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Asterisk Omero – Scrittori che raccontano libri
10/09/2017 Morena Forza in Editoria&Scrittura / No comments
Promozione alla lettura: tutti i dettagli del progetto Omero

Un’idea di: Davide Calì
Progettazione e organizzazione: Mariapaola Pesce (contatti: mariapaola.pesce@gmail.com )

L’Italia è ancora oggi una nazione in cui bastano 10 libri l’anno per decretare un forte lettore. Spesso la lettura viene percepita come un dovere scolastico, il libro un media sorpassato.
E’ l’era del multitasking, in cui si produce tempo e lo si ottimizza.
Con la lettura questo non avviene: leggendo il tempo si consuma facendo una sola cosa alla volta.

E quindi, serve ancora leggere, in un mondo in cui chiunque può raggiungere ogni informazione mentre gioca, ascolta musica e manda messaggi?
Secondo noi la risposta è sì: sì, per conoscere, sì per incuriosirsi, sì per aumentare le capacità del nostro cervello di funzionare, approfondire, concentrarsi.
Sì perché, a cosa serve creare tempo se poi non lo si utilizza per arricchirsi facendo qualcosa di utile e divertente?

Omero è un corso di formazione per insegnanti, bibliotecari ed operatori culturali come non lo avete mai ascoltato prima: un modulo didattico innovativo e tradizionale al tempo stesso, che risponde alla continua richiesta di strumenti di aggiornamento e di dialogo tra modernità e classici.

12 Autrici e autori italiani di narrativa contemporanea raccontano quelle che secondo loro sono le pietre miliari, gli imperdibili, i fondamenti della letteratura di genere: ciascuno con il suo stile, con il suo gusto, la sua cultura, vi prenderanno per mano per condurvi in una piacevole passeggiata attraverso i libri, con una serie di percorsi tematici e didattici da portare a scuola o in biblioteca, pensati per formare e incuriosire chi ha il compito di avvicinare al libro bambini e ragazzi e raccontati con la loro stessa lingua.

Sei ore per autore, 30 libri a incontro. Una maratona di affabulazione che mescola, collega e distingue autori classici e scrittori emergenti, stili e linguaggi differenti, approcci e narrazioni e vi fornirà contenuti, idee, suggerimenti e spunti per saper a vostra volta rispondere alle esigenze di un pubblico giovane e curioso, spesso diffidente nei confronti di un’offerta che non tiene conto del presente o che, partendo dal presente, non sa consigliare origini e vie d’uscita.

Scrittori e argomenti

Davide Calì
racconta 30 album illustrati
e 30 graphic novel

Teo Benedetti
racconta 30 fumetti
e 30 fiabe vere

Francesca Scotti
racconta il Giappone
in 30 manga, film, romanzi e serie TV

Mariapaola Pesce
racconta 30 romanzi e film sull’Olocausto

Andrea Tullio Canobbio
racconta 30 libri nonsense nella letteratura italiana

Daniele Nicastro
racconta 30 romanzi di formazione (classici e moderni)

Tommaso Percivale 
racconta 30 romanzi d’avventura

Pierdomenico Baccalario
racconta 30 libri fantasy

Davide Morosinotto
racconta 30 romanzi di fantascienza

Biografie e contenuti

Cliccare qui per scaricare il programma di ogni modulo e le biografie degli scrittori.

Offerta e condizioni economiche

Gli incontri sono rivolti ad un pubblico di insegnanti di primo e secondo ciclo elementare, scuola media inferiore e superiore e licei; bibliotecari; animatori ed operatori culturali, senza limite al numero dei partecipanti.

E’ possibile acquistare gli incontri singoli oppure abbinarne più di uno, costruendo un percorso didattico personalizzato. Le combinazioni possibili sono innumerevoli: ad esempio la fiaba in abbinamento con il fantasy, il fumetto con l’intervento sul Giappone o la graphic novel, o ancora l’olocausto con la letteratura di formazione.

Per i partecipanti sarà disponibile una scheda didattica, attraverso la quale consolidare gli apprendimenti e strutturare percorsi di lettura e progetti successivi.

Ore di lezione per modulo (1 giorno): 6

Budget: 480 euro a modulo (1 giorno, 6 ore di lezione) + spese a parte (viaggio, hotel)
Dispense: ogni corso è accompagnato da una dispensa che propone usi didattici e riflessioni, da scaricare in pdf.

Roba da Disegnatori promuove questa iniziativa, ma non è in alcun modo coinvolto nella sua organizzazione. Per info e contatti: mariapaola.pesce@gmail.com

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Asterisk Una scatola di acquerelli e vecchie paure
09/08/2017 Morena Forza in Varie / 4 responses

Sono un tipo ordinato e piuttosto deciso: per questo non tengo i sogni nel cassetto. Preferisco metterli in pratiche scatole etichettate.

Pur ordinate ed organizzate al millimetro, le mie scatole grigie foderate a quadretti possono restare chiuse per anni. Ed è stato proprio così per quella dedicata al materiale da acquarello.

Negli anni ho buttato barattoli troppo bassi, stracci consumati, pennelli con le setole impazzite. Ho anche comprato nuove cose, perché mi piace pensare che nel caso mi prenda “l’attacco d’arte” ho tutto pronto per l’occasione. Per lo stesso motivo, in un mobile attiguo, conservo da cinque e otto anni, degli enormi album da acquarello ancora nuovi, con carte molto diverse fra loro. Non posso mai sapere dove cadrà la preferenza quando li userò.

Dietro la loro triste immobilità c’è una storia, che però è contenuta nella scatola grigia e foderata a quadretti, e poi nel cofanetto Cotman di Winsor&Newton al suo interno, che avevo comprato nel 2009 per un viaggio.

Non apro questa scatola da tantissimo tempo. Due o tre anni. Ho un reverenziale timore 😰

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Qualche volta l’ho riaperto solo per guardarci dentro con aria malinconica oppure annusare i godets, col loro profumo di sogno infranto; altre volte invece ho preparato un bicchiere di acqua prima di farlo, con la chiara intenzione di dipingere, e un’allarmante soggezione nel petto.
C’era sempre qualcosa che mi spingeva a rovesciare l’acqua ancora pulita nel lavabo, per poi mettere via i pennelli asciutti.

Nel cofanetto, i panetti di colore sono sempre stati lì, invitanti, alcuni di loro scavati e stortignaccoli per quanto li avevo usati; perché sì, c’è stato un tempo lontano in cui sono arrivata a consumarli.
E anche vedere quelle fossette nel centro, sciolte dall’uso frenetico e dai miei tentativi, mi faceva male. Fino ad oggi.

Una piccola parentesi colorata

Oggi è diverso, sulla mia scrivania c’è un kit di acquarelli che ho comprato domenica.
Sono economici, di consistenza sabbiosa e dai toni chimici. Mi piacevano, e quindi eccoli qui, senza troppo ponderare.
Se state pensando che li abbia comprati nell’ottica di mettermi a dipingere, siete lontani dalla verità. Magari bastasse così poco! No, la verità è che mi piacevano i colori, forti, energici, elettrici, come quelli che amo usare nelle mie tavole in digitale o a pastello; mi piaceva guardarli, e l’idea di averli intorno. Per questo, nella scatola grigia foderata a quadretti non ci sono entrati, dopo l’acquisto.

Disegnavo a computer con un occhio alle piccole tavolozze nere, finché, con poca convinzione e molta pigrizia, non ho deciso di disporre lo scottex, tre pennelli, un foglio da uno degli album, il piattino per miscelare i colori, due cotton fioc e per finire, una tazzina di acqua.

E’ stata una lotta con me stessa, riuscire a non mettere via tutto. Più volte sono stata sul punto di farlo. Ma era come se fossi nel bel mezzo di un rituale ben stabilito e dovevo continuare.
Poi sono rimasta lì, a fissare il foglio bianco con aria assente. Il tavolo imbandito di tutto il necessario non mi rendeva certo qualcuno degno di mettersi a dipingere un acquarello.

Degno. Questa parola mi rimbombava in testa.
Non sei degna. Falla finita, metti via tutta questa roba. Che cosa vorresti fare? L’acquarello non è per tutti. Non basta che ti piaccia, devi essere brava.

Se come me amate Harry Potter, ricorderete la scena in cui ne “I doni della Morte”, Ron porta al collo il medaglione horcrux, che emetteva le voci delle sue peggiori paure. Io sentivo proprio i miei timori, le mie incertezze, e ne ero certa, provenivano dal cofanetto Cotman alle mie spalle.

Mi sono fermata, e non ho pensato, ma ho fatto solo un grande respiro. Ho guardato la solita soggezione arrivare, fiorire, allargarsi nel petto per prendere tutto lo spazio a disposizione. Eppure, non avevo davvero voglia di mettere via tutta quella roba senza aver dipinto niente, non stavolta, mi stancava il solo pensiero. Perciò, un po’ irritata, ho aperto la scatola grigia foderata a quadretti e poi il cofanetto.

Acquarelli e vecchie paure

A una prima occhiata, le due palette colore che non ho mai lavato, il vecchio pennello blu con l’attacco delle setole indebolito e dondolante, i panetti consumati nel mezzo.

E poi, il resto che non si percepiva con la vista, ma solo con gli occhi della mente e della memoria:

“Ricordati che l’acquarello è la tecnica più difficile in assoluto. Non è per tutti.”

“E’ una tecnica troppo raffinata per il modo in cui disegni tu.”

“A fare ghirlandine di fiori ad acquarello sono capaci tutti. Non vuol dire sapere usare l’acquarello.”

“Se scegli gli acquarelli non ci puoi usare insieme le matite colorate!”

“Con gli acquarelli non puoi usare quei colori!”

“Con gli acquarelli non puoi usare niente di economico, pennelli sempre e solo di martora, la carta da dodici euro a foglio, altrimenti lascia stare già in partenza.”

“Con gli acquarelli non puoi usare il colore così coprente.”

Regole, restrizioni, una noia mortale!

E io l’ho anche permesso, perché quelle considerazioni venivano da qualcuno che ammiravo e di cui mi fidavo (anche troppo).
Sarà che, mentre il contenuto dei Cotman non era cambiato, lo ero io, ma quelle voci non mi sembravano più così spaventose.
Erano solo seccanti, come la vicina pettegola del terzo piano. E’ stata questione di un attimo: mentalmente sono tornata indietro nel tempo, dal proprietario di quelle voci e gli ho proprio detto “Che NOIA che sei! Gli acquarelli me li uso come mi pare e piace. Pure quelli da pochi euro, pensa te!”

Con uno scatto ho chiuso il cofanetto, l’ho messo via e ho iniziato a dipingere tranquilla, coi colori che preferivo, e tutte le incursioni di pastello che desideravo. Anche senza bagnato su bagnato.
Ci ho disegnato solo fiori e piantine. Perché sì. Mi piace, e tanto basta. Non sono qui per dimostrare qualcosa, ma per divertirmi.

Scoperta eccezionale: l’asse terrestre non ha subìto modifiche, non sono stata inghiottita da un buco nero, il foglio non si è dissolto sotto la sconsideratezza dei miei acquerelli da strapazzo. E guarda un po’, mi sono pure divertita.

Adesso, il piccolo nuovo kit l’ho riposto nella scatola grigia foderata a quadretti. Da fuori sembrerebbe identica a ieri, ma io so che è cambiata per sempre.

Riconoscere i buoni consigli da quelli distruttivi

Di chi erano le voci delle mie paure? Poco importa. Ciò che è davvero importante invece, è poterle mettere al loro posto, tra i consigli che ascolto ma che posso non mettere in pratica.

Non tutti i consigli ci vengono dati per il nostro bene. Alcuni sono patronizing, paternalistici, hanno solo lo scopo di farci sentire incapaci. L’ho capito tramite un esercizio ne “La via dell’Artista” di Julia Cameron, qualche tempo fa.
Si chiama “La stanza dei mostri/La stanza degli angeli”. Si creano due stanze mentali e poi per iscritto, in cui si mettono coloro che rispettivamente ci hanno ferito e limitato (di proposito o meno non fa differenza) e chi al contrario ci ha incoraggiato o consigliato in modo nutritivo.

Quello che portiamo con noi sono voci interiorizzate: finiamo col ripetercele e farle nostre.
Scrivendole nero su bianco, le vediamo per quello che sono: limiti altrui che abbiamo assorbito e accettato per noi stessi.

Allora, sbarazziamocene, è proprio il caso di dirlo:

che non rompano le scatole! :-)

Alcuni acquarellini in libertà per provare il kit di #tigeritalia #watercolorpainting

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Asterisk FunKino: Animazione e tematiche sociali si fondono per un crowdfunding
30/07/2017 Morena Forza in Varie / No comments

Andrea Oberosler, illustratore di Trento, mi ha scritto per farmi conoscere FunKino, progetto in in cui è stato coinvolto recentemente da Zabbara, associazione di Palermo .

Il progetto ha partecipato al bando IMPATTO+ di Banca Etica ed è stato selezionato tra 179 progetti presentati.
Ha come fine quello di realizzare un cortometraggio di animazione che parli del mondo del lavoro visto dal punto di vista dei migranti; la particolarità infatti è proprio che con 15 giovani richiedenti asilo e beneficiari di protezione internazionale verranno creati la storia e lo storyboard del cortometraggio che verrà poi animato e completato da Andrea e Letizia Depedri, un’altra illustratrice trentina.

Ma chi c’è dietro il progetto?
Il Team di Zabbara è costituito al momento da quattro persone: Alessio Genovese, regista e produttore; Valentina Muffoletto, project manager; Daniele Saguto, sociologo e musicista; Martina Genovese, esperta di tematiche ambientali.
A questo primo nucleo ci siamo aggiunti io, che mi occuperò dell’animazione, Letizia Depedri, illustratrice, Alberto Nicolino, regista teatrale e fondatore del Centro Fiaba e Narrazioni e Yannick Lomboto, attore.

Alla fine di questo percorso il cortometraggio verrà inviato a vari festival di animazione, ma soprattutto uno dei ragazzi partecipanti verrà premiato con una borsa lavoro per continuare la collaborazione con il team di Zabbara.
Se il progetto, basato sul crowdfunding dovesse superare la somma da raggiungere, ogni risorsa in più sarà utilizzata per dare maggiore linfa al progetto e attivare altre borse lavoro per richiedenti asilo e beneficiari di protezione internazionale.
La campagna crowdfunding è ospitata sulla piattaforma “Produzioni dal basso”; è cominciata il 15 giugno e proseguirà fino a 20 settembre.

Ho voluto saperne di più sul progetto, intervistando Andrea Oberosler: ecco cosa ci ha raccontato.

Ciao Andrea, com’è nata l’idea alla base del progetto di Funkino?

L’idea nasce da un percorso intrapreso dall’Associazione culturale Zabbara dopo la produzione nel 2014 del film “EU 013 l’Ultima Frontiera”, il documentario sui CIE in Italia diretto da Alessio Genovese, realizzato e prodotto insieme a Raffaella Cosentino. Zabbara si occupa della promozione dei diritti umani e sociali in ambito Mediterraneo attraverso il cinema e i linguaggi audiovisivi.
A fronte del crescente dibattito sul tema delle migrazioni in Italia, è nata l’esigenza di interrogarsi su come poter dare una scossa alle narrazioni dominanti sul tema dell’immigrazione in Italia riuscendo al contempo a stimolare dei percorsi di inclusione reali e concreti.

Abbiamo scelto di concentrarci sul tema del lavoro, che ci sembra di primaria importanza quando si parla di inclusione, e di farlo attraverso l’uso dell’illustrazione e dell’animazione, linguaggi che permettono di raccontare storie e a toccare argomenti importanti allontanandosi dalla mera esposizione dei fatti, lasciando spazio alla creatività.

Con Funkino avvieremo a Palermo la sperimentazione di un approccio partecipativo alla produzione culturale basato sul coinvolgimento attivo nel processo produttivo di un gruppo di giovani richiedenti asilo e beneficiari di protezione internazionale.
L’idea consiste nella condivisione di un percorso tra questi ragazzi e un gruppo di professionisti provenienti da diversi settori creativi (il cinema, il teatro, la scrittura creativa, l’illustrazione e l’animazione), che porterà alla realizzazione di una narrazione comune, un cortometraggio d’animazione sul mondo del lavoro.

In un mare di crowdfunding che pubblicano prodotti ludici e di intrattenimento puro, come mai avete pensato ad un’iniziativa orientata al sociale?

In realtà l’idea del crowdfunding è nata leggendo il bando “IMPATTO +” promosso da Banca Etica. Avendo passato la selezione tra 179 progetti presentati in tutta Italia, abbiamo avviato la campagna sul sito produzioni dal basso che ci terrà impegnati fino al 20 di Settembre.
Stiamo chiedendo alle persone di contribuire alla realizzazione di FunKino diventandone produttori e tanti sono i sostenitori che stanno credendo nel progetto e ci stanno aiutando a farlo diventare realtà (al momento sono già più di settanta). La costruzione di questa rete di sostenitori coraggiosi, creativi e sognatori, attenti tanto all’aspetto sociale quanto artistico della nostra iniziativa è un importante valore aggiunto. Saremmo felici di poter conoscere ognuno dei sostenitori di persona, creando legami reali anche al di fuori del web.

In che modo “FunKino è formazione”?

La prima fase del progetto consisterà proprio nella realizzazione, se tutto va bene già in autunno, di un laboratorio formativo durante il quale i 15 partecipanti, guidati ed accompagnati dal team creativo, svilupperanno un percorso che li porterà a sperimentare e prendere coscienza delle varie fasi che compongono la creazione di un prodotto video.
Verrà scritto in maniera partecipativa un soggetto cinematografico attraverso l’utilizzo di formule e linguaggi tipici del racconto, della fiaba e dell’illustrazione ed a conclusione del laboratorio sarà realizzato lo storyboard del cortometraggio, da cui nascerà poi il corto animato, frutto degli spunti narrativi dei partecipanti e teso a stimolare un dibattito pubblico in Italia sul ruolo del lavoro nei percorsi di inclusione e per la costruzione di opportunità per i giovani in generale.

La formazione continuerà anche dopo la realizzazione del progetto in quanto è prevista l’attivazione di una borsa lavoro per uno dei partecipanti, selezionato per continuare a fare esperienza in ambito cinematografico.

Ed infine lo stesso cortometraggio di animazione sarà pensato come un materiale utile per supportare programmi formativi all’interno di scuole e associazioni.

Qual è la caratteristica più innovativa di Funkino e perché contribuire alla causa?

La caratteristica più interessante di FunKino corrisponde anche alla sfida più difficile: è il fatto di voler dare voce a una questione di vitale importanza per l’Italia di oggi, l’accoglienza dei migranti; di porre l’accento su un’esigenza concreta, il lavoro; e di affrontare la questione in modo creativo ma concreto al tempo stesso, prevedendo l’attivazione di una borsa lavoro e prospettive di lungo termine per questo percorso.

Chiediamo ai produttori dal basso di sostenere un modello basato sull’interazione creativa tra persone di origine diversa come risorsa sostenibile; sulla cultura come vettore di crescita del territorio; sulla creazione di opportunità lavorative come strumento per restituire dignità alla persona, ai giovani e al lavoro stesso.

Come si può partecipare a questo crowdfunding?

È facile: per contribuire alla nostra campagna di crowdfunding basta raggiungerci su Produzioni dal Basso e cliccare su “partecipa”!
Basterà scegliere la cifra che si vuole donare, per ogni importo ci sono numerosi premi.

Seguiteci anche sulla pagina facebook di FunKino!

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Asterisk Nuvole basse, illustrazione, vento, Harry Potter: i diari scozzesi PARTE I
24/07/2017 Morena Forza in Ispirazione&Creatività / No comments

Ho pensato a lungo se e quando raccontare la mia settimana di viaggio in Scozia da cui sono tornata quasi un mese fa.

Da quando ho iniziato a spostarmi in solitaria, i viaggi sono per me una fonte inesauribile di riflessioni e ispirazioni. Devo processarle molto lentamente, cullarle e assaporarle con occhi e cuore; solo così diventano a tutti gli effetti lo sfavillante tesoro che mi porto a casa da ogni viaggio.

Sono partita con l’idea di ritrovare un po’ di respiro e di amore per quello che faccio, ritornando a Edimburgo, città dalla bellezza esuberante e orgogliosa, e spingendomi più a nord, sul mare di Dundee, passando per librerie e musei carichi di ispirazione, ma anche per parchi, manieri, rigogliosi giardini e immensi spazi aperti.
Sono tornata vincitrice? Scopritelo leggendo il mio diario, ecco la prima parte! :-) Buona lettura.

20 giugno: Chi me l’ha fatto fare?

La domanda che mi faccio ad ogni vigilia dalla partenza.
Viaggiare in solitaria significa dover essere sempre presente a me stessa e, nonostante una certa tendenza al perfezionismo, non posso dire di essere una persona poco sbadata. Riesco sempre a combinare qualche pasticcio.
Mentre mi avvio in aeroporto ripasso mentalmente le cose che devo fare e penso a quella volta che a dieci minuti dall’imbarco per tornare a Milano mi sono accorta di aver perso il biglietto.
Nel 2014, a due giorni dal ritorno, il bancomat ha smesso di funzionare e ho dovuto tirare avanti a cracker e succo di pera. Qualche anno prima mi hanno occupato la stanza e sono stata derubata.
Come ho potuto continuare a viaggiare da sola dopo degli episodi simili? Non ne ho idea. In qualche modo mi trovo sempre al punto (è il caso di dirlo) di partenza.

Decollo nel pomeriggio: i miei vicini di viaggio sono una famiglia con due bambine, di cui una davvero agitata dal volo. Spinta più dalla conservazione dei miei timpani che da bontà di cuore, inizio a disegnarle tutti gli animaletti che vuole. Fra giraffe, leoni e zebre, tre ore passano abbastanza in fretta.
E’ così che atterro a Edimburgo già piuttosto sfibrata e “Chi me l’ha fatto fare?” lampeggia come un neon di Las Vegas nella mia testa.

Mi rendo conto che il vero viaggio è cominciato solo quando, aspettando il taxi a Waverley Station, vedo il sole che sta tramontando dietro la drammatica silouhette dello Scott Monument. Mi emoziono a tal punto da restare imbambolata e una signora sale su quello che doveva essere il mio taxi. Pazienza, ottima scusa per mettersi a fare un po’ di foto. Respiro per la prima volta in cinque ore.

Un tassista molto simpatico mi porta a casa, a Sud della città, chiacchieriamo della Brexit. Le numerose bandierine europee alle finestre delle abitazioni mi colpiscono molto. A tratti, fatico a stare dietro alla supersonica parlata scozzese.
Come tanti britannici, lui è piuttosto convinto che tutta l’Italia sia come Capri, ma si lamenta perché in Italia tutti pensano che la Gran Bretagna sia solo Londra. Quando gli faccio notare la contraddizione, ridiamo fragorosamente. Quanto mi è mancata la Scozia, solo ora me ne rendo conto.

21 giugno: Get Lost

Dove andare? Cosa vedere?
Ho imparato a leggere guide e blog di viaggio, per poi fare tutto il contrario e lasciare che la filosofia del “get lost” prendesse il sopravvento.
Nel caso di viaggi in Paesi “sicuri”, infatti, perdermi senza una meta precisa è la cosa che mi piace di più.

Mi sveglio alle sette e dopo essermi crogiolata qualche secondo nelle coperte, sento l’albero in giardino picchettare sul vetro della finestra a ghigliottina.
Uno scoiattolo rossiccio si sta buttando con grande slancio nell’erba, per fare colazione subito dopo, con quelle zampine veloci veloci e l’aria furbetta. Accanto a me, la gatta tigrata della mia ospite lo guarda molto diversamente da come lo guardo io, con le pupille dilatate e la coda che batte impaziente. Così sono i piccoli felini: si fanno coccolare, ma quando l’istinto li chiama non ci sono per nessuno.

E’ una giornata ventosa e soleggiata, indosso i leggins sotto agli shorts e una maxifelpa caldissima, mi studio il percorso da casa al centro città. Esco lasciandomi alle spalle la scala a chiocciola dai gradini consumati, la vecchia porta verniciata di nero e i roseti vivaci, le case edoardiane dai comignoli anneriti e la scuola elementare, proprio mentre suona la campanella e i più ritardatari si tirano il cravattino dell’uniforme verde uno con l’altro. “Stop it!” “You stop it!”

Non ho mai imparato ad orientarmi con le cartine stradali, per questo sono convinta di dirigermi verso la New Town, ma dopo aver attraversato i Meadows (un grande parco aperto che divide il Sud della città dal centro) mi perdo. Ho preso la decisione di muovermi solo a piedi per tutta la durata del soggiorno; così, digiuna e stanchissima, mi fermo dopo circa tre ore di cammino. Fa troppo caldo per essere in Scozia, ma se mi scopro ho freddo. Tipico in UK.
Un ottimo panino mi rimette in sesto e la prima tappa sensata, seppure casuale del mio viaggio è da Blackwell’s, un’enorme libreria. Sono stata infatti attirata da una vetrina interamente dedicata a Harry Potter: una scopa e gli stemmi delle case di Hogwarts mi rubano uno stupore che mi fa tornare undicenne.
Spingo la pesante porta a vetri, e nel momento in cui metto piede sulla moquette blu, l’acqua inizia a scrosciare con violenza sul marciapiede. Appena in tempo!
Per qualche istante mi fermo ad osservare Chambers Street dall’ingresso. La pioggia svela in fretta chi sono i turisti e chi i locals. I primi imprecano, qualcuno tira fuori un k-way; i secondi ridono, al massimo si riparano con un giornale, continuando a camminare come se facessero due gocce.

Scendendo al piano seminterrato, lo spettacolo che si para davanti ai miei occhi è meraviglioso: una sala spaziosa ma raccolta, ospita albi e libri illustrati di ogni tipo. Ci sono delle comode poltroncine per piccoli e grandi. I volumi sono ordinati e divisi per target di età, ma soprattutto, gli scaffali sono pieni da scoppiare! C’è un silenzio ovattato, quasi irreale. Inizio a dare un’occhiata e poi mi tuffo in quell’amato mare di colori.
Molti dei miei illustratori preferiti sono introvabili in Italia, altri libri vengono importati con un certo ritardo, quindi decido che si vive una volta sola e imbottisco la shopping bag con un bottino di tutto rispetto!
Per scoprire quali libri ho comperato, potrete leggere il post dedicato, questo venerdi! :-)

Michael, il commesso di Blackwell’s, mi racconta che per secondo lavoro fa proprio l’illustratore per l’infanzia e mi mostra alcuni dei suoi ultimi libri, orgoglioso e un po’ imbarazzato. Nonostante siamo in pieno centro, la libreria è semi deserta e così abbiamo tutto il tempo di chiacchierare di editoria, della fiera di Bologna, del rapporto con le agenzie di illustrazione. Sono partita da un solo giorno e sto già parlando di lavoro. Noi illustratori siamo davvero incorreggibili e siamo come i maghi fra i babbani: abbiamo il potere di scovarci uno con l’altro!

22 giugno – Posti fantastici e dove trovarli (per caso!)

Questa per me è la quarta volta che torno a Edimburgo, ma non ho mai finito di girarla in lungo e in largo per un motivo o per l’altro. Non che stavolta creda di riuscirci; in ogni caso, sono decisa a trovare il White Horse Close, e penso che niente e nessuno mi fermerà.
Ecco come sono andate le cose in realtà.
Mi sono svegliata troppo tardi, il bagno era occupato e dopo mezz’ora di passeggiata per i Meadows, in compagnia di scoiattoli e sportivi salutisti che mi facevano sentire in colpa per il bagel appena sbafato, sono arrivata a Lauriston Place sotto un cielo color acciaio.
Dopo vari viaggi nel Regno Unito so che l’ombrello è perfettamente inutile (in particolar modo in Scozia, dove si rompe dopo pochi istanti) perciò non l’ho portato e mi sono limitata ad alzare il cappuccio della felpa, certa che la shower sarebbe arrivata e durata poco, come al solito.

Non avevo fatto i conti con quella strana assenza di vento: le nuvole, pesanti e basse, erano lente, letargiche. In meno di venti secondi mi sono trovata completamente zuppa dalla testa ai piedi. Dopo essermi fermata per dieci minuti sotto a una tettoia, ho dovuto constatare che no, non smetteva.
Sono entrata in un grande edificio, un po’ antico e un po’ contemporaneo. Mi veniva da ridere all’idea che mi stessi davvero strizzando i capelli come faccio prima di uscire dalla doccia. Attorno a me, molti turisti si battevano giacche e pantaloni grondanti di acqua, una folta scolaresca in uniforme blu navy e argento era tenuta a bada da due maestre dall’aria raggiante, qualcuno si era seduto sui divanetti di pelle nera sospirando sonoramente di sollievo e di stanchezza.

Dopo aver apprezzato la mia stessa previdenza, ho messo nello zaino i vestiti umidi, mi sono cambiata e guardandomi attorno ho scoperto uno dei posti più ispiranti in cui sia mai stata: il National Museum of Scotland. Ecco una piccola gallery (ingrandibile) degli spazi al primo e secondo piano.

Al piano terra sembra di addentrarsi in qualche segreta. Gli archi di pietra e le luci mai eccessive sono un vero invito a restare, a saperne di più. Un affascinante insieme di geroglifici egizi e un gigantesco lampione vittoriano a pochi metri di distanza, sono esposti nella hall come se fossero comuni decori. Armi medievali e vasellami ispirati all’Arte buddhista accompagnano l’ascesa al primo piano. Purtroppo, qui è troppo buio e non sono riuscita a fare fotografie.

La mia volontà di raggiungere il White Horse Close svaniva poco a poco; qualche minuto prima pensavo di rimanere solo per ripararmi dalla pioggia, ora qualcosa era scattato. Un bisogno di esplorare, una gioia pervasiva di essere lì. “Get lost!”, il mantra che non si smentisce mai.
Il calmante colore pastello delle pareti poi ha fatto il resto. Decido che qui dentro ci passerò tutto ciò che resta della giornata, fino all’orario di chiusura.

Al National Museum c’è tanto amore per l’Arte e il bello, per la Storia intesa nel suo senso più grande ed inclusivo, per la cultura, per la Scienza e la tecnologia.
Da un museo che unisce una vezzosa struttura di tardo Ottocento ad una pratica incursione contemporanea non potevo aspettarmi di meglio.

Mi siedo per pranzare nella caffetteria al primo piano, concedendomi uno shortbread super burroso e mi rilasso disegnando un po’; mi allontano proprio mentre il Millennium Clock Tower inizia ad intonare i suoi rintocchi ispirati ad una sinfonia di Bach.
Una piccola folla gli si raduna intorno. E’ uno spettacolo bellissimo! L’orologio, terminato nel 1999 per mano di mastri vetrai, scultori, mobilieri e perfino da un’illustratrice, permette di specchiarsi nel grande pendolo argentato, mentre figure umane ed animali si muovono tutto intorno alla struttura, in un gioco di luci ben sincronizzate. E’ strano trovarsi lì; l’ultimo rintocco rimbomba per la sala, nella penombra che gli è stata riservata, e grandi e piccoli, sembriamo tutti svegliarci da un sogno ad occhi aperti. E’ svanito un incantesimo e a quel punto, tutti ci disperdiamo.

Mi sono fatta catturare dalla storia antica, celtica e precristiana, da quella moderna e contemporanea. Le indicazioni non mancano, ma anche all’interno del museo mi sono abbandonata ad un’esplorazione votata alla pura serendipità.
Con grande sorpresa, il materiale espositivo sulla tradizione scozzese è meno di quanto mi aspettassi, ma in compenso scopro che grande rilievo è stato dato alla storia del design tessile e della stampa. In diverse sale del museo ci sono matrici, timbri, ma anche giganteschi volumi di pattern e motivi, campionari che avrei tanta voglia di potere sfogliare ma che purtroppo (e comprensibilmente) sono chiusi in teche inaccessibili.

A commuovermi è l’indissolubile legame fra passato e presente, che i curatori del National Museum sembrano aver voluto sottolineare in ogni modo.

In più, è come se non esistesse una vera e propria “gerarchia” degli elementi in esposizione: così antico e moderno si alternano, occidentale e orientale si sfiorano, scienza e Arte si incontrano.

Decido di chiudere la visita spingendomi al settimo piano. L’ascensore di vetro è affollato. La vista sulla città dalla terrace è suggestiva: il mare in lontananza a Est, il castello di Edimburgo a Ovest, sulla sua maestosa rocca scura.
Il vento è piuttosto forte e fa ondeggiare tutti i fiori e le piante che circondano la spaziosa terrazza. Il cielo è ora limpido, ora buio e autunnale. Edimburgo è bella di una bellezza ricca e vanitosa, un po’ austera eppure sfacciata al tempo stesso. I palazzi di arenaria resistono da secoli alle piogge scroscianti e ai gelidi inverni. Mi piace pensare che quella resistenza perduri per fierezza ed orgoglio, per essere ammirata proprio come la sto ammirando io, mentre mi stringo nella giacca a vento tenendo gli occhi socchiusi.

Un post condiviso da RDD Morena Forza (@robadadisegnatori) in data:

Nella seconda ed ultima parte di diario: Harry Potter everywhere! – Museum of Childhood tra giocattoli, antichi libri illustrati e piccoli misteri – Rotta verso nord! Manieri, bassa marea sull’Atlantico, giardini mozzafiato e libri vintage a una sterlina.

Credit foto della vetrina: 1

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Asterisk I libri della mia infanzia che mi hanno fatto dire “Da grande faccio i libri disegnati!”
23/04/2017 Morena Forza in Illustrati / No comments

A tutti, credo, piace il proprio compleanno.
Ma a me, il mio piace un po’ di più.  :-)

Il 23 aprile infatti, si festeggia la Giornata internazionale del Libro.

Per questa occasione, vorrei condividere con voi dei ricordi legati proprio ai libri e a come alcuni mi abbiano spinta a disegnare.

Una vecchia amicizia

Ho sempre avuto con loro un legame particolare: mi sanno coccolare, trasportare, sostenere, mi fanno volare e imparare continuamente. I libri sono i miei complici perfetti.

Nella lettura non sono affatto moderata: il binge read è un concetto fin troppo famigliare per me, soprattutto con i romanzi e i libri di poesie. Mi sdraio, inizio un capitolo e come per incanto sono le quattro del mattino. Succede anche a voi? :-)

Da piccola non potevo certo fare tardi ma, in compenso, potevo rileggere lo stesso libro per settimane senza mai perdere il senso di meraviglia ed immersione che avevo provato aprendolo per la prima volta. E’ una di quelle magie che vorrei poter recuperare ma che immagino facciano squisitamente parte dell’infanzia.

Quando leggevo, potevano trascorrere anche un’ora o due senza che si avessero mie notizie.
Oggi, anche di più!

Che paura!

Un libro illustrato di quando ero bambina è rimasto nel tempo il mio preferito in assoluto. Mi ha fatto esclamare: “Voglio fare i libri disegnati!”
Tutto però, iniziò con una reazione molto diversa da questa.

Nel 1990 avevo sei anni quando mi venne regalato Leo Leone di Linda Wolfsgruber (Arka Edizioni).
Lo odiai subito.  “Ma che brutto! Non mi piace!” I grandi occhi gialli del gatto Leo, con quelle pupille fisse, promettevano minaccia e malvagità. Ero pietrificata all’idea di leggerlo. L’incantesimo aveva già fatto effetto.

Qualche giorno dopo, la paura non era affatto diminuita, anzi… Ma ricordate anche voi com’è la paura quando si è bambini? Ha una sua attrattiva. A modo suo, è divertente. E’ un po’ la sensazione che ci pizzica quando ancora oggi ci copriamo gli occhi davanti alla scena cruenta di un film, apriamo appena appena le dita per sbirciare per poi serrarle subito dopo in tutta fretta.
Ecco, davanti a Leo Leone mi sentivo proprio così, irresistibilmente impaurita. Come Kevin in “Mamma ho perso l’aereo”: “Hey, sto guardando un film da grandi, venite a impedirmelo!”

Una dovuta precisazione: Leo Leone non è un libro “di paura”. Parla di un gatto che, annoiato dalla sua vita domestica, immagina sé stesso come sovrano incontrastato di elefanti e gazzelle nella Savana.
La maggior parte del libro, infatti, si svolge nelle visioni grandiose del gatto Leo.
Si tratta, insomma, di un libro in cui non manca una buona dose di ironia e di leggerezza. Eppure…

Ho un ricordo molto nitido di Leo Leone sul letto dei miei genitori.
Lo avevo lasciato lì quando mi avevano chiamata a cena e, con un brividino lungo la schiena, ero corsa in punta di piedi a tavola, ripromettendomi che dopo lo avrei letto tutto dall’inizio alla fine.

Gli avevo lanciato un ultimo sguardo a distanza, prima di spegnere la luce e lasciarmelo alle spalle, sentendomi inseguita e immaginando quei grossi occhi gialli in copertina spalancati nel buio, i denti aguzzi che spuntavano dal sorriso beffardo del gatto protagonista. Per fortuna, abbracciato a me, avevo il mio fidato cane di pelouche, Charlie. Solo con lui potevo stare in presenza del temibile libro.

Ma quella sera non potevo vincere quella sfida. Mi ci volle quasi un anno per riuscire a leggere la storia del gatto Leo (che volete che vi dica, sono sempre stata una fifona). Curiosamente, anche una volta finito il  libro, la paura non era svanita. Ma ero contenta così.
Nei miei sogni, Leo era enorme, come un intero palazzo, e aveva davvero una criniera gialla e brillante che agitava causando un forte vento che scuoteva alberi e case. Ho fatto molti sogni spaventosi (ma belli!) in cui lui era il protagonista.

Nemmeno ricordavo che Leo fosse diventato Leone solamente nella sua immaginazione: anche nella mia, lui si era davvero trasformato. La presenza del manifesto non esisteva nei miei ricordi.

Mia madre regalò Leo Leone (e quasi tutti gli altri libri) ad amici di famiglia quando avevo ormai dodici anni e pensavo scioccamente che tutto ciò che riguardava la mia infanzia fosse “robaccia” di cui disfarsi. I video delle Spice Girls mi tenevano troppo occupata.
Eppure, non lo avevo mai dimenticato. La paura che mi aveva regalato, quei pomeriggi in cui correvo a nascondermi dopo aver aperto la pagina in cui il gatto fa l’agguato alle gazzelle, per me erano oro. Volevo quello: volevo condividere quella sensazione di brivido all’infinito. Perché era unica e meravigliosa. Volevo disegnare libri, volevo creare nuovi ricordi per chi sarebbe stato bambino dopo di me.

Che fine hanno fatto i canini?

Quando mi sono decisa a riavere indietro il libro, ho scoperto diverse cose. Nel frattempo erano passati ventiquattro anni, da quasi cinque avevo iniziato la mia attività di illustratrice e i ricordi legati a Leo Leone erano ormai confusi, faceva quasi parte del mito.
La paura che provavo da piccola aveva “ricreato” molte delle immagini che erano diverse da come le ricordavo. Per cominciare, Leo in copertina non aveva due grossi denti aguzzi. Eppure, ero convinta ci fossero, finché non ho riavuto il libro in mano. Ho pensato “Ma è un’edizione diversa? Dove sono i canini del gatto? Quelli che mi terrorizzavano?”
In realtà c’erano, ma erano in un paio di illustrazioni interne, e piccole. La mia fantasia di bambina li aveva “trasportati” dritti in copertina, giganteschi, pronti ad azzannarmi alla giugulare non appena avessi spento la luce. :-)

Leo inoltre non era un protagonista malvagio come ricordavo. La sua natura un po’ superba di gatto lo spingeva al dispetto e Linda Wolfsgruber aveva saputo catturare alla perfezione l’energia che un felino mette negli agguati alle sue prede, oppure gli atteggiamenti orgogliosi del suo corpo nel vantarsi del proprio esser gatto.
L’espressività di occhi e bocca e ancor di più i colori che l’autrice aveva sapientemente utilizzato per la storia avevano fatto il resto e, naturalmente, la mia immaginazione infantile aveva giocato un ruolo fondamentale nella lettura del libro.
Scoprendo queste inaspettate “chiavi di lettura” ho apprezzato ancora di più il mestiere dell’illustratore. Che non si limita a disegnare, ma crea davvero dei mondi, delle visioni, a volte dei ricordi così palpabili da sembrare veri.

Alla ricerca del libro perduto

Qui la storia diventa più complicata: cercavo un libro. Un libro di cui però non ricordavo il titolo, né l’editore né l’anno di pubblicazione.
I miseri dati che avevo a disposizione erano tutti nel ricordo di un’enorme illustrazione di città, con palazzine rosa, bei balconcini fioriti, auto e traffico, negozi. Ho chiesto a lungo a librai e coetanei, nella speranza che qualcuno se ne ricordasse, ma è stato tutto inutile. Finché una sera, dopo una meditazione, il titolo è apparso chiaro e tondo: Girano le ore. Dopo anni, sapevo cosa cercare!
Erano due libri e cercando su Amazon li ho trovati entrambi. Questo che condivido con voi è il mio preferito.

Le ricchissime tavole diKate Lloyd-Jones affollavano la mia mente di bambina, a tal punto che io ricordavo molte più pagine, che invece sono solo 3 aperture! Anche questo, come i canini immaginari di Leo Leone, mi ha molto colpito. :-)

Mi aiutate a ritrovare il terzo libro?

Proprio così! Esiste un terzo libro che contiene il motivo per cui ho deciso di illustrare.
Non ricordo il titolo e non sono sicura dell’editore. Ricordo solo com’era fatto e se riusciste a darmi una mano a ritrovarlo, o ricordare anche solo il titolo, ne sarei felicissima! Anche questo libro lo cerco ormai da anni.
Ecco qualche indizio:

  • Parla di una famiglia di coniglietti che vanno a fare un picnic; all’improvviso scoppia un temporale e loro scappano per non bagnarsi.
  • Nelle illustrazioni c’è molta natura e le tavole dovrebbero essere disegnate in tecnica tradizionale, forse tempera o acquarello poco diluito. Fondo bianco.
  • Il libro è di piccole dimensioni ed era a pagine cartonate. Ognuna era spessa, non si poteva neppure piegare. C’è la possibilità che sia fatto a fisarmonica, ma non ne sono sicura, i ricordi sono diventati nebulosi. :-)
  • Potrebbe essere di La Coccinella, ma non ne sono sicura.

Quali sono i libri che da bambini vi sono rimasti nel cuore? Sono curiosa di scoprirli! :-)

Buona giornata del libro a tutti!

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Asterisk Scatta il Giveaway: si vince una Lomography “La Sardina” DIY
05/09/2016 Morena Forza in Varie / No comments

C'è una Sardina in regalo!

Lomography Italia ha messo in palio una La Sardina.
In fondo al post ho scritto come partecipare. Attenzione: non è un concorso, ma una semplice estrazione a cui partecipare.

Quando compro qualcosa di bianco ed immacolato provo una sensazione di profondo appagamento e relax mentale… Eppure, allo stesso tempo, lo ammetto: nonostante il mio amore per il minimal, nel mio petto batte un cuore votato al disegno decorativo, trovo abbia un’energia tutta sua.

Disegnare variando le superfici ed uscendo dal foglio è molto stimolante e ti costringe a fare i conti con sporgenze, rientri, ruvidità e punti in ombra. Ti porta a pensare delle soluzioni… E  cos’è l’atto creativo se non questo?

Così, negli ultimi giorni, mi sono divertita come una matta a pensare a cosa disegnare sopra la Sardina DIY, che Lomography ha pensato come l’unione fra una macchina fotografica ed una tela da personalizzare.
Mi hanno contattata per propormi di ospitare un giveaway su RDD, proprio per La Sardina ed io ho accettato con entusiasmo, perché è proprio una macchina da disegnatori! :-)

Ve lo dico fin da subito: l’ansia da foglio bianco mi è venuta un po’ anche in questo caso, in parte perché non avevo delle mascherine di riserva, ma anche perché, in tutta sincerità, è successo quello che dicevo all’inizio: la macchina, era bella anche bianca! :-D
Comunque, magari non siete ansiosi come me, ma ecco, io ho fatto svariati schizzi prima di decidermi su come decorarla.

Mi sono detta: e se cominciassi scegliendo la tavolozza colore e non il soggetto?
Così ho aperto le mie luminose e vivaci Prismalo di Caran D’Ache e mi sono messa all’opera!

Alla fine i cactus sono rimasti, sempre con una palette piuttosto minimal! Ecco il foglio di modello che ho preparato prima di cominciare a disegnare sulla cover della Sardina.

All’inizio avevo disegnato un insieme di papaveri e fiordalisi, perché l’insieme blu-bianco-rosso è sempre stato uno dei miei preferiti.

Poi ho pensato: è tanto che vorrei disegnare cactus! In una prima fase mi sono tenuta su una palette limitatissima: rosa, nero e bianco. Ma non mi convinceva.

Al lavoro!

Facciamo un passo indietro: ecco da dove sono partita! Visto che la macchina sarà estratta per il concorso, mi fa piacere farvi vedere com’è fatta.  :-)

Eccola qui nella sua confezione, davvero curata e soprattutto abbastanza ecologica; gran parte, infatti, è costituita da cartone riciclato, cosa che ho apprezzato molto (anche i miei gatti, che ci hanno schiacciato un pisolino).

Ecco qui la tela! Non mi sono fatta spaventare dalla presenza prepotente delle viti: alla fine non erano niente di troppo impegnativo, per fortuna.
La paura più grande era quella di vederle cadere e mangiate da Sabrina, il mio cane.

Il contenuto della confezione: scusate le velleità da wannabe Wes Anderson, il mio senso della simmetria è andato a fare una passeggiata un giorno e da allora non ho più sue notizie.

Meglio prepararsi al peggio: alcune viti sono un po’ ostiche nel processo di rimontaggio. Sono molto piccole e qualcuna cade, ecco perché ce n’è un sacchettino di scorta a disposizione. Fiuuu, meno male!

Come si disegna sulla Sardina DIY? Niente di particolarmente sofisticato: però, dal momento che alla veneranda età di 32 anni mi trovo ancora a richiedere supporto per assemblare le sorpresine Kinder, forse per il bene di tutti è meglio se vi rimando al video per 2C Magazine, dove si vede bene come si smontano e rimontano le parti. E dimenticavo: anche sul sito c’è una bella gallery dedicata. :-)

Consiglio di mettere da parte le piccole componenti, perderle è facilissimo se non sistemate a dovere. Lo so, un consiglio un po’ mammesco, ma non ci sono astuccini di nessun tipo nella confezione, quindi occhio.

Questi non vedo davvero l’ora di provarli!
Come dicevo su Instagram, l’idea è quella di sperimentare un po’ di tutto in libertà, fotografando orti botanici, serre, vivai, fioristi. Mi piacerebbe un progetto unitario.

Ho messo online un piccolo video time lapse del processo di lavoro. Come si vede all’inizio, si può ricalcare ciascun lato della cover sulla nostra carta preferita , o comunque più adatta al medium che scegliamo per disegnare.

Quella plastica serve poi da protezione per i nostri disegni e per non trovarci in faccia e sulle dita eventuali residui di disegno. :-)
A proposito di questo! Se non siete fra quei fortunati con le mani sempre perfettamente asciutte, attenzione a non poggiare il palmo o il lato delle dita sulla parte già disegnata: il supporto nella confezione non è molto poroso e il colore tende a sbavare. Un pezzetto di Scottex sarà utilissimo a questo scopo.

In mezz’oretta, se escludiamo il processo di smontaggio e rimontaggio, me la sono cavata a far tutto!
Subito dopo un saccottino al cioccolato fondente, sono andata con la mia Sardina in mezzo al verde e i fiori, dove intendo passare molto tempo nei mesi a venire, per il mio progetto.

C'è una Sardina in regalo!

Lomography Italia ha messo in palio una La Sardina proprio come quella che ho io!

Per partecipare, basta semplicemente registrarsi col proprio indirizzo e-mail alla newsletter gratuita di Lomography e… Incrociare le dita! In bocca al bassotto :-)

Lomography Italia estrarrà il vincitore il 20 settembre 2016. Verrà annunciato su Roba da Disegnatori nei giorni seguenti: per tenervi aggiornati seguite la pagina Facebook di RDD o Twitter!
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Asterisk Guida e novità del sito di Roba da Disegnatori
31/08/2016 Morena Forza in Varie / No comments

Quando ho aperto Roba da Disegnatori nel 2010, per raccogliere le curiosità legate al disegno che trovavo su internet, l’ho fatto senza pensarci troppo; era sgangherato, disorganizzato e frettoloso.
I post finivano spesso col prendere la forma di impressioni, appunti visivi di contenuti scovati nei meandri di Google, e niente più.

Il vecchio RDD, credo attorno al 2012 :-)

Sei anni dopo non ho perso il piacere di occuparmi di questo blog. E non solo; alle volte mi sembra quasi che ci prendiamo cura una dell’altro, a vicenda. RDD è spesso uno spazio in cui posso ritirarmi con calma, per studiare, per riflettere, per imparare cose sempre nuove e non sedimentarmi in quelle che so già. Ma soprattutto è qualcosa di più prezioso di tutto questo, perché mi permette di condividere e creare valore, aspetti a cui tengo molto, per mia stessa indole.

All’inizio dell’estate, dopo aver concluso il giveaway per il sesto compleanno del bassotto, mi sono grattata il mento e d’istinto ho guardato il calendario: quanto tempo avrei dovuto ritagliarmi per rifare il blog e dargli quasi la forma di in un sito?
Eheh, ora ho la risposta: più di quello che avevo preventivato! Ecco qui…

Nuove categorie ed etichette

Menu e categorie sono stati riorganizzati. Date un’occhiata!
Anche le etichette, le parole chiave con cui cercare i post, sono state riordinate.

Libreria da Disegnatori

Una vera e propria sezione indipendente, quasi un mini sito. Racchiude libri consigliati, recensioni, interviste agli autori e gli illustratori e molto altro.

Storia dell'Illustrazione

Gli articoli sono stati molto arricchiti di contenuti testuali e di gallery, alcuni sono ancora in rifacimento. La consultazione non è più basata sull’ordine alfabetico.

Editoria e scrittura

Una sezione dedicata a chi è interessato al prodotto libro nella sua interezza, quindi anche alla scrittura e all’editoria. Molti di questi articoli sono curati da Davide Calì, autore per l’infanzia.

Post in evidenza

Vecchi e nuovi post che hanno tanto da offrire. Non si perdono più nei meandri del blog come prima, ma vengono esposti nella grande carrellata dell’home page. Sono gli articoli imperdibili di RDD.

Citazioni

Ispirazioni da libri, interviste, discorsi di chi ha tanto da raccontarci sul disegno, la creatività e i mille aspetti che ruotano attorno a queste due tematiche. Spesso sono frasi che ho sottolineato da qualche parte.

E’ stato un lavoraccio, ma ne sono soddisfatta: volevo da tempo che RDD fosse un ibrido fra un sito e un blog. Come avrete appena notato, la navigazione si è fatta molto più ricca e consistente e la consultazione dei post più fluida e vivace: saltare da un post all’altro sarà più semplice, quindi anche approfondire le proprie ricerche.

Sono nate nuove categorie, e perfino un’intera sezione indipendente. Con questo post vorrei mostrarvi vecchi e nuovi arrivi sperando che vi piacciano e vi siano utili. Ci potrebbero essere degli errori celati qui e là, ma mi sono detta: meglio un sito imperfetto che inesistente.
Non dimenticate di lasciare un commento, se vi va. :-)

Il bassotto cresce, ma non smette di divertirsi! Anche grazie a voi.

– Morena

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Asterisk 15 situazioni che solo i fanatici del colore capiranno nel profondo
27/07/2016 Morena Forza in Varie / 11 responses

In questi giorni mi sono trovata per l’ennesima volta in imbarazzo dovendo spiegare perché non me la sentivo di acquistare un prodotto artigianale pur bellissimo. Il colore non si sposava coi toni che ho dato alla casa.
Razionalmente, so che dall’esterno può apparire folle e farmi sembrare Meg Ryan quando in “Harry ti presento Sally” ordina al ristorante sfoggiando la sua esigenza, ma la realtà è una soltanto: sono fissata coi colori. Sono attenta ai colori. Li noto, li apprezzo, li disprezzo, li calcolo, li studio, li distinguo e vorrei lo facessero anche gli altri, più o meno segretamente.
Allora, ecco 15 cose che, se sei fissato almeno quanto me, ti saranno già capitate una o più volte.

Tre sfumature di turchese. Da sinistra: Stabilo Softcolor |Lyra Rembrandt Aquarell | Caran D'Ache Prismalo
Tre sfumature di turchese. Da sinistra: Stabilo Softcolor |Lyra Rembrandt Aquarell | Caran D’Ache Prismalo
    • Hai comprato tre pastelli apparentemente dello stesso colore, perché non sapevi scegliere quale tonalità ti piacesse di più e, nel dubbio, hai optato per l’acquisto dell’intera gamma che il commesso ti ha proposto. “Ma non sono uguali! Non vedi che questo è più azzurro e questo è più verde?!”
Quando mi hanno portato questa merenda cromaticamente gradevole, non ho resistito e l’ho fotografata!
    • Fotografi compulsivamente palette e combinazioni cromatiche vincenti per potertene ricordare quando ti troverai a disegnare (l’ultima volta nella sala d’aspetto del mio medico ho fotografato l’armonia di colori fra un detergente sanitario e la tinta muraria retrostante). Oppure, raccogli fotografie di bei colori o begli accostamenti, per lo stesso motivo o per il piacere di guardarli.
    • Ti fermi spesso a fissare un oggetto o, peggio, un volto dal vivo per capire quali colori lo compongono e come la luce li influenza. Questo può capitarti anche con perfetti estranei e farti passare per quelli che gli anglosassoni definiscono “creep” (tizio inquietante)
    • Quando capiti per caso nel reparto vernici e colori murari di Leroy Merlin o Castorama è un ritorno alla vita, quasi ti formicolano le mani dall’eccitazione. Potresti consultare fino al giorno dopo le scale cromatiche in esposizione, e non manchi di confrontarle nelle loro varianti da una marca all’altra.
      “Hai visto? Il turchese 06 di Marca1 ha un velo di verde in più rispetto a questo 14 di Marca2. Non è affascinante l’universo?”

      Fonte: mondopratico.it
      Fonte: mondopratico.it
    • Nei colorifici e nei negozi di Belle Arti ti si dilatano le pupille e ti aumenta la salivazione.
    • Da quando hai scoperto le composizioni delle tonalità ti capita di commentare un capo d’abbigliamento: “Carino, ma con qualche valore di blu e ciano in più sarebbe stato meglio”. Ti chiedi quindi perché non abbiano prodotto una scala cromatica completa di quella maglietta, mentre a malincuore la lasci sull’appendiabiti del negozio.tshirtcolori
    • Quando senti qualcuno sostenere che “tutti i colori stanno bene assieme, è gusto!” ti viene voglia di defenestrarlo, assieme a un buon manuale di teoria del colore.

      Grazie a Concetta Flore per l'immagine, tratta da questo articolo molto interessante!
      Il mio manuale preferito: “L’arte del colore” di Betty Edwards ( ed. 2006) Grazie a Concetta Flore per l’immagine, tratta da questo articolo molto interessante!
    • Dal parrucchiere ti presenti col barattolo di tinta comprato prima da te. Se sei davvero molto fissato avrai anche mischiato due tonalità per ottenere esattamente la sfumatura che sognavi. E quando ci sarai riuscito, ti sentirai un vero Alchimista. Presenterai al parrucchiere quel barattolo con orgoglio materno: è la tua creatura!

  • Quando per caso accosti due oggetti esattamente dello stesso colore, lo noti, te ne rallegri e ti senti appagato per la prossima ora a venire. Ti sembra che il destino, tramite quelle due tinte e saturazioni identiche, ti stia parlando di un futuro di armonia e cose belle. Sperare si può. La vita ha un senso, tutto sommato.
  • Se ti regalano qualcosa del colore che odi, ti senti quasi insultato.
    “Ma com’è possibile?! Mi conosce da secoli. LO SA che detesto il marrone in ogni sua sfumatura, lo dico un giorno sì e l’altro pure, l’avrà fatto apposta?”
  • “Ma che brutti colori!” esclami in libreria quasi ad alta voce, da solo.
    Bellissimo libro illustrato, bella storia, bella la carta, ma se i colori sono mal assortiti non lo comprerai mai e poi mai.

Sentirti dire che “un glicine e un lavanda sono la stessa cosa” ti mette addosso una voglia incoercibile  di essere miliardario solo poter regalare l’atlante dei colori (sì, esiste) ai tuoi conoscenti. Anzi, al mondo intero!

Atlante Cromatico Zanichelli
Atlante Cromatico Zanichelli
  • Ti interessa sapere qual è il colore preferito di una persona. Però una risposta come “viola” non ti basterà. Quale viola? Con più blu o con più rosso? Troppo vago! Se ti è già capitato di approfondire la domanda suscitando un misto fra ammirazione e incredulità, benvenuto nel club.kismet
  • Ti capita di comprare oggetti inutili solo perché di un colore che ti piaceva troppo. Poi pensi “cosa me ne faccio adesso?” e prometti di non cedere più. Fino all’ennesima tazzina che si aggiungerà alla pila già presente nella credenza.
  • I libri tematici sul colore: ne vorresti uno scaffale pieno! Poco importa se ti chiedono “Ma che te ne fai?” Tu sai che di inutile c’è solo quella domanda. Così, possiedi libri di fotografia con palette eccezionali, ma anche libri raccolta di tavolozze colore nella storia dell’Arte, come questo di Katie Greenwood, che è una miniera d’oro di idee! E ne vai super orgoglioso.
  • Quando scopri che la percezione visiva dei colori è leggermente soggettiva da persona a persona, rivaluti il giorno in cui hai scoperto che Babbo Natale… beh lo sai. Non lo voglio scrivere pubblicamente. E poi fa ancora troppo male.
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Asterisk RDD compie 6 anni: festeggiamolo con un mini concorso!
07/06/2016 Morena Forza in Varie / one comment

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Mi sembra ieri che per riempire il pomeriggio di noia rimasto vuoto da un appuntamento disdetto ho aperto la pagina di Roba da Disegnatori, che dopo qualche tempo è diventato un blog. Questo blog!
E invece sono passati sei anni e stavolta vorrei festeggiare alla grande. Metto quindi in palio questo cofanetto Derwent che verrà estratto a sorte il prossimo 14 giugno.

Come partecipare? Facile!

  1. Raggiungere il post dedicato sulla pagina cliccando qui. (Sì il giveaway ha luogo solo su Facebook e bisogna quindi essere iscritti).
  2. Commentare sotto il post su Facebook (non qui sul blog!) rispondendo alla domanda “Cosa ami disegnare?
  3. Condividere pubblicamente l’immagine del giveaway sul proprio profilo.

Il 14 giugno utilizzerò un generatore numerico casuale per l’estrazione. Inoltre, all’autore del commento più bello (a mio insindacabile giudizio :-) ) arriverà una mug del bassotto di Roba da Disegnatori.

Tutto semplice, no? Pronti, partenza… via!

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Asterisk Ognuno vola a modo suo – Ricordo di un’estate
18/05/2016 Morena Forza in Varie / 8 responses

Mi ricordo ancora di te.  Mi sono trovata a vagare per i ricordi, alcuni dolci ed altri amarissimi, come accade spesso quando, per via dell’influenza, si passano molte ore a letto e qualunque attività tranne pensare, risulta noiosa.

Quel giorno il frinio delle cicale era incessante, nella pineta;  avevi fatto staccare la coda ad una lucertola e l’avevi lasciata a seccare su di un muretto al sole, dopo un po’ aveva smesso di muoversi e di impressionarci.

Mentre ci spiegavi come riconoscere una lucertola maschio da una femmina, ci eravamo stesi tutti e cinque su una vecchia coperta, sul prato vicino alla collinetta, ma era servita a poco perché l’erba più secca riusciva ad infilarsi fra le sue fibre per pungerci gomiti e ginocchia. In lontananza gli altri schiamazzavano, si inseguivano, si sfidavano a tutti quei giochi che noi, sognatori con la testa fra le nuvole, rifuggivamo appena possibile.

L’odore dolciastro della resina era ovunque, un odore che per me sarebbe stato per sempre il profumo dell’estate, e tua cugina Milena cercava di mangiare un ghiacciolo all’anice facendosene sciogliere più della metà lungo il braccio. Non tirava un filo d’aria.

Era da un po’ che stavi lì a goderti i raggi che filtravano fra i pini, ogni tanto ti levavi qualche ago dal tuo caschetto biondo, così di moda in quegli anni; sapevi bene di essere bello, tutti te lo ricordavano di continuo, ma non eri a tuo agio con questa consapevolezza.

Noi ti guardavamo con l’ammirazione negli occhi: eri quello grande, quello che aveva appena fatto l’esame di quinta e che quasi sempre si inventava qualche gioco da fare assieme. Ed eri quello che riusciva sempre a farsi beffe della suora più severa e al tempo stesso a risultare adorabile e sempre perdonabile. Quel pomeriggio avevamo raccolto sulla coperta un certo quantitativo di fiori e foglie e ci eravamo messi ad intrecciare coroncine. Con una certa intransigenza mi avevi fatto scartare delle radici che trovavo belle e me le avevi strappate; ma poi per farti perdonare mi avevi spazzolato i capelli, facendo attenzione a non tirarmeli, e sistemato la coroncina, mentre dandoti le spalle cercavo di conservare un broncio carico di orgoglio e di ostentata dignità. Ogni tanto ti guardavi furtivamente attorno, verso il campetto sportivo alle nostre spalle, e poi lungo la stradina asfaltata e rovente che portava all’edificio del refettorio, quasi non dovessi farti vedere.

 

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© Morena Forza

Verso le tre avevamo deciso di avviarci dietro la collina. Con l’erba secca che scricchiolava sotto i sandali e le scarpe di tela, eravamo andati a bere dalla fontanella nascosta fra i rampicanti scuri, quella che spesso le suore ci avevano vietato di raggiungere; per questo la sua acqua ferrosa aveva il dolce sapore della ribellione. Daniela indossava come sempre le sue ali di raso, sostenendo che quando noi non la guardavamo lei riusciva ad alzarsi da terra tanto così.
Ti fidavi di noi, solo ora capisco fino a che punto, e anche se ti stavano piccole avevi deciso di indossarle. Eri molto spigliato, auto ironico e quasi teatrale, ti atteggiavi a fatina prendendoci in giro e risultando più convincente della metà di noi, che ridevamo e continuavamo ad ammirarti. Con tenerezza ricordo che nessuna di noi rideva di te, ma con te. Eri perfettamente a tuo agio, mentre ballavi sulle note di una canzone senza parole, che avevamo improvvisato lì per lì, con le nostre vocine squillanti.

Uno ad uno, poi, vi eravate dissetati alla fontana ed io attendevo sempre di essere l’ultima perché, allora come oggi, mi agitava avere alle spalle qualcuno che aspettava; così, anche quel giorno, avevo finito col restare indietro mentre tornavate.
Guardavo fra le fronde di un grosso pino, col cuore in gola, le guance bollenti e le mani ancora bagnate. Era sempre un’emozione andare alla fontana proibita! A volte penso che ci sarei andata anche senza bere. O forse lo abbiamo fatto e non lo ricordo?

Quel giorno però, qualcuno aspettava il nostro ritorno vicino al muretto dove la coda della lucertola iniziava ad asciugarsi. Il sole rovente ci rendeva piuttosto fiacchi e svogliati. Aveva anche reso qualcuno molto annoiato e litigioso, però: quei due ragazzini ce l’avevano con te. Uno di loro era Marco, un ragazzino robusto e viziato col nasino all’insù, molto consapevole della sua forza fisica. Poi c’era Ivan, alto, ossuto, con gli occhi blu e gli incisivi da grande, e una marcata propensione alla zuffa.

Pepita era minuta ma non li temeva, perciò mettendosi le mani sui fianchi aveva chiesto senza giri di parole cosa volevano da noi.
Ci avevano visto mentre ti aiutavamo a toglierti le ali e non te lo avevano perdonato. Fatico a ricordare le parole che ti inflissero dall’alto della loro crudeltà poco più che infantile, ma qualcosa mi si annoda dentro quando ripenso ai tuoi occhi scuri, al tuo sguardo deluso e ferito. Avevo appena nove anni e mi chiedevo perché fosse sbagliato che tu portassi delle ali o un intreccio di fiori, se ti piacevano.

Dopotutto, non molto tempo prima, ero stata presa in giro perché amavo andare a pesca con mio padre.  Avevo anche vinto delle medaglie, ero brava: ma non importava, perché non era una cosa carina per una femminuccia. E quanta rabbia, quanta incomprensione davanti a questa chiusura, a questi limiti che trovavo e trovo totalmente privi di ragionevolezza.

Per questo, durante questo 17 maggio, mi sono trovata a pensare a te; a come è possibile che a quasi vent’anni dal Duemila, l’anno che prometteva modernità ed avanguardia su ogni fronte, mi tocca sentir dire che il sessismo non è un problema da affrontare, perché “C’è ben altro di cui preoccuparsi”.

Ci sono ancora genitori che si allarmano se il proprio figlio gioca con le bambole o a fare lo chef, o vuole gli albi da colorare a tema fatine.
O se la propria figlioletta ha un carattere forte e deciso perché “non sta bene per una femmina”.

Non credo nei ruoli prestabiliti, rigidi ed inflessibili, che ci siamo dati; credo invece che la vita sia complessa, i ruoli intercambiabili, le sfumature dell’essere umano estremamente variegate.

So che sei riuscito a trovare una tua dimensione; ti ho visto qualche anno fa, dalla vetrina del tuo negozio di parrucchiere, spazzolare una donna coi capelli lisci e senza volume, proprio come i miei. Mi sono chiesta se la stessi prendendo ironicamente in giro come facevi con me, se invece la stessi spazzolando piano per farti perdonare qualcosa.

Ho sorriso, pensando a quanto siamo già noi a soli nove o dieci anni. Io amavo già scrivere e disegnare. Ho smesso di pescare, invece. Non sono più un tipo abbastanza paziente.

Sai, mi dispiace per non averti difeso quel giorno, per essere stata codarda. Ero solo una bambina. Non ho più paura di quello che penso e di esternare quello che sento.

Un giorno verrò a farmi spazzolare i capelli, e allora ti racconterò un sacco di cose. Del resto, non è ciò che si fa sempre dal parrucchiere?

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