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Asterisk Affrontare le critiche – Intervista a Davide Calì (2)
26/02/2018 Morena Forza in Editoria&Scrittura / No comments

Illustrazione: Monica Barengo, da “Un giorno, senza un perché

L’ultimo lunedì di questa serie chiudiamo il ciclo di interviste a  cura di Mariapaola Pesce , con la seconda parte della chiacchierata con Davide Calì, autore di libri per l’infanzia e fumetti.

Per leggere la prima parte di questa intervista, cliccate qui.


Se un artista finisce per incagliarsi in un progetto da cui non esce, o il suo stile perde appeal, si demotiva, che consiglio dai?

Questo è un altro dei tanti aspetti difficili da gestire. Non è facile capire quando un progetto non sta funzionando. Io l’ho sempre fatto istintivamente, ma non saprei spiegare se seguo un criterio di qualche tipo. In generale consiglio di cercare un distacco dal proprio lavoro.

Quando hai una forte affezione per qualcosa, hai più difficoltà a lavorarci, a rivederla in funzione di un feedback o a lasciarla andare se non funziona.
In generale si deve essere pronti, credo, a mettere da parte le cose e riprenderle dopo un po’. L’ostinazione produce quasi sempre frustrazione, se poi il risultato non arriva.

Illustrazione: Sébastien Mourrain, da “The tiny tale of Little Pea


Senti, ma in veste di editor, ce la faresti una fenomenologia dell’illustratore?

Hahah! Ma se ti rispondo poi nessuno vorrà lavorare con me!

Scherzi a parte, tutti abbiamo delle attitudini e dei difetti, io per primo e chi lavora con me lo sa molto bene.
Penso che più che una fenomenologia dell’illustratore, ci sia una fenomenologia di quello che vorrebbe esserlo e convenzionalmente si chiama wannabe. (Aspirante o mancato, n.d.r)
Attenzione, non è un dilettante pieno di sogni, quello lo siamo stati tutti.

Il wannabe è quello che in qualche modo non supera mai la fase del sogno.
E’ un po’ un simulatore, si traveste da professionista e si mescola agli altri, ti chiede un appuntamento o ti scrive, sperando in una risposta.
Ma in realtà la sua vera speranza è di non avere nessuna risposta, per continuare a crogiolarsi nel sogno. Se gli rispondi, c’è quello che svanisce immediatamente e quello che invece va avanti, viene all’appuntamento oppure ti spedisce materiale sempre sperando che non succeda nulla. Se invece succede che ti piace e lo richiami, di nuovo, c’è quello che sparisce, quello che educatamente ti comunica che non può dedicarsi al progetto e quello che invece va avanti.

Sono i peggiori, perché troveranno il modo di far fallire il progetto in corso, dopo che ci hai già investito dei soldi e del tempo.

Sei dell’idea che il coaching possa essere applicato
alla dimensione artistica dell’illustrazione? 

Sì, ne sono convinto.
Lo penso da quando mi sono reso conto che la direzione artistica non basta. Certe volte, per sbloccare un lavoro o una carriera che si è fermata, bisogna agire sulle origini del blocco.
In alcune occasioni ho seguito persone bloccate nel lavoro, sono riuscito ad accompagnarle fino alla presentazione dei progetti, ma poi li hanno fatti franare per questioni caratteriali. E’ lì che ho capito che non basta semplicemente perfezionare un progetto o un portfolio, bisogna capire in che punto tutto si è inceppato.

Approfondimenti

Nata a Genova nel 1965. Libraia per eredità familiare, poi formatrice aziendale ed executive coach per una multinazionale delle telecomunicazioni, al momento si occupa di scrittura e formazione, coordinando le attività del progetto Omero- Gli scrittori raccontano i libri.

Al suo attivo il libro Il bello dello sport (Giunti – Progetti Educativi), e diverse collaborazioni con Slowfood e la rivista Lg Argomenti. Il suo primo album illustrato per bambini Si j’étais une souris è in uscita per Grasset nel 2018, contemporaneamente ad un albo con Eli Publishing ed un volume con Electa.

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Asterisk Affrontare le critiche – Intervista a Davide Calì
19/02/2018 Morena Forza in Editoria&Scrittura / No comments

Illustrazione: Benjamin Chaud, da “Non ho fatto i compiti perché

Questo quarto lunedì ospito l’intervista di Mariapaola Pesce a Davide Calì, autore di libri per l’infanzia e fumetti. Il tema è scottante: come si affrontano le critiche al proprio lavoro?
E come si può reagire quando un editore rifiuta il nostro progetto o il nostro portfolio?

Buona lettura!

A cura di Mariapaola Pesce

Ho conosciuto Davide agli esordi della sua carriera di autore, quando gestivo una piccola libreria per bambini. Insieme abbiamo tenuto qualche corso per aspiranti scrittori, poi le strade si sono divise, e mentre lui si affermava come autore, io mi dedicavo alla formazione, e con gli anni al coaching. È in questo ruolo che gli propongo questa chiacchierata.


Davide, hai iniziato come illustratore, e sei passato alla scrittura.
Ti sei “allontanato da” o sei “andato verso”?

Sono tutte così difficili le domande? Per me in realtà scrivere e disegnare è un po’ la stessa cosa. Quando disegnavo, avevo le storie in teste, i personaggi parlavano mentre disegnavo, come se vivessero di vita propria. Ora perlopiù scrivo, ma ho sempre il film della storia che mi scorre in testa, vedo come e dove si svolge l’azione, l’espressione dei personaggi, i gesti delle mani.
E di fatto scrivo anche le illustrazioni.
Ti faccio vedere un video.
David Grohl dei Foo Fighters spiega che per lui è stato facile passare dalla batteria alla chitarra, perché sono lo stesso strumento. Sembra assurdo, ma sono perfettamente d’accordo con lui.

Illustrazione: Ronan Badel, da “Les Bacon Brothers – Back in America

Torna un momento a quando illustravi (anche se sporadicamente lo fai ancora):
quali sono i ricordi principali di quel periodo?

Disegnavo molto. Ho immaginato moltissime storie che non ho mai finito e tante altre che ho finito e mai pubblicato. Disegnavo anche vignette e altro.

Poi hai scritto a lungo: hai oltrepassato quota 100 libri.
Tra le tante cose che fai, sei spesso dall’altra parte della barricata, come insegnante, editor e capo progetto.
Quali sono i momenti e gli aspetti più delicati?

Uno degli aspetti più delicati penso sia comunicare un feedback negativo o un rifiuto.

Non è facile in questo lavoro non prendere le cose sul personale e qualche volta gli artisti sono permalosi. Bisogna saper comunicare che quella dell’editore, è e rimane un’opinione.

Un rifiuto non è la fine del mondo, anche se una sfilza di rifiuti possono metterti in crisi e indurti a riconsiderare i tuoi progetti o la tua carriera. La stessa cosa vale per un feedback negativo. È un’opinione, e vale come tale in un certo contesto. Non è un giudizio con un valore assoluto.

Illustrazione: Raphaëlle Barbanègre , da “Biancaneve e i 77 Nani

Puoi svelarci il segreto del tuo stile nel dare feedback? Hai un modello a cui ti rifai, o qualcuno che ti ha dato consigli preziosi che offri anche tu?

Non so se mi rifaccio a un modello. Forse a un modello negativo. I modelli negativi mi sono sempre stati utili. Nel tempo ho visto tante persone che non volevo diventare e mi hanno aiutato enormemente a diventare un’altra cosa.

Ora che mi ci fai pensare, in questo primo anno di lavoro forse ho adottato il modello di Naomi, la mia editor a San Francisco. Lei è sempre super entusiasta del lavoro, ma ciò non toglie che lavoriamo i testi e le illustrazioni diecimila volte per arrivare alla perfezione e le sue mail sono zeppe di correzioni e richieste di cambiamenti da fare. Però spende sempre una parola per quello che le piace, con il suo caratteristico entusiasmo californiano, per cui alla fine dopo una mail di tre pagine, non percepisci solo che è tutto da rifare, ma anche che il lavoro le è piaciuto moltissimo.

A volte ho guardato Master Chef, con commenti imbarazzanti e spietati, tipo” avrei vergogna a dire di aver cucinato questo piatto”. Ti capita mai di dire a qualcun: questo libro fa schifo?

Non penso di averlo mai fatto. Ad alcune persone ho detto che a mio parere il loro lavoro era inadeguato a un mercato commerciale, ma questa io non l’ho mai intesa come una sentenza di morte.

È un’opinione ed è relativa all’adesso, non vuol dire che chi mi ha portato quel portfolio non combinerà mai nulla di buono. Però le persone che ti fanno vedere il loro lavoro spesso vogliono proprio sapere a che punto sono, ed è giusto dirglielo.
Se lo scopo è il professionismo, e ripeto se, perché se non lo è cambiano tutti i parametri, il mercato ha delle regole. Non mi soffermo nemmeno a dire se siano giuste o sbagliate, io le ho solo imparate e cerco di guidare le persone che vogliono seguire i miei passi perché arrivino dove vogliono.

Credo però che insultare qualcuno dicendogli che fa schifo non sia costruttivo ma un puro esercizio di egocentrismo e di presunzione. Confesso che non ho mai capito le finalità di Master Chef e di altri programmi sul genere, se sia solo giudicare aspiranti chef, o anche formarli, ma in ogni caso non mi piace la spettacolarizzazione che si fa dell’umiliazione. Soprattutto quando a farla è un presunto grande chef che poi inventa ricette con le patatine chips solo perché lo hanno pagato per farne pubblicità.

Illustrazione: Serge Bloch , da “Il nemico

Torniamo a noi: a te come autore, è successo? Se sì, ne hai tenuto conto? 

Che qualcuno mi dicesse che facevo schifo? Mi pare di no. Se è capitato non me ne ricordo. Non è stato facile arrivare dove sono, ma mi sembra di aver sempre incontrato persone abbastanza gentili.

Qualche volta incompetenti magari, qualche volta mi hanno dato con sincerità i consigli sbagliati, ma non mi ricordo nessuno che mi abbia mai insultato.
Ho ricevuto tanti no e con meraviglia di tanti, continuo a riceverne.

Beh, sì, un po’ mi meraviglia, l’idea che in molti hanno di te è che non sbagli un colpo!
Questo mi incoraggia molto nell’incassare i primi rifiuti che sto ricevendo come autrice.
Quindi, bisogna sempre tenere conto dei feedback degli editori?

Questa è una domanda che richiede una risposta complessa.
Ai miei corsi dico sempre che non bisogna prendere per oro colato qualsiasi cosa dicano del tuo lavoro. Ma quando sei all’inizio una delle cose difficili da capire è proprio fino a che punto accettare le critiche. Se non ne accetti, secondo me, non vai molto lontano.

Nel momento in cui pensi di condividere il tuo lavoro con qualcuno, per forza di cose, devi fare i conti con le opinioni e le visioni altrui. Al tempo stesso però, se ascolti i consigli di tutti rischi il cortocircuito.
L’editoria non è una scienza esatta: ognuno ha o crede di avere, la sua formula e per tendenza te la spaccia come unica per cui, ascoltando più voci il risultato è che non ci capisci nulla, perché ognuno dice il contrario degli altri.
Ciascuno deve trovare la sua strada, capire cosa vuole, dove vuole andare e fino a che punto si sente disponibile di seguire le richieste o i consigli altrui.

Il difetto principale degli editori, che confonde chi propone il proprio lavoro, è una visione sempre troppo auto-centrata, per cui quasi nessuno si ricorda di aggiungere “secondo me” quando commenta il tuo lavoro. Se dall’altra parte c’è una persona inesperta ovviamente prenderà il parere come un dato di fatto, un giudizio assoluto, cosa che non è quasi mai.

Ah, il magico potere del “secondo me”!
In questo senso, se un artista si accorge che un feedback è troppo duro, o generico, o sbagliato, tu cosa consigli?

Io consiglio sempre di segnare un confine molto netto, tra educazione e maleducazione.

Non bisogna mai accettare un giudizio palesemente offensivo. Spesso mi è capitato di illustratori che mi chiedono consigli per fronteggiare comportamenti anomali, perché non sanno come reagire. Si tratta perlopiù di comportamenti che non hanno a che vedere con la qualità del lavoro ma con la disponibilità dell’artista a lavorare gratis. C’è chi ti dice chiaramente: non sei nessuno, ti ho chiamato a fare un lavoro, dovresti ringraziarmi.

Aldilà della visione molto opportunistica, credo che la maleducazione sia fuori discussione.
Poi, se il giudizio è generico, forse non c’è interesse dall’altra parte a darne uno più accurato e, non si può obbligare qualcuno a farlo. Se è sbagliato e si sta già lavorando con qualcuno, penso si possa discutere. Se alla fine le visioni reciproche non combaciano si deve valutare la possibilità di lasciar perdere la collaborazione, oppure di accantonare il progetto per fare un’altra cosa.

Illustrazione: Sara Gavioli , da “Cornelius Holmes. il caso del barboncino dei Baskerville

La seconda parte di questa intervista
sarà online il 26 Febbraio.

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Asterisk Intervista a Pierdomenico Baccalario
12/02/2018 Morena Forza in Editoria&Scrittura / No comments

Fonte immagine: Il viaggiatore incantato

E’ il terzo lunedì di questa serie di interviste e oggi Mariapaola Pesce decide di scambiare quattro interessanti chiacchiere con Pierdomenico Baccalario, scrittore per ragazzi e giornalista, nonché fondatore dell’Agenzia BOT.

 

Buona lettura!

A cura di Mariapaola Pesce

Per cominciare, tutti ti conoscono come scrittore e giornalista, ma le tue attività non si fermano a quello. Mi interessa nello specifico la tua attività all’interno dell’agenzia Bot.

Ho fondato BOT tre o quattro anni fa (ho un brutto rapporto con il tempo, a proposito di non fermarsi), con la precisa intenzione di creare un’ambiente adatto al lavoro contemporaneo di più creativi. La mia esigenza era quella di creare un sistema – il più possibile organizzato, e il meno possibile formale – al vertice del quale ci fossero, appunto, i creativi.
Venivo da un’esperienza di lavoro, molto formativa, in cui, invece, il parere creativo veniva per ultimo, ed era sempre sottoposto alle esigenze/calendari produttivi.

I creativi sono persone molto affidabili, ma unicamente su un aspetto: l’entusiasmo e la qualità di quello che inventano. Tutto il resto: gestione del tempo, degli spazi, delle relazioni esterne e interne al gruppo, doveva essere costruito da zero.

Che sfida entusiasmante!
Io, per esempio, ci vedo opportunità rara di fare “pulizia”, eliminare il superfluo o il nocivo dei rapporti, le trappole, conservando solo ciò che piace e funziona.
Quando ti ho chiesto questa intervista, ti ho detto che quello che mi ha colpito di voi è la sensazione che siate un gruppo di amici che si conoscono da una vita e che intorno a questo a ad una passione in comune abbiano costruito carriera e futuro. Sono troppo romantica?

Per niente. C’è un vecchio detto che dice che non si dovrebbe mai lavorare con gli amici, perché si rischia di danneggiare entrambi gli aspetti di una relazione (amichevole e lavorativa).
Quello che è vero di questo detto è che è vecchio. Il mio gruppo di persone si è sicuramente fortificato su una forte base di amicizia (a partire dal primo dei miei colleghi – amici – collaboratori, Alessandro Gatti, con cui lavoro – e mi diverto, da più di venti anni).

La cover di Atlante dei Luoghi Immaginari

(P. Baccalario, D. Calì, illustrato da Isabella Mazzanti)

Grazie al progetto Omero ho conosciuto parecchi della tua squadra. Ognuno segue progetti individuali, offre collaborazione al resto del gruppo e non fa mai mancare il proprio incoraggiamento pubblico al lavoro degli altri, con grande generosità reciproca. Quali sono i segreti dietro a questa armonia?

Non sono così ingenuo da pensare che basti un’amicizia per lavorare insieme (ho amici con cui non dividerei mai la scrivania e loro con me), ma non penso neppure che si possa lavorare bene con persone che, dell’amicizia, non sappiano condividere alcuni valori essenziali: etica del lavoro, senso del dovere, progetto di cura reciproco, disponibilità a dare senza un necessario corrispettivo.

Sulla base di questo codice etico non scritto il nostro gruppo è cresciuto in competenze e, anche, in amicizia. Sei disposto a dare idee a un altro di noi, in cambio della promessa che ne riceverai quando sarai in difficoltà? Sei disposto a mettere a disposizione quello che sai e chi conosci, in cambio della promessa che gli altri faranno altrettanto? Hai voglia di leggere e correggere un manoscritto, senza ricevere altro in cambio, se non il fatto che potrai chiedere di fare altrettanto?
In poche parole: ti fidi degli altri? Se la risposta è sì, benvenuto. Fidandomi in prima battuta di chiunque vuole entrare nel gruppo ho fatto errori, ovviamente, come quel certo autore che non è mai riuscito a capire in che modo noi usiamo i contatti (in modo libero, ma rispettoso di chi ce li ha forniti) o di quell’ altro a cui abbiamo dovuto per anni riscrivere i libri sperando imparasse a farlo in autonomia, e che, invece, dalla facilità con cui altri scrivevano cose che a lui non uscivano così bene ne è rimasto schiacciato e oggi non scrive più.

Hai sollevato un tema straordinario: la fiducia.
Questo rapporto in cui si mettono a disposizione competenza (creativa, nella scrittura), affidabilità (il sapere di poter contare gli uni sugli altri perché si è già sperimentato), e la sincerità di intervenire su un’idea, un lavoro di altri perché migliorabile, sembra una definizione da manuale! Dì la verità, avevi dei modelli, quando hai cominciato a costruire il tuo gruppo?

La mia compagnia di giochi di ruolo, con me nel ruolo di Master, e unicamente perché sapevo fare quello: mettere le persone al giusto posto dentro a una storia che costruivo a poco a poco partendo da loro (e da una mia visione).
La mia prima visione, con BOT, è stata quella di lasciare le persone libere di fare quello che vogliono: BOT non è un’agenzia, né, abbiamo contratti di esclusività sulle persone. Abbiamo contratti sui progetti, sulle singole storie, sui libri. E per ognuna di queste storie, una rete di persone capaci di mettere in comune le idee. O, al contrario, persone che buttano idee agli altri nella speranza che diventino storie e progetti. Le idee, regalate a persone che danno valore alle idee, anziché perderle, si moltiplicano. Una volta che un’idea si forma, che si sviluppa, c’è chi se ne prende cura. Si condivide un modo di lavorare insieme, senza perdere la propria autonomia artistica, la propria cifra di riconoscibilità (del gruppo e di ognuno di noi).

Ho poi studiato per fare in modo che queste belle cose potessero diventare un modello di business sostenibile, che le collaborazioni di più persone a un unico progetto potessero essere quantificate per poterne dividere equamente gli eventuali guadagni e perché ognuno fosse soddisfatto di poter essere messo nelle condizioni di poter lavorare (e questo è fondamentale) da casa propria.

Stai via via esplorando una serie di temi che mi sono carissimi: la visione, per esempio, questo sogno di un futuro che non resta un’immagine nella testa, ma si mette in movimento per diventare presente!
Senti, ma fammi fare una provocazione: quando non funziona? Cosa succede se un progetto va male, o non piace a qualcuno di voi?

Si lascia lì. Ne servirà una parte, magari, per qualcosa di completamente diverso (e se lo si fa, si contattano gli autori originari). In genere il non funziona, però, lo affidiamo gli editori.

Sono loro a dirci se una cosa piace oppure no. Sono gli editori i nostri primi clienti. I lettori, invece, sono come noi: persone che si entusiasmano.

Una tavola  da Un drago in salotto (P. Baccalario, illustrato da Claudia Petrazzi)

E se non piace a te? Come ti comporti? Che tipo di leader sei?
Sei il tipo motivante, o quello dallo stile autoritario?

Un amico sardo mi definì una volta come un anarchico situazionalista. Ovvero uno a cui piace comandare e a cui piace che tutti seguano le regole. E che, se tutti seguono le regole, però, diventa anarchico e fa di testa sua.
Scherzi a parte, mi ritrovo in questa definizione, ma non forzo nulla se vedo che si muove e gli autori sono contenti. Abbiamo fatto e pubblicato storie di cui non so niente. Altre, invece, si fermano o hanno problemi. E allora intervengo. Il mio intervento lascia tracce, perché sono io a intervenire, con tutta la mia energia. Ma non intervengo sempre. Solo se c’è bisogno di un parere (di solito, di trama). Da un punto poi di vita di tutti i giorni dell’ufficio (il nostro ufficio è praticamente nella casa in cui abito), io mi occupo di un aspetto importante: cucino i pranzi per tutti. Tutti i giorni.

Interessante! Ti ci vedo, sia come anarchico che come chef. Poi magari ti rubo una ricetta, se ti va, dopo tutte queste domande serie!

Visto che hai parlato di una definizione che hai ricevuto da un amico, parliamo un po’ di feedback, di darne e riceverne.
Tu negli anni ne hai ricevuti migliaia, immagino. Cosa hai imparato?

Non leggo i pareri dei miei lettori, non leggo le recensioni, né gli articoli che eventualmente parlano di me, non guardo le classifiche. Niente di niente. Potete venire tutti a parlarmi. ben venga il feedback di persona. Perché costringe a reazioni fisiche immediate ed evidenti.

La penna – anche social, è meno diretta, più subdola. Verba volant, e meno male, nel senso che le cose raccontate possono andare lontane. Mi sono costruito il mio albero, non mi chiedete di starmene sempre ad ascoltare il rumore del vento!

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Asterisk Nani senza mutande e spaghetti alla Bolognese: censura e adattamento nei libri per l’infanzia
11/01/2016 Morena Forza in Editoria&Scrittura / 4 responses

“Questa cosa si potrà disegnare in questo modo?” “E questo si potrà scrivere così?”
Scrivere e disegnare per bambini non è affatto facile come alcuni pensano.
Si tratta di due attività molto delicate per via del target e del contesto culturale in cui si trova e per questo non andrebbero mai sottovalutate.
Dopo una breve chiacchierata con Davide Calì ho saputo che aveva scritto non molto tempo prima proprio un articolo su uno dei temi più nascosti della scrittura di libri per bambini (e credo anche per altri generi valga la stessa regola): la censura e gli adattamenti. Si tratta di un articolo lungo, interessante e a tratti anche esilarante, ho riso molto leggendolo in metropolitana quando è arrivato nella mia casella email.
Buona lettura!

Nani senza mutande
e spaghetti alla bolognese

di Davide Cali

Ho sempre ritenuto i miei come testi aperti, non credo di essere il genere di autore che considera le proprie storie sacre e intoccabili. Del resto penso che questo sia l’atteggiamento che mi ha consentito di lavorare con tanti editori, in paesi diversi.
I libri illustrati sono il prodotto di un lavoro di squadra. Nel momento in cui invii un testo devi sapere che dall’altra parte c’è qualcuno che farà un editing, delle proposte, talvolta invasive, ma dettate comunque dalla volontà di migliorare il prodotto.
Ovviamente si può dire di no. Ma se si dice sempre di no, penso che alla lunga rimanga come unica soluzione lavorare da soli, senza il fastidio dell’intrusione altrui.

Censura, editing e altre storie

Spesso mi chiedono se i miei libri hanno mai subito censure e a dire la verità penso di no. Considero la censura l’impedimento a dire o rappresentare qualche cosa di importante e fondamentale nella dinamica di una narrazione e quando mi è capitato che si volesse ridurre in modo sostanziale qualcosa di mio, ho sempre rifiutato.
Quello che però accade comunemente è invece la richiesta di modifiche relative soprattutto alla cultura del paese in cui si lavora. Spesso si tratta di modifiche richieste dall’editore che acquista i diritti in un altro paese, quindi si parla di modificare un libro già edito, ma poiché lavoro contemporaneamente in paesi e continenti diversi, le richieste mi arrivano anche dalle redazioni con cui collaboro direttamente.

In un libro possono cambiare cose piccole e grandi. Per esempio ricordo che su uno dei miei primi libri, Bernard et moi (Sarbacane, illustrato da Eric Héliot) uno dei personaggi preparava degli spaghetti per cena. L’editore francese mi chiese se potevano essere spaghetti alla bolognese.

Fonte: Le Petit BazArt Eric Héliot © Sarbacane
Fonte immagine: Le Petit BazArt | Eric Héliot © Sarbacane

Ho imparato dai francesi cosa fossero perché non li avevo mai sentiti nominare, non sono nemmeno sicuro che in Italia esistano! In Francia sono la ricetta di pasta italiana più diffusa, insieme alla carbonara, ricetta di cui invece sono certo che esiste, ma che non ho mai assaggiato.
(Lo so: le mie amiche romane adesso stanno inorridendo. Ma se volete inorridire veramente vi dirò che in Francia, almeno nel nord, esiste anche la pizza alla carbonara.
Se un giorno vorrete dare l’addio alla vita con i fuochi d’artificio, ve la raccomando.)

Ma torniamo a noi. Sul libro successivo con Eric Héliot, Piano piano (Sarbacane), ricordo un altro intervento, sempre minimo. A un certo punto il protagonista usciva con il nonno per visitare un museo. Mi chiesero se poteva essere di mercoledì, per il semplice fatto che in Francia il mercoledì non si va a scuola ed è una giornata consacrata a piccole attività di cui i nonni sono coinvolti se i genitori lavorano. A distanza di anni ora non lo faremmo più, perché da quasi due il mercoledì libero è stato abolito per adeguare la settimana scolastica francese a quella europea.
Sullo stesso libro, nell’edizione in inglese (Wilikins Farago, Australia) è stata effettuata invece una modifica più consistente. Come vedete nell’immagine, è sparita la pipa del nonno e così in tutte le tavole in cui compare il personaggio.

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Click per ingrandire | Eric Heliot – © Sarbacane

Questo perché nel mondo anglosassone è in atto da tempo una campagna contro il fumo che ormai vieta la rappresentazione del fumo, anche nei libri.
Va detto che il libro originale era del 2005 e che nel frattempo anche in Francia è cominciata la campagna anti-fumo per cui se rifacessimo il libro oggi, il nonno non fumerebbe la pipa.

Qualche anno dopo, ho pubblicato un libro ora non più disponibile dal titolo J’aime t’embrasser (Sarbacane, illustrato da Serge Bloch).

Serge Bloch - © Sarbacane
Fonte: Bedetheque | Serge Bloch – © Sarbacane

Per l’edizione giapponese (Chikura) ci chiesero se alla fine, dove il personaggio fa l’elenco delle città dove vorrebbe baciare la sua fidanzata, potevamo trasformare le città del mondo nominate (Venezia, Barcellona, Londra, Vienna), in città giapponesi, perché a loro dire la maggior parte dei giapponesi non viaggia mai fuori dal Giappone.
Modifiche di questo genere me ne chiedono a decine. Questo per dire che per tradurre il proprio lavoro in un altro paese bisogna essere pronti ai piccoli adattamenti. Tradurre non significa solo eseguire una traduzione letteraria ma anche culturale, per risultare comprensibili.

Da grande appassionato dei film di Woody Allen ho visto e rivisto tutti i suoi film e dopo averli imparati praticamente a memoria ho cominciato a riguardarli prima in inglese e poi in francese. Ho scoperto così che una buona metà delle battute, almeno nei film più vecchi, non è stata tradotta, ma adattata nello spirito e nella cultura europei. Devo dire che i traduttori hanno fatto un ottimo lavoro ma le rare volte che mi capita di rivedere un vecchio film di Allen in italiano inorridisco quando, mentre passeggia per Manhattan, Woody cita improvvisamente la Standa o Pippo Baudo. Il problema è che quando i film arrivarono in Italia (uno dei primi paesi a tradurli) nessuno conosceva Walmart o David Letterman.

Nani, indiani e vichinghi

In dieci anni di lavoro in Francia devo dire che gli interventi culturali degli editori ai miei testi sono sempre stati piuttosto discreti. Più frequenti le proposte letterarie, le domande di finali alternativi, aggiunta di personaggi, ma questo è abbastanza normale.
Mi sono spostato a lavorare in Francia proprio per essere più libero rispetto all’Italia dove percepivo una serie di limiti: nei libri per bambini non si parla, tra le varie cose, di morte, di divorzio, di omosessualità (1) e in generale mi sembrava che il mio tipo di humour non piacesse.
Dopo anni di libertà assoluta, cambiando continente e cominciando a lavorare negli Stati Uniti, ho trascorso circa un anno a riprendere le misure su ciò che nei libri per bambini è opportuno fare o meno.
Per quanto anche miei libri piuttosto particolari come Moi, j’attends (Io aspetto) o L’ennemi (Il nemico) siano stati tradotti in America, in generale ho la sensazione che i bambini laggiù rimangano più a lungo bambini. In questo senso i libri contribuiscono a coltivarne un immaginario privo il più possibile di riferimenti alla realtà cruda che passa al telegiornale: le guerre, la povertà, ecc.
So che molti contestano questo perbenismo e l’evidente conflitto con la realtà del fatto che i bambini in TV vedono passare ogni genere di violenza e di orrore, ma proprio questo credo rafforzi l’idea che gli anglosassoni hanno del libro come un luogo tranquillo, un’oasi serena nella quale abbandonare i bambini senza rischi.

(1) Lo so, in Italia ci sono molti bellissimi libri che trattano questi temi, ma fateci caso: si tratta sempre di traduzioni. Le cose piano piano stanno cambiando, ma dieci anni fa nessuno avrebbe pubblicato il Moi, j’attends. E forse neanche adesso.

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Click per ingrandire | Benjamin Chaud © Chronicle Books

Tutta la lavorazione di I didn’t do my homework because primo libro dell’ormai trilogia illustrata da Benjamin Chaud e pubblicata da Chronicle Books, ( i primi due libri nell’edizione italiana di Rizzoli : 12 ndr.) mi è servita per delimitare un po’ il terreno di scrittura in America. Nella prima stesura praticamente ogni due pagine ho commesso una gaffe fatale!
Come nella gag che diceva:
“Non ho fatto i compiti perché… siamo stati attaccati dagli indiani.”
Gli americani non amano scherzare sul loro passato con i nativi, per cui Chronicle mi chiese di cambiare la gag. Alla fine gli indiani sono diventati “vichinghi” e devo dire che questo ha reso la gag ancora più assurda. Nella gag invece in cui gli elfi nascondono le matite, Benjamin aveva disegnato gli elfi con matite nel naso, nelle orecchie e in altri pertugi.
Nel continente americano sono un pochino a disagio con questo tipo di humour per cui una delle matite venne rimossa. Vi lascio indovinare quale.
Parlo in modo più esteso di continente americano perché anche in Canada abbiamo avuto qualche richiesta di cambiamento.

Per una scena di Snow White and the 77 dwarfs (Tundra Books), l’illustratrice Raphaëlle Barbanègre, mi propose una gag bellissima: i 77 nani in coda per farsi fare il bagnetto da Biancaneve, tutti rigorosamente senza mutande.
L’idea di 77 culetti nudi ci divertiva molto ma lavoravo già in America da un po’ e le dissi che ci avrebbero chiesto di cambiarla. Questa piccola auto-censura partorì una gag anche più demenziale: la sera, prima di dormire, ognuno dei 77 nani si fa spazzolare la barba sulle ginocchia di Biancaneve.
Un piccolo intervento però lo hanno chiesto per un’altra scena. Dove all’inizio della storia c’è un nano steso con la biancheria, si intravvedevano le chiappe del nano, visibilmente senza mutande sotto i pantaloni. Raphaëlle ha dovuto aggiungere un paio di slip.
Quando pensavamo di aver mondato la storia da ogni peccato, ci chiesero ancora un piccolo intervento, una riduzione del seno di Biancaneve che sembrava troppo prosperoso senza contare un neo che poteva essere frainteso per un capezzolo.

Se questo vi fa pensare che gli anglosassoni siano dei bacchettoni, credo dobbiate considerare che la medesima casa editrice ci ha comprato un nuovo testo per il quale ci hanno proposto di modificare il finale in chiave girl power per cui Cenerentola, delusa dal principe (che è molto più bello sui manifesti che non dal vero), decide di non aver bisogno di nessun principe. Un finale che più di un editore in Europa, visto l’aria che tira in tempi recenti, giudicherebbe controverso.

Questo per dire che la ruota gira, tutto cambia, e quello che spaventava alcuni fino a qualche anno fa oggi viene accettato, mentre altri cominciano a coltivare nuovi pudori, dopo averne fatto a meno per decenni.
I fatti recenti di Venezia o la vicenda di Tous à poil (ne parlo qui) sono solo alcuni casi che potremmo citare.
In autunno per esempio Snow White ad the 77 dwarfs avrà una traduzione in Francia (Talents Hauts). Uno dei primi editori francesi a cui avevamo mandato il libro ce lo ha rifiutato perché avrebbe notato, cito testualmente, un sottomessaggio femminista.
Quando ho letto la mail della redattrice devo dire che sono rimasto un po’ sorpreso.

Click per ingrandire | Raphaelle Barbanègre - © Tundra Books
Raphaelle Barbanègre – © Tundra Books

Un sotto-messaggio femminista? Perché Biancaneve dopo tre giorni è stufa di fare il bucato e lavare i piatti per 77 nani casinisti e quindi preferisce andarsene?
Boh!

Panino al seitan

Se vi sembra invece che questo genere di intromissione tolga divertimento al lavoro avete ragione, ma del resto fare libri non è divertente come ve lo immaginate voi.
E’ bello, questo sì, ma la parte divertente finisce presto per lasciare posto alla lavorazione che è costellata di centinaia di piccoli dettagli da curare.

Click per ingrandire
Click per ingrandire | Raphaelle Barbanègre – © Tundra Books

Tanto per dire per Biancaneve e i 77 nani abbiamo passato molto più tempo a scegliere i nomi dei nani che a fare tutto il resto: il testo originale infatti era in francese e quindi i nomi andavano adattati in inglese!
Anche scegliere i nomi è stato divertente, ma a un certo punto mettere d’accordo tre persone è stato un po’ faticoso.

Cruelle Joëlle © Sarbacane
Cruelle Joëlle Ninie © Sarbacane

In questo senso non so contare il numero di discussioni via email per decidere i dettagli anche minimi. Una volta ricordo un giro di tre mail solo per decidere cosa mettere dentro un panino. Il fatto è che Joëlle, la protagonista della storia (Cruelle Joëlle ndr), è vegetariana. In una scena di campeggio io avevo proposto che mangiasse un panino al seitan, ma Fred l’editore mi disse che in Francia il seitan non esiste.
Ovviamente non esiste per lui, che dopo due primi e due secondi a cena attacca un piatto di formaggi, e non esiste per tanti altri (in Francia si mangia moltissima carne) ma nei supermercati il seitan si trova eccome! L’illustratrice, propose di metterci dell’insalata, ma il sandwich all’insalata mi sembrava insensato e soprattutto non mi faceva ridere.
Alla fine ci siamo messi d’accordo per i wurstel di soja: sono abbastanza vegetariani, sufficientemente ridicoli e decisamente riconoscibili anche per chi non bazzica il vegetarianesimo.

Certi libri richiedono un lungo set-up, soprattutto dove non c’è una vera e propria storia.
Il terzo titolo della trilogia americana con Benjamin Chaud è nato l’anno scorso a Milano. Naomi era venuta dalla California per tenere un corso di un week end e io interruppi per un giorno il tour francese per vederla. Siamo a prendere un caffè quando mi comunica la buona notizia: farete un terzo libro della serie!
Ah sì? dico io. E’ diventata una serie? Uau!
Ovviamente ero contento, ma anche un po’ spaventato. Già il secondo non era previsto, il terzo era totalmente inatteso. Avevo in mente fin da principio di continuare a lavorare con Benjamin, ma non al sequel del primo libro.
Naomi è entusiasta. Non vede l’ora di vedere qualcosa.
Io prendo tempo, timidamente. Poi ci salutiamo e prendo la metro. Il tempo di arrivare da Garibaldi alla Stazione Centrale e ho il libro in testa. Tutto il film.
Le mando un messaggino per dirle: ok, ce l’abbiamo!
Si tratta di un viaggio intorno al mondo. Ho avuto l’idea in 15 minuti. Poi, prima che scrivessi una sola riga, abbiamo passato sei mesi a decidere in quali paesi sarebbe andato il protagonista. Per sei mesi abbiamo aggiunto e tolto l’isola di Pasqua, io poi volevo un passaggio in Svizzera (dove sono nato) e a Londra perché mi piace, Benjamin voleva un vulcano, Naomi aveva proposto una tappa a Petra, io invece una bella scena a Mount Rushmore. Alla fine ci siamo messi d’accordo ma penso che avremmo impiegato meno tempo a fare veramente il viaggio!
Ma insomma, è così che si fanno i libri.

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