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Asterisk Disegnare per conoscere il mondo: il racconto di Josep Pla-Narbona
09/07/2017 Morena Forza in Arte / No comments

Se seguite il blog da un po’, sapete che una delle mie più grandi curiosità è sbirciare nei dietro le quinte di altri creativi. E non importa di cosa si occupano: guardo video e interviste di pittori, illustratori, registi di videoclip, designer, scenografi, fino ad arrivare agli attori.

Mi piace conoscere il loro approccio all’attività, le motivazioni profonde che li spingono a disegnare, suonare, recitare; mi piace trovare un po’ di me stessa nei loro ragionamenti e nel loro sentire e, al tempo stesso, ricordarmi che siamo tutti diversi.

Qualche volta ciò che vedo e ascolto mi piace, ma non sempre. Stavolta ho avuto un vero e proprio colpo di fulmine e voglio condividere con voi i pensieri di Josep Pla-Narbona, artista di Barcellona, raccolti da una persona che lo conosce molto bene: sua figlia, Anna Pla-Narbona.

Il video è in spagnolo, i sottotitoli in inglese. Sotto il video trovate la trascrizione in italiano.
Mi scuso in anticipo per eventuali inesattezze, la traduzione si basa sui sottotitoli in inglese e ho già sentito ad orecchio che non coincidono in modo letterale, ma il senso si coglie tranquillamente. :-)

“Chi sono io? Sono un completo sconosciuto.
Fondamentalmente, sono un disegnatore, questo è sicuro.
Da quando mi ricordo, per scappare dalle mie preoccupazioni, portavo sempre con me uno sketchbook e una matita e continuavo a disegnare.
Il disegno è una finestra da cui liberare le proprie ansie.
E disegnando, si impara a pensare. Perché chiaramente, per poter disegnare qualcosa, devi prima capirlo e per capirlo sei obbligato a pensarci.

Ai tempi in cui avevo questa pazzia di disegnare, disegnare e disegnare, l’economia del Paese andava bene e un sacco di agenzie pubblicitarie si erano avviate; il che dava una possibilità a tutte quelle persone con degli obbiettivi artistici e aspirazioni, come me, di lavorare e disegnare per loro.

La pubblicità mi era anche utile per andare a fondo dell’animo umano, la parte più profonda della psicologia delle persone. Era l’epoca della psicoanalisi, l’epoca di Freud, Adler, era il tempo in cui le cose che erano state nascoste sotto il tappeto uscivano alla luce.

Ero fortunato ad avere uno stile molto personale, disegnavo a modo mio e questo facilitava le persone a riconoscere il mio lavoro.
Però, allo stesso tempo, i puristi dell’industria pubblicitaria, lo consideravano un difetto. Io la ritenevo una virtù grande e vantaggiosa.

Veramente, sono sempre stato un essere molto molto molto emotivo e i problemi della mia vita privata mi hanno messo profondamente in difficoltà. Per 10 anni sono stato depresso, il che significa che sono stato piuttosto fuori dal giro.
E’ stato mentre attraversavo questo momento intenso della mia vita, che ho deciso di dedicare il mio tempo alla pittura.
Sentivo che dipingere mi dava molta più soddisfazione della pubblicità.
Probabilmente, visto che sono ancora un po’ ingenuo, pensavo che la pubblicità fosse una trappola inadatta a me o a chiunque altro.

Per me, dipingere è una terapia di tranquillità e rilancio della mia coscienza.
In altre parole, la pittura è stata una salvezza psicologica.

Le emozioni sono difficilissime da raffigurare perché non hanno confine. Non hanno mura né soffitto.
Le emozioni sono come le nuvole; una volta che le metti in una scatola sono impossibili.
Le emozioni hanno questo lato negativo, ma è questo che fissa le basi per l’Arte.

Capire me stesso è una delle cose più complesse in cui mi sono imbattuto nella vita.
Quando dipingo e disegno mi riconosco davvero, ma sono solo brevi momenti, minuscoli pezzetti di esistenza.
Una volta che si verificano, praticamente si sciolgono nello spazio.”

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Asterisk 7 tipi di blocco creativo: riflessioni nate da un articolo di Mark McGuinness
22/07/2014 Morena Forza in Creatività / 3 responses

Qualche volta capita di imbattersi in una lettura illuminante, e di perderla subito.

Mi era capitato fra le altre volte, qualche mese fa, con un articolo a cui trovai accesso via Twitter ma mi dimenticai di salvarlo nei Preferiti.
L’ho cercato per mesi inutilmente, era sparito nel nulla. Ogni tanto mi tornava in mente e ricominciavo a cercarlo con esito sempre negativo.
Poi l’altra notte, mentre mi rigiravo nel letto alle tre, ho acceso il tablet per trovare sollievo in un po’ di lettura e all’improvviso ricordavo il titolo che avevo cercato per mesi; gli amanti della teoria junghiana della sincronicità potranno pensare che era arrivato il momento giusto per riscoprirlo. Chissà.
Visto che si è ripresentato sotto ai miei occhi dopo questo post dove ho scritto del mio enorme blocco creativo, ho pensato che potesse essere un buono spunto anche per chi legge il blog.
E’ un post lungo, ma prometto che è interessante e che tocca dei punti vivi per molti noi.

Non si tratta di una traduzione, per una questione di tempistiche, ma anche perchè vorrei solo porre l’accento su quello che per me è stato più prezioso per farmi riflettere.
La lista è riportata completamente e nell’ordine in cui è stata letta.
L’articolo integrale in inglese, scritto da Mark McGuinness, è reperibile a questo link.



7 Tipi di Blocco creativo

1 – Il blocco mentale

Il blocco mentale, scrive McGuinness, è quando si resta intrappolati nel proprio modo di pensare, così tanto da non vedere altre possibili soluzioni. Partendo dai propri schemi mentali famigliari, riutilizzati di volta in volta, l’approccio al problema diventa limitato e limitante ed è viziato dalle proprie convinzioni.

Soluzioni: 
Chiedersi “E se?”
Da qualche tempo sto provando ad utilizzare il “E se?” a volte perfino pronunciandolo ad alta voce e facendolo seguire da un silenzioso guizzare di alternative. Sono due parole magiche.
Ho scoperto che dopo un “E se?” viene sempre qualcosa.

McGuinness suggerisce di cambiare mentalità partendo dai gesti più semplici. Andare in un luogo dove non siamo mai stati, leggere o guardare o ascoltare qualcosa che non abbiamo mai provato.
Su questo argomento potrei dilungarmi molto ma vi accenno solamente che per quanto riguarda la musica ho imparato ad ascoltare proprio qualunque cosa; di volta in volta mi piace esplorare filoni a cui non mi sono mai interessata, dalla rinascimentale al jazz al country/blue grass, allo swing, al rock and roll… Ognuno di questi è stata una scoperta. La musica contiene interi mondi tutti diversi e dato che non è fatta di immagini, siamo liberi di coglierne le suggestioni e vedere ciò che vogliamo, magari ad occhi chiusi.

Sempre a proposito del blocco mentale, viene suggerito anche di chiedere a qualcuno di cui ci fidiamo molto un parere contrario alla soluzione che abbiamo trovato. Questo non l’ho mai fatto e mi incuriosisce molto.
McGuinness consiglia anche delle carte che definisce molto utili, nell’articolo.
Non ne conoscevo l’esistenza. Sembra che favoriscano il pensiero divergente. A proposito, ne avete mai sentito parlare?

La prima volta che mi è stato accennato stavo chiacchierando con un mio amico che si è laureato in psicologia di cui è appassionatissimo almeno quanto lo sono io di Arte; con lui l’argomento viene sviscerato periodicamente e così leggendo questo articolo di McGuinness mi sono tornate in mente le nostre conversazioni.
Il pensiero divergente consiste nel trovare per un problema delle soluzioni che rompono con gli schemi preesistenti, per questo crea letteralmente qualcosa di nuovo. 
Secondo molti studiosi è proprio il pensiero divergente che caratterizza i creativi più floridi e luminosi del passato e del presente.

2 – Una barriera emozionale

“La creatività può essere qualcosa di intenso” scrive McGuinness – “Non è una ricerca rassicurante“.
L’atto creativo è sempre preceduto da un lavoro interiore di ricerca, anche su noi stessi visto che lavoriamo con l’espressione della nostra natura, e a volte ciò che scopriamo può non metterci a nostro completo agio o addirittura farci paura. Le ansie che possono scaturirne secondo l’autore dell’articolo non sono che una forma di resistenza e portano a qualcosa che conosciamo spesso molto bene, cioè la procrastinazione.





Soluzioni: 
Le paure e le ansie devono essere in parte conosciute, accettate e poi affrontate, è inevitabile se si vuole smettere di scappare e rimandare la svolta.
Secondo McGuinness porsi degli obbiettivi e praticare meditazione può aiutare.
Io pratico entrambi e questo tipo di blocco si è eroso tantissimo nel tempo. Meditare dà la possibilità di svuotare la mente, non è “pensare” come credono erroneamente alcuni di noi ma proprio l’opposto. E quando si sgombera la mente, qualcosa di rinfrescante e rigenerante accade in seguito. C’è spazio per nuove idee, nuove sensazioni e nuovi punti di vista (vedasi punto uno).
Conoscere le proprie paure, sostiene lo scrittore, può essere come tuffarsi nell’acqua gelata di una piscina: in un primo momento il gelo entra nelle ossa e si prova un effetto shock, ma poi ci si sente rinvigoriti.
Anche pianificare è un grande aiuto: mettere nero su bianco (o il contrario, se come me amate le lavagne) ciò che bisogna fare o un intero piano di azione ci dà modo di ragionare con più consapevolezza e ordine.

3 – Abitudini disfunzionali nell’ambito lavorativo

Qui si va sul pragmatismo e mi ritrovo molto nel tipo di problematica che McGuinness esamina.
A volte, sostiene, non ci sono grandi drammi alla base di un blocco: semplicemente siamo impantanati in una situazione non adatta a noi e stiamo provando a lavorare con un approccio non compatibile con il nostro processo creativo. Questo mi fa sorridere perchè mi fa pensare che noi disegnatori abbiamo molte analogie, ma siamo anche molto diversi fra noi, e spesso quando ci viene impartito un metodo a scuola o a dei corsi o attraverso i consigli di qualche amico o collega, ci sentiamo sbagliati se quel modo di procedere non fa per noi; ci sentiamo fuori standard. Perchè se per il mio amico funziona, io non riesco?
Se ci troviamo a farci questa domanda, chiediamoci se siamo in sintonia col flusso di lavoro personale.
Cosa intende McGuinness per “abitudini”?
Tutti i comportamenti che mettiamo in atto quando ideiamo qualcosa, ancora prima di disegnare: “Lavorare troppo presto, troppo tardi, troppo a lungo, o non abbastanza a lungo. Provare troppo ostinatamente o non abbastanza. Non fare abbastanza pause o non avere abbastanza attività stimolanti.”
Anche occuparsi non abbastanza o troppo a lungo delle attività ordinarie (ovvero quelle di ufficio) come rispondere al telefono, controllare e rispondere alle email, tenere la contabilità, il planning, potrebbe consumare le nostre energie mentali, disperse quindi in qualcosa che di creativo non ha nulla.

Soluzioni: 
Fare un passo indietro e osservare come un esterno i punti deboli delle nostre abitudini in ambito lavorativo.
Se si è sempre stanchi, cercare di capire se lavoriamo in un orario sbagliato della giornata, se si è schiavi della routine creare degli spazi di improvvisazione e se viceversa si è del tutto disorganizzati e questo ci fa disperdere le energie mentali e fisiche, creare una struttura più articolata che disciplina il nostro tempo.

Io per ora ho conosciuto parecchie persone (freelancer e non) che si dicono molto stanche, prive di energie, che mi chiedono “Ma come fai a fare tutte queste cose? Io arrivato alle 14 voglio già andare a dormire.”
Non sono un’eroina e sono ben lontana dal volerlo essere, ma puntualmente scopro che queste persone vivono tutto nell’improvvisazione. Dimenticano le email a cui bisogna rispondere, mancano scadenze, non si ricordano dove hanno messo una tavola o passano ore a cercare un file sul PC perchè lo hanno nominato xyz.PSD.
Essere totalmente disorganizzati non aiuta; se due ore al giorno le spendiamo per cercare file con nomi improbabili, il contatto di uno dei clienti, la texture per il lavoro con l’agenzia pubblicitaria… quando lavoriamo davvero? Anzi: quanto?

In un giorno faccio molte cose e lavoro a più progetti contemporaneamente perchè scrivo tutto ciò che devo fare: sull’organizer e su un bellissimo calendario da scrivania che mi ha regalato un’altra disegnatrice (sì, ovviamente il fatto che sia illustrato e quindi bello visivamente aiuta molto: coccolatevi! L’agenda omaggio della banca è una tristezza infinita. Siamo disegnatori, non contabili.)

A questo punto, ogni tanto mi capita di essere fin troppo organizzata e imparare l’arte dell’improvvisazione (a piccoli sorsi) come descrive McGuinness potrebbe essere una buona idea, devo solo capire con che modalità provare.

4 – Problemi personali


“La creatività richiede concentrazione”, scrive l’autore.
Potrebbe non essere così facile se stiamo affrontando una malattia, un lutto, una separazione, un trasloco, se siamo amati e non corrisposti, se non siamo più in grado di pagare l’affitto, se abbiamo il conto in rosso, insomma se siamo alle prese con le problematiche tipiche della vita economica e sentimentale.
E il fatto è che di solito non arrivano separate, ma due o tre per volta.
E allora che si fa?

Soluzioni:
Per Mark McGuinness ci sono due modi di affrontare la questione. Il primo è risolvere il problema e il secondo è affrontare le circostanze aspettando che le cose si mettano meglio.
Può sembrare strano ma a volte la seconda modalità è quella più difficile: passiamo molto tempo a lottare contro cose che non dipendono da noi e su cui non abbiamo controllo e così facendo non sempre riusciamo a superarle.

Per la prima soluzione l’autore suggerisce un aiuto esterno: può essere supporto dagli amici fino ad arrivare al sostegno di uno specialista.
E’ un argomento scomodo perchè ci insegnano fin da ragazzini a insabbiare le cose e il fatto è che non spariscono, ma lavorano in sotterranea sulla nostra psiche e sulle nostre emozioni.
Per molti anni ho ignorato delle cose della mia vita che avrei preferito non calcolare, ma il corpo e la mente sono saldamente legati, più di quanto vorremmo, ed è così che ho iniziato a somatizzare le mie ansie e le mie paure.
O i problemi che avevo rimandato di affrontare. Prima o poi qualcuno presenta il conto e può essere molto, molto salato.
Farsi aiutare ci mette nella posizione di avere bisogno di qualcuno e può non piacerci, ma ci insegna una sana dose di umiltà e non da meno, ci può fare capire un gran numero di cose che non avevamo considerato. 
E’ un vero e proprio investimento per il futuro; secondo McGuinness può essere necessario anche staccare dal lavoro per un periodo stabilito di tempo.
Se il momento è economicamente favorevole, mi trovo del tutto concorde con l’autore, concedetevelo.
Ogni tanto fa bene e non è tempo buttato via, come pensavo erroneamente: è tempo investito, perchè del resto se una persona arriva ad essere stanca e in costante penuria di idee non è comunque produttiva: tanto vale staccare e concedersi un periodo di riposo forzato e tornare rigenerati e pronti a rimettersi al lavoro, con qualità e quantità giuste di nuove soluzioni creative!
In una società che ci vuole tutti efficienti, mai malati, mai stanchi, mai afflitti, mai al limite delle forze e delle possibilità, concediamoci il fatto che siamo esseri umani, non macchine e quando è troppo è troppo.

McGuinness precisa: “[…]può esservi di aiuto trattare il vostro lavoro come un rifugio, un’oasi di soddisfazione creativa nel mezzo delle cose negative.”
A questo proposito vi riporto lo stralcio di un post scritto da Carson Ellis, una dei miei illustratori preferiti.

Si intitola “Therapy” e riporta una conversazione avuta con la sua terapista.

T. “Cosa fa per la cura di sè stessa?”
C.E.”Cosa intende?”
T. “Sa, cosa fa per sè stessa per ridurre lo stress. Cosa fa solo per lei?”
C.E. “Lavoro.”
T.”Penso che mi abbia fraintesa. Cosa fa solo per sè stessa? Per prendersi cura di lei?”
C.E. “Credo che lei mi abbia fraintesa. Lavoro.”

Mi ha fatto molto sorridere perchè qualcuno potrebbe puntare il dito contro noi workaholic (cara Carson, ti capisco bene) incolpandoci di lavorare per non pensare al resto.
Ma non è sempre così, perchè quando si fa un mestiere creativo il proprio lavoro è qualcosa che abbiamo scelto e che amiamo profondamente. E anche se qualche volta lo odiamo è solo perchè lo amiamo: non ci sono mezze misure. E lavorare è un rifugio, anche quando è freddo o troppo stretto o non è luminoso abbastanza, anche se lo vorremmo arredare diversamente o ampliarlo, è sempre un rifugio.
La cosa bella dei rifugi è che possiamo anche decidere quando è ora di uscire.

5 – Povertà


Pensavo erroneamente che l’autore si riferisse al contesto monetario; in realtà, e questo è stato illuminante, la povertà può essere di vari tipi.
La mancanza di denaro è un problema per tutti e per una persona che lavora con la propria creatività può essere di forte intralcio ai suoi progetti. Pensiamo a un regista che deve rinunciare a certe soluzioni troppo costose per materializzare la sua visione delle scene, pensiamo a un pubblicitario a cui danno un budget limitato per la campagna, pensiamo (ogni riferimento è puramente fondato su me stessa) a un illustratore che ha da parte molti progetti personali ma per pagare le bollette affronta spesso delle commissioni meno allettanti in termini creativi e di crescita artistica.
E’ dura, ma i soldi in parte ci legano.
Quello su cui non avevo mai riflettuto era il fatto che probabilmente ci sono altre povertà a cui far fronte.
McGuinness elenca queste: si può essere a corto di tempo, poveri di sapere e di tecnica, si può avere una rete di contatti ormai logora e di pochi spunti, non essere in possesso di alcuni strumenti necessari a lavorare.








Soluzioni: 
Anche in questo caso lo scrittore ci dà due strade.
La prima è risparmiare del denaro in vista di acquisti mirati per ciò che ci è necessario e di cui non disponiamo, prenderci del tempo, o altre risorse di cui abbiamo bisogno.
La seconda, che non va sottovalutata, è cercare di portare a termine il lavoro con ciò che abbiamo. Può essere una dura prova ma potremmo stupirci di cosa possiamo fare con un po’ di pensiero divergente e ciò che abbiamo già a disposizione.
Io qui vorrei aggiungere una mia nota: è giusto, giustissimo, risparmiare per comprare nuovi strumenti, materiali, programmi, un nuovo tavolo da disegno, una settimana di isolamento dal proprio ambiente per ricaricarsi. Ma attenzione se spostiamo la responsabilità da noi stessi al fatto che non disponiamo di questo o di quello. Ho sentito qualcuno dire a un corso “Mi piacerebbe fare digitale, ma o lo faccio con una CintiQ che è il massimo della qualità, o nulla.”
Quindi, o una tavoletta grafica da duemila euro o non se ne fa niente. Vorrei sapere cosa se ne potrebbe fare questa persona di uno strumento così costoso visto che casomai riuscisse a comprarlo, non avrebbe comunque nessuna esperienza in campo di disegno digitale. Potrebbe metterci anni a comprarne una, nel frattempo ha ridotto al minimo il suo potenziale lavorativo solo perchè “o il massimo o nulla”.
Non suona in modo eclatante come una scusa? Ho sorriso a questa persona e le ho detto che io sono illustratrice da più di 5 anni, e una CintiQ non l’ho mai avuta.
Oppure a volte non riusciamo a scrivere e diamo la colpa alla musica dei vicini, quando magari siamo noi in realtà ad essere facilmente distraibili e sono due ore che cazzeggiamo su Facebook. Se davvero vogliamo scrivere possiamo investire in un paio di cuffie o andare col nostro portatile in biblioteca.
Insomma, facciamo attenzione: abbiamo davvero una data esigenza o ci stiamo nascondendo dietro dei capricci per non metterci al lavoro?

6 – Sopraffazione


La creatività a volte genera dei paradossi: così, un blocco può prenderci in pieno per avere troppo. Troppe informazioni, troppi strumenti, tantissime idee, molti obiettivi, così tante risorse che la testa si riempie di un ronzio perpetuo.
Vi è forse capitato, come a me succede periodicamente, un overload. Gli anglosassoni lo chiamano “burnout”.
Passate qualche tempo a sfogliare libri, navigare siti pieni di gallery meravigliose. Per ore, e ore.
Finché ad un certo punto non vi sentite quasi inebetiti, confusi.
E non sapete cosa fare. “E ora?” vi chiedete.
Quella è la domanda tipica della sopraffazione. Avete assorbito troppo, e troppo in fretta e il risultato varia da un senso di spaesamento a quello di euforia a quello di annichilimento, perchè tutti sono bravissimi e voi no. Le stesse sensazioni possono accavallarsi una sull’altra nello stesso momento e questo crea una percezione ancora maggiore di disordine mentale e a volte perfino emozionale.

Ci si può sentire sopraffatti anche da moli eccessive di cose da affrontare, dai doveri, dalle aspettative altrui: troppo lavoro in poco tempo, oppure troppo tempo per uno stesso lavoro. Il risultato è il medesimo: che stress!

Soluzioni
McGuinness scrive: “E’ ora di darci un taglio. Se prendete troppe commissioni imparate a dire no. Se avete troppe idee, eseguite qualcosa e mettete le altre in una cartella chiamata “di minore importanza”.
Se soffrite per un sovraccarico di informazioni, iniziate a bloccare un po’ di tempo libero o concentratevi su quello lavorativo. […] Rispondete alle email a delle ore stabilite. Spegnete il telefono o lasciatelo indietro. Il mondo non finirà, promesso.”

E sorrido molto a leggere queste righe, sono state le prime a darmi un senso di comprensione la prima volta che trovai l’articolo.
Non mi piace vivere attaccata al cellulare, tanto che se devo sentire qualcuno per telefono lo stabilisco prima di persona o via email.
Non mi piace dover essere reperibile ogni giorno, altrimenti avrei preso una specializzazione in chirurgia e avrei salvato vite umane.
Mi danno anche un po’ ansia le persone che attorno a me guardano costantemente lo schermo, pensando che se perdono di vista il display per qualche ora, si attiverà l’ora del giudizio. Io internet sul cellulare neppure ce l’ho. Me l’hanno regalato e non ho mai iniziato ad usarlo.
Sapete una cosa? Non lavoro meno per questo.
E le altre persone (ma anche la sottoscritta) hanno imparato che il mio tempo non è a completa disposizione in qualunque momento della giornata: a volte dormo, a volte non sto bene, a volte sono in vacanza, a volte sto semplicemente disegnando (sono una disegnatrice o no?) e ho bisogno della mia concentrazione.
Il mondo può aspettare. 
In questo libro di Scott Belsky viene sottolineata la differenza fra lavoro attivo e lavoro reattivo.
Il primo è ciò che facciamo davvero, il secondo è quello che ci troviamo a fare per conseguenza, per accomodare altre persone, per rispondere alle email… Ogni tanto naturalmente è necessario, ma quando il secondo prende il sopravvento sul primo, è matematico che ci sentiamo sopraffatti. E irritati e calpestati.
Ma attenzione perchè potrebbe essere colpa nostra: non siamo forse noi a dare il tempo che le altre persone si prendono?

7 – Guasto alla comunicazione

Quando lavoriamo come freelancer, capita di fare parte di un team.
Per un libro, per una campagna pubblicitaria, ma alcuni di noi (o meglio dire la maggior parte?) si trovano a sbrigare le proprie commissioni e la propria parte di lavoro da soli.
Ciò non toglie che ci sono occasioni in cui dobbiamo far fronte all’idea di lavorare con altre persone. A volte è facile e piacevole, altre volte bisogna fare uno sforzo non da poco per creare una sinergia funzionale ai fini della buona riuscita del progetto.
Altre volte i conflitti con gli altri sono solo nella nostra testa: McGuinness porta l’esempio di come possiamo immaginare che un nostro lavoro sia disprezzato dagli altri. Può anche capitare davvero.
Comunque vadano le cose, restiamo dipendenti da una reazione esterna e questo può bloccarci.
Pensiamo solamente ad alcune situazioni concrete in cui il contatto con gli altri può bloccarci:

L’amico/collega che si lamenta perpetuamente. Niente di più spossante che accollarci le lamentele di qualcuno che si lagna per sport. Facciamocene una ragione: alcune persone sono più propense di altre a vedere sempre e solo il lato negativo nelle situazioni. Si dicono realisti, ma non è vero, anzi probabilmente il loro vedere sempre la sezione vuota del bicchiere li fa sentire anche un po’ superiori, perciò non c’è cosa che possiamo dire per far cambiare idea a quello che è un vero disfattista.
Il prepotente in un lavoro di team. Non ascolta nessuno; non solo ma spiega anche perchè. I presenti non sono preparati quanto lui, le vostre idee non saranno mai all’altezza delle sue e se le proponete è infastidito, salvo poi magari utilizzarne una prendendosene la paternità.
L’autore o lo sceneggiatore invadente: non ha capito che la storia non è solo sua e mette il becco su qualunque vostra scelta. “Io non lo immaginavo così nella mia testa.” Il grande classico horror. Viene da chiedersi perchè non disegni le sue storie… Ah già, non sa disegnare.
L’art director terrorista: vi dice che la tavola serve per l’altro ieri. Dopo 72 ore ininterrotte di lavoro, gli spedite il file pronto e scoprite che è partito. “Ah scusami, ero in vacanza da tre settimane. A Bali.” Ci tiene anche a farci sapere che non si è limitato a spostarsi in Romagna.
L’editore alla festa esclusiva. Con un po’ di fortuna è simpaticissimo e ovviamente molto corteggiato durante il brunch o la serata. Ma potreste anche scoprire che in realtà vive nella convinzione che le sorti del mondo dipendano da lui. E anche la vostra, soprattutto.
Se le persone importanti vi mettono soggezione la frittata è fatta: passerete tutto il tempo a chiedervi se siete all’altezza di rivolgergli la parola e vi trascinerete dai tramezzini alla sala mostra con un sorriso ebete che sperate di non incrociare mai in uno specchio.
Last but not least, il collega miracolato. A leggere ciò che scrive, sembra che solo lui lavora e lo fa solo a cose belle, meravigliose, e tutti gli fanno i complimenti ogni ora della commissione e si ritengono talmente fortunati a lavorare con lui che nemmeno Moebius o Toppi potrebbero essere una scelta migliore di lui.
Attenzione perchè avercelo sui social network è come avere un’aspirante Miss Italia. Quando meno ve lo aspettate, vi alzate una mattina con l’emicrania e la luna storta e nei feed leggete il suo ennesimo post in cui ringrazia il team, ma anche la mamma e le prozie “Grazie, per avere creduto in me!” e vi chiedete se lo stia scrivendo in diretta dal pulpito degli Oscar con le lacrime agli occhi.

Provare invidia o senso di inadeguatezza è un attimo, anche se l’ultimo mese abbiamo avuto solo una domenica per vestirci come esseri umani e non sembrare scappati di casa e quindi siamo consapevoli di avere come si suol dire, lavorato come schiavi.

 

Soluzioni:
E allora, come si fa?
Lavorare su un eremo non si può.
Secondo l’autore dell’articolo originale, infatti, dobbiamo sviluppare delle buone capacità di comunicazione.
Bisogna accettare l’idea che no, non tutte le persone che si interessano di ciò che amiamo anche noi sono adatte al nostro modo di essere e di percepire. Non tutti possono essere simpatici e non a tutti possiamo andare a genio.
Inoltre, non possiamo passare il nostro tempo a screditare le opinioni degli altri, ma nemmeno dobbiamo sforzarci di compiacere ad ogni costo qualcuno. 
Qualche settimana fa spiegavo a una mia amica e collega quanto mi piacessero i lavori di una illustratrice che entrambe conosciamo. Ho scoperto che lei li trova altamente insipidi perchè i personaggi non sono espressivi. Io ho riconosciuto che ciò che sosteneva la mia amica è vero: solo che io non lo vedo necessariamente come un grave difetto, soprattutto perchè nel mercato in cui lavora questa collega l’espressività dei personaggi non è qualcosa di necessario. Perchè lo riporto come esempio? Per farvi capire che ciò che infastidisce una persona, può non costituire un problema per qualcun altro.
McGuinness scrive che a volte “si tratta di farsi una pellaccia spessa per il rifiuto e la critica. Mostratemi un creativo che non abbia mai sofferto per un ostacolo o una cattiva recensione e starete puntando il dito a una superstar”.
Anche quando ammiriamo qualcuno cerchiamo di non enfatizzare troppo la sensazione che sia ultraterreno.
Questo vale per un artista che amiamo o per l’editore con cui vorremmo lavorare, che appunto magari in realtà è simpatico e carino e non sa perchè ci siamo stampati in faccia quel sorriso ebete e un po’ inquietante dallo scorso brunch.

Una menzione d’onore poi meritano timidezza e introversione, che l’autore dell’articolo cita per primi, ma che ho lasciato per ultimi per chiudere in gran bellezza.
Io ve lo dico col cuore in mano: odio le feste. Odio i vernissage. Odio le occasioni mondane in cui si va a fare ciao ciao con la manina e il vestito buono. Ho il terrore dei saloni pieni di gente, essere fotografata mi mette il disagio massimo.
Sono introversa, anche se non timida.
Né la timidezza né l’introversione giustificano una totale chiusura alle persone. Il mestiere di disegnatore richiede molto tempo da soli, ma anche delle (tadaaan!) capacità di comunicazione. Fa parte del gioco.
Serve per lavorare, perchè e questo è valido in quasi qualunque ambito lavorativo, i contatti sono importanti. In gergo lo chiamano “fare network” (qui nella super business Milano anzi, è l’espressione più in voga).
Non sto parlando di raccomandazioni (vi vedevo già lì a dire “e ti pareva, che Paese ingrato!) ma della giusta dose di savoir faire che aiuta ad allacciare collaborazioni, progetti, e a conoscere persone con cui costruire qualcosa o più semplicemente stringere amicizie stimolanti.
Può essere interessante; se siete degli estroversi super amichevoli e compagnoni la cosa potrebbe non suscitarvi un grande problema ma in caso contrario potete studiare degli escamotage. Io per esempio ho scoperto che se compro degli occhiali strani con cui presenziare agli eventi mi sento molto a mio agio.
E’ un po’ una carnevalata, ma mi diverte, e quindi perchè no?
Pensiero divergente, soluzioni personalizzate!

Per concludere, vorrei dire che non si parla mai abbastanza di blocchi creativi. Un po’ perché, come scrivevo nel mio scorso post, ognuno di noi pensa di essere il primo a sperimentarne uno o di viverne uno di quel livello e un po’ perchè ciascuno di noi se ne vergogna per motivi differenti.
L’importante è invece tenere a mente che non siamo mai, né in tale momento né in assoluto i primi a provare quelle sensazioni e a vedersi materializzare in mente un certo genere di pensieri inerenti la nostra creatività e il nostro valore come disegnatori o pittori o scrittori, o sceneggiatori, o scultori o musicisti...

Riconoscere invece che tipo di blocco (o di più blocchi coesistenti) stiamo passando ci consente di affrontarlo invece che subirlo.

Sono molto curiosa di sapere se e come avete affrontato dei blocchi creativi: se è vero che siamo tutti diversi e non per tutti funziona la stessa cosa, abbiamo dei territori comuni e delle analogie che ci rendon simili. I commenti sono aperti, anche se moderati. :)

 

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Asterisk Tutti possono fare fumetti – Intervista a Gud
02/04/2014 Morena Forza in Creatività / 2 responses

Qualche tempo fa ho acquistato “Tutti possono fare fumetti“, un manuale scritto e disegnato dal fumettista Gud (al secolo Daniele Bonomo) ed edito da Tunué.
Avevo già consultato due manuali sul fumetto, entrambi di Scott McCloud (questo è quello che ho letto più avidamente) , ma pur riconoscendone l’elevata qualità li ho trovati un po’ pesanti e anche stancanti a livello visivo.
Non li sconsiglio, affatto, ma d’ora in avanti se mi troverò a consigliare a qualcuno che si avvicina al fumetto una lettura che possa dargli un’idea chiara di come funziona, saprò che la mia risposta sarà “Tutti possono fare fumetti”.

L’ho trovato rilassante da leggere, a tratti illuminante. Istruttivo ma anche divertente, l’ho tenuto volentieri nella mia libreria nel settore “Manuali e riferimenti” (io ho una libreria così organizzata che spaventerebbe una biblioteca vera) perchè mi piace che sia sempre lì a disposizione soprattutto questo periodo in cui sto sceneggiando una graphic novel e cerco con cura di rispettare i tempi narrativi del fumetto che differiscono da quelli dell’illustrazione.

Il fumetto è un linguaggio, e in quanto tale ha delle regole e delle strutture che vanno capite per farlo funzionare.
Imparare a gestirlo è importante per creare un messaggio che arrivi a destinazione; infatti, se non è creato per arrivare a chi lo legge, a cosa servono un testo o un disegno, a cosa serve che ci sia un messaggio?
Potranno essere di ottima qualità ma non verranno recepiti e quindi saranno vani.

Il manuale mi ha entusiasmata e mi ha tolto quel reverenziale timore che provavo nei confronti della sceneggiatura.
Ho una natura molto prudente, perfino troppo, tanto che mi blocco su sciocchezze che io vedo come massi insormontabili, tutta presa da domande come “Lo sto facendo come si deve?” “E’ di qualità?”.
Da quando ho finito il manuale di Gud sto sceneggiando rapidamente e provandone un piacere infinito, che sinceramente non pensavo possibile nel fare qualcosa di nuovo per me.

Al tempo stesso, come mi capita ogni volta che qualcosa mi piace perchè lo trovo fatto molto bene, mi sono fatta delle domande sulla realizzazione del manuale.
I dietro le quinte di libri, film, video, illustrazioni o perfino tracce musicali, restano sempre la mia passione più grande. Sono curiosa.

Così ho scritto a Gud, che ha accettato di rispondere alla mia intervista sul manuale e spero sarà di spunto anche a voi, perchè si toccano temi a cui noi disegnatori siamo tutti molto sensibili.
Buona lettura!

Ciao Gud, grazie per averci concesso di curiosare tra le quinte del tuo libro.
Iniziamo rompendo il ghiaccio con una domanda molto diretta, com’è nel mio stile: insomma, tutti possono fare fumetti?

Ghiaccio frantumato direi. La risposta  sì, tutti possono fare fumetti.
Devo riconoscere che il titolo è abbastanza provocatorio, perchè l’esperienza mi ha insegnato che, se c’è la volontà, raccontare a fumetti è un traguardo raggiungibile davvero da tutti.

 

Come mai l’idea di un manuale? I tuoi studenti ti hanno ispirato?

Dopo una dozzina di anni di insegnamento, qualche centinaia di studenti incontrati, corsi e workshop in scuole di ogni ordine e grado, ho sentito la necessità di mettere nero su bianco quei concetti che tornavano nelle mie lezioni, sia con i bambini delle elementari che con i ragazzi alla Scuola di Comics. Così ho pensato ad un manuale semplice, che fosse fruibile da tutti e che avesse più piani di lettura.

Da illustratrice, mi ha molto colpito il testo a pagina 95 di “Tutti possono fare fumetti”:

Secondo te, quanto occorre conoscere la struttura realistica di ciò che ci circonda per poterla sintetizzare?

Questa  la domanda alla quale mi sono trovato più spesso a rispondere, e anche il principale mito da sfatare. Quanto conta il talento e quanto la tecnica (e la conoscenza)? Secondo me il talento che abbiamo come disegnatori è proprio quello di riuscire a sintetizzare la realtà con dei segni comprensibili. Più che della struttura realistica, qui intendo la capacità di astrarre il concetto dalla realtà e trasformarlo in un segno inequivocabile. Conoscere la struttura realistica aiuta, anche se più di tutto aiuta imparare ad osservare in maniera meno superficiale quello che ci circonda.

Per quanto riguarda le idee per le storie, sei d’accordo con quello che insegnano a molti corsi quando dicono “Disegna/Racconta ciò che sai”?

Il problema è sapere quello che sai (ndr ridacchia).
Preferisco pensare che nel racconto un autore inserisca quello che è , le sue esperienze, le sue emozioni.
Mi piacciono quelle pagine dove l’emotività esplode nel segno, nelle parole, nei tempi narrativi, anche se raccontano la semplicità. Non mi piacciono gli autori razionali, che inondano le tavole di nozioni con segno glaciale e perfetto. La perfezione non è credibile. Anche per questo nel libro do un paio di suggerimenti su come iniziare a pensare le proprie storie, magari seguendo l’esempio di alcuni grandi Maestri come Hergé, Eisner o Pratt.

Nel tuo manuale, una vignetta tira l’altra e imparare il funzionamento di alcuni meccanismi dietro il fumetto diventa appassionante pagina dopo pagina.
A colpirmi molto è anche come inserisci con nonchalance elementi di storia del fumetto, che diventano parte integrante della comprensione di quei meccanismi.
Quanto è importante secondo te conoscere la storia del fumetto o dell’illustrazione per essere buoni fumettisti e illustratori?

L’idea è che un lettore occasionale possa conoscere con naturalezza qualche nozione in pi sul fumetto, sulla sua storia e sui suoi elementi fondanti,  stata il cardine su cui ho costruito tutto il libro.
Perchè a veder mio, il fumetto soffre anche per la mancanza di un’educazione di base diffusa.
Molti non leggono fumetti perchè non li conoscono e ignorano i processi produttivi e tutto il lavoro creativo che c’è dietro. Alcuni pensano che siano fatti da complicatissimi software automatici che stampano direttamente le storie già confezionate.
Allargare la base della conoscenza, questo forse ci salverà.

 

A pagina 68, scrivi “La prima domanda è: Perchè?”
Mi daresti tre perchè alla domanda “Perchè fare un fumetto?”.

Ti dico i miei personali:
1. Perchè mentre li faccio sono solo con me stesso e con il mio respiro che si alterna al rumore della mina/pennello/gomma/spugna/pennino/chiodo/dita/naso/lettera/testamento sul foglio.
2. Perchè  il modo più naturale che conosco per raccontare le cose.
3. Perchè mi diverto e, quasi sempre, mi pagano per farlo.

E ora una domanda da illustratrice rompiscatole: a pagina 25 trovo un fumetto che dice “L’illustrazione perde parte della sua forza narrativa se viene lasciata senza un testo.”
Io non sono d’accordissimo, perchè alcuni talentuosi illustratori riescono a narrare solo con un silent book, altri praticano illustrazione concettuale (come alcune per magazine) che trasmette un messaggio chiaro senza nemmeno una parola attorno.
E allora la mia domanda è: non è che esistono dei pregiudizi dal fumetto all’illustrazione e viceversa? Ma sono così profondamente diversi?

Eh eh eh, sapevo che qualcuno sarebbe stato toccato da questa definizione, l’avevo messo in conto.
Mi serviva uno spartiacque per far capire la differenza tra i tre linguaggi che utilizzano il disegno, cioè illustrazione, fumetto e animazione.
Così ho preso in prestito la definizione di Daniele Barbieri (ne “I linguaggi del fumetto”) che traccia la distinzione netta tra un Fumetto e un’animazione che raccontano e un’Illustrazione che commenta. I confini nella realtà, per fortuna, non sono mai così netti, ma per cercare di chiarire a chi parte da zero che differenza c’è, sono stato costretto ad usare l’accetta.
A proposito di qualcosa di vicino alla domanda precedente.
A me è capitato che mi venisse chiesto “Ma se devo studiare da disegnatore, secondo te è meglio se studio fumetto o illustrazione?”
Come risponderebbe Gud?

Se vuoi studiare da disegnatore, studia le tecniche del disegno. Una volta che sarai il disegnatore più bravo della galassia, dovrai rispondere alla vera domanda: e ora, cosa ci voglio fare col disegno?

Qual è il tuo tipo di fumetto preferito? Quello che leggi con più piacere. Filoni o nazionalità in particolare?

Ti direi umoristico, magari francese, ma poi tra le cose che preferisco ci sono certe mattonate intimiste americane o romanzoni d’avventura disegnata. Allora ti dico Calvin e Hobbes. Ho risposto alla tua domanda?

Direi proprio di si!
Cosa consiglieresti prima di tutto a chi pensa di fare fumetto?

L’ultima pagina del mio libro ;)

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Asterisk Basta pigrizia! 100 idee per disegnare di getto
20/11/2010 Morena Forza in Ispirazione&Creatività / 2 responses

 

Keri Smith, che ha fatto della creatività il suo vero e proprio mestiere, ha scritto un PDF perfettamente stampabile in inglese, che riporta una serie di attività creative sbloccanti.
Non tutte concernono strettamente il disegno ma si sa, la creatività prende le strade più varie, e così ho deciso di tradurvi questi “tips”.

Le 100 idee

  1. Esci a fare una passeggiata e disegna ciò che vedi dall’altra parte della strada
  2. Scrivi una lettera a te stesso nel futuro
  3. Compra qualcosa di non costoso che sia simbolo del tuo atto creativo (una penna,una tazzina…)
  4. Disegna la tua cena
  5. Trova una poesia a cui rispondere e poi conservala nel tuo quaderno
  6. Incolla una busta sul tuo taccuino e per una settimana raccogli ciò che trovi di interessante per strada
  7. Avvicinati a un artista nuovo e poi descrivi cosa ti ha spinto verso di lui
  8. Trova la foto di una persona che non conosci e scrivi una piccola biografia su di lei
  9. Dedica un giorno a disegnare solo cose rosse
  10. Disegna la tua bici
  11. Fai una lista di ciò che potresti comprare settimana prossima
  12. Disegna una mappa di ovunque vai in una giornata
  13. Disegna una mappa delle linee della tua mano
  14. Traccia le tue orme con del carboncino
  15. Registra una conversazione udita per caso
  16. Traccia il percorso da dove vivi alla Luna
  17. Vai in un colorificio e raccogli tutti i campioni colore dei tuoi colori preferiti
  18. Disegna il tuo albero preferito
  19. Prenditi un quarto d’ora intero per mangiare un frutto
  20. Scrivi un breve haiku
  21. Stai a testa in giù per cinque minuti
  22. Appendi degli oggetti trovati sul ramo di un albero
  23. Scrivi le istruzioni per un cucciolo
  24. Fai un collage con elementi naturali
  25. Leggi un libro in un giorno
  26. Illustra la tua lista del fruttivendolo
  27. Leggi a voce alta un racconto a qualcuno
  28. Scrivi una lettera (o un’email) a qualcuno che ammiri
  29. Studia il viso di qualcuno che non ti piace
  30. Gioca col cibo
  31. Colleziona cose minuscole
  32. Elenca gli odori del tuo vicinato
  33. Elenca 100 usi per una lattina
  34. Riempi una pagina con tantissimi cerchietti poi colorali
  35. Dai via qualcosa a cui tieni
  36. Scegli un oggetto e disegna il lato che non vedi
  37. Elenca i posti dove hai vissuto (o dove hai viaggiato RDD)
  38. Descrivi la tua stanza preferita entrando nei dettagli
  39. Descrivi  il  rapporto nei confronti della tua lavatrice
  40. Disegna tutti gli oggetti contenuti nella tua borsa
  41. Disegna un mini libro illustrato “tutte le mie liste della spesa”
  42. Crea un personaggio basato su qualcuno che conosci poi descrivi i suoi tratti caratteriali
  43. Richiama il tuo gioco preferito da piccolo
  44. Metti le cartoline ricevute all’interno delle antine di un armadio o di una dispensa così quando l’apri le vedi
  45. Disegna lo stesso oggetto ogni giorno per una settimana
  46. Scrivi nel tuo quaderno ogni giorno utilizzando medium diversi (matita, penna,pennarello,evidenziatore,carboncino ecc)
  47. Disegna i componenti del tuo oggetto preferito
  48. Pensa a qualcosa di utile fatto con della carta e una cassetta
  49. Fai una ricerca su una festività o rituale di un’altra cultura
  50. Disegna una piccola esposizione artistica temporanea,tipo su post-it
  51. Disegna una mappa dei tuoi posti preferiti e poi dalla a qualcuno che ti è vicino
  52. Richiama i suoni che hai sentito per un’ora,nella tua testa
  53. Crea una griglia e incollaci sopra vari pezzi di texture presi da riviste
  54. Per un’intera giornata, lascia del tutto i tuoi media (telefono,cellulare,televisione,computer) e scrivi che effetto ti fa a fine giornata
  55. Rendi sei differenti superfici disegnate solo a matita
  56. Disegna la tua spazzatura
  57. Una mattina fai un collage
  58. Elenca le tue 10 cose più importanti (non possono essere inclusi persone e animali)
  59. Elenca 10 cose che vorresti fare ogni giorno
  60. Incolla una foto di te da bambino nel tuo quaderno
  61. Fai qualcosa da uno scarto buttato
  62. Scrivi nel tuo quaderno una pagina con un testo GRANDISSIMO
  63. Raccogli delle cose abbastanza piatte e incollale sulla pagina del tuo quaderno
  64. Altera fisicamente una pagina (bruciala,sporca con del the,bucala,qualunque cosa)
  65. Nota delle combinazioni cromatiche che trovi in giro e annotale
  66. Fai esperienza con dei timbri (anche artigianali,tipo le patate ecc)
  67. Annota la definizione di parole o espressioni che ti piacciono,copiandole dal dizionario
  68. Disegna il contorno (linea esterna/outline) di un oggetto senza guardare la pagina
  69. Cosa pensi in questo momento? Scrivilo
  70. Non fare nulla.
  71. Scrivi di getto 10 cose che dovresti o potresti fare. Poi fai l’ultima che hai scritto
  72. Crea un’immagine usando solo puntini
  73. Fai tre disegni a velocità diversa
  74. Mettiti un piccolo oggetto nella tasca sinistra poi disegnalo senza guardarlo, solo toccandolo con la mano nella tasca
  75. Crea un grafico misurando un aspetto della tua vita
  76. Disegna il sole
  77. Scrivi delle istruzioni o il procedimento per qualcosa che si fa tutti i giorni
  78. Crea delle tracce usando il cibo (facendolo a fette,frutti,verdura ecc)
  79. Prendi una foto e alterala disegnandoci sopra
  80. Scrivi una lettera utilizzando un medium non convenzionale (carboncino,pennarello ecc)
  81. Disegna un oggetto per venti minuti
  82. Combina due attività che non hai mai combinato prima assieme (es. ascolta musica mentre cucini, riordina mentre sei a telefono RDD)
  83. Descrivi la tua giornata come verrebbe fatto in una rivista. Diviso per categorie.
  84. Fai una lista di ciò che fai per evadere
  85. Ritaglia una forma casuale in una rivista includendo più fogli poi con quelle forme crea un collage
  86. Scrivi sul tuo quaderno in un tuo codice
  87. Fai un disegno o un dipinto con prodotti e strumenti trovati in bagno
  88. Scrivi sul tuo quaderno un segreto, poi taglialo in tanti pezzettini di forme svariate e attaccali alla pagina del quadernino in maniera disordinata come fossero un puzzle scombinato
  89. Prova un medio che sottrae (es. disegna con una gomma su una superficie colorata in precedenza, o prova il graffito RDD)
  90. Scrivi o disegna qualcosa a proposito delle porte nella tua vita
  91. Disegna una cartolina dove è raffigurata un’attività
  92. Scrivi sul tuo quaderno dividendo su più livelli (es delle colonne o dividi tutto in quadrati RDD)
  93. Scrivi la tua definizione di: “sedersi” “aspettare” “dormire” e “mangiare”
  94. Descrivi tue 10 abitudini
  95. Illustra il concetto di “semplicità”
  96. Inventa altri 5 modi di essere creativo come quelli sopracitati
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