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Asterisk Non è (più) un Paese per fumettisti – Parte 1 di 2
11/09/2017 Morena Forza in Disegno per professione / No comments

a cura di Davide Calì

Non è (più) un Paese per fumettisti – Parte 1 di 2

OVVERO
calo delle vendite e sovra-produzione
nell’editoria francese (e non solo)

Di recente, chiacchierando con alcune giovani illustratrici, mi sono reso conto che gli illustratori e fumettisti italiani hanno della Francia e del suo mercato editoriale un’idea aggiornata a circa 20 anni fa.
Per tutti la Francia è ancora una sorta di paradiso, una terra di opportunità, dove si fanno e vendono tanti fumetti, tanti libri per bambini, per cui c’è lavoro per tutti.

Per quanto tra l’Italia e la Francia vi sia ancora un gap abissale per quello che riguarda le vendite dei fumetti e anche dei libri per bambini, e sebbene quello francese continui ad essere un mercato dieci volte più prolifico e sviluppato in questo senso, credo che sia però opportuno aggiornarvi un pochino sulla situazione, che purtroppo non è rosea.

Troppi libri

La Francia vive da ormai diversi anni una crisi intellettuale, sociale, politica ed economica, nel merito della quale però non entrerò in questo articolo.
Tutto ovviamente si riflette anche sull’editoria, che da anni sconta già il prezzo di una eccessiva produzione. Di sovrapproduzione, non limitata al solo mondo del fumetto o dei libri per bambini, ma estesa ai libri in genere, se ne parla praticamente da sempre.

Se ne parlicchia in realtà. Tutto dicono che si produce troppo, gli editori amano rinfacciartelo soprattutto quando un tuo titolo non vende abbastanza: “E’ perché tu fai troppi libri.” – ti dicono. Ma nessuno diminuisce né le tirature né il numero delle nuove uscite. Le tirature in realtà si sono abbassate sensibilmente negli ultimi 2-3 anni, in proporzione diretta ai cali di vendita, ma nessuno lo ammette pubblicamente.

La legge del tomo 1

Nel mondo del fumetto non si contano ormai da anni le cifre di venduto del passato.
Venti anni fa, una serie formato Casterman doveva superare le 100 mila copie vendute perché si festeggiasse un successo, oggi ne bastano 20 mila.
Quel che capita però è questo: le majors, pensano solo a riempire i loro cataloghi di novità.
Non investono un euro in pubblicità. Se il titolo vende, bene, sennò tagliano la serie. Non investono quindi nemmeno nella continuità. Se 20 anni fa l’editore si impegnava a pubblicare almeno 3 tomi di una serie, perché certe volte ci vuole tempo perché una serie decolli (e questo lo dimostrano anche certe recenti serie TV) ora se non vende abbastanza vieni liquidato già dopo il primo, mandando così a monte anni di lavoro che, ovviamente, non puoi rivenderti altrove.
Spesso gli editori accusano la stanchezza di certi generi. “Il fumetto con gli Spitfire o gli U-boot ha stufato.” – ti dicono –“Dobbiamo fare dell’altro.”.

Tu te ne stai, ci avete provato ed è andata male. Poi l’anno dopo, il medesimo editore che non porta avanti la tua serie di Spitfire e U-boot, ne pubblica una praticamente identica. Perché? Perché hanno imparato dal mercato che in ogni caso il primo tomo vende.
Per cui se il tomo 1 di una serie non ha vendite soddisfacenti, la serie viene licenziata e ricominciano con una simile.
Sanno che il primo libro della serie si venderà comunque.
Come dicevo, nessun investimento.

Meno del minimo salariale

Perché lo sappiate, la maggior parte dei fumettisti francesi guadagna meno dello SMIC, che è il salario minimo consentito (in generale per i lavoratori francesi, non per i fumettisti).
La questione è emersa tre anni fa, quando lo stato ha deciso di aggiornare il prelievo delle cotisations, per gli artisti. In Francia infatti, facendo il fumettista o l’illustratore si può andare in pensione. Ovviamente però bisogna versare dei contributi. Fino a tre anni fa il prelievo era quasi simbolico, consisteva in una somma forfettaria davvero minima.
Ma se fare l’illustratore è un vero mestiere è giusto versare in proporzione ai propri guadagni, per cui il ministro ha imposto un prelievo dell’8%, che facendo i conti equivale a un mensilità.

La cosa ha creato una certa agitazione nell’ambiente portando finalmente a galla una realtà che i più tenevano nascosta da anni: a fare fumetti si fa la fame. Chi lavora su un album a fumetti per un anno e 10 mila euro di anticipo (lordi, poi dovrà pagarci le tasse) non può togliersi una mensilità per versare anche i contributi. Dopo l’annuncio del ministro sull’aggiornamento dei versamenti previdenziali, alcuni disegnatori, che da anni lavoravano in condizioni precarie, hanno annunciato pubblicamente il loro ritiro.

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22/07/2014 Morena Forza in Fumetto / No comments

Il primo pregiudizio tutto italiano sul fumetto è quello secondo il quale non ha nessuna attinenza né contatto con la realtà.
Non che ci sia qualcosa di male, ma non tutti stravedono per dei mondi immaginari e alcuni possono pensare che il fumetto sia qualcosa che nasce dal nulla e si sviluppa altrettanto sul nulla.
In verità alcuni tipi di fumetto hanno una stretta attinenza con “le cose della vita vera” come le chiama una delle mie anziane vicine di casa. E, soprattutto, a volte lavorare a un fumetto di qualunque tipo sia richiede un’ispirazione.
Non credo tanto alla regola “scrivi quello che conosci” o almeno non sempre, ma supporto la teoria di Austin Kleon secondo la quale le cose che amiamo ci modellano (lui a sua volta si è rifatto sulle idee di un tipo qualunque, un certo Goethe) e in qualche modo per vie trasverse queste riaffiorano in un prodotto dell’ingegno, sia esso un romanzo, un disegno, un film, una pièce teatrale, una scultura o sì, anche la sceneggiatura di un fumetto.

Il fumetto altro non è che un linguaggio, un mezzo: la narrazione può essere improntata su qualunque cosa. 
Devo ammetterlo, rispetto alla cultura sterminata di alcuni miei amici e colleghi la mia è ristretta, perchè mi interesso più di illustrazione, ma comunque di fumetti ne ho letti e ne leggo e so che a prescindere dall’argomento, un buon fumetto resta un buon fumetto.
Alcuni fumetti pluri-premiati raccontano storie di vite particolari, speciali se rapportate al nostro vissuto, come nel caso di Marjane Satrapi e il suo “Persepolis” che ci apre il sipario di storie un po’ lontane dal nostro stile di vita occidentale; altre invece sono scandite da tante analogie con le nostre esistenze “normali” (ma in fondo, cosa lo è?) come nello splendido “Blankets” di Craig Thompson, un vero capolavoro nella sua poetica semplicità.
Quando è sceneggiato e disegnato bene, un fumetto ti rapisce dalla prima all’ultima vignetta perchè a prescindere dal genere di storia ti intrattiene; ogni vignetta crea una sospensione fra una e l’altra ed è il piacere sommo di leggere un fumetto, per me e penso per altre persone.

Mi sono resa conto di questa cosa quando mi sono trovata a fare la colorista di un fumetto western: lo chiarisco subito, non è mai stato il mio genere nonostante il mio profondo amore per il country e il bluegrass.
Eppure dopo un po’ che coloravo meccanicamente le vignette una dopo l’altra, mi sono accorta che la narrazione mi stava incuriosendo; ho allora chiesto le pagine coi testi a bassa risoluzione e mi sono letta la storia in modo a dir poco ingordo.
La dimostrazione che non importava fosse western e che non fosse proprio quella che i britannici chiamano “la mia tazza di tè” : era sceneggiato bene, il soggetto era curioso e accattivante perciò ero spinta a sapere cosa succedeva, chi moriva e perchè, chi spariva e come e a chiedermi se sarebbe riapparso e di che natura fossero certi personaggi. In uno dei numeri che ho colorato c’era un’intera città fantasma: fino a che non ho ricevuto le pagine coi testi ho colorato con l’unico pensiero a come erano morti tutti e perchè.
Questa è la magia della narrazione in qualunque sua forma.
Ecco perchè il pregiudizio sul fumetto è un vero peccato; non tanto per il fumetto ma per i lettori che perdono il piacere di una narrazione di cui potrebbero avere un po’ di controllo.
Io i fumetti per certi aspetti li preferisco di molto ai film: le immagini sono davanti ai nostri occhi ma decidiamo noi con che velocità processarle. Decidiamo se indugiare a lungo su una scena o sull’altra, decidiamo quanta importanza ha per noi un passaggio della storia piuttosto che un altro. Non è un potere da poco: è il potere della decisione e dell’osservazione. Ne parla anche Gud nel suo manuale “Tutti possono fare fumetti”, lo avevo intervistato un po’di tempo fa proprio sull’uscita del manuale edito da Tunué.

Qualche anno mi capita di accompagnare una mia cara amica alle fiere del fumetto. Un attimo, forse è lei che accompagna me…
Insomma, sta di fatto che qualcuna accompagna l’altra e ci troviamo nel bel mezzo di affollatissime fiere del fumetto.
Abbiamo gusti piuttosto diversi sui fumetti, ma è un gran piacere sentirla parlare di ciò che preferisce; mi piacciono e colpiscono le motivazioni che mi dà sulle sue preferenze, mi danno dei nuovi spunti e a volte resto incuriosita.
Da quando la conosco cioè da circa quattordici anni (ci sono amicizie perenni, per fortuna) è sempre stata fissata con gli stessi fumetti. Uno dei primi ricordi che ho di lei è un lungo monologo sulla sua adorazione per Diabolik che non ho mai capito. Non perchè non mi piaccia: il fatto è che non l’ho proprio mai letto così come non avevo mai letto fumetti western prima di colorarli (e scoprire uno strano piacere nel vedere dipanarsi certe trame!) perciò la mia incomprensione nasce da una non – conoscenza. E pensare che mia madre ne era un’accanita lettrice. Quella appassionata di gialli e polizieschi in casa è sempre stata lei, io ho sviluppato preferenze diverse nel tempo favorendo trame più storiche.

Diabolik visto da Gabriele Dall’Otto

Qualche giorno fa, mentre facevo zapping a caso preparando una torta (a proposito, non fatelo se non siete sicuri di avere un telecomando di riserva) ho visto la pubblicità di una prossima uscita di una collana di 50 volumi proprio su Diabolik su Corriere della Sera e Gazzetta dello Sport. Se non ricordavo male il ragazzo di Jessica segue lo sport.
Le ho scritto (impiastricciando anche il cellulare giusto per non farsi mancare nulla) per farglielo sapere.
E da lì, mi è nata una curiosità: ma com’è che ti è nata questa fissa per Diabolik, che non me l’hai mai raccontato in 14 anni?
Ma del resto non glielo avevo mai chiesto e così lei non me lo aveva mai spiegato.
E allora ho pensato a quanto poco curiosa sono a volte, perchè proprio come è successo per quel fumetto western ho scoperto solo poi che Diabolik in realtà ha tutte le carte giuste per piacermi.
Mi sono decisa a prendere in prestito qualche numero e non solo, a farmeli consigliare dalla mia amica Jessica.
A quel punto ho pensato: si intervistano sempre fumettisti e illustratori e mai una volta che si facciano domande agli appassionati.
Perchè no?
Ecco cosa le ho chiesto.

 Come hai iniziato a leggere Diabolik?


Ho iniziato per caso, ero in Liguria per una colonia estiva.
Ho trovato dei vecchi numeri in “biblioteca” e ho iniziato a leggerli per curiosità…
Avevo 12 anni, se non ricordo male e ho iniziato a collezionare seriamente i numeri verso i 14 anni.

(E’ una di quei pazzi che prendono i volumi incelophanati, io l’ho vista coi miei occhi. E’ l’omino dei fumetti dei Simpsons! Ma io che sfoglio certi albi indossando guanti di cotone devo solo tacere eheh)

Cosa ti è piaciuto di più all’inizio e cosa ha continuato a piacerti nel tempo?

All’inizio mi era piaciuta la storia: questo misterioso ladro mascherato, senza un passato, che non si poteva definire un cattivo a tutti gli effetti, nonostante uccidesse e rubasse. Che ti tentava perfino a stare dalla sua parte! L’eterna lotta tra lui e Ginko, il grande amore per Eva… Successivamente le storie diventavano molto più articolate, più profonde: non si fermavano alla solita rapina/omicidio, al solito inseguimento in macchina con Ginko e al solito lieto fine, i disegni molto migliori (ringraziamo Sergio Zaniboni che ha dato a DK il suo aspetto attuale!).
Con il passare degli anni, dopo la morte di entrambe le sorelle Giussani, le storie sono diventate meno profonde, o almeno secondo me.

Se mi dovessi consigliare un numero da cui partire o delle cose da sapere per iniziare a leggere Diabolik, cosa mi indicheresti?

Un numero da cui partire? Suggerirei i miei preferiti!
“La morte dolce” (mi ha persino fatto commuovere, è stato devastante), “Dieci piccoli diavoletti”, “Un covo di vipere”. Beh, cose da sapere, prima di leggere DK…Vediamo…
A questo punto suggerirei il libro “Io sono Diabolik”, nel quale LUI si racconta in prima persona, ripercorrendo alcune storie tra le più significative della sua “vita”, dall’incontro con Eva, al suo rapporto conflittuale, ma non sempre, con l’ispettore Ginko.
Anche “La clinica della morte” e “In nome della giustizia”! Sicuramente ce ne sarebbero altri, ma quelli che mi hanno più colpita e che mi sono rimasti più impressi, sono quelli che ti ho elencato.
Sono cambiati i disegnatori: mi manca il bel tratto leggero di Zaniboni e di Facciolo.
Ecco un altro numero consigliatissimo: “Un enigma risolto nel buio”. Geniale!

Personaggi preferiti e perchè?

Ovviamente i protagonisti! DK ed Eva Kant!
A dire il vero, ci sarebbero altri 2 personaggi, comparsi in 3/4 albi ciascuno: Bettina (la bimba che, nel primo albo in cui comparve, fece sciogliere il cuore di ghiaccio del Nostro e che col passare del tempo – e degli albi – non perde mai la fede nel suo caro amico) e Saverio Hardy (il cosiddetto “uomo della rocca”, una persona che non si è tirata indietro dopo aver visto DK in difficoltà e gravemente ferito, che Diabolik saprà ripagare in un momento estremamente difficile). Due persone che hanno saputo far valere l’amicizia sulla giustizia. Ce ne sarebbero altri 2, Daria e il suo compagno: 2 non vedenti che faranno amicizia con DK (che nell’albo “Colpo alla cieca” perderà momentaneamente la vista) e gli saranno di grandissimo supporto, sia moralmente che fisicamente.

A volte una chiacchierata ti apre la mente su nuove possibilità.
Sarebbe bellissimo se chiedessimo ad amici, parenti o colleghi o vicini di casa perchè leggono qualcosa in particolare: potremmo scoprire un sacco di cose.
Intanto io colgo l’occasione per segnalare quello che ho scritto a Jessica: a partire da oggi in allegato al Corriere della Sera e alla Gazzetta dello Sport ci saranno 50 volumi di Diabolik, molti dei quali inediti e ispirati a fatti di cronaca nera realmente accaduti, come il caso di Vallanzasca, quello della Uno Bianca, il massacro del Circeo… Le tematiche sono state scelte con attenzione. Dalla corruzione all’omicidio alla violenza sulle donne.
Le copertine sono state curate da Gabriele dell’Otto, Corrado Mastantuono e Manlio Truscia. Sono tre mostri! Infatti non vedo l’ora di avere fra le mani quelle cover. Questo è il sito della collana ed è possibile anche acquistare i volumi da lì.
Per le prossime settimane sarà possibile comprare il primo numero di “Diabolik Nero su Nero” (così si chiama la collana) perchè è andato in ristampa!

 

Gabriele Dell’Otto al lavoro

 

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