Categoria: Professione Disegno

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Asterisk 5+1 Motivi per non utilizzare immagini prelevate da Google
07/05/2018 Morena Forza in In evidenza / No comments

Illustrazione:  Kali Ciesemier

A volte è difficile spiegare perché prelevare da internet un’immagine (soprattutto a scopo commerciale) sia sbagliato, soprattutto a chi mastica poco la netiquette; eppure esistono motivazioni precise di stampo tecnico, legale ed etico per non farlo.

Diffondiamo questo post per fare sapere anche ai non addetti ai lavori perché le immagini da Google o Pinterest non vanno prelevate, men che meno a fini commerciali.

Perché è sbagliato utilizzare le immagini prese su internet?

1: Google non è una banca dati di immagini free

Facciamo un po’ di chiarezza: Google Immagini è un servizio che Google ha ideato dopo qualche anno dal lancio dell’azienda, nel 2007, a scopo informativo.
Se non ci credi, aggiornati, perché Google ha perfino tolto lo strumento “Visualizza immagine” proprio all’inizio del 2018 per tutelare chi produce immagini, impedendo di visualizzare un’immagine isolata dal contesto in cui è inserita.

2: Non siamo noi disegnatori a caricare le immagini su Google

Il motore di ricerca le preleva da siti, forum, social e altre fonti estrapolandole tramite un algoritmo dal loro contesto in base a delle parole chiave.
Non abbiamo caricato quelle immagini su web per offrirle al primo che passa, ma per promuovere il nostro lavoro (anche retribuito).
Inoltre, molto spesso le immagini che girano per social e piattaforme non sono state caricate da noi creativi, ma da qualcuno che le ha salvate dai nostri canali ufficiali e redistribuite a nostra totale insaputa sui propri socialDigiti e te le trovi davanti, ma non sono lì per te.

3: Prelevando immagini da internet corri il rischio concreto di controversie legali con privati e aziende che le hanno commissionate o acquistate.

Questo significa che utilizzando un’immagine potresti commettere a tutti gli effetti un furto, non solo verso il suo autore ma anche verso un’azienda (editori, case di moda, produttori di articoli di cartoleria, arredatori, agenzie pubblicitarie ecc), che ne detiene i diritti ed ha i mezzi legali per fartela letteralmente pagare. Pensaci bene.

4: Esistono le immagini stock, a pagamento e anche gratuite.

Esistono delle banche immagini per fotografie, illustrazioni e materiale grafico, alcune di esse totalmente gratuite. Prova a digitare in Google (facendone buon uso, stavolta) “Free stock images” o “Free stock illustrations” e ti si aprirà un mondo.

A differenza di quelle pescate a caso su Google o Pinterest o sui social, le immagini che trovi sui siti stock sono lì appositamente per te. Datti alla pazza gioia!

5: La stampa di immagini prese da internet è di bassa qualità.

Le immagini prese da internet sono a bassa risoluzione; questo significa che in stampa danno risultati tutto meno che professionali.

Se queste motivazioni tecniche, legali ed etiche non ti hanno convinto, eccotene una molto pratica: credimi, internet è piccolissimo.

Pensi davvero di passare inosservato?
Ormai su web si denuncia di tutto, dalle grandi aziende ai piccoli produttori disonesti.
Le cose che una volta era facile insabbiare si vengono a sapere e potresti essere svergognato in pubblica piazza o riempito di messaggi di protesta facendoci veramente una magra magra figura. Ci sono marchi che hanno perso cause, piccoli shop su Etsy o Ebay che hanno chiuso i battenti per questo motivo.
“L’immagine era su Google quindi è mia” lo avresti potuto dire suscitando un sorriso di compassione nel 2005. Nel 2018 è totalmente irrealistico.

Quando l'immagine non è utilizzata a fini commerciali

Perché non contattare l’autore dell’immagine per la tua iniziativa? E’ sbagliato comunque utilizzare l’immagine a sua insaputa.

E se il disegnatore o fotografo non volesse che quell’immagine venga abbinata a idee politiche o etiche in cui non si riconosce?

A me è capitato: qualche anno fa hanno utilizzato una mia immagine di una mamma col suo bambino per un’iniziativa contro le famiglie arcobaleno.
Io le supporto pienamente e odio ogni forma di discriminazione, perciò ho trovato molto offensivo l’uso di quell’immagine (per giunta modificata a piacimento con una grafica assai discutibile) per quel fine.
Impariamo a rispettare il lavoro degli altri, ce n’è tantissimo dietro un’immagine, che non si è certo fatta da sola.

Grazie! :-)

Letture

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Asterisk Come ho iniziato a fare illustrazione: il mio percorso a ostacoli
23/04/2018 Morena Forza in In evidenza / 6 responses

Negli ultimi tempi, sul blog, per email e durante corsi ed incontri, mi è stato chiesto come ho cominciato a fare l’illustratrice freelance. E’ stata insomma, la domanda frequente numero 1.

E così, in occasione del mio compleanno, ho deciso di raccontare il mio percorso.

Fun fact: volevo registrare degli audio e mi sono spostata in campagna, lontana dal frastuono della città e dei vicini.
Da brava ragazza di città, ho sottovalutato un temibile nemico: l’ugola della gallina media.
Terminata di registrare la intro infatti, mi sono resa conto che le urla e i litigi dal pollaio, in sottofondo, rendevano inascoltabile l’intero il contenuto.
Così, dopo molte risate, eccomi qui, tornata alla cara e vecchia scrittura.

Una ragioniera che disegna

Come ho raccontato brevemente nella mia pagina bio, ho studiato ragioneria e, dopo il diploma, Lingue e Letterature Straniere.

Nei primi mesi del 2007 iniziò un processo interiore inarrestabile che mi portò ad interrompere gli studi (che pure amavo molto) per buttarmi a capofitto nell’avventura che è diventata una fetta enorme della mia vita attuale.
Nell’autunno di quell’anno mi iscrissi al corso di illustrazione dello IED.
Grandioso, no?
Ma non andò affatto bene. Anzi, chiamiamo le cose col loro nome: fu un completo disastro.

Non tutto il male viene per nuocere

Due mesi dopo essermi iscritta mi accorsi di non riuscire più a tenere nulla in mano. Né una posata, né un pettine, né una matita.
Fu l’inizio di un incubo che durò diversi anni, di cui il primo in fase acuta, fu il peggiore della mia vita.

Passavo molto tempo a letto, debole e dolorante, e non potevo fare altro che leggere e guardare film.
Il mio stato di salute altalenante non aveva però spento le mie inclinazioni, le aveva intensificate; una volta finita la fase acuta, per tutto l’anno seguente mi concentrai su studio e disegno. Non potendo uscire granché, non ero in balìa di grandi distrazioni e questo velocizzò straordinariamente il mio apprendimento.
Quello è stato il grande periodo-spugna. Vedevo una cosa, provavo a farla e la assorbivo.

L'importanza di essere (quasi) pronti

Cominciai a fare sul serio: decisi di preparare un portfolio di 12 immagini e disegnare tantissime tavole “extra”, comprare un dominio e aprire il mio primo sito.
Che non era ancora questo.
Partecipai a qualche concorso e a qualche mostra, per mettermi in gioco.

Ma la differenza la fecero le ore che, quando riuscivo a uscire, trascorrevo in biblioteca e per librerie, a cui ne seguivano altrettante sui siti e sui cataloghi di produttori ed editori.
Con un taccuino alla mano appuntai meticolosamente una serie di informazioni preziose (cosa che periodicamente faccio ancora) che mi sarebbero servite per capire chi contattare.

Quando iniziai a farlo, le risposte furono piuttosto veloci. Imparai a prendere un quantitativo imbarazzante di porte in faccia senza fare un plisset.
A meno di un anno da quando facevo illustrazione, mi ero trovata a lavorare con uno dei più grossi gruppi editoriali italiani.
Fu frustrante, e difficile perché non ero completamente pronta per un’esperienza così “di alto livello”, ma fu istruttivo. E non mi pentii di essermici buttata.
E poi, il fatto di essere stata contattata da un cliente così importante mi diede molta fiducia e carica.
Il primo vero gradino che ha costituito uno spartiacque fra il prima e il dopo è stata la collaborazione con un editore francese (anch’esso di grandi dimensioni): da lì in poi arrivò tantissimo lavoro.

Non molto più tardi mi scrisse dal Portogallo Ines, la mia prima agente, che mi insegnò a tenere ordinato il portfolio e pensarlo per dei clienti a cui volevo arrivare.
In quel periodo mi appassionai più che mai al mercato dell’illustrazione e non solo ad illustrare.

E’ stato proprio così che, tra il 2014 e e il 2015, ho aperto partita IVA e ho rivoluzionato completamente il modo in cui disegnavo per potermi dedicare ai miei due mercati preferiti: quello britannico e quello americano.
Reinventarsi non è facile; ci sono voluti mesi di metodica ricerca e raccolta.
In un certo senso, non ho solo cominciato a fare illustrazione, ma ho anche ricominciato da capo. E senza fermarmi, perché non potevo permettermelo.
Questo mi ha portato nel giro di sei mesi ad essere contattata dalla seconda agenzia che ora mi rappresenta e che mi ha confermato che ero davvero molto adatta ai mercati a cui avevo voluto avvicinarmi. I miei studi sono stati davvero ripagati: ho raddoppiato le commissioni e lavorato spesso con Regno Unito, Asia e Stati Uniti.

Chissà quante altre volte dovrò rinnovarmi e, per alcuni aspetti, ricominciare.
Bisogna farci pace, se si vuole disegnare freelance.

Percorsi diversi, ostacoli segreti

Negli anni ho ascoltato e letto con interesse del percorso di altri illustratori.
Mi ricorda come a volte si arrivi alle stesse cose facendo strade completamente diverse.
A proposito di questo, ti consiglio di non fare mai confronti tra il tuo percorso e quello di un’altra persona.
Dal momento che non ne esistono due uguali, la cosa più saggia che puoi regalarti è concentrarti sulle tue tappe.
E’ difficile? Forse: ma dimezzare il tuo tempo sui social può fare miracoli!

Sui social quasi nessuno racconta quanto ha sgomitato per arrivare su quell’annual o per lavorare col grande cliente. Quanti weekend e festivi ha passato al tavolo da disegno mentre gli amici erano fuori a cazzeggiare.

Nessuno racconta quante pessime locandina per la sagra della porchetta e pallosissimi raccontini ha dovuto disegnare prima che gli venisse affidato il progetto dei suoi sogni.
E nessuno ti dice che ha fatto fatica, perché in fondo ci piace crogiolarci nella fiaba e nell’idea irrazionale che le cose arrivino per “magia”, solo desiderandole.

La fata Madrina c’era solo per Cenerentola. A noi, tocca farci il mazzo.

Quindi, buon lavoro!
Credi nei tuoi obbiettivi, più che nei tuoi sogni.

Approfondimenti

I miei manuali preferiti

Ecco i manuali che più mi hanno aiutata a districarmi nella giungla di questa colorata avventura. Ne ho letti tanti, ma questi sono decisamente i miei preferiti.

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Asterisk Affrontare le critiche – Intervista a Davide Calì (2)
26/02/2018 Morena Forza in Editoria&Scrittura / No comments

Illustrazione: Monica Barengo, da “Un giorno, senza un perché

L’ultimo lunedì di questa serie chiudiamo il ciclo di interviste a  cura di Mariapaola Pesce , con la seconda parte della chiacchierata con Davide Calì, autore di libri per l’infanzia e fumetti.

Per leggere la prima parte di questa intervista, cliccate qui.


Se un artista finisce per incagliarsi in un progetto da cui non esce, o il suo stile perde appeal, si demotiva, che consiglio dai?

Questo è un altro dei tanti aspetti difficili da gestire. Non è facile capire quando un progetto non sta funzionando. Io l’ho sempre fatto istintivamente, ma non saprei spiegare se seguo un criterio di qualche tipo. In generale consiglio di cercare un distacco dal proprio lavoro.

Quando hai una forte affezione per qualcosa, hai più difficoltà a lavorarci, a rivederla in funzione di un feedback o a lasciarla andare se non funziona.
In generale si deve essere pronti, credo, a mettere da parte le cose e riprenderle dopo un po’. L’ostinazione produce quasi sempre frustrazione, se poi il risultato non arriva.

Illustrazione: Sébastien Mourrain, da “The tiny tale of Little Pea


Senti, ma in veste di editor, ce la faresti una fenomenologia dell’illustratore?

Hahah! Ma se ti rispondo poi nessuno vorrà lavorare con me!

Scherzi a parte, tutti abbiamo delle attitudini e dei difetti, io per primo e chi lavora con me lo sa molto bene.
Penso che più che una fenomenologia dell’illustratore, ci sia una fenomenologia di quello che vorrebbe esserlo e convenzionalmente si chiama wannabe. (Aspirante o mancato, n.d.r)
Attenzione, non è un dilettante pieno di sogni, quello lo siamo stati tutti.

Il wannabe è quello che in qualche modo non supera mai la fase del sogno.
E’ un po’ un simulatore, si traveste da professionista e si mescola agli altri, ti chiede un appuntamento o ti scrive, sperando in una risposta.
Ma in realtà la sua vera speranza è di non avere nessuna risposta, per continuare a crogiolarsi nel sogno. Se gli rispondi, c’è quello che svanisce immediatamente e quello che invece va avanti, viene all’appuntamento oppure ti spedisce materiale sempre sperando che non succeda nulla. Se invece succede che ti piace e lo richiami, di nuovo, c’è quello che sparisce, quello che educatamente ti comunica che non può dedicarsi al progetto e quello che invece va avanti.

Sono i peggiori, perché troveranno il modo di far fallire il progetto in corso, dopo che ci hai già investito dei soldi e del tempo.

Sei dell’idea che il coaching possa essere applicato
alla dimensione artistica dell’illustrazione? 

Sì, ne sono convinto.
Lo penso da quando mi sono reso conto che la direzione artistica non basta. Certe volte, per sbloccare un lavoro o una carriera che si è fermata, bisogna agire sulle origini del blocco.
In alcune occasioni ho seguito persone bloccate nel lavoro, sono riuscito ad accompagnarle fino alla presentazione dei progetti, ma poi li hanno fatti franare per questioni caratteriali. E’ lì che ho capito che non basta semplicemente perfezionare un progetto o un portfolio, bisogna capire in che punto tutto si è inceppato.

Approfondimenti

Nata a Genova nel 1965. Libraia per eredità familiare, poi formatrice aziendale ed executive coach per una multinazionale delle telecomunicazioni, al momento si occupa di scrittura e formazione, coordinando le attività del progetto Omero- Gli scrittori raccontano i libri.

Al suo attivo il libro Il bello dello sport (Giunti – Progetti Educativi), e diverse collaborazioni con Slowfood e la rivista Lg Argomenti. Il suo primo album illustrato per bambini Si j’étais une souris è in uscita per Grasset nel 2018, contemporaneamente ad un albo con Eli Publishing ed un volume con Electa.

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Asterisk Affrontare le critiche – Intervista a Davide Calì
19/02/2018 Morena Forza in Editoria&Scrittura / No comments

Illustrazione: Benjamin Chaud, da “Non ho fatto i compiti perché

Questo quarto lunedì ospito l’intervista di Mariapaola Pesce a Davide Calì, autore di libri per l’infanzia e fumetti. Il tema è scottante: come si affrontano le critiche al proprio lavoro?
E come si può reagire quando un editore rifiuta il nostro progetto o il nostro portfolio?

Buona lettura!

A cura di Mariapaola Pesce

Ho conosciuto Davide agli esordi della sua carriera di autore, quando gestivo una piccola libreria per bambini. Insieme abbiamo tenuto qualche corso per aspiranti scrittori, poi le strade si sono divise, e mentre lui si affermava come autore, io mi dedicavo alla formazione, e con gli anni al coaching. È in questo ruolo che gli propongo questa chiacchierata.


Davide, hai iniziato come illustratore, e sei passato alla scrittura.
Ti sei “allontanato da” o sei “andato verso”?

Sono tutte così difficili le domande? Per me in realtà scrivere e disegnare è un po’ la stessa cosa. Quando disegnavo, avevo le storie in teste, i personaggi parlavano mentre disegnavo, come se vivessero di vita propria. Ora perlopiù scrivo, ma ho sempre il film della storia che mi scorre in testa, vedo come e dove si svolge l’azione, l’espressione dei personaggi, i gesti delle mani.
E di fatto scrivo anche le illustrazioni.
Ti faccio vedere un video.
David Grohl dei Foo Fighters spiega che per lui è stato facile passare dalla batteria alla chitarra, perché sono lo stesso strumento. Sembra assurdo, ma sono perfettamente d’accordo con lui.

Illustrazione: Ronan Badel, da “Les Bacon Brothers – Back in America

Torna un momento a quando illustravi (anche se sporadicamente lo fai ancora):
quali sono i ricordi principali di quel periodo?

Disegnavo molto. Ho immaginato moltissime storie che non ho mai finito e tante altre che ho finito e mai pubblicato. Disegnavo anche vignette e altro.

Poi hai scritto a lungo: hai oltrepassato quota 100 libri.
Tra le tante cose che fai, sei spesso dall’altra parte della barricata, come insegnante, editor e capo progetto.
Quali sono i momenti e gli aspetti più delicati?

Uno degli aspetti più delicati penso sia comunicare un feedback negativo o un rifiuto.

Non è facile in questo lavoro non prendere le cose sul personale e qualche volta gli artisti sono permalosi. Bisogna saper comunicare che quella dell’editore, è e rimane un’opinione.

Un rifiuto non è la fine del mondo, anche se una sfilza di rifiuti possono metterti in crisi e indurti a riconsiderare i tuoi progetti o la tua carriera. La stessa cosa vale per un feedback negativo. È un’opinione, e vale come tale in un certo contesto. Non è un giudizio con un valore assoluto.

Illustrazione: Raphaëlle Barbanègre , da “Biancaneve e i 77 Nani

Puoi svelarci il segreto del tuo stile nel dare feedback? Hai un modello a cui ti rifai, o qualcuno che ti ha dato consigli preziosi che offri anche tu?

Non so se mi rifaccio a un modello. Forse a un modello negativo. I modelli negativi mi sono sempre stati utili. Nel tempo ho visto tante persone che non volevo diventare e mi hanno aiutato enormemente a diventare un’altra cosa.

Ora che mi ci fai pensare, in questo primo anno di lavoro forse ho adottato il modello di Naomi, la mia editor a San Francisco. Lei è sempre super entusiasta del lavoro, ma ciò non toglie che lavoriamo i testi e le illustrazioni diecimila volte per arrivare alla perfezione e le sue mail sono zeppe di correzioni e richieste di cambiamenti da fare. Però spende sempre una parola per quello che le piace, con il suo caratteristico entusiasmo californiano, per cui alla fine dopo una mail di tre pagine, non percepisci solo che è tutto da rifare, ma anche che il lavoro le è piaciuto moltissimo.

A volte ho guardato Master Chef, con commenti imbarazzanti e spietati, tipo” avrei vergogna a dire di aver cucinato questo piatto”. Ti capita mai di dire a qualcun: questo libro fa schifo?

Non penso di averlo mai fatto. Ad alcune persone ho detto che a mio parere il loro lavoro era inadeguato a un mercato commerciale, ma questa io non l’ho mai intesa come una sentenza di morte.

È un’opinione ed è relativa all’adesso, non vuol dire che chi mi ha portato quel portfolio non combinerà mai nulla di buono. Però le persone che ti fanno vedere il loro lavoro spesso vogliono proprio sapere a che punto sono, ed è giusto dirglielo.
Se lo scopo è il professionismo, e ripeto se, perché se non lo è cambiano tutti i parametri, il mercato ha delle regole. Non mi soffermo nemmeno a dire se siano giuste o sbagliate, io le ho solo imparate e cerco di guidare le persone che vogliono seguire i miei passi perché arrivino dove vogliono.

Credo però che insultare qualcuno dicendogli che fa schifo non sia costruttivo ma un puro esercizio di egocentrismo e di presunzione. Confesso che non ho mai capito le finalità di Master Chef e di altri programmi sul genere, se sia solo giudicare aspiranti chef, o anche formarli, ma in ogni caso non mi piace la spettacolarizzazione che si fa dell’umiliazione. Soprattutto quando a farla è un presunto grande chef che poi inventa ricette con le patatine chips solo perché lo hanno pagato per farne pubblicità.

Illustrazione: Serge Bloch , da “Il nemico

Torniamo a noi: a te come autore, è successo? Se sì, ne hai tenuto conto? 

Che qualcuno mi dicesse che facevo schifo? Mi pare di no. Se è capitato non me ne ricordo. Non è stato facile arrivare dove sono, ma mi sembra di aver sempre incontrato persone abbastanza gentili.

Qualche volta incompetenti magari, qualche volta mi hanno dato con sincerità i consigli sbagliati, ma non mi ricordo nessuno che mi abbia mai insultato.
Ho ricevuto tanti no e con meraviglia di tanti, continuo a riceverne.

Beh, sì, un po’ mi meraviglia, l’idea che in molti hanno di te è che non sbagli un colpo!
Questo mi incoraggia molto nell’incassare i primi rifiuti che sto ricevendo come autrice.
Quindi, bisogna sempre tenere conto dei feedback degli editori?

Questa è una domanda che richiede una risposta complessa.
Ai miei corsi dico sempre che non bisogna prendere per oro colato qualsiasi cosa dicano del tuo lavoro. Ma quando sei all’inizio una delle cose difficili da capire è proprio fino a che punto accettare le critiche. Se non ne accetti, secondo me, non vai molto lontano.

Nel momento in cui pensi di condividere il tuo lavoro con qualcuno, per forza di cose, devi fare i conti con le opinioni e le visioni altrui. Al tempo stesso però, se ascolti i consigli di tutti rischi il cortocircuito.
L’editoria non è una scienza esatta: ognuno ha o crede di avere, la sua formula e per tendenza te la spaccia come unica per cui, ascoltando più voci il risultato è che non ci capisci nulla, perché ognuno dice il contrario degli altri.
Ciascuno deve trovare la sua strada, capire cosa vuole, dove vuole andare e fino a che punto si sente disponibile di seguire le richieste o i consigli altrui.

Il difetto principale degli editori, che confonde chi propone il proprio lavoro, è una visione sempre troppo auto-centrata, per cui quasi nessuno si ricorda di aggiungere “secondo me” quando commenta il tuo lavoro. Se dall’altra parte c’è una persona inesperta ovviamente prenderà il parere come un dato di fatto, un giudizio assoluto, cosa che non è quasi mai.

Ah, il magico potere del “secondo me”!
In questo senso, se un artista si accorge che un feedback è troppo duro, o generico, o sbagliato, tu cosa consigli?

Io consiglio sempre di segnare un confine molto netto, tra educazione e maleducazione.

Non bisogna mai accettare un giudizio palesemente offensivo. Spesso mi è capitato di illustratori che mi chiedono consigli per fronteggiare comportamenti anomali, perché non sanno come reagire. Si tratta perlopiù di comportamenti che non hanno a che vedere con la qualità del lavoro ma con la disponibilità dell’artista a lavorare gratis. C’è chi ti dice chiaramente: non sei nessuno, ti ho chiamato a fare un lavoro, dovresti ringraziarmi.

Aldilà della visione molto opportunistica, credo che la maleducazione sia fuori discussione.
Poi, se il giudizio è generico, forse non c’è interesse dall’altra parte a darne uno più accurato e, non si può obbligare qualcuno a farlo. Se è sbagliato e si sta già lavorando con qualcuno, penso si possa discutere. Se alla fine le visioni reciproche non combaciano si deve valutare la possibilità di lasciar perdere la collaborazione, oppure di accantonare il progetto per fare un’altra cosa.

Illustrazione: Sara Gavioli , da “Cornelius Holmes. il caso del barboncino dei Baskerville

La seconda parte di questa intervista
sarà online il 26 Febbraio.

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Asterisk Non aprite quel portfolio – Gli errori più frequenti
07/02/2018 Morena Forza in Guide e Tutorial / No comments
portfolio illustrazione

Illustrazioni di Justin Tran

Halloween è lontano…

Ma ci sono cose che fanno paura tutto l’anno. Come l’invio di un portfolio pieno di errori!

Ne riconosci qualcuno in questo elenco? Sbagliando si impara. :-)
Se guardo i miei vecchi portfolio (che ho conservato come monito) mi accorgo di come fossero meno efficaci di quelli che preparo negli ultimi anni.

E’ normale. L’importante è correre ai ripari!
Gli errori possono riguardare due elementi in particolare.

Il contenuto del portfolio

Sono quelli che hanno a che fare proprio con le immagini che abbiamo scelto.

  • Inviare il proprio materiale a tutti, indistintamente. Non conoscere il catalogo del destinatario (e pensare che non si noti). Sparare nel mucchio non solo non funziona, ma è anche poco educato.
  • Un portfolio sopra le 20 immagini è un big no-no. Nessuno arriverà alla fine. Ho visto coi miei occhi la quantità di email giornaliere che ricevono art director e agenzie. Farebbe impallidire Dracula all’Equatore. Ti rassicuro: chi sta cercando nuovi artisti approfondisce sempre siti e account social di un portfolio che l’ha colpito.
  • Già che ci siamo, attenzione anche al peso eccessivo dei file inviati.
  • Ricevere immagini a grandezza francobollo farebbe salire la frustrazione anche al Dalai Lama. Lo so, non vuoi che le tue tavole vengano utilizzate senza il tuo consenso, ma non esagerare. Devono essere leggibili e dare delle informazioni a chi le guarda. Ecco due immagini di misura ragionevole: verticale e orizzontale.
  • Tavole in risoluzione troppo bassa, (quelle in cui si vedono i dettagli sgranati) sono da evitare. In questo articolo avevo scritto come funzionano formati e risoluzioni.
  • Inserire lavori troppo vecchi. Non usi più quella tecnica, hai cambiato stile, o sei migliorato in maniera esponenziale da quando hai fatto certe illustrazioni? E’ il momento di eliminarle. Non rischiare che alcune tavole abbassino la qualità generale del portfolio o che possano chiederti cose di cui non vuoi più occuparti.
  • File con nomi generici. Se invii un PDF chiamalo col tuo nome e cognome e con l’anno corrente. Lo stesso se stai inviando immagini sfuse in allegato:nomecognomenumero.jpg. Nella cartella del destinatario, sono già presenti decine o centinaia di portfolio che si chiamano portfolio.pdf o IMG03.jpg.
  • Due cose sono infinite: l’universo e la bruttezza dei watermark. Lo so cosa stai pensando: “Ma poi stampano 200 cartoline con le mie immagini e non me le pagano!” Non succederà, anche perché invierai file in formato web e non per la stampa (quindi non sopra i 72 dpi, con cui si può fare poco e nulla). Il watermark è obsoleto e pretenzioso. Ma soprattutto, è fuori luogo quando si contatta un potenziale cliente, perché grida questo: “Senti, io non mi fido di te, quindi ecco le mie immagini tutte coperte da una filigrana enorme che non ti permetterà di rubare il mio lavoro. Detto questo, lavoriamo insieme?”

Leggi i migliori manuali per illustratori

Qui ho raccolto i miei preferiti e ti racconto perché per me sono stati preziosi.

La forma o la presentazione

Il tuo portfolio non ha niente che non va. Ma il modo in cui lo presenti fa la differenza.

portfolio illustratore
  • E’ lei, che paura! L’email che arriva vuota in casella (e magari pure senza oggetto). La chiamerei “Il silenzio degli innocenti”. Un allegato misterioso fa capolino laggiù, ma non ci sono due righe di presentazione, una spiegazione, ma che dico! Non c’è nemmeno un “Buongiorno” o un “Grazie”. Sei di fretta e non hai tempo di scrivere? Fatti vivo in un momento più libero. Abbiamo tutti da fare, ma siamo persone, dietro allo schermo.
  • Invii il portfolio e ti lasci prendere la mano; e così l’email racconta la storia della tua vita.
    Lascia parlare il portfolio, dopo una breve presentazione (ho detto breve!). In fondo, il protagonista dovrebbe essere lui!
  • Hai poco tempo e così invii la famigerata email a tappeto. E’ quella scritta uguale per tutti coloro che la riceveranno. Magari anche con i destinatari in chiaro, per fare l’en plein? Ullalà! No, davvero. Non si fa.
  • Ossessione. Inviare il proprio portfolio una volta al mese alla stessa redazione.
    Due o tre volte l’anno può andar bene (e senza Risp. in calce, per carità!) ma non diventare l’incubo di un art director.
  • L’inglese maccheronico.
    Metti via quel traduttore online e nessuno si farà male.
    D’accordo, non devi prendere il tè con la Regina Elisabetta, ma se come una mia ex compagna scrivi “I have bed” per dire che hai letto qualcosa, considera l’idea di un mini corso di inglese prima di tuffarti a pesce nel mercato straniero. Shish!
  • L’enigmista. Chiamo così quell’email che non contiene un allegato ma apre delle finestre per ottenerlo. “Clicca qui! Bene, e ora clicca qui! Ci siamo quasi… Clicca qua! Adesso inserisci la password che ti è stata inviata in un’email separata. Quasi fatto! Somma le ultime tre cifre di questo codice alla data di incoronazione di Carlo Magno e scarica il file.”
    … Saw, sei tu?
Nel dubbio, segui le linee guida

Soprattutto gli editori, a volte richiedono formati particolari, non ricevono allegati in casella e vogliono solo il link al portfolio online; altri ancora accettano solo l’invio cartaceo o del CD.
Vai sul sicuro e leggi sempre le linee guida messe a disposizione sui loro siti.

Vuoi saperne di più? Scopri altri consigli

Partecipa al workshop “Il sogno e il mestiere” con me e Ilaria Urbinati e vieni a conoscere il disegno come professione. Esplora il programma completo, oppure leggi cosa raccontano alcuni illustratori dopo aver partecipato.

Prossima tappa: da definirsi per il 2018

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Asterisk Quali sono i limiti dei social per noi disegnatori?
17/12/2017 Morena Forza in Professione Disegno / No comments

Foto: Installazione artistica di Jean Jullien 

Ci possono aiutare a creare nuovi legami e collaborazioni, e anche a farci trovare da chi ci interessa: sono i social, inutilmente demonizzati o eccessivamente esaltati da disegnatori e altri addetti ai lavori.

Ecco perché, per avviare o far progredire una professione artistica, è meglio avere un sito e non puntare troppo sui social.

  1. I social non sono nostri, e quindi non sono “stabili”.
    Non dimentichiamo che sono piattaforme che
    ci ospitano. Di conseguenza, il modo in cui i contenuti vengono catalogati, visualizzati, promossi e valorizzati, è deciso dalle policy di ogni singolo social, non da noi.
    Cambiano gli algoritmi che regolano i feed (e quindi ciò che vediamo e riusciamo a far vedere al pubblico), ma ciò che è peggio è che i social possono sparire perché caduti in disuso e, a quel punto, si perde tutto il seguito che si era venuto a creare. Pensiamo a MySpace, per esempio, o al flop di G+. Esistono, ma sono irrilevanti.
  2. Non si può decidere della qualità dell’immagine. In particolar modo per Facebook, che penalizza la risoluzione (molte immagini appaiono sgranate o comunque di qualità inferiore una volta caricate) e su Instagram, dove il formato è vincolato.
    Un po’ meglio Pinterest, che non rovina le immagini caricate.
  3. Non è possibile strutturare la navigazione delle immagini. D’accordo, su Facebook possiamo creare degli album, ma non è certo come poter avere delle categorie su un sito. Tutto è meno intuitivo, ed è normale: in fondo, Facebook è pensato per condividere le fotografie del barbecue di Ferragosto con gli amici, non per proporre un portfolio. :-)
    Instagram è a sua volta piuttosto limitato, perché non possiamo creare album o cartelle ma solo post oppure slide di immagini (una novità implementata di recente).
    Anche da questo punto di vista, comunque, Pinterest è più utile (tanto vero che lo utilizzano le agenzie di illustrazione per lo scouting, cioè per trovare nuovi illustratori da rappresentare).
  4.  Non sono professionali. Se stiamo cercando di proporci come professionisti, l’ultima cosa che può venirci in mente di fare è sottoporre un portfolio su Facebook o su Instagram.
    Piattaforme utilissime per la comunicazione e per farsi trovare, ma non per creare un contatto diretto con un potenziale cliente.
    Tuttalpiù Facebook, Instagram, Pinterest e altri che probabilmente verranno nel futuro, possono rappresentare un approfondimento utile e contenere immagini che magari nel portfolio “Ufficiale” sul sito non vengono pubblicate: work in progress, dettagli, lavori personali e di ricerca, qualche spunto personale legato alla propria vita oppure al proprio percorso artistico.
    Se vi state chiedendo “Ma importa veramente a qualcuno?” la risposta è: SI.
    Art director e agenzie leggono perfino i blog e alcune didascalie, motivo per cui i social non sono inutili, ma solo da sfruttare al meglio della loro funzione.
  5. E’ facile diventare dispersivi.
    Mentre un sito va aggiornato con nuove immagini per le gallery e rimane “fisso” e immobile, le immagini sui social vengono commentate, condivise, raccolgono like e reazioni.
    Bello, ma anche facile perdere il contatto con la realtà:
    non è detto che le stars di Instagram, Youtube o di Tumblr, seguite da migliaia e migliaia di persone, lavorino davvero come fumettisti o illustratori.
    Questo è particolarmente vero per chi si occupa di sole fanart, per cui si crea un seguito di fan e non di potenziali clienti. Nulla di male, però bisogna distinguere le cose.
    Su Facebook invece si dà troppa importanza al like. A volte chi si occupa di immagine ne è ossessionato, ma la verità è che
    i like non costituiscono un’esatta cartina tornasole di quanto lavoreremo/venderemo.

I luoghi del web

Vorrei stendere una nota a proposito di dove ci si promuove sui social.
Negli ultimi due anni ho notato un’ossessiva attenzione ai Gruppi Facebook: persone che si iscrivono a 20 gruppi e iniziano a postare a raffica le proprie immagini o i propri profili e siti.

Io non voglio distruggere sogni e speranze, ma la verità è che sui Gruppi Facebook si trovano altri disegnatori che la maggior parte delle volte vogliono solo promuoversi.
Immaginiamo di trovarci in una grande piazza del mercato dove ci sono solo venditori che urlano dalle proprie bancarelle, ma praticamente nessun acquirente.

Quando postiamo un contenuto, chiediamoci se in quel posto virtuale c’è davvero qualcuno che può essere interessato. Altrimenti, in quell’ora che spendiamo a postare forsennatamente, potremmo metterci al tavolo da disegno e creare una nuova tavola, altro materiale per crescere artisticamente e professionalmente.

Una preziosa lettura

Per approfondire l’approccio ai social e all’auto-promozione, consiglio la lettura di “Semina come un artista” di Austin Kleon.
Con grazia, semplicità e un piglio molto diretto, l’autore (che ci aveva già ispirati con Ruba come un Artista) ci fa vedere come lanciare quello che facciamo, nel mondo.
Non in modo casuale, distratto o sgradevole; valorizza un approccio autentico, che non ci fa sembrare dei “venditori di pentole porta a porta” e che crea dei contenuti interessanti per la community, belli da vedere, arricchenti.

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Asterisk Non è (più) un Paese per fumettisti – Parte 2 di 2
15/09/2017 Morena Forza in Editoria&Scrittura / No comments

a cura di Davide Calì

Non è (più) un Paese per fumettisti – Parte 2 di 2

OVVERO
calo delle vendite e sovra-produzione
nell’editoria francese (e non solo)

Gli autori jeunesse perlomeno hanno i saloni

Una situazione molto simile si produce nell’ambito dei libri per bambini.
Passati i tempi delle grandi vendite, quando in un anno si vendeva tranquillamente 5-6 mila copie di un albo illustrato, molti editori piccoli chiudono, altri si fanno assorbire da grandi gruppi.
Per il resto tutto uguale: si producono libri per riempire gli scaffali delle librerie, che ricevono circa 100 novità a settimana, in un perverso gioco di sovra-produzione che non fa bene a nessuno.
Promozione zero. Come per il fumetto, la promozione la fanno poi i blog, i saloni, i festival.
Per gli autori jeunesse in questo senso le cose vanno un po’ meglio che ai fumettisti, perché quando sei invitato a un salone di solito ti chiedono di fare anche gli incontri con le scuole, che sono remunerati, secondo la tariffa unica della Charte des Auteurs, mentre i fumettisti vanno ai festival rimborsati di tutto, ma perlopiù non pagati.
Solo alcuni festival remunerano infatti le sedute di dédicaces.

Eppure rimane un paradiso

So che per gli italiani, anche così la Francia rimane un paradiso.
Andare ai festival con il biglietto del treno o l’aereo pagati ed essere ospitato in hotel è già un sogno, per chi di solito ai festival ci va a spese proprie, viaggiando sull’interregionale, dormendo sul divano in casa di amici e portandosi i panini da casa.
Ma in una dimensione professionale seria è una condizione inaccettabile.
So che per gli italiani anche le tariffe francesi sono da sogno: da quando lavoro come art director ho molti clienti italiani e mi trovo quotidianamente a discutere budget ridicoli.

Quest’anno ho contrattato per un libro, che doveva essere un volumone illustrato a più mani, 30mila euro. Mi hanno detto che erano troppi, per cui ho detto che si poteva lavorarci a 20 mila, ma con illustratori più giovani e meno affermati.
Il cliente ci ha pensato un po’ e alla fine mi è arrivata l’offerta finale. 2 mila euro. Ero quasi soddisfatto, perché avevo capito che i 2 mila erano la mia parte; io ne avrei voluti 3 mila, ma ci potevo stare.
Invece no. 2 mila euro erano per tutto il progetto, compresa la mia parte.
Quando racconto che per un fumetto in Francia prendi 10-15 mila euro, vedo che a tanti brillano gli occhi, abituati a prenderne 1000-2000 se va bene.
Ma queste cifre non devono illudervi. La pressione fiscale in Francia è notevole, la vita costa mediamente più cara che in Italia e se devi lavorare un anno intero senza fare altro, 15 mila euro non sono poi molti. Forse possono bastarti quando hai 20-25 anni, ma con il tempo le esigenze cambiano.

Una campagna della Charte

Se gli anticipi per i fumetti si sono molto ridimensionati negli anni, anche la percentuale di royalties riconosciuta agli autori si è progressivamente abbassata,
soprattutto per gli autori jeunesse.

In merito a questo la Charte, porta avanti dal 2016 una campagna di sensibilizzazione, in cui ha chiesto a diversi autori per bambini di metterci la faccia.
Marc Boutavant, Magali le Huche, Roland Garrigue, Joëlle Jolivet e molti altri si sono prestati a comparire in una serie di poster che esemplificano molto bene il rapporto tra vendite di libri e vita reale, comparando la quantità di libri che devi vendere per fare semplicemente la spesa.

Qui si più sfogliare l’intero album dell’iniziativa de La Charte.

Occorre venderne 2 per potersi comprare una baguette, 5 per un dentifricio, 8 per un paio di calzini, 13 per comprarsi un libro tascabile, 18 per un pollo e 62 per un paio di sneakers.
La campagna ha lo scopo di sensibilizzare l’opinione pubblica sui miseri introiti di una professione artistica che smuove comunque ogni anno milioni di euro e quello di chiedere agli editori di riconsiderare la percentuale di royalties riconosciuta agli autori.
Mentre infatti per la letteratura generale la percentuale è rimasta al 10%, in questi anni per gli autori e illustratori per bambini dal 10% (da dividere tra autore e illustratore) si è scesi fino al 5% (sempre da dividere in due).
Per ora, che io sappia, da parte degli editori non c’è stata NESSUNA reazione.

Malgrado tutto, non buttatevi giù

Lo so, se avete letto l’articolo fin qui a questo punto ora sarete un po’ depressi, ma ci sono due cose importanti che NON voglio dire con questo articolo.

La prima è che ormai le cose vanno male anche in Francia, per cui non c’è più speranza per nessuno. Credo che la parola ormai sia molto abusata nella nostra società.
Con ormai si sigilla qualsiasi fallimento come definitivo e irrimediabile.
Penso che nell’economia di un paese le cose non possano sempre andare in crescendo.
Lo insegnano anche gli economisti in realtà, ma non ci facciamo quasi mai caso. Quando le cose vanno male abbiamo la tendenza a credere che sia il segno di un peggioramento irreversibile, perché quasi tutti crediamo che sia esistita, in un passato indefinito, un’età dell’oro che non tornerà più.
Ma non è così. Il fatto che in questo preciso momento in Francia le cose vadano male, non vuol dire che andranno male per sempre.

La seconda cosa che NON voglio dire è: rimanetevene a casa.
Continuate invece a inseguire i vostri sogni e i vostri progetti! Solo sappiate che se in Italia è tutto difficile, in Francia non è tutto facile.
Ma se davvero avete un sogno, buttatevi, mettetecela tutta!

Fatemi solo un favore.
Imparate un po’ di cazzo di francese.

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Asterisk Non è (più) un Paese per fumettisti – Parte 1 di 2
11/09/2017 Morena Forza in Editoria&Scrittura / No comments

a cura di Davide Calì

Non è (più) un Paese per fumettisti – Parte 1 di 2

OVVERO
calo delle vendite e sovra-produzione
nell’editoria francese (e non solo)

Di recente, chiacchierando con alcune giovani illustratrici, mi sono reso conto che gli illustratori e fumettisti italiani hanno della Francia e del suo mercato editoriale un’idea aggiornata a circa 20 anni fa.
Per tutti la Francia è ancora una sorta di paradiso, una terra di opportunità, dove si fanno e vendono tanti fumetti, tanti libri per bambini, per cui c’è lavoro per tutti.

Per quanto tra l’Italia e la Francia vi sia ancora un gap abissale per quello che riguarda le vendite dei fumetti e anche dei libri per bambini, e sebbene quello francese continui ad essere un mercato dieci volte più prolifico e sviluppato in questo senso, credo che sia però opportuno aggiornarvi un pochino sulla situazione, che purtroppo non è rosea.

Troppi libri

La Francia vive da ormai diversi anni una crisi intellettuale, sociale, politica ed economica, nel merito della quale però non entrerò in questo articolo.
Tutto ovviamente si riflette anche sull’editoria, che da anni sconta già il prezzo di una eccessiva produzione. Di sovrapproduzione, non limitata al solo mondo del fumetto o dei libri per bambini, ma estesa ai libri in genere, se ne parla praticamente da sempre.

Se ne parlicchia in realtà. Tutto dicono che si produce troppo, gli editori amano rinfacciartelo soprattutto quando un tuo titolo non vende abbastanza: “E’ perché tu fai troppi libri.” – ti dicono. Ma nessuno diminuisce né le tirature né il numero delle nuove uscite. Le tirature in realtà si sono abbassate sensibilmente negli ultimi 2-3 anni, in proporzione diretta ai cali di vendita, ma nessuno lo ammette pubblicamente.

La legge del tomo 1

Nel mondo del fumetto non si contano ormai da anni le cifre di venduto del passato.
Venti anni fa, una serie formato Casterman doveva superare le 100 mila copie vendute perché si festeggiasse un successo, oggi ne bastano 20 mila.
Quel che capita però è questo: le majors, pensano solo a riempire i loro cataloghi di novità.
Non investono un euro in pubblicità. Se il titolo vende, bene, sennò tagliano la serie. Non investono quindi nemmeno nella continuità. Se 20 anni fa l’editore si impegnava a pubblicare almeno 3 tomi di una serie, perché certe volte ci vuole tempo perché una serie decolli (e questo lo dimostrano anche certe recenti serie TV) ora se non vende abbastanza vieni liquidato già dopo il primo, mandando così a monte anni di lavoro che, ovviamente, non puoi rivenderti altrove.
Spesso gli editori accusano la stanchezza di certi generi. “Il fumetto con gli Spitfire o gli U-boot ha stufato.” – ti dicono –“Dobbiamo fare dell’altro.”.

Tu te ne stai, ci avete provato ed è andata male. Poi l’anno dopo, il medesimo editore che non porta avanti la tua serie di Spitfire e U-boot, ne pubblica una praticamente identica. Perché? Perché hanno imparato dal mercato che in ogni caso il primo tomo vende.
Per cui se il tomo 1 di una serie non ha vendite soddisfacenti, la serie viene licenziata e ricominciano con una simile.
Sanno che il primo libro della serie si venderà comunque.
Come dicevo, nessun investimento.

Meno del minimo salariale

Perché lo sappiate, la maggior parte dei fumettisti francesi guadagna meno dello SMIC, che è il salario minimo consentito (in generale per i lavoratori francesi, non per i fumettisti).
La questione è emersa tre anni fa, quando lo stato ha deciso di aggiornare il prelievo delle cotisations, per gli artisti. In Francia infatti, facendo il fumettista o l’illustratore si può andare in pensione. Ovviamente però bisogna versare dei contributi. Fino a tre anni fa il prelievo era quasi simbolico, consisteva in una somma forfettaria davvero minima.
Ma se fare l’illustratore è un vero mestiere è giusto versare in proporzione ai propri guadagni, per cui il ministro ha imposto un prelievo dell’8%, che facendo i conti equivale a un mensilità.

La cosa ha creato una certa agitazione nell’ambiente portando finalmente a galla una realtà che i più tenevano nascosta da anni: a fare fumetti si fa la fame. Chi lavora su un album a fumetti per un anno e 10 mila euro di anticipo (lordi, poi dovrà pagarci le tasse) non può togliersi una mensilità per versare anche i contributi. Dopo l’annuncio del ministro sull’aggiornamento dei versamenti previdenziali, alcuni disegnatori, che da anni lavoravano in condizioni precarie, hanno annunciato pubblicamente il loro ritiro.

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Asterisk Fiera di Bologna: un importante cambiamento
07/09/2017 Morena Forza in Eventi / 8 responses

Era nell’aria da qualche anno, ma ora è stato reso ufficiale dalla Segreteria della Children’s Book Fair di Bologna: cambiano le regole per i pass gratuiti.

Fino ad ora era stato possibile ottenere un pass gratuito per l’intera durata della BCBF, inviando le 5 tavole per partecipare al concorso relativo alla Mostra degli Illustratori.

Dalla prossima edizione invece, il pass gratuito sarà garantito solo agli artisti selezionati per la Mostra, e non a tutti i partecipanti.

Ad ogni modo, potremo richiedere un pass ridotto del costo di 20 euro, entro metà Febbraio, quindi più di un mese prima dell’apertura dei tornelli. Per farlo, sarà necessario contattare la Segreteria rispettando i termini indicati sul sito.

Scadenze importanti

  • 4 Ottobre 2017 :  termine ultimo per l’invio delle 5 tavole per la selezione alla Mostra degli Illustratori. Fa fede il timbro postale. Altre informazioni e regolamento, qui.
  • 2 Marzo 2018: termine per la richiesta della riduzione Illustratori. Dopo questa data si potrà acquistare solo il biglietto a prezzo intero, quindi attenzione!

Polemiche e considerazioni su questa novità

Nelle scorse settimane, sui social si è diffusa a macchia d’olio una certa polemica per questa nuova scelta da parte dell’organizzazione della Fiera.

Secondo alcuni infatti, sarebbe ingiusto far pagare un biglietto, seppure ridotto, a noi illustratori, perché è segno di un’eccessiva ingordigia da parte dello staff di Bologna Fiere e perché “dobbiamo già pagare viaggio e alloggio e pasti“.
Vorrei spiegare perché mi sembra un ragionamento molto sbagliato.

Dopo un primo momento di fastidio, sono giunta alla conclusione che è giusto pagare il pass.

Come spesso accade anche in altri contesti, è facile abituarsi a dei benefit.
E’ stato bello accedere gratuitamente inviando 5 illustrazioni, certo.
Quando i vantaggi vengono meno, si sente, e questo è normale.
Ma…

Il pass gratuito ci era dovuto?

Gran parte delle fiere di questo tipo non prevedono accesso gratuito, nemmeno nel resto del mondo. A volte, e non sempre, sono previste formule di ingresso ridotte. E poi, altre categorie professionali che accedono alla Fiera non hanno la possibilità di pagare un biglietto ridotto.
Il pass gratuito per la partecipazione alla Mostra era quindi un plus, non qualcosa che ci spettava di diritto. E’ che ci eravamo abituati bene. :-)

Evidentemente, la gestione della Fiera ha costretto gli organizzatori a ritirare questo trattamento di favore nei nostri confronti. Non prendiamocela troppo.

E poi, siamo onesti: la Fiera viene una volta l’anno. Credo che uno o due ingressi ridotti riusciremo a metterceli da parte in 365 giorni, magari con qualche cinema o pizza in meno o la momentanea sospensione del nostro account Netflix. Argh, scherzo! Quello mai! :-)

Fonti immagini: 1|2|3|

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Asterisk 5 cose che noi illustratori per l’infanzia vorremmo fare sapere al mondo
18/05/2017 Morena Forza in Illustrazione / No comments

C’è chi non si domanda affatto chi abbia disegnato i libri che compra ai propri figli o nipoti, o da dove arrivino i biglietti natalizi che scrive per la famiglia ogni anno.

Chi invece pensa di sapere bene chi si occupa di “elefantini e giraffine”. Per alcuni, l’illustratore è una figura ibrida fra l’animatore di festicciole e l’educatore dell’asilo. A me è capitato che chiedessero se al mio corso di illustrazione formassi animatori per feste. Non che il naso da clown mi stia male, comunque, ho foto che testimoniano quanto invece mi doni.

In molti ci consigliano di disegnare un fumetto di Paperino e inviarlo, perché ce lo pubblicheranno di sicuro. Altri ancora pensano che siamo dei grandi furboni perché a disegnare per bambini non ci vuole nulla, sarebbe capace chiunque.

Allora bando agli stereotipi!
Diffondiamo il nostro grido di dolore (dovuto al tunnel carpale, ovviamente).

Ecco 5 piccole e grandi rivelazioni su noi illustratori per l’infanzia.

  1. Sedetevi bene, cominciamo da qualcosa di forte.
    Amiamo il mondo dell’infanzia: riviste, cartoni animati, giocattoli… Siamo piuttosto aggiornati sulle ultime tendenze!
    Ma attenzione, non sempre questo implica un istinto materno concreto o sublimato.
    Non arrivate a conclusioni affrettate quindi, perché essendo persone, siamo tutti diversi.

    Ci sono illustratori che i bambini non li sopportano proprio, o che li amano tiepidamente a piccole dosi.

    Ok, se non siete caduti dalla sedia a questa rivelazione, possiamo passare al resto dell’elenco. Dovrebbe essere meno scioccante.

  2. Non disegniamo per bambini perché “è più facile”.
    Disegnare per l’infanzia non è per tutti, ci vuole una certa sensibilità e per farlo bisogna rimanere aggiornati coi tempi che corrono. In dieci anni (a volte anche meno) scrittura e illustrazione per l’infanzia possono cambiare molto.
    Fare libri per bambini è stupendo, ma è un duro lavoro. Soprattutto, è un lavoro vero, che abbiamo scelto non senza un certo carico di sacrificio e dedizione.
  3. Non abbiamo niente a che vedere con Topolino.
    Quasi nessuno di noi illustratori lavora alla Disney e non tutti siamo interessati a farlo.
    Sappiamo quanto ci volete bene ma per cortesia, smettetela di dirci che dobbiamo “assolutamente contattare Walt Disney”.
    Oltretutto, è passato un pezzo dal giorno del suo funerale.
  4. Non tutti sogniamo di diventare famosi.
    Incredibile, vero? In questa epoca di reality e talent show, c’è ancora chi sceglie di fare qualcosa solo perché gli piace. Perciò, grazie per la vostra preoccupazione, ma non pensiate in automatico che se vogliamo fare gli illustratori è perché stiamo fantasticando di essere delle star; che, fra l’altro, sono pochissime rispetto a tutti gli altri che continuano a lavorare in un contesto di vita normalissima e più o meno felice.
  5. Vi state chiedendo perché facciamo quel che facciamo, allora? Ma è semplice!
    Disegniamo libri illustrati per comprare altri libri illustrati.

    Siamo innamorati dell’illustrazione.
    Questo significa, molto concretamente, due cose: carrello e wishlist Amazon sempre pieni, conto corrente sempre vuoto.

Ho dimenticato qualcosa? I commenti sono qui sotto apposta! :-)

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