Categoria: Interviste

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Asterisk Intervista a Gabriel Pacheco
10/11/2011 Morena Forza in Creatività / 4 responses
Quest’estate il fantastico illustratore Gabriel Pacheco, un autentico creatore di visioni oniriche e metaforiche , ha tenuto un corso presso Fine Art Factory.
Grazie alla sua disponibilità che oserei definire più unica che rara, e all’immensa gentilezza di Francesca Cosanti, posso pubblicare l’intervista che gli ho sottoposto e che ci apre la strada verso numerose riflessioni sul processo creativo e sui dietro le quinte dell’illustrazione.
Naturalmente ognuno di noi procede con metodi diversi, schemi mentali personalissimi, ma posso dire che dopo avere letto questa intervista ho passato un bel po’ di tempo a riflettere sul mio processo creativo. 
Mi ha inoltre colpito come Pacheco mette in strettissima relazione l’interiorità dell’illustratore e quindi della persona autentica e unica, col significato che attribuisce a forme, luci e soprattutto colori.
Buona lettura!

M.F: Signor Pacheco, innanzi tutto grazie del tempo che ci concede. Mi occupo di illustrazione da soli due anni, sono in quel momento della mia carriera in cui so cos’è illustrare ma vedo ancora con misticità tutto ciò che c’è dietro il lavoro di ciascun artista, sopratutto quando la mia ammirazione è sconfinata, come in questo caso.
La prima cosa che mi viene da pensare davanti ai suoi disegni è l’atmosfera onirica che si respira da ogni colore e texture ed inquadratura.
Non posso fare a meno di chiedermi quanto la dimensione onirica conti nella sua vita. E se eventualmente i sogni che fa influenzano in seguito le sue illustrazioni.
G.P: Mi piace lavorare con immagini così incerte, strane; mi piace molto il momento in cui la realtà si diffonde e tutto dembra uno strano sogno. Personalmente mi piace vivere così, con questa ambiguità, cancellando la linea che separa la vita reale dai sogni e dalla fantasia,  in modo che non ci sia più differenza.
E’ davvero imprtante non separare la vita dai sogni, perchè così si restituisce un valore magico al mondo e si recupera una parte antica dandole significato.  Così l’illustrazione deve essere parte della nostra vita come mangiare, come guardare e, naturalmente, come sognare. Illustrare è un modo fantastico di osservare la vita.

M.F: Per quanto riguarda l’idea di un’illustrazione, quanto istinto e razionalità prevalgono l’una sull’altro nel momento in cui sceglie come impostare l’illustarzione? Voglio dire, ragiona molto tempo su storyboard e bozzetti oppure per lei è qualcosa di istintivo ed impetuoso?
G.P: A volte penso che il processo creativo è come un ballo, che non sappiamo come ballare fin a quando non cominciamo a ballarlo.
Io lo semplifico come i passi, cominciando con il passo dell’emozione, dell’intuizione e dopo continuando con un altro passo, quello del ragionamento, e della struttura.
E’ un ballo con qualcuno che “c’è”, ma noi non lo vediamo, una danza cieca in cui dobbiamo farci trasportare.
E’ certo che il processo è davvero conflittuale, con molta incertezza e molta gioia, perchè si spera sempre in tutto , ma in realtà non si sa se si otterrà qalcosa.
Inizio scrivendo parole e abbozzando forme senza sapere molto bene dove mi porteranno, qui l’intuizione mi spinge e uno cerca di trattenerla qualunque cosa sia, de è l’immagine o la parola che ci aiuta a sostenerci per non cadere.
Dopo la scoperta del disegno comincia a guidarci per far si che quello che guardiamo diventi come una scultura plastica che affermiamo o neghiamo.  Il colore arriva successivamente, quando comincio a disegnare ogni linea e porta la luce di tutta l’atmosfera; chiaramente la si può modificare o accentuare, però il colore continuo a cercarlo finchè concludo le prove di stile che guarda l’editore.
Tutto questo tempo è molto angustiante e abbastanza devastante, perchè è un processo lento, è come quando cresce la radice del bambù, passa molto tempo senza vedere nulla, perchè quello che realmente sta crescendo sono le radici, se sono abbastanza profonde allora il progetto ha possibilità di crescere, altrimenti tutto ciò che cresce non potrebbe sostenersi.

 

M.F: Qual’è la fase che durante la lavorazione di un albo illustrato preferisce? (es la ricerca dei riferimenti/documentazione, lo storyboard,e così via)
G.P: L’inizio di ogni progetto, il principio di tutto, perchè è un processo vitale, ampio, tragico ed è dove ci si espone e si diventa molto vulnerabili. Bisogna essere davvero onesti de è un processo molto intimo. E’  come osservarsi completamente nudi. Qui scopriamo il nostro sguardo e ascoltiamo la nostra voce.

M.F: Una domanda che mi faccio spesso riguardo al lavoro degli illustratori che ammiro molto è quanto questi pensino alla cromaticità delle tavole; se cioè scelgono i colori ancor prima di cominciare una tavola o se invece avviene tutto spontaneamente magari proprio durante il disegno stesso. Come succede nel suo caso?
G.P: Il colore e la luce sono la memoria dello sguardo.
Quando penso ad un progetto non faccio altro che ricordare momenti o immaginarli e la mia memoria è incaricata di dargli luce, non c’è molto da sviluppare, è un esercizio contare sull’intuizione emozionale.
Un processo molto intuitivo, a questo punto non esiste un precedente ragionamento razionale, ma tutto è il prodotto di quello che uno ha vissuto e visto.
Se uno ricorda di quando si sentiva felice e lo associa con una palla rossa, è innegabile che noi percepiamo un rosso allegro,  invece se pensiamo ad un ricordo doloroso ad un certo punto il rosso il rosso si converte in una ferita.
Il punto è che il colore va sempre associato con la luce, ma alla stesso tempo anche ad un gesto plastico come la texture,è qui  che uno lavora dopo il primo colpo di colore del progetto, lavora per trasfigurare il colore ricordato in un’atmosfera che dirigerà i toni del libro.

M.F: Per quanto riguarda la tecnica, qual’è la sua posizione sull’avvento del digitale? Crede possa togliere poesia e immediatezza al messaggio di un’immagine che deve narrare una storia?

G.P: Mi piace lavorare in entrambi i modi, digitale e tradizionale, entrambi hanno il loro tempo, non credo che uno risponda meglio dell’altro. Eppure c’è qualcosa che mi affascina nel modo del digitale, ed è che l’illustrazione tecnicamente non esiste, si possono fare solo delle stampe di essa, però quando si espone un’illustrazione  anche se viene comunque considerata un’originale in effetti l”originale” non esiste. Certo bisogna sempre ricordare che “originale” proviene dalla parola “origine”, chiaramente, nel mondo dell’arte questo è un demerito, ma per me è affascinante , perchè in qualche modo  le illustrazioni digitali assomigliano a dei ricordi. Lavorare digitalmente è come lavorare direttamente con la  finzione dell’immagine.
Ora, qualunque sia il supporto, essere onesti sarà sufficiente per trasmettere messaggi poetici e per poter raccontare una storia.

M.F: Parliamo un secondo del mestiere di illustratore. Io a volte trovo che vi siano dei luoghi comuni un po’ tra il mistico e il leggendario su questo lavoro da parte di chi ancora non lo pratica ma vorrebbe farlo. Insomma, csfatare un falso mito sul mestiere di illustratore, quale sarebbe?
G.P.: Credo che sia falsa la povertà dell’illustratore, credo tutto il contrario: l’illustratore non può essere povero.

M.F.: Lei com’è diventato illustratore?

G.P.: Casualmente.
Prima ci fu la possibilità, poi è venuto il desiderio che si è ora trasformato in fervore.
Ho cominciato ad aiutare mia sorella colorando i suoi disegni  o a copiare dei font  con il tavolo luminoso per alcune copertine, ho lavorato come assistente scenografo di teatro e amavo il teatro, per difficoltà economiche entrai nel mondo della televisione, ma fu una scelta sbagliata. Proprio in quel momento mia sorella mi ha proposto di aiutarla a fare alcuni disegni e così decisi di lasciare il mio lavoro. Un disegno seguì ad un altro e la sera mia sorella mi prestava la sua  Quadra 605 (di 25 MHz) per farmi sperimentare i disegni in vettoriale, finchè un giorno mi propose di illustrare un racconto e da allora illustrare è diventato una parte importante della mia vita e facendolo da un computer.

M.F.: Il suo lavoro che mi ha più colpita è “i tre musicanti di Brema” per l’espressività estrema che è riuscito a dare a degli animali, ma sopratutto per come è riuscito a giocare con le composizioni delle illustrazioni. La storia è piuttosto statica nelle scene ma comunque leggerlo attraverso le sue illustrazioni è avvincente.
Mi sono chiesta se preferisce lavorare a testi nuovi o a testi ormai senza tempo.

G.P.: Mi piace un buon testo, non importa se è un testo circostanziale o atemporale, credo nella profondità del testo, questa è la cosa più importante per me, che il testo scorra in profondità, perchè questa profondità e quella che io intendo fornire al mio lavoro, e in questo senso, i musicanti di Brema sono una storia semplice, ma con un sacco di gioco, l’idea  è di cercare in questa semplicità e fare del colore un’allegoria in modo tale da accentuare le scene bizzarre dei ladri  quando sono scure, così la monocromia dei grigi ha permesso un gioco “Arcimboldiano” e trasfigurato i vecchi animali.
E’ meraviglioso che in un classico, che ha una struttura tale,  mi dia la possibilità di rielaborare il discorso, parafrasare senza avere perdite. Credo che se uno scrittore contemporaneo avesse questa genialità nella semplicità sarebbe una fortuna poter illustrare il suo testo come se fosse un classico.

M.F.: Una domanda, l’ultima promesso, che sono sicura si sentirà chiedere più e più volte: cosa consiglia a chi vuole intraprendere questo mestiere?
G.P.: Due Cose, entrambe sentite da due grandi illustratori ( Wolf Erlbruch e Puño):
una dice che devi imparare ad invecchiare per fare l’illustratore e l’altra che devi avere una buona ricetta per mantenerti come illustratore. Filosofia perfetta per tutti i giovani illustratori.

Alla fine dell’intervista lo ringrazio del suo tempo, e lui… mi ringrazia della pazienza!
Altro che pazienza, ho assaporato ogni suo punto di vista con la curiosità di una bambina che guarda nello scrigno dei gioielli di sua mamma, con meraviglia e stupore.
Un autore di immagini così grande e così umile come ne fanno pochi. Grazie!

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