Categoria: Storia dell’Illustrazione

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Asterisk Le ironiche vignette di Sir Edward Burne-Jones
06/08/2015 Morena Forza in Illustrazione / No comments

Siamo abituati a pensare all’Arte Preraffaellita nelle sue atmosfere grandiose e sublimi, alle sue tematiche spesso inerenti miti ed una Storia lontana.

Ma cosa succede quando un artista dell’epoca, benvoluto e stimato dal pubblico, decide di prendersi meno sul serio?
Sir Edward Burne-Jones (1833-1898) era un uomo assai amichevole; amava intrattenere lunghe e durature corrispondenze e non si limitava a scrivere, ma aggiungeva spesso e volentieri delle vere e proprie vignette alle sue lettere.
Nel tempo molte di queste sono state notate dagli storici e sono divenute famose.

Lettere a Violet Maxse

David Brass, uno dei più celebri collezionisti di libri rari di tutta la Gran Bretagna, ha un album che raccoglie quasi l’intera corrispondenza fra il pittore ed una sua amica, Violet Maxse. A questa serie di lettere appartengono molte delle vignette raffiguranti donne rotondette, buffe ma comunque non senza una certa eleganza. Con uno spiccato senso dell’ironia, il pittore le aveva soprannominante “Prominent Women“. Un doppio senso, questo: donne notevoli, sporgenti, ma anche “illustri/di spicco”.

Sembra che il pittore amasse particolarmente dipingere le masse grasse sul corpo umano, ma la moglie lo rimproverasse spesso per questa sua tendenza ad ironizzare sugli atteggiamenti di queste figure e per la frequenza, secondo lei eccessiva, con cui le inseriva nelle lettere.

Sir Edward Burne-Jones vignette

Sir Edward Burne-Jones vignette Sir Edward Burne-Jones vignette

Un’appassionata amicizia

La fitta corrispondenza (quasi quotidiana) fra Edward Burne-Jones e May Gaskell è però quella divenuta più celebre: si tratta di un archivio di più di duecento lettere ricche di racconti, quotidianità, pettegolezzi, affetto e,  naturalmente, di vignette e disegni. Negli anni gli storici hanno ipotizzato, analizzando i contenuti di queste missive, che il pittore e la signora Gaskell intrattenessero un rapporto platonico.

Sir Edward Burne-Jones vignette
Fonte: http://www.blouinartinfo.com/
Sir Edward Burne-Jones vignette
Fonte: http://www.davidbrassrarebooks.com/

In queste lettere Burne-Jones racconta le sue giornate, inserisce ritratti di sé stesso con l’influenza o dopo una faticosa camminata a vuoto. Disegni e didascalie (che funzionano quasi come fumetti) sono a volte riccamente disegnati, altre abbozzati con immediatezza.

In questi giorni l’Ashmolean Museum di Oxford ha rilasciato un comunicato stampa carico di orgoglio: questa serie di lettere è stata acquisita proprio dal museo e sarà in mostra fino al 31 agosto 2015. Prossimamente molte di queste lettere saranno disponibili per la consultazione online.

Luci ed ombre, sulla tela come nella vita

Tra l’artista e la famiglia Gaskell i rapporti erano stretti; secondo alcuni fin troppo. Burne-Jones nutriva un affetto paterno per le due figlie di May, Amy e Daphne, a cui dedicò più di un ritratto così come aveva fatto per la madre e con cui intrattenne a sua volta un affettuoso scambio di lettere.

Schizzo preparatorio e quadro definitivo del ritratto di Amy Gaskell a 19 anni

Colpisce particolarmente la cupezza del carattere di Amy da adolescente, che Burne-Jones ha saputo catturare e che, alla luce del suo presunto suicidio in giovane età, ha fatto parlare diversi storici dell’Arte ed alcuni cronisti dell’epoca.
Alla piccola Daphne invece, il pittore dedicò un ritratto a pastelli e delle lettere illustrate da animaletti e piante; erano inoltre scritte in alfabeto fonetico, una scelta piuttosto bizzarra, com’era nella natura eccentrica del pittore.

Ritratto della piccola Daphne Gaskell

Mi affascina la profonda differenza di atmosfera tra i quadri di Sir Edward Burne-Jones e le sue illustrazioni. Qui trovate una ricca galleria dei suoi quadri.
In ogni artista ed artigiano probabilmente convivono più nature. E perché non accontentarle allo stesso modo?

Per chi volesse saperne di più della particolare e aggrovigliata amicizia fra Burne-Jones, May Gaskell e le sue figlie, segnalo questo libro (qui in ebook) che ho io stessa comprato in questi giorni e non vedo l’ora di ricevere. E’ stato scritto dalla giornalista Josceline Dimbleby che ha avuto accesso agli intricati archivi delle lettere fra l’autore e questa famiglia di donne così diverse una dall’altra.

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Asterisk Hans Liska: un illustratore al fronte racconta la Seconda Guerra Mondiale
09/06/2015 Morena Forza in Illustrazione / No comments

A cura di Laura Guglielmo

Essere appassionati di Storia è un grosso problema. Basta una curiosità insignificante per essere trascinati nella spirale infernale delle ricerche correlate. E partire dal funzionamento del motore Rolls-Royce Merlin (il cuore di moltissimi aerei alleati durante la Seconda Guerra Mondiale, celebre grazie al Supermarine Spitfire) mi ha portato inaspettatamente a riscoprire un illustratore meraviglioso, con l’occhio del cronista e la mano dei migliori acquerellisti del secolo scorso.

Di Hans Liska sapevo poco e niente. Lo conoscevo di nome, e avevo visto alcuni suoi lavori confezionati diligentemente per Mercedes. “Bei disegni di macchine” mi ero detta, “Niente di che”. E non avevo indagato oltre.

Ma che errore! I suoi taccuini di guerra sono una perla.

Liska è stato al fronte (anzi, su diversi fronti: da Creta alla Francia alla Russia), e quaderno alla mano ha raccontato macerie, combattimenti e persone.

Scorro i suoi schizzi incantata: linea nervosa, che cerca al tempo stesso movimento e volume, e che mai rinuncia al dettaglio anche nel gesto incalzante. Colori spontanei, composizione istintiva e che non perde mai l’equilibrio e l’eleganza, non importa quanto la scena sia concitata.

L’artista viennese, classe 1907, è stato uno dei disegnatori favoriti dell’Asse, ma le sue immagini propagandistiche non reggono il confronto con la freschezza dei piccoli studi a grafite e gouache: quando Liska si sforza di rendere eroica la guerra l’incantesimo si spezza, e le scene diventano artefatte, i soldati sono anonimi superuomini, i cieli fosforosi sono percorsi da scie di mortaio perfettamente allineate.

La sua finezza si perde completamente.

Nei lavori meno ufficiali (e meno retorici) c’è però qualcosa delle inquadrature che mi ricorda la grazia ordinata della guerra di Cecil Beaton, fotografo di moda e non solo che in epoca bellica ha rivolto il suo obbiettivo all’Inghilterra ferita dal Blitz, ma con molto più dramma e meno silenzio.

Liska è un cronista vero, e la sua opera, oltre a essere una splendida miniera di pose forti e naturali, è un ritratto sincero e attento dell’ultimo conflitto mondiale.

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Asterisk Storia dell’Illustrazione: Amos Sewell
27/06/2014 Morena Forza in Storia dell'Illustrazione / one comment

Ho scoperto i lavori di Amos Sewell (1901-1983) per caso; curiosamente, quando cerco reference per argomenti o dettagli moderni capito spesso su immagini o gallerie di fotografia o illustrazione storica e viceversa, quando sto cercando qualcosa di storico finisco col trovarmi davanti a prodotti moderni.
Così mi è capitato anche stavolta.

Mi hanno da subito catturata l’attenzione per il dettaglio non eccessiva e quel tocco umoristico presente in certe tavole attraverso minuscoli particolari molto intelligenti.
Come in questo caso, in cui l’espressione della moglie raccoglie l’intero senso umoristico dell’illustrazione.

 

Sewell raffigurava l’americano medio negli anni ’40, ’50 e ’60 del Novecento; periodo particolare, quello del boom economico e demografico, della musica che mischiava per la prima volta influenze culturali differenti al suo interno. L’epoca del benessere, ma anche quella del capitalismo a tutto spiano, dei centri commerciali, delle vacanze alla portata di tutti (o quasi), fattori che hanno costituito la società come la conosciamo anche oggi.

 

 

 

Qualche volta Amos Sewell cade nel cliché, ma è tipico del periodo storico durante il quale lavorava.
Certi luoghi comuni triti e ritriti infatti, servivano a far percepire un senso di identificazione nel lettore e sono lo stesso marchio di fabbrica che talvolta nei testi di storia dell’illustrazione americana vengono attribuiti, non senza un’aspra critica, ad altri grandi dell’illustrazione americana, come Norman Rockwell. Sono immagini che divengono iconiche rispetto un’epoca storica.
Sewell però calca meno la mano sulla caratterizzazione dei personaggi, gli sfondi sono meno ricchi a favore di una maggiore attenzione agli atteggiamenti e al colore dei protagonisti, e la stucchevolezza rimproverata tavolta a Rockwell non è quasi mai presente.
Le tavole in effetti sono sì narrative, ma meno emotive di quelle di Rockwell. La componente buffa anche se altrettanto innocente, è quella che va per la maggiore nelle sue scelte narrative.

 

Chi ha visto il film “Le vergini suicide” diretto da Sofia Coppola e tratto dal romanzo di Jeffrey Eugenides
potrebbe riconoscere una certa scena.
A chi non è capitato di chiedere indicazioni stradali e di non capire nulla di quanto gli viene spiegato?

Sewell volle fortemente diventare un illustratore: ancora ventenne dovette rinunciare ad una promettente carriera di tennista.
Decise poi di trasferirsi dalla California alla East Coast, più prolifica in campo artistico ed editoriale, per stringere la sua più importante collaborazione, quella con The Saturday Evening Post (dal 1949 al 1962) per cui lavorava il più famoso illustratore di allora, proprio lo stesso Normal Rockwell. E prima di lui il suo mentore, J.C. Leyendecker.

 

Una delle copertine di Amos Sewell per il Saturday Evening Post
“Le scuole britanniche sono migliori delle nostre?”

Attualmente infatti, la maggior parte delle illustrazioni in circolazione per mano di Sewell appartengono proprio all’archivio delle cover realizzate per il famoso magazine americano.

 

Mentre per il famoso magazine “The Saturday Evening Post” realizzò cover a colori
che sono quelle che attualmente si trovano di più in circolazione, in precedenza Sewell lavorava
per lo più a carboncino con poche incursioni di colori se non del tutto in bianco e nero, riproducendo
scene quotidiane simili a quadri o a fotografie e ferma immagine cinematografici.

 

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Asterisk Storia dell’Illustrazione: Erté
21/04/2014 Morena Forza in Storia dell'Illustrazione / one comment

C’è stato un momento nell’illustrazione in cui l’accuratezza di un disegno quasi vicino alla fotografia è passata in secondo piano in favore del concettuale, della stilizzazione e a volte del minimal.
The education of an illustrator” di Marshall Arisman lo fissa negli anni Cinquanta quando l’illustrazione seriale è entrata nei meccanismi del packaging e nell’advertising (pubblicità).
Eppure… Eppure potrebbe essere accaduto molto prima, ai tempi dell’Art Déco.
Altrimenti uno del calibro di Erté come lo collochiamo?
Assieme a Georges Barbier e a Umberto Brunelleschi è il mio preferito dello stesso periodo.

 

 

Chi si occupa di pittura e scultura tende a trascurare la carriera di Roman de Tirtoff (questo il suo nome all’anagrafe) come illustratore, ma in effetti la produzione di cartoline, manifesti e di copertine per grandi riviste come Harper’s Bazaar fu davvero enorme.
Erté era un autore prolifico, con un gusto raffinatissimo e delle stilizzazioni delicate e femminili, tanto che realizzò moltissime tavole di illustrazione di moda.
Questo accadde anche per molti altri esponenti dell’Art Déco, ma Erté aveva qualcosa di particolare: le sue donne, eteree e più vicine ad un ideale che alla realtà, sono creature sospese, silenziose, cariche di mistero e di magia.

 

L’elemento onirico e misterioso è quasi sempre richiamato ed è questo che rende Erté uno dei miei illustratori preferiti.

Credo che per l’Harper’s Bazaar abbia realizzato alcune delle sue tavole migliori in assoluto.

 

La mia copertina preferita di Erté, campeggia sul mio iPad da quando ce l’ho :)

 

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Asterisk Storia dell’Illustrazione: Mary Blair
14/04/2014 Morena Forza in Storia dell'Illustrazione / No comments

Devo ammetterlo, non sono mai stata particolarmente legata al disegno Disney nel mio modo di pensare le immagini. Eppure, qualcosa di più profondo dell’immagine stessa, mi ha influenzata per sempre nel mio approccio allo stesso disegnare: il colore. Ed è un modo di usare il colore che, ironia della sorte, viene da una delle più grandi figure di spicco del panorama disneyano: Mary Blair. I suoi colori, energici ed esuberanti, sono quelli che hanno forgiato la mia immaginazione, e mi hanno spinta a disegnare.

Ogni tanto, erroneamente, si legge che fu da subito assunta per Disney; in realtà il suo primo impiego fu quello di animatrice per la Metro-Goldwyn-Mayer. Successivamente si spostò allo studio Ub Iwerks, dove il marito Lee Everett Blair, già lavorava. Solo nel 1940 iniziò a lavorare per Walt Disney, per la produzione di Dumbo.

Nella sua trentennale carriera all’interno della Walt Disney Pictures, Mary Blair (nata in Oklahoma il 21 ottobre del 1911) rivestì diverse posizioni:

Concept artist
come in “Alice nel Paese delle Meraviglie” (1951)

Responsabile e supervisore
come ne “I tre caballeros”  (1944)

Color stylist
come in “Peter Pan” (1953)

Come sosteneva Marc Davis, disegnatore e responsabile Disney, fu lei a portare l’arte moderna all’interno della produzione disneyana come nessuno aveva mai fatto prima.

La sua impronta stilistica è ancora oggi inconfondibile: i suoi colori elettrici ed esagerati, spesso dissonanti fra loro, erano il suo marchio di fabbrica, usati in aree di tinte piatte e forme eccezionalmente innovative per l’epoca, in ambito di concept art e animazione. Per questo tipo di lavori, era solita usare guache e acrilici; ma curiosamente, il suo primo medium di elezione fu l’acquarello, tanto che fu membro della California School of Watercolor

Gallery da “I tre caballeros” (1944)

Gallery da “Peter Pan” (1953)

Da questi concept è stato prodotto il libro illustrato riadattato da Ridley Pearson nel 2009.

Gallery da “Cenerentola” (1950)

Gallery da “Alice nel paese delle Meraviglie” (1951)

Da questi concept è stato tratto il libro illustrato, riadattato da Jon Sciezka, nuova edizione nel 2016

Mary Blair non si fermò alla concept art e all’animazione.

Qualche anno dopo, la celebre casa editrice Simon & Schuster le commissionò alcuni fra i più bei Little Golden Books. Ancora oggi alcuni di essi sono sugli scaffali delle nostre librerie, passati alla storia come libricini tascabili, economici ma di alta qualità. Ecco per esempio “I can fly” che ho comprato qualche tempo fa:

Non sono solo i suoi colori e le sue idee a rendere Mary Blair una dei modelli a cui mi ispiro per il mio mestiere di illustratrice; piuttosto il suo eclettismo e la sua capacità di essere elastica, di farsi strada all’interno di diversi mercati. Non solo animazione e libri illustrati per lei, ma anche pubblicità, packaging, biglietti di auguri e scenografie teatrali.

Il suo disegno arrivò ovunque: oltre ad essere un’artista era anche una gran lavoratrice!

Una carriera a cui guardare con ammirazione e da cui trarre tanta ispirazione.

Letture

“Magic Color Flair”
Weldon Owen (2014)
una monografia completa su Mary Blair, curata da J. Canemaker

“The Art and Flair of Mary Blair: An Appreciation”
Disney Editions Deluxe (2014)
Monografia Disney curata da J. Canemaker

“Mary Blair Treasury of Golden Books”
Golden Books (2014)
Raccolta digitale dei Golden Books di Mary Blair

“Alice in Wonderland”
Disney Pr (2016)
La storia di Alice riadattata da Jon Sciezka, illustrata dai concept di Mary Blair

“Peter Pan”
Disney Pr (2009)
La celebre storia di Dave Barry riadattata da Ridley Pearson e illustrata dai concept di Mary Blair

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Asterisk Storia dell’Illustrazione: Sydney Sime
03/03/2014 Morena Forza in Storia dell'Illustrazione / 2 responses

A differenza di molti suoi colleghi, Sydney Sime (1867-1941) non solo nacque in una situazione di forte povertà, ma non ebbe scorciatoie e facilitazioni che potessero dare un impulso alla sua attività artistica fino all’età adulta.
Infatti le sue mani furono impiegate per anni in lavori umili e manuali: fu minatore, panettiere, calzolaio, tra gli altri mestieri di cui si occupò.
Quando nel 1898 uno zio gli lasciò in eredità una cospicua somma, Sydney Sime ne impiegò una parte per avviare un’attività commerciale (che fallì in meno di due anni) e l’altra per studiare alla Liverpool School of Art. Aveva già 31 anni, che per quell’epoca costituivano un’età piuttosto avanzata per intraprendere un’attività artistica dal nulla.

Il suo immaginario, ricco di figure spettrali o grottesche, colpì il pubblico in tempo relativamente breve.
A renderlo celebre fu la collaborazione con l’autore irlandese Lord Dunsany che divenne proficua e continuativa.
Più tardi divenne uno degli artisti preferiti di H.P Lovecraft, che condivideva gran parte delle sue visioni.

 

 

 

 

 

 

Alcune delle sue tavole sono custodite ed esibite alla Sidney Sime Gallery di Worplesdon, nel Surrey, ma la maggior parte di esse erano proprietà di Lord Dunsany e molte andarono distrutte in un incendio divampato nella sua proprietà.

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Asterisk Storia dell’Illustrazione: Eyvind Earle
24/02/2014 Morena Forza in Animazione / 2 responses

I colori non avevano segreti per Eyvind Earle (New York 1916-2000) autore, illustratore e pittore statunitense diventato poi celebre per aver realizzato i concept di alcuni classici Disney negli anni Cinquanta.

 

 

C’è una bella differenza fra dipingere un paesaggio e fra sintetizzarlo e rendere le atmosfere che lo caratterizzano; Earle lo sapeva bene, tanto che gli alberi disegnati da lui sono ancora oggi inconfondibili, ricorrenti nelle sue tavole e sempre molto importanti come elementi narrativi oltre che decorativi.

 

 

 

 

Eyvind Earle divenne famoso già durante la sua giovinezza; a soli 14 anni tenette la sua prima mostra personale a Parigi e a 21 si vide acquistare un suo dipinto nientemeno che dal Metropolitan Museum di New York.
Per quanto riguarda la sua carriera in Disney, il suo capolavoro per styling, sfondi e colori fu “La bella addormentata nel bosco” (1959)

 

 

 

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Asterisk Storia dell’Illustrazione: Jean-Jacques Sempé
17/02/2014 Morena Forza in Fumetto / No comments

Ho un piccolo taccuino dove annoto periodicamente i nomi dei grandi del passato di cui voglio scrivere per Storia dell’Illustrazione.
Tra questi non figurava quello di Jean-Jacques Sempé (Bordeaux, classe 1932), conosciuto più semplicemente come Sempé.

Non perchè non sia fra i miei autori preferiti e più importanti da conoscere per chi si interessa di illustrazione, non solo perchè è contemporaneo (e di solito posto autori non più tra noi) bensì perchè forse lo davo per scontato, conoscendolo bene e facendo parte dei miei mostri sacri.
Lo scorso anno ho visto una sua personale alla Galleria Nuages di Milano, quando ho incontrato Davide Calì, e ho avuto modo di approfondire i suoi lavori, incuriosita dal suo tratto fresco, dalla sua ironia e naturalmente dai suoi acquerelli.

Sempé è conosciuto per lo più per avere illustrato la fortunata serie di “Le petit Nicolas” di René Goscinny.

 

Anzi anche chi non è apassionato di Illustrazioni o Arti Visive spesso lo conosce; conosce i suoi disegni senza sapere il suo nome.
Oppure ha visto alcune delle sue sagaci vignette, spesso aventi come soggetto il teatro, la musica e i libri e caratterizzate dalla sua freschezza ed un umorismo raffinato.

 

La casa editrice Denoël ha stretto una duratura collaborazione con Sempé, infatti dal 1960, quasi ogni anno, pubblica un suo album.

Ma non ha fatto solo questo; oltre ad occuparsi di libri, infatti, dagli anni Sessanta ha collaborato con numerosi celebri magazine e disegnato molte copertine per il New Yorker, che secondo me costituiscono ancora oggi molte delle sue tavole più belle.
Alcune ho avuto la fortuna di ammirarle dal vivo e sono spettacolari!

Ne posto solo qualcuna ma vi invito a cercarne di più, sarà una gioia per gli occhi.

 

 

 

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Asterisk Storia dell’Illustrazione: Carl Larsson
10/02/2014 Morena Forza in Storia dell'Illustrazione / 2 responses

Nelle mete dei miei prossimi viaggi c’è Sundborn, Svezia, dove vivevano Carl Larsson (1853-1919) e sua moglie Karin.
Proprio nel villaggio di Sundborn infatti si trova la casa-museo dei Larsson, dove sono ambientate molte delle tavole ad acquarello più apprezzate di questo illustratore; la casa fu decorata secondo il gusto dei due artisti (anche la moglie era pittrice) ed è quindi molto visitata dai turisti.

La moglie di Carl Larsson intenta a leggere. Sullo sfondo si nota bene come i due
avessero decorato in modo molto personale la casa. Sulla vetrata ci sono l’artista e la moglie ritratti,
le pareti erano finemente dipinte e sullo stipite della porta figura un motto che dice “Bien faire et laisser dire”
(in francese “Fare bene e lasciare dire”)

Ma facciamo qualche passo indietro.

Ho scelto Carl Larsson per il post di Storia dell’Illustrazione di oggi perchè è l’esempio più eclatante di come a volte le cose che ci riescono più semplici in quanto spontanee, sono quelle che arrivano maggiormente a chi guarda un disegno.
Per Larsson l’attività di pittore era il modo di riscattare la propria posizione sociale, in una realtà che era l’Accademia Reale Svedese delle Arti di Stoccolma all’interno della quale lui inizialmente, per via della sua timidezza e delle sue origini molto povere, faticava ad ambientarsi.
Aveva riposto nella pittura tutte le sue speranze di una vita migliore e iniziò a dedicarsi all’illustrazione (un’Arte “minore” per qualunque pittore dell’epoca) con intenti meno ambiziosi, senza sapere che sarebbe stato ricordato proprio per le sue tavole ad acquarello, un medium che è sempre stato visto inferiore alla tecnica ad olio, in quanto utilizzato da molti principianti e, appunto, illustratori.

La svolta artistica di Carl Larsson ebbe luogo dopo aver sposato felicemente sua moglie Karin.
Fu allora che iniziò ad utilizzare gli acquarelli dopo anni di insuccessi come pittore a Parigi e a dipingere scene di quotidianità della sua famiglia; con la moglie ebbe otto figli che riempivano interamente le loro giornate di genitori e di persone.

Carl Larsson e la moglie Karin con due delle loro bambine.
Anche Karin appare in molti quadri e illustrazioni dell’autore, spesso sua musa ispiratrice
e sempre molto supportiva nella sua attività di pittore e illustratore.

Non era inusuale che Larsson dipingesse i giochi dei loro bambini e i momenti di intimità quotidiana con una straordinaria delicatezza, portando su carta il calore casalingo di una vita tranquilla e colma di piccoli attimi; piccoli ma significativi nella propria semplicità.

 

 

Nonostante cercò fino all’ultimo di essere riconosciuto come pittore tramite la realizzazione di affreschi, che riteneva fossero il suo risultato più “alto”, ambizioso e più personale, riconobbe nello scrivere le proprie memorie, che le immagini realizzate ispirandosi alla sua famiglia restavano la parte della propria produzione artistica che il pubblico apprezzò di più, perchè più spontanee e sentite.

Le immagini ispirate al Natale sono tra le più celebri di Carl Larsson

Mi piace la storia di Carl Larsson perchè mi ricorda che a volte le cose che ci vengono meglio non sono quelle che rispondono alle nostre ambizioni, ma quelle che contengono un messaggio per chi legge e guarda.
E cos’è il disegno se non l’espressione di qualcosa che sentiamo e viviamo?

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Asterisk Storia dell’Illustrazione: Norman Rockwell
03/02/2014 Morena Forza in Storia dell'Illustrazione / 2 responses

Non potevo continuare questa rubrica senza nominare il grande Norman Rockwell, che ha fatto davvero la Storia dell’Illustrazione.
Comincio questo post sorridendo perchè mi accorgo solo ora, cercando ulteriori informazioni su di lui, che era nato a Manhattan (New York) proprio il 3 febbraio. Quando si dice la coincidenza.

Perchè Rockwell è uno di quei nomi che chiunque si voglia avvicinare all’illustrazione deve conoscere?

A prescindere dalla destinazione delle proprie opere e dallo stile che si è scelto, Rockwell costituisce un esempio inimitabile di narrazione in un’unica immagine, che è poi ciò che distingue un’illustrazione da un disegno.

 

Norman Rockwell amava il dettaglio e raffigurare situazioni quotidiane con una delicatezza d’animo eccezionale e quel tocco di umorismo che era il suo marchio di fabbrica.
Certo, nel tempo c’è chi ha definito il modo di trasporre la realtà come irrealistico e “melenso”, ma era una scelta mirata la sua e di conseguenza può essere apprezzata o meno.

 

Prima che negli anni Sessanta l’illustrazione prendesse una piega concettuale cambiando radicalmente la sua direzione, Norman Rockwell era idolatrato negli Stati Uniti in quanto definito “l’artista della gente” (Steven Heller “The education of an Illustrator – Allworth Press, 2000)

 

 

Se vi interessa scoprire se è possibile che una sola immagine contenga non un’intera storia ma più storie e situazioni, incrociate e poeticamente connesse, perdetevi nello studio delle opere di Rockwell e non ve ne pentirete.
Curiosità: Se n’è andato nel 1978 e la famiglia ha costituito un’agenzia per i diritti esclusivi sulla sua intera produzione artistica, la Rockwell Family Agency.
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