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Asterisk Non è (più) un Paese per fumettisti – Parte 2 di 2
15/09/2017 Morena Forza in Disegno per professione / No comments

a cura di Davide Calì

Non è (più) un Paese per fumettisti – Parte 2 di 2

OVVERO
calo delle vendite e sovra-produzione
nell’editoria francese (e non solo)

Gli autori jeunesse perlomeno hanno i saloni

Una situazione molto simile si produce nell’ambito dei libri per bambini.
Passati i tempi delle grandi vendite, quando in un anno si vendeva tranquillamente 5-6 mila copie di un albo illustrato, molti editori piccoli chiudono, altri si fanno assorbire da grandi gruppi.
Per il resto tutto uguale: si producono libri per riempire gli scaffali delle librerie, che ricevono circa 100 novità a settimana, in un perverso gioco di sovra-produzione che non fa bene a nessuno.
Promozione zero. Come per il fumetto, la promozione la fanno poi i blog, i saloni, i festival.
Per gli autori jeunesse in questo senso le cose vanno un po’ meglio che ai fumettisti, perché quando sei invitato a un salone di solito ti chiedono di fare anche gli incontri con le scuole, che sono remunerati, secondo la tariffa unica della Charte des Auteurs, mentre i fumettisti vanno ai festival rimborsati di tutto, ma perlopiù non pagati.
Solo alcuni festival remunerano infatti le sedute di dédicaces.

Eppure rimane un paradiso

So che per gli italiani, anche così la Francia rimane un paradiso.
Andare ai festival con il biglietto del treno o l’aereo pagati ed essere ospitato in hotel è già un sogno, per chi di solito ai festival ci va a spese proprie, viaggiando sull’interregionale, dormendo sul divano in casa di amici e portandosi i panini da casa.
Ma in una dimensione professionale seria è una condizione inaccettabile.
So che per gli italiani anche le tariffe francesi sono da sogno: da quando lavoro come art director ho molti clienti italiani e mi trovo quotidianamente a discutere budget ridicoli.

Quest’anno ho contrattato per un libro, che doveva essere un volumone illustrato a più mani, 30mila euro. Mi hanno detto che erano troppi, per cui ho detto che si poteva lavorarci a 20 mila, ma con illustratori più giovani e meno affermati.
Il cliente ci ha pensato un po’ e alla fine mi è arrivata l’offerta finale. 2 mila euro. Ero quasi soddisfatto, perché avevo capito che i 2 mila erano la mia parte; io ne avrei voluti 3 mila, ma ci potevo stare.
Invece no. 2 mila euro erano per tutto il progetto, compresa la mia parte.
Quando racconto che per un fumetto in Francia prendi 10-15 mila euro, vedo che a tanti brillano gli occhi, abituati a prenderne 1000-2000 se va bene.
Ma queste cifre non devono illudervi. La pressione fiscale in Francia è notevole, la vita costa mediamente più cara che in Italia e se devi lavorare un anno intero senza fare altro, 15 mila euro non sono poi molti. Forse possono bastarti quando hai 20-25 anni, ma con il tempo le esigenze cambiano.

Una campagna della Charte

Se gli anticipi per i fumetti si sono molto ridimensionati negli anni, anche la percentuale di royalties riconosciuta agli autori si è progressivamente abbassata,
soprattutto per gli autori jeunesse.

In merito a questo la Charte, porta avanti dal 2016 una campagna di sensibilizzazione, in cui ha chiesto a diversi autori per bambini di metterci la faccia.
Marc Boutavant, Magali le Huche, Roland Garrigue, Joëlle Jolivet e molti altri si sono prestati a comparire in una serie di poster che esemplificano molto bene il rapporto tra vendite di libri e vita reale, comparando la quantità di libri che devi vendere per fare semplicemente la spesa.

Qui si più sfogliare l’intero album dell’iniziativa de La Charte.

Occorre venderne 2 per potersi comprare una baguette, 5 per un dentifricio, 8 per un paio di calzini, 13 per comprarsi un libro tascabile, 18 per un pollo e 62 per un paio di sneakers.
La campagna ha lo scopo di sensibilizzare l’opinione pubblica sui miseri introiti di una professione artistica che smuove comunque ogni anno milioni di euro e quello di chiedere agli editori di riconsiderare la percentuale di royalties riconosciuta agli autori.
Mentre infatti per la letteratura generale la percentuale è rimasta al 10%, in questi anni per gli autori e illustratori per bambini dal 10% (da dividere tra autore e illustratore) si è scesi fino al 5% (sempre da dividere in due).
Per ora, che io sappia, da parte degli editori non c’è stata NESSUNA reazione.

Malgrado tutto, non buttatevi giù

Lo so, se avete letto l’articolo fin qui a questo punto ora sarete un po’ depressi, ma ci sono due cose importanti che NON voglio dire con questo articolo.

La prima è che ormai le cose vanno male anche in Francia, per cui non c’è più speranza per nessuno. Credo che la parola ormai sia molto abusata nella nostra società.
Con ormai si sigilla qualsiasi fallimento come definitivo e irrimediabile.
Penso che nell’economia di un paese le cose non possano sempre andare in crescendo.
Lo insegnano anche gli economisti in realtà, ma non ci facciamo quasi mai caso. Quando le cose vanno male abbiamo la tendenza a credere che sia il segno di un peggioramento irreversibile, perché quasi tutti crediamo che sia esistita, in un passato indefinito, un’età dell’oro che non tornerà più.
Ma non è così. Il fatto che in questo preciso momento in Francia le cose vadano male, non vuol dire che andranno male per sempre.

La seconda cosa che NON voglio dire è: rimanetevene a casa.
Continuate invece a inseguire i vostri sogni e i vostri progetti! Solo sappiate che se in Italia è tutto difficile, in Francia non è tutto facile.
Ma se davvero avete un sogno, buttatevi, mettetecela tutta!

Fatemi solo un favore.
Imparate un po’ di cazzo di francese.

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Asterisk Non è (più) un Paese per fumettisti – Parte 1 di 2
11/09/2017 Morena Forza in Disegno per professione / No comments

a cura di Davide Calì

Non è (più) un Paese per fumettisti – Parte 1 di 2

OVVERO
calo delle vendite e sovra-produzione
nell’editoria francese (e non solo)

Di recente, chiacchierando con alcune giovani illustratrici, mi sono reso conto che gli illustratori e fumettisti italiani hanno della Francia e del suo mercato editoriale un’idea aggiornata a circa 20 anni fa.
Per tutti la Francia è ancora una sorta di paradiso, una terra di opportunità, dove si fanno e vendono tanti fumetti, tanti libri per bambini, per cui c’è lavoro per tutti.

Per quanto tra l’Italia e la Francia vi sia ancora un gap abissale per quello che riguarda le vendite dei fumetti e anche dei libri per bambini, e sebbene quello francese continui ad essere un mercato dieci volte più prolifico e sviluppato in questo senso, credo che sia però opportuno aggiornarvi un pochino sulla situazione, che purtroppo non è rosea.

Troppi libri

La Francia vive da ormai diversi anni una crisi intellettuale, sociale, politica ed economica, nel merito della quale però non entrerò in questo articolo.
Tutto ovviamente si riflette anche sull’editoria, che da anni sconta già il prezzo di una eccessiva produzione. Di sovrapproduzione, non limitata al solo mondo del fumetto o dei libri per bambini, ma estesa ai libri in genere, se ne parla praticamente da sempre.

Se ne parlicchia in realtà. Tutto dicono che si produce troppo, gli editori amano rinfacciartelo soprattutto quando un tuo titolo non vende abbastanza: “E’ perché tu fai troppi libri.” – ti dicono. Ma nessuno diminuisce né le tirature né il numero delle nuove uscite. Le tirature in realtà si sono abbassate sensibilmente negli ultimi 2-3 anni, in proporzione diretta ai cali di vendita, ma nessuno lo ammette pubblicamente.

La legge del tomo 1

Nel mondo del fumetto non si contano ormai da anni le cifre di venduto del passato.
Venti anni fa, una serie formato Casterman doveva superare le 100 mila copie vendute perché si festeggiasse un successo, oggi ne bastano 20 mila.
Quel che capita però è questo: le majors, pensano solo a riempire i loro cataloghi di novità.
Non investono un euro in pubblicità. Se il titolo vende, bene, sennò tagliano la serie. Non investono quindi nemmeno nella continuità. Se 20 anni fa l’editore si impegnava a pubblicare almeno 3 tomi di una serie, perché certe volte ci vuole tempo perché una serie decolli (e questo lo dimostrano anche certe recenti serie TV) ora se non vende abbastanza vieni liquidato già dopo il primo, mandando così a monte anni di lavoro che, ovviamente, non puoi rivenderti altrove.
Spesso gli editori accusano la stanchezza di certi generi. “Il fumetto con gli Spitfire o gli U-boot ha stufato.” – ti dicono –“Dobbiamo fare dell’altro.”.

Tu te ne stai, ci avete provato ed è andata male. Poi l’anno dopo, il medesimo editore che non porta avanti la tua serie di Spitfire e U-boot, ne pubblica una praticamente identica. Perché? Perché hanno imparato dal mercato che in ogni caso il primo tomo vende.
Per cui se il tomo 1 di una serie non ha vendite soddisfacenti, la serie viene licenziata e ricominciano con una simile.
Sanno che il primo libro della serie si venderà comunque.
Come dicevo, nessun investimento.

Meno del minimo salariale

Perché lo sappiate, la maggior parte dei fumettisti francesi guadagna meno dello SMIC, che è il salario minimo consentito (in generale per i lavoratori francesi, non per i fumettisti).
La questione è emersa tre anni fa, quando lo stato ha deciso di aggiornare il prelievo delle cotisations, per gli artisti. In Francia infatti, facendo il fumettista o l’illustratore si può andare in pensione. Ovviamente però bisogna versare dei contributi. Fino a tre anni fa il prelievo era quasi simbolico, consisteva in una somma forfettaria davvero minima.
Ma se fare l’illustratore è un vero mestiere è giusto versare in proporzione ai propri guadagni, per cui il ministro ha imposto un prelievo dell’8%, che facendo i conti equivale a un mensilità.

La cosa ha creato una certa agitazione nell’ambiente portando finalmente a galla una realtà che i più tenevano nascosta da anni: a fare fumetti si fa la fame. Chi lavora su un album a fumetti per un anno e 10 mila euro di anticipo (lordi, poi dovrà pagarci le tasse) non può togliersi una mensilità per versare anche i contributi. Dopo l’annuncio del ministro sull’aggiornamento dei versamenti previdenziali, alcuni disegnatori, che da anni lavoravano in condizioni precarie, hanno annunciato pubblicamente il loro ritiro.

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Asterisk Davide Calì intervista Gerda Märtens
19/06/2017 Morena Forza in Illustrazione / No comments

Gerda Märtens è una delle mie allieve più brillanti di sempre. Quando ci siamo conosciuti era arrivata in Italia da solo un paio di mesi e parlava un italiano praticamente perfetto. E poi aveva, e ha, uno stile tutto suo, molto personale, così come i suoi progetti.
Da allora è passato qualche anno e Gerda ha fatto diverse cose. Il suo libro che avete visto più facilmente in Italia è La creazione, un racconto di Dino Buzzati illustrato per Orecchio Acerbo. L’adattamento è stata una sua idea: Gerda ha una grande passione per Buzzati e ricordo che, anche se condivido la passione, avevo anche tentato di scoraggiarla, dicendo che per una studentessa non sarebbe stato facile avere i diritti di uno scrittore così famoso.
Ma Gerda è sempre stata molto determinata, e infatti non mi ha ascoltato, è andata avanti con il progetto ed è riuscita a fare esattamente quello che voleva. Ho una grande ammirazione per lei, per il suo entusiasmo, per la sua caparbietà e per la sua voglia di condividere con gli altri la passione per l’illustrazione.
Ma ora è venuto il momento di farle qualche domanda.

So che lavori anche part-time in una libreria?

Sì, lavoro anche in libreria come commessa, perlopiù per avere un guadagno mensile e l’assicurazione sanitaria. Quest’esperienza però mi sta dando tanta formazione sul mondo dei libri (perché è una tappa importante nella lunga catena tra l’autore e il lettore) e anche tanta ispirazione per leggere bei libri di tutti i tipi, non solo di narrativa. Tra l’altro, lavorare come commessa è utilissimo per osservare la gente e capire come funziona la società. E in più, facendo questo lavoro sto rispolverando anche un po’ di russo e ne sono fiera!

E in Italia, tornerai?

L’Italia è la mia seconda patria. Dopo un inizio un po’ difficile mi ci sono ambientata al punto da sentirmici sempre a casa. Mi piacciono le persone, la cultura (immensa), il cibo, il clima (il caldo), la natura (le montagne), il panorama d’illustrazione.
Anche se non vivo più in Italia da due anni, a volte mi accorgo di formulare i miei pensieri in italiano. Torno in Italia più spesso possibile e il mio sogno per il futuro è quello di averci una casa per poter vivere e lavorare una parte dell’anno lì.

Ma senti, è vero che la sommità più alta in Estonia misura solo 300 mt di altezza? (l’ho imparato la scorsa settimana durante l’HEADREAD festival)

E’ vero, nel Sud dell’Estonia c’è una collina che si chiama Suur Munamägi (La Grande Montagna Uovo) ed è esattamente 318 metri d’altezza, quindi la sommità più alta in Estonia. Ne siamo molto fieri e ci sono diverse canzoni patriottiche dedicate a questa “montagna” bellissima. In cima all’Uovo c’è anche una torre per farla diventare ancora più alta!
In realtà esiste anche un’altra Munamägi, cioè quella più piccola che si chiama appunto Väike Munamägi (Piccola Montagna Uovo) e che a me, quando ero piccola, ha lasciato un’impressione poetica. Penso di non essere stata pronta per l’Uovo Grande all’epoca.

So che questa estate tieni un corso, ma non propriamente di illustrazione. Ce ne vuoi parlare?

Come ho detto, mi sto occupando di diversi progetti contemporaneamente. Al momento sto affrontando anche la sfida di organizzare un corso estivo residenziale a luglio, nell’Estonia del Sud (non lontano dall’Uovo Grande): the Summer School of Inspiration.
E’ un corso che stiamo facendo insieme alla mia amica Monica, una bravissima insegnante di meditazione e una persona radiosa. Si tratta di 5 giorni in campagna, in un vecchio maniero ristrutturato come “maniero culturale”, sede per tantissimi eventi di cultura, corsi di yoga, meditazione, ballo, ecc.
Facciamo un corso combinato di due campi che possono sembrare diversi ma per come li trattiamo, non è affatto cosi: sono il disegno e la meditazione. Entrambe le attività si concentrano sulle osservazioni di ciò che c’è intorno a noi (lo spazio, le persone) e di ciò che c’è all’interno di noi. Tramite il disegno cerchiamo un contatto tra il mondo interiore ed esteriore mentre la meditazione ci insegna a comandare i nostri sensi per poter eliminare le emozioni, i pensieri e le sensazioni che ci impediscono di Creare.

Ma che meraviglia!

Ci sarà anche una serata di incontro con un bravissimo giovane scrittore, Tõnis Tootsen, che ci parlerà del sogno e della veglia e del loro punto d’incontro. Lui ha appena vinto un premio statale letterario per un suo romanzo distopico particolare sia per la storia che e per la forma visiva: è scritto e illustrato a mano e così anche riprodotto. Si intitola Il primo giorno.
Tra tutto quello ci sarà del tempo per stare in una compagnia di persone interessanti di origini diverse, per godersi della sauna e delle serate intorno al falò o per vagare nei dintorni del maniero. Io stessa non vedo l’ora di vedere il corso realizzato e di conoscere le persone che parteciperanno.

E adesso: insegnami tre parole belle in estone! (devo arricchire il mio dizionario per la prossima volta che ci vediamo)

Cominciamo da quelle più corte e più attuali.
Öö – notte
Mets – bosco
Kuu – luna

Che belle! Sembra un haiku ! E in Italiano: quali sono le prime parole che hai imparato?

Mi ricordo di aver portato un manuale d’italiano al mio primo viaggio per l’Italia nel 2009. E’ stato un viaggio da backpackers/couchsurfing e spesso aspettavo i treni nelle stazioni sedendomi sulla valigia e studiando la grammatica italiana. Le prime parole che ho imparato durante quel viaggio penso siano state: francobollo, giallo e scarpe.

Raccontaci: come è nata la tua passione per Dino Buzzati?

Avevo iniziato il mio secondo anno con il programma Erasmus all’Accademia di Belle Arti di Macerata, pensando ad un possibile progetto editoriale. Mi sentivo pronta per affrontare un intero libro, però mancava il testo. Poi in Accademia ho sentito il nome di Dino Buzzati.
Si parlava del suo libro I miracoli di Val Morel che lui aveva anche illustrato con le immagini che si riferiscono alla tradizione dell’Ex Voto, che mi ha affascinato molto (io vengo da una tradizione religiosa protestante o, meglio, pagana). Un miscuglio tra un mondo reale, logico, e quello immaginario mi sembrava il modo più giusto per capire la vita, o la condizione umana. Penso che più che dal mondo esteriore siamo guidati dalle nostre forze interiori, paure, gioie, fantasmi, immaginazioni. Comunque, io fin dall’inizio ho inteso Buzzati come scrittore e artista. Lui si dichiarava come un artista che qualche volta scrive.
In realtà fece il giornalista presso Il Corriere della Sera per tutta la sua vita – e da lì penso provenga il suo stile di scrittura preciso e realistico.
Comunque, quando ho trovato il suo racconto “La creazione” in una raccolta in biblioteca ho capito che era questo il testo che cercavo.

Che cosa ti è piaciuto in particolare ne “La creazione”?

“La creazione” è una versione umoristica della Genesi, ambientata ai giorni nostri.
Dio onnipotente ci è presentato come un personaggio benevole che guida le creazioni ma allo stesso tempo non è per niente dominante: lascia che le cose facciano il loro corso, tanto lui sa tutto quello che deve avvenire e non si stressa. I veri creatori in questa Genesi però sono gli angeli e in particolare uno, diverso dagli altri, che presenta la sua idea di creare l’uomo.
Questa versione umoristica della Genesi mi ha fornito delle interessanti metafore sul creare e sulla vita d’artista. Mi ricordo che i primi tempi che stavo lavorando sul progetto mi erano particolarmente simpatici gli angeli creatori, e ce ne sono tantissimi! Li ho disegnati tutti un pochino ingenui, giovani ma con tanta speranza, visioni grandiose e una voglia di fare.
Per me in questo racconto tramite quegli angeli c’è descritta la sensazione del creare, quell’emozione che anch’io cerco in ogni aspetto della mia vita, non potrei farne senza!
Ora quando sono agli incontri con i lettori, dico anche che illustrare è creare un mondo, esattamente come lo si progetta ne La creazione.

L’anno scorso hai trascorso un periodo in America. Come è andata? Quanto sei rimasta? Che cosa hai fatto? Ma soprattutto: ti è piaciuta l’America?

Sono stata in America, nello stato di NY un anno in totale durante un periodo di due anni. Nell’estate 2015 ho fatto un corso estivo bellissimo alla New York School of Visual Arts sulla narrazione attraverso l’illustrazione. Un mese di concentrazione totale nell’incredibile NYC: vivevo a Brooklyn, per andare allo studio passavo l’East River sul treno e vedevo sempre l’Empire State Building sullo sfondo, sembrava un film. Avevamo quattro-cinque professori di diversi campi come illustrazione editoriale, fumetto o licensing, abbiamo avuto l’opportunità di mostrare i nostri portfolio ad un art director del Penguin Books e abbiamo finito la residenza con una mostra nella galleria della scuola, sulla Manhattan centralissima! Durante quel corso ho imparato tantissimo, soprattutto sul mercato americano, sulla parte commerciale del mestiere e anche su me stessa proprio perché è stato veramente molto intenso.
Il resto del tempo sono stata in Long Island, vicino a NYC a disegnare e a conoscere la vita all’americana. Poi, come tanti, anch’io ho parenti in America e sono riuscita ad andare a trovarli in Minnesota e a Washington DC. Sono stati momenti molto emozionanti, che hanno aggiunto un altro pezzo nel puzzle della mia vita.
Se mi chiedi se mi è piaciuta, direi che in qualunque posto uno sia, si fa sempre la propria esperienza da soli. Esistono tante Americhe (o qualsiasi altro paese) quanto le persone che ci vanno. Io ne ho visto una minuscola parte. NYC per me è specialissima, ispirantissima ma tanto pazza, e mi agitava. In Minnesota mi piaceva la natura, i laghi e mi sembrava un’ambiente rilassante.

Da quando ci siamo visti l’ultima volta so che hai vinto un premio importante per l’illustrazione. Ce ne vuoi parlare?

Sono estremamente felice di aver ultimamente vinto un premio al concorso Supergraafika organizzato dalla città di Tallinn. Il concorso ha selezionato tre disegni, tra quelli proposti da diversi artisti, che diventeranno murales sui condomini in città. Il mio verrà realizzato in un quartiere verde al confine della città, su un palazzo di 5 piani. Parteciperò alla realizzazione anch’io, infatti non vedo l’ora di vedere come la mia illustrazione formato cartolina diventerà alta più di 15 metri!

A cosa stai lavorando adesso? Hai un nuovo libro in produzione?

Ho sempre una decina di progetti diversi in corso. Comunque, il libro che sto attualmente illustrando porta il titolo Grazie, sono sazio ed è scritto dall’autrice estone Hilli Rand.
E’ una storia semplice ma davvero divertente. Ci sono due fratelli e moltissimi animali e tanta immaginazione.

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Asterisk Davide Calì intervista Torben Kuhlmann
22/04/2017 Morena Forza in Illustrazione / No comments

In occasione di Tempo di Libri, fiera del libro di Milano, l’autore e art director Davide Calì ha intervistato l’illustratore tedesco Torben Kuhlmann.

Lasciami dire prima di tutto che sei un illustratore davvero notevole.
In quest’epoca di illustratori grafici e minimalisti il tuo lavoro è sorprendentemente dettagliato.
Quindi, cominciamo parlando di tempo: quanto ce ne vuole per fare un libro?

Grazie per il complimento! Mi piace davvero creare immagini realistiche per le mie storie. Mi piace arricchire il mondo dei miei topini avventurosi con il maggior numero possibile di dettagli, così che i bambini si divertano scoprendo sempre nuove cose nelle illustrazioni.
Questo ovviamente richiede molto tempo per completare un libro, ma è bello spendere tempo per rifinire una storia. Con sufficiente ispirazione ed energia, giorni e settimane trascorrono velocemente.
Lindbergh” e “Armstrong” sono stati lunghi da fare per via del grosso numero di illustrazioni. Mi ci è voluto un anno per finire “Armstrong”.
Per riuscire a stare nei tempi ho dovuto fare circa un’illustrazione a settimana.

Prima di cominciare un libro ti prendi il tempo di studiare, cercare riferimenti?

Sì, certo. La ricerca è una parte molto importante. E’ il primo passo prima di cominciare qualsiasi disegno. Per illustrare oggetti come razzi e aeroplani in modo realistico, devi prima capire come funzionano. Solo così diventano credibili.
Per esempio, è stato molto importante per me che gli aeroplani costruiti dal topolino inventore in “Lindbergh” siano non solo credibili ma realmente ispirati ai primi aeroplani costruiti dall’uomo.

E che materiali usi per le tue ricerche?

Guardo moltissimi libri, cerco cose su internet e sfoglio vecchi album di famiglia.

Il tuo primo libro era… la tua tesi d’esame! Quindi sei stato un bravo studente?

Sì, “Lindbergh” è stato la mia tesi d’esame. Avevo deciso di scrivere e illustrare un libro per bambini come progetto finale all’accademia. Mi sembrava un modo per combinare insieme diversi tipi e sfaccettature di illustrazione. A scuola saltavo da una cosa all’altra, ho provato tutto quello che potevo, dall’illustrazione scientifica all’animazione. Per cui mi sono ritrovato con una collezione di piccoli progetti, spesso incompleti, ma per laurearmi mi serviva qualcosa di grande, personale e finito, che mettesse insieme tutto. Mi sono laureato a giugno 2012. Il libro è stato scelto dalla Fiera di Bologna dell’anno successivo, per cui tecnicamente, non ero più uno studente!
Per rispondere alla tua domanda, se fossi un bravo studente, dovresti chiedere ai miei insegnanti. Ma spero di aver fatto bene!

Dopo Lindbergh hai fatto un libro su Armstrong.
Si direbbe che sei affascinato dal volo? Ci sono alter ragioni per aver scelto questi due personaggi?

Da che mi ricordo, sono sempre stato affascinato dalla storia dell’aviazione. Penso sia davvero ispirante pensare ai primi inventori, che montavano strani aggeggi nel fienile di casa nella speranza di costruire il primo aeroplano volante.
E poi, decenni più tardi, c’è stata la grande sfida per portare l’uomo sulla luna. Queste sono incredibili conquiste.
Così ho preso a prestito un pochino da questi grandi personaggi e l’ho ristretto alla dimensione di un topo.
Ma è stato importante per me che le avventure dei miei topini fossero legate con eventi reali, un po’ come nel film Forrest Gump, dove la storia inventata del film si fonde con la storia reale.

Si direbbe anche che tu abbia la passione per gli animaletti: topini, talpe…

Mi piace raccontare storie di animali. È interessante costruire una storia come una favola, in cui gli animali si comportano come umani. È un modo per inserire molte metafore nella narrazione. Uno degli esempi più ovvi è nel mio libro “Moletown”, in cui buffe talpine costruiscono una città che somiglia a una città umana. Ma mi piacerebbe anche illustrare qualcosa con personaggi umani in futuro.

E la passione per il disegno, l’avevi fin da bambino?

Sì, ho sempre disegnato e dipinto molto. Già alla scuola materna disegnavo tutto il giorno. Era il mio modo di capire il mondo. Qualsiasi cosa mi interessava, la disegnavo. Ho imparato così molto cose già da piccolo, per esempio l’uso della prospettiva. E il mio metodo non è cambiato da allora. Ancora oggi cerco di capire le cose dissezionandole attraverso matita e pennelli. Il risultato si vede per esempio gli aggeggi e le macchine di “Lindbergh” per esempio.

Da quale illustratore o pittore ti senti ispirato per il tuo lavoro?

Oh, ci sono moltissimi artisti e illustratori a cui mi ispiro. Per nominarne giusto un paio: l’illustratore e pittore americano Norman Rockwell, il maestro dell’acquerello John Singer Sargent, l’illustratore di poster Drew Struzan, e poi Claude Monet, Rene Magritte e molti fumettisti.

A cosa lavori in questo momento?
Puoi raccontarci qualcosa del tuo prossimo libro?

Il mio tavolo è pieno di progetti al momento. Ho appena finito diverse copertine per romanzi adulti, di cui la maggior parte con illustrazioni in bianco e nero all’interno. E ci sono due progetti che ho in testa, uno dei quali completerà la mia trilogia dei topini.

Approfondimenti

Torben Kuhlmann è nato a Sulingen (Germania) nel 1982.
La sua tesi di laurea, Lindbergh (2012) gli ha fruttato il massimo dei voti, ma soprattutto l’immediato successo editoriale. Nel 2013 le sue tavole sono state selezionate per la Mostra degli Illustratori della Bologna Children’s Book Fair.
In Italia, i suoi libri sono editi da Orecchio Acerbo: Lindbergh, Armstrong e Moletown.

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Asterisk “Tutte le ossessioni di Victor” Intervista agli autori Davide Calì e Squaz
26/03/2015 Morena Forza in Fumetto / No comments

 

 
La cover di “Tutte le ossessioni di Victor” edito da Diabolo Edizioni
 
 
“Un personaggio che farebbe la fortuna di qualsiasi psicoanalista!”
 
Questa è la descrizione più immediata di Victor, il protagonista di “Tutte le ossessioni di Victor”, la prima graphic novel scritta da Davide Calì e disegnata da Squaz, che ho avuto il piacere di leggere ultimamente in uscita lo scorso 9 marzo nelle librerie e fumetterie.
Ho intervistato sia autore che disegnatore e, come sempre, è affascinante catturare degli spunti per capire i dietro le quinte di un prodotto editoriale e allo stesso tempo riflettere sul proprio lavoro notando analogie e differenze tra il proprio metodo e quello di altri autori.
Spero possa essere di ispirazione anche a voi: buona lettura!
Davide Calì
Tempo fa avevamo parlato del fatto
che ti sarebbe piaciuto pubblicare delle storie anche in un ambito
diverso da quello del mercato degli albi per l’infanzia.
Devo dire che sono molto sorpresa
non del fatto che tu ci sia riuscito, ma del risultato finale: se non
ci fosse stato scritto il tuo nome in copertina non avrei mai creduto
che “Tutte le ossessioni di Victor” fosse una storia
scritta da te.
Era molto tempo che storia e
sceneggiatura erano pronte?


Ho iniziato a scrivere i primi episodi
della bizzarra biografia di Victor una quindicina di anni fa. Solo in
anni recenti il progetto ha preso poi la sua forma attuale, un po’
più romanzata.
Dai, ti faccio una domanda che
probabilmente ti avranno fatto o ti faranno in molti: quanto è
autobiografica questa storia? Sei tu Victor?
Ah ah! Sì, suppongo che a molti verrà
da chiederlo. Del resto è proprio questo il gioco di Victor:
indovinate dove sono! Scherzi a parte, in ogni cosa che scrivo c’è
una parte diciamo reale e una di fiction. Credo che faccia parte del
lavoro dello scrittore raccontare un po’ sé stesso, mescolando le
proprie esperienze a quelle rubacchiate al prossimo e all’invenzione
pura.

 

Molte delle sequenze della graphic
novel sono cariche di ironia. Quanto rappresenta per te l’ironia come
strumento di espressione? Sei uno di quegli autori che evita di far
prendere troppo sul serio sé stesso e i propri personaggi
all’interno delle storie che racconta?


Non so dire che genere di autore sono.
E’ una riflessione che lascio fare agli altri, primo perché forse
non mi interessa farla, secondo perché penso sia giusto così. Non
mi piace molto chi si presenta e ti dice cosa devi pensare di lui. So
di amare cose molto diverse come lettore e spettatore, per cui quando
scrivo, mi piace fare cose anche molto diverse tra di loro. Credo che
si possa dire che l’ironia faccia parte del mio lavoro, ma non me
ne rendo conto più di tanto. Non riesco ad avere una visione di
insieme di quello che faccio. Penso sia più facile farlo con uno
sguardo esterno.
Mi ha colpito molto il modo in cui
sei riuscito ad incrociare umorismo, lutto ed imbarazzo nella scena
del funerale della compagna di classe di Victor. L’ho trovata
profondamente umana, così vera da creare un certo imbarazzo in chi
legge. Credo che tutti prima o poi ci siamo trovati al funerale di
qualcuno e non stavamo pensando alla sua morte; E’ una di quelle
cose che nessuno osa dire. Credi che la scelta di inserire un
concetto così scomodo sia coraggioso o piuttosto provocatorio?


Non so. Non ho fatto calcoli di questo
tipo. Mi sono posto qualche problema a un certo punto, ho pensato di
essere andato troppo oltre, che qualcuno potesse sentirsi offeso dal
personaggio di Victor. Riccardo, l’editore di Diabolò, mi ha
invece detto che non voleva toccare nulla.
Anche lui ha trovato Victor molto
umano. Del resto come dici tu, è umano, sei a un funerale per
salutare qualcuno che non c’è più e ti cade l’occhio su un bel
culo e pensi: “Beh, dai, una cosa positiva nella giornata l’ho
vista.”
I capelli nella pizza. I capelli
nella pizza! Non ci dormirò mai più la notte essendo super
sensibile all’argomento “capelli nel cibo”.
“Sono passati dieci anni da
quando ci siamo lasciati eppure, ancora oggi, la prima cosa che
faccio quando mi arriva la pizza Ë controllare che non ci siano
capelli.”


Ah ah! Scusa rido, ma ho letto già
alcune recensioni che di Victor dicono essere capace di risvegliare
ossessioni sopite. Non so se esserne contento! Certe volte sono
uscito dal cinema irritato dai personaggi del film e ho pensato: che
brutto film! Poi ragionandoci ho capito che invece era un bel film e
che i personaggi mi avevano irritato perché molto veri.
Detto questo, occhio alla pizza!
Quando hai pensato alle ossessioni
di Victor ti sei preso del tempo per studiare alcune delle ossessioni
riscontrabili nella popolazione terrestre? Insomma, quanta ricerca
psicologica (anche se magari non a livello scientifico ma puramente
di ispirazione) c’è dietro ad una graphic novel sulle ossessioni?


No, diciamo che non mi sono messo a
tavolino, come magari ho fatto altre volte, per studiare un tema. Gli
episodi sono venuti fuori da soli a un certo punto, semplicemente
osservando le persone.
Come mai hai pensato proprio a Squaz
per disegnare la tua sceneggiatura?


Avevo letto Pandemonio, un
fumetto scritto da Morozzi e mi era piaciuto il modo di lavorare di
Squaz. Anziché una sceneggiatura classica Morozzi gli aveva passato
semplicemente dei racconti e Squaz ne aveva ricavato un fumetto
bellissimo.
Dopo averlo letto mi sono reso subito
conto che lui avrebbe potuto fare Victor.
La cover di “Pandemonio” di G. Morozzi e Squaz edito da Fernandel
Hai pensato la storia per un mercato
oppure hai scritto prima un libro che avresti voluto leggere tu
stesso senza porti il problema della vendibilità e del “poi”?


Quando ho iniziato a scrivere Victor
non mi ponevo ancora problemi di mercato. Alla fine ne è venuto
fuori un prodotto che in qualche modo si è incanalato da solo in un
certo mercato.
Diabolò lo pubblicherà anche in
francese e spagnolo e mi ha chiesto a questo proposito alcuni
adattamenti. I nomi di persona per esempio saranno tradotti. Questa è
l’unica cosa che abbiamo fatto seguendo un certo opportunismo
commerciale.
Hai in progetto altri prodotti
editoriali di questo tipo?


Sì, parecchi. La scorsa estate ho
scritto soprattutto fumetti. In generale sto scrivendo meno album
ultimamente. Ho vari progetti sul genere e anche graphic novel più
all’americana nel genere Vertigo. Una cosa che vorrei fare è
cominciare al più presto un nuovo progetto con Squaz. Quel ragazzo
ha le manine d’oro!
Ora che anche il tassello
“pubblicazione per adulti” è stato aggiunto ai tuoi
successi, mi chiedo se ci sono ancora altri Davide che aspettano di
venire fuori. Quale genere di libro è impossibile che tu scriva in
futuro e quale invece ti piacerebbe pubblicare, se non è una domanda
troppo indiscreta?


Impossibile, non so.
Forse qualche cosa di relativo alla Bibbia. Una cosa che poi non mi
piace, per esempio, è quando gli autori riscrivono i classici di
Esopo e li firmano. Vogli dire, Esopo è stramorto, ma la storia l’ha
scritta lui. A meno che tu non ne faccia una parodia non hai il
diritto di firmarla, mettendo il suo nome in piccolo come se fosse
secondario.
Cose che mi piacerebbe
scrivere? Difficile dirlo. Le storie mi vengono così, non è che io
cerchi nulla. Tra i tanti progetti che ho da parte c’è una graphic
di Batman. Sto aspettando le tavole del disegnatore per proporre il
progetto a DC Comics. Poi, mi piacerebbe trovare qualcuno che girasse
i miei cortometraggi, ho decine di soggetti da parte. Mi piacerebbe
realizzare qualche libro fotografico, e poi ho un progetto di design
erotico lì da un po’. Sto sempre cercando un illustratore.
Per quello che riguarda
gli album illustrati dopo Le double, che è appena uscito in
Svizzera per Notari, mi piacerebbe riuscire a pubblicare un altro
paio di storie un po’ sci-fi che ho scritto su quel genere.
Ho anche un progetto di
tornare a disegnare, prendermi un po’ di tempo, ma la musica ha la
precedenza, perché è la cosa che alla fine, mi piace fare più di
tutto. Per cui prima cercherò di registrare il mio primo disco. Ho
materiale per almeno un paio, ma bisogna imparare a fare le cose una
per volta.
A chi piacere in
particolare “Tutte le ossessioni di Victor”?


Spero piaccia a tutti! Ma
scherzi a parte ancora non lo sappiamo. Il libro è appena uscito.
Per ora mi pare che l’accoglienza sia buona.
Squaz
Ciao Squaz, mi sono
piaciuti moltissimo i tuoi disegni per “Tutte le ossessioni di
Victor”, li trovo davvero molto adatti. Com’è lavorare ad una
graphic novel di questo tipo?
E quanto lavoro ha
richiesto?


Ciao! Intanto grazie dei
complimenti.
In effetti ho lavorato a
“Victor” per quasi tre anni a più riprese, interrompendomi
spesso e poi ricominciando, il che non è molto nelle mie
caratteristiche.
Tendenzialmente sarei più
per il “cotto e mangiato” (che si traduce in “fatto e
pubblicato”), in questo caso però varie vicissitudini mi hanno
indirizzato verso una forma di pazienza zen per cui fare un buon
lavoro era più importante che finirlo presto. So che dovrebbe essere
sempre così, ma stavolta forse l’ho imparato.
Quanto al lavoro su
questo tipo di storia, direi che è quello che mi piace di più fare.
Un testo che sia una per
me una traccia e che mi permetta di intervenire sopra e sotto le
parole, lasciandomi cioè libero di scorrazzare con le immagini.
Rigore e libertà,
insieme a braccetto. 

 

Quando lavori ad una
storia di cui non sei autore ti trovi un po’ in difficoltà o al
contrario sei contento di interpretare il testo pensato e scritto da
un’altra persona?


Dipende da chi scrive.
Con Davide, come già a suo tempo con Gianluca Morozzi per
“Pandemonio”, ho trovato subito delle affinità e quella è la
cosa più importante. L’ironia soprattutto mi mette subito a mio
agio. E si vede che quando ho accettato di lavorare a questo libro ne
avevo particolarmente bisogno, perché il mio lavoro precedente era
stato “Le 5 Fasi” con il collettivo DUMMY nel quale invece
avevamo affrontato tematiche piuttosto dense e cupe…
Ci sono stati
adattamenti e proposte da parte tua durante la fase di storyboard?


Posso dirti la verità?
Io lo storyboard non lo faccio e, quando lo faccio, non lo faccio
vedere a nessuno: parto direttamente con le pagine e mostro quelle.
Adattamenti ce ne sono
stati parecchi sì, ma si può dire che tutto il libro sia un
adattamento del testo di Davide. Del resto, io non avevo una vera e
propria sceneggiatura su cui lavorare ma il lungo, interminabile
monologo di Victor.
Potevo interpretarlo alla
lettera o tradirlo come meglio mi pareva, infatti mi pare di aver
fatto un po’ l’una e un po’ l’altra cosa.

Hai preparato delle
palette colore prima di iniziare a colorare le tavole oppure li hai
improvvisati? Cioè, hai un approccio calcolato al colore o piuttosto
uno istintivo?


Non c’è stata una
grande preparazione preliminare, da parte mia. Ovviamente, una volta
che ho capito quale volevo che fosse l’impostazione da dare ai
disegni ed ai colori sono andato avanti di conseguenza, ma non sapevo
in anticipo cosa sarebbe successo. Nemmeno a livello di storyboard,
come dicevo prima. E il fatto che il racconto avesse una struttura ad
episodi mi ha aiutato molto. Cioè, sapevo che in un modo o
nell’altro, alla fine avrebbe comunque funzionato… per cui tanto
valeva divertirsi!
Quali sono i tuoi
autori preferiti, sia per quanto concerne la scrittura che il
disegno?
Per me, scrittura e
disegno sono praticamente sinonimi, comunque sono un fan di Charles
Burns, Michael Kupperman, Mike Mignola, Edika, e di un sacco di
fumettisti italiani giovani e meno giovani.

 

Quanto ti sei
ritrovato nelle ossessioni di Victor e quanto conta per te un
contatto empatico con i personaggi della storia che trovi nella
sceneggiatura?


Durante la lavorazione,
credo di aver detto a Davide che il suo personaggio era molto alla
Woody Allen, che a me è sempre piaciuto. Per cui di sicuro ci ho
ritrovato delle sensazioni e un immaginario che mi è familiare e che
mi apparteneva già. Non ho mai provato a lavorare su storie o
personaggi così distanti dai miei gusti e dalle mie coordinate, ma
immagino che sia come per gli attori quando per calarsi nei panni di
qualcun altro cercano ogni minimo appiglio per dargli vita e
credibilità.
A quale tipo di storia
non lavoreresti mai?


Probabilmente, a quella
che fosse apertamente in contrasto con le mie idee e le mie
convinzioni personali. Ma per fortuna non me ne hanno mai proposte di
storie così, almeno finora.
A quale tipo di storia
lavoreresti accettando su due piedi?


Mah, una volta ho
assistito ad un incontro con Moebius, il quale alla domanda “perché
fai fumetti?” rispose “per sentirmi utile”. Mi è sempre
piaciuta come motivazione, per cui accetterei subito di lavorare ad
una storia che non mi faccia sentire un imbrattacartacce che fa
abbattere l’Amazzonia per niente.
E poi per soldi,
ovviamente. Tanti soldi.
A chi piacerà “Tutte
le ossessioni di Victor”?


Mi piacerebbe scoprirlo!
Cosa consiglieresti ad
un disegnatore che vorrebbe occuparsi di fumetti o graphic novel
nello specifico?


Non so davvero se
prendermi una responsabilità di questo genere. Forse di leggere
molta narrativa e poi, chiudere gli occhi, e ragionare per immagini.
E viceversa.

 

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Asterisk Diario Australiano – Di Davide Calì
02/10/2012 Morena Forza in Disegno per professione / No comments

                     

                           IL MIO WALLABY TOUR
                                        Diario australiano di Davide Calì

ADELAIDE

Martedi 15 GIORNO 1
La prima cosa che penso mentre atterriamo a Melbourne è che andare in Australia non è poi così lunga come pensavo! Venti ore di volo con il confort di film, telefilm e videogiochi sono decisamente nulla a paragone dei viaggi che facevo in macchina quando d’estate si scendeva dalla Svizzera, quasi al confine con la Germania, fino in Sicilia, per trovare i miei nonni.

L’unico inconveniente sono due bambini che piangono praticamente per l’intero volo.
Justine mi aspetta agli arrivi. E’ l’addetto stampa di Wilkins Farago, la casa editrice che da sette anni traduce i miei album in Australia. Con lei c’è anche Anna, la moglie di Andrew Wilkins, e Owen, il più piccolo dei loro figli.
Il tempo di una rapida chiacchierata e di un succo di frutta al bar dell’aeroporto e saluto Anna ed Owen, che vedrò più tardi nella settimana. Io e Justine infatti prendiamo un aereo per la mia prima tappa del mio tour australiano: Adelaide.

Mercoledì 16 GIORNO 2
La Conferenza biennale del Children Book Council of Australia è il motivo principale del mio viaggio in Australia. Andrew mi ha fatto invitare perché io parli alla conferenza, cosa che mi spaventa un po’. Non sono molto sicuro del mio inglese e non ho mai parlato in inglese in pubblico. Ultimamente ho cercato di studiare, perlopiù ascoltando serial tv americani mentre lavoro come Everybody hates Chris o According to Jim, motivo per cui in molti diranno che parlo con un accento curiosamente americano!

 

Il mio primo giorno a Adelaide avrei già un’intervista da fare per la radio ma Justine l’ha spostata per darmi il tempo di fare pratica con la lingua. Justine è molto carina, ha 27 anni, ma dimostra 22, è inglese e abita qui da alcuni anni. Spendiamo così l’intera mattinata chiacchierando in un parco molto bello. Quando ci decidiamo a riguardare la mappa ci rendiamo conto di essere a circa 7 chilometri dalla città! Siamo d’accordo per tornare indietro in tram!
Sulla via del ritorno cerchiamo un ristorante e ne troviamo uno dove assaggerò la cosa più originale di questo viaggio: i granchi fritti. Nemmeno sapevo che si potessero friggere.
Peccato, non ho pensato a fargli una foto.

Giovedì 17 GIORNO 3

Il primo giorno è passato senza accusare minimamente gli effetti del jet-lag, ma poi scoprirò che è abbastanza normale. E’ il secondo che la differenza di fuso comincia a farsi sentire. Non passo notti insonni, ma per diversi giorni, pur riuscendo a dormire bene, avrò atroci momenti durante la giornata, a orari sempre diversi, in cui a stento riuscirò a rimanere sveglio.

E’ giovedì e ho la prima di una serie di intervista radiofoniche. Subito dopo il primo di una serie di incontri nelle scuole. La scuola è molto bella, di mattoni rossi. Hanno il campo da football australiano (si gioca con la palla ovale come il rugby ma la palla si può sia calciare che passare colpendola col pugno), ragazzi in divisa.
La sala che ospita l’incontro è la chiesa, usata anche per varie attività. Vedo due gruppi di bambini circa 80 per volta. Sono entusiasti e preparati, pieni di domande. Apparentemente il mio inglese sembra comprensibile. Più tardi Justine mi spiegherà che in effetti in Australia circa il 50% dell’attuale popolazione non è nata in Australia; è una terra molto giovane e quasi tutti parlano con una qualche tipo di accento. In effetti tra tutti quelli che consocerò qui ci sono moltissimi inglesi francesi e anche italiani che si sono trasferiti solo a poco.
Subito dopo gli incontri Justine mi passa una giornalista italiana per un’intervista al telefono.
E’ la redattrice de Il Globo, uno dei giornali che esce qui per la numerosa comunità italiana.

Venerdi 18 GIORNO 4
Finalmente conosco Andrew e suo figlio più grande, Felix. Andrew ha appena tradotto in inglese 10 petits insectes ed è contento di sapere che il secondo libro è ispirato a un film di Woody Allen che scopro essere il suo regista preferito.
Faccio contento anche suo figlio quando gli svelo che il terzo volume è invece un polpettone fantascientifico che somma tutti i clichè sci-fi ma che è perlopiù ispirato a L’Esercito delle 12 scimmie, il suo film preferito in assoluto.

Andrew mi racconta un po’ di sé. Sia lui che Anna sua moglie si occupano della casa editrice per hobby, perché hanno un altro lavoro. E’ in effetti un hobby che gli ha preso la mano e che conducono con estrema passione.
La sua idea è quella di portare in Australia libri diversi e ha deciso di farlo perlopiù con i miei che occupano circa 3/4 del suo catalogo Andrew è decisamente il mio più grande fan al mondo, l’editore che ha tradotto più miei libri.
Le cifre del venduto in Australia sono a livello dell’Italia, mi aspettavo di più. Ma scopro poi che il continente ha solo 40 milioni di abitanti, per cui a paragone dell’Italia le cifre sono migliori. Ora per alcuni miei libri ha ottenuto anche la distribuzione americana, mentre dell’ultimo uscito, 10 little insectes a breve uscirà anche l’e-book.
Al mattino ho un incontro a scuola e poi una nuova intervista alla radio. Questa seconda va un po’ meglio della prima e abbiamo più tempo per chiacchierare. Al pomeriggio andiamo alla conferenza per seguire l’intervento di Oliver Jeffers. Il suo intervento è molto buffo, una sorta di biografia in slide show. In alcuni momenti purtroppo faccio fatica a seguire perché il jet-lag mi fa chiudere gli occhi.
A cena siamo in un ristorante giapponese. Andrew ha studiato bene i miei gusti preparando il mio viaggio qui. Il ristorante è decisamente buono ma la vera scoperta gastronomica l’ho fatta oggi pomeriggio in hotel: prendete la cosa più disgustosa da mangiare.
Ce l’avete?
Ecco, ora fatene chips e friggetele. Cosa ottenete?
Chips di barbabietola! Sono buonissime!

Sabato 19 GIORNO 5
E’ sabato ed è il giorno della mia conferenza. Al mattino ce n’è una molto interessante sui libri non fiction, concentrata sui libri che parlano di animali.
Dopo pranzo è il mio turno. Collego il laptop e si va.

Ci sono circa 200-300 persone. Tutti seguono e si divertono, soprattutto quando comincio con un’involontaria gaffe, che sembra fatta apposta. Sto parlando di un libro scritto come regalo di anniversario per la mia ragazza, in cui racconto tutti i posti dove ci siamo baciati. Mentre sto dicendo però “tutti i posti dove ho baciato la mia ragazza” mi scappa il plurale.
Appena pronuncio girls invece di girl, il pubblico scoppia in una risata.
La gaffe sarà anche twitterata qualche giorno dopo.
Ma insomma, poteva andare peggio!
Dopo la conferenza dedico parecchi libri. Più tardi mi diranno che in un’ora e mezza ne ho dedicati, con firma e disegno 170. Credo che sia un nuovo record!

Domenica 20 GIORNO 6

Trascorro la domenica mattina con Andrew, la sua famiglia e Justine in un parco poco fuori Adelaide dove si possono vedere animali in libertà. Mi avvicino per la prima volta alla fauna australiana. Scopro che i diavoli di Tasmania sono molto più piccoli di quanto pensassi e che i dingo sono molto belli. I bandicoot sono estremamente socievoli, per nulla spaventati dai turisti. Basta agitare una busta di cibo che corrono a frotte. Anche i wallaby si lasciano avvicinare e toccare. I canguri sono invece più antipatici. Stesi al sole hanno un’aria leggermente supponente. Gli emù sono piuttosto aggressivi invece.

Non abbiamo abbastanza tempo per vedere tutto, quindi perdo l’echidna e il classico ornitorinco. Ma non perdo i koala però, che qui sono le vere star. Per vederli bisogna mettersi in coda. Volendo si può avere una foto col koala, ma anche per quello bisogna mettersi in coda.
Dopo una breve attesa finalmente mi presentano Serge che stamattina non sembra avere nessuna voglia di farsi fotografare. In generale i koala sono pigri e scontrosi. Dormono 22 ore al giorno e quindi hanno l’aria di essersi alzati da poco. La ragazza contratta un po’ con Serge prima che accetti di fare un paio di pose con me, ma da come mi guarda sembra pensare “Cavoli, è domenica, lasciatemi in pace!”
Owen uscendo mi fa un regalo: ha raccolto un seme dell’albero della gomma e me lo regala dicendo: “Così ti ricordi di me.”
E’ troppo dolce!

In Australia esistono molti Writers Centers, centri dove gli aspiranti scrittori si riuniscono e frequentano corsi. Sono stato invitato dal Writers Center di Adelaide a tenere un workshop nel pomeriggio. Il laboratorio va bene. Ci sono una dozzina di persone, interessate a scrivere. Alcuni sono illustratrici che hanno già pubblicato libri.
Sono molto ricettive. Quasi tutte scrivono subito, storie interessanti, molto anglosassoni, molto divertenti e spesso in rima. Personalmente non amo le storie in rima ma ammiro sempre chi è capace di improvvisare storie in rima così. finito il workshop rimaniamo d’accordo che mi manderanno per mail i loro compiti.
Abbiamo appena il tempo di salutare e io e Justine siamo già su un taxi per l’aeroporto. La seconda tappa del mio tour infatti è Melbourne. Appena superato il controllo di sicurezza un agente ci viene incontro, guarda Justine e le comunica che è stata selezionata per un controllo supplementare anti-esplosivo.
Lo fa in modo molto friendly, con lo stesso sorriso come se avesse vinto la lotteria.


MELBOURNE


Lunedi 21 GIORNO 7

L’hotel a Melbourne è in una via di costruzioni molto belle che mi ricorda Londra. Il centro di Melbourne con i grattacieli e gli alberi che virano verso il rosso (qui comincia adesso l’autunno) è decisamente più simile a New York.
Andrew mi accompagna alla stazione di una radio italiana per un’intervista, poi ci separiamo e io mi perdo per le strade della città. Pensavo fosse più semplice orientarsi in una città dalla struttura così regolare ma non è così. Mi perdo ogni 10 minuti,
Alla fine riesco ad uscire da Chinatown, ritrovo la stazione centrale, ma è ora di pranzo e ho fame.

Quindi torno indietro verso il cuore di Chinatown!
Dopo pranzo torno a piedi in hotel camminando attraverso un parco molto bello. Vedo mole gazze che in Australia scopro essere diverse dalle europee. Sono sempre bianche e nere ma con un disegno diverso.
Nel pomeriggio rivedo Andrew. ci ritroviamo davanti a una birra per discutere di qualche progetto, tra cui un mio libro francese che vorrebbe tradurre, ma anche qualcosa di originale.

Martedi 22 GIORNO 8
Stamattina ho un incontro in una scuola  di Geelong, un’ora di macchina fuori Melbourne. La scuola sembra quella di Harry Potter. Vedo tre gruppi di studenti uno dopo l’altro. Poi Justine mi porta alla redazione de Il Globo, per i quale ho già fatto un’intervista la telefono. Il giornale fa parte di un gruppo editoriale che ha anche una radio che vuole farmi un’altra intervista, in italiano.

L’intervistatore è molto simpatico. Prima di salutarci si informa sui miei gusti musicali. Ho capito che vorrebbe mettere su qualcosa che mi piace, ma la radio programma musica classica (o almeno il suo programma) di cui sono molto ignorante. Mi fa andare via promettendo che proverò ad ascoltare qualcosa, e mi consiglia l’Elisir d’amore di Donizetti.
Al pomeriggio raggiungo Andrew in una libreria dove faccio un workshop con i bambini, quindi il tempo di un caffé e abbiamo un incontro nella stessa libreria, con il pubblico.
Comincio a perdere il conto di che giorno è… e di quante interviste ho fatto.

Mercoledi 23 GIORNO 9
Ho la mattina libera e ne approfitto per lavorare un po’ in hotel. Ci sono diversi progetti che avanzano e che richiedono revisione. A pranzo Anna ed Andrew mi portano al volo a mangiare sushi, quindi Anna mi porta a scuola. E’ la scuola di Owen, che è eccitatissimo di avermi lì.
Vedo due gruppi numerosi, diverse classi per volta. In generale i bambini australiani mi sembrano molto educati, ogni gruppo incontrato in questi giorni contava circa 80 bambini, molto composti e silenziosi.
Prima di cominciare un giornale vuole fare un paio di shot fotografici. Poi la giornalista mi farà un’intervista nella pausa tra il primo e il secondo gruppo. Finiti gli incontri Anna recupera Owen e andiamo a passeggiare un pochino sulla spiaggia.
E’ una spiaggia di sabbia chiara, piena di conchiglie. Owen corre nel vento felicissimo.

E’ quasi il tramonto quando ce ne andiamo. Il battello per la Tasmania è pronto per partire e Owen è pronto per un gelato. Una volta in hotel faccio in tempo a controllare un paio di mail che è ora di uscire: stasera cucina libanese!
In effetti l’Australia non ha una cucina autoctona, quindi la sua cucina si compone delle varie cucine importate con i colonizzatori. Finora le ho assaggiate quasi tutte. Manca solo quella più australiana, cioè il barbecue! Andrew me ne promette uno prima che io parta.
La cucina libanese mi confonde sempre. Quando penso sia finita ecco che comincia sul serio!
Tornando all’hotel scopro che a parte la passione per Woody Allen ho un’altra cosa in comune con Andrew: anche lui suona la chitarra. E’ decisamente più acustico, ma ha registrato un paio di pezzi, in cui suona e canta. Siamo d’accordo che la prossima volta che vengo faremo una presentazione jam session.

Giovedi 24 GIORNO 10

La mattinata comincia con un incontro in biblioteca con una classe per lanciare Reading for Social Peace, un’iniziativa di lettura su temi impegnati, come la guerra. Sarà una delle giornate più stancanti del tour, perché devo fare diverse cose. Dopo la presentazione poso per le foto, poi ci spostiamo in una ex-fabbrica di lampadine, che oggi ospita una galleria d’arte. Ho letto in un pieghevole in hotel che a Melbourne ci sono moltissime gallerie d’arte, ma non ho il tempo di vederne nemmeno una, tranne questa.

Abbiamo appuntamento nel ristorante accanto alla galleria per un pranzo-intervista con Magpie, la più importante rivista sui libri per bambini in Australia. Subito dopo pranzo mi portano invece in un’altra scuola, questa volta di periferia. Il quartiere è molto carino ed è popolato dai nuovi emigranti. E’ piuttosto povero e mediamente solo il 30% de bambini ha accesso ai libri, motivo per cui hanno deciso di fare questo incontro. Durante l’incontro farò anche un piccolo workshop di scrittura. Il tema dell’amore li fa molto ridere e alcuni scrivono cose divertenti.
In hotel crollo sul letto e dormo per circa un’ora. Poi lavoro per un altro paio prima di cena con una serie di illustratori. La cena è in casa di due signore che una volta avevano una libreria specializzata per bambini. Ora hanno spostato l’attività in casa. Organizzano anche mostre di illustrazione che spediscono in giro, sia in Australia che fuori. L’appartamento è molto bello e sono belle anche le persone.

Venerdi 25 GIORNO 11
E’ il mio ultimo giorno a Melbourne. Finora ho avuto sempre giornate di sole ma oggi piove.
Mi alzo presto perché dobbiamo tornare a Geelong nella scuola di Harry Potter.
La pioggia rallenta un po’ il traffico ma arriviamo quasi puntuali. Incontro due gruppi di adolescenti ai quali proietto il mio lavoro su uno schermo. Come sempre ridono molto quando si parla di amore. Il libro I love kissing you li diverte parecchio. Penso che dovremmo pensare a farne un ebook animato mirato sul target degli adolescenti.

Intorno all’una sono di nuovo in hotel, non ho voglia di mangiare ma decisamente bisogno di dormire.. pisolo per un’ora poi lavoro un po’. Andrew mi ha lasciato una scatola di libri da dedicare. Sono una cinquantina e andrebbero fatti entro stasera, quindi… tanto vale cominciare!

Per le 18 Andrew passa a prendermi. Stasera si cena a casa sua! Ci sono anche Justine e due ragazze che hanno aiutato a tradurre dal francese 10 little insects. Piove ancora così non possiamo fare barbecue fuori, peccato! Per cena comunque ci sono salmone, spiedini di gamberi, birra e… ancora qualche libro da dedicare. Ma da dove escono fuori?
Domattina ho un volo presto per Sydney. Mi seguirà solo Andrew. Devo salutare quindi Felix e Owen, Anna e Justine che mi hanno seguito tutto il tempo da quando sono arrivato. Che tristezza!
No, a dire la verità non sono triste. Credo aver trovato un nuovo pezzetto di famiglia qui a Melbourne. Quindi so che ci tornerò.

SYDNEY

Sabato 19 GIORNO 12
Sydney è la Miami australiana, grandi spiagge, un’enorme baia piena di barche (e pescecani). Al mattino siamo in una libreria. Al piano di sopra mi attende un piccolo pubblico molto attento. Dopo la presentazione siamo invitati da Jeff e sua moglie a pranzo. Jeff è uno dei venditori dei miei libri e quindi Andrew ci teneva che lo conoscessi. Lui cucina benissimo! Ha preparato gamberetti piccanti con zenzero e peperoncino, patate alla senape e pesce al cartoccio. Davvero notevole.

Beviamo un Merlot prodotto da un amico. Entrambi sono musicisti. In casa ci sono diverse chitarre e dopo pranzo Andrew e Jeff improvvisano una jam. Non so come mi ritrovo in mano un banjo e improvvisamente la jam vira verso il… country? No!!!
Non sono un appassionato del genere… infatti nel mio libro 10 little insects, il musicista country.. è il primo a morire!

Comunque credo che Andrew avesse ragione sull’importanza dell’incontro. Sono sicuro che dopo il avermi conosciuto Jeff spingerà molto le vendite dei miei libri: avendo la certezza che non sarò mai granché come musicista, è meglio investire nella scrittura!
L’hotel che ci ha prenotato Anna è davvero enorme. Dall’interno si può vedere in profondità attraverso i piani. Ha la struttura di un carcere. Forse lo è stato? In ogni caso, è un carcere con piscina.

Domenica GIORNO 13
E’ domenica ed è il mio primo vero e proprio giorno libero da quando sono arrivato. Andrew i porta in giro per Sydney. Attraversiamo la bellissima baia con un battello.
Vedo per la prima volta anche l’Oceano Pacifico. Davvero impressionante.

Abbiamo giusto il tempo di girare per un mercatino prima del battello che ci porta indietro. Non ho ancora comprato nessun souvenir e qui c’è un’ampia scelta.
Un boomerang? Un didgeridoo?
Una collana di denti di squalo mako?
Un portachiavi fatto con scroto di canguro?
Sono molto indeciso….
Penso che mi limiterò a fare fotografie. In effetti da questo viaggio non porterò nessun oggetto, ma non mi piace quasi mai comprarne quando viaggio, mi sembra tutto così finto, fatto solo per i turisti. E poi penso a quel povero canguro! E soprattutto a sua moglie.
Prima di pranzo passeggiamo sulla spiaggia. Qui comincia l’autunno ma le giornate sono ancora molto miti. In spiaggia c’è molta gente che gioca a volley, parecchi surfisti.
Poi succede, tutto molto rapidamente. Un coccodrillo marino compare improvvisamente sulla riva. E’ silenzioso e velocissimo. In effetti nessuno si accorge di nulla. Prende una ragazza e la trascina in acqua. Ci rendiamo conto che sta succedendo qualcosa solo quando la sentiamo urlare, ma ormai non c’è più nulla da vedere.
Il coccodrillo e la ragazza sono già spariti in acqua.


Ovviamente non è vero. 
Ma dovevo scrivere un pezzo un po’ avventuroso per gli amici in Europa! Quando ho detto che venivo in Australia non hanno fatto che dirmi di stare attento a tutti gli animali velenosi, agli squali, al sole troppo caldo, ai coccodrilli marini!
In effetti la natura selvaggia di questo continente è molto pericolosa, ma qui siamo in città: il peggio che può capitarti è ordinare un espresso e ricevere un caffé lungo.
Dopo la spiaggia attraversiamo un bellissimo parco. Gli alberi sono spettacolari.
In mezzo al parco c’è un ristorante dove ci attende un gruppo di illustratori. Fa molto caldo, ma si sta bene. Mentre mangio rispondo alle domande per un’altra intervista che uscirà dopo che sarò partito.
Gli illustratori sono simpatici e amici di lunga data. Andrew vorrebbe fare un libro qui con me e un illustratore australiano quindi ogni incontro serve anche a conoscere possibili candidati.
Quando usciamo dal ristorante è tardo pomeriggio, il sole cala e in aria si vedono già le volpi volanti. Non pensavo che avrei potuto vederle in città, ma basta alzare il naso verso la cima degli alberi ed eccole. Quelli che sembrano grossi semi appesi ai rami sono in realtà… pipistrelli giganti!

Lunedì GIORNO 14
E’ lunedì ed è il mio ultimo giorno in Australia. A un’ora d’auto fuori Melbourne ci attende una scuola. Prima di arrivare a scuola faccio un’intervista al telefono con una radio francese qui a Melbourne.
All’incontro siamo in una grande sala. Ci avevano detto che l’incontro era con una classe ma i bambini sono circa… 250! Non hanno il cavo per collegare il Mac al proiettore e quindi dobbiamo improvvisare uno show “acustico” che funziona lo stesso. Abbiamo abbastanza tempo per un piccolo workshop. E’ la prima volta che ne faccio uno con 250 bambini, ma funziona!
Poi saluto i bambini con una lettura doppia di What is this thing called love?, letto prima in inglese da Andrew e poi in francese da me.
Decisamente siamo una bella coppia sul palco. La prossima volta dobbiamo fare uno show con chitarre.

 

Dopo la scuola passiamo da Belinda, uno dei distributori di Andrew. Lui vuole farle vedere uno dei miei prossimi libri francesi che gli piacerebbe pubblicare. Il problema principale del libro è che ci sono animali non australiani, che i bambini qui conoscono poco, e poi è ambientato al polo e in generale pare che non piacciano i libri con la neve, visto che in Australia la conoscono poco.
L’incontro dura poco. Blinda è molto gentile. Le racconto la storia facendole vedere le illustrazioni di Maurizio Quarello. Sembra piacerle. Alla fine sorride e chiede semplicemente: quando esce il li libro? Andrew è felicissimo, vuole dire che il libro si fa!
L’ultimo appuntamento che abbiamo è in una libreria, ma prima ci fermiamo per pranzo. Andrew mi porta a mangiare l’ultimo piatto tipico che mi manca di assaggiare prima di lasciare l’Australia: il fish and chips, che lui ama particolarmente, essendo inglese.
La libreria è molto carina e organizza piccoli incontri sul libro illustrato per bambini. Oggi sono io l’ospite per circa un’ora, in cui parlo del mio lavoro e rispondo alle domande, firmo i libri.
A un certo punto Andrew me ne porge uno e mi dice: “Questo è l’ultimo.”

E poi?
E poi… sembra finita.
Come… di già?
Andiamo in aeroporto dove Andrew riconsegna l’auto a nolo. Il mio volo è alle 21, il suo per Melbourne più o meno alla stessa ora.
Andrew mi ha organizzato un tour da vera rockstar. Ho fatto una conferenza, un workshop per adulti e un paio per bambini, visto un paio di migliaia di ragazzini, firmato e disegnato almeno 400 album, fatto una decina di interviste, parlato alla radio in inglese, francese e italiano.
Insomma è stata una vera maratona.
Ma è finita ed è il momento di salutarci e di dire arrivederci all’Australia!

Salendo sul volo, io lo so che non ci crederete, ma ritrovo gli stessi bambini del volo di andata.
Perfetto.
Allaccio la cintura. Bambini modalità cry on.
Si torna in Europa!

 

5 cose che ho scoperto in Australia:

1 – Il Koala è l’animale con l’alito più profumato del mondo! (in effetti, mangia solo eucalipto)

2 – I wallaby sono decisamente più simpatici dei canguri.

3 – In Australia, come in Inghilterra, guidano dal lato “sbagliato”. E’ difficilissimo abituarsi.

4 – Gli australiani sono friendly e simpatici. La vita qui è “easy” ed è facilissimo abituarsi.

5 – Il burrumundi è buonissimo: sa di oceano ed è diverso da tutto il pesce che ho assaggiato finora.

 

5 motivi per tornare in Australia:

1 – In un’intervista che mi hanno fatto prima di venire mi hanno chiesto se preferivo Vegemite o Marmite e… in quindici giorni non ho assaggiato nè l’una nè l’altra.

2 – Le beetroot chips: se mister Thomas Chipman volesse sponsorizzare il mio viaggio, mi offro come testimonial.

3 – Fare una jam con Andrew. State pronti: suoneremo molto forte.

4 – Preparare a Justine le polpette sulle foglie di limoni che faceva mia nonna. Promesso!

5 – Vedere finalmente I coccodrilli mangiare qualcuno. Ci sarà un posto dove mangiano la gente, o no?

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