Categoria: Interviste

Separator
Asterisk Tutti possono fare fumetti – Intervista a Gud
02/04/2014 Morena Forza in Creatività / 2 responses

Qualche tempo fa ho acquistato “Tutti possono fare fumetti“, un manuale scritto e disegnato dal fumettista Gud (al secolo Daniele Bonomo) ed edito da Tunué.
Avevo già consultato due manuali sul fumetto, entrambi di Scott McCloud (questo è quello che ho letto più avidamente) , ma pur riconoscendone l’elevata qualità li ho trovati un po’ pesanti e anche stancanti a livello visivo.
Non li sconsiglio, affatto, ma d’ora in avanti se mi troverò a consigliare a qualcuno che si avvicina al fumetto una lettura che possa dargli un’idea chiara di come funziona, saprò che la mia risposta sarà “Tutti possono fare fumetti”.

L’ho trovato rilassante da leggere, a tratti illuminante. Istruttivo ma anche divertente, l’ho tenuto volentieri nella mia libreria nel settore “Manuali e riferimenti” (io ho una libreria così organizzata che spaventerebbe una biblioteca vera) perchè mi piace che sia sempre lì a disposizione soprattutto questo periodo in cui sto sceneggiando una graphic novel e cerco con cura di rispettare i tempi narrativi del fumetto che differiscono da quelli dell’illustrazione.

Il fumetto è un linguaggio, e in quanto tale ha delle regole e delle strutture che vanno capite per farlo funzionare.
Imparare a gestirlo è importante per creare un messaggio che arrivi a destinazione; infatti, se non è creato per arrivare a chi lo legge, a cosa servono un testo o un disegno, a cosa serve che ci sia un messaggio?
Potranno essere di ottima qualità ma non verranno recepiti e quindi saranno vani.

Il manuale mi ha entusiasmata e mi ha tolto quel reverenziale timore che provavo nei confronti della sceneggiatura.
Ho una natura molto prudente, perfino troppo, tanto che mi blocco su sciocchezze che io vedo come massi insormontabili, tutta presa da domande come “Lo sto facendo come si deve?” “E’ di qualità?”.
Da quando ho finito il manuale di Gud sto sceneggiando rapidamente e provandone un piacere infinito, che sinceramente non pensavo possibile nel fare qualcosa di nuovo per me.

Al tempo stesso, come mi capita ogni volta che qualcosa mi piace perchè lo trovo fatto molto bene, mi sono fatta delle domande sulla realizzazione del manuale.
I dietro le quinte di libri, film, video, illustrazioni o perfino tracce musicali, restano sempre la mia passione più grande. Sono curiosa.

Così ho scritto a Gud, che ha accettato di rispondere alla mia intervista sul manuale e spero sarà di spunto anche a voi, perchè si toccano temi a cui noi disegnatori siamo tutti molto sensibili.
Buona lettura!

Ciao Gud, grazie per averci concesso di curiosare tra le quinte del tuo libro.
Iniziamo rompendo il ghiaccio con una domanda molto diretta, com’è nel mio stile: insomma, tutti possono fare fumetti?

Ghiaccio frantumato direi. La risposta  sì, tutti possono fare fumetti.
Devo riconoscere che il titolo è abbastanza provocatorio, perchè l’esperienza mi ha insegnato che, se c’è la volontà, raccontare a fumetti è un traguardo raggiungibile davvero da tutti.

 

Come mai l’idea di un manuale? I tuoi studenti ti hanno ispirato?

Dopo una dozzina di anni di insegnamento, qualche centinaia di studenti incontrati, corsi e workshop in scuole di ogni ordine e grado, ho sentito la necessità di mettere nero su bianco quei concetti che tornavano nelle mie lezioni, sia con i bambini delle elementari che con i ragazzi alla Scuola di Comics. Così ho pensato ad un manuale semplice, che fosse fruibile da tutti e che avesse più piani di lettura.

Da illustratrice, mi ha molto colpito il testo a pagina 95 di “Tutti possono fare fumetti”:

Secondo te, quanto occorre conoscere la struttura realistica di ciò che ci circonda per poterla sintetizzare?

Questa  la domanda alla quale mi sono trovato più spesso a rispondere, e anche il principale mito da sfatare. Quanto conta il talento e quanto la tecnica (e la conoscenza)? Secondo me il talento che abbiamo come disegnatori è proprio quello di riuscire a sintetizzare la realtà con dei segni comprensibili. Più che della struttura realistica, qui intendo la capacità di astrarre il concetto dalla realtà e trasformarlo in un segno inequivocabile. Conoscere la struttura realistica aiuta, anche se più di tutto aiuta imparare ad osservare in maniera meno superficiale quello che ci circonda.

Per quanto riguarda le idee per le storie, sei d’accordo con quello che insegnano a molti corsi quando dicono “Disegna/Racconta ciò che sai”?

Il problema è sapere quello che sai (ndr ridacchia).
Preferisco pensare che nel racconto un autore inserisca quello che è , le sue esperienze, le sue emozioni.
Mi piacciono quelle pagine dove l’emotività esplode nel segno, nelle parole, nei tempi narrativi, anche se raccontano la semplicità. Non mi piacciono gli autori razionali, che inondano le tavole di nozioni con segno glaciale e perfetto. La perfezione non è credibile. Anche per questo nel libro do un paio di suggerimenti su come iniziare a pensare le proprie storie, magari seguendo l’esempio di alcuni grandi Maestri come Hergé, Eisner o Pratt.

Nel tuo manuale, una vignetta tira l’altra e imparare il funzionamento di alcuni meccanismi dietro il fumetto diventa appassionante pagina dopo pagina.
A colpirmi molto è anche come inserisci con nonchalance elementi di storia del fumetto, che diventano parte integrante della comprensione di quei meccanismi.
Quanto è importante secondo te conoscere la storia del fumetto o dell’illustrazione per essere buoni fumettisti e illustratori?

L’idea è che un lettore occasionale possa conoscere con naturalezza qualche nozione in pi sul fumetto, sulla sua storia e sui suoi elementi fondanti,  stata il cardine su cui ho costruito tutto il libro.
Perchè a veder mio, il fumetto soffre anche per la mancanza di un’educazione di base diffusa.
Molti non leggono fumetti perchè non li conoscono e ignorano i processi produttivi e tutto il lavoro creativo che c’è dietro. Alcuni pensano che siano fatti da complicatissimi software automatici che stampano direttamente le storie già confezionate.
Allargare la base della conoscenza, questo forse ci salverà.

 

A pagina 68, scrivi “La prima domanda è: Perchè?”
Mi daresti tre perchè alla domanda “Perchè fare un fumetto?”.

Ti dico i miei personali:
1. Perchè mentre li faccio sono solo con me stesso e con il mio respiro che si alterna al rumore della mina/pennello/gomma/spugna/pennino/chiodo/dita/naso/lettera/testamento sul foglio.
2. Perchè  il modo più naturale che conosco per raccontare le cose.
3. Perchè mi diverto e, quasi sempre, mi pagano per farlo.

E ora una domanda da illustratrice rompiscatole: a pagina 25 trovo un fumetto che dice “L’illustrazione perde parte della sua forza narrativa se viene lasciata senza un testo.”
Io non sono d’accordissimo, perchè alcuni talentuosi illustratori riescono a narrare solo con un silent book, altri praticano illustrazione concettuale (come alcune per magazine) che trasmette un messaggio chiaro senza nemmeno una parola attorno.
E allora la mia domanda è: non è che esistono dei pregiudizi dal fumetto all’illustrazione e viceversa? Ma sono così profondamente diversi?

Eh eh eh, sapevo che qualcuno sarebbe stato toccato da questa definizione, l’avevo messo in conto.
Mi serviva uno spartiacque per far capire la differenza tra i tre linguaggi che utilizzano il disegno, cioè illustrazione, fumetto e animazione.
Così ho preso in prestito la definizione di Daniele Barbieri (ne “I linguaggi del fumetto”) che traccia la distinzione netta tra un Fumetto e un’animazione che raccontano e un’Illustrazione che commenta. I confini nella realtà, per fortuna, non sono mai così netti, ma per cercare di chiarire a chi parte da zero che differenza c’è, sono stato costretto ad usare l’accetta.
A proposito di qualcosa di vicino alla domanda precedente.
A me è capitato che mi venisse chiesto “Ma se devo studiare da disegnatore, secondo te è meglio se studio fumetto o illustrazione?”
Come risponderebbe Gud?

Se vuoi studiare da disegnatore, studia le tecniche del disegno. Una volta che sarai il disegnatore più bravo della galassia, dovrai rispondere alla vera domanda: e ora, cosa ci voglio fare col disegno?

Qual è il tuo tipo di fumetto preferito? Quello che leggi con più piacere. Filoni o nazionalità in particolare?

Ti direi umoristico, magari francese, ma poi tra le cose che preferisco ci sono certe mattonate intimiste americane o romanzoni d’avventura disegnata. Allora ti dico Calvin e Hobbes. Ho risposto alla tua domanda?

Direi proprio di si!
Cosa consiglieresti prima di tutto a chi pensa di fare fumetto?

L’ultima pagina del mio libro ;)

Condividi su:
Continua a leggere
Asterisk Polline – Una storia d’amore. Intervista agli autori
18/12/2013 Morena Forza in Illustrati / No comments

All’uscita di “Polline” scritto da Davide Calì, edito da Kite Edizioni e illustrato proprio da Monica Barengo, mi sono precipitata a ordinare l’albo in libreria.
Ogni volta che lo sfoglio, riesce a stregarmi e far volare i miei pensieri; non potrei davvero chiedere di più a un albo illustrato. E’ come se la storia si svolgesse in una dimensione parallela.

Polline – Una storia d’amore
di Davide Calì | Illustrazioni di Monica Barengo
2012 Kite Edizioni

Volevo conoscere i dietro le quinte e sapere come fosse nato il libro; così ho intervistato sia l’autore Davide Calì, sia Monica Barengo, la giovane illustratrice che ha dato vita alle sue poetiche immagini.

Buona lettura e grazie agli autori per la disponibilità e la cura che hanno messo nel rispondere alle mie domande. :-)
Davide Calì
Diversamente da Che cos’è l’amore?, Polline ci parla di una visione più delicata e introspettiva di questo argomento fuori dal tempo. L’hai pensato volutamente così per riflettere su una delle tante facce di questo sentimento oppure è venuto spontaneamente così malinconico e sospeso?
A dirti la verità non penso mai a cosa voglio dire, quando scrivo. Semplicemente mi viene in mente una storia. Poi ovviamente, in seconda battuta penso a dargli una forma e al modo di venderla. Ma ultimamente ti confesso, lo faccio sempre meno. Una volta studiavo il catalogo degli editori, cercavo di capire cosa gli piacesse.
Ora scrivo le mie cose, poi le mando in giro.
monica barengo polline
“Il profumo del loro polline divenne il profumo dei suoi risvegli.”
Mi ha molto colpita questa frase; quando ho comprato il libro è stata la prima a catturarmi e l’ho riletta più volte. Perchè un fiore è spesso simbolo d’amore, ma il profumo ne è la parte meno tangibile e più effimera. Una bella metafora che crea più livelli di lettura.
Hai pensato Polline per un certo target di età e sesso o l’hai scritto senza porti i problema?
Ho smesso da tanto tempo di pensare al target, è un’altra cosa che facevo una volta. In generale non ho mai pensato ai bambini, scrivendo le mie storie. Non ho bambini e nessun bambino legge nulla di mio in anteprima.
Di base scrivo per me, almeno in principio. 
In passato mentre scrivevo mi ponevo il problema della fascia d’età, ma poi ho smesso. Penso che sia un problema dell’editore pensarci, così io non me ne interesso più.
Facendo molti saloni so che il target di età è importante: genitori e insegnanti vengono spesso chiedendomi un libro per un’età specifica, ma io non so mai cosa rispondere: faccio anche molti incontri con le classi e in ogni classe vedo bambini della stesa età, ma molto diversi. Alcuni leggono molto, altri poco. Alcuni leggono fumetti, altri libri di animali. Quando mi chiedono un libro per gli 8 anni, io rispondo con altre domande: gli piacciono gli insetti? Ha paura del buio? Gli piace il formaggio?
Quanto a Polline, ho capito subito che anche se io lo vedevo illustrato, sarebbe stato difficile venderlo come libro per bambini, che è ancora l’unica, o quasi, forma di illustrato in commercio.
Lo avevo anche detto a Monica quando le ho proposto il progetto: non avevo un contratto e non sapevo se qualcuno lo avrebbe mai comprato.
Poi è andata a finire che dopo che Monica ha fatto lo storyboard il primo editore che lo ha visto, Kite, lo ha preso subito.
Si dice che “Se è finito, non era amore.” 
Invece l’amore può finire come tutte le cose e così i fiori seccano anche se un tempo risplendevano e profumavano nel loro candore. E la protagonista non se ne fa una ragione. Pensi che sia un modo di vivere l’amore più femminile che maschile?
Quando l’amore se ne va credo che farsene una ragione sia difficile per tutti. Uomini e donne possono avere aspettative diverse, ma la perdita lascia un vuoto che richiede tempo per essere riempito.
Quanto alla prima frase: penso che un grande amore possa anche durare poco, oppure durare e finire dopo un po’, magari ricominciare, oppure no.
Io credo nell’amore eterno, credo che per alcuni esista, ma non credo che sia l’unico possibile. Credo anche nell’amore a prima vista e nelle coppie che stanno insieme fin dal liceo: credo a tutto, perché a qualcuno è successo, quindi nulla è impossibile.
In generale penso che abbiamo questa aspettativa di eternità, dell’amore, dell’amicizia, di tutto, che certe volte ci impedisce di vivere giorno per giorno. Alle volte ho la sensazione che viviamo come se dovessimo raggiungere un certo punteggio, come se la cosa importante sia arrivare da qualche parte, e ci dimentichiamo di guardare il paesaggio mentre andiamo.
Chi ha pensato ai disegni delicati ed eleganti di Monica Barengo per Polline?
Ho scelto io Monica.
Prima o poi smetterò di raccontare il nostro incontro, ma è andata così: due anni fa sono stato nella commissione di esame dello IED di Torino. Mi hanno chiamato come membro esterno, insieme ad altri professionisti, per esaminare i progetti degli allievi del terzo anno.
Monica era la più brava. A me sembra di aver aspettato due giorni per chiamarla, ma come sai le donne hanno più memoria e lei sostiene che l’ho chiamata il giorno dopo.
Quella creata dalle tue parole e dai disegni di Monica è un’atmosfera sospesa e silenziosa, malinconica e a tratti un po’ amara, per questo Polline mi ricorda un po’ alcuni corti di animazione russa o polacca e così mi sono chiesta: hai mai pensato di animare una tua storia in un corto di questo tipo?
Sì, mi piacerebbe, ma non mi metterei a disegnare fotogramma per fotogramma: sono troppo pigro.
Avevo diversi progetti di cortometraggi da parte, poi per diversi motivi non se n’è fatto nulla.

Al momento è  uscita un’animazione del mio libro Moi, j’attends (Io aspetto), ecco il videotrailer che accompagna la app, ma io non ho dato nessun contributo.

Chi ha deciso di gestire le immagini in monocromia?
E com’è stato gestito il lato decisionale su storyboard e disegni? 
Hai dato carta bianca a Monica, oppure ti piace che l’illustratore che disegna una tua storia segua delle tue “visioni” rispettando come ti eri immaginato ciò che avevi scritto?
Ah! Ah! Io non do mai carta bianca! Sono un rompipalle! Fatti raccontare da Monica!
Scherzi a parte mi piacevano le tavole che Monica aveva presentato per un progetto in particolare all’esame ed è così che ho visto Polline da subito. Lei poi ha fatto qualche prova colore, ma ci è piaciuta meno. Su colori, storyboard e tutto il resto abbiamo sempre lavorato a tre: io, Monica e Valentina Mai di Kite Edizioni.
Hai qualche succosa anticipazione sulle prossime uscite?
Nel 2013 tra album, APP e fumetti sono uscite una dozzina di cose, quindi l’anno prossimo ne ho di meno. Tra febbraio e marzo dovrebbe essere in uscita Mamma, prima dov’ero? un mio libro con Thomas Baas per Rizzoli che, se non sbaglio ha anche comprato i diritti di I didn’t do my homework (Non ho fatto i compiti perché), il mio libro americano con Benjamin Chaud.
Poi è in uscita Bons Baisers ratés de Venise, secondo della serie (il primo era su Parigi), illustrato da Isa Banchewitz per Gulf Stream quindi Pum, Pum! illustrato da Maddalena Gerli (Zoolibri) e Vide-grenier illustrato da Marie Dorleans (Sarbacane).
Poi c’è un mio romanzo, ma non ho ancora capito quando esce.
Parlando di progetti al solito ci sono diverse cose: un ebook animato molto bello di cui parlerò tra un po’, un nuovo libro americano, un paio di romanzi brevi e altre cosette.
Con Monica la collaborazione prosegue. Sta già lavorando a un mio nuovo libro per Kite e proprio questa settimana gliene ho scritto un altro. (“Un giorno senza un perché“, uscito l’anno seguente a questa intervista ndr)
Hai qualche succosa anticipazione sulle prossime uscite?
Nel 2013 tra album, APP e fumetti sono uscite una dozzina di cose, quindi l’anno prossimo ne ho di meno. Tra febbraio e marzo dovrebbe essere in uscita Mamma, prima dov’ero? un mio libro con Thomas Baas per Rizzoli che, se non sbaglio ha anche comprato i diritti di I didn’t do my homework (Non ho fatto i compiti perché), il mio libro americano con Benjamin Chaud.
Poi è in uscita Bons Baisers ratés de Venise, secondo della serie (il primo era su Parigi), illustrato da Isa Banchewitz per Gulf Stream quindi Pum, Pum! illustrato da Maddalena Gerli (Zoolibri) e Vide-grenier illustrato da Marie Dorleans (Sarbacane).
Poi c’è un mio romanzo, ma non ho ancora capito quando esce.
Parlando di progetti al solito ci sono diverse cose: un ebook animato molto bello di cui parlerò tra un po’, un nuovo libro americano, un paio di romanzi brevi e altre cosette.
Con Monica la collaborazione prosegue. Sta già lavorando a un mio nuovo libro per Kite e proprio questa settimana gliene ho scritto un altro.
A dire la viertà gliene ho scritto due, perché mi aveva chiesto una storia in particolare, ma poi come capita spesso, quando ti metti a fare una cosa, te ne viene un’altra.
Monica Barengo
 Ciao Monica, questa è la tua seconda pubblicazione, ma il primo albo illustrato. Che sensazione ti dà?

Una grande soddisfazione, non pensavo di pubblicare il mio primo albo illustrato così presto.
Pensavo di uscire da scuola e cercare qualcosa per continuare a disegnare.
Tutto fa esperienza e all’inizio mi avrebbe gratificato anche lavorare a progetti lontani dal mio mondo.
Mi spaventava solo l’idea di trovare porte chiuse, invece ho avuto la fortuna di incontrare Davide e quando mi ha proposto Polline, non potevo essere più felice.
Oltre a lavorare al mio primo libro, illustravo un testo che sembrava scritto per me.

La storia è malinconica e delicata, sicuramente però più leggera del testo della graphic novel Io so’ Carmela.
Quali scelte ti sei trovata a improntare differentemente per i due testi?

Era tutto diverso. In Carmela raccontavo una storia drammatica quasi surreale ma vera. Si denunciava la violenza sulle donne, l’inutilità delle istituzioni e l’ingiustizia nel non ricevere giustizia. Tutto era dinamico e le vignette si susseguivano come i fotogrammi di un film. Mentre in Polline raccontavo l’amore e ogni sua forma con una delicatezza unica, anche la tristezza aveva una certa poesia. Era tutto più lento, ogni pagina si riempiva di silenzi, di attese e le immagini raccontavano un tempo che si era fermato per riuscire a cogliere un’emozione. Diciamo che ho lavorato contemporaneamente a due opposti, in uno disegnavo l’amore e nell’altro lo distruggevo.

Pensi che richiedessero un diverso approccio?
Sì, era necessario. Lavorandoci contemporaneamente è stato difficile scindere i due progetti. Emotivamente ero coinvolta nella storia di Carmela che ammetto, mi ha cambiato anche come persona.
E’ stato un lungo lavoro psicologico nel trasporre in immagine determinate scene di violenza.
Quando ho consegnato Carmela, ho riletto Polline con più leggerezza e mi sono accorta che aveva assorbito troppa inquietudine, non necessaria.
Lo rileggevo e sentivo il testo che volava leggero e le immagini pesanti ancorate a terra.
Sono contenta di essermene accorta in tempo per rifarlo, erano necessari dei momenti di leggerezza e respiro.

Spicca molto il tuo tratteggio nelle illustrazioni di “Polline”, uno stile personalissimo e inconfondibile. 
Chi ha influenzato di più il tuo modo di trattare l’immagine?
Credo che una delle mie primissime influenze, quando ancora non pensavo di diventare un’illustratrice ma scribacchiavo e disegnavo sul mio diario, sia stato Tim Burton. Ricordo che al liceo ero rapita dalla sua caratterizzazione dei personaggi e m’ispiravo molto a quel tipo di sintesi.

Ora forse non si vede molto, ma è da lì che è iniziata la mia ricerca su un tipo di bellezza ideale, un po’ grottesca. Anche i grandi maestri mi hanno influenzato e m’influenzano ancora, in particolare Gustav Klimt, Egon Schiele, René Magritte e Paul Delvaux.
Per la tecnica, sono in continua evoluzione, ho provato un po’ di tutto, ho passato un periodo, dove stratificavo l’acrilico, grattavo il pastello a olio usavo tecniche molto materiche. Adesso mi concentro sul segno, che ho iniziato a valorizzare per caso lavorando a Polline.
Valentina Mai l’editore di Kite edizioni aveva visto le mie matite dello storyboard e le erano piaciute tantissimo e non trovava la stessa emozione nelle prove colore con l’acrilico.
E’ stata lei a chiedermi di realizzare Polline a matita, all’inizio ero un po’ scettica, mi sembrava che non fosse abbastanza, poi mi sono ricreduta. Ho così scoperto un segno che non pensavo di avere.

Altri autori che stimi?
Stimo tantissimi Illustratori ognuno per un motivo diverso, sono circondata da talenti che mi ricoprono d’immagini meravigliose. M’impongo di dirne tre, quelli che mi hanno segnato di più: Maurizio Quarello, prima di incontrare lui, non conoscevo nessun altro illustratore (sorrido), ricordo che quando è venuto nel mio liceo a parlare d’illustrazione, mi ha aperto un mondo e un mestiere perché prima di quell’incontro non avevo mai pensato di diventare un’illustratrice.
Joanna Concejo, mi piacciono le sue associazioni surreali, i giochi d’immagine, il suo disegno classico ma leggero e la poesia che trasmette ogni sua illustrazione.
E Violeta Lopiz, adoro il modo in cui mette in relazione testo e immagine, una sintesi unica, delicata, originale e di forte impatto emotivo.
Il suo libro I Pani d’oro della vecchina edito da Topipittori mi è rimasto nel cuore.

Qual’è stata la fase di lavoro che ti è piaciuta di più?
C’è né più di una, la parte che mi piace di più è la prima lettura del testo, quando la mia mente inizia a immaginare, si creano immagini bellissime, colori e profumi prendono forma. Poi c’è la parte dello storyboard che spezza questa magia. Inizia così una parte del lavoro intensa, dove passo ore seduta a pensare. Sono al tavolo da lavoro, ma con la testa sono ovunque, faccio viaggi incredibili e salti temporali per cogliere emozioni viste o vissute.

“Polline” dimostra che un albo illustrato quasi senza colori può essere leggero come una brezza e poetico.
Ma ci sono molte altre tue tavole con questo schema cromatico.
Come mai la scelta ricade su questo tipo di gestione del colore? Ci sono motivi particolari?

Il monocromatico è come un filtro della memoria, mi trasmette delle emozioni intense ma delicate. Mi aiuta a raccontare qualcosa che ha un sapore antico, vissuto e comunica con un linguaggio a me molto caro, quello del ricordo.

Alcune tue illustrazioni, comprese quelle in “Polline” richiamano un po’ alcune foto d’epoca. Ti piacciono particolarmente?
Si, amo le foto d’epoca e tutto quello che ha il sapore di un tempo passato.

Ti sei ispirata a una figura femminile in particolare per la protagonista di “Polline”?
No, Polline è una donnina delicata che ho pescato in una mia estetica ideale.

Cos’è che fai più fatica a disegnare?
Faccio fatica a disegnare quello che vedo per quello che è, tendo sempre a metterci del mio.

E in “Polline” cos’hai fatto più fatica a fare?
Il profumo del polline, volevo sentirlo anch’io quel profumo sfogliando il libro.

Ed ora, una di quelle domande che spesso i discografici si divertono a fare: se dovessi fare qualcosa fuori da ciò che hai sperimentato fino ad ora, a cosa ti piacerebbe lavorare?
Vorrei approfondire di più il mondo del fumetto o della Graphic Novel, che ultimamente mi interessa sempre di più e magari fare qualche progetto tutto mio di testo e immagini. Mi piacerebbe anche lavorare con i bambini, organizzare dei laboratori d’illustrazione farli riflettere sul rapporto testo immagine e avvicinarli al libro, così che possano già in tenera età diventare lettori consapevoli.

Polline – Una storia d’amore
di Davide Calì | Illustrazioni di Monica Barengo
2012 Kite Edizioni

Condividi su:
Continua a leggere
Asterisk Intervista a Enrica Trevisan e Beatrice Roberti
10/12/2013 Morena Forza in Creatività / No comments

Il Natale si avvicina e quest’anno ho voluto concentrarmi particolarmente sull’handmade, cioè tutti i prodotti artigianali che potevo trovare per farne regali per i miei amici e i miei cari.
Trovo che il calore trasmesso da un oggetto realizzato artigianalmente sia ineguagliabile, che si tratti di vetro, legno, di un disegno, un dipinto, un accessorio o un gioiello.
Ho acquistato qualunque tipo di manufatto quest’anno e ne sono molto soddisfatta. La qualità e l’originalità sono tangibili.
Due delle artigiane che ho contattato per scrivere questo articolo sono Enrica Trevisan e Beatrice Roberti.
Entrambe illustrano su diverse superfici e realizzano vetrine.
Quando pensiamo all’illustrazione, la prima cosa che ci viene in mente è l’albo illustrato.
Non è sbagliato ma è una visione parziale di questa bellissima attività.

Per questo ho pensato di dare questo spazio a Enrica e Beatrice per raccontarsi, raccontarci cosa c’è dietro la scelta di disegnare su legno, vetro, ceramica; perché il disegno a volte esce dal foglio. :)
Spero che vi sia di spunto e…
Buona lettura!

 

Enrica Trevisan
  • Ciao Enrica, dicci qualcosa di te. Dove vivi, qual è stato il tuo percorso formativo.

Vivo da 27 anni a Quarto d’Altino, un paese immerso nella campagna, a metà strada tra Venezia e Treviso. Abito in una piccola casa con il mio gattone, la mia cagnolina, e i miei genitori che mi hanno sempre sostenuta e mi hanno dato l’opportunità di sperimentare, studiare e amare l’arte. Fin da piccola, tra una visita ad un museo e l’altro, mi sono appassionata ai colori, alla pasta da modellare e al disegno. Attaccare sulle pareti di casa un po’ di pongo o tracciare qualche bella riga rossa erano le mie grandi passioni!
Nonostante questo, nel 2005 mi sono diplomata al Liceo Artistico Statale di Venezia e ho poi frequentato dei Laboratori di illustrazione per l’infanzia a Sarmede e all’Artelier di Padova, condotti da Anna Laura Cantone , Eva Montanari e Karen La Fata.

Ai corsi assorbivo come una spugna tutti i loro consigli e mi annotavo su un quadernetto delle piccole regole, i titoli degli albi illustrati e i nomi delle varie librerie della mia zona.

Dal 2009 ho cominciato a mettermi alla prova, partecipando a vari concorsi. Nel 2009 e nel 2010 infatti sono stata selezionata per la Mostra Internazionale d’Illustrazione per l’infanzia di Sarmede per l’area tematica ‘Fiabe dell’Oceania_Echi di mari lontani’ e ‘Fiabe del Brasile’.
Ecco, da tutto questo è nata la mia passione per l’illustrazione che poi mi ha portato ad una ricerca rivolta all’illustrazione applicata ad oggetti di uso comune e accessori.

 

  • Come hai cominciato a dedicarti ai prodotti illustrati? E cosa produci?

Ho cominciato a produrre alcune piccole creazioni nel 2008, ma tenevo tutto per me o quasi.

Ad un certo punto qualcuno mi disse “Enrica, ormai stai riempiendo la casa…prova a fare un mercatino! Almeno provaci!”. Così nel 2009 ho cominciato seriamente a dedicarmi a questa passione, iscrivendomi a dei piccoli mercatini dell’artigianato, esponendo prevalentemente oggettistica in legno, stoffa e ceramica realizzata e dipinta a mano con le mie illustrazioni!
Poi ho iniziato ad appassionarmi all ‘handmade e all’ artigianato a 360 gradi, e dopo quattro anni ho cercato di concretizzare il mio hobby. Ora collaboro con alcuni negozi che condividono con me l’amore per il fatto a mano e in particolare per l’illustrazione per l’infanzia.
Realizzo spille, anelli, orecchini, collane…veri e propri pezzi unici da indossare!






Uso prevalentemente il legno perchè è un materiale che trasmette calore al tatto e credo dia un valore aggiunto alle mie creazioni. Mio papà è il più valido aiutante, infatti è lui che taglia il legno delle forme che desidero. Io mi occupo della levigatura e della realizzazione delle illustrazioni che vengono dipinte interamente a mano con l’uso di colori acrilici.

Quest’anno ho sperimentato anche altre tecniche artistiche, come la serigrafia su stoffa, la tipografia, l’uso delle tempere per creare dei quaderni illustrati, l’incisione su adigraf e infine la ceramica per produrre ciondoli, bracciali, bottoni e articoli di arredo.

Dalla passione per il mondo della ceramica, nel 2012 sono nate ‘Le enricucci-le ceramiche illustrate’ grazie alla collaborazione con Maria Miele Ucci (ceramista).

 

  • Come scegli i tuoi soggetti? Ci sono dei temi che preferisci?

I miei soggetti li scelgo dopo una serie di svariati tentativi e disegni, perché  in questo modo cerco di caratterizzare al meglio i personaggi e infine scelgo quelli più convincenti e che mi trasmettono le giuste sensazioni. Attraverso il disegno le persone possono scorgere i personaggi che vivono solo nel mio mondo o un pezzo di realtà che mi appartiene.  Mi affascinano maggiormente quelli legati al tema marino, come i marinai e le sirene, forse perché vivo la città di Venezia in modo particolare, e perché mia mamma è vissuta lì per molti anni. Quindi è un tema a cui sono maggiormente legata perché mi porta alle origini e ai ricordi della mia famiglia.

 

  • Quali sono i supporti che preferisci e con che tecnica li lavori? Ho visto che realizzi anche vetrine, per esempio. Che tipo di vetrine hai realizzato?

Il supporto che preferisco è il legno che dipingo con colori acrilici, ma amo in modo diverso anche la ceramica che dipingo con gli ingobbi.  Sono due tecniche diverse che richiedono un po’ di abilità. Dipingere con gli ingobbi è un po’ come dipingere con la terra, mentre i colori acrilici richiedono velocità, in quanto si asciugano in fretta a contatto con l’aria.

 

 

In ogni caso il legno e la ceramica sono i supporti che preferisco dipingere, accompagnata da un bel sottofondo musicale.
Amo comunque sperimentare nuove tecniche, infatti  ho avuto il piacere di illustrare la vetrina di un negozio dal vivo, in una grande città come Venezia, in una domenica pomeriggio. (Per una un po’ timida come me, penso che la sensazione sia simile a gettarsi con un paracadute soffrendo un po’ di vertigini)

Ho illustrato la vetrina per un importante negozio di giocattoli, la Lanterna Magica di Venezia, in occasione di un progetto intitolato “LA LANTERNA GIRA PER…” a cura del negozio. Si trattava di una serie di esposizioni che mettevano in luce varie realtà dell’Handmade / Homemade con la  vendita di oggetti creati da designer emergenti.

 

A Marzo del 2013 è stato il mio turno e, dopo aver visto un video in cui un’illustratrice giapponese, Yoko Furusho disegnava la vetrina di Ikiru a Barcellona, ho deciso di lanciare la mia proposta a Beatrice e Manuela della Lanterna Magica, che hanno colto al volo con grande entusiasmo.

Ho superato la timidezza e ne è nato un bellissimo evento, fatto di intrattenimento, musica e grandi sorrisi! E illustrare la vetrina in quel contesto, con la luce del tramonto, è stato davvero  emozionante!

 

  • Dove vendi i tuoi bellissimi lavori?

Alcune mie creazioni si possono trovare alla Lanterna Magica  di Venezia, in Campo Santa Barnaba . Da poco ho aperto anche  uno shop online su A Little Market http://enricatrevisanillustrazioni.alittlemarket.it/





  • Quello che mi ha colpito di molti tuoi prodotti è che sono interamente realizzati a mano. Per esempio, molti segnalibri, gioielli e accessori sono in vendita su moltissimi shop aperti da illustratori ma spesso si tratta di stampe applicate al supporto. Perché preferisci realizzare a mano ogni singolo prodotto?



Perché credo che ogni oggetto fatto a mano racchiude al suo interno la storia, i ricordi, la passione, le fatiche e i sogni di chi lo crea. Proprio per questi motivi ritengo che il valore di una creazione handmade sia prima di tutto l’unicità.  

Ho comprato alcuni prodotti di Enrica: sono FAVOLOSI! E curatissimi in ogni dettaglio. :)


È sempre bene dare valore all’unicità dell’idea del suo creatore, fino all’unicità del suo più piccolo particolare, che può essere anche un piccolo difetto apprezzabile! Questo valore dà merito al lavoro di chi crea con le proprie mani, soprattutto in un’ epoca di grande omologazione degli oggetti come la nostra.

Soprattutto in questo periodo di crisi economica, è cominciata una piccola rivoluzione; quella dell’handmade che si sta facendo strada con il motto “Be different, Buy Handmade”. Io appoggio con convinzione questo pensiero, perché penso che una piccola creazione fatta a mano ci possa rendere speciali.

 

Beatrice Roberti

 

  • Ciao Beatrice, parlaci un po’ di te e raccontaci come mai hai scelto di disegnare su supporti ” meno convenzionali”.

Allora, lavoro con gli acrilici preparando prima il legno con una base di primer o gesso acrilico. Ho sempre disegnato da quando ero bambina, ed anche se ho frequentato il liceo scientifico poi ho deciso di frequentare l’accademia di Belle Arti, prima a Venezia (tre anni di pittura), poi a Bologna (specialistica in illustrazione per l’editoria).
Dopo essermi diplomata in accademia ho sperimentato in vari campi dell’illustrazione anche per trovare in quale ambito mi sentivo più a mio agio e pian piano è nato lo stile che sto utilizzando ancora oggi. Ultimamente realizzo soprattutto dipinti ad acrilico su tela, dopo anni di illustrazioni su carta, perché preferisco creare immagini di grandi dimensioni e mi piace che abbiano uno spessore, un telaio, pronte da appendere sulla parete.

Inoltre ho iniziato ad illustrare anche su mobili ed oggetti perché mi piace “riportarli in vita” con la mia arte. 

 





C’è anche un motivo pratico: mi sono trasferita a vivere nella casa appartenuta a mia bisnonna che era sommersa di mobili vecchi, perciò ho molto materiale su cui lavorare!

 

Inoltre trovo sia più utile, ecologico e meno dispendioso recuperare un mobile anziché comprarne uno nuovo e privo di “storia”. Infine adoro personalizzare le cose, in casa mia dipingerei qualsiasi cosa, per renderla veramente personale.

Condividi su:
Continua a leggere
Asterisk “Ah l’amour!” – l’amore moderno di Andrea Barattin
22/11/2013 Morena Forza in Fumetto / No comments

Lucca Comics quest’anno è stato off limits per me, per fortuna però ho potuto seguire diverse uscite, complice i social su cui ormai molti autori, fortunatamente, promuovono i propri nuovi lavori.
Quest’anno la freschezza delle immagini proposte da Andrea Barattin (autrice di London Calling)  ha catturato la mia attenzione: colorate, grafiche quanto basta, ironiche, frizzanti.
Trattate poi da un punto di vista spesso molto femminile.

Così ho deciso di comprare il suo volumetto “Ah, l’amour!” che tratta in modo scanzonato il tema della sessualità nell’epoca moderna.
E poi, di farle qualche domanda su quella che è la sua prima pubblicazione e vede una simpaticissima prefazione di Alberto Pagliaro ad aprire la carrellata di vignette, per giunta ritagliabili.
Particolarmente adatte ad essere regalate a persone adatte a riceverle. Io l’ho già fatto!

 

Andrea, parlaci un po’ di te. Come sei giunta al fumetto? Che studi hai seguito?

Prima di tutto vorrei ringraziarti per i complimenti e per l’intervista, sono davvero emozionata!
Ho deciso di diventare disegnatrice di fumetti all’età di quattro anni, dopo aver ricopiato un’illustrazione di un libro che mi piaceva moltissimo.
Non sono andata all’asilo ed avevo pochissimi bambini con cui giocare, in più sono restata figlia unica fino agli undici anni. Quindi credo che il disegno e le storie che inventavo fossero principalmente una via di fuga dalla realtà.
Poi ho deciso di proseguire su questa strada e ho frequentato l’Istituto Statale d’Arte Bruno Munari di Vittorio Veneto, sezione Arti della Stampa e Grafica, e successivamente la Scuola Internazionale di Comics di Firenze, indirizzo Fumetto.

Il tuo è uno stile molto personale e sotto alcuni aspetti poco italiano.
Quali sono gli autori che hanno influenzato la tua scelta stilistica?

Ho avuto pochissimo tempo per realizzare questo libretto e ho cercato di creare una cosa fresca ed immediata, cercando di capire che cosa non volessi disegnare per non risultare pesante o cadere in stereotipi triti e ritriti, tipo i classici disegni di donne con una sesta di seno che stanno in copertina solo per attirare l’attenzione.
In più, anatomicamente non sono un drago, quindi ho cercato di disegnare corpi semplici e fluidi che fossero in linea con lo stile ironico delle vignette.
Sicuramente Ortolani, Zerocalcare e Fran De Martino sono alcuni dei miei punti di riferimento, sia parlando di disegno che di umorismo. Mi piacciono le vignette umoristiche dove i personaggi agiscono come se fossero persone reali, credo che sia importante che il lettore si affezioni a loro perché parlano esattamente come lui, quindi il mio obiettivo principale è creare dialoghi realistici.
Oppure, al contrario, adoro le situazioni surreali che crea Liniers nelle sue strisce o quelle di Jim Meddik in “Monty”. Strettamente al fumetto erotico sono cresciuta leggendo i fumetti di Manara, sempre apprezzandolo di più per il disegno che le storie; amo le anatomie dei personaggi di Pazienza e le storie leggere di Vittorio Giardino in “Little Ego”.

Com’è nata l’idea per questo fumetto? E in quanto tempo ci hai lavorato?

L’idea è partita da Alessio Bilotta, presidente della Slowcomix, dopo aver visto alcune mie vignette su Facebook. Sono stata fortunata perché, per la prima pubblicazione della sua piccola Casa Editrice, aveva in catalogo un fumetto erotico di altri due autori esordienti. Quindi, siccome il tema era lo stesso, ha deciso di farmi salire a bordo e mi ha dato l’opportunità di vedere che i progetti non solo sono mentali ma possono anche diventare reali, e per me è stato importantissimo. Avevo da parte una quindicina di vignette e ho deciso di arrivare almeno a cinquanta; ho iniziato a lavorare al progetto dai primi di agosto fino ai primi di settembre, e poi ho avuto un po’ più di tempo per la copertina. Sono stati giorni di fuoco!

Come ti è venuta l’idea di creare delle immagini ritagliabili?

Alessio mi ha lasciato carta bianca e ho potuto gestire il mio libro andando molto ad istinto, anche inserendoci i buoni per la coppia e facendolo rilegare con una spirale metallizzata. Ho pensato di dare la possibilità di ritagliare le vignette perché principalmente è un libro giocoso, pensato per essere passato di mano in mano; non so perché mi sono immaginata degli universitari pieni di foto e ritagli sui muri delle loro stanze… e mi sembrava che su quelle pareti ci potessero stare anche le mie vignette!

 

Il tema della sessualità non è semplice da trattare; scadere nel volgare e nello scontato è un attimo.
E’ stato facile per te sviluppare questa idea o è stato piuttosto qualcosa di “pensato a lungo”?

L’erotismo in generale per me è sempre stato un tema di cui parlare senza problemi e con le mie amiche ne parlo esattamente come nei miei disegni, mi piace che venga trattato in modo leggero e ridere di situazioni anche assurde, e prendo spunto dai dialoghi reali per i miei disegni. Il libretto è stato ragionato velocemente, in genere scrivo decine di vignette di getto e, in un secondo momento, le correggo e scrivo i dialoghi finché mi sembrano orecchiabili.
Non è nelle mie corde scrivere storie erotiche solo per parlare di sesso (tipo alla “50 Sfumature di Grigio”), in cui ogni prestazione è perfetta e basta stringersi la mano per arrivare all’orgasmo! Principalmente mi sembra che nei libri e nei film il sesso venga raccontato molto seriamente, quando invece credo che il modo migliore per farlo bene sia divertendosi. Ho mixato sesso ed umorismo per parlare soprattutto delle situazioni che si possono creare nelle coppie, cercando di trattare l’argomento in modo “terra terra” e senza mitizzarlo, sperando sempre di non cadere nella banalità e con lo scopo principale di strappare un sorriso.

 

La sessualità femminile è ancora spesso un taboo da certi punti di vista.
Era tuo desiderio portare alla luce questo aspetto? 

Assolutamente sì, volevo che il libro facesse ridere le ragazze e mettesse il piccolo tarlo del dubbio nel cranio di molti ragazzi: “Oddio, le donne parlano di sesso!”
Scherzi a parte mi meraviglia davvero molto la chiusura mentale di tante persone riguardo al sesso. Non parlo dell’atto sessuale in sé ma di come per molti sia impossibile che delle ragazze si divertano a parlare di sesso, o si consiglino su cose che non sanno fare, o che abbiano fantasie anche più spinte di quelle di alcuni uomini.

Quali sono i tuoi prossimi progetti?

Non ho progetti “immediati”, ho tante cose che vorrei fare e non so ancora cosa diventerò da grande. Mi piacerebbe fare un “Ah, l’Amour 2”, con altri buoni omaggio e magari magliette, spillette, timbrini e giochi erotici, ma si parla del prossimo Lucca Comics ed ancora non c’è niente di certo.

Amo l’illustrazione per bambini e mi piacerebbe studiarla bene in futuro, per ora cerco di sviluppare un mio stile partecipando ai vari concorsi di illustrazione che mi sembrano ispiranti, soprattutto per arricchire il mio book.
Come sogno nel cassetto, invece, ho l’inchiostrazione: me la prendo con calma perché ho avuto un “blocco” e riprendere non è facile, ma ho avuto tanti riscontri più che positivi e prima o poi mi lancerò totalmente su questa strada!

Dove si può trovare “Ah, l’amour!”?

I fumetti sono reperibili  tramite vendita diretta scrivendo a slowcomix@gmail.com
oppure presso la fumetteria Mondi Paralleli di Prato- via Ser Lapo Mazzei n. 26

 

Condividi su:
Continua a leggere
Asterisk Dietro una graphic novel in prossima uscita! Intervista a Ilaria Urbinati e Marco Magnone
14/11/2012 Morena Forza in Fumetto / one comment

Come vivete la parola “architettura”?
Se condividete la visione che ne ho sempre avuto io, per via di un
vissuto di disegno puramente figurativo alle spalle, forse un po’ vi spaventa.
Vi sembra lontana da voi, un po’ fredda e impersonale.

Oggi ho ricevuto il libro “A.A.A – Il diario fantastico di Alessandro
Antonelli, Architetto
” di Fabio Geda e Marco Magnone, illustrato dalla
mia amica e collega Ilaria Urbinati – edito da Espress Edizioni.
E’ stata un’autentica scoperta.

Le vibranti e delicate matite di Ilaria Urbinati accompagnano una storia nella storia in questa graphic novel ambientata nell’Ottocento e molto attuale.
Prendono per mano il lettore che non è solo spettatore ma è invitato a partecipare e ad appassionarsi alle vicende dell’ architetto Alessandro Antonelli, colui che realizzò la famosa Mole Antonelliana.
In questo libro ho respirato qualcosa che non ho mai associato all’architettura: la passione, il coraggio di pensare più in là di ciò che è riconosciuto come “possibile” e di andare oltre le convenzioni e le tradizioni.
La figura di Alessandro Antonelli è rappresentata in chiave umana; sanguigno e un po’ testardo, ci dice

“Come si può dormire con la testa piena di meraviglia?”

 

ma anche

” Io, se mi chiedessero che mestiere faccio, direi… La pietra.
C’è sempre bisogno di una pietra da gettare nell’acqua stagnante. “

Vi sembra famigliare, immagino, come è sembrato famigliare e vicino al mio modo di sentire e pensare.

E’ un inno alla gioia di creare, di pensare che con la tenacia i sogni sono possibili e un po’ più vicini di quanto potessimo pensare.

Ho voluto chiedere a Marco Magnone e Ilaria Urbinati come è nato questo progetto.

Prima di tutto, com’è nata l’idea di stendere una storia sulla Mole Antonelliana?
In Italia abbiamo edifici e monumenti che sono autentici capolavori, ma raramente ci si sofferma a pensare alla storia e all’intreccio di  vite che vi passano dietro. Com’è nata questa passione per la Mole e le sue vicende?

I: A Torino la Mole è un monumento molto “vissuto emotivamente” per la sua particolarità e la sua storia e questo, insieme al fatto che quest’anno ricorre il 150° anniversario della stipula del contratto per la sua costruzione, ha contribuito alla nascita del libro.
M: Spesso i margini sono spazi, reali e immaginari, densi di materiale narrativo e fascino perché poco raccontati, spesso semisconosciuti, in qualche modo vergini. E io li ho affrontati più di una volta in precedenti lavori (L’altra Torino. 24 centri fuori dal centro, Off. In viaggio nelle città fantasma del Nordovest).
Talvolta però, può essere altrettanto stimolante volgere lo sguardo verso il centro, trovare proprio là, dove si concentrano più voci e sembra che tutto sia già stato detto, storie non raccontate, punti di vista inediti. Il nascondiglio migliore è quello in bella vista, dove nessuno andrebbe a cercare, diceva Poe. Con Antonelli e la Mole è successo così, e il suo 150° anniversario è stata l’occasione più adatta per presentare il progetto, anche per dare continuità alle celebrazioni dell’anno scorso sui 150 anni dell’Unità d’Italia.

Quanto il personaggio di Alessandro Antonelli è fedele all’originale?
I: Difficile dirlo… Per quanto riguarda l’estetica ho preso ispirazione da alcune foto e ritratti che per lo più lo ritraggono
quando era molto anziano.. Di sicuro era magro, alto, nasuto e col capello selvaggio e questi elementi si ritrovano sicuramente nell’aspetto del protagonista.
M: Il nostro diario, pur partendo da una meticolosa ricerca storica, è dichiaratamente “fantastico” già dal sottotitolo, perciò ricco ricostruzioni e interpretazioni libere, verosimili più che vere tout-court.
Il nostro obiettivo, infatti, non era tanto ottenere una pedante ricostruzione per addetti ai lavori, ma incuriosire, affascinare il più possibile torinesi e non su un uomo e il suo mondo, di certo, fuori dal comune.

Un uomo che, come scrive Fabio Geda nell’introduzione del libro, è stato “un grande sognatore, tanto orgoglioso delle proprie opere e di se stesso quanto chiuso rispetto al mondo ordinario che lo circondava, sempre teso in una costante sfida con il limite: quello della materia, quello della propria fantasia, e quello della pazienza dei committenti.”

E’ stato difficile ambientare una storia (sceneggiatura e disegni) in un’epoca passata?
Avete studiato molto per ambientazioni, costumi, storia?

I: Per me è stato piuttosto difficile! Ho dovuto fare moltisisma ricerca per gli elementi più diversi. Abbiamo anche studiato tutti e tre su dei materiali comuni prima di cominciare il lavoro sul libro.
M: A questo proposito è stato fondamentale partire dalla ricerca bibliografica su testi di storia, di storia dell’architettura e del costume dell’Ottocento. Da lì, abbiamo poi lavorato per creare un mondo ricco di spunti e carico di fascino, per dare colore e forza, creare un immaginario, insomma, per un’epoca forse troppo spesso sottovalutata, almeno in Italia, al contrario di quello che avviene in altri Paesi europei. Penso a Germania, Francia, Inghilterra, per esempio. Di certo il tratto di Ilaria ci ha aiutati, nel delineare una Torino dal gusto un po’ retrò, elegante ma molto ironica.

Ilaria, di quale tipo di reference ti sei servita per disegnare
un’epoca così lontana dalla nostra?

I: Il web è stato la mia fonte principale: GOOGLE e la sua ricerca immagini sono state una fonte preziosissima. Per gli abiti ho utilizzato delle scansioni di un libro sugli abiti vittoriani e del tardo ‘800 che mi ha spedito mia cugina, appassionata del periodo storico. Per le ambientazioni mi è stata d’aiuto la pagina facebook dell’Archivio storico di Torino, che ha una gallery di immagini spettacolari.
Altre volte le immagini di riferimento mi sono state date direttamente dagli autori.

La mia immagine preferita dal carnet schizzi del volume :)


Vi confesso che non avevo mai pensato alle persone che mantengono in
vita la bellezza dei nostri monumenti ed edifici storici.
Molto bella l’idea di creare un legame tra il restauratore dei giorni nostri e la figura dell’architetto Antonelli mettendo in parallelo intere scene come quello dell’aeroplanino di carta e del falco: come mai questa scelta?
I:
La scelta è stata presa in fase di progettazione editoriale e mi è piaciuta subito moltissimo…Sicuramente è stato un modo per attualizzare la narrazione e molto ha contribuito il fatto di poter raccontare il lavoro di un personaggio reale.
M: Fondamentale come innesco del progetto è stato l’incontro, grazie all’editore e al giornalista Fabrizio Vespa, con Maurizio Puato. Alpinista e scalatore di professione, è il “custode” di nome e “l’angelo custode” di fatto della Mole. Senza di lui, che la creatura di Antonelli la “vive” ogni giorno più di chiunque altro per lavoro e per passione, sarebbe stato impossibile immaginarla come materia viva, in costante divenire, di cui prendersi cura. Allo stesso tempo è stato preziosissimo per rivelarci alcuni particolari quotidiani del suo lavoro, che sono state lo spunto per le cornici alle vicende del diario di Antonelli.

Com’è stato sceneggiare e disegnare il vostro primo fumetto?  Come avete vissuto un’esperienza così diversa dalle precedenti?
I: E’ stato sorprendentemente facile! Amo i fumetti e le graphic novel e potermi misurare con un genere che mi appassionava da anni è stato bellissimo, sicuramente averne letti e guardati molti mi ha aiutato, in più si è creato da subito un clima di grande collaborazione con gli autori. L’unica difficoltà è stata la mole (ahah) di lavoro davvero grande che a volte mi ha un po’ spaventata.
M: Con Ilaria in realtà avevamo già sperimentato qualcosa di simile: Overview, una graphic novel “da muro”, che raccontava di incroci immaginari tra Yuri Gagarin, JFK e una medium torinese, commissionata da uno studio di architettura come installazione in un locale pubblico. Era stata l’occasione per testare una progettazione partecipata delle due fasi, di sceneggiatura e disegno, ripresa per AAA. Io e Fabio abbiamo provato a “disegnare” fin dall’inizio uno storyboard e ragionare per immagini e scene più che per testi, dando poi la libertà a Ilaria di interpretare le nostre bozze, e lei allo stesso tempo era chiamata a partecipare alla costruzione dei capitoli e della trama e a filtrare i nostri testi al termine del processo, per dare uniformità ai nostri diversi stili. Sui rapporti tra me e Fabio, lui è un vero professionista: lavorare con lui è stato molto facile e un’occasione di crescita per me fondamentale.

Qual’è stata la fase più faticosa della realizzazione del volume?
I:
Per me c’è stato un momento quest’estate, faceva caldissimo, tutti erano in vacanza, avevo la sceneggiatura, la deadline era lontana, ma non troppo e io sapevo di dover lavorare e tenere un buon ritmo nonostante tutto intorno a me cospirasse per farmi distrarre: è stata davvero dura! Anche i giorni prima della chiusura sono stati duri, ma lavoravo in tram strettissimo con gli autori, Leonora (la supergrafica che ha curato il volume) e gli editori e avere comunque dei colleghi con cui confrontarmi ha reso tutto più facile.
M: Tutto il lavoro, dalla prima cena, alla divisione dei capitoli, alla presentazione delle bozze, ai confronti sulle idee, alla revisione dei testi e delle tavole, è corso via in modo molto naturale, come non mi era mai capitato. Spero e credo che questa naturalezza di linguaggio si colga anche nell’esito finale e nella sua immediatezza comunicativa. L’unico momento davvero delicato, come sempre, è stato quello del parto: la correzione delle ciano e l’avvio delle macchine per la stampa sono stati passaggi critici, in cui speravi che tutto andasse bene, e sapevi che se ci fosse stato qualche errore, ormai il tempo per porvi rimedio era finito. Ma per fortuna tutto è andato bene!

Come avete gestito il rapporto tra di voi?
Vi siete sentiti costantemente? Qualche curiosità da “dietro le quinte”?
I:
Ci siamo gestiti benissimo! Marco e Fabio sono autori fantastici… Da febbraio in poi ci siamo visti/sentiti regolarmente prima, per impostare il libro e poi in appuntamenti/sceneggiatura in cui parlavamo dei particolari e di quello che volevamo definire nel dettaglio. Una curiosità da dietro le quinte… il giorno in cui ho fatto la primissima tavola ero molto nervosa e mi son sentita sullle spalle una grande pressione (sapevo che avrei dovuto disegnare circa 150 tavole) erano le 9 del mattino e avevo una paura del foglio bianco terribile, io che bevo pochissimo e non fumo per la prima volta in vita mia ho pensato: “bene, adesso mi farei un bel goccetto”.
M: Tra il dire e il fare si dice che di mezzo ci sia il mare. Ecco, per quanto ci riguarda niente poteva fermarci… nemmeno l’atlantico, altro che mare! Fabio nel corso della lavorazione è partito per gli USA, ma questo non ha influito sulla lavorazione, abbiamo semplicemente sostituito gli incontri di persona con incontri su skype e fitti giri di mail. Era bello dialogare con lui, pensando che fosse a New York in un contesto completamente diverso, e condividere con lui il nostro AAA. Per me il momento più difficile poi, non da dietro ma da sopra le quinte, è stato quando Maurizio Puato ha tentato di portare me e Ilaria in cima alla Mole. Io soffro terribilmente di vertigini, non ero mai salito prima nemmeno al primo piano, ho provato a fare resistenza, ma non c’è stato verso. Appena sceso dall’ascensore sono tornato giù di corsa per le scale. Ilaria invece, che è una dura, è salita fino alla stella.

Delle graphic novel o fumetti che amate in particolare? Modelli che avete seguito?
I:
Adoro Gipi e Craig Thompson (consiglio a tutti “Blakets” e “Habibi”) e le graphic novel francesi… In particolare per questo lavoro mi sono un po’ ispirata a un fumetto che si chiama “Fueye” di Jorge Gonzàlez (001edizioni) e anche al volume “Sempè a New York” (Donzelli editore) per la resa dei monumenti.
M: Le mie graphic novel preferite, da cui sicuramente sono stato ispirato e influenzato, sono Berlin di Jason Lutes, l’inedito in Italia Heute ist der letzte Tag vom Rest deines Lebens di Ulli Lust, La straordinaria invenzione di Hugo Cabret di Brian Selznick e tutti i lavori dell’australiano Shaun Tan, che ho scoperto proprio grazie a Ilaria. Anche se, devo confessare, per me dire fumetto vuol dire prima di tutto Tex.

Pensate di ripetere l’esperienza di una graphic novel?
I:
Sì, tantissimo e spero molto presto!
M: Ilaria, che fai la prossima settimana?

Dove e da quando possiamo trovare questa bellissima pubblicazione in libreria?
In libreria si può trovare dal 20 Novembre 2012;c’è anche la possibilità
di ordinare il libro sul sito della casa editrice
www.espressedizioni.it
Disponibile anche su Amazon.it

Condividi su:
Continua a leggere
Asterisk Intervista a Gabriel Pacheco
10/11/2011 Morena Forza in Creatività / 4 responses
Quest’estate il fantastico illustratore Gabriel Pacheco, un autentico creatore di visioni oniriche e metaforiche , ha tenuto un corso presso Fine Art Factory.
Grazie alla sua disponibilità che oserei definire più unica che rara, e all’immensa gentilezza di Francesca Cosanti, posso pubblicare l’intervista che gli ho sottoposto e che ci apre la strada verso numerose riflessioni sul processo creativo e sui dietro le quinte dell’illustrazione.
Naturalmente ognuno di noi procede con metodi diversi, schemi mentali personalissimi, ma posso dire che dopo avere letto questa intervista ho passato un bel po’ di tempo a riflettere sul mio processo creativo. 
Mi ha inoltre colpito come Pacheco mette in strettissima relazione l’interiorità dell’illustratore e quindi della persona autentica e unica, col significato che attribuisce a forme, luci e soprattutto colori.
Buona lettura!

M.F: Signor Pacheco, innanzi tutto grazie del tempo che ci concede. Mi occupo di illustrazione da soli due anni, sono in quel momento della mia carriera in cui so cos’è illustrare ma vedo ancora con misticità tutto ciò che c’è dietro il lavoro di ciascun artista, sopratutto quando la mia ammirazione è sconfinata, come in questo caso.
La prima cosa che mi viene da pensare davanti ai suoi disegni è l’atmosfera onirica che si respira da ogni colore e texture ed inquadratura.
Non posso fare a meno di chiedermi quanto la dimensione onirica conti nella sua vita. E se eventualmente i sogni che fa influenzano in seguito le sue illustrazioni.
G.P: Mi piace lavorare con immagini così incerte, strane; mi piace molto il momento in cui la realtà si diffonde e tutto dembra uno strano sogno. Personalmente mi piace vivere così, con questa ambiguità, cancellando la linea che separa la vita reale dai sogni e dalla fantasia,  in modo che non ci sia più differenza.
E’ davvero imprtante non separare la vita dai sogni, perchè così si restituisce un valore magico al mondo e si recupera una parte antica dandole significato.  Così l’illustrazione deve essere parte della nostra vita come mangiare, come guardare e, naturalmente, come sognare. Illustrare è un modo fantastico di osservare la vita.

M.F: Per quanto riguarda l’idea di un’illustrazione, quanto istinto e razionalità prevalgono l’una sull’altro nel momento in cui sceglie come impostare l’illustarzione? Voglio dire, ragiona molto tempo su storyboard e bozzetti oppure per lei è qualcosa di istintivo ed impetuoso?
G.P: A volte penso che il processo creativo è come un ballo, che non sappiamo come ballare fin a quando non cominciamo a ballarlo.
Io lo semplifico come i passi, cominciando con il passo dell’emozione, dell’intuizione e dopo continuando con un altro passo, quello del ragionamento, e della struttura.
E’ un ballo con qualcuno che “c’è”, ma noi non lo vediamo, una danza cieca in cui dobbiamo farci trasportare.
E’ certo che il processo è davvero conflittuale, con molta incertezza e molta gioia, perchè si spera sempre in tutto , ma in realtà non si sa se si otterrà qalcosa.
Inizio scrivendo parole e abbozzando forme senza sapere molto bene dove mi porteranno, qui l’intuizione mi spinge e uno cerca di trattenerla qualunque cosa sia, de è l’immagine o la parola che ci aiuta a sostenerci per non cadere.
Dopo la scoperta del disegno comincia a guidarci per far si che quello che guardiamo diventi come una scultura plastica che affermiamo o neghiamo.  Il colore arriva successivamente, quando comincio a disegnare ogni linea e porta la luce di tutta l’atmosfera; chiaramente la si può modificare o accentuare, però il colore continuo a cercarlo finchè concludo le prove di stile che guarda l’editore.
Tutto questo tempo è molto angustiante e abbastanza devastante, perchè è un processo lento, è come quando cresce la radice del bambù, passa molto tempo senza vedere nulla, perchè quello che realmente sta crescendo sono le radici, se sono abbastanza profonde allora il progetto ha possibilità di crescere, altrimenti tutto ciò che cresce non potrebbe sostenersi.

 

M.F: Qual’è la fase che durante la lavorazione di un albo illustrato preferisce? (es la ricerca dei riferimenti/documentazione, lo storyboard,e così via)
G.P: L’inizio di ogni progetto, il principio di tutto, perchè è un processo vitale, ampio, tragico ed è dove ci si espone e si diventa molto vulnerabili. Bisogna essere davvero onesti de è un processo molto intimo. E’  come osservarsi completamente nudi. Qui scopriamo il nostro sguardo e ascoltiamo la nostra voce.

M.F: Una domanda che mi faccio spesso riguardo al lavoro degli illustratori che ammiro molto è quanto questi pensino alla cromaticità delle tavole; se cioè scelgono i colori ancor prima di cominciare una tavola o se invece avviene tutto spontaneamente magari proprio durante il disegno stesso. Come succede nel suo caso?
G.P: Il colore e la luce sono la memoria dello sguardo.
Quando penso ad un progetto non faccio altro che ricordare momenti o immaginarli e la mia memoria è incaricata di dargli luce, non c’è molto da sviluppare, è un esercizio contare sull’intuizione emozionale.
Un processo molto intuitivo, a questo punto non esiste un precedente ragionamento razionale, ma tutto è il prodotto di quello che uno ha vissuto e visto.
Se uno ricorda di quando si sentiva felice e lo associa con una palla rossa, è innegabile che noi percepiamo un rosso allegro,  invece se pensiamo ad un ricordo doloroso ad un certo punto il rosso il rosso si converte in una ferita.
Il punto è che il colore va sempre associato con la luce, ma alla stesso tempo anche ad un gesto plastico come la texture,è qui  che uno lavora dopo il primo colpo di colore del progetto, lavora per trasfigurare il colore ricordato in un’atmosfera che dirigerà i toni del libro.

M.F: Per quanto riguarda la tecnica, qual’è la sua posizione sull’avvento del digitale? Crede possa togliere poesia e immediatezza al messaggio di un’immagine che deve narrare una storia?

G.P: Mi piace lavorare in entrambi i modi, digitale e tradizionale, entrambi hanno il loro tempo, non credo che uno risponda meglio dell’altro. Eppure c’è qualcosa che mi affascina nel modo del digitale, ed è che l’illustrazione tecnicamente non esiste, si possono fare solo delle stampe di essa, però quando si espone un’illustrazione  anche se viene comunque considerata un’originale in effetti l”originale” non esiste. Certo bisogna sempre ricordare che “originale” proviene dalla parola “origine”, chiaramente, nel mondo dell’arte questo è un demerito, ma per me è affascinante , perchè in qualche modo  le illustrazioni digitali assomigliano a dei ricordi. Lavorare digitalmente è come lavorare direttamente con la  finzione dell’immagine.
Ora, qualunque sia il supporto, essere onesti sarà sufficiente per trasmettere messaggi poetici e per poter raccontare una storia.

M.F: Parliamo un secondo del mestiere di illustratore. Io a volte trovo che vi siano dei luoghi comuni un po’ tra il mistico e il leggendario su questo lavoro da parte di chi ancora non lo pratica ma vorrebbe farlo. Insomma, csfatare un falso mito sul mestiere di illustratore, quale sarebbe?
G.P.: Credo che sia falsa la povertà dell’illustratore, credo tutto il contrario: l’illustratore non può essere povero.

M.F.: Lei com’è diventato illustratore?

G.P.: Casualmente.
Prima ci fu la possibilità, poi è venuto il desiderio che si è ora trasformato in fervore.
Ho cominciato ad aiutare mia sorella colorando i suoi disegni  o a copiare dei font  con il tavolo luminoso per alcune copertine, ho lavorato come assistente scenografo di teatro e amavo il teatro, per difficoltà economiche entrai nel mondo della televisione, ma fu una scelta sbagliata. Proprio in quel momento mia sorella mi ha proposto di aiutarla a fare alcuni disegni e così decisi di lasciare il mio lavoro. Un disegno seguì ad un altro e la sera mia sorella mi prestava la sua  Quadra 605 (di 25 MHz) per farmi sperimentare i disegni in vettoriale, finchè un giorno mi propose di illustrare un racconto e da allora illustrare è diventato una parte importante della mia vita e facendolo da un computer.

M.F.: Il suo lavoro che mi ha più colpita è “i tre musicanti di Brema” per l’espressività estrema che è riuscito a dare a degli animali, ma sopratutto per come è riuscito a giocare con le composizioni delle illustrazioni. La storia è piuttosto statica nelle scene ma comunque leggerlo attraverso le sue illustrazioni è avvincente.
Mi sono chiesta se preferisce lavorare a testi nuovi o a testi ormai senza tempo.

G.P.: Mi piace un buon testo, non importa se è un testo circostanziale o atemporale, credo nella profondità del testo, questa è la cosa più importante per me, che il testo scorra in profondità, perchè questa profondità e quella che io intendo fornire al mio lavoro, e in questo senso, i musicanti di Brema sono una storia semplice, ma con un sacco di gioco, l’idea  è di cercare in questa semplicità e fare del colore un’allegoria in modo tale da accentuare le scene bizzarre dei ladri  quando sono scure, così la monocromia dei grigi ha permesso un gioco “Arcimboldiano” e trasfigurato i vecchi animali.
E’ meraviglioso che in un classico, che ha una struttura tale,  mi dia la possibilità di rielaborare il discorso, parafrasare senza avere perdite. Credo che se uno scrittore contemporaneo avesse questa genialità nella semplicità sarebbe una fortuna poter illustrare il suo testo come se fosse un classico.

M.F.: Una domanda, l’ultima promesso, che sono sicura si sentirà chiedere più e più volte: cosa consiglia a chi vuole intraprendere questo mestiere?
G.P.: Due Cose, entrambe sentite da due grandi illustratori ( Wolf Erlbruch e Puño):
una dice che devi imparare ad invecchiare per fare l’illustratore e l’altra che devi avere una buona ricetta per mantenerti come illustratore. Filosofia perfetta per tutti i giovani illustratori.

Alla fine dell’intervista lo ringrazio del suo tempo, e lui… mi ringrazia della pazienza!
Altro che pazienza, ho assaporato ogni suo punto di vista con la curiosità di una bambina che guarda nello scrigno dei gioielli di sua mamma, con meraviglia e stupore.
Un autore di immagini così grande e così umile come ne fanno pochi. Grazie!

Condividi su:
Continua a leggere
Post più recenti