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Asterisk 10 cose che ho imparato rendendo il mio hobby un lavoro
18/04/2016 Morena Forza in Disegno per professione / 8 responses

Da consigli un po’ scontati e motivazionali come “Devi crederci” al disfattismo puro di certe frasi come “Non può essere un lavoro vero”, tutti hanno qualcosa da dirti quando vuoi tentare l’intentabile: provare a trasformare ciò che più ami in un impiego a tempo pieno.
Invece, molte sono le cose che scopri quando inizi una vera e propria attività come disegnatore, ma quasi nessuno ti racconta certi dietro le quinte.
Ecco cos’ho imparato io fino ad ora. (Tutte le illustrazioni sono di Chi Birmingham)

 

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  1. Partiamo dal segreto più inconfessabile, che alcuni arrivano perfino a negare: è probabile che all’inizio si debba fare un altro lavoro, per avviare l’attività di disegnatore. Può trattarsi di  un impiego del tutto estraneo al disegno, come preparare piadine, o vendere gelati, oppure consistere in un lavoro più creativo: grafica o art direction, per esempio.
    E non c’è niente di male, perché lo si fa per supportare il proprio sogno, facendolo diventare un vero e proprio progetto di vita.
  2. Non ci si sente mai pronti al cento per cento per cominciare.
    Nell’immaginario comune ed ideale, un bel giorno le nuvole si aprono nel cielo, una luce dorata ti illumina, senti il suono delle fanfare: “SEI PRONTO!”
    Invece, come spesso accade nella vita, i cambiamenti sono graduali e le scelte avvengono perché si tenta di fare qualcosa. Ed in effetti, pensandoci bene, qualunque inizio è sempre un passo nel vuoto. Avviare un’attività professionale, poi, è sempre un esperimento: nessuno ti dà la garanzia che funzionerà.
    Le capacità tecniche nel disegno devono essere decisamente avanzate, ma c’è una serie di abilità che si acquisiscono solo sul campo, lavorando.
    Viviamo in un’epoca iper-scolarizzata e forse per questo abbiamo l’ansia di dover sapere tutto subito, prima di fare qualcosa. Ma non è sempre possibile: a volte bisogna solo buttarsi per cominciare ad imparare, facendo.
  3. Per essere disegnatore professionista, non occorre “sfondare”.mug_birmingham
    Il mito della fama deriva un po’ dalla cultura televisiva in cui ci hanno fatto il bagnetto fin da bambini. Per noi nati fra gli anni Settanta ed i primi Duemila, infatti, è molto facile abbandonarsi a fantasticherie grandiose sull’essere invitati a grandi kermesse, dormire in hotel di lusso e passare la vita a firmare dediche ai saloni. Certo, è possibile, altrimenti fumettisti ed illustratori celebri e super incensati non esisterebbero, ma non è l’unico modo per essere disegnatori professionisti. Ci sono centinaia di illustratori e fumettisti che lavorano regolarmente senza apparire in eventi di rilievo. Disegnano dietro retribuzione (anche dignitosa!) e a volte perfino nell’anonimato. E ci si mantengono comunque.
    Questo è vero anche per altri lavori di stampo artistico che vengono spesso impropriamente associati alla celebrità: scenografi, musicisti, attori, cantanti, fotografi…
  4. Alcuni editori, famosi e corteggiati dagli illustratori e dai fumettisti, in realtà pagano una miseria.
    Nonostante si diano molte arie, alcuni prospettano compensi ridicoli, non si sa bene in cambio di cosa. Prestigio? Forse. Non l’ho ancora scoperto, per ora, ma tutto sommato forse non intendo neppure farlo.
  5. Anche il disegno è un’attività professionale regolarmente inquadrata in ambito fiscale. E’ un lavoro vero.
    Siamo d’accordo, disegnare è meraviglioso, altrimenti non staremmo qui a parlarne. Ma molti dimenticano che un mestiere di stampo artistico è pur sempre un lavoro come un altro. Per lo Stato stiamo producendo servizi e ricevendo una retribuzione. Siamo perciò ufficialmente collocati all’interno del mercato del lavoroPer questo rimane sempre nostro compito informarci su diritti e doveri che acquisiamo iniziando un’attività di disegnatori freelance. Esistono buoni commercialisti e centri CAF presso cui informarsi.
    Meglio invece lasciar perdere il metodo MioCuggino: “Ho sentito dire che…”, perché in Italia cambia tutto con ogni nuova finanziaria. E lo so che sono argomenti noiosi, ma meglio occuparsene seriamente prima per non pentirsene in un secondo, amarissimo, momento.
  6. Si è soli, in studio, ma non si lavora davvero da soli.ink_birmingham
    Se è vero che lavorare in proprio significa gestire orari e spazi con una certa libertà, questa deve essere compatibile con i ritmi lavorativi, che sono dati anche dal cliente o dalle persone con cui si collabora. Ci sono tavole che diventano una sorta di lavoro di gruppo; si ricevono osservazioni e modifiche anche da più di una persona per volta e quindi alla fin fine si lavora in squadra, anche dal proprio piccolo studio. All’inizio è difficile mettere da parte l’ego, ma col tempo si diventa meno gelosi dei propri disegni, ed è un toccasana. Si impara tanto.
    Inoltre, i ritmi di vita tipici dell’artista (che lavora di notte e dorme di giorno) devono spesso essere ridimensionati: a meno che non si lavori con un gruppo di persone che vivono oltreoceano, e si possa quindi contare sul fuso orario, la maggior parte delle redazioni, delle agenzie e degli studi con cui si collabora fanno orari d’ufficio.
  7. Vincere concorsi è piacevole, ma meglio non focalizzarcisi troppo. 
    Diciamocelo, partecipare è stimolante, vincere è una botta di adrenalina ed autocompiacimento. Male non fa. Ma non è il caso di “sentirsi sistemati”: il mito del “vincere un concorso e garantirsi una brillante carriera” è duro da sfatare. Mito fra l’altro molto legato al punto 3 di questa lista.
  8. Non ci sono solo i libri e i fumetti.books_birmingham
    In Italia siamo letteralmente ossessionati dai libri illustrati. Ma, per fortuna, il disegno si applica a molti altri tipi di commissione. Pubblicità, app, prodotti tessili, packaging, prodotti di cartoleria… la lista è lunga. Non solo, ma molti disegnatori mantengono la sana abitudine di trattare clienti privati. Vogliono bigliettini, magliette personalizzate, partecipazioni di nozze, cartoline per le festività e per i sacramenti, e costituiscono una fonte di onesto guadagno. A volte hanno anche molto più rispetto di quanto si possa pensare. Ho imparato a non snobbarli.
  9. Trovare tempo per disegnare in libertà diventa difficile.
    Questa è stata una delle lezioni più dure: quando si disegna tanto per commissioni, non rimane molta energia per pensare a idee proprie. Eppure bisogna sforzarsi di farlo, per non perdere il contatto col proprio universo artistico. In definitiva, trovare un equilibrio è molto impegnativo e non sempre possibile; almeno non in alcuni concitati periodi.
  10. Non esiste un punto di arrivo, quindi tanto vale godersi il viaggio.
    Quella del disegnatore è una professione che potenzialmente promette una crescita infinita. Si è migliorabili sempre, per tutta la vita e non esistono traguardi definitivi. E’ una delle ragioni per cui amo più questo lavoro e non rimpiango la mia scelta. C’è sempre possibilità di evolversi, di conoscersi, di mettersi alla prova e di sviluppare nuove ambizioni, progettare sfide sempre nuove.
    Non c’è limite alla crescita artistica che si può sperimentare impegnandosi con costanza e tenacia. Quella che oggi sembra la tavola perfetta, domani sembrerà acerba ed ingenua: non c’è uno solo dei miei libri o dei miei altri progetti, che guardo e non cambierei da capo o quasi. Ma
    è un buon segno, sempre, perché significa che c’è crescita, che la testa continua a funzionare e il lato artistico e professionale a maturare.

 

 

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Asterisk I diari bolognesi: una settimana dopo la Fiera del Libro per Ragazzi
15/04/2016 Morena Forza in Fiere&Saloni / 4 responses

Quest’anno, la Children’s Book Fair (ormai conosciuta fra gli addetti ai lavori come BCBF) è passata per la sua cinquantesima edizione: un compleanno davvero storico e speciale.

Come ogni anno negli ultimi sei, preparo giorni prima la valigia e poi subito prima di partire non voglio prendere il treno.
C’è sempre una certa tensione nell’aria, a partire dalle settimane immediatamente precedenti la fiera: a tratti entusiasmo, a tratti terrore, a volte un misto fra senso del dovere e svogliatezza più profonda.
Ma qualunque situazione interiore si concretizzi, quasi ogni anno riesco ad obbligarmi a salire sul Frecciargento Milano-Lecce, con un trolley sempre troppo pesante, la voglia di rivedere tante persone ed una buona quantità di materiale auto promozionale.
Scendo a Bologna la domenica pomeriggio, con l’intenzione di andare a dormire presto la sera prima e svegliarmi pronta e carica per il primo giorno di Book Fair. Io ci provo, ogni anno con rinnovata buona volontà, ma la verità è che non riesco mai ad entrare in BCBF prima delle dieci e mezza.

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Quest’anno ho condiviso una luminosissima casa nel cuore di Bologna con sette colleghe ed amiche: eravamo proprio otto sotto un tetto, con un bel soppalco ed una vista sugli antichi caseggiati bolognesi nel quartiere universitario. Volevamo trattarci bene e ci siamo brillantemente riuscite!
Equipaggiate di tè e tisane e di cibi stranamente sani, eravamo pronte a conquistare tutto.
Ogni mattina le mie coinquiline, battagliere e determinate, uscivano coi loro zaini in spalla e i loro trolley e così io mi sono ritagliata un’oretta per scrivere le mie consuete 3 pagine di diario giornaliere. E’ un’usanza che da quattro anni a questa parte non smetto di onorare nemmeno in viaggio, dopo aver letto “La via dell’Artista” di Julia Cameron. Anzi, soprattutto in viaggio! Lo trovo indispensabile per riordinare le idee.

Perciò, quella che segue è una spremuta di queste nove pagine a ruota libera in tre giorni di Children’s Book Fair. Spero vi intrattengano e vi siano utili in qualche modo. :-)
Buona lettura!

Lunedì 4 aprile

Non mi aspettavo niente di diverso: ho appena lavato le otto tazzine della colazione e spalancato tutte le finestre e in un attimo sono già le 10. C’è un sole pallido e fresco che illumina i tetti e gli sprazzi di verde che Bologna concede nel centro città. Un filo di vento passa frizzante fra le tende bianche e mi sta salendo in petto una strana miscela di emozione, entusiasmo e terrore da bolgia. In fin dei conti, ho imparato ad accettare il bagno di folla della Fiera, ma un brivido da immersione mi prende sempre la schiena al pensiero.
Quindi, mi preparo alla missione in modo quasi militaresco: quest’anno avrò anche il trolley da combattimento. Sistemo il cous cous ed un paio di bottigliette di acqua nella tasca frontale, dispongo tatticamente in borsa le scatolette dei biglietti da visita, la mia amata agendina con le anguriette (a chi interessasse, è una Kikki K) dove ho appuntato i mille incontri ed impegni che mi sono già pentita di aver preso, ma ai quali so che poi sarò inevitabilmente felice di aver partecipato.
L’ultimo tocco pre-fiera è il pass: ricontrollo cento volte di non averlo lasciato a casa.

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Il rumore delle ruote del trolley sui sampietrini in via delle Moline fa crescere l’eccitazione: in un attimo sono sul 28 e già da quel momento, mi accorgo di altre persone che indossano il pass (evidentemente infilato in un porta badge di edizioni precedenti). Ci guardiamo con una sorta di complicità da partecipazione, anche se veniamo da ogni diverso angolo di Mondo; qualcuno accenna un sorriso, con il viso già segnato dal viaggio del giorno prima.
La Fiera è già cominciata, ben prima di arrivare in Piazza Costituzione. Mi si stampa in faccia un sorrisetto di impazienza.

Dopo una ventina di minuti, arrivo ai tornelli: una rapida passata al codice a barre, qualche frettoloso passo sulla moquette magenta e verde e mi precipito a prelevare un porta badge per indossare il pass al collo.
E’ solo in quel momento, mentre lo sistemo districando i capelli rimasti impigliati nel gancetto, che il vero spirito da Fiera mi investe completamente.
Entrare nei padiglioni fieristici mi ricorda spesso il momento in cui al mare entro in acqua e aspetto di percepirla tiepida sulla pelle: ci vuole un po’.

Innamoramenti al Muro, come ogni anno!
Innamoramenti al Muro, come ogni anno!

Con un buon paio di scarpe da walking e tanta curiosità, faccio subito tappa alla mostra del Paese Ospite; la Germania mi stupisce con tavole davvero belle, ma che sento un po’ distanti dal mio sentire artistico. Come ogni anno rifletto sugli ingredienti di una tavola illustrata, non solo a livello tecnico ma soprattutto di vissuto, motivo per cui quasi sempre la provenienza di una tavola è molto intuibile.
La BCBF non è solo un crogiolo di stand, baracchini del gelato e caffetterie, di portfolio e di biglietti da visita: è soprattutto la dimostrazione che la diversità è qualcosa di bello, di godibile, che porta un’esperienza di apertura e conoscenza.

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Come di consueto, poi, più di una persona mi ferma per sapere dove abbia preso la mia bella borsa di Richard Scarry: cose che succedono solo ad una fiera come la Children’s Book Fair! Qualche indicazione: l’ho trovata in questa edizione di “La piccola grande enciclopedia” di Mondadori che mi è stata regalata qualche anno fa da un amico che sa come stupirmi (libro e borsa sono grandissimi).

Alle 12 mi sono diretta di corsa allo stand Autori di Immagini per disegnare dal vivo su di una gigantesca Wacom CintiQ 27” (straordinaria! Un vero sogno proibito e proibitivo, per adesso) e per spiegare come animo una GIF da un disegno in tradizionale. Eccolo in preparazione qualche giorno prima, pezzo per pezzo:
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Ed eccola finita:

 

Amo fare gif animate: su mio sito ne ho raccolta qualcuna.
Amo fare gif animate: sul mio sito ne ho raccolta qualcuna.

Poi, un paio di ore dopo, godendomi la poltroncina di velluto rosso dello stand (chi è stato in Fiera sa quanto sia raro sedersi su qualcosa di comodo e capirà il mio compiacimento) ho ricevuto un compatto gruppo di illustratori che hanno visitato lo stand per una book review, qualcuno arrivava perfino da Londra.
Mi sorprende sempre constatare quanto talento esista nel mondo, quante interpretazioni diverse della realtà che ci circonda, quante analogie fra me e i disegnatori che incontro. Così, c’è chi mi porta a far vedere zombie e spaccatutto, chi si occupa di stop motion con una certa classe, chi ho conosciuto ai miei corsi ed è cresciuto in modo sbalorditivo. E nonostante consigliare per quasi due ore filate sia impegnativo, la soddisfazione è tanta. Ripenso a quando, sei anni fa, ho deciso di intraprendere questa avventura che è il mestiere dell’illustratore.

Sonia, Giulia e Marta impegnate nello scambio di contatti. Sonia ha raccontato del suo taccuino annuale nell'ebook che ho rilasciato lo scorso anno dedicato alla BCBF.
Lavoro di gruppo: Sonia, Giulia e Marta impegnate nello scambio di contatti. Sonia ha raccontato del suo taccuino annuale nell’ebook che ho rilasciato lo scorso anno dedicato alla BCBF.

Fra incontri ed impegni, il lunedì è interamente passato: della Fiera ho visto poco e nulla e questo mi ha fatta sentire un po’ inghiottita dagli eventi. Comunque, le chiacchiere e le risate con le mie sette coinquiline ha lavato via qualunque stanchezza e timore. Mi sento a casa, per la prima volta in qualche anno di fiera.

Martedì 5 aprile

Accendo la radio, infilo in bocca una fetta di pane integrale, che sarà tutta la mia colazione, mentre apro il trolley e lo preparo a raccogliere nuovi cataloghi e cartoline, di cui amo fare incetta.
Il secondo giorno di fiera è diverso dal primo: il volume dei partecipanti è triplicato (argh!), ma ormai mi sento a mio agio e passare i tornelli mi dà già un senso di famigliarità.
Un’illustratrice americana ha commentato un video inerente gli stand con “my people!” (“la mia gente”) e non potrei essere più d’accordo: mi sento proprio dove dovrei essere, una sensazione di impagabile pienezza.
Scatto qualche fotografia, mi lascio trascinare da un turbinio di persone, di valigie e cartellette, poi chiamo Rosy e ci mettiamo diligentemente in fila per un colloquio ad uno stand italiano.

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Non mi era mai capitato di stare in coda più di due ore e vista l’ora di pranzo, il caldo ed il mal di piedi, in un attimo ci troviamo all’interno di un’esperienza estrema che mette duramente alla prova la nostra pazienza e soprattutto il nostro desiderio di lavorare con quell’editore. Proprio in quel frangente tocco con mano la passione per il mestiere che mi sono scelta.
Cose che alla BCBF possono capitare: arriva il nostro turno, gli art director se ne vanno per pranzo. Dopo circa un’altra oretta decidiamo di pranzare; al nostro ritorno, circa dieci minuti più tardi, gli art sono tornati e si è già riformata una piccola fila.
E’ in momenti simili che gli sgabelli e le poltroncine degli stand diventano senza ombra di dubbio l’oggetto del desiderio di ogni visitatore fieristico.
Com’è naturale, il portfolio viene sfogliato in meno di un minuto, ritorniamo a disperderci fra la folla.
Con noi c’è anche Jieun Kim, un’illustratrice coreana con cui è molto interessante chiacchierare, e che abbiamo conosciuto per caso e con molta gioia.

Rosaria si presta come modella con in mano la mia nuova creatura :-) proud mommy!
Rosy si presta come modella per la mia nuova creatura :-) proud mommy!

E, a proposito di gioia: nello stand Giunti spicca la collana dei Colibrì, che è stata presentata mentre soffrivo in coda per un colloquio, e fra cui è presente il mio nuovo libro “L’estate di Nico” scritto da Luigi Ballerini, che ho illustrato all’inizio dell’anno con molto amore.
La BCBF è un’occasione preziosa anche per incontrare il mio agente: mi dicono in stand che il portfolio sta ricevendo molti consensi e questo mi galvanizza il tanto che basta a non lasciarmi morire in qualche angolo ricoperto di moquette.
Il bilancio della giornata è positivo, con qualche nota amara che avevo messo in conto e che non copre per nulla la felicità di queste giornate.

La Supercricca, foto sperimentali a pancia piena
Parte della supercricca bolognese, foto sperimentali  (per non dire molto adolescenziali )a pancia piena da Rosso San Martino

La cena organizzata da Autori di Immagini risolleva l’umore, grazie ad una serata carica di risate, giochi e progetti, per non dimenticarci mai che il disegno è qualcosa che nasce proprio dal desiderio di giocare e di immaginare. Alla sua forma acerba ed istintiva è un concentrato di divertimento, qualche volta è bene tenerlo a mente. :-)

Mercoledì 6 aprile

Non riesco a credere che la Fiera sia quasi terminata: mi sembra che solo due ore fa abbia messo piede su questo parquet, ed ora ho appena svuotato l’armadio per rifare la valigia.

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Un padiglione particolarmente tranquillo

Sera
E’ stata una mattinata frenetica e concentrata: la partenza era fissata per le 17. Dopo un paio di colloqui ho finalmente trovato un ritaglio di tempo per passare a salutare lo staff di Giralangolo, che ieri dava la festa per l’uscita di “Biancaneve e i 77 nani” (ne avevo parlato in questo post), a cui non sono riuscita a presenziare per via di una folta folla e la fila allo stand del famigerato editore italiano.
Ricevo una copia firmata da Davide Cali e Raphaëlle Barbanègre, che mi ha dedicato un nanetto strabico a cui voglio già molto bene.
Con grande fretta e concitazione ritorno allo stand AI per la book review di Giulia Orecchia. E’ un’autrice cardine per me, visto che i suoi libri mi hanno accompagnata per gran parte della mia infanzia. Ricevo da lei consigli davvero illuminanti per il mio portfolio, che non vedo l’ora di riorganizzare con nuovi criteri.
Subito dopo mi dirigo da Edizioni Corsare, dove cerco Manuela Mapelli per poterla salutare: come spesso capita in fiera a tutti noi, è impegnata in una fitta conversazione in un angolo-salottino dello stand.

 

Caffè degli autori
Caffè degli autori

Ogni anno mi trovo a dover accettare che riuscire a rivedere tutti è davvero impossibile, anche se siamo concentrati da ogni parte di Italia e di Mondo all’interno di questi enormi e luminosi padiglioni.
Riesco ad incrociare qualcuno, farci due chiacchiere più o meno frettolose, la gioia di rivedere amici e colleghi è fugace ma preziosa; il mercoledì siamo quasi tutti piuttosto stanchi e stropicciati, ma più a nostro agio.
Viene improvvisato un pranzo fra i padiglioni 26 e 27: ci raccogliamo numerosi in cortile, seduti sulle grosse piastrelle a rilievo, al sole, ci scambiamo impressioni e ci aggiorniamo sui rispettivi lavori e su qualche strappo di vita.
Qui Jieun ritrae alcune di noi e la osserviamo rapite, ammirando la sua capacità di sintesi: siamo tutte molto riconoscibili!

Siamo tutte molto riconoscibili!
E così, sì, siamo state anche ritratte!

Incontro anche Marianna, una mia ex corsista e per me è un momento fortissimo: all’inizio non la riconosco per quanto è cambiata!  Sono felice di trovarla bene, molto cresciuta a livello personale ed artistico, radiosa e perfettamente a suo agio all’interno della Fiera. Mi ricorda perché ho iniziato ad insegnare: non potrei mai fare a meno di questa soddisfazione, di sentirmi utile e di aiuto.
Vedere andare avanti qualcuno a cui hai insegnato è motivo di immenso orgoglio, e la voglia di tornare a Roma con Il sogno e il mestiere è salita a mille con un non indifferente livello di impazienza!

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Le 16 arrivano in un attimo e, a malincuore, saluto le mie coinquiline bolognesi che mi hanno permesso di affrontare questa Fiera con grinta, ottimismo e quella giusta dose di leggerezza indispensabile per non impazzire o anche solo scoraggiarsi.

In Stazione, davanti ai tabelloni delle partenze, siamo in tanti ad indossare ancora il pass nella sua fettuccia rosa acceso. Siamo illustratori, autori, ma anche editor, art director, traduttori, librai e bibliotecari… Perché ognuno in Fiera trova la sua dimensione, in un’emozionante mescolanza di sfaccettature complementari ed essenziali. E perché, per quattro giorni, sappiamo di invadere pacificamente un’intera città fuori e dentro i padiglioni fieristici.
Al prossimo anno, Bologna!

Un grande GRAZIE per aver reso bella la mia fiera a Autori di Immagini, Giralangolo, Wacom e Scuola Internazionale di Comics di Firenze 
Un GRAZIE gigantesco, in ordine sparso, a Sumi, Rosy, Sonia, Licia, Marta, Giulia e Sara per aver reso questa BCBF non solo bella, ma davvero unica!
Pronti per il prossimo anno?
Pronti per il prossimo anno?
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Asterisk Quella volta che alla Fiera di Bologna… – Di Davide Calì
02/04/2016 Morena Forza in Editoria&Scrittura / 3 responses
Edizione 2013 della Children's Book Fair di Bologna. Foto di Christoph Peter
Edizione 2013 della Children’s Book Fair di Bologna. Fotografia di Christoph Peter

Sono tante le storie che, ogni anno, si incrociano alla Bologna Children’s Book Fair. Sono storie piccole o grandi, storie di persone e, naturalmente, di libri.
Ognuna mi insegna qualcosa oppure mi diverte e mi ricorda che non esiste mai una sola verità; a questo giro a raccontare alcuni frammenti di Fiera è Davide Cali, che nel corso di questi anni ha firmato alcuni tra i più interessanti post per Roba da Disegnatori.
Devo essere sincera, non pensavo che ad un autore famoso potessero succedere certe cose! :-)
Quali sono le vostre storie più buffe legate alla Fiera?
Buona lettura.

Quella volta che alla Fiera di Bologna…

di
Davide Calì
Quest’anno torno alla Fiera di Bologna dopo un paio di anni di assenza ed alcune edizioni alle quali sono andato solo per qualche conferenza o una seduta di dediche. In realtà già l’anno scorso ero andato per tre giorni, ma in modo un po’ disorganizzato, senza prendere impegni.
Per l’edizione 2016 invece ho l’agenda piena. Il fatto è che, se per qualche anno ho fatto a meno della Fiera perché ho lasciato lavorare gli agenti e perché gli editori francesi li vedo già in Francia, in tempi recenti ho cominciato molte collaborazioni con editori non francesi e l’unico modo per vederli è a Bologna.
In questi giorni ripensavo agli incontri che ho fatto nel tempo nei quattro fatidici giorni di Fiera e mi è venuta voglia di condividerne qualcuno con voi.

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Sonja Bougaeva “Marlène Baleine” © Sarbacane – Edito in Italia da Terre di Mezzo


Quella volta che…

mi hanno detto che il mio personaggio 
era grasso nel modo sbagliato

Era la prima volta che portavo in giro un progetto. Era una serie con un personaggio buffo, che poi non è mai stata pubblicata. L’ho mostrato a diversi editori, anche importanti, ma ero ancora all’inizio, nella fase in cui cerchi un parere da chiunque. In un momento di pausa mi trovavo davanti a uno stand collettivo di editori africani. A un tavolo c’era un signore dall’aria gentile, incrociamo lo sguardo, lui sorride e io gli chiedo se vuole vedere un progetto.
Lui, cortese, mi fa accomodare, sfoglia con cura la mia maquette, poi mi dice che gli editori in Africa sono poveri, che non mi sarebbe convenuto lavorare con loro, ma soprattutto che lavorano a libri educativi, per insegnare ai bambini piccole norme come lavarsi i denti ecc.
“E poi,” aggiunge, “il tuo personaggio non andrebbe bene perché è grasso nel modo sbagliato.”
Proprio così, grasso nel modo sbagliato.
Sbagliato perché è grasso come un bianco. Nei libri africani personaggi facilmente sono neri, ma cambiargli colore non basta. “Dovrebbe essere anche grasso come un nero, perché forse non ci hai fatto caso, ma noi ingrassiamo in modo diverso.”
Senza volere, l’editore quel giorno mi ha dato un grande insegnamento. Quando pensi di vendere il tuo lavoro in un Paese diverso dal tuo non basta tradurlo in una lingua comprensibile, ci sono tante cose che devi tradurre, e tutto ciò che dai per scontato può essere diverso. Anche un uomo sovrappeso.

"Io aspetto" Davide Calì Serge Bloch Kite Edizioni
Serge Bloch “Moi, J’attends” – © Sarbacane Edito in Italia da Kite Edizioni


Quella volta che…

mi hanno detto che non ero
abbastanza originale

Erano i primi anni in cui cercavo un editore francese. Allo stand collettivo del Padiglione 30 penso di averli visitati tutti più volte. I miei progetti piacevano ma nessuno riusciva a trovargli un posto nel proprio catalogo. Parlai anche con una casa editrice molto ambita da tutti all’epoca. L’editrice sfogliò i miei progetti, poi mi congedò dicendo che non andavano bene e aggiunse, con una punta di antipatia, che non erano sufficientemente originali per il loro standard. Per quanto le critiche sul tuo lavoro possano bruciare, non credo di averle mai serbato rancore per quel commento un po’ saccente. Pochi anni dopo però ci siamo rincontrati a una cena. Veniamo presentati, anche se io mi ricordavo di lei. Quando sente il mio nome lei sembra seccata.
“Ah, – mi fa “così è lei è quello che si è preso il mio premio!”
Avevo appena vinto il Baobab con Moi, j’attends, un premio che contava di prendere lei con un suo libro. Ma non penso di averlo sottratto a nessuno con intenzione.
A quel punto avrei dovuto dirle, “Sì sono proprio io, quello che solo due anni fa non ti sembrava sufficientemente originale, gnà, gnà, gna!
Invece ho fatto un sorrisetto stitico e mi sono allontanato verso il buffet per vedere se erano rimaste tartine al salmone.

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Catarina Sobral “A casa que voou” © Bruàa


Quella volta che…

mi hanno detto che dovevo
mettermi in fila

Questa è una cosa strana che mi è capitata pochi anni fa. Ero già famoso e infatti quando chiedo appuntamento a questo editore spagnolo mi risponde che sarà felicissimo di vedermi. Quindi mi dà un appuntamento in Fiera.
Quando arrivo allo stand vedo che c’è una fila di ragazzi che aspetta di far vedere il portfolio. Mi avvicino allo stand e dico chi sono e che ho un appuntamento con l’editor. La persona dall’altra parte mi dice di mettermi in coda. A questo punto ripeto che ho un appuntamento e le porgo il biglietto da visita. Lei lo guarda con sufficienza, poi mi indica la fila.
Se ve lo state chiedendo, no, non mi sono messo in fila.
Non li ho più cercati e altrettanto hanno fatto loro.

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Benjamin Chaud “I didn’t do my homework because…” © Chronicle Books – Edito in Italia da Rizzoli


Quella volta che…

mi hanno detto che ero
un genio

Credo che sia l’episodio in assoluto più divertente che mi è capitato in Fiera.
Cercavo un agente e non sapendo da dove cominciare ho fatto quello che forse, ingenuamente, all’inizio fanno tutti. Ho consultato la lista degli agenti in Fiera e dopo aver selezionato quelli che, guardando il loro sito, mi sembravano adatti, li ho contattati spiegando cosa facevo. L’unica a rispondermi per farmi un appuntamento è un’agente americana.
Quando arrivo alla reception e faccio il suo nome mi presentano una signora dall’aria molto simpatica. La signora comincia a guardare i miei progetti e non nasconde un certo apprezzamento. Una pagina dopo l’altra mugola letteralmente di piacere davanti al mio lavoro, finché non esplode in un “Oh my gosh, this si wonderful!” quindi scatta in piedi e chiama suo marito che ha un appuntamento in un altro cubicolo.
Devi venire qui, questo ragazzo E’ UN GENIO! 
Il marito lascia l’appuntamento al suo cubicolo e viene a vedere il mio lavoro.
Seguono 5 minuti buoni di mugolii di approvazione che sembrano preludere a un vero orgasmo. Io rimango calmo. Dentro di me faccio le capriole suonando le maracas, ma fuori mostro una perfetta faccia da poker. Aspetto che abbiano finito di sfogliare l’ultimo progetto e poi cerco la conclusione. Gli è piaciuto tutto (piaciuto è un pallido eufemismo) per cui mi sento di poter chiedere “Quale progetto pensate di rappresentare?”
“Rappresentare? Ah, nessuno, noi ci occupiamo solo di romanzi. Ma grazie di essere passato!”

Se fosse una sit-com, a questo punto partirebbero le risate registrate.

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Raphaëlle Barbanègre “Bons baisers ratés de New York” © Gulf Stream

In Fiera può succedere di tutto

Ho imparato che alla fine non esistono incontri veramente inutili. Tutto quello che ti capita acquista un senso con il tempo. Infatti:

  • Ho seguito il consiglio di guardare come ingrassano le persone e ora quando viaggio è diventato un mio gioco: osservare le persone e cercare di indovinare da dove vengono. L’editore aveva e ragione: non solo bianchi e neri ingrassano in modo diverso, ma anche tra i bianchi una pancia può raccontare molte cose.
  • L’editrice che mi aveva cassato in modo un po’ antipatico non l’ho più vista. La casa editrice che era stata molto rivoluzionaria negli anni 90 ora produce libri molto più comuni.
    La ruota gira per tutti ed è difficile rimanere sulla cresta per sempre.
  • L’editore spagnolo che mi chiese di mettermi in fila ho saputo poi che è uno di quelli che non paga. Forse alla fine, quella scortesia allo stand è stata provvidenziale e mi ha evitato delle seccature.
  • Quanto all’agente americana, dopo qualche anno ne ho trovata una super, con cui lavoro benissimo. Ma insomma, per tutto ci vuole tempo e perseveranza.

E forse sì, un pizzico di fortuna ogni tanto, non guasta.

FINE

Davide Cali terrà un corso di scrittura per l’infanzia a Padova il prossimo giugno, da Artelier. Super consigliato, visto che ho partecipato un paio di anni fa: ne avevo scritto qui su RDD.

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Asterisk Mamma, ho perso l’aereo… E sono finito in un libro!
24/03/2016 Morena Forza in Illustrati / No comments

In questi giorni di pre e post operatorio mi sto perdendo nei meandri delle mie memorie d’infanzia.
Se non credete che si tratti di una grave ricaduta, allora vi racconto che da una settimana mi guardo delle puntate di Giochi senza Frontiere, sospirando e gioendo come se i miei nove anni fossero prepotentemente tornati nella mia vita.

Ci sono anche modi più sani di rivivere i cult di noi figli degli anni Ottanta e Novanta, però, e ne ho appena trovato uno: il libro illustrato di “Mamma ho perso l’aereo” (“Home alone”), ispirato al film di Chris Columbus del 1990.

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La cover di “Home Alone” scritto da John Hughes e illustrato da Kim Smith

Come si può non ricordarlo con una soffice nota di malinconia? Soprattutto richiamando la colonna sonora composta da John Williams, che solo qualche anno più tardi ci avrebbe nuovamente stregati e coccolati con quella di Harry Potter.
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Devo dire la verità, vorrei tanto aver trovato questo libro sotto Natale; comunque è finito nel mio carrello Amazon alla velocità della luce, perché Kim Smith ha fatto un lavoro fantastico, riuscendo a disegnare una sua interpretazione dei personaggi, pur mantenendoli fedeli agli originali.

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Joe Pesci e Daniel Stern sono perfetti!

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Non vedo l’ora di sfogliarlo con Carol of the bells in sottofondo e la mia annuale scatola di shortbreads da sgranocchiare in compagnia di un bicchiere di latte caldo.

Solo una curiosità mi rende davvero impaziente, comunque: ma Fuller ci sarà, VERO?

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Asterisk Le cose che servono per disegnare
22/03/2016 Morena Forza in Creatività / 4 responses

Ieri sera Marianna Balducci (altresì conosciuta come #chidisegna) ha disegnato e pubblicato questa dispensa di verità.

© Marianna Balducci
© Marianna Balducci

Il talento, la buona mano, un pizzico di magia… Tutte cose che migliorano il disegno, ma stiamo attenti a non idealizzare troppo!
Imparare che ci occorre tanto tempo per ideare, tracciare e migliorare, ci fa acquisire più rispetto per ciò che facciamo. :-)

Per seguire le spiritose e veritiere tavole di Marianna:

Il suo sito
Il suo account Instagram

 

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Asterisk L’antico catalogo Faber-Castell, prima che fosse Faber-Castell
12/03/2016 Morena Forza in Varie / 2 responses

Gli artigiani della matita vennero registrati per la prima volta nella città imperiale di Norimberga attorno al 1660. Nel tempo, diversi di loro aprirono delle botteghe nei dintorni della città, soprattutto a Stein. Proprio in quest’area godevano di maggiore libertà, non essendo soggetti ai severi controlli tipici di Norimberga.
Qui Kaspar Faber iniziò la sua attività, lavorando per dei mercanti locali e continuando a fabbricare matite per conto proprio nel tempo libero.
Nel 1761 si decise ad aprire la sua piccola attività commerciale, un vero e proprio negozietto, diventando in poco tempo un artigiano di successo; a differenza di molti altri, era uno sperimentatore e dopo qualche anno migliorò le sue matite aggiungendo alla grafite altri preziosi componenti che ne garantivano una maggiore resistenza ed una migliore resa.

Così crescevano, lente ma inesorabili, le radici di quella che sarebbe diventata un’azienda leader nel settore delle Belle Arti e degli articoli da ufficio:  Faber-Castell. Kaspar Faber visse un’impresa di successo, ma pur sempre di modeste dimensioni, soprattutto considerata l’epoca in cui era nata.
Avrebbe mai potuto immaginare che la sua ambizione di artigiano potesse spingersi così lontano? Io sono un’affezionatissima consumatrice Faber-Castell, soprattutto da quando ho imparato a conoscere i suoi prodotti sperimentandoli con L’Arte del Disegno (edito da De Agostini). Ma solo oggi ho scoperto la sua storia plurisecolare!

L’affascinante catalogo di litografie che riporto in questo post è datato 1897; per questo il marchio riportato è ancora Faber. Solo nel 1903 si consolidò in Faber-Castell, così come lo conosciamo oggi. Il marchio, ancora “incompleto” rende questo documento storico ancora più interessante.

Come si vede, i prodotti erano destinati non solo ai disegnatori in senso stretto, ma anche ad altre professioni, come il sarto o l’impiegato.

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Per leggere la storia completa del marchio Faber-Castell, rimando a questo articolo (in inglese).

Grazie a Stephen Ellcock per l’interessante segnalazione.

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Asterisk 5 ottimi motivi per regalare materiale artistico a chi disegna
07/03/2016 Morena Forza in Disegno / 3 responses

Quanti Natali e compleanni mi trovo a scartare maglioni, sciarpe, ombrelli e cosmetici. Solitamente graditi ma, per essere sincera fino in fondo, mai come potrebbero esserlo una confezione di pastelli o un nuovo blocco di carta ruvida.
Se come me, a volte avete bisogno di far capire a chi vi vuole bene cosa può regalarvi (e perché) ecco l’elenco di 5 ottimi motivi per regalare a chi disegna qualche provvista artistica! Fate arrivare questo elenco a chi di dovere ;-)

5 ottimi motivi per regalare materiale artistico a chi disegna
  1. I materiali artistici si deteriorano molto, molto lentamente e per questo durano tantissimi anni (se non vengono utilizzati prima).
    Possiamo dire lo stesso di maglioni che si infeltriscono al primo lavaggio o di una candela profumata?
  2. I prodotti di Belle Arti esistono in gamme e varianti pressoché infinite. C’è davvero l’imbarazzo della scelta! E poi, un pastello non vale l’altro: ogni prodotto ha la propria consistenza e le proprie caratteristiche. Io per esempio posseggo orgogliosamente diverse sfumature e marche dello stesso colore. Le provviste artistiche sono come i libri: impossibile averne troppe!

    Tre sfumature di turchese. Da sinistra: Stabilo Softcolor |Lyra Rembrandt Aquarell | Caran D'Ache Prismalo
    Tre sfumature di turchese. Da sinistra: Stabilo Softcolor | Lyra Rembrandt Aquarell | Caran D’Ache Prismalo
  3. Gli articoli d’Arte e disegno sono belli da vedere. Noi disegnatori in un colorificio ci sentiamo come bambini in un negozio di caramelle. No, sul serio, qualunque cosa scarteremo staremmo a rimirarla per ore. Non serve che siano incartati prestigiosamente: gli articoli da disegno sono talmente gratificanti a livello visivo che non serve altro per fare colpo.
  4. Quando si regalano articoli di Belle Arti a chi disegna o dipinge, si dimostra di appoggiare la naturale inclinazione di chi riceve. Non si tratta di un bagnoschiuma o di un anonimo paio di guanti, ma di trovare un modo di dire “Penso davvero a te e a quello che ti piace; ti supporto.” E’ un messaggio bellissimo e molto più sentito di tanti altri tipi di regalo.
  5. Un album o una confezione di pastelli sono molto più che beni: sono possibilità. Ogni prodotto di Belle Arti è una promessa, un potenziale: basta pensare quante cose ci sono dentro una matita! Quando scartiamo una confezione di acquarelli, noi amanti del disegno pensiamo subito a cosa potremo raffigurare. In quella confezione è racchiuso un sogno. E qualcuno ce l’ha regalato. Non vorreste regalare un sogno? Non c’è niente di più bello.

Alcuni dei miei amici e partner hanno avuto a lungo il timore di regalarmi oggetti sbagliati o inutili; ma, se è vero che di inutile non c’è nulla in ambito di materiali artistici, ecco comunque qualche piccola linea guida per non sbagliare praticamente mai.

 

Fonte: Artsy Theology

Qualche consiglio per l’acquisto di prodotti artistici di vario tipo:

  • Non è detto che donare dei materiali artistici costi di più rispetto alla scelta di idee regalo più classiche: si possono acquistare anche pastelli sfusi, godet e tubetti singoli, albi schizzi oppure qualche strumento particolare come il tombow eraser,  il supporto per lapis, il pennello con serbatoio, ancora non conosciuti da tutti e quindi particolari e spesso desiderati.
  • Regalare dei media diversi da quelli solitamente usati dal destinatario, gli consente di sperimentare: non sottovalutate questa possibilità! Non ho ancora utilizzato una bella scatola di pastelli a olio che mi hanno regalato un po’ di tempo fa, ma mi piace sapere che quando sarò ispirata per usarli, saranno lì ad aspettarmi.
  • Uno dei regali con cui si va più sul sicuro sono i kit disegno (io ho questo di Derwent). Solitamente contengono matite di diversa gradazione, a volte sanguigna, sfumini, grafite e carboncini.
  • Il regalo più impegnativo (su cui pensarci più sopra rispetto al resto) sono gli olii: non tutti hanno il giusto spazio per maneggiare sostanze così forti, comprese quelle accessorie come l’acqua ragia che ha un odore irrespirabile. Meglio chiedere al ricevente, in certi casi.
  • Non dimenticare portamatite, astucci, contenitori, cavalletti e supporti per disegnare. Anche di questi, non se ne hanno mai abbastanza!
  • Valutare l’acquisto di prodotti artistici con qualche particolare originale, come quelli di cui ho parlato nella newsletter di febbraio. Matite ecobio, temperini, portapenne e contenitori di design, vernici per disegnare sulle proprie mura domestiche… La creatività è sconfinata, e così ciò che serve a metterla in atto!
  • Non trascurare un regalo sempre bello e giusto: il libro. Manuali e artbook sono numerosi e ricchi di spunti per ispirarsi e trovare la scintilla per mettersi a disegnare, imparare e divertirsi, naturalmente.
  • Se il budget è limitato, puntare sui prodotti di fascia “student”, come la chiama Winsor&Newton, ma presente sotto altri nomi (come Class) in marchi differenti. Attenzione, diciture come “student” sono diverse da “school” o “kids” , che sono pensate per i bambini.
  • Compatibilmente con gli impegni e i ritmi di vita e lavoro del ricevente, regalare un corso, anche breve, è un’ottima idea. I corsi sono un modo per prendersi cura non solo del proprio disegno, ma anche del proprio tempo personale e della propria interiorità. Imparare e migliorarsi dovrebbero essere costanti nella vita di tutti; figuriamoci per chi disegna.
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Asterisk Migliaia di reference fotografiche per gli appassionati di manga
05/03/2016 Morena Forza in Disegno / No comments

Non è una novità: gli appassionati di disegno manga sono sempre di più, in tutto il mondo.
Negli anni si sono susseguite diverse pubblicazioni destinate agli aspiranti mangaka, soprattutto pensate per chi giapponese non è. In Italia, per esempio, sono molto famosi i volumetti di Euromanga Edizioni, dedicati all’anatomia, alla progettazione dei personaggi, ai personaggi maschili, a quelli femminili e perfino alla prospettiva ed alla sua applicazione. All’estero spopolano libri ancora più strettamente tematici, dedicati per esempio ai chibi o ai vampiri ed altre creature in stile manga.

Un disegno realizzato seguendo la reference di mmanga.net
Un disegno realizzato seguendo la reference di mmanga.net

Se la tecnica può essere affinata, però, rimane la difficoltà nell’ottenere pose ed ambientazioni convincenti per le proprie storie: proprio per questo, Manga no Shiryo propone per poco più di 16 dollari (pari a 1.980 yen) una serie di risorse fotografiche (reference) relative a pose ed inquadrature, ma anche sfondi e abbigliamento di personaggi manga.

Così, lo stesso personaggio si muove in queste fotografie in diverse pose, atteggiamenti ed angolazioni aiutando chi disegna a variare il più possibile il trattamento del soggetto.

manga reference manga reference

 

Unica pecca: il sito, come accade per molti siti asiatici, è solo in giapponese. Esiste però la possibilità di utilizzare un traduttore integrato al sito per gli acquisti fuori dal Giappone.

Conoscete altre risorse di questo tipo? Segnalatele nei commenti. Sayoonara! :-)

 

fonte: rocketnews24

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Asterisk “Impersonation”, un corto che racconta l’incontro e l’identità
03/03/2016 Morena Forza in Animazione / No comments

Un ragazzo ed una ragazza si incontrano; lei cerca inutilmente di attirare la sua attenzione. Ma le cose potrebbero essere più complesse di come sembrano in apparenza.
Proprio come nella vita di tutti i giorni.

Impersonation”, corto di Boyoung Kim, ha vinto nel 2013 il Going Underground Award e il gran premio della quarta edizione dell’Hong Kong International Mobile Film Festival l’anno successivo.
La fumettista e animatrice indipendente sudcoreana ha esplorato altre volte il tema della trasformazione e della metamorfosi e, specularmente, quello dell’identità; e l’ha fatto non senza una certa poesia, firmando i suoi elaborati con una piccola dose di delicata alienazione.

Impersonation Boyoung Kim

 

Per dare un’occhiata ad altri suoi lavori: PortfolioAccount VmeoAccount Instagram

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Asterisk Forms in Nature: Scienza e Bellezza per scoprire l’Universo
24/02/2016 Morena Forza in Animazione / No comments

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Chi l’ha detto che scienza, geometria, Natura e magia siano così inconciliabili fra loro come a volte vogliono farci credere?
Il video “Forms in nature – understanding our universe” dello studio di animazione Chromosphere di Los Angeles vuole valorizzare il legame fra questi elementi apparentemente distanti: ci riesce perfettamente e mostra come siano proprio lo studio e l’osservazione a permettere di percepire la magia in ciò che ci circonda.
Così, con la scelta di un trattamento piatto dell’immagine, colori e geometrie ci accompagnano alla scoperta del mondo e dei suoi abitanti in un gioco di luci e bagliori davvero ammaliante.

Buona visione!

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