contiene 8 storie sulla vita
quotidiana dei bambini, ma la parte interessante è che quella vita
viene osservata nell’ottica dell’immaginazione dei bambini. Quindi si
incontrano le situazioni e i personaggi che normalmente solo i
bambini possono percepire con la loro fantasia.
E quello di Buzzati invece? Se non sbaglio a breve esce con
Orecchio Acerbo? Come è nato il progetto?
 
Si, infatti ancora prima di ricevere la proposta per il progetto
estone, avevamo discusso con Orecchio Acerbo l’uscita del mio
progetto La creazione, un albo illustrato del racconto di Dino
Buzzati
. Era fin dal secondo anno a Macerata che l’avevo
preparato e ci credevo.
Il progetto è nato nel momento in cui volevo cimentarmi con un
progetto concreto, quindi mi sono guardata intorno e l’ho trovato,
quel racconto che mi ha colpita e commossa.
Ho riconosciuto qualcosa di molto universale che andava al di là di
quell’interpretazione della creazione del mondo. E’ un po’ diverso
dal resto delle opere di Buzzati ed è geniale. L’idea di pubblicarlo
con Orecchio Acerbo è venuta molto dopo la prima realizzazione del
progetto. Mi hanno trovata attraverso una mostra degli artisti delle
Marche in galleria Tricromia a Roma, e così ho avuto l’opportunità
di fare una nuova versione di questo mio lavoro per la casa editrice,
della quale ammiro molto i libri.
E quindi La creazione sta prendendo una forma definitiva.
Uscirà per la fiera del libro di Bologna di quest’anno.
 
 
E ora, quali sono i tuoi nuovi progetti?
 
Ne ho tanti. Quest’anno partecipo anche ad un paio di mostre
internazionali che girano l’Europa e l’Italia. E certamente continuo
ad illustrare, ad esempio in estate lavorerò su un libro che ha
scritto una mia amica Farištamo Susi e verrà pubblicato in
Estonia sempre quest’anno. Collaboro con le mie illustrazioni per la
rivista estone per ragazzi: Täheke, e poi ci sono altre idee
che ancora non hanno preso una forma definitiva.
Raccontaci qualcosa del tuo lavoro in Estonia: è possibile
riuscire a vivere di illustrazione nel tuo Paese?
 
Quasi tutti dicono di no. Anche gli illustratori affermati,
conosciuti e bravissimi sostengono che fare solo l’illustratore non
è affatto possibile e consigliano di non sperare per poi non
rimanere delusi. Tutti hanno almeno un altro lavoro, più spesso
fanno la grafica o lavorano in qualche agenzia pubblicitaria. Quelli
che fanno almeno quattro libri all’anno invece riescono a viverne,
però devono regolare il lavoro molto rigidamente in tempi molto
ristretti. Io penso che vivendo cosi perderei l’essenza artistica.
Anche se anch’io in meno di sei mesi ho illustrato due libri, quel
ritmo di lavoro è stato abbastanza pesante: per esempio la tecnica,
matita e acquerello, come la uso io, è lentissima. Il problema è
che ci sarebbe bisogno di tempo per consumare la cultura, come si
dice, non solo di produrla. Cioè, per un artista è essenziale
essere interamente a contatto con più cultura possibile, ma bisogna
adempiere anche alla vita di tutti i giorni. Prima si è una persona,
poi si fa il mestiere d’artista. Però se sei costretto a pensare
ogni giorno solo a come pagare l’affitto…
Immagino che non ci siano risposte. Ognuno fa i propri compromessi.
C’è qualche differenza tra lavorare in Estonia e in Italia,
nell’illustrazione?
 
Per me ci sono grandi differenze. In Italia l’illustrazione è
considerata arte e non solo tra le persone del settore ma fin da
piccoli i libri e i diversi immaginari artistici sono comunque molto
apprezzati e rispettati. In Estonia a me sembra che non ci sia una
vera comprensione o il consenso generale su cosa sia cultura e cosa
no. Ci sono due aree molto promosse: quella della nazionalità e
quella dell’innovazione. Mi dispiace di essere così
critica ma a me sembra che più spesso il vero senso delle cose
rimanga nascosto e tutto giri intorno alla superficialità delle
cose. C’è molta poca discussione sui valori veri e propri, qualunque
sia il settore. E quindi anche l’illustrazione in Estonia per la
maggior parte delle persone non è altro che la decorazione dei
libri. L’alfabetizzazione visiva è scarsa. Penso sia uno dei motivi
per il quale anche la maggior parte dei libri per bambini contengono
tantissimo testo e 8-10 pagine di illustrazioni. L’albo illustrato è
ancora molto poco diffuso. E però ci sono dei magnifici illustratori
e autori e soprattutto tra la vecchia generazione. Quando lavoro o
osservo il panorama del settore italiano o parlo dei libri illustrati
in Italia, sento sempre una profondità culturale e non ho bisogno di
convincere le persone che è un’arte e un lavoro serio e
importante. Spero e credo però che anche in Estonia il mestiere di
illustratore piano piano venga più apprezzato e che il pubblico
diventi più consapevole della rappresentazione visiva del mondo
intorno.
Perché dico tutto questo? Perché definisce molto
gli argomenti e le modalità del mio lavoro, la collaborazione con
gli editori, l’interesse del pubblico, ecc. Però dal lato positivo
devo dire che i bambini in tutti e due paesi sono sempre gli stessi
per i quali cercare di fare il meglio per loro è il mio compito
primario. A gennaio abbiamo presentato il libro Õnnelike
õhtulugude sahtel
ad una classe di bambini di
un asilo ed è stata una delle esperienze più felici da quando ho
studiato e lavorato in questo settore.
I libri di Gerda Märtens
Õnnelike õhtulugude sahtel, di Hilli Rand, editore Päike ja
pilv, 2014
La creazione, di Dino Buzzati, editore Orecchio Acerbo, 2015

 

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Asterisk Davide Calì intervista Nicolas Gouny, l’illustratore “tardivo”
15/10/2014 Morena Forza in Disegno per professione / 5 responses
Davide Cali
Nicolas Gouny: l’illustratore tardivo
Ho sempre pensato che l’illustrazione, come del resto il fumetto, fosse un mestiere da intraprendere da giovani.
Diversamente dalla scrittura, che spesso convive con altri mestieri e che altrettanto spesso le persone scoprono anche tardi nella vita, il mestiere del disegnatore richiede una dedizione totale e una preparazione tale, che mi è sempre sembrato un qualcosa di impossibile da cominciare dopo aver già fatto altre cose. Perlopiù la realtà conferma questa regola non scritta, ma per ogni regola esiste l’eccezione.
Qualche tempo fa ho incontrato a un salone Nicolas Gouny, un illustratore francese di cui conoscevo il lavoro e ci siamo trovati a chiacchierare. E’ così che ho scoperto il suo percorso
piuttosto singolare e ho deciso di condividerlo con i lettori di Roba da Disegnatori.

 

Penso che i lettori italiani non ti conoscano. Hai voglia di presentarti?
Mi chiamo Nicolas Gouny, abito con la mia famiglia in una campagna molto verde e piena di mucche nel mezzo della Francia, una casa dalle
persiane blu in cima a una collina.
Sono autore e illustratore di libri per bambini da qualche anno. Mi piacciono il biathlon, i libri, le giraffe, gli elefanti, la corsa, la musica e il rugby.
So che sei arrivato tardi all’illustrazione. Cosa facevi prima?

Lavoravo in ufficio e mi occupavo di libri didattici per gli insegnanti di francese. Prima ancora ho fatto lunghi studi di economia e letteratura.

 

A che età hai cambiato mestiere e cosa ti ha dato voglia di dedicarti all’illustrazione?
Ho iniziato quando i miei bambini erano piccoli, verso i 30 anni.
All’inizio disegnavo per me e per loro, non pensavo di diventare illustratore. Poi ho iniziato a postare i miei disegni su internet, sul sito deviantart.com, quindi un piccolo editore mi ha contattato e da lì è partito tutto.
Dopo qualche tempo ci siamo spostati in campagna (prima abitavamo fuori Parigi) e ho lasciato l’impiego un po’ noioso che facevo e l’illustrazione è diventata il mio nuovo lavoro.
Hai seguito dei corsi per imparare a disegnare? In quanto tempo sei diventato un professionista?
Non ho mai fatto corsi di disegno, non ho frequentato scuole d’arte, ho imparato da solo e continuo a farlo, sperimentando, sbagliando e correggendo, e guardando gli altri. E’ un metodo abbastanza punk! Disegno dai quasi dieci anni e lo faccio per mestiere da 7.
Quanti libri hai pubblicato? E mediamente quanti ne fai l’anno?

Ho smesso di contarli, ma sono circa sessanta. Ne disegno tra i 5 e i 12 ogni anno.

Rimpiangi mai il tuo vecchio lavoro? Ha mai pensato di tornare indietro?
No, non conto di tornare indietro, non ho più voglia di un lavoro dipendente, amo la libertà, anche se mi piaceva prendere il treno per andare in città a lavorare, mi piaceva Parigi e la sua
periferia. Ma niente rimpianti. Ho voltato pagina!
Fai qualcosa oltre a libri per bambini? Illustrazione per la presse? Laboratori?

Disegno un pochino per la presse (Toupie, Terra Eco), faccio laboratori nelle classi in occasione dei saloni. Ho illustrato anche giochi, carte, posters, agende e un po’ tutto quello che richiede illustrazione. Oltre a disegnare mi occupo anche di una piccola cooperativa amorosa con mia moglie, La parenthèse enchantée un’etichetta che produce bijoux a partire dai miei disegni.

Hai qualche nuova voglia, dopo l’illustrazione? La musica? L’animazione?

Mi piacerebbe fare animazione ma quando vedo il numero di persone e il tempo che occorrono per un film, mi dico che non è roba per me. La musica, sì, sarei tentato. Se avessi tempo mi piacerebbe mettere su una one-man-band di musica dark-funeral-metal-drone-ambient. Mi piacerebbe anche metter su un festival di musica drone sperimentale nella mia campagna. Un’idea per far vivere per animare il posto dove vivo.
ALCUNI DEI LIBRI DI NICOLAS GOUNY:

 

gouny_miel
Geronimo Amedeo e le giraffe
Terre di Mezzo (2014)
Le Miel
Ricochet (2016)
Quand on sera grands
Ptits Berets (2013)
gouny_petitfernand
Où vont les couleurs?
Balivernes (2015)
La famille Ponpon” (serie)
Belin Litterature et revues
Petit Renard
Balivernes (2016)
LA PAGINA FACEBOOK DI NICOLAS GOUNY:
BIBLIOGRAFIA

 

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Asterisk Polline – Una storia d’amore. Intervista agli autori
18/12/2013 Morena Forza in Illustrati / No comments

L’anno scorso alla Children Book Fair camminavo per la mostra dei selezionati.
Aspettavo che alcuni amici e colleghi arrivassero e nessuna delle tavole esposte riusciva a catturare appieno la mia attenzione, finché non venni abbagliata da alcune illustrazioni molto oniriche e intense.

Erano quelle di Monica Barengo, del suo progetto “Metamorfosi“.
Ne rimasi talmente affascinata che scrissi il suo nome e, una volta a casa, la cercai per poter vedere altri suoi lavori.
E non mi deluse; infatti da allora seguo assiduamente ciò che fa e sa sempre stupirmi nonostante sia giovanissima.

All’uscita di “Polline” scritto da Davide Calì, edito da Kite Edizioni e illustrato proprio da Monica Barengo, mi sono precipitata a ordinare l’albo in libreria.

Ogni volta che apro il volume riesce a stregarmi e far volare i miei pensieri e non potrei chiedere di più a un albo illustrato.

Così ho deciso di intervistare sia l’autore Davide Calì sia Monica Barengo che l’ha squisitamente illustrato.
Volevo saperne di più!

Buona lettura e grazie agli autori per la disponibilità e la cura che hanno messo nel rispondere alle mie domande. :)
Davide Calì
Diversamente da Che cos’è l’amore?, Polline ci parla di una visione più delicata e introspettiva di questo argomento fuori dal tempo. L’hai pensato volutamente così per riflettere su una delle tante facce di questo sentimento oppure è venuto spontaneamente così malinconico e sospeso?
A dirti la verità non penso mai a cosa voglio dire, quando scrivo. Semplicemente mi viene in mente una storia. Poi ovviamente, in seconda battuta penso a dargli una forma e al modo di venderla. Ma ultimamente ti confesso, lo faccio sempre meno. Una volta studiavo il catalogo degli editori, cercavo di capire cosa gli piacesse.
Ora scrivo le mie cose, poi le mando in giro.
“Il profumo del loro polline divenne il profumo dei suoi risvegli.”
Mi ha molto colpita questa frase; quando ho comprato il libro è stata la prima a catturarmi e l’ho riletta più volte. Perchè un fiore è spesso simbolo d’amore, ma il profumo ne è la parte meno tangibile e più effimera. Una bella metafora che crea più livelli di lettura.
Hai pensato Polline per un certo target di età e sesso o l’hai scritto senza porti i problema?
Ho smesso da tanto tempo di pensare al target, è un’altra cosa che facevo una volta. In generale non ho mai pensato ai bambini, scrivendo le mie storie. Non ho bambini e nessun bambino legge nulla di mio in anteprima.
Di base scrivo per me, almeno in principio. 
In passato mentre scrivevo mi ponevo il problema della fascia d’età, ma poi ho smesso. Penso che sia un problema dell’editore pensarci, così io non me ne interesso più. 
Facendo molti saloni so che il target di età è importante: genitori e insegnanti vengono spesso chiedendomi un libro per un’età specifica, ma io non so mai cosa rispondere: faccio anche molti incontri con le classi e in ogni classe vedo bambini della stesa età, ma molto diversi. Alcuni leggono molto, altri poco. Alcuni leggono fumetti, altri libri di animali. Quando mi chiedono un libro per gli 8 anni, io rispondo con altre domande: gli piacciono gli insetti? Ha paura del buio? Gli piace il formaggio?
Quanto a Polline, ho capito subito che anche se io lo vedevo illustrato, sarebbe stato difficile venderlo come libro per bambini, che è ancora l’unica, o quasi, forma di illustrato in commercio.
Lo avevo anche detto a Monica quando le ho proposto il progetto: non avevo un contratto e non sapevo se qualcuno lo avrebbe mai comprato.
Poi è andata a finire che dopo che Monica ha fatto lo storyboard il primo editore che lo ha visto, Kite, lo ha preso subito.
Qualcuno usa dire che “Se è finito, non era amore.” 
Invece l’amore può finire come tutte le cose e così i fiori seccano anche se un tempo risplendevano e profumavano nel loro candore. E la protagonista non se ne fa una ragione. Pensi che sia un modo di vivere l’amore più femminile che maschile?
Quando l’amore se ne va credo che farsene una ragione sia difficile per tutti. Uomini e donne possono avere aspettative diverse, ma la perdita lascia un vuoto che richiede tempo per essere riempito.
Quanto alla prima frase: penso che un grande amore possa anche durare poco, oppure durare e finire dopo un po’, magari ricominciare, oppure no.
Io credo nell’amore eterno, credo che per alcuni esista, ma non credo che sia l’unico possibile. Credo anche nell’amore a prima vista e nelle coppie che stanno insieme fin dal liceo: credo a tutto, perché a qualcuno è successo, quindi nulla è impossibile.
In generale penso che abbiamo questa aspettativa di eternità, dell’amore, dell’amicizia, di tutto, che certe volte ci impedisce di vivere giorno per giorno. Alle volte ho la sensazione che viviamo come se dovessimo raggiungere un certo punteggio, come se la cosa importante sia arrivare da qualche parte, e ci dimentichiamo di guardare il paesaggio mentre andiamo. 
Chi ha pensato ai disegni delicati ed eleganti di Monica Barengo per Polline?
Ho scelto io Monica. Prima o poi smetterò di raccontare il nostro incontro, ma è andata così: due anni fa sono stato nella commissione di esame dello IED di Torino. Mi hanno chiamato come membro esterno, insieme ad altri professionisti, per esaminare i progetti degli allievi del terzo anno.
Monica era la più brava. A me sembra di aver aspettato due giorni per chiamarla, ma come sai le donne hanno più memoria e lei sostiene che l’ho chiamata il giorno dopo.

 

Quella creata dalle tue parole e dai disegni di Monica è un’atmosfera sospesa e silenziosa, malinconica e a tratti un po’ amara, per questo Polline mi ricorda un po’ alcuni corti di animazione russa o polacca e così mi sono chiesta: hai mai pensato di animare una tua storia in un corto di questo tipo?
Sì, mi piacerebbe, ma non mi metterei a disegnare fotogramma per fotogramma: sono troppo pigro.
Avevo diversi progetti di cortometraggi da parte, poi per diversi motivi non se n’è fatto nulla.

Al momento è appena uscita un’animazione del mio libro Moi, j’attends (Io aspetto), ecco il videotrailer:

che accompagna l’APP, ma io non ho dato nessun contributo.
Sto lavorando per portare su grande schermo in USA un mio libro, ma ci vorrà del tempo, sempre che parta il progetto. Come sai i tempi del cinema sono piuttosto lunghi.
In Francia si parla anche di una possibile serie animata tratta da una mia serie a fumetti, ma anche lì, i tempi sono piuttosto lunghi. In  generale oltre che vedere animati i miei libri mi piacerebbe girare qualche corto, sia animato che dal vero. Ho molti soggetti da parte, ma non ho ancora trovato qualcuno interessato alla produzione.
Chi ha deciso di gestire le immagini in monocromia?
E com’è stato gestito il lato decisionale su storyboard e disegni? 
Hai dato carta bianca a Monica, oppure ti piace che l’illustratore che disegna una tua storia segua delle tue “visioni” rispettando come ti eri immaginato ciò che avevi scritto?
Ah! Ah! Io non do mai carta bianca! Sono un rompipalle! Fatti raccontare da Monica!
Scherzi a parte mi piacevano le tavole che Monica aveva presentato per un progetto in particolare all’esame ed è così che ho visto Polline da subito. Lei poi ha fatto qualche prova colore, ma ci è piaciuta meno. Su colori, storyboard e tutto il resto abbiamo sempre lavorato a tre: io, Monica e Valentina Mai di Kite.
Hai qualche succosa anticipazione sulle prossime uscite?
Nel 2013 tra album, APP e fumetti sono uscite una dozzina di cose, quindi l’anno prossimo ne ho di meno. Tra febbraio e marzo dovrebbe essere in uscita Mamma, prima dov’ero? un mio libro con Thomas Baas per Rizzoli che, se non sbaglio ha anche comprato i diritti di I didn’t do my homework (Non ho fatto i compiti perché), il mio libro americano con Benjamin Chaud.
Poi è in uscita Bons Baisers ratés de Venise, secondo della serie (il primo era su Parigi), illustrato da Isa Banchewitz per Gulf Stream quindi Pum, Pum! illustrato da Maddalena Gerli (Zoolibri) e Vide-grenier illustrato da Marie Dorleans (Sarbacane).
Poi c’è un mio romanzo, ma non ho ancora capito quando esce.
Parlando di progetti al solito ci sono diverse cose: un ebook animato molto bello di cui parlerò tra un po’, un nuovo libro americano, un paio di romanzi brevi e altre cosette.
Con Monica la collaborazione prosegue. Sta già lavorando a un mio nuovo libro per Kite e proprio questa settimana gliene ho scritto un altro.
A dire la viertà gliene ho scritto due, perché mi aveva chiesto una storia in particolare, ma poi come capita spesso, quando ti metti a fare una cosa, te ne viene un’altra.
Monica Barengo

Ciao Monica,
questa è la tua seconda pubblicazione, ma il primo albo illustrato.
Che sensazione ti dà?


Una grande soddisfazione, non pensavo di pubblicare il mio primo albo illustrato così presto.
Pensavo di uscire da scuola e cercare qualcosa per continuare a disegnare.
Tutto fa esperienza e all’inizio mi avrebbe gratificato anche lavorare a progetti lontani dal mio mondo.
Mi spaventava solo l’idea di trovare porte chiuse, invece ho avuto la fortuna di incontrare Davide e quando mi ha proposto Polline, non potevo essere più felice.
Oltre a lavorare al mio primo libro, illustravo un testo che sembrava scritto per me.

La storia è malinconica e delicata, sicuramente però più leggera del testo della graphic novel Io so’ Carmela.
Quali scelte ti sei trovata a improntare differentemente per i due testi?

Era tutto diverso. In Carmela raccontavo una storia drammatica quasi surreale ma vera. Si denunciava la violenza sulle donne, l’inutilità delle istituzioni e l’ingiustizia nel non ricevere giustizia. Tutto era dinamico e le vignette si susseguivano come i fotogrammi di un film. Mentre in Polline raccontavo l’amore e ogni sua forma con una delicatezza unica, anche la tristezza aveva una certa poesia. Era tutto più lento, ogni pagina si riempiva di silenzi, di attese e le immagini raccontavano un tempo che si era fermato per riuscire a cogliere un’emozione. Diciamo che ho lavorato contemporaneamente a due opposti, in uno disegnavo l’amore e nell’altro lo distruggevo.

 

Pensi che richiedessero un diverso approccio?
Sì, era necessario. Lavorandoci contemporaneamente è stato difficile scindere i due progetti. Emotivamente ero coinvolta nella storia di Carmela che ammetto, mi ha cambiato anche come persona.
E’ stato un lungo lavoro psicologico nel trasporre in immagine determinate scene di violenza.
Quando ho consegnato Carmela, ho riletto Polline con più leggerezza e mi sono accorta che aveva assorbito troppa inquietudine, non necessaria.
Lo rileggevo e sentivo il testo che volava leggero e le immagini pesanti ancorate a terra.
Sono contenta di essermene accorta in tempo per rifarlo, erano necessari dei momenti di leggerezza e respiro.

Spicca molto il tuo tratteggio nelle illustrazioni di “Polline”, uno stile personalissimo e inconfondibile. 
Chi ha influenzato di più il tuo modo di trattare l’immagine?

Credo che una delle mie primissime influenze, quando ancora non pensavo di diventare un’illustratrice ma scribacchiavo e disegnavo sul mio diario, sia stato Tim Burton. Ricordo che al liceo ero rapita dalla sua caratterizzazione dei personaggi e m’ispiravo molto a quel tipo di sintesi.
Ora forse non si vede molto, ma è da lì che è iniziata la mia ricerca su un tipo di bellezza ideale, un po’ grottesca. Anche i grandi maestri mi hanno influenzato e m’influenzano ancora, in particolare Gustav Klimt, Egon Schiele, René Magritte e Paul Delvaux.
Per la tecnica, sono in continua evoluzione, ho provato un po’ di tutto, ho passato un periodo, dove stratificavo l’acrilico, grattavo il pastello a olio usavo tecniche molto materiche. Adesso mi concentro sul segno, che ho iniziato a valorizzare per caso lavorando a Polline.
Valentina Mai l’editore di Kite edizioni aveva visto le mie matite dello storyboard e le erano piaciute tantissimo e non trovava la stessa emozione nelle prove colore con l’acrilico.
E’ stata lei a chiedermi di realizzare Polline a matita, all’inizio ero un po’ scettica, mi sembrava che non fosse abbastanza, poi mi sono ricreduta. Ho così scoperto un segno che non pensavo di avere.

Altri autori che stimi?
Stimo tantissimi Illustratori ognuno per un motivo diverso, sono circondata da talenti che mi ricoprono d’immagini meravigliose. M’impongo di dirne tre, quelli che mi hanno segnato di più: Maurizio Quarello, prima di incontrare lui, non conoscevo nessun altro illustratore (sorrido), ricordo che quando è venuto nel mio liceo a parlare d’illustrazione, mi ha aperto un mondo e un mestiere perché prima di quell’incontro non avevo mai pensato di diventare un’illustratrice.
Joanna Concejo, mi piacciono le sue associazioni surreali, i giochi d’immagine, il suo disegno classico ma leggero e la poesia che trasmette ogni sua illustrazione.
E Violeta Lopiz, adoro il modo in cui mette in relazione testo e immagine, una sintesi unica, delicata, originale e di forte impatto emotivo.
Il suo libro I Pani d’oro della vecchina edito da Topipittori mi è rimasto nel cuore.


Qual’è stata la fase di lavoro che ti è piaciuta di più? 

C’è né più di una, la parte che mi piace di più è la prima lettura del testo, quando la mia mente inizia a immaginare, si creano immagini bellissime, colori e profumi prendono forma. Poi c’è la parte dello storyboard che spezza questa magia. Inizia così una parte del lavoro intensa, dove passo ore seduta a pensare. Sono al tavolo da lavoro, ma con la testa sono ovunque, faccio viaggi incredibili e salti temporali per cogliere emozioni viste o vissute.

“Polline” dimostra che un albo illustrato quasi senza colori può essere leggero come una brezza e poetico.
Ma ci sono molte altre tue tavole con questo schema cromatico.
Come mai la scelta ricade su questo tipo di gestione del colore? Ci sono motivi particolari?

Il monocromatico è come un filtro della memoria, mi trasmette delle emozioni intense ma delicate. Mi aiuta a raccontare qualcosa che ha un sapore antico, vissuto e comunica con un linguaggio a me molto caro, quello del ricordo.

Alcune tue illustrazioni, comprese quelle in “Polline” richiamano un po’ alcune foto d’epoca.
Ti piacciono? 


Si amo le foto d’epoca e tutto quello che ha il sapore di un tempo passato.


Ti sei ispirata a una figura femminile in particolare per la protagonista di “Polline”?
No, Polline è una donnina delicata che ho pescato in una mia estetica ideale.

Cos’è che fai più fatica a disegnare?

Faccio fatica a disegnare quello che vedo per quello che è, tendo sempre a metterci del mio.

E in “Polline” cos’hai fatto più fatica a fare?

Il profumo del polline, volevo sentirlo anch’io quel profumo sfogliando il libro.

Ed ora, una di quelle domande che spesso i discografici si divertono a fare: se dovessi fare qualcosa fuori da ciò che hai sperimentato fino ad ora, a cosa ti piacerebbe lavorare?

Vorrei approfondire di più il mondo del fumetto o della Graphic Novel, che ultimamente mi interessa sempre di più e magari fare qualche progetto tutto mio di testo e immagini. Mi piacerebbe anche lavorare con i bambini, organizzare dei laboratori d’illustrazione farli riflettere sul rapporto testo immagine e avvicinarli al libro, così che possano già in tenera età diventare lettori consapevoli.

 

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Asterisk Intervista a Enrica Trevisan e Beatrice Roberti
10/12/2013 Morena Forza in Creatività / No comments

Il Natale si avvicina e quest’anno ho voluto concentrarmi particolarmente sull’handmade, cioè tutti i prodotti artigianali che potevo trovare per farne regali per i miei amici e i miei cari.
Trovo che il calore trasmesso da un oggetto realizzato artigianalmente sia ineguagliabile, che si tratti di vetro, legno, di un disegno, un dipinto, un accessorio o un gioiello.
Ho acquistato qualunque tipo di manufatto quest’anno e ne sono molto soddisfatta. La qualità e l’originalità sono tangibili.
Due delle artigiane che ho contattato per scrivere questo articolo sono Enrica Trevisan e Beatrice Roberti.
Entrambe illustrano su diverse superfici e realizzano vetrine.
Quando pensiamo all’illustrazione, la prima cosa che ci viene in mente è l’albo illustrato.
Non è sbagliato ma è una visione parziale di questa bellissima attività.

Per questo ho pensato di dare questo spazio a Enrica e Beatrice per raccontarsi, raccontarci cosa c’è dietro la scelta di disegnare su legno, vetro, ceramica; perché il disegno a volte esce dal foglio. :)
Spero che vi sia di spunto e…
Buona lettura!

 

Enrica Trevisan
  • Ciao Enrica, dicci qualcosa di te. Dove vivi, qual è stato il tuo percorso formativo.

Vivo da 27 anni a Quarto d’Altino, un paese immerso nella campagna, a metà strada tra Venezia e Treviso. Abito in una piccola casa con il mio gattone, la mia cagnolina, e i miei genitori che mi hanno sempre sostenuta e mi hanno dato l’opportunità di sperimentare, studiare e amare l’arte. Fin da piccola, tra una visita ad un museo e l’altro, mi sono appassionata ai colori, alla pasta da modellare e al disegno. Attaccare sulle pareti di casa un po’ di pongo o tracciare qualche bella riga rossa erano le mie grandi passioni!
Nonostante questo, nel 2005 mi sono diplomata al Liceo Artistico Statale di Venezia e ho poi frequentato dei Laboratori di illustrazione per l’infanzia a Sarmede e all’Artelier di Padova, condotti da Anna Laura Cantone , Eva Montanari e Karen La Fata.

Ai corsi assorbivo come una spugna tutti i loro consigli e mi annotavo su un quadernetto delle piccole regole, i titoli degli albi illustrati e i nomi delle varie librerie della mia zona.

Dal 2009 ho cominciato a mettermi alla prova, partecipando a vari concorsi. Nel 2009 e nel 2010 infatti sono stata selezionata per la Mostra Internazionale d’Illustrazione per l’infanzia di Sarmede per l’area tematica ‘Fiabe dell’Oceania_Echi di mari lontani’ e ‘Fiabe del Brasile’.
Ecco, da tutto questo è nata la mia passione per l’illustrazione che poi mi ha portato ad una ricerca rivolta all’illustrazione applicata ad oggetti di uso comune e accessori.

 

  • Come hai cominciato a dedicarti ai prodotti illustrati? E cosa produci?

Ho cominciato a produrre alcune piccole creazioni nel 2008, ma tenevo tutto per me o quasi.

Ad un certo punto qualcuno mi disse “Enrica, ormai stai riempiendo la casa…prova a fare un mercatino! Almeno provaci!”. Così nel 2009 ho cominciato seriamente a dedicarmi a questa passione, iscrivendomi a dei piccoli mercatini dell’artigianato, esponendo prevalentemente oggettistica in legno, stoffa e ceramica realizzata e dipinta a mano con le mie illustrazioni!
Poi ho iniziato ad appassionarmi all ‘handmade e all’ artigianato a 360 gradi, e dopo quattro anni ho cercato di concretizzare il mio hobby. Ora collaboro con alcuni negozi che condividono con me l’amore per il fatto a mano e in particolare per l’illustrazione per l’infanzia.
Realizzo spille, anelli, orecchini, collane…veri e propri pezzi unici da indossare!






Uso prevalentemente il legno perchè è un materiale che trasmette calore al tatto e credo dia un valore aggiunto alle mie creazioni. Mio papà è il più valido aiutante, infatti è lui che taglia il legno delle forme che desidero. Io mi occupo della levigatura e della realizzazione delle illustrazioni che vengono dipinte interamente a mano con l’uso di colori acrilici.

Quest’anno ho sperimentato anche altre tecniche artistiche, come la serigrafia su stoffa, la tipografia, l’uso delle tempere per creare dei quaderni illustrati, l’incisione su adigraf e infine la ceramica per produrre ciondoli, bracciali, bottoni e articoli di arredo.

Dalla passione per il mondo della ceramica, nel 2012 sono nate ‘Le enricucci-le ceramiche illustrate’ grazie alla collaborazione con Maria Miele Ucci (ceramista).

 

  • Come scegli i tuoi soggetti? Ci sono dei temi che preferisci?

I miei soggetti li scelgo dopo una serie di svariati tentativi e disegni, perché  in questo modo cerco di caratterizzare al meglio i personaggi e infine scelgo quelli più convincenti e che mi trasmettono le giuste sensazioni. Attraverso il disegno le persone possono scorgere i personaggi che vivono solo nel mio mondo o un pezzo di realtà che mi appartiene.  Mi affascinano maggiormente quelli legati al tema marino, come i marinai e le sirene, forse perché vivo la città di Venezia in modo particolare, e perché mia mamma è vissuta lì per molti anni. Quindi è un tema a cui sono maggiormente legata perché mi porta alle origini e ai ricordi della mia famiglia.

 

  • Quali sono i supporti che preferisci e con che tecnica li lavori? Ho visto che realizzi anche vetrine, per esempio. Che tipo di vetrine hai realizzato?

Il supporto che preferisco è il legno che dipingo con colori acrilici, ma amo in modo diverso anche la ceramica che dipingo con gli ingobbi.  Sono due tecniche diverse che richiedono un po’ di abilità. Dipingere con gli ingobbi è un po’ come dipingere con la terra, mentre i colori acrilici richiedono velocità, in quanto si asciugano in fretta a contatto con l’aria.

 

 

In ogni caso il legno e la ceramica sono i supporti che preferisco dipingere, accompagnata da un bel sottofondo musicale.
Amo comunque sperimentare nuove tecniche, infatti  ho avuto il piacere di illustrare la vetrina di un negozio dal vivo, in una grande città come Venezia, in una domenica pomeriggio. (Per una un po’ timida come me, penso che la sensazione sia simile a gettarsi con un paracadute soffrendo un po’ di vertigini)

Ho illustrato la vetrina per un importante negozio di giocattoli, la Lanterna Magica di Venezia, in occasione di un progetto intitolato “LA LANTERNA GIRA PER…” a cura del negozio. Si trattava di una serie di esposizioni che mettevano in luce varie realtà dell’Handmade / Homemade con la  vendita di oggetti creati da designer emergenti.

 

A Marzo del 2013 è stato il mio turno e, dopo aver visto un video in cui un’illustratrice giapponese, Yoko Furusho disegnava la vetrina di Ikiru a Barcellona, ho deciso di lanciare la mia proposta a Beatrice e Manuela della Lanterna Magica, che hanno colto al volo con grande entusiasmo.

Ho superato la timidezza e ne è nato un bellissimo evento, fatto di intrattenimento, musica e grandi sorrisi! E illustrare la vetrina in quel contesto, con la luce del tramonto, è stato davvero  emozionante!

 

  • Dove vendi i tuoi bellissimi lavori?

Alcune mie creazioni si possono trovare alla Lanterna Magica  di Venezia, in Campo Santa Barnaba . Da poco ho aperto anche  uno shop online su A Little Market http://enricatrevisanillustrazioni.alittlemarket.it/





  • Quello che mi ha colpito di molti tuoi prodotti è che sono interamente realizzati a mano. Per esempio, molti segnalibri, gioielli e accessori sono in vendita su moltissimi shop aperti da illustratori ma spesso si tratta di stampe applicate al supporto. Perché preferisci realizzare a mano ogni singolo prodotto?



Perché credo che ogni oggetto fatto a mano racchiude al suo interno la storia, i ricordi, la passione, le fatiche e i sogni di chi lo crea. Proprio per questi motivi ritengo che il valore di una creazione handmade sia prima di tutto l’unicità.  

Ho comprato alcuni prodotti di Enrica: sono FAVOLOSI! E curatissimi in ogni dettaglio. :)


È sempre bene dare valore all’unicità dell’idea del suo creatore, fino all’unicità del suo più piccolo particolare, che può essere anche un piccolo difetto apprezzabile! Questo valore dà merito al lavoro di chi crea con le proprie mani, soprattutto in un’ epoca di grande omologazione degli oggetti come la nostra.

Soprattutto in questo periodo di crisi economica, è cominciata una piccola rivoluzione; quella dell’handmade che si sta facendo strada con il motto “Be different, Buy Handmade”. Io appoggio con convinzione questo pensiero, perché penso che una piccola creazione fatta a mano ci possa rendere speciali.

 

Beatrice Roberti

 

  • Ciao Beatrice, parlaci un po’ di te e raccontaci come mai hai scelto di disegnare su supporti ” meno convenzionali”.

Allora, lavoro con gli acrilici preparando prima il legno con una base di primer o gesso acrilico. Ho sempre disegnato da quando ero bambina, ed anche se ho frequentato il liceo scientifico poi ho deciso di frequentare l’accademia di Belle Arti, prima a Venezia (tre anni di pittura), poi a Bologna (specialistica in illustrazione per l’editoria).
Dopo essermi diplomata in accademia ho sperimentato in vari campi dell’illustrazione anche per trovare in quale ambito mi sentivo più a mio agio e pian piano è nato lo stile che sto utilizzando ancora oggi. Ultimamente realizzo soprattutto dipinti ad acrilico su tela, dopo anni di illustrazioni su carta, perché preferisco creare immagini di grandi dimensioni e mi piace che abbiano uno spessore, un telaio, pronte da appendere sulla parete.

Inoltre ho iniziato ad illustrare anche su mobili ed oggetti perché mi piace “riportarli in vita” con la mia arte. 

 





C’è anche un motivo pratico: mi sono trasferita a vivere nella casa appartenuta a mia bisnonna che era sommersa di mobili vecchi, perciò ho molto materiale su cui lavorare!

 

Inoltre trovo sia più utile, ecologico e meno dispendioso recuperare un mobile anziché comprarne uno nuovo e privo di “storia”. Infine adoro personalizzare le cose, in casa mia dipingerei qualsiasi cosa, per renderla veramente personale.

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Asterisk Intervista a Gabriel Pacheco
10/11/2011 Morena Forza in Creatività / 4 responses
Quest’estate il fantastico illustratore Gabriel Pacheco, un autentico creatore di visioni oniriche e metaforiche , ha tenuto un corso presso Fine Art Factory.
Grazie alla sua disponibilità che oserei definire più unica che rara, e all’immensa gentilezza di Francesca Cosanti, posso pubblicare l’intervista che gli ho sottoposto e che ci apre la strada verso numerose riflessioni sul processo creativo e sui dietro le quinte dell’illustrazione.
Naturalmente ognuno di noi procede con metodi diversi, schemi mentali personalissimi, ma posso dire che dopo avere letto questa intervista ho passato un bel po’ di tempo a riflettere sul mio processo creativo. 
Mi ha inoltre colpito come Pacheco mette in strettissima relazione l’interiorità dell’illustratore e quindi della persona autentica e unica, col significato che attribuisce a forme, luci e soprattutto colori.
Buona lettura!

M.F: Signor Pacheco, innanzi tutto grazie del tempo che ci concede. Mi occupo di illustrazione da soli due anni, sono in quel momento della mia carriera in cui so cos’è illustrare ma vedo ancora con misticità tutto ciò che c’è dietro il lavoro di ciascun artista, sopratutto quando la mia ammirazione è sconfinata, come in questo caso.
La prima cosa che mi viene da pensare davanti ai suoi disegni è l’atmosfera onirica che si respira da ogni colore e texture ed inquadratura.
Non posso fare a meno di chiedermi quanto la dimensione onirica conti nella sua vita. E se eventualmente i sogni che fa influenzano in seguito le sue illustrazioni.
G.P: Mi piace lavorare con immagini così incerte, strane; mi piace molto il momento in cui la realtà si diffonde e tutto dembra uno strano sogno. Personalmente mi piace vivere così, con questa ambiguità, cancellando la linea che separa la vita reale dai sogni e dalla fantasia,  in modo che non ci sia più differenza.
E’ davvero imprtante non separare la vita dai sogni, perchè così si restituisce un valore magico al mondo e si recupera una parte antica dandole significato.  Così l’illustrazione deve essere parte della nostra vita come mangiare, come guardare e, naturalmente, come sognare. Illustrare è un modo fantastico di osservare la vita.

M.F: Per quanto riguarda l’idea di un’illustrazione, quanto istinto e razionalità prevalgono l’una sull’altro nel momento in cui sceglie come impostare l’illustarzione? Voglio dire, ragiona molto tempo su storyboard e bozzetti oppure per lei è qualcosa di istintivo ed impetuoso?
G.P: A volte penso che il processo creativo è come un ballo, che non sappiamo come ballare fin a quando non cominciamo a ballarlo.
Io lo semplifico come i passi, cominciando con il passo dell’emozione, dell’intuizione e dopo continuando con un altro passo, quello del ragionamento, e della struttura.
E’ un ballo con qualcuno che “c’è”, ma noi non lo vediamo, una danza cieca in cui dobbiamo farci trasportare.
E’ certo che il processo è davvero conflittuale, con molta incertezza e molta gioia, perchè si spera sempre in tutto , ma in realtà non si sa se si otterrà qalcosa.
Inizio scrivendo parole e abbozzando forme senza sapere molto bene dove mi porteranno, qui l’intuizione mi spinge e uno cerca di trattenerla qualunque cosa sia, de è l’immagine o la parola che ci aiuta a sostenerci per non cadere.
Dopo la scoperta del disegno comincia a guidarci per far si che quello che guardiamo diventi come una scultura plastica che affermiamo o neghiamo.  Il colore arriva successivamente, quando comincio a disegnare ogni linea e porta la luce di tutta l’atmosfera; chiaramente la si può modificare o accentuare, però il colore continuo a cercarlo finchè concludo le prove di stile che guarda l’editore.
Tutto questo tempo è molto angustiante e abbastanza devastante, perchè è un processo lento, è come quando cresce la radice del bambù, passa molto tempo senza vedere nulla, perchè quello che realmente sta crescendo sono le radici, se sono abbastanza profonde allora il progetto ha possibilità di crescere, altrimenti tutto ciò che cresce non potrebbe sostenersi.

 

M.F: Qual’è la fase che durante la lavorazione di un albo illustrato preferisce? (es la ricerca dei riferimenti/documentazione, lo storyboard,e così via)
G.P: L’inizio di ogni progetto, il principio di tutto, perchè è un processo vitale, ampio, tragico ed è dove ci si espone e si diventa molto vulnerabili. Bisogna essere davvero onesti de è un processo molto intimo. E’  come osservarsi completamente nudi. Qui scopriamo il nostro sguardo e ascoltiamo la nostra voce.

M.F: Una domanda che mi faccio spesso riguardo al lavoro degli illustratori che ammiro molto è quanto questi pensino alla cromaticità delle tavole; se cioè scelgono i colori ancor prima di cominciare una tavola o se invece avviene tutto spontaneamente magari proprio durante il disegno stesso. Come succede nel suo caso?
G.P: Il colore e la luce sono la memoria dello sguardo.
Quando penso ad un progetto non faccio altro che ricordare momenti o immaginarli e la mia memoria è incaricata di dargli luce, non c’è molto da sviluppare, è un esercizio contare sull’intuizione emozionale.
Un processo molto intuitivo, a questo punto non esiste un precedente ragionamento razionale, ma tutto è il prodotto di quello che uno ha vissuto e visto.
Se uno ricorda di quando si sentiva felice e lo associa con una palla rossa, è innegabile che noi percepiamo un rosso allegro,  invece se pensiamo ad un ricordo doloroso ad un certo punto il rosso il rosso si converte in una ferita.
Il punto è che il colore va sempre associato con la luce, ma alla stesso tempo anche ad un gesto plastico come la texture,è qui  che uno lavora dopo il primo colpo di colore del progetto, lavora per trasfigurare il colore ricordato in un’atmosfera che dirigerà i toni del libro.

M.F: Per quanto riguarda la tecnica, qual’è la sua posizione sull’avvento del digitale? Crede possa togliere poesia e immediatezza al messaggio di un’immagine che deve narrare una storia?

G.P: Mi piace lavorare in entrambi i modi, digitale e tradizionale, entrambi hanno il loro tempo, non credo che uno risponda meglio dell’altro. Eppure c’è qualcosa che mi affascina nel modo del digitale, ed è che l’illustrazione tecnicamente non esiste, si possono fare solo delle stampe di essa, però quando si espone un’illustrazione  anche se viene comunque considerata un’originale in effetti l”originale” non esiste. Certo bisogna sempre ricordare che “originale” proviene dalla parola “origine”, chiaramente, nel mondo dell’arte questo è un demerito, ma per me è affascinante , perchè in qualche modo  le illustrazioni digitali assomigliano a dei ricordi. Lavorare digitalmente è come lavorare direttamente con la  finzione dell’immagine.
Ora, qualunque sia il supporto, essere onesti sarà sufficiente per trasmettere messaggi poetici e per poter raccontare una storia.

M.F: Parliamo un secondo del mestiere di illustratore. Io a volte trovo che vi siano dei luoghi comuni un po’ tra il mistico e il leggendario su questo lavoro da parte di chi ancora non lo pratica ma vorrebbe farlo. Insomma, csfatare un falso mito sul mestiere di illustratore, quale sarebbe?
G.P.: Credo che sia falsa la povertà dell’illustratore, credo tutto il contrario: l’illustratore non può essere povero.

M.F.: Lei com’è diventato illustratore?

G.P.: Casualmente.
Prima ci fu la possibilità, poi è venuto il desiderio che si è ora trasformato in fervore.
Ho cominciato ad aiutare mia sorella colorando i suoi disegni  o a copiare dei font  con il tavolo luminoso per alcune copertine, ho lavorato come assistente scenografo di teatro e amavo il teatro, per difficoltà economiche entrai nel mondo della televisione, ma fu una scelta sbagliata. Proprio in quel momento mia sorella mi ha proposto di aiutarla a fare alcuni disegni e così decisi di lasciare il mio lavoro. Un disegno seguì ad un altro e la sera mia sorella mi prestava la sua  Quadra 605 (di 25 MHz) per farmi sperimentare i disegni in vettoriale, finchè un giorno mi propose di illustrare un racconto e da allora illustrare è diventato una parte importante della mia vita e facendolo da un computer.

M.F.: Il suo lavoro che mi ha più colpita è “i tre musicanti di Brema” per l’espressività estrema che è riuscito a dare a degli animali, ma sopratutto per come è riuscito a giocare con le composizioni delle illustrazioni. La storia è piuttosto statica nelle scene ma comunque leggerlo attraverso le sue illustrazioni è avvincente.
Mi sono chiesta se preferisce lavorare a testi nuovi o a testi ormai senza tempo.

G.P.: Mi piace un buon testo, non importa se è un testo circostanziale o atemporale, credo nella profondità del testo, questa è la cosa più importante per me, che il testo scorra in profondità, perchè questa profondità e quella che io intendo fornire al mio lavoro, e in questo senso, i musicanti di Brema sono una storia semplice, ma con un sacco di gioco, l’idea  è di cercare in questa semplicità e fare del colore un’allegoria in modo tale da accentuare le scene bizzarre dei ladri  quando sono scure, così la monocromia dei grigi ha permesso un gioco “Arcimboldiano” e trasfigurato i vecchi animali.
E’ meraviglioso che in un classico, che ha una struttura tale,  mi dia la possibilità di rielaborare il discorso, parafrasare senza avere perdite. Credo che se uno scrittore contemporaneo avesse questa genialità nella semplicità sarebbe una fortuna poter illustrare il suo testo come se fosse un classico.

M.F.: Una domanda, l’ultima promesso, che sono sicura si sentirà chiedere più e più volte: cosa consiglia a chi vuole intraprendere questo mestiere?
G.P.: Due Cose, entrambe sentite da due grandi illustratori ( Wolf Erlbruch e Puño):
una dice che devi imparare ad invecchiare per fare l’illustratore e l’altra che devi avere una buona ricetta per mantenerti come illustratore. Filosofia perfetta per tutti i giovani illustratori.

Alla fine dell’intervista lo ringrazio del suo tempo, e lui… mi ringrazia della pazienza!
Altro che pazienza, ho assaporato ogni suo punto di vista con la curiosità di una bambina che guarda nello scrigno dei gioielli di sua mamma, con meraviglia e stupore.
Un autore di immagini così grande e così umile come ne fanno pochi. Grazie!

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Asterisk Storia dell’Illustrazione: Maurice Sendak
12/02/2011 Morena Forza in Storia dell'Illustrazione / 3 responses
“Nel paese dei mostri selvaggi” il design divenuto più celebre e distintivo di Sendak
Lo schiaccianoci

Maurice Sendak è ormai un personaggio leggendario nel settore dell’illustrazione ed un artista eclettico; nato nel 1928 iniziò come illustratore per vetrine e poi libri e quando acquisì maggiore sicurezza divenne anche autore e in seguito decise di dedicarsi anche alle scenografie teatrali.
Tra l’altro ha vinto nel ’63 la Caldecott Medal, di cui avevamo parlato proprio nell’articolo dedicato a Randolph Caldecott, con il suo capolavoro “Nel paese dei mostri selvaggi” che lo consacrò come autore e illustratore di successo. In seguito ha vinto molti altri premi non da meno, tra cui l’Andersen sette anni più tardi e la National Medal of Arts nel 1996.
Nel 2010 il progetto “Terrible Yellow Eyes”  ha coinvolto diversi artisti che hanno voluto dedicargli illustrazioni tributo.
Sendak ha avuto una vita controversa: di umili origini ed emigrante negli Stati Uniti (la sua famiglia era polacca e di origine ebraica) è divenuto illustratore anche per un sommarsi di fattori personali: si avvicinò all’illustrazione e ai libri per l’infanzia proprio quando passò molto tempo malato a letto per non affaticare il suo cuore.
Una sua citazione recita:

“Perché il mio ago sia incastrato nell’infanzia non lo so. 
Suppongo sia dove è il mio cuore.”

 

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Asterisk Storia dell’illustrazione: Kate Greenaway
02/02/2011 Morena Forza in Storia dell'Illustrazione / one comment

Kate Greenaway è un’illustratrice che ha fatto parte della Golden Age (come Rackham, Dulac, Nielsen e molti altri) e ha fatto la storia dell’illustrazione per l’infanzia.
I suoi libri sono ancora oggi in ristampa e regalano momenti magici ai bambini di tutto il mondo. A lei è persino intestato un premio, la Kate Greenaway Medal, istituita nel 1955.
Kate Greenaway era di estrazione sociale medio bassa; la madre era una sarta e i modelli che disegnava venivano spesso raffigurati nelle illustrazioni della figlia.
Le scene bucoliche ricorrenti nelle immagini da lei disegnate sono invece riconducibili alle vacanze estive della sua famiglia nella campagna inglese, che amava molto.
A questo link sono visibili molti dei suoi libri illustrati, con tutto il fascino dei tempi passati.
Qui invece potete vedere delle cartoline (inizialmente infatti illustrò cartoline e biglietti di auguri)

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Asterisk Storia dell’Illustrazione: Joyce Mercer
20/12/2010 Morena Forza in Storia dell'Illustrazione / 2 responses

A proposito di Joyce Mercer non ho trovato molto a parte il titolo di qualche pubblicazione e la data di nascita e di morte (1896–1965).
Ha curato le illustrazioni di diversi libri per bambini dagli anni Venti, con uno stile delicatissimo e femminile che vale la pena di cercare in qualche gallery sul web per il tratto molto raffinato e una scelta dei colori sempre molto adatta ai soggetti ritratti.

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