Categoria: Interviste

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Asterisk 5 domande sull’Anatomia per Artisti, con Ilaria Urbinati
07/11/2018 Morena Forza in Disegno / No comments

Quando ormai dieci anni fa ho deciso di mollare tutto e tuffarmi nella folle impresa di fare illustrazione, mi sono trovata faccia a faccia col Mostro dei Mostri del disegnatore: l’anatomia.

La difficoltà per me non era poca, tanto che avevo deciso di frequentare un corso medio-lungo di anatomia serale per colmare le mie lacune.

Lo studio di questa che è a tutti gli effetti una disciplina è a volte noioso, altre direttamente spaventoso, ma dona la possibilità di far fare cose ai propri personaggi: mica poco!

Oggi sul blog rivolgo 5 domande a Ilaria Urbinati, che un corso di anatomia per artisti lo porta avanti ormai da anni.
La prossima edizione sta per partire nei prossimi giorni (tutte le informazioni sono in calce a questo post), ma lei ci ha anticipato qualche dettaglio saliente del suo approccio all’anatomia per artisti, su come l’ha formulato nel tempo e ci ha anche consigliato qualche preziosa lettura.

Ciao Ilaria! In un panorama ricco di workshop di tecniche pittoriche, tu hai scelto da qualche anno di insegnare anatomia per artisti per far conoscere la struttura del corpo umano.
Come mai questa scelta?

Ciao Morena! Credo che le motivazioni della mia scelta siano da ricercare un po’ nella mia vecchia passione per la rappresentazione dei personaggi! Mi ha sempre affascinata riuscire a disegnare gli esseri umani e sopratutto la loro personalità.
In fondo è il corso che avrei sempre voluto fare.

Internet ci ha abituato alle più disparate fonti di reference per disegnare.
Perché è comunque importante studiare per disegnare bene il corpo umano secondo te?

Perché ci rende molto più liberi, senza la schiavitù di dover per forza copiare una foto senza conoscere davvero quello si sta facendo, ma dipendendo comunque dalla rappresentazione di qualcun’altro e dalla sua visione. Conoscere la struttura permette di rappresentare non solo le posizioni e le prospettive più complicate, ma di creare al meglio il nostro mondo personale andando anche oltre la realtà percepita.

A volte sento dire “Non ho voglia di studiare anatomia, tanto il mio stile non lo richiede”. Ma sarà poi così vero che la stilizzazione permette di infischiarsene delle regole dell’anatomia? Cosa ne pensi?

Io penso di no: se qualcosa “non torna” all’interno di un certo tipo di formalizzazione lo si percepisce subito. Se qualcosa è debole, magari non lo notano tutti (io sì) ma nel complesso rende debole il disegno.
Anche “l’omino dell’uscita di sicurezza” ha un senso e il suo ginocchio non si piega a caso perché “tanto è il mio stile”.

Quali sono gli errori di anatomia più comuni nel disegno e secondo te perché?

Secondo me sono:

  • Evitare di disegnare mani e piedi.
  • Disegnare le orecchie nei punti sbagliati
  • Difficoltà a gestire le scene di folla in maniera naturale o non disegnarle mai.

Fondamentalmente si evitano le rappresentazioni “faticose”, quelle che richiedono uno sforzo in più e credo sia proprio un po’ di pigrizia che ci frena, a volte: perché si fa tanta fatica ai imparare anatomia e prospettiva? Perché sono difficili.

Credo anche che le persone osservino poco, se stessi e gli altri.
Molti errori sono evitabilissimi osservando con un po’ di attenzione le  proprie mani e piedi e guardandosi allo specchio in mutande :)

La freschezza e la scioltezza della tua mano riflette senz’altro la conoscenza che hai della figura umana. Cosa ti ha formata nel percorso di questo apprendimento?

In questo campo sono una pura autodidatta!
Ho studiato da piccola su delle vecchie dispense della “Leonardo” (sì, sottoscrivo! Io ho queste: 1 e  N.d.R.) e su qualche raccolta di lezioni di Andrew Loomis (disponibile gratuitamente qui!).

Su Pinterest ci sono moltissime risorse, ma attenzione a quelle troppo “semplificate” che spesso contengono qualche piccolo errore o delle ingenuità.

In generale i testi “vecchi” sono ottimi (l’anatomia non cambia col tempo), così come tutte le risorse per chi fa animazione.

Il corso

Torino, 24 novembre 2018 dalle 10 alle 17

Sei ore ore mani in pasta per imparare tutto su come affrontare il disegno della figura umana.

Si parte dalle ossa (e non è una metafora), per salire fino ai muscoli (decidi tu quanto tonici!).
Vedrai come si disegna una testa e un volto e come affrontare quei particolari insidiosi, per esempio le orecchie, gli occhi o le mani.
Inoltre, imparerai tutto sulle differenze di genere e di età quando disegni una persona e come usare a tuo vantaggio la tecnica del chiaroscuro.

Info, costi e iscrizione? Tutto sul sito di Zandegù!

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Asterisk Chi ha visto Monica Barengo? Intervista di Davide Calì
20/04/2018 Morena Forza in Illustrazione / No comments

Una sera dello scorso febbraio ero sulla metropolitana di Torino, persa nei miei pensieri, quando il treno si è fermato e un po’ evanescente nel riflesso del vetro, esattamente davanti a me, è apparsa nientemeno che Monica Barengo. Abbiamo riso molto, ancora prima di salutarci, perché era stato buffo come ci fossimo trovate esattamente una davanti all’altra dopo anni che non ci vedevamo. Pochi giorni dopo, tornata a Milano, Davide Calì mi ha scritto “Ti va un’intervista a Monica Barengo?” e come avrei potuto dire di no?

Come sempre, è molto interessante leggerla e vedere quanto le sue illustrazioni la raccontano.

Buona lettura!

A cura di Davide Calì

Volevo fare a Monica un’intervista spensierata, sul suo lavoro a Taiwan, in Francia e in Australia e sul suo imminente ritorno in Italia. Monica ci ha regalato invece un’intervista molto intima e personale, sul suo lavoro ma anche su come è cambiata la sua vita negli ultimi due anni e su alcune sue fragilità.

E’ un po’ che non ti si vede in giro, dove sei sparita? Ma è vero che lavori in Cina?

Sono stati due anni difficili. Ho perso il mio papà e mi sono persa io, avevo paura che il mio lavoro ne risentisse così mi sono allontanata da tutto, anche dai social, e quando ci sono tornata non è stato semplice riprendere il giro e pubblicare le cose come facevo prima.

Ancora adesso fatico, ogni cosa sembra superflua e si può non dire, così finisco per non dire niente. Piano piano sto combattendo questo muro con Instagram, quindi se volete vedere qualcosa è più probabile trovarmi lì.

Sono sparita, ma sono stati anni molto produttivi, ho pubblicato due libri con Grimm Press una casa editrice di Taiwan, uno con Motus un editore francese e ho continuato la mia collaborazione con Womankind, una rivista Australiana.

Raccontaci la tua esperienza con Taiwan. Se non sbaglio hai fatto due libri? Di cosa parlano?

La mia con Taiwan è stata, anzi è una bellissima esperienza e parlo anche al presente perché abbiamo in programma ancora un paio di libri.

Ho sempre avuto un debole per l’Asia in particolare Cina e Giappone, per la loro cultura, per il cibo, per tutto. Grimm Press era una casa editrice che tenevo d’occhio da un paio di anni.
Ogni anno andavo in fiera a Bologna portando sempre un libro in più. “Ci piace molto il tuo lavoro, ma per il momento non abbiamo un testo da darti” era sempre la risposta di Hao, che negli anni ha imparato a conoscermi e ad apprezzare il mio lavoro. Un paio di anni fa abbiamo fatto l’ennesimo colloquio in fiera e lui ha visto la mia serie sul Giappone realizzata per la rivista Womankind e gli si è accesa una lampadina, forse non credeva che il mio stile si potesse adattare a storie tradizionali legate alla loro cultura, ma vedendo quella serie mi ha subito detto che aveva un libro da propormi.
Così una settimana dopo la fiera mi è arrivato il testo che aveva pensato per me, raccontava la storia di due bambine, una cinese, nipote di un artigiano dell’antica Cina e una principessa europea, il libro ripercorre la lavorazione delle porcellane cinesi fino al commercio con l’Europa.

Galleria di illustrazioni da “The China Bottles” (Grimm Press) – Click per ingrandire

Il secondo libro, che è arrivato praticamente in contemporanea, racconta la storia di un nonno che costruisce giocattoli, questo nonno ha un nipote e insieme giocano e costruiscono giocattoli fino a quando il ragazzo non deve partire per andare a studiare all’estero, il tempo passa e il nonno invecchia e perde la memoria. Una storia dolcissima e nostalgica, sul tempo che passa, sull’importanza della tradizione e della famiglia.

Galleria di illustrazioni da “The spinning top” (Grimm Press) – Click per ingrandire

Come è stato lavorare con i taiwanesi? (sappi che abbiamo la segreta speranza che tu dica che è molto meglio lavorare con noi!)

E’ un onore per me lavorare con loro, per ogni progetto faccio molta ricerca perché racconto di una cultura che non è la mia, che sento e rispetto molto, altrettanto mi piace lavorare con l’Italia soprattutto per la collaborazione con Kite edizioni, dove mi sento a casa e non vedo l’ora di tornare.

Mentre lavoravi con Taiwan hai continuato a illustrare per una rivista australiana e hai anche fatto un libro in Francia. Cominciamo dalla rivista. Di che rivista si tratta? Che genere di articoli illustri? Con quale cadenza?

Womankind è una rivista al femminile che non pubblicizza prodotti di consumo, niente trucchi o vestiti, ma solo arte in tutte le sue forme, un bellissimo progetto editoriale di Antonia Case. Con Antonia ci siamo conosciute quasi quattro anni fa, lei aveva visto le mie illustrazioni su internet e si era innamorata del nostro Polline, voleva fare un articolo sul mio lavoro, io ero entusiasta che una rivista Australiana volesse parlare di me.

Galleria di illustrazioni per Womankind – Click per ingrandire

Era un numero lancio, una scommessa, ma la rivista ebbe un successo incredibile così Antonia mi chiese se potevo realizzare delle illustrazioni su misura per ogni numero ed io accettai subito. Siamo insieme dal primo numero con scadenza trimestrale.

Ora la rivista è un po’ ovunque: Inghilterra, Stati Uniti, Canada e Corea. Una bellissima collaborazione, che ha arricchito enormemente il mio portfolio. Io non illustro degli articoli, mi viene dato un tema e alcune parole chiave e realizzo quattro illustrazioni liberamente, il più delle volte creo delle micro storie che si auto concludono, altre volte no, sono completamente libera.

In Francia invece hai illustrato un libro per Motus, che mi è sembrato molto diverso da quello che hai fatto finora, almeno per quel che riguarda i personaggi, che sono dei bambini! Ce ne vuoi parlare?

Sì! Sta per uscire con Motus, “C’est bien top long à raconter!” di Isabelle Damotte una poesia sul primo giorno di scuola di una bimba delle elementari che io ho chiamato Adele.
E’ stato divertente disegnare una classe di bambini di sei anni, ho ripescato dai miei disegni delle elementari, dai ricordi: come la mela a pranzo di cui mangiavo solo i semini (senza sapere che erano velenosi :D), le matite per terra, i gessetti della lavagna che cadono e si rompono e l’imbarazzo di quando la maestra ti fa una domanda e tu non sai rispondere. Graficamente può sembrare diverso da quello che ho fatto fino ad adesso, ma sono sempre io, almeno per quel che credo di essere, forse è l’inizio di un piccolo cambiamento.

Il tuo primo libro è del 2013. In pochissimi anni hai bruciato le tappe: hai pubblicato tre libri in Italia, uno in Francia, due a Taiwan. Hai un sacco di fan e sei già diventata un modello per moltissimi illustratori. Come ti senti?

Se penso al mio lavoro sono felice, ma sono sempre la stessa, quella che hai conosciuto nel 2012, che ogni volta che finisce un progetto non è soddisfatta, che pensa che poteva fare di più, questo può sembrare un atteggiamento scoraggiante, in realtà ho capito che è la fiamma che mi da la spinta per fare sempre un passetto in più.

Approfondimenti

Monica Barengo vive a Torino, dove ha frequentato il corso di illustrazione allo IED.
Nel 2012 è stata selezionata per la Mostra degli Illustratori alla Children’s book Fair di Bologna.
Lavora come illustratrice per albi e riviste e disegna fumetti.
Foto di Ioan Pilat

Polline
Kite Edizioni (2013)
Autore: Davide Calì

Nuvola
Kite Edizioni (2016)
Autore: Alice Brière-Haquet

 


Un giorno, senza un perché

Kite Edizioni (2014)
Autore: Davide Calì

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Asterisk Affrontare le critiche – Intervista a Davide Calì (2)
26/02/2018 Morena Forza in Editoria&Scrittura / No comments

Illustrazione: Monica Barengo, da “Un giorno, senza un perché

L’ultimo lunedì di questa serie chiudiamo il ciclo di interviste a  cura di Mariapaola Pesce , con la seconda parte della chiacchierata con Davide Calì, autore di libri per l’infanzia e fumetti.

Per leggere la prima parte di questa intervista, cliccate qui.


Se un artista finisce per incagliarsi in un progetto da cui non esce, o il suo stile perde appeal, si demotiva, che consiglio dai?

Questo è un altro dei tanti aspetti difficili da gestire. Non è facile capire quando un progetto non sta funzionando. Io l’ho sempre fatto istintivamente, ma non saprei spiegare se seguo un criterio di qualche tipo. In generale consiglio di cercare un distacco dal proprio lavoro.

Quando hai una forte affezione per qualcosa, hai più difficoltà a lavorarci, a rivederla in funzione di un feedback o a lasciarla andare se non funziona.
In generale si deve essere pronti, credo, a mettere da parte le cose e riprenderle dopo un po’. L’ostinazione produce quasi sempre frustrazione, se poi il risultato non arriva.

Illustrazione: Sébastien Mourrain, da “The tiny tale of Little Pea


Senti, ma in veste di editor, ce la faresti una fenomenologia dell’illustratore?

Hahah! Ma se ti rispondo poi nessuno vorrà lavorare con me!

Scherzi a parte, tutti abbiamo delle attitudini e dei difetti, io per primo e chi lavora con me lo sa molto bene.
Penso che più che una fenomenologia dell’illustratore, ci sia una fenomenologia di quello che vorrebbe esserlo e convenzionalmente si chiama wannabe. (Aspirante o mancato, n.d.r)
Attenzione, non è un dilettante pieno di sogni, quello lo siamo stati tutti.

Il wannabe è quello che in qualche modo non supera mai la fase del sogno.
E’ un po’ un simulatore, si traveste da professionista e si mescola agli altri, ti chiede un appuntamento o ti scrive, sperando in una risposta.
Ma in realtà la sua vera speranza è di non avere nessuna risposta, per continuare a crogiolarsi nel sogno. Se gli rispondi, c’è quello che svanisce immediatamente e quello che invece va avanti, viene all’appuntamento oppure ti spedisce materiale sempre sperando che non succeda nulla. Se invece succede che ti piace e lo richiami, di nuovo, c’è quello che sparisce, quello che educatamente ti comunica che non può dedicarsi al progetto e quello che invece va avanti.

Sono i peggiori, perché troveranno il modo di far fallire il progetto in corso, dopo che ci hai già investito dei soldi e del tempo.

Sei dell’idea che il coaching possa essere applicato
alla dimensione artistica dell’illustrazione? 

Sì, ne sono convinto.
Lo penso da quando mi sono reso conto che la direzione artistica non basta. Certe volte, per sbloccare un lavoro o una carriera che si è fermata, bisogna agire sulle origini del blocco.
In alcune occasioni ho seguito persone bloccate nel lavoro, sono riuscito ad accompagnarle fino alla presentazione dei progetti, ma poi li hanno fatti franare per questioni caratteriali. E’ lì che ho capito che non basta semplicemente perfezionare un progetto o un portfolio, bisogna capire in che punto tutto si è inceppato.

Approfondimenti

Nata a Genova nel 1965. Libraia per eredità familiare, poi formatrice aziendale ed executive coach per una multinazionale delle telecomunicazioni, al momento si occupa di scrittura e formazione, coordinando le attività del progetto Omero- Gli scrittori raccontano i libri.

Al suo attivo il libro Il bello dello sport (Giunti – Progetti Educativi), e diverse collaborazioni con Slowfood e la rivista Lg Argomenti. Il suo primo album illustrato per bambini Si j’étais une souris è in uscita per Grasset nel 2018, contemporaneamente ad un albo con Eli Publishing ed un volume con Electa.

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Asterisk Affrontare le critiche – Intervista a Davide Calì
19/02/2018 Morena Forza in Editoria&Scrittura / No comments

Illustrazione: Benjamin Chaud, da “Non ho fatto i compiti perché

Questo quarto lunedì ospito l’intervista di Mariapaola Pesce a Davide Calì, autore di libri per l’infanzia e fumetti. Il tema è scottante: come si affrontano le critiche al proprio lavoro?
E come si può reagire quando un editore rifiuta il nostro progetto o il nostro portfolio?

Buona lettura!

A cura di Mariapaola Pesce

Ho conosciuto Davide agli esordi della sua carriera di autore, quando gestivo una piccola libreria per bambini. Insieme abbiamo tenuto qualche corso per aspiranti scrittori, poi le strade si sono divise, e mentre lui si affermava come autore, io mi dedicavo alla formazione, e con gli anni al coaching. È in questo ruolo che gli propongo questa chiacchierata.


Davide, hai iniziato come illustratore, e sei passato alla scrittura.
Ti sei “allontanato da” o sei “andato verso”?

Sono tutte così difficili le domande? Per me in realtà scrivere e disegnare è un po’ la stessa cosa. Quando disegnavo, avevo le storie in teste, i personaggi parlavano mentre disegnavo, come se vivessero di vita propria. Ora perlopiù scrivo, ma ho sempre il film della storia che mi scorre in testa, vedo come e dove si svolge l’azione, l’espressione dei personaggi, i gesti delle mani.
E di fatto scrivo anche le illustrazioni.
Ti faccio vedere un video.
David Grohl dei Foo Fighters spiega che per lui è stato facile passare dalla batteria alla chitarra, perché sono lo stesso strumento. Sembra assurdo, ma sono perfettamente d’accordo con lui.

Illustrazione: Ronan Badel, da “Les Bacon Brothers – Back in America

Torna un momento a quando illustravi (anche se sporadicamente lo fai ancora):
quali sono i ricordi principali di quel periodo?

Disegnavo molto. Ho immaginato moltissime storie che non ho mai finito e tante altre che ho finito e mai pubblicato. Disegnavo anche vignette e altro.

Poi hai scritto a lungo: hai oltrepassato quota 100 libri.
Tra le tante cose che fai, sei spesso dall’altra parte della barricata, come insegnante, editor e capo progetto.
Quali sono i momenti e gli aspetti più delicati?

Uno degli aspetti più delicati penso sia comunicare un feedback negativo o un rifiuto.

Non è facile in questo lavoro non prendere le cose sul personale e qualche volta gli artisti sono permalosi. Bisogna saper comunicare che quella dell’editore, è e rimane un’opinione.

Un rifiuto non è la fine del mondo, anche se una sfilza di rifiuti possono metterti in crisi e indurti a riconsiderare i tuoi progetti o la tua carriera. La stessa cosa vale per un feedback negativo. È un’opinione, e vale come tale in un certo contesto. Non è un giudizio con un valore assoluto.

Illustrazione: Raphaëlle Barbanègre , da “Biancaneve e i 77 Nani

Puoi svelarci il segreto del tuo stile nel dare feedback? Hai un modello a cui ti rifai, o qualcuno che ti ha dato consigli preziosi che offri anche tu?

Non so se mi rifaccio a un modello. Forse a un modello negativo. I modelli negativi mi sono sempre stati utili. Nel tempo ho visto tante persone che non volevo diventare e mi hanno aiutato enormemente a diventare un’altra cosa.

Ora che mi ci fai pensare, in questo primo anno di lavoro forse ho adottato il modello di Naomi, la mia editor a San Francisco. Lei è sempre super entusiasta del lavoro, ma ciò non toglie che lavoriamo i testi e le illustrazioni diecimila volte per arrivare alla perfezione e le sue mail sono zeppe di correzioni e richieste di cambiamenti da fare. Però spende sempre una parola per quello che le piace, con il suo caratteristico entusiasmo californiano, per cui alla fine dopo una mail di tre pagine, non percepisci solo che è tutto da rifare, ma anche che il lavoro le è piaciuto moltissimo.

A volte ho guardato Master Chef, con commenti imbarazzanti e spietati, tipo” avrei vergogna a dire di aver cucinato questo piatto”. Ti capita mai di dire a qualcun: questo libro fa schifo?

Non penso di averlo mai fatto. Ad alcune persone ho detto che a mio parere il loro lavoro era inadeguato a un mercato commerciale, ma questa io non l’ho mai intesa come una sentenza di morte.

È un’opinione ed è relativa all’adesso, non vuol dire che chi mi ha portato quel portfolio non combinerà mai nulla di buono. Però le persone che ti fanno vedere il loro lavoro spesso vogliono proprio sapere a che punto sono, ed è giusto dirglielo.
Se lo scopo è il professionismo, e ripeto se, perché se non lo è cambiano tutti i parametri, il mercato ha delle regole. Non mi soffermo nemmeno a dire se siano giuste o sbagliate, io le ho solo imparate e cerco di guidare le persone che vogliono seguire i miei passi perché arrivino dove vogliono.

Credo però che insultare qualcuno dicendogli che fa schifo non sia costruttivo ma un puro esercizio di egocentrismo e di presunzione. Confesso che non ho mai capito le finalità di Master Chef e di altri programmi sul genere, se sia solo giudicare aspiranti chef, o anche formarli, ma in ogni caso non mi piace la spettacolarizzazione che si fa dell’umiliazione. Soprattutto quando a farla è un presunto grande chef che poi inventa ricette con le patatine chips solo perché lo hanno pagato per farne pubblicità.

Illustrazione: Serge Bloch , da “Il nemico

Torniamo a noi: a te come autore, è successo? Se sì, ne hai tenuto conto? 

Che qualcuno mi dicesse che facevo schifo? Mi pare di no. Se è capitato non me ne ricordo. Non è stato facile arrivare dove sono, ma mi sembra di aver sempre incontrato persone abbastanza gentili.

Qualche volta incompetenti magari, qualche volta mi hanno dato con sincerità i consigli sbagliati, ma non mi ricordo nessuno che mi abbia mai insultato.
Ho ricevuto tanti no e con meraviglia di tanti, continuo a riceverne.

Beh, sì, un po’ mi meraviglia, l’idea che in molti hanno di te è che non sbagli un colpo!
Questo mi incoraggia molto nell’incassare i primi rifiuti che sto ricevendo come autrice.
Quindi, bisogna sempre tenere conto dei feedback degli editori?

Questa è una domanda che richiede una risposta complessa.
Ai miei corsi dico sempre che non bisogna prendere per oro colato qualsiasi cosa dicano del tuo lavoro. Ma quando sei all’inizio una delle cose difficili da capire è proprio fino a che punto accettare le critiche. Se non ne accetti, secondo me, non vai molto lontano.

Nel momento in cui pensi di condividere il tuo lavoro con qualcuno, per forza di cose, devi fare i conti con le opinioni e le visioni altrui. Al tempo stesso però, se ascolti i consigli di tutti rischi il cortocircuito.
L’editoria non è una scienza esatta: ognuno ha o crede di avere, la sua formula e per tendenza te la spaccia come unica per cui, ascoltando più voci il risultato è che non ci capisci nulla, perché ognuno dice il contrario degli altri.
Ciascuno deve trovare la sua strada, capire cosa vuole, dove vuole andare e fino a che punto si sente disponibile di seguire le richieste o i consigli altrui.

Il difetto principale degli editori, che confonde chi propone il proprio lavoro, è una visione sempre troppo auto-centrata, per cui quasi nessuno si ricorda di aggiungere “secondo me” quando commenta il tuo lavoro. Se dall’altra parte c’è una persona inesperta ovviamente prenderà il parere come un dato di fatto, un giudizio assoluto, cosa che non è quasi mai.

Ah, il magico potere del “secondo me”!
In questo senso, se un artista si accorge che un feedback è troppo duro, o generico, o sbagliato, tu cosa consigli?

Io consiglio sempre di segnare un confine molto netto, tra educazione e maleducazione.

Non bisogna mai accettare un giudizio palesemente offensivo. Spesso mi è capitato di illustratori che mi chiedono consigli per fronteggiare comportamenti anomali, perché non sanno come reagire. Si tratta perlopiù di comportamenti che non hanno a che vedere con la qualità del lavoro ma con la disponibilità dell’artista a lavorare gratis. C’è chi ti dice chiaramente: non sei nessuno, ti ho chiamato a fare un lavoro, dovresti ringraziarmi.

Aldilà della visione molto opportunistica, credo che la maleducazione sia fuori discussione.
Poi, se il giudizio è generico, forse non c’è interesse dall’altra parte a darne uno più accurato e, non si può obbligare qualcuno a farlo. Se è sbagliato e si sta già lavorando con qualcuno, penso si possa discutere. Se alla fine le visioni reciproche non combaciano si deve valutare la possibilità di lasciar perdere la collaborazione, oppure di accantonare il progetto per fare un’altra cosa.

Illustrazione: Sara Gavioli , da “Cornelius Holmes. il caso del barboncino dei Baskerville

La seconda parte di questa intervista
sarà online il 26 Febbraio.

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Asterisk Intervista a Pierdomenico Baccalario
12/02/2018 Morena Forza in Editoria&Scrittura / No comments

Fonte immagine: Il viaggiatore incantato

E’ il terzo lunedì di questa serie di interviste e oggi Mariapaola Pesce decide di scambiare quattro interessanti chiacchiere con Pierdomenico Baccalario, scrittore per ragazzi e giornalista, nonché fondatore dell’Agenzia BOT.

 

Buona lettura!

A cura di Mariapaola Pesce

Per cominciare, tutti ti conoscono come scrittore e giornalista, ma le tue attività non si fermano a quello. Mi interessa nello specifico la tua attività all’interno dell’agenzia Bot.

Ho fondato BOT tre o quattro anni fa (ho un brutto rapporto con il tempo, a proposito di non fermarsi), con la precisa intenzione di creare un’ambiente adatto al lavoro contemporaneo di più creativi. La mia esigenza era quella di creare un sistema – il più possibile organizzato, e il meno possibile formale – al vertice del quale ci fossero, appunto, i creativi.
Venivo da un’esperienza di lavoro, molto formativa, in cui, invece, il parere creativo veniva per ultimo, ed era sempre sottoposto alle esigenze/calendari produttivi.

I creativi sono persone molto affidabili, ma unicamente su un aspetto: l’entusiasmo e la qualità di quello che inventano. Tutto il resto: gestione del tempo, degli spazi, delle relazioni esterne e interne al gruppo, doveva essere costruito da zero.

Che sfida entusiasmante!
Io, per esempio, ci vedo opportunità rara di fare “pulizia”, eliminare il superfluo o il nocivo dei rapporti, le trappole, conservando solo ciò che piace e funziona.
Quando ti ho chiesto questa intervista, ti ho detto che quello che mi ha colpito di voi è la sensazione che siate un gruppo di amici che si conoscono da una vita e che intorno a questo a ad una passione in comune abbiano costruito carriera e futuro. Sono troppo romantica?

Per niente. C’è un vecchio detto che dice che non si dovrebbe mai lavorare con gli amici, perché si rischia di danneggiare entrambi gli aspetti di una relazione (amichevole e lavorativa).
Quello che è vero di questo detto è che è vecchio. Il mio gruppo di persone si è sicuramente fortificato su una forte base di amicizia (a partire dal primo dei miei colleghi – amici – collaboratori, Alessandro Gatti, con cui lavoro – e mi diverto, da più di venti anni).

La cover di Atlante dei Luoghi Immaginari

(P. Baccalario, D. Calì, illustrato da Isabella Mazzanti)

Grazie al progetto Omero ho conosciuto parecchi della tua squadra. Ognuno segue progetti individuali, offre collaborazione al resto del gruppo e non fa mai mancare il proprio incoraggiamento pubblico al lavoro degli altri, con grande generosità reciproca. Quali sono i segreti dietro a questa armonia?

Non sono così ingenuo da pensare che basti un’amicizia per lavorare insieme (ho amici con cui non dividerei mai la scrivania e loro con me), ma non penso neppure che si possa lavorare bene con persone che, dell’amicizia, non sappiano condividere alcuni valori essenziali: etica del lavoro, senso del dovere, progetto di cura reciproco, disponibilità a dare senza un necessario corrispettivo.

Sulla base di questo codice etico non scritto il nostro gruppo è cresciuto in competenze e, anche, in amicizia. Sei disposto a dare idee a un altro di noi, in cambio della promessa che ne riceverai quando sarai in difficoltà? Sei disposto a mettere a disposizione quello che sai e chi conosci, in cambio della promessa che gli altri faranno altrettanto? Hai voglia di leggere e correggere un manoscritto, senza ricevere altro in cambio, se non il fatto che potrai chiedere di fare altrettanto?
In poche parole: ti fidi degli altri? Se la risposta è sì, benvenuto. Fidandomi in prima battuta di chiunque vuole entrare nel gruppo ho fatto errori, ovviamente, come quel certo autore che non è mai riuscito a capire in che modo noi usiamo i contatti (in modo libero, ma rispettoso di chi ce li ha forniti) o di quell’ altro a cui abbiamo dovuto per anni riscrivere i libri sperando imparasse a farlo in autonomia, e che, invece, dalla facilità con cui altri scrivevano cose che a lui non uscivano così bene ne è rimasto schiacciato e oggi non scrive più.

Hai sollevato un tema straordinario: la fiducia.
Questo rapporto in cui si mettono a disposizione competenza (creativa, nella scrittura), affidabilità (il sapere di poter contare gli uni sugli altri perché si è già sperimentato), e la sincerità di intervenire su un’idea, un lavoro di altri perché migliorabile, sembra una definizione da manuale! Dì la verità, avevi dei modelli, quando hai cominciato a costruire il tuo gruppo?

La mia compagnia di giochi di ruolo, con me nel ruolo di Master, e unicamente perché sapevo fare quello: mettere le persone al giusto posto dentro a una storia che costruivo a poco a poco partendo da loro (e da una mia visione).
La mia prima visione, con BOT, è stata quella di lasciare le persone libere di fare quello che vogliono: BOT non è un’agenzia, né, abbiamo contratti di esclusività sulle persone. Abbiamo contratti sui progetti, sulle singole storie, sui libri. E per ognuna di queste storie, una rete di persone capaci di mettere in comune le idee. O, al contrario, persone che buttano idee agli altri nella speranza che diventino storie e progetti. Le idee, regalate a persone che danno valore alle idee, anziché perderle, si moltiplicano. Una volta che un’idea si forma, che si sviluppa, c’è chi se ne prende cura. Si condivide un modo di lavorare insieme, senza perdere la propria autonomia artistica, la propria cifra di riconoscibilità (del gruppo e di ognuno di noi).

Ho poi studiato per fare in modo che queste belle cose potessero diventare un modello di business sostenibile, che le collaborazioni di più persone a un unico progetto potessero essere quantificate per poterne dividere equamente gli eventuali guadagni e perché ognuno fosse soddisfatto di poter essere messo nelle condizioni di poter lavorare (e questo è fondamentale) da casa propria.

Stai via via esplorando una serie di temi che mi sono carissimi: la visione, per esempio, questo sogno di un futuro che non resta un’immagine nella testa, ma si mette in movimento per diventare presente!
Senti, ma fammi fare una provocazione: quando non funziona? Cosa succede se un progetto va male, o non piace a qualcuno di voi?

Si lascia lì. Ne servirà una parte, magari, per qualcosa di completamente diverso (e se lo si fa, si contattano gli autori originari). In genere il non funziona, però, lo affidiamo gli editori.

Sono loro a dirci se una cosa piace oppure no. Sono gli editori i nostri primi clienti. I lettori, invece, sono come noi: persone che si entusiasmano.

Una tavola  da Un drago in salotto (P. Baccalario, illustrato da Claudia Petrazzi)

E se non piace a te? Come ti comporti? Che tipo di leader sei?
Sei il tipo motivante, o quello dallo stile autoritario?

Un amico sardo mi definì una volta come un anarchico situazionalista. Ovvero uno a cui piace comandare e a cui piace che tutti seguano le regole. E che, se tutti seguono le regole, però, diventa anarchico e fa di testa sua.
Scherzi a parte, mi ritrovo in questa definizione, ma non forzo nulla se vedo che si muove e gli autori sono contenti. Abbiamo fatto e pubblicato storie di cui non so niente. Altre, invece, si fermano o hanno problemi. E allora intervengo. Il mio intervento lascia tracce, perché sono io a intervenire, con tutta la mia energia. Ma non intervengo sempre. Solo se c’è bisogno di un parere (di solito, di trama). Da un punto poi di vita di tutti i giorni dell’ufficio (il nostro ufficio è praticamente nella casa in cui abito), io mi occupo di un aspetto importante: cucino i pranzi per tutti. Tutti i giorni.

Interessante! Ti ci vedo, sia come anarchico che come chef. Poi magari ti rubo una ricetta, se ti va, dopo tutte queste domande serie!

Visto che hai parlato di una definizione che hai ricevuto da un amico, parliamo un po’ di feedback, di darne e riceverne.
Tu negli anni ne hai ricevuti migliaia, immagino. Cosa hai imparato?

Non leggo i pareri dei miei lettori, non leggo le recensioni, né gli articoli che eventualmente parlano di me, non guardo le classifiche. Niente di niente. Potete venire tutti a parlarmi. ben venga il feedback di persona. Perché costringe a reazioni fisiche immediate ed evidenti.

La penna – anche social, è meno diretta, più subdola. Verba volant, e meno male, nel senso che le cose raccontate possono andare lontane. Mi sono costruito il mio albero, non mi chiedete di starmene sempre ad ascoltare il rumore del vento!

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Asterisk Intervista a Roberto Santillo – Seconda Parte
05/02/2018 Morena Forza in Fumetto / No comments

Per quattro lunedì ospito le interviste di Mariapaola Pesce ad autori di spicco.
Iniziamo con una serie di interessanti domande al fumettista Roberto Santillo (classe 1962) che nel 1993 è divenuto direttore dell’Accademia Disney.

Questa è la seconda parte dell’intervista. La prima  si trova qui.

Buona lettura!

Fonte immagini: Labo Fumetto

A cura di Mariapaola Pesce

Dimmi una cosa, avevi o hai tutt’ora dei riferimenti per il tuo ruolo? Stili di leadership, personaggi che ne incarnano uno che ti piace? Ce n’è uno che invece tieni volontariamente lontano, perché non lo condividi? Valgono anche personaggi Disney, se ne hai!

Mi piacerebbe risponderti facendo riferimenti intriganti a prestigiosi “guru” del settore dai quali sono sicuro c’è tantissimo da imparare, ma l’occasione che mi dai di mettere in campo personaggi Disney, ammetto, è irresistibile.
Quindi, userò due film su tutti: Il libro della giungla e La spada nella roccia.
Si tratta dei miei preferiti da bambino, anche se allora non avevo minimamente idea che in età matura avrei riconosciuto e apprezzato profondamente il metodo di coaching di Baloo e Bagheera e la leadership straordinaria di Mago Merlino. Nel dettaglio: Bagheera è responsabilità e concretezza nel programmare azioni e risultati, unita ad empatia, intuito e capacità di relazione con specie diverse. Baloo, invece, lateral thinking e uso del cambio di prospettiva, capacità di sdrammatizzazione energizzante e… spirito di sacrificio nel momento chiave.
E poi c’è, Mago Merlino: il punto ideale di incontro tra leadership e coaching. Insomma, ti mostro come si fa, anzi lo facciamo insieme e ci prendiamo gli stessi rischi prova dopo prova. Ma devi crederci fino in fondo. Se scegli la strada più breve, e in fondo nella fattispecie preferisci fare lo scudiero, meglio per me andare alle Hawaii e ci vediamo ad Honolulu, caro mio!
Ci si potrebbe scrivere uno di quei saggi americani a tema, non credi? Sarebbe un blockbuster!

Facciamolo! Ne parliamo a parte, senza che ci ascoltino tutti, dai!
Ora voglio entrare nello specifico del tema feedback: nel tuo lavoro, prima come fumettista, poi come responsabile di progetti, ne avrai ricevuto parecchi. Qualcuno immagino ti sia piaciuto, per contenuto e forma, qualcuno invece meno…Ci racconti?

Da disegnatore purtroppo ho realizzato pochissime storie, di conseguenza ho avuto poche opportunità di ricevere feedback professionali con cui confrontarmi.
Ma il più importante che ricordo mi giunse da Romano Scarpa. Mi riferirono che a seguito della pubblicazione delle mie prime storie commentasse che “sembravo nato per disegnare Disney”.

Conoscendo la sua forte personalità non poteva essere un facile commento lusinghiero: mi era arrivato un nuovo “non mi tradire”, detto dall’artista italiano che più si era immedesimato nelle creazioni di Walt Disney durante la sua carriera di autore. A me suonò come se avesse voluto mandarmi un messaggio preciso chiedendomi lo stesso impegno e responsabilità nel diffondere la magia disneyana che aveva caratterizzato il suo lavoro.

Di contro ricordo che ricevetti, in occasione di una presentazione importante, una sferzata micidiale. Agli inizi della mia carriera, avevo lavorato a un nuovo progetto gestendo un gruppo di giovani talenti che per sei mesi avevano dato sé stessi per quel particolare lavoro. Il progetto aveva una valenza particolare per la Disney italiana in quanto intendeva creare una nuova serie di personaggi da lanciare a livello internazionale, non solo in ambito comics. Mi venne chiesto di presentare il tutto in prima persona a Parigi dove allora erano dislocati i nostri Headquarters europei: il loro benestare avrebbe dato il via libera alla condivisione in USA del lavoro. Era la prima volta che mi trovavo a illustrare un lavoro con un’implicazione strategica di quel livello.

In quell’occasione fui attaccato dal mio interlocutore dopo aver pronunciato le mie prime parole. La critica era in sintesi era una sola: tutto già visto, inutile proseguire il colloquio. Ricordo che ribattei che la sostanza che dava forza e originalità al lavoro era l’archetipo narrativo che avevamo costruito alla base di ogni personaggio. La forma, se mai davvero fosse apparsa da rivedere rispetto alle aspettative, era secondaria!
Lo scontro era impari, ma il mio argomento forte. Ero convinto di ciò che sostenevo.
Il progetto non venne accettato ma, paradossalmente, non venne neanche rifiutato. Così, infine, ottenemmo l’autorizzazione a mostrarlo in USA. Ma questa è un’altra storia.

Roberto Santillo allo stand Labo Fumetto durante l'edizione 2015 di Lucca Comics&Games

Caspita: non sei retrocesso, neanche di fronte ad una situazione difficile! Come dire: ok, il feedback è importante, ma ne uso quello che mi serve. Giusto! Come ti regoli tu, invece, quando è il momento di dare un tuo feedback, soprattutto se per caso ti trovi a doverne comunicare uno negativo, o se devi rinunciare ad un progetto a cui tieni per scelte di maggior impatto in azienda?

Ho imparato a non giungere a quel momento impreparato. Preferisco esaminare il lavoro per tempo prima di restituire un feedback. Devo elaborare, fare decantare il tutto, devo “maneggiare” il materiale creativo ricevuto, appenderlo, staccarlo, rifotocopiarlo, comporlo. Insomma assorbirlo. Bastano anche soltanto 24 ore.

Quel risultato è frutto di ciò che ho trasmesso nell’incontro precedente, ne sento quindi una parte di responsabilità.
E poi esistono i segnali nascosti, che non avrei previsto neanche con la sfera di cristallo e sono questi spesso la chance inaspettata per continuare nel modo migliore, veri e propri trampolini per rilanciare il dialogo tra art director e artista magari solo apparentemente tradito.
Spesso questi “indizi” li ho trovati semi nascosti a margini dei fogli, tra schizzi definiti come impresentabili, e si sono rivelati preziosissimi. Alla fine l’artista sentirà se hai capito, se lo hai capito, se lui ha capito. Per questo occorre prepararsi bene.

Imperativo gestire poi la frustrazione, o il troppo entusiasmo. Bisogna frenare la voglia di dare troppa voce alla propria aspettativa. Occorrono invece buoni occhi e buone antenne.
Se il feedback però sarà negativo dovrà essere efficace. Ed è bene partire dalle cause. Puoi non aver individuato la persona giusta. L’analisi della persona che hai fatto forse era superficiale, oppure viziata dalla tua fretta. Dovrai tenerne conto e forse rivedere con onestà la tua scelta. Oppure è accaduto di non aver saputo “catturare “in maniera piena l’artista, o nel caso, l’intero team. In tal caso devi rivedere quanto hai trasmesso e fare in modo che l’appuntamento col feedback negativo comporti l’occasione di una maggiore immersione.
Infine potrebbe essere mancato il senso di responsabilità dell’artista verso il progetto stesso. In tal caso è indispensabile indagare velocemente le cause. Occorre parlarne guardando quell’artista – o quel team – bene dentro e far leva su quanto egli è in grado di fare e non ha fatto per pura sottovalutazione dell’impegno richiesto. “You are more than what you have become”, così parla Mufasa nel film Il Re Leone. Molti artisti sono infatti molto più di quello che a volte i loro disegni ci dicono. In quei casi sta a noi ricordarglielo.

Una bella lezione di responsabilità del leader, questa!
Ora però ti metto un po’ in crisi, se no sono solo complimenti: immagina, per una volta, di occuparti di un progetto che non ti stimola, ma che in azienda sia ritenuto molto strategico. Come fai a mantenere per te e la tua squadra la giusta motivazione?

È una situazione complessa, difficile cambiare le proprie sensazioni a pelle.
La chiave può essere ricordare innanzitutto a sé stessi che, qualunque sia la natura del progetto, questo ci consentirà di parlare ad una vasta schiera di persone: il nostro pubblico.
Pubblico verso il quale personalmente continuo a nutrire grande rispetto e considerazione, non solo di stampo professionale. La diversità di pensiero, la mancanza di stimoli che possiamo avere non è necessariamente l’indicatore di un progetto carente di significati validi per un’ampia audience.
Difficile comunque che ci venga affidato un progetto che non abbia un pubblico di riferimento a cui attribuire sensibilità e sinceri interessi. A volte il risultato è sorprendente e le scoperte che si fanno stimolanti.
Da ciò direi che dedicare del tempo allo studio di un’audience particolare, per quanto lontana dalle nostre personali passioni, può diventare il presupposto più efficace per accostarsi ad un progetto, magari solo apparentemente, privo di attrattiva.

Per l’ultima domanda ti restituisco un feedback su di te di una terza persona: mi dice che lasci spazio a ciascuno, nello sviluppo dei progetti, coinvolgendo in maniera diretta, e sollecitando una partecipazione attiva da tutti. Ti riconosci?

Direi di sì, anche se continuo ad essere molto critico con me stesso, soprattutto quando mi accorgo di non aver dedicato abbastanza tempo o attenzione alla relazione con un determinato artista. Sono profondamente convinto che si possono ottenere risultati inaspettati in termini di storytelling se gli artisti, il team, i collaboratori coinvolti verranno messi nelle condizioni migliori fin dai primi momenti dello sviluppo di quel determinato progetto.
Ciò che in fondo rende possibile che la nostra orchestra per prima si senta tale, è sempre il desiderio di ricreare ogni volta da zero la magia della narrazione… Come fossimo tornati ad essere anche in quella nuova occasione i bambini che siamo stati.

Roberto, ti ringrazio di avermi permesso questa incursione nel tuo mondo, nel tuo lavoro, soprattutto nelle tue convinzioni profonde legate al tuo rapporto con i collaboratori.
Mi porto a casa un sacco di spunti, soprattutto la conferma di quanto le persone siano sorprendenti e quanto l’attenzione al linguaggio e la delicatezza nei rapporti umani sano la chiave del successo nella vita e nel lavoro!
Se poi ci mettiamo a scrivere quel blockbuster che proponevi, mi porto a casa anche un bel lavoro!

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Asterisk Intervista a Roberto Santillo – Prima Parte
29/01/2018 Morena Forza in Fumetto / No comments

Per tre lunedì a partire da oggi, ospiterò delle interviste di Mariapaola Pesce ad autori di spicco.
Iniziamo con una serie di interessanti domande al fumettista Roberto Santillo (classe 1962) che nel 1993 è divenuto direttore dell’Accademia Disney.

Per Expo Show 2015 ha curato insieme al suo staff, la mascotte Foody e la sua serie animata.
Buona lettura!

Fonte immagini: Labo Fumetto

A cura di Mariapaola Pesce

Buongiorno, Roberto!
Te lo confesso, ho preparato questa intervista in uno stato di strana sospensione. Sono cresciuta amando i fumetti ed i film Disney, ora li regalo a mio nipote e con mia sorella scambio dialoghi a memoria o canto vecchie melodie.
Per cui oggi, lo ammetto, fatico a rimanere sul pezzo, e a concentrarmi sulle mie curiosità legate al contesto in cui voglio muovermi.
Vedremo se la bambina avrà il sopravvento sul coach?

 Hai esordito come fumettista, e sei piaciuto a due grandi del fumetto Disney italiano, tanto che proprio con Accademia Disney hai avuto il tuo battesimo. Sembra una storia un po’ da favola… E’ così?

Quei due grandi autori a cui fai riferimento erano Romano Scarpa e Giovanbattista Carpi.
In realtà non fu un grande exploit, il mio. A ragione direi, dato che il “portfolio” che mostrai era costituito da un unico e totalmente immaturo disegno! Una vera incoscienza da parte mia presentarmi così. Carpi trovò lo stesso utile indagare le mie intenzioni fino a trovare il modo di rilanciare quell’occasione che in quegli istanti pensavo fosse ormai tragicamente persa. Non si soffermò più di tanto ad analizzare quanto avevo disegnato, o forse non lo diede a vedere, iniziò piuttosto a scavare nelle motivazioni personali fino a “ripescarmi” malgrado l’approccio artistico che avevo mostrato fosse stato ben poca cosa. In pratica mi regalò la sua prima lezione di feedback tra art director e artista: quando incontri per la prima volta un artista, il suo lavoro è solo la chiave per parlare con lui di lui, non “l’oggetto” da giudicare.

La volta successiva, ben carrozzato da decine di disegni, mi presentai per un giudizio finale. Lui chiuse il colloquio positivamente dicendo: “Beh, allora ti aspetto. Non mi tradire”. Seconda lezione: quando dai il primo feedback positivo crea anche una responsabilità in chi lo riceve. Non male come protocollo per un giovane apprendista stregone, no?

No, non male! Nel giro di soli 5 anni, se non ricordo male, sei passato a dirigere la stessa accademia che ti ha visto come studente… Io non ho mai desiderato tornare ad insegnare nel mio vecchio liceo. In pratica sei passato da artista a manager, in qualche modo.
Com’è stato? Te lo aspettavi così, quando eri studente?

Non mi aspettavo niente del genere.
Ricordo solo che negli anni da freelance cercai di fare più esperienze possibili in ambito Disney; diventai forse il meno prolifico tra i nuovi autori in termini di storie a fumetti ma probabilmente uno tra i più poliedrici. Mi sembrava occorresse una preparazione smisurata per gestire anche minimamente questi Personaggi straordinari che, a mio sentire, erano cittadini di un immaginario collettivo nell’ intero pianeta. Temevo di non avere abbastanza tempo per recuperare il gap che sentivo tra l’occasione che mi era stata data e le mie capacità reali. Occorreva studiare, studiare e studiare ciò che aveva reso questi Personaggi, unici.
Mi sentivo profondamente impreparato e forse inadeguato. Quando successivamente mi fu chiesto di condurre l’Accademia Disney, pensai che fosse l’occasione concreta e inaspettata per immergermi, da ricercatore, nell’Universo Disney così come speravo. Insegnare equivaleva a mettersi costantemente in gioco, quindi a non smettere di imparare. Di contro fu un po’ come aver scelto il percorso da direttore d’orchestra, insomma, rinunciare ad essere un possibile autore. Ma ero attratto profondamente dall’ incontrare energie provenienti e il territorio creativo che la Disney mi offriva da esplorare era davvero smisurato.

Immagino che nel tuo lavoro tu abbia a che fare collaboratori fissi, interni in azienda, una gran quantità di consulenti e creativi esterni.
Sei tu che ne coordini il lavoro, per un obiettivo comune.
Come riesci a conciliare le due realtà diverse, soprattutto avendo a che fare con teste vivaci, appassionate come possono essere quelle di artisti che già di per sé sono degli outsider?

Esatto, sì, questa è la mia realtà attuale.
Concluso un lungo periodo dedicato alla formazione e progettazione in paesi come Cina, Corea del Sud, Giappone, sono passato allo sviluppo di nuove properties ed alla realizzazione di comics e graphic novel basate sulle creazioni degli Animation Studios, dalla Pixar e dalla Lucas Film. Un contesto di stampo più produttivo, fatto di scadenze e passaggi obbligati che sicuramente ben conosci, provenendo dal mondo aziendale!
E’ difficile parlare di un metodo di coordinamento ben preciso ma è vero che entrano in gioco dei capisaldi fondamentali ricorrenti nella relazione con gli artisti.
Portfolio a parte, occorre indagare il carattere, il temperamento, l’attitudine verso il lavoro di gruppo della persona scelta. Al tempo stesso, non forzare niente che non sia già insito in quel temperamento, piuttosto gestire la relazione con l’artista perché gli sia palese l’opportunità di crescita del proprio profilo artistico e personale.
Naturalmente occorre indagare cosa equivalga al termine “crescita” per quel singolo talento, e non dare per scontato che sia ciò che abbiamo da offrirgli solo perché marchiato Walt Disney!

Anche se in effetti, essere in un progetto Disney, penso sia di per sé un fattore di soddisfazione!

Ma non basta! Un altro fattore chiave trovo che sia il che coinvolgimento della persona avvenga nella fase iniziale del progetto, in quella sorta di fase “staminale” che è presente in ogni lavoro. Se, per forza di cose, il coinvolgimento avviene in una fase successiva, faccio di solito di tutto per ripercorrere ogni momento chiave precedente lasciando che l’artista diventi comunque uno “sponsor emozionale” del progetto.
Questa fase può indurre la preoccupazione di un allungamento non previsto dei tempi. In realtà, per esperienza spesso fa la differenza tra cogliere il potenziale che l’artista è in grado di esprimere o incappare in una performance sotto le aspettative.

La gestione del tempo, la progettazione accurate! Un sogno, spesso, nella vita aziendale in cui si vive di emergenze e programmazioni da un giorno all’altro.
Io, per esempio, ho vissuto per anni tra conference call e riunioni. Ne ricordo di estenuanti, che servivano solo a fissare i criteri di riunioni successive, in cui si decideva come definire gli ambiti di un possibile progetto… e via così. Come team coach ho ancora i brividi! Come funzionano le tue riunioni?

“Ci aggiorniamo”. Eccola, puntuale, la frase mistica dalle implicazioni pratiche misteriose, a conclusione della riunione tipo! Scherzi a parte, il tema delle riunioni, come sappiamo bene, è da sempre oggetto di ragionamenti e aggiornamenti metodologici focalizzati a migliorare la loro efficacia. Difficile produrre e gestire la riunione ideale. Certamente esistono profonde differenze tra riunioni organizzate esclusivamente con partecipanti artisti/sceneggiatori e quelle circoscritte ai soli manager interni. In entrambi i casi a mio parere, comunque, è fondamentale la presenza di una figura chiave, una sorta di nocchiero capace d’ essere ad un tempo leader e facilitator, dotato di grande capacità di ascolto, di rilancio e di sintesi.
Nella mia esperienza, la situazione più complessa è quando mi trovo a gestire la riunione in cui è necessario si incontrino così detti creativi “puri” con componenti del management interno. In quei casi, solitamente, a salvare il tutto è il ruolo dell’“interprete” tra i due mondi, intento a ristrutturare il pensiero di una delle due parti al fine di renderlo efficace all’altra.
Può sembrare macchinoso ma equivale semplicemente a tradurre affermazioni tipo: “non è quello che avevamo chiesto” in “sembra ci sia ancora spazio per andare oltre” e “questa sì che è un’immagine molto bella” in “questa immagine funziona più della precedente”. Meglio ancora se a ciò segue una spiegazione costruttiva del ragionamento che ha portato a quel feedback.
Il linguaggio è importante e va adattato di volta in volta tenendo conto, ad esempio, della fase che sta attraversando il progetto stesso. Durante lo stadio d’incubazione è necessario che la comunicazione alimenti il più possibile l’immaginario positivo dell’assemblea, mentre in una fase di finalizzazione occorre che il lavoro di parafrasi sia accurato e opportunamente selettivo dei contenuti.

La seconda parte dell’intervista sarà online il prossimo 5 febbraio!

 

Roberto Santillo ci racconterà cosa significa essere direttore dell’Accademia Disney, quali sono i suoi modelli di riferimento e come ha gestito alcuni responsi negativi quando era un fumettista agli esordi.

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Asterisk Davide Calì intervista Gerda Märtens
19/06/2017 Morena Forza in Illustrazione / No comments

Gerda Märtens è una delle mie allieve più brillanti di sempre. Quando ci siamo conosciuti era arrivata in Italia da solo un paio di mesi e parlava un italiano praticamente perfetto. E poi aveva, e ha, uno stile tutto suo, molto personale, così come i suoi progetti.
Da allora è passato qualche anno e Gerda ha fatto diverse cose. Il suo libro che avete visto più facilmente in Italia è La creazione, un racconto di Dino Buzzati illustrato per Orecchio Acerbo. L’adattamento è stata una sua idea: Gerda ha una grande passione per Buzzati e ricordo che, anche se condivido la passione, avevo anche tentato di scoraggiarla, dicendo che per una studentessa non sarebbe stato facile avere i diritti di uno scrittore così famoso.
Ma Gerda è sempre stata molto determinata, e infatti non mi ha ascoltato, è andata avanti con il progetto ed è riuscita a fare esattamente quello che voleva. Ho una grande ammirazione per lei, per il suo entusiasmo, per la sua caparbietà e per la sua voglia di condividere con gli altri la passione per l’illustrazione.
Ma ora è venuto il momento di farle qualche domanda.

So che lavori anche part-time in una libreria?

Sì, lavoro anche in libreria come commessa, perlopiù per avere un guadagno mensile e l’assicurazione sanitaria. Quest’esperienza però mi sta dando tanta formazione sul mondo dei libri (perché è una tappa importante nella lunga catena tra l’autore e il lettore) e anche tanta ispirazione per leggere bei libri di tutti i tipi, non solo di narrativa. Tra l’altro, lavorare come commessa è utilissimo per osservare la gente e capire come funziona la società. E in più, facendo questo lavoro sto rispolverando anche un po’ di russo e ne sono fiera!

E in Italia, tornerai?

L’Italia è la mia seconda patria. Dopo un inizio un po’ difficile mi ci sono ambientata al punto da sentirmici sempre a casa. Mi piacciono le persone, la cultura (immensa), il cibo, il clima (il caldo), la natura (le montagne), il panorama d’illustrazione.
Anche se non vivo più in Italia da due anni, a volte mi accorgo di formulare i miei pensieri in italiano. Torno in Italia più spesso possibile e il mio sogno per il futuro è quello di averci una casa per poter vivere e lavorare una parte dell’anno lì.

Ma senti, è vero che la sommità più alta in Estonia misura solo 300 mt di altezza? (l’ho imparato la scorsa settimana durante l’HEADREAD festival)

E’ vero, nel Sud dell’Estonia c’è una collina che si chiama Suur Munamägi (La Grande Montagna Uovo) ed è esattamente 318 metri d’altezza, quindi la sommità più alta in Estonia. Ne siamo molto fieri e ci sono diverse canzoni patriottiche dedicate a questa “montagna” bellissima. In cima all’Uovo c’è anche una torre per farla diventare ancora più alta!
In realtà esiste anche un’altra Munamägi, cioè quella più piccola che si chiama appunto Väike Munamägi (Piccola Montagna Uovo) e che a me, quando ero piccola, ha lasciato un’impressione poetica. Penso di non essere stata pronta per l’Uovo Grande all’epoca.

So che questa estate tieni un corso, ma non propriamente di illustrazione. Ce ne vuoi parlare?

Come ho detto, mi sto occupando di diversi progetti contemporaneamente. Al momento sto affrontando anche la sfida di organizzare un corso estivo residenziale a luglio, nell’Estonia del Sud (non lontano dall’Uovo Grande): the Summer School of Inspiration.
E’ un corso che stiamo facendo insieme alla mia amica Monica, una bravissima insegnante di meditazione e una persona radiosa. Si tratta di 5 giorni in campagna, in un vecchio maniero ristrutturato come “maniero culturale”, sede per tantissimi eventi di cultura, corsi di yoga, meditazione, ballo, ecc.
Facciamo un corso combinato di due campi che possono sembrare diversi ma per come li trattiamo, non è affatto cosi: sono il disegno e la meditazione. Entrambe le attività si concentrano sulle osservazioni di ciò che c’è intorno a noi (lo spazio, le persone) e di ciò che c’è all’interno di noi. Tramite il disegno cerchiamo un contatto tra il mondo interiore ed esteriore mentre la meditazione ci insegna a comandare i nostri sensi per poter eliminare le emozioni, i pensieri e le sensazioni che ci impediscono di Creare.

Ma che meraviglia!

Ci sarà anche una serata di incontro con un bravissimo giovane scrittore, Tõnis Tootsen, che ci parlerà del sogno e della veglia e del loro punto d’incontro. Lui ha appena vinto un premio statale letterario per un suo romanzo distopico particolare sia per la storia che e per la forma visiva: è scritto e illustrato a mano e così anche riprodotto. Si intitola Il primo giorno.
Tra tutto quello ci sarà del tempo per stare in una compagnia di persone interessanti di origini diverse, per godersi della sauna e delle serate intorno al falò o per vagare nei dintorni del maniero. Io stessa non vedo l’ora di vedere il corso realizzato e di conoscere le persone che parteciperanno.

E adesso: insegnami tre parole belle in estone! (devo arricchire il mio dizionario per la prossima volta che ci vediamo)

Cominciamo da quelle più corte e più attuali.
Öö – notte
Mets – bosco
Kuu – luna

Che belle! Sembra un haiku ! E in Italiano: quali sono le prime parole che hai imparato?

Mi ricordo di aver portato un manuale d’italiano al mio primo viaggio per l’Italia nel 2009. E’ stato un viaggio da backpackers/couchsurfing e spesso aspettavo i treni nelle stazioni sedendomi sulla valigia e studiando la grammatica italiana. Le prime parole che ho imparato durante quel viaggio penso siano state: francobollo, giallo e scarpe.

Raccontaci: come è nata la tua passione per Dino Buzzati?

Avevo iniziato il mio secondo anno con il programma Erasmus all’Accademia di Belle Arti di Macerata, pensando ad un possibile progetto editoriale. Mi sentivo pronta per affrontare un intero libro, però mancava il testo. Poi in Accademia ho sentito il nome di Dino Buzzati.
Si parlava del suo libro I miracoli di Val Morel che lui aveva anche illustrato con le immagini che si riferiscono alla tradizione dell’Ex Voto, che mi ha affascinato molto (io vengo da una tradizione religiosa protestante o, meglio, pagana). Un miscuglio tra un mondo reale, logico, e quello immaginario mi sembrava il modo più giusto per capire la vita, o la condizione umana. Penso che più che dal mondo esteriore siamo guidati dalle nostre forze interiori, paure, gioie, fantasmi, immaginazioni. Comunque, io fin dall’inizio ho inteso Buzzati come scrittore e artista. Lui si dichiarava come un artista che qualche volta scrive.
In realtà fece il giornalista presso Il Corriere della Sera per tutta la sua vita – e da lì penso provenga il suo stile di scrittura preciso e realistico.
Comunque, quando ho trovato il suo racconto “La creazione” in una raccolta in biblioteca ho capito che era questo il testo che cercavo.

Che cosa ti è piaciuto in particolare ne “La creazione”?

“La creazione” è una versione umoristica della Genesi, ambientata ai giorni nostri.
Dio onnipotente ci è presentato come un personaggio benevole che guida le creazioni ma allo stesso tempo non è per niente dominante: lascia che le cose facciano il loro corso, tanto lui sa tutto quello che deve avvenire e non si stressa. I veri creatori in questa Genesi però sono gli angeli e in particolare uno, diverso dagli altri, che presenta la sua idea di creare l’uomo.
Questa versione umoristica della Genesi mi ha fornito delle interessanti metafore sul creare e sulla vita d’artista. Mi ricordo che i primi tempi che stavo lavorando sul progetto mi erano particolarmente simpatici gli angeli creatori, e ce ne sono tantissimi! Li ho disegnati tutti un pochino ingenui, giovani ma con tanta speranza, visioni grandiose e una voglia di fare.
Per me in questo racconto tramite quegli angeli c’è descritta la sensazione del creare, quell’emozione che anch’io cerco in ogni aspetto della mia vita, non potrei farne senza!
Ora quando sono agli incontri con i lettori, dico anche che illustrare è creare un mondo, esattamente come lo si progetta ne La creazione.

L’anno scorso hai trascorso un periodo in America. Come è andata? Quanto sei rimasta? Che cosa hai fatto? Ma soprattutto: ti è piaciuta l’America?

Sono stata in America, nello stato di NY un anno in totale durante un periodo di due anni. Nell’estate 2015 ho fatto un corso estivo bellissimo alla New York School of Visual Arts sulla narrazione attraverso l’illustrazione. Un mese di concentrazione totale nell’incredibile NYC: vivevo a Brooklyn, per andare allo studio passavo l’East River sul treno e vedevo sempre l’Empire State Building sullo sfondo, sembrava un film. Avevamo quattro-cinque professori di diversi campi come illustrazione editoriale, fumetto o licensing, abbiamo avuto l’opportunità di mostrare i nostri portfolio ad un art director del Penguin Books e abbiamo finito la residenza con una mostra nella galleria della scuola, sulla Manhattan centralissima! Durante quel corso ho imparato tantissimo, soprattutto sul mercato americano, sulla parte commerciale del mestiere e anche su me stessa proprio perché è stato veramente molto intenso.
Il resto del tempo sono stata in Long Island, vicino a NYC a disegnare e a conoscere la vita all’americana. Poi, come tanti, anch’io ho parenti in America e sono riuscita ad andare a trovarli in Minnesota e a Washington DC. Sono stati momenti molto emozionanti, che hanno aggiunto un altro pezzo nel puzzle della mia vita.
Se mi chiedi se mi è piaciuta, direi che in qualunque posto uno sia, si fa sempre la propria esperienza da soli. Esistono tante Americhe (o qualsiasi altro paese) quanto le persone che ci vanno. Io ne ho visto una minuscola parte. NYC per me è specialissima, ispirantissima ma tanto pazza, e mi agitava. In Minnesota mi piaceva la natura, i laghi e mi sembrava un’ambiente rilassante.

Da quando ci siamo visti l’ultima volta so che hai vinto un premio importante per l’illustrazione. Ce ne vuoi parlare?

Sono estremamente felice di aver ultimamente vinto un premio al concorso Supergraafika organizzato dalla città di Tallinn. Il concorso ha selezionato tre disegni, tra quelli proposti da diversi artisti, che diventeranno murales sui condomini in città. Il mio verrà realizzato in un quartiere verde al confine della città, su un palazzo di 5 piani. Parteciperò alla realizzazione anch’io, infatti non vedo l’ora di vedere come la mia illustrazione formato cartolina diventerà alta più di 15 metri!

A cosa stai lavorando adesso? Hai un nuovo libro in produzione?

Ho sempre una decina di progetti diversi in corso. Comunque, il libro che sto attualmente illustrando porta il titolo Grazie, sono sazio ed è scritto dall’autrice estone Hilli Rand.
E’ una storia semplice ma davvero divertente. Ci sono due fratelli e moltissimi animali e tanta immaginazione.

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Asterisk Davide Calì intervista Torben Kuhlmann
22/04/2017 Morena Forza in Illustrazione / No comments

In occasione di Tempo di Libri, fiera del libro di Milano, l’autore e art director Davide Calì ha intervistato l’illustratore tedesco Torben Kuhlmann.

Lasciami dire prima di tutto che sei un illustratore davvero notevole.
In quest’epoca di illustratori grafici e minimalisti il tuo lavoro è sorprendentemente dettagliato.
Quindi, cominciamo parlando di tempo: quanto ce ne vuole per fare un libro?

Grazie per il complimento! Mi piace davvero creare immagini realistiche per le mie storie. Mi piace arricchire il mondo dei miei topini avventurosi con il maggior numero possibile di dettagli, così che i bambini si divertano scoprendo sempre nuove cose nelle illustrazioni.
Questo ovviamente richiede molto tempo per completare un libro, ma è bello spendere tempo per rifinire una storia. Con sufficiente ispirazione ed energia, giorni e settimane trascorrono velocemente.
Lindbergh” e “Armstrong” sono stati lunghi da fare per via del grosso numero di illustrazioni. Mi ci è voluto un anno per finire “Armstrong”.
Per riuscire a stare nei tempi ho dovuto fare circa un’illustrazione a settimana.

Prima di cominciare un libro ti prendi il tempo di studiare, cercare riferimenti?

Sì, certo. La ricerca è una parte molto importante. E’ il primo passo prima di cominciare qualsiasi disegno. Per illustrare oggetti come razzi e aeroplani in modo realistico, devi prima capire come funzionano. Solo così diventano credibili.
Per esempio, è stato molto importante per me che gli aeroplani costruiti dal topolino inventore in “Lindbergh” siano non solo credibili ma realmente ispirati ai primi aeroplani costruiti dall’uomo.

E che materiali usi per le tue ricerche?

Guardo moltissimi libri, cerco cose su internet e sfoglio vecchi album di famiglia.

Il tuo primo libro era… la tua tesi d’esame! Quindi sei stato un bravo studente?

Sì, “Lindbergh” è stato la mia tesi d’esame. Avevo deciso di scrivere e illustrare un libro per bambini come progetto finale all’accademia. Mi sembrava un modo per combinare insieme diversi tipi e sfaccettature di illustrazione. A scuola saltavo da una cosa all’altra, ho provato tutto quello che potevo, dall’illustrazione scientifica all’animazione. Per cui mi sono ritrovato con una collezione di piccoli progetti, spesso incompleti, ma per laurearmi mi serviva qualcosa di grande, personale e finito, che mettesse insieme tutto. Mi sono laureato a giugno 2012. Il libro è stato scelto dalla Fiera di Bologna dell’anno successivo, per cui tecnicamente, non ero più uno studente!
Per rispondere alla tua domanda, se fossi un bravo studente, dovresti chiedere ai miei insegnanti. Ma spero di aver fatto bene!

Dopo Lindbergh hai fatto un libro su Armstrong.
Si direbbe che sei affascinato dal volo? Ci sono alter ragioni per aver scelto questi due personaggi?

Da che mi ricordo, sono sempre stato affascinato dalla storia dell’aviazione. Penso sia davvero ispirante pensare ai primi inventori, che montavano strani aggeggi nel fienile di casa nella speranza di costruire il primo aeroplano volante.
E poi, decenni più tardi, c’è stata la grande sfida per portare l’uomo sulla luna. Queste sono incredibili conquiste.
Così ho preso a prestito un pochino da questi grandi personaggi e l’ho ristretto alla dimensione di un topo.
Ma è stato importante per me che le avventure dei miei topini fossero legate con eventi reali, un po’ come nel film Forrest Gump, dove la storia inventata del film si fonde con la storia reale.

Si direbbe anche che tu abbia la passione per gli animaletti: topini, talpe…

Mi piace raccontare storie di animali. È interessante costruire una storia come una favola, in cui gli animali si comportano come umani. È un modo per inserire molte metafore nella narrazione. Uno degli esempi più ovvi è nel mio libro “Moletown”, in cui buffe talpine costruiscono una città che somiglia a una città umana. Ma mi piacerebbe anche illustrare qualcosa con personaggi umani in futuro.

E la passione per il disegno, l’avevi fin da bambino?

Sì, ho sempre disegnato e dipinto molto. Già alla scuola materna disegnavo tutto il giorno. Era il mio modo di capire il mondo. Qualsiasi cosa mi interessava, la disegnavo. Ho imparato così molto cose già da piccolo, per esempio l’uso della prospettiva. E il mio metodo non è cambiato da allora. Ancora oggi cerco di capire le cose dissezionandole attraverso matita e pennelli. Il risultato si vede per esempio gli aggeggi e le macchine di “Lindbergh” per esempio.

Da quale illustratore o pittore ti senti ispirato per il tuo lavoro?

Oh, ci sono moltissimi artisti e illustratori a cui mi ispiro. Per nominarne giusto un paio: l’illustratore e pittore americano Norman Rockwell, il maestro dell’acquerello John Singer Sargent, l’illustratore di poster Drew Struzan, e poi Claude Monet, Rene Magritte e molti fumettisti.

A cosa lavori in questo momento?
Puoi raccontarci qualcosa del tuo prossimo libro?

Il mio tavolo è pieno di progetti al momento. Ho appena finito diverse copertine per romanzi adulti, di cui la maggior parte con illustrazioni in bianco e nero all’interno. E ci sono due progetti che ho in testa, uno dei quali completerà la mia trilogia dei topini.

Approfondimenti

Torben Kuhlmann è nato a Sulingen (Germania) nel 1982.
La sua tesi di laurea, Lindbergh (2012) gli ha fruttato il massimo dei voti, ma soprattutto l’immediato successo editoriale. Nel 2013 le sue tavole sono state selezionate per la Mostra degli Illustratori della Bologna Children’s Book Fair.
In Italia, i suoi libri sono editi da Orecchio Acerbo: Lindbergh, Armstrong e Moletown.

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Asterisk Intervista ad Aurora Cacciapuoti per “Baking with Dad”
22/09/2016 Morena Forza in Illustrazione / No comments

In occasione dell’uscita dell’ultimo libro scritto ed illustrato da Aurora Cacciapuoti, il bassotto ha organizzato un’iniziativa insieme all’editore britannico di Baking with Dad, Child’s Play.

Ecco un’intervista in cui Aurora ci racconta come nasce una storia illustrata e condivide le sue esperienze con noi. Ma non è finita qui: l’iniziativa di cui parlavo due righe fa è nientemeno che un giveaway per vincere una copia autografata di Baking with dad. Alla fine dell’articolo è spiegato tutto.

Il libro è davvero molto bello, spassoso ma con un pizzico di riflessione in più. Ops, non posso aggiungere altro! Intanto buona lettura. :-)

[easyazon_link identifier=”1846437547″ locale=”US” nw=”y” tag=”robad20-20″ cart=”y”]bakingwithdad_aurora_cacciapuoti[/easyazon_link]

Ciao Aurora! Come accennavo all’inizio del post, ti sei formata presso l’Anglia Ruskin University di Cambridge: in che modo trasferirti e studiare nel Regno Unito ti ha plasmato come illustratrice e poi autrice? Com’è stato il tuo percorso?

Il Master e’ stata una bellissima esperienza in generale, non solo per quello che mi ha dato come illustratrice e autrice.
Essere ogni giorno a contatto con delle persone così talentuose e avere la possibilità di confrontarmi e chiedere consiglio a dei tutor di questo livello (Martin Salisbury, Pam Smy, Paula Metcaf, Marta Altés, Alexis Deacon, Hannah Webb per citarne solo alcuni) è un grandissimo stimolo.
Inoltre il corso offre delle attrezzature non da poco; un bellissimo studio di printmaking, letterpress printing, 3D workshops, una biblioteca stupenda ecc.
Ogni settimana ci sono dei talk interessantissimi, di illustratori, grafici, autori. In un ambiente del genere ti viene costantemente voglia di creare, di trovare nuove idee, di sperimentare.
Gli studenti sono incoraggiati a lavorare su nuovi progetti, non solo picture books, si possono provare anche altre strade: concertina books, serie di immagini, lavori in 3D e varie.
Ogni modo di lavorare, ogni progetto è curato e guidato sia attraverso i tutorial con gli insegnanti, che dal confronto con gli studenti stessi.
Io ho trovato questo modo di lavorare davvero utile, mi ha aperto la mente e mi ha portata a sperimentare moltissimo, anche cose che prima non mi sarei mai sognata di tentare.
Il processo di creazione di nuove idee e progetti e’ molto agevolato in un ambiente del genere.

Parliamo di [easyazon_link identifier=”1846437547″ locale=”US” nw=”y” nf=”n” tag=”robad20-20″ cart=”n” popups=”y”]Baking with Dad[/easyazon_link]: è il tuo primo progetto da autrice? Da un po’ illustri per mestiere, ma cosa ti ha spinta a pensare <<E’ ora di scrivere e disegnare un libro tutto mio>>?

In realtà avevo già scritto e illustrato un picture book, nel 2014, “Abbracciami”, per Emme Edizioni (collana Ullallà), ma era un progetto un poco diverso, per bambini più piccoli, un cartonato con un testo molto semplice.
[easyazon_link identifier=”1846437547″ locale=”US” nw=”y” nf=”n” tag=”robad20-20″ cart=”n” popups=”y”]Baking with Dad[/easyazon_link] è nato in modo spontaneo, come uno dei progetti creati durante il secondo modulo del master, due anni fa.

Il primo modulo del master è tutto incentrato sul disegno dal vivo sullo sketchbook.
Ognuno di noi sceglieva un tema, e io avevo scelto “Food and Drinks” quindi andavo a disegnare nei café o a casa di amici, durante le cene e così via.
Per il secondo modulo volevo creare dei progetti sempre legati al cibo, uno di questi volevo che fosse allegro, divertente.

Ho iniziato a fare dei doodle e sono venuti fuori questi due personaggi, che mi sono stati subito simpatici. Da lì l’idea di creare un libro su un papà e sua figlia che passano un pomeriggio a cucinare, combinandone di tutti i colori, passando del tempo di qualità insieme.
E’ bello passare il tempo insieme in cucina, anche se non si e’ dei cuochi perfetti, preparare un dolce, un qualsiasi piatto insieme, è un gioco bellissimo.

Trovi che scrivere per bambini sia più difficile che illustrare? Hai trovato più impegnativo trovare un ritmo per la storia oppure è stato molto spontaneo, e magari avevi in mente già come lo volevi a livello di immagine?

Ogni volta è diverso.
Può capitare che abbia in testa solo l’idea per la storia e non i personaggi, o il contrario.
Parto sempre da un’idea molto generica, grezza, e poi ci lavoro attraverso tanti dummie books, tolgo qui, aggiungo là.
In questo caso durante il master è stato utilissimo avere tanti pareri diversi, punti di vista che mi hanno aiutato ad affinare l’idea, che poi è passata al vaglio della casa editrice con ancora più cura al dettaglio. E’ stato bello lavorare con Child’s Play, perché è stato un vero e proprio lavoro di squadra!

Come si trova il buon ritmo narrativo per una storia, secondo te?

Con tanta pazienza, ma non conosco la ricetta definitiva.
Per me è stato fondamentale tentare tante volte e anche ascoltare tanti pareri e punti di vista, rielaborarli, metabolizzarli.
Un’altra cosa che aiuta, secondo me, è prendersi delle pause. Nello specifico, mentre lavoravo su Baking with Dad avevo altri due progetti in corso, di natura totalmente diversa, una scatola illustrata in 3D e un concertina book serigrafato.
Non so come spiegarlo meglio di così, ma lavorare su progetti diversi li nutre l’un l’altro, trovo che a volte sia controproducente avere la testa impegnata solo ed esclusivamente su un solo progetto. A volte la soluzione a un problema arriva quando meno te lo aspetti, magari mentre stai facendo tutt’altro.

I colori che hai usato per trasmettere la freschezza e l’attualità della storia nelle sue scene buffe e dinamiche mi sono piaciuti molto. Di solito parti da una palette che ti sei preparata oppure improvvisi? Insomma, come nasce una tua tavola, in particolare per un progetto libro?

Questo è un altro grande regalo che mi ha fatto il master. Imparare a utilizzare una palette limitata, dare una grande importanza al colore.
Sono diventata una vera e propria “nerd” del colore, prima di iniziare un progetto faccio mille prove palette, cerco, sperimento. Per me è fondamentale iniziare sapendo già che colori userò, altrimenti non sono contenta, non riesco a lavorare bene.
Di solito mi fermo a un max di 5 o 6 colori.
Anche quando vado fuori a disegnare con lo sketchbook spesso porto solo una selezione limitata di colori.

Cosa ti ha messa più alla prova nel lavorare a questo libro? Cosa ti ha insegnato?

All’inizio la storia: avevo aggiunto troppo, mischiato elementi di realtà e fantasia in modo innaturale.
Sono dovuta tornare indietro molte volte e togliere, togliere, togliere. Ogni settimana arrivavo al master con un nuovo dummy book.
E’ stato un processo molto interessante per me, ha cambiato il mio modo di pensare, di creare delle storie.

Che tipo di tecnica hai scelto per [easyazon_link identifier=”1846437547″ locale=”US” nw=”y” nf=”n” tag=”robad20-20″ cart=”n” popups=”y”]Baking with Dad[/easyazon_link], e perché?

I disegni sono fatti a matita, inchiostro e pennino, poi scansiono e successivamente coloro in digitale.
Ho fatto molte prove e, per questo tipo di storia e personaggi, funzionava meglio questa tecnica.
Per ogni progetto di solito cambio un poco, a seconda di quello che mi sembra più fresco, in questo caso mi è piaciuto lavorare con i colori piatti.
In particolare in questo libro mi sono divertita tantissimo a disegnare gli sfondi, amo disegnare le cucine, ingredienti, packaging.

Sono curiosa: cosa puoi dirmi del personaggio che arriva alla fine della storia?

La tematica del libro è il grande legame tra la bambina e il papà, questo è al centro della storia.
Chi è il personaggio che arriva alla fine del libro non è rilevante. La bambina o il bambino che legge il libro deciderà chi è.
Ho aggiunto anche la scena finale della festa perché ho pensato che per un bimbo potesse essere divertente pensare: chi sono questi personaggi? Come si chiamano?
Potrebbe essere un bel gioco da fare insieme a chi legge il libro con lui o lei!

Quanto tempo è intercorso dalla tua ideazione della storia e del progetto alla sua pubblicazione?

Il primo dummie book (prototipo ndr) e’ del 2014, in estate ho mandato il progetto all’editore e il lavoro vero e proprio sul libro è iniziato in autunno dello stesso anno.
Il libro è stato pubblicato nel giugno di quest’anno.

Che consiglio daresti a chi vorrebbe pubblicare una propria storia e magari ne ha già illustrate scritte da altri autori?

Sarò ripetitiva ma: abbiate pazienza, non mollate alle prime difficoltà.
Chiedete consiglio ai colleghi, confrontatevi, andate a fare dei corsi, anche brevi, leggete tanto, andate alle fiere e poi prendetevi del tempo per voi, per metabolizzare, cercate di capire quello che può essere utile a voi personalmente.
Ogni percorso è diverso, l’importante è non perdere l’entusiasmo.

Approfondimenti

Aurora Cacciapuoti

Aurora Cacciapuoti è nata in Sardegna, ma vive in Abruzzo.
Ha studiato psicologia e arte terapia, per poi frequentare il master Children’s Book Illustration presso l’Anglia Ruskin University di Cambridge.

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