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Asterisk Chi ha visto Monica Barengo? Intervista di Davide Calì
20/04/2018 Morena Forza in Illustrazione / No comments

Una sera dello scorso febbraio ero sulla metropolitana di Torino, persa nei miei pensieri, quando il treno si è fermato e un po’ evanescente nel riflesso del vetro, esattamente davanti a me, è apparsa nientemeno che Monica Barengo. Abbiamo riso molto, ancora prima di salutarci, perché era stato buffo come ci fossimo trovate esattamente una davanti all’altra dopo anni che non ci vedevamo. Pochi giorni dopo, tornata a Milano, Davide Calì mi ha scritto “Ti va un’intervista a Monica Barengo?” e come avrei potuto dire di no?

Come sempre, è molto interessante leggerla e vedere quanto le sue illustrazioni la raccontano.

Buona lettura!

A cura di Davide Calì

Volevo fare a Monica un’intervista spensierata, sul suo lavoro a Taiwan, in Francia e in Australia e sul suo imminente ritorno in Italia. Monica ci ha regalato invece un’intervista molto intima e personale, sul suo lavoro ma anche su come è cambiata la sua vita negli ultimi due anni e su alcune sue fragilità.

E’ un po’ che non ti si vede in giro, dove sei sparita? Ma è vero che lavori in Cina?

Sono stati due anni difficili. Ho perso il mio papà e mi sono persa io, avevo paura che il mio lavoro ne risentisse così mi sono allontanata da tutto, anche dai social, e quando ci sono tornata non è stato semplice riprendere il giro e pubblicare le cose come facevo prima.

Ancora adesso fatico, ogni cosa sembra superflua e si può non dire, così finisco per non dire niente. Piano piano sto combattendo questo muro con Instagram, quindi se volete vedere qualcosa è più probabile trovarmi lì.

Sono sparita, ma sono stati anni molto produttivi, ho pubblicato due libri con Grimm Press una casa editrice di Taiwan, uno con Motus un editore francese e ho continuato la mia collaborazione con Womankind, una rivista Australiana.

Raccontaci la tua esperienza con Taiwan. Se non sbaglio hai fatto due libri? Di cosa parlano?

La mia con Taiwan è stata, anzi è una bellissima esperienza e parlo anche al presente perché abbiamo in programma ancora un paio di libri.

Ho sempre avuto un debole per l’Asia in particolare Cina e Giappone, per la loro cultura, per il cibo, per tutto. Grimm Press era una casa editrice che tenevo d’occhio da un paio di anni.
Ogni anno andavo in fiera a Bologna portando sempre un libro in più. “Ci piace molto il tuo lavoro, ma per il momento non abbiamo un testo da darti” era sempre la risposta di Hao, che negli anni ha imparato a conoscermi e ad apprezzare il mio lavoro. Un paio di anni fa abbiamo fatto l’ennesimo colloquio in fiera e lui ha visto la mia serie sul Giappone realizzata per la rivista Womankind e gli si è accesa una lampadina, forse non credeva che il mio stile si potesse adattare a storie tradizionali legate alla loro cultura, ma vedendo quella serie mi ha subito detto che aveva un libro da propormi.
Così una settimana dopo la fiera mi è arrivato il testo che aveva pensato per me, raccontava la storia di due bambine, una cinese, nipote di un artigiano dell’antica Cina e una principessa europea, il libro ripercorre la lavorazione delle porcellane cinesi fino al commercio con l’Europa.

Galleria di illustrazioni da “The China Bottles” (Grimm Press) – Click per ingrandire

Il secondo libro, che è arrivato praticamente in contemporanea, racconta la storia di un nonno che costruisce giocattoli, questo nonno ha un nipote e insieme giocano e costruiscono giocattoli fino a quando il ragazzo non deve partire per andare a studiare all’estero, il tempo passa e il nonno invecchia e perde la memoria. Una storia dolcissima e nostalgica, sul tempo che passa, sull’importanza della tradizione e della famiglia.

Galleria di illustrazioni da “The spinning top” (Grimm Press) – Click per ingrandire

Come è stato lavorare con i taiwanesi? (sappi che abbiamo la segreta speranza che tu dica che è molto meglio lavorare con noi!)

E’ un onore per me lavorare con loro, per ogni progetto faccio molta ricerca perché racconto di una cultura che non è la mia, che sento e rispetto molto, altrettanto mi piace lavorare con l’Italia soprattutto per la collaborazione con Kite edizioni, dove mi sento a casa e non vedo l’ora di tornare.

Mentre lavoravi con Taiwan hai continuato a illustrare per una rivista australiana e hai anche fatto un libro in Francia. Cominciamo dalla rivista. Di che rivista si tratta? Che genere di articoli illustri? Con quale cadenza?

Womankind è una rivista al femminile che non pubblicizza prodotti di consumo, niente trucchi o vestiti, ma solo arte in tutte le sue forme, un bellissimo progetto editoriale di Antonia Case. Con Antonia ci siamo conosciute quasi quattro anni fa, lei aveva visto le mie illustrazioni su internet e si era innamorata del nostro Polline, voleva fare un articolo sul mio lavoro, io ero entusiasta che una rivista Australiana volesse parlare di me.

Galleria di illustrazioni per Womankind – Click per ingrandire

Era un numero lancio, una scommessa, ma la rivista ebbe un successo incredibile così Antonia mi chiese se potevo realizzare delle illustrazioni su misura per ogni numero ed io accettai subito. Siamo insieme dal primo numero con scadenza trimestrale.

Ora la rivista è un po’ ovunque: Inghilterra, Stati Uniti, Canada e Corea. Una bellissima collaborazione, che ha arricchito enormemente il mio portfolio. Io non illustro degli articoli, mi viene dato un tema e alcune parole chiave e realizzo quattro illustrazioni liberamente, il più delle volte creo delle micro storie che si auto concludono, altre volte no, sono completamente libera.

In Francia invece hai illustrato un libro per Motus, che mi è sembrato molto diverso da quello che hai fatto finora, almeno per quel che riguarda i personaggi, che sono dei bambini! Ce ne vuoi parlare?

Sì! Sta per uscire con Motus, “C’est bien top long à raconter!” di Isabelle Damotte una poesia sul primo giorno di scuola di una bimba delle elementari che io ho chiamato Adele.
E’ stato divertente disegnare una classe di bambini di sei anni, ho ripescato dai miei disegni delle elementari, dai ricordi: come la mela a pranzo di cui mangiavo solo i semini (senza sapere che erano velenosi :D), le matite per terra, i gessetti della lavagna che cadono e si rompono e l’imbarazzo di quando la maestra ti fa una domanda e tu non sai rispondere. Graficamente può sembrare diverso da quello che ho fatto fino ad adesso, ma sono sempre io, almeno per quel che credo di essere, forse è l’inizio di un piccolo cambiamento.

Il tuo primo libro è del 2013. In pochissimi anni hai bruciato le tappe: hai pubblicato tre libri in Italia, uno in Francia, due a Taiwan. Hai un sacco di fan e sei già diventata un modello per moltissimi illustratori. Come ti senti?

Se penso al mio lavoro sono felice, ma sono sempre la stessa, quella che hai conosciuto nel 2012, che ogni volta che finisce un progetto non è soddisfatta, che pensa che poteva fare di più, questo può sembrare un atteggiamento scoraggiante, in realtà ho capito che è la fiamma che mi da la spinta per fare sempre un passetto in più.

Approfondimenti

Monica Barengo vive a Torino, dove ha frequentato il corso di illustrazione allo IED.
Nel 2012 è stata selezionata per la Mostra degli Illustratori alla Children’s book Fair di Bologna.
Lavora come illustratrice per albi e riviste e disegna fumetti.
Foto di Ioan Pilat

Polline
Kite Edizioni (2013)
Autore: Davide Calì

Nuvola
Kite Edizioni (2016)
Autore: Alice Brière-Haquet

 


Un giorno, senza un perché

Kite Edizioni (2014)
Autore: Davide Calì

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Asterisk Non è (più) un Paese per fumettisti – Parte 2 di 2
15/09/2017 Morena Forza in Editoria&Scrittura / No comments

a cura di Davide Calì

Non è (più) un Paese per fumettisti – Parte 2 di 2

OVVERO
calo delle vendite e sovra-produzione
nell’editoria francese (e non solo)

Gli autori jeunesse perlomeno hanno i saloni

Una situazione molto simile si produce nell’ambito dei libri per bambini.
Passati i tempi delle grandi vendite, quando in un anno si vendeva tranquillamente 5-6 mila copie di un albo illustrato, molti editori piccoli chiudono, altri si fanno assorbire da grandi gruppi.
Per il resto tutto uguale: si producono libri per riempire gli scaffali delle librerie, che ricevono circa 100 novità a settimana, in un perverso gioco di sovra-produzione che non fa bene a nessuno.
Promozione zero. Come per il fumetto, la promozione la fanno poi i blog, i saloni, i festival.
Per gli autori jeunesse in questo senso le cose vanno un po’ meglio che ai fumettisti, perché quando sei invitato a un salone di solito ti chiedono di fare anche gli incontri con le scuole, che sono remunerati, secondo la tariffa unica della Charte des Auteurs, mentre i fumettisti vanno ai festival rimborsati di tutto, ma perlopiù non pagati.
Solo alcuni festival remunerano infatti le sedute di dédicaces.

Eppure rimane un paradiso

So che per gli italiani, anche così la Francia rimane un paradiso.
Andare ai festival con il biglietto del treno o l’aereo pagati ed essere ospitato in hotel è già un sogno, per chi di solito ai festival ci va a spese proprie, viaggiando sull’interregionale, dormendo sul divano in casa di amici e portandosi i panini da casa.
Ma in una dimensione professionale seria è una condizione inaccettabile.
So che per gli italiani anche le tariffe francesi sono da sogno: da quando lavoro come art director ho molti clienti italiani e mi trovo quotidianamente a discutere budget ridicoli.

Quest’anno ho contrattato per un libro, che doveva essere un volumone illustrato a più mani, 30mila euro. Mi hanno detto che erano troppi, per cui ho detto che si poteva lavorarci a 20 mila, ma con illustratori più giovani e meno affermati.
Il cliente ci ha pensato un po’ e alla fine mi è arrivata l’offerta finale. 2 mila euro. Ero quasi soddisfatto, perché avevo capito che i 2 mila erano la mia parte; io ne avrei voluti 3 mila, ma ci potevo stare.
Invece no. 2 mila euro erano per tutto il progetto, compresa la mia parte.
Quando racconto che per un fumetto in Francia prendi 10-15 mila euro, vedo che a tanti brillano gli occhi, abituati a prenderne 1000-2000 se va bene.
Ma queste cifre non devono illudervi. La pressione fiscale in Francia è notevole, la vita costa mediamente più cara che in Italia e se devi lavorare un anno intero senza fare altro, 15 mila euro non sono poi molti. Forse possono bastarti quando hai 20-25 anni, ma con il tempo le esigenze cambiano.

Una campagna della Charte

Se gli anticipi per i fumetti si sono molto ridimensionati negli anni, anche la percentuale di royalties riconosciuta agli autori si è progressivamente abbassata,
soprattutto per gli autori jeunesse.

In merito a questo la Charte, porta avanti dal 2016 una campagna di sensibilizzazione, in cui ha chiesto a diversi autori per bambini di metterci la faccia.
Marc Boutavant, Magali le Huche, Roland Garrigue, Joëlle Jolivet e molti altri si sono prestati a comparire in una serie di poster che esemplificano molto bene il rapporto tra vendite di libri e vita reale, comparando la quantità di libri che devi vendere per fare semplicemente la spesa.

Qui si più sfogliare l’intero album dell’iniziativa de La Charte.

Occorre venderne 2 per potersi comprare una baguette, 5 per un dentifricio, 8 per un paio di calzini, 13 per comprarsi un libro tascabile, 18 per un pollo e 62 per un paio di sneakers.
La campagna ha lo scopo di sensibilizzare l’opinione pubblica sui miseri introiti di una professione artistica che smuove comunque ogni anno milioni di euro e quello di chiedere agli editori di riconsiderare la percentuale di royalties riconosciuta agli autori.
Mentre infatti per la letteratura generale la percentuale è rimasta al 10%, in questi anni per gli autori e illustratori per bambini dal 10% (da dividere tra autore e illustratore) si è scesi fino al 5% (sempre da dividere in due).
Per ora, che io sappia, da parte degli editori non c’è stata NESSUNA reazione.

Malgrado tutto, non buttatevi giù

Lo so, se avete letto l’articolo fin qui a questo punto ora sarete un po’ depressi, ma ci sono due cose importanti che NON voglio dire con questo articolo.

La prima è che ormai le cose vanno male anche in Francia, per cui non c’è più speranza per nessuno. Credo che la parola ormai sia molto abusata nella nostra società.
Con ormai si sigilla qualsiasi fallimento come definitivo e irrimediabile.
Penso che nell’economia di un paese le cose non possano sempre andare in crescendo.
Lo insegnano anche gli economisti in realtà, ma non ci facciamo quasi mai caso. Quando le cose vanno male abbiamo la tendenza a credere che sia il segno di un peggioramento irreversibile, perché quasi tutti crediamo che sia esistita, in un passato indefinito, un’età dell’oro che non tornerà più.
Ma non è così. Il fatto che in questo preciso momento in Francia le cose vadano male, non vuol dire che andranno male per sempre.

La seconda cosa che NON voglio dire è: rimanetevene a casa.
Continuate invece a inseguire i vostri sogni e i vostri progetti! Solo sappiate che se in Italia è tutto difficile, in Francia non è tutto facile.
Ma se davvero avete un sogno, buttatevi, mettetecela tutta!

Fatemi solo un favore.
Imparate un po’ di cazzo di francese.

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Asterisk Non è (più) un Paese per fumettisti – Parte 1 di 2
11/09/2017 Morena Forza in Editoria&Scrittura / No comments

a cura di Davide Calì

Non è (più) un Paese per fumettisti – Parte 1 di 2

OVVERO
calo delle vendite e sovra-produzione
nell’editoria francese (e non solo)

Di recente, chiacchierando con alcune giovani illustratrici, mi sono reso conto che gli illustratori e fumettisti italiani hanno della Francia e del suo mercato editoriale un’idea aggiornata a circa 20 anni fa.
Per tutti la Francia è ancora una sorta di paradiso, una terra di opportunità, dove si fanno e vendono tanti fumetti, tanti libri per bambini, per cui c’è lavoro per tutti.

Per quanto tra l’Italia e la Francia vi sia ancora un gap abissale per quello che riguarda le vendite dei fumetti e anche dei libri per bambini, e sebbene quello francese continui ad essere un mercato dieci volte più prolifico e sviluppato in questo senso, credo che sia però opportuno aggiornarvi un pochino sulla situazione, che purtroppo non è rosea.

Troppi libri

La Francia vive da ormai diversi anni una crisi intellettuale, sociale, politica ed economica, nel merito della quale però non entrerò in questo articolo.
Tutto ovviamente si riflette anche sull’editoria, che da anni sconta già il prezzo di una eccessiva produzione. Di sovrapproduzione, non limitata al solo mondo del fumetto o dei libri per bambini, ma estesa ai libri in genere, se ne parla praticamente da sempre.

Se ne parlicchia in realtà. Tutto dicono che si produce troppo, gli editori amano rinfacciartelo soprattutto quando un tuo titolo non vende abbastanza: “E’ perché tu fai troppi libri.” – ti dicono. Ma nessuno diminuisce né le tirature né il numero delle nuove uscite. Le tirature in realtà si sono abbassate sensibilmente negli ultimi 2-3 anni, in proporzione diretta ai cali di vendita, ma nessuno lo ammette pubblicamente.

La legge del tomo 1

Nel mondo del fumetto non si contano ormai da anni le cifre di venduto del passato.
Venti anni fa, una serie formato Casterman doveva superare le 100 mila copie vendute perché si festeggiasse un successo, oggi ne bastano 20 mila.
Quel che capita però è questo: le majors, pensano solo a riempire i loro cataloghi di novità.
Non investono un euro in pubblicità. Se il titolo vende, bene, sennò tagliano la serie. Non investono quindi nemmeno nella continuità. Se 20 anni fa l’editore si impegnava a pubblicare almeno 3 tomi di una serie, perché certe volte ci vuole tempo perché una serie decolli (e questo lo dimostrano anche certe recenti serie TV) ora se non vende abbastanza vieni liquidato già dopo il primo, mandando così a monte anni di lavoro che, ovviamente, non puoi rivenderti altrove.
Spesso gli editori accusano la stanchezza di certi generi. “Il fumetto con gli Spitfire o gli U-boot ha stufato.” – ti dicono –“Dobbiamo fare dell’altro.”.

Tu te ne stai, ci avete provato ed è andata male. Poi l’anno dopo, il medesimo editore che non porta avanti la tua serie di Spitfire e U-boot, ne pubblica una praticamente identica. Perché? Perché hanno imparato dal mercato che in ogni caso il primo tomo vende.
Per cui se il tomo 1 di una serie non ha vendite soddisfacenti, la serie viene licenziata e ricominciano con una simile.
Sanno che il primo libro della serie si venderà comunque.
Come dicevo, nessun investimento.

Meno del minimo salariale

Perché lo sappiate, la maggior parte dei fumettisti francesi guadagna meno dello SMIC, che è il salario minimo consentito (in generale per i lavoratori francesi, non per i fumettisti).
La questione è emersa tre anni fa, quando lo stato ha deciso di aggiornare il prelievo delle cotisations, per gli artisti. In Francia infatti, facendo il fumettista o l’illustratore si può andare in pensione. Ovviamente però bisogna versare dei contributi. Fino a tre anni fa il prelievo era quasi simbolico, consisteva in una somma forfettaria davvero minima.
Ma se fare l’illustratore è un vero mestiere è giusto versare in proporzione ai propri guadagni, per cui il ministro ha imposto un prelievo dell’8%, che facendo i conti equivale a un mensilità.

La cosa ha creato una certa agitazione nell’ambiente portando finalmente a galla una realtà che i più tenevano nascosta da anni: a fare fumetti si fa la fame. Chi lavora su un album a fumetti per un anno e 10 mila euro di anticipo (lordi, poi dovrà pagarci le tasse) non può togliersi una mensilità per versare anche i contributi. Dopo l’annuncio del ministro sull’aggiornamento dei versamenti previdenziali, alcuni disegnatori, che da anni lavoravano in condizioni precarie, hanno annunciato pubblicamente il loro ritiro.

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