Categoria: Fumetto

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Asterisk Intervista a Roberto Santillo – Seconda Parte
05/02/2018 Morena Forza in Fumetto / No comments

Per quattro lunedì ospito le interviste di Mariapaola Pesce ad autori di spicco.
Iniziamo con una serie di interessanti domande al fumettista Roberto Santillo (classe 1962) che nel 1993 è divenuto direttore dell’Accademia Disney.

Questa è la seconda parte dell’intervista. La prima  si trova qui.

Buona lettura!

Fonte immagini: Labo Fumetto

A cura di Mariapaola Pesce

Dimmi una cosa, avevi o hai tutt’ora dei riferimenti per il tuo ruolo? Stili di leadership, personaggi che ne incarnano uno che ti piace? Ce n’è uno che invece tieni volontariamente lontano, perché non lo condividi? Valgono anche personaggi Disney, se ne hai!

Mi piacerebbe risponderti facendo riferimenti intriganti a prestigiosi “guru” del settore dai quali sono sicuro c’è tantissimo da imparare, ma l’occasione che mi dai di mettere in campo personaggi Disney, ammetto, è irresistibile.
Quindi, userò due film su tutti: Il libro della giungla e La spada nella roccia.
Si tratta dei miei preferiti da bambino, anche se allora non avevo minimamente idea che in età matura avrei riconosciuto e apprezzato profondamente il metodo di coaching di Baloo e Bagheera e la leadership straordinaria di Mago Merlino. Nel dettaglio: Bagheera è responsabilità e concretezza nel programmare azioni e risultati, unita ad empatia, intuito e capacità di relazione con specie diverse. Baloo, invece, lateral thinking e uso del cambio di prospettiva, capacità di sdrammatizzazione energizzante e… spirito di sacrificio nel momento chiave.
E poi c’è, Mago Merlino: il punto ideale di incontro tra leadership e coaching. Insomma, ti mostro come si fa, anzi lo facciamo insieme e ci prendiamo gli stessi rischi prova dopo prova. Ma devi crederci fino in fondo. Se scegli la strada più breve, e in fondo nella fattispecie preferisci fare lo scudiero, meglio per me andare alle Hawaii e ci vediamo ad Honolulu, caro mio!
Ci si potrebbe scrivere uno di quei saggi americani a tema, non credi? Sarebbe un blockbuster!

Facciamolo! Ne parliamo a parte, senza che ci ascoltino tutti, dai!
Ora voglio entrare nello specifico del tema feedback: nel tuo lavoro, prima come fumettista, poi come responsabile di progetti, ne avrai ricevuto parecchi. Qualcuno immagino ti sia piaciuto, per contenuto e forma, qualcuno invece meno…Ci racconti?

Da disegnatore purtroppo ho realizzato pochissime storie, di conseguenza ho avuto poche opportunità di ricevere feedback professionali con cui confrontarmi.
Ma il più importante che ricordo mi giunse da Romano Scarpa. Mi riferirono che a seguito della pubblicazione delle mie prime storie commentasse che “sembravo nato per disegnare Disney”.

Conoscendo la sua forte personalità non poteva essere un facile commento lusinghiero: mi era arrivato un nuovo “non mi tradire”, detto dall’artista italiano che più si era immedesimato nelle creazioni di Walt Disney durante la sua carriera di autore. A me suonò come se avesse voluto mandarmi un messaggio preciso chiedendomi lo stesso impegno e responsabilità nel diffondere la magia disneyana che aveva caratterizzato il suo lavoro.

Di contro ricordo che ricevetti, in occasione di una presentazione importante, una sferzata micidiale. Agli inizi della mia carriera, avevo lavorato a un nuovo progetto gestendo un gruppo di giovani talenti che per sei mesi avevano dato sé stessi per quel particolare lavoro. Il progetto aveva una valenza particolare per la Disney italiana in quanto intendeva creare una nuova serie di personaggi da lanciare a livello internazionale, non solo in ambito comics. Mi venne chiesto di presentare il tutto in prima persona a Parigi dove allora erano dislocati i nostri Headquarters europei: il loro benestare avrebbe dato il via libera alla condivisione in USA del lavoro. Era la prima volta che mi trovavo a illustrare un lavoro con un’implicazione strategica di quel livello.

In quell’occasione fui attaccato dal mio interlocutore dopo aver pronunciato le mie prime parole. La critica era in sintesi era una sola: tutto già visto, inutile proseguire il colloquio. Ricordo che ribattei che la sostanza che dava forza e originalità al lavoro era l’archetipo narrativo che avevamo costruito alla base di ogni personaggio. La forma, se mai davvero fosse apparsa da rivedere rispetto alle aspettative, era secondaria!
Lo scontro era impari, ma il mio argomento forte. Ero convinto di ciò che sostenevo.
Il progetto non venne accettato ma, paradossalmente, non venne neanche rifiutato. Così, infine, ottenemmo l’autorizzazione a mostrarlo in USA. Ma questa è un’altra storia.

Roberto Santillo allo stand Labo Fumetto durante l'edizione 2015 di Lucca Comics&Games

Caspita: non sei retrocesso, neanche di fronte ad una situazione difficile! Come dire: ok, il feedback è importante, ma ne uso quello che mi serve. Giusto! Come ti regoli tu, invece, quando è il momento di dare un tuo feedback, soprattutto se per caso ti trovi a doverne comunicare uno negativo, o se devi rinunciare ad un progetto a cui tieni per scelte di maggior impatto in azienda?

Ho imparato a non giungere a quel momento impreparato. Preferisco esaminare il lavoro per tempo prima di restituire un feedback. Devo elaborare, fare decantare il tutto, devo “maneggiare” il materiale creativo ricevuto, appenderlo, staccarlo, rifotocopiarlo, comporlo. Insomma assorbirlo. Bastano anche soltanto 24 ore.

Quel risultato è frutto di ciò che ho trasmesso nell’incontro precedente, ne sento quindi una parte di responsabilità.
E poi esistono i segnali nascosti, che non avrei previsto neanche con la sfera di cristallo e sono questi spesso la chance inaspettata per continuare nel modo migliore, veri e propri trampolini per rilanciare il dialogo tra art director e artista magari solo apparentemente tradito.
Spesso questi “indizi” li ho trovati semi nascosti a margini dei fogli, tra schizzi definiti come impresentabili, e si sono rivelati preziosissimi. Alla fine l’artista sentirà se hai capito, se lo hai capito, se lui ha capito. Per questo occorre prepararsi bene.

Imperativo gestire poi la frustrazione, o il troppo entusiasmo. Bisogna frenare la voglia di dare troppa voce alla propria aspettativa. Occorrono invece buoni occhi e buone antenne.
Se il feedback però sarà negativo dovrà essere efficace. Ed è bene partire dalle cause. Puoi non aver individuato la persona giusta. L’analisi della persona che hai fatto forse era superficiale, oppure viziata dalla tua fretta. Dovrai tenerne conto e forse rivedere con onestà la tua scelta. Oppure è accaduto di non aver saputo “catturare “in maniera piena l’artista, o nel caso, l’intero team. In tal caso devi rivedere quanto hai trasmesso e fare in modo che l’appuntamento col feedback negativo comporti l’occasione di una maggiore immersione.
Infine potrebbe essere mancato il senso di responsabilità dell’artista verso il progetto stesso. In tal caso è indispensabile indagare velocemente le cause. Occorre parlarne guardando quell’artista – o quel team – bene dentro e far leva su quanto egli è in grado di fare e non ha fatto per pura sottovalutazione dell’impegno richiesto. “You are more than what you have become”, così parla Mufasa nel film Il Re Leone. Molti artisti sono infatti molto più di quello che a volte i loro disegni ci dicono. In quei casi sta a noi ricordarglielo.

Una bella lezione di responsabilità del leader, questa!
Ora però ti metto un po’ in crisi, se no sono solo complimenti: immagina, per una volta, di occuparti di un progetto che non ti stimola, ma che in azienda sia ritenuto molto strategico. Come fai a mantenere per te e la tua squadra la giusta motivazione?

È una situazione complessa, difficile cambiare le proprie sensazioni a pelle.
La chiave può essere ricordare innanzitutto a sé stessi che, qualunque sia la natura del progetto, questo ci consentirà di parlare ad una vasta schiera di persone: il nostro pubblico.
Pubblico verso il quale personalmente continuo a nutrire grande rispetto e considerazione, non solo di stampo professionale. La diversità di pensiero, la mancanza di stimoli che possiamo avere non è necessariamente l’indicatore di un progetto carente di significati validi per un’ampia audience.
Difficile comunque che ci venga affidato un progetto che non abbia un pubblico di riferimento a cui attribuire sensibilità e sinceri interessi. A volte il risultato è sorprendente e le scoperte che si fanno stimolanti.
Da ciò direi che dedicare del tempo allo studio di un’audience particolare, per quanto lontana dalle nostre personali passioni, può diventare il presupposto più efficace per accostarsi ad un progetto, magari solo apparentemente, privo di attrattiva.

Per l’ultima domanda ti restituisco un feedback su di te di una terza persona: mi dice che lasci spazio a ciascuno, nello sviluppo dei progetti, coinvolgendo in maniera diretta, e sollecitando una partecipazione attiva da tutti. Ti riconosci?

Direi di sì, anche se continuo ad essere molto critico con me stesso, soprattutto quando mi accorgo di non aver dedicato abbastanza tempo o attenzione alla relazione con un determinato artista. Sono profondamente convinto che si possono ottenere risultati inaspettati in termini di storytelling se gli artisti, il team, i collaboratori coinvolti verranno messi nelle condizioni migliori fin dai primi momenti dello sviluppo di quel determinato progetto.
Ciò che in fondo rende possibile che la nostra orchestra per prima si senta tale, è sempre il desiderio di ricreare ogni volta da zero la magia della narrazione… Come fossimo tornati ad essere anche in quella nuova occasione i bambini che siamo stati.

Roberto, ti ringrazio di avermi permesso questa incursione nel tuo mondo, nel tuo lavoro, soprattutto nelle tue convinzioni profonde legate al tuo rapporto con i collaboratori.
Mi porto a casa un sacco di spunti, soprattutto la conferma di quanto le persone siano sorprendenti e quanto l’attenzione al linguaggio e la delicatezza nei rapporti umani sano la chiave del successo nella vita e nel lavoro!
Se poi ci mettiamo a scrivere quel blockbuster che proponevi, mi porto a casa anche un bel lavoro!

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Asterisk Intervista a Roberto Santillo – Prima Parte
29/01/2018 Morena Forza in Fumetto / No comments

Per tre lunedì a partire da oggi, ospiterò delle interviste di Mariapaola Pesce ad autori di spicco.
Iniziamo con una serie di interessanti domande al fumettista Roberto Santillo (classe 1962) che nel 1993 è divenuto direttore dell’Accademia Disney.

Per Expo Show 2015 ha curato insieme al suo staff, la mascotte Foody e la sua serie animata.
Buona lettura!

Fonte immagini: Labo Fumetto

A cura di Mariapaola Pesce

Buongiorno, Roberto!
Te lo confesso, ho preparato questa intervista in uno stato di strana sospensione. Sono cresciuta amando i fumetti ed i film Disney, ora li regalo a mio nipote e con mia sorella scambio dialoghi a memoria o canto vecchie melodie.
Per cui oggi, lo ammetto, fatico a rimanere sul pezzo, e a concentrarmi sulle mie curiosità legate al contesto in cui voglio muovermi.
Vedremo se la bambina avrà il sopravvento sul coach?

 Hai esordito come fumettista, e sei piaciuto a due grandi del fumetto Disney italiano, tanto che proprio con Accademia Disney hai avuto il tuo battesimo. Sembra una storia un po’ da favola… E’ così?

Quei due grandi autori a cui fai riferimento erano Romano Scarpa e Giovanbattista Carpi.
In realtà non fu un grande exploit, il mio. A ragione direi, dato che il “portfolio” che mostrai era costituito da un unico e totalmente immaturo disegno! Una vera incoscienza da parte mia presentarmi così. Carpi trovò lo stesso utile indagare le mie intenzioni fino a trovare il modo di rilanciare quell’occasione che in quegli istanti pensavo fosse ormai tragicamente persa. Non si soffermò più di tanto ad analizzare quanto avevo disegnato, o forse non lo diede a vedere, iniziò piuttosto a scavare nelle motivazioni personali fino a “ripescarmi” malgrado l’approccio artistico che avevo mostrato fosse stato ben poca cosa. In pratica mi regalò la sua prima lezione di feedback tra art director e artista: quando incontri per la prima volta un artista, il suo lavoro è solo la chiave per parlare con lui di lui, non “l’oggetto” da giudicare.

La volta successiva, ben carrozzato da decine di disegni, mi presentai per un giudizio finale. Lui chiuse il colloquio positivamente dicendo: “Beh, allora ti aspetto. Non mi tradire”. Seconda lezione: quando dai il primo feedback positivo crea anche una responsabilità in chi lo riceve. Non male come protocollo per un giovane apprendista stregone, no?

No, non male! Nel giro di soli 5 anni, se non ricordo male, sei passato a dirigere la stessa accademia che ti ha visto come studente… Io non ho mai desiderato tornare ad insegnare nel mio vecchio liceo. In pratica sei passato da artista a manager, in qualche modo.
Com’è stato? Te lo aspettavi così, quando eri studente?

Non mi aspettavo niente del genere.
Ricordo solo che negli anni da freelance cercai di fare più esperienze possibili in ambito Disney; diventai forse il meno prolifico tra i nuovi autori in termini di storie a fumetti ma probabilmente uno tra i più poliedrici. Mi sembrava occorresse una preparazione smisurata per gestire anche minimamente questi Personaggi straordinari che, a mio sentire, erano cittadini di un immaginario collettivo nell’ intero pianeta. Temevo di non avere abbastanza tempo per recuperare il gap che sentivo tra l’occasione che mi era stata data e le mie capacità reali. Occorreva studiare, studiare e studiare ciò che aveva reso questi Personaggi, unici.
Mi sentivo profondamente impreparato e forse inadeguato. Quando successivamente mi fu chiesto di condurre l’Accademia Disney, pensai che fosse l’occasione concreta e inaspettata per immergermi, da ricercatore, nell’Universo Disney così come speravo. Insegnare equivaleva a mettersi costantemente in gioco, quindi a non smettere di imparare. Di contro fu un po’ come aver scelto il percorso da direttore d’orchestra, insomma, rinunciare ad essere un possibile autore. Ma ero attratto profondamente dall’ incontrare energie provenienti e il territorio creativo che la Disney mi offriva da esplorare era davvero smisurato.

Immagino che nel tuo lavoro tu abbia a che fare collaboratori fissi, interni in azienda, una gran quantità di consulenti e creativi esterni.
Sei tu che ne coordini il lavoro, per un obiettivo comune.
Come riesci a conciliare le due realtà diverse, soprattutto avendo a che fare con teste vivaci, appassionate come possono essere quelle di artisti che già di per sé sono degli outsider?

Esatto, sì, questa è la mia realtà attuale.
Concluso un lungo periodo dedicato alla formazione e progettazione in paesi come Cina, Corea del Sud, Giappone, sono passato allo sviluppo di nuove properties ed alla realizzazione di comics e graphic novel basate sulle creazioni degli Animation Studios, dalla Pixar e dalla Lucas Film. Un contesto di stampo più produttivo, fatto di scadenze e passaggi obbligati che sicuramente ben conosci, provenendo dal mondo aziendale!
E’ difficile parlare di un metodo di coordinamento ben preciso ma è vero che entrano in gioco dei capisaldi fondamentali ricorrenti nella relazione con gli artisti.
Portfolio a parte, occorre indagare il carattere, il temperamento, l’attitudine verso il lavoro di gruppo della persona scelta. Al tempo stesso, non forzare niente che non sia già insito in quel temperamento, piuttosto gestire la relazione con l’artista perché gli sia palese l’opportunità di crescita del proprio profilo artistico e personale.
Naturalmente occorre indagare cosa equivalga al termine “crescita” per quel singolo talento, e non dare per scontato che sia ciò che abbiamo da offrirgli solo perché marchiato Walt Disney!

Anche se in effetti, essere in un progetto Disney, penso sia di per sé un fattore di soddisfazione!

Ma non basta! Un altro fattore chiave trovo che sia il che coinvolgimento della persona avvenga nella fase iniziale del progetto, in quella sorta di fase “staminale” che è presente in ogni lavoro. Se, per forza di cose, il coinvolgimento avviene in una fase successiva, faccio di solito di tutto per ripercorrere ogni momento chiave precedente lasciando che l’artista diventi comunque uno “sponsor emozionale” del progetto.
Questa fase può indurre la preoccupazione di un allungamento non previsto dei tempi. In realtà, per esperienza spesso fa la differenza tra cogliere il potenziale che l’artista è in grado di esprimere o incappare in una performance sotto le aspettative.

La gestione del tempo, la progettazione accurate! Un sogno, spesso, nella vita aziendale in cui si vive di emergenze e programmazioni da un giorno all’altro.
Io, per esempio, ho vissuto per anni tra conference call e riunioni. Ne ricordo di estenuanti, che servivano solo a fissare i criteri di riunioni successive, in cui si decideva come definire gli ambiti di un possibile progetto… e via così. Come team coach ho ancora i brividi! Come funzionano le tue riunioni?

“Ci aggiorniamo”. Eccola, puntuale, la frase mistica dalle implicazioni pratiche misteriose, a conclusione della riunione tipo! Scherzi a parte, il tema delle riunioni, come sappiamo bene, è da sempre oggetto di ragionamenti e aggiornamenti metodologici focalizzati a migliorare la loro efficacia. Difficile produrre e gestire la riunione ideale. Certamente esistono profonde differenze tra riunioni organizzate esclusivamente con partecipanti artisti/sceneggiatori e quelle circoscritte ai soli manager interni. In entrambi i casi a mio parere, comunque, è fondamentale la presenza di una figura chiave, una sorta di nocchiero capace d’ essere ad un tempo leader e facilitator, dotato di grande capacità di ascolto, di rilancio e di sintesi.
Nella mia esperienza, la situazione più complessa è quando mi trovo a gestire la riunione in cui è necessario si incontrino così detti creativi “puri” con componenti del management interno. In quei casi, solitamente, a salvare il tutto è il ruolo dell’“interprete” tra i due mondi, intento a ristrutturare il pensiero di una delle due parti al fine di renderlo efficace all’altra.
Può sembrare macchinoso ma equivale semplicemente a tradurre affermazioni tipo: “non è quello che avevamo chiesto” in “sembra ci sia ancora spazio per andare oltre” e “questa sì che è un’immagine molto bella” in “questa immagine funziona più della precedente”. Meglio ancora se a ciò segue una spiegazione costruttiva del ragionamento che ha portato a quel feedback.
Il linguaggio è importante e va adattato di volta in volta tenendo conto, ad esempio, della fase che sta attraversando il progetto stesso. Durante lo stadio d’incubazione è necessario che la comunicazione alimenti il più possibile l’immaginario positivo dell’assemblea, mentre in una fase di finalizzazione occorre che il lavoro di parafrasi sia accurato e opportunamente selettivo dei contenuti.

La seconda parte dell’intervista sarà online il prossimo 5 febbraio!

 

Roberto Santillo ci racconterà cosa significa essere direttore dell’Accademia Disney, quali sono i suoi modelli di riferimento e come ha gestito alcuni responsi negativi quando era un fumettista agli esordi.

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Asterisk Non è (più) un Paese per fumettisti – Parte 2 di 2
15/09/2017 Morena Forza in Disegno per professione / No comments

a cura di Davide Calì

Non è (più) un Paese per fumettisti – Parte 2 di 2

OVVERO
calo delle vendite e sovra-produzione
nell’editoria francese (e non solo)

Gli autori jeunesse perlomeno hanno i saloni

Una situazione molto simile si produce nell’ambito dei libri per bambini.
Passati i tempi delle grandi vendite, quando in un anno si vendeva tranquillamente 5-6 mila copie di un albo illustrato, molti editori piccoli chiudono, altri si fanno assorbire da grandi gruppi.
Per il resto tutto uguale: si producono libri per riempire gli scaffali delle librerie, che ricevono circa 100 novità a settimana, in un perverso gioco di sovra-produzione che non fa bene a nessuno.
Promozione zero. Come per il fumetto, la promozione la fanno poi i blog, i saloni, i festival.
Per gli autori jeunesse in questo senso le cose vanno un po’ meglio che ai fumettisti, perché quando sei invitato a un salone di solito ti chiedono di fare anche gli incontri con le scuole, che sono remunerati, secondo la tariffa unica della Charte des Auteurs, mentre i fumettisti vanno ai festival rimborsati di tutto, ma perlopiù non pagati.
Solo alcuni festival remunerano infatti le sedute di dédicaces.

Eppure rimane un paradiso

So che per gli italiani, anche così la Francia rimane un paradiso.
Andare ai festival con il biglietto del treno o l’aereo pagati ed essere ospitato in hotel è già un sogno, per chi di solito ai festival ci va a spese proprie, viaggiando sull’interregionale, dormendo sul divano in casa di amici e portandosi i panini da casa.
Ma in una dimensione professionale seria è una condizione inaccettabile.
So che per gli italiani anche le tariffe francesi sono da sogno: da quando lavoro come art director ho molti clienti italiani e mi trovo quotidianamente a discutere budget ridicoli.

Quest’anno ho contrattato per un libro, che doveva essere un volumone illustrato a più mani, 30mila euro. Mi hanno detto che erano troppi, per cui ho detto che si poteva lavorarci a 20 mila, ma con illustratori più giovani e meno affermati.
Il cliente ci ha pensato un po’ e alla fine mi è arrivata l’offerta finale. 2 mila euro. Ero quasi soddisfatto, perché avevo capito che i 2 mila erano la mia parte; io ne avrei voluti 3 mila, ma ci potevo stare.
Invece no. 2 mila euro erano per tutto il progetto, compresa la mia parte.
Quando racconto che per un fumetto in Francia prendi 10-15 mila euro, vedo che a tanti brillano gli occhi, abituati a prenderne 1000-2000 se va bene.
Ma queste cifre non devono illudervi. La pressione fiscale in Francia è notevole, la vita costa mediamente più cara che in Italia e se devi lavorare un anno intero senza fare altro, 15 mila euro non sono poi molti. Forse possono bastarti quando hai 20-25 anni, ma con il tempo le esigenze cambiano.

Una campagna della Charte

Se gli anticipi per i fumetti si sono molto ridimensionati negli anni, anche la percentuale di royalties riconosciuta agli autori si è progressivamente abbassata,
soprattutto per gli autori jeunesse.

In merito a questo la Charte, porta avanti dal 2016 una campagna di sensibilizzazione, in cui ha chiesto a diversi autori per bambini di metterci la faccia.
Marc Boutavant, Magali le Huche, Roland Garrigue, Joëlle Jolivet e molti altri si sono prestati a comparire in una serie di poster che esemplificano molto bene il rapporto tra vendite di libri e vita reale, comparando la quantità di libri che devi vendere per fare semplicemente la spesa.

Qui si più sfogliare l’intero album dell’iniziativa de La Charte.

Occorre venderne 2 per potersi comprare una baguette, 5 per un dentifricio, 8 per un paio di calzini, 13 per comprarsi un libro tascabile, 18 per un pollo e 62 per un paio di sneakers.
La campagna ha lo scopo di sensibilizzare l’opinione pubblica sui miseri introiti di una professione artistica che smuove comunque ogni anno milioni di euro e quello di chiedere agli editori di riconsiderare la percentuale di royalties riconosciuta agli autori.
Mentre infatti per la letteratura generale la percentuale è rimasta al 10%, in questi anni per gli autori e illustratori per bambini dal 10% (da dividere tra autore e illustratore) si è scesi fino al 5% (sempre da dividere in due).
Per ora, che io sappia, da parte degli editori non c’è stata NESSUNA reazione.

Malgrado tutto, non buttatevi giù

Lo so, se avete letto l’articolo fin qui a questo punto ora sarete un po’ depressi, ma ci sono due cose importanti che NON voglio dire con questo articolo.

La prima è che ormai le cose vanno male anche in Francia, per cui non c’è più speranza per nessuno. Credo che la parola ormai sia molto abusata nella nostra società.
Con ormai si sigilla qualsiasi fallimento come definitivo e irrimediabile.
Penso che nell’economia di un paese le cose non possano sempre andare in crescendo.
Lo insegnano anche gli economisti in realtà, ma non ci facciamo quasi mai caso. Quando le cose vanno male abbiamo la tendenza a credere che sia il segno di un peggioramento irreversibile, perché quasi tutti crediamo che sia esistita, in un passato indefinito, un’età dell’oro che non tornerà più.
Ma non è così. Il fatto che in questo preciso momento in Francia le cose vadano male, non vuol dire che andranno male per sempre.

La seconda cosa che NON voglio dire è: rimanetevene a casa.
Continuate invece a inseguire i vostri sogni e i vostri progetti! Solo sappiate che se in Italia è tutto difficile, in Francia non è tutto facile.
Ma se davvero avete un sogno, buttatevi, mettetecela tutta!

Fatemi solo un favore.
Imparate un po’ di cazzo di francese.

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Asterisk Non è (più) un Paese per fumettisti – Parte 1 di 2
11/09/2017 Morena Forza in Disegno per professione / No comments

a cura di Davide Calì

Non è (più) un Paese per fumettisti – Parte 1 di 2

OVVERO
calo delle vendite e sovra-produzione
nell’editoria francese (e non solo)

Di recente, chiacchierando con alcune giovani illustratrici, mi sono reso conto che gli illustratori e fumettisti italiani hanno della Francia e del suo mercato editoriale un’idea aggiornata a circa 20 anni fa.
Per tutti la Francia è ancora una sorta di paradiso, una terra di opportunità, dove si fanno e vendono tanti fumetti, tanti libri per bambini, per cui c’è lavoro per tutti.

Per quanto tra l’Italia e la Francia vi sia ancora un gap abissale per quello che riguarda le vendite dei fumetti e anche dei libri per bambini, e sebbene quello francese continui ad essere un mercato dieci volte più prolifico e sviluppato in questo senso, credo che sia però opportuno aggiornarvi un pochino sulla situazione, che purtroppo non è rosea.

Troppi libri

La Francia vive da ormai diversi anni una crisi intellettuale, sociale, politica ed economica, nel merito della quale però non entrerò in questo articolo.
Tutto ovviamente si riflette anche sull’editoria, che da anni sconta già il prezzo di una eccessiva produzione. Di sovrapproduzione, non limitata al solo mondo del fumetto o dei libri per bambini, ma estesa ai libri in genere, se ne parla praticamente da sempre.

Se ne parlicchia in realtà. Tutto dicono che si produce troppo, gli editori amano rinfacciartelo soprattutto quando un tuo titolo non vende abbastanza: “E’ perché tu fai troppi libri.” – ti dicono. Ma nessuno diminuisce né le tirature né il numero delle nuove uscite. Le tirature in realtà si sono abbassate sensibilmente negli ultimi 2-3 anni, in proporzione diretta ai cali di vendita, ma nessuno lo ammette pubblicamente.

La legge del tomo 1

Nel mondo del fumetto non si contano ormai da anni le cifre di venduto del passato.
Venti anni fa, una serie formato Casterman doveva superare le 100 mila copie vendute perché si festeggiasse un successo, oggi ne bastano 20 mila.
Quel che capita però è questo: le majors, pensano solo a riempire i loro cataloghi di novità.
Non investono un euro in pubblicità. Se il titolo vende, bene, sennò tagliano la serie. Non investono quindi nemmeno nella continuità. Se 20 anni fa l’editore si impegnava a pubblicare almeno 3 tomi di una serie, perché certe volte ci vuole tempo perché una serie decolli (e questo lo dimostrano anche certe recenti serie TV) ora se non vende abbastanza vieni liquidato già dopo il primo, mandando così a monte anni di lavoro che, ovviamente, non puoi rivenderti altrove.
Spesso gli editori accusano la stanchezza di certi generi. “Il fumetto con gli Spitfire o gli U-boot ha stufato.” – ti dicono –“Dobbiamo fare dell’altro.”.

Tu te ne stai, ci avete provato ed è andata male. Poi l’anno dopo, il medesimo editore che non porta avanti la tua serie di Spitfire e U-boot, ne pubblica una praticamente identica. Perché? Perché hanno imparato dal mercato che in ogni caso il primo tomo vende.
Per cui se il tomo 1 di una serie non ha vendite soddisfacenti, la serie viene licenziata e ricominciano con una simile.
Sanno che il primo libro della serie si venderà comunque.
Come dicevo, nessun investimento.

Meno del minimo salariale

Perché lo sappiate, la maggior parte dei fumettisti francesi guadagna meno dello SMIC, che è il salario minimo consentito (in generale per i lavoratori francesi, non per i fumettisti).
La questione è emersa tre anni fa, quando lo stato ha deciso di aggiornare il prelievo delle cotisations, per gli artisti. In Francia infatti, facendo il fumettista o l’illustratore si può andare in pensione. Ovviamente però bisogna versare dei contributi. Fino a tre anni fa il prelievo era quasi simbolico, consisteva in una somma forfettaria davvero minima.
Ma se fare l’illustratore è un vero mestiere è giusto versare in proporzione ai propri guadagni, per cui il ministro ha imposto un prelievo dell’8%, che facendo i conti equivale a un mensilità.

La cosa ha creato una certa agitazione nell’ambiente portando finalmente a galla una realtà che i più tenevano nascosta da anni: a fare fumetti si fa la fame. Chi lavora su un album a fumetti per un anno e 10 mila euro di anticipo (lordi, poi dovrà pagarci le tasse) non può togliersi una mensilità per versare anche i contributi. Dopo l’annuncio del ministro sull’aggiornamento dei versamenti previdenziali, alcuni disegnatori, che da anni lavoravano in condizioni precarie, hanno annunciato pubblicamente il loro ritiro.

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Asterisk 5 domande a… Greta Xella
22/06/2016 Morena Forza in Fumetto / No comments

Oggi ho chiesto a Greta Xella, giovane fumettista e illustratrice romagnola, di cosa si sta occupando nell’ultimo periodo e cosa la ispira. Ovviamente, ho curiosato anche nel tema della sua storia ideata per Grimorio, antologia a fumetti sulla stregoneria!

karmapolis_xellaQuesto invece è Karmapolis, fumetto pubblicato per RENbooks nel 2015.

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Ciao Greta, raccontaci di cosa ti occupi: che tipo di disegnatrice sei?
Ciao a te e a voi!
Premettendo che sono una a cui piace “mettere le mani in pasta”, amo realizzare bambole in plastilina rappresentanti miei personaggi originali e illustrazioni su carta con vari materiali, ma principalmente sono una fumettista, amo moltissimo raccontare!

Quale parte della lavorazione preferisci? E quale invece trovi più noiosa, in una tavola?
Sicuramente amo la parte che antecede il lavoro vero e proprio… Ovvero la ricerca di reference, gli studi ambientali e dei personaggi, finendo alle cose più inutili che alla fine, probabilmente, vedrò solo io, ma anche questo mi diverte molto.

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Cosa ti ispira, e quali sono gli autori che segui e ti spingono a migliorarti?
Sono una persona che ama molto osservare…Tutto.
Sono il gatto che se ne sta sul divano per giornate intere e che sembra dormire sempre, ma invece è lì che spia.
Inoltre guardo tantissimi film e leggo libri, in modo da essere suggestionata quasi in automatico da cose che altrimenti non credo che andrei mai a cercare!
Tra gli autori che guardo maggiormente, da quando sono piccina, il primo e più costante sicuramente Hayao Miyazaki, ma come dicevo prima, la maggior parte dell’ispirazione la traggo da registi e autori di libri!

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Quali sono le tue ultime pubblicazioni e dove possiamo reperirle?
Quest’anno a Lucca mi troverete con varie pubblicazioni!
Ho realizzato delle tavole per il nuovo volume di Demon’s Daughter, un progetto di Claudio Avella sceneggiato da Claudio stesso e Giovanni Piccolo di Meglio; un capitolo intero in Curami 2, una delle ultime raccolte HOT, sceneggiata da Enrico Nebbioso Martini ed edita da Cyrano Comics; inoltre lo spin-off di Lumina 2 , un volume su Juba e Oleg, disegnato da me e Martina Andrea Batelli sulla sceneggiatura di Maurizio Carnago, con la supervisione di Emanuele Tenderini, e Linda cavallini, legittimi genitori del progetto!

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Che tipo di storia hai confezionato per Grimorio?
Ho scelto il tema dell’amore per la mia storia, ma non quello carnale, bensì quello più puro ed istintivo che si potrebbe avere per un fratello o una sorella, anche se sei figlio unico.

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Asterisk 5 domande a… Noemi De Maio
20/06/2016 Morena Forza in Fumetto / No comments

Eccomi alla terza intervista per gli autori di Grimorio, antologia di fumetto ed illustrazioni dedicata alla stregoneria nelle sue molteplici sfumature.
Oggi ci addentriamo nell’universo artistico di Noemi De Maio, una vera amante dei colori. Se non ci credete, guardate la sua strepitosa gallery su Deviantart.

E date un’occhiata ad un’intera tavola tratta dalla sua storia per “Grimorio”, in questo work in progress animato:

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1)Ciao Noemi, quando hai deciso di dedicarti seriamente al disegno e come hai capito che avresti voluto approfondirlo dedicandogli tanto tempo?

Ciao  a te,  Morena! Per cominciare, non avrei mai creduto di essere intervistata qui, su Roba da Disegnatori, lo seguo ormai da tantissimo tempo e mai avrei pensato di comparire anche io come autore (soprattutto su Grimorio, che emozione!)
Non voglio dilungarmi oltre e, per rispondere alla  tua domanda, credo di aver cominciato a pensare al disegno con serietà alla  fine delle scuole medie. Mi era sempre piaciuto disegnare e non avevo mai perso l’abitudine,  nel mio caso il disegno compensava tutte le esperienze negative che si hanno durante l’adolescenza.
Così, un po’ per tremenda indecisione, e un po’ per  amore per la storia dell’arte , ha preso forma la mia vocazione.

 

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2) Cosa ti piace disegnare e cosa invece ti mette in difficoltà?

Adoro disegnare i colli lunghi,  sono  negata nel disegnare le stelle, mi vengono fuori sempre un po’ sbilenche quasi malaticce, povere.

3) Quale fase della lavorazione di una tavola ti appassiona di più?

Il colore è la mia fase preferita.  Non importa se sia tradizionale o digitale, io adoro colorare. Scegliere le palette è appagante e occupa gran parte della fase di lavorazione di una tavola, purtroppo. Alla fine opto sempre per i blu pastello e i rosa.

 

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 4) Hai delle pubblicazioni tue o di altri autori da consigliarci? Creiamo un angolo letture di Noemi!

Oh, ma che bella domanda! Sono un’avida lettrice di webcomic americani, anche se non sono effettive pubblicazioni, ce ne sono alcuni davvero molto interessanti dal punto di vista grafico, come “Witchy”, di Ariel Ries, (http://witchycomic.com)

5) Che tipo di storia hai confezionato per “Grimorio“? Che indizi puoi darci?

Inizialmente volevo  rimanere sul  tradizionale con i cappelli a punta e le scope di saggina, l’immaginario della tipica strega. Ho cercato di rimanere concettualmente vicino a queste immagini traendo ispirazione  da un sogno, o per meglio dire, da un incubo. Così ho scritto  la storia di una  strega e della sua maledizione, una maledizione che non può essere sciolta.

Gallery di Noemi De Maio | Instagram 

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Asterisk 5 domande a… Eleonora Bruni
17/06/2016 Morena Forza in Fumetto / No comments

Eleonora Bruni, giovanissima illustratrice, fumettista e colorista, ci racconta com’è arrivata al disegno, cosa l’ha influenzata, e come scegliere degli ottimi colori per una tavola. Non da meno, ci svela una piccola anteprima del suo fumetto che sarà contenuto nell’antologia “Grimorio“.
Proprio ieri, il progetto ha raggiunto la somma minima per la pubblicazione: siamo quindi felicissimi perché il volume sarà davvero presentato a Lucca Comics 2016!

Buona lettura :)

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1) Ciao Eleonora, parlaci di te: che tipo di disegnatrice sei, di cosa ti occupi?

Ciao! Mi occupo di tre cose: illustrazione, colorazione e fumetto. Principalmente sono una colorista, ma spero a breve di riuscire a pubblicare online le mie storie a fumetti :)

2) Quali sono i temi che ami affrontare con l’illustrazione ed il fumetto, e quelli che vorresti in futuro poter trattare?

Con l’illustrazione mi piace provare a mischiare delle tematiche che mi attirano da molto tempo: demoni e cristalli. Relativamente da pochi anni, per gusti personali, ho ripreso a disegnare come soggetti delle ragazze anche grazie alle Monster High, bambole che adoro. I loro design mi hanno ispirata così tanto che ho sentito il bisogno fisico di farne anche io di simili.
Per quanto riguarda il fumetto, attualmente ho in mente due progetti che spero di avviare quest’anno. Ammetto di essere molto intimidita nel mostrare le mie storie ma bisognerà iniziare, no?

Dei progetti che ho in mente adoro prendere appunti o farmi venire in mente idee mentre ascolto musica di tutti i generi (i gruppi che mi hanno influenzata molto sono stati i Mew, My Chemical Romance, One Ok Rock e i The River Empires). Sono sempre questi i momenti che mi danno ispirazione, oltre a parlarne con amici/colleghi per consigli utilissimi!
Ho sempre preso in considerazione di realizzare i miei progetti sotto forma di fumetto come valvola di sfogo, paure e preoccupazioni che prendono vita attraverso vignette.

Devo dire che grazie a Grimorio riesco a realizzare un’altra storia a fumetti, anche se da poche pagine per me è sempre un traguardo. Le deadlines nei progetti di gruppo mi aiutano sempre a realizzare lavori personali.

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3) Quali sono gli autori che ti hanno più influenzata nel tuo percorso, a livello artistico e professionale?

Durante gli anni ho avuto moltissimi autori che mi hanno influenzata, alla base di tutto c’è stato Kota Hirano (Hellsing) e Steven E. Gordon (X-men Evolution), andando avanti con gli anni il mio stile si è evoluto abbastanza, anche grazie ad autori che mi hanno affascinata in modo molto particolare, come Alessandra Criseo (Mais2), Becky Cloonan, Bryan Lee O’Malley, Tove Jansson, Tradd Moore e Tonci Zonjic, loro principalmente per l’uso della china e una scelta stilistica che mi ha sempre colpita.
Insieme a questi aggiungo l’amore smisurato che provo per le serie firmate Cartoon Network (Dan Hipp, Rebecca Sugar, Stevie Borbolla)

4) Sei anche colorista: che consigli puoi dare a chi ancora fatica a scegliere bene i colori di una tavola illustrata o a fumetti, per strutturare una palette equilibrata e funzionante?

Sono una persona che quando può cerca di provare molti stili di colorazione, anche se con certi limiti che spero di abbattere. Ho avuto un periodo in cui purtroppo sono stata influenzata da un pensiero che io sconsiglio sempre a tutti “Cosa piace alla gente?“. E’ un pensiero che può essere preso in considerazione, ovviamente a livello commerciale, ma a livello personale bisogna prenderlo con le pinze. Io racconterò la mia esperienza personale che sinceramente non è solo un consiglio a livello tecnico ma appunto personale, e questo influisce moltissimo almeno nel mio caso sui lavori.
Guardare ovviamente quello che vi piace, cercare di ricreare esattamente lo stile che più vi aggrada, emularlo e farlo vostro. Imitare aiuta tantissimo durante lo studio, ma una volta capito il modo e la logica dietro una scelta, bisogna imparare a renderla propria.
Io ho sempre adorato le palette pastello e “psichedeliche” che sto ancora studiando per renderle il più funzionali possibile.
Il mio consiglio è anche di provare qualcosa che di vostro non fareste mai, aiuta a stimolare la mente e a migliorare gli elementi che già conoscete.
Esercizi che mi hanno aiutata sono stati anche il ricreare scene di film o semplicemente dalla vita reale per aiutarmi a differenziare i piani, partendo prima da una scala di grigi e ricrearla poi a colori.
(Purtroppo la differenziazione di piani è ancora un tasto dolente per me :P)

 

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5) Che tipo di storia hai ideato per Grimorio? Qual è il tema che ti ha ispirata?

All’inizio la mia storia prendeva una via completamente diversa. Un fantasy con un viaggiatore sommerso dalla neve. Scrivendo appunti, cercando idee non ero mai soddisfatta. Poi il tema è cambiato, un look anni 80, Brooklyn, una strega che ha voglia di portare gioia nel quartiere, ma ancora niente, avevo la base ma non la storia. Poi una luce arriva da due delle amiche che adoro più di tutti al mondo mi tirano fuori un evento successo nel 1518: La piaga del ballo.
E da qui nasce la mia storia che sarà raccontata in Grimorio: Dancing Plague.

In questa gli elementi principali saranno i colori e racconterà di come una piccola azione nata con buone intenzioni può diventare qualcosa di negativo, ma con una piccola sorpresa!

 

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Asterisk 5 domande a… Ariel Vittori (e una favolosa anteprima!)
15/06/2016 Morena Forza in Fumetto / No comments

Mi è mancato rivolgere domande ad altri disegnatori.. Ma le buone abitudini vanno coltivate, e a partire da oggi, fino alla fine del mese, sul blog appariranno delle mini interviste agli autori di “Grimorio”. Autori emergenti o decisamente conosciuti, ma tutti straordinariamente bravi.
Apriamo questa serie di interviste con una delle due ideatrici del progetto Grimorio: Ariel Vittori. Pronti, partenza, via!

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1) Ciao Ariel, che tipo di disegnatrice sei? Di cosa ti occupi?

Ciao More!
La prima domanda è una di quelle difficili per me, mi sento un tipo diverso a seconda del giorno, del mese. Quindi provo a rispondere dicendo che sono quel tipo di disegnatrice spontanea e mutevole che si adatta molto all’esigenza del lavoro corrente o semplicemente all’ispirazione del momento.

Mi occupo di fumetto in primis, ma anche d’illustrazione per ragazzi, con un piano deciso nei prossimi anni verso l’illustrazione per magazine e copertine.
Tangente all’arte anche senza che le mie mani siano coinvolte nella creazione, faccio l’interprete inglese-italiano e viceversa da Idea Academy, la fantastica scuola di Visual Development a Roma.

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2) Quali sono le tematiche che ti piace esplorare col disegno e quale tecnica privilegi per dar loro forma?

Uso il digitale, su tutto: spesso faccio storyboard e primi sketch a matita, ma neanche li scansiono, li ricreo direttamente in digitale, e raramente uso l’acquerello solo per passione, mai per lavoro. Nello specifico uso Photoshop, e molti dei fantastici pennelli di Kyle T Webster.
Mi piace raccontare la bellezza della moda e dello stile, a modo mio, e mi piace rappresentare il cibo, usare il colore come fosse sapore. Su tutto, però, e soprattutto nel fumetto, amo esplorare il contatto tra i corpi, ciò che la nudità e il movimento possono esprimere di una personalità, del modo di un individuo di vivere l’intimità, la sicurezza e l’insicurezza – da solo, o con altri.
3) Come è stato il tuo percorso di formazione e come si è evoluto il tuo apprendimento nel tempo?

Ho cominciato da totale autodidatta: a dodici anni, colta da vocazione, ho saputo che non volevo fare altro che disegnare. Quindi dai manuali non molto efficaci – “Come Disegnare i Manga” e altre cose meglio dimenticate – e il migliorare tramite il semplice disegnare continuamente qualunque cosa o persona vedessi, sono capitata grazie al web in vere miniere d’informazione, come Conceptart.org o il blog di James Gurney. Da lì ho potuto seguire tutorial più attenti su luce e anatomia, ma soprattutto ho acquisito un metodo e un approccio professionale al disegno, osservando gli altri.

Molto più avanti, ho frequentato nel 2013 il primo workshop tuo e di Ilaria Urbinati, qui a Roma: “Il Sogno e il Mestiere”. L’ho scoperto proprio grazie al blog.
Da lì, mi si sono aperte porte, ho scovato contatti, e ho cominciato il percorso che mi ha portato nel 2015 a lavorare full time di disegno, passando proprio per tutti i workshop Idea per cui ho fatto da interprete e da cui ho imparato tantissimo, da Nathan Fowkes a Julia Sardà.
Sì, la stessa Sardà che, oggi lo possiamo svelare, parteciperà a Grimorio con un’illustrazione!

4)  Quale consiglio dai a chi vuole intraprendere gli studi o una carriera nel campo del disegno?

Di non adagiarsi mai sugli allori e pensare che solo perché si ha uno stile minimalista o poco realistico, la tecnica non vada saputa. Senza basi, non si può costruire: e soprattutto avendo le basi, potreste scoprire che andavate in quella direzione e in quello stile solo perché non potevate fare altrimenti.
Dal lato opposto, di non pensare mai che basti essere bravo a disegnare. Certo è imprescindibile (o quasi, ma io mi augurerei che lo sia ad essere sincera, tranne che per certi tipi di fumetto), ma serve tantissimo altro a livello gestionale che nessuno potrà fare per voi, almeno non prima di una carriera di successo decennale, quindi abituatevici!

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5)  Com’è nato il progetto per Grimorio?

Grimorio è nato da due voci.
La prima è stata quella di Walter Baiamonte (autore di L-Tiers, candidato al premio Boscarato come autore rivelazione dell’anno) che già dalla scorsa edizione di Lucca Comics mi ripeteva: “Ma fai qualcosa? Organizza qualcosa. Lo fai con altri, dai che sei brava, fai qualcosa!”

La seconda è stata la voce di Laura Guglielmo e della storia bellissima che mi ha scritto per un’Antologia a fumetti nella quale non siamo state selezionate. Un poco insoddisfatte, ma convinte del valore dell’opera, abbiamo pensato di dargli noi una casa, ed ecco qui.

 

E per un piccolo extra… A quali pubblicazioni hai lavorato di recente?

L’anno scorso sono stata pubblicata in ‘libri veri’ per la prima volta!
Sul suolo americano con la storia breve a fumetti “Crumble Me” nell’antologia “Food Porn”: la storia sarà ripubblicata quest’autunno in Italia da Slowcomix, assieme ad altri episodi con gli stessi personaggi.
Proprio per l’Italia invece ho illustrato il libro “Voglio Fare Lo Scienziato”, per Mondadori, e sono stata selezionata come Menzione Speciale dell’Artbook “The Art of Circus” del Level Up Project.
A luglio uscirò per il magazine francese “L’Immanquable” con un fumetto breve, “A Taste of Summer”!

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Asterisk Migliaia di reference fotografiche per gli appassionati di manga
05/03/2016 Morena Forza in Disegno / No comments

Non è una novità: gli appassionati di disegno manga sono sempre di più, in tutto il mondo.
Negli anni si sono susseguite diverse pubblicazioni destinate agli aspiranti mangaka, soprattutto pensate per chi giapponese non è. In Italia, per esempio, sono molto famosi i volumetti di Euromanga Edizioni, dedicati all’anatomia, alla progettazione dei personaggi, ai personaggi maschili, a quelli femminili e perfino alla prospettiva ed alla sua applicazione. All’estero spopolano libri ancora più strettamente tematici, dedicati per esempio ai chibi o ai vampiri ed altre creature in stile manga.

Un disegno realizzato seguendo la reference di mmanga.net
Un disegno realizzato seguendo la reference di mmanga.net

Se la tecnica può essere affinata, però, rimane la difficoltà nell’ottenere pose ed ambientazioni convincenti per le proprie storie: proprio per questo, Manga no Shiryo propone per poco più di 16 dollari (pari a 1.980 yen) una serie di risorse fotografiche (reference) relative a pose ed inquadrature, ma anche sfondi e abbigliamento di personaggi manga.

Così, lo stesso personaggio si muove in queste fotografie in diverse pose, atteggiamenti ed angolazioni aiutando chi disegna a variare il più possibile il trattamento del soggetto.

manga reference manga reference

 

Unica pecca: il sito, come accade per molti siti asiatici, è solo in giapponese. Esiste però la possibilità di utilizzare un traduttore integrato al sito per gli acquisti fuori dal Giappone.

Conoscete altre risorse di questo tipo? Segnalatele nei commenti. Sayoonara! :-)

 

fonte: rocketnews24

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Asterisk Intervista a Francesca Mengozzi: è in arrivo il nuovo “Kill the Granny 2.0”
23/02/2016 Morena Forza in Fumetto / No comments

Qualche giorno fa ho contattato Francesca Mengozzi, autrice insieme a Giovanni Marcora di “Kill the Granny“, un fortunato fumetto in tre volumi (più uno) edito da Pavesio fino al 2011. Proprio in quell’anno infatti uscì “Comedy Collection“, una raccolta di antefatti e spin-off dei personaggi. Lo ricordo con molto affetto, visto che io stessa disegnai una delle storie e per me fu un’esperienza davvero formativa ed appassionante, che non dimenticherò mai. :-)
Il lavoro di disegnatori ed autori però, si scontra spesso con fattori esterni alla creatività e alla narrazione, come il mercato, la chiusura di una casa editrice, le cose della vita che ognuno si trova ad affrontare.
Così, ora che è in prossima uscita il nuovo Kill the Granny (edito da Dentiblù) sono stata molto curiosa di capire come sarà; Francesca è stata gentilissima nel fare avere a Roba da Disegnatori qualche anteprima di ciò che troveremo in fumetteria molto presto.

Per i precedenti volumi di Kill the Granny, si può fare qualche tentativo su Amazon, perché nelle fumetterie sono ormai quasi introvabili:

La cover del nuovo "Kill the Granny 2.0" edito da Dentiblù
La cover del nuovo “Kill the Granny 2.0” edito da Dentiblù

Ciao Francesca, “Kill the Granny” ritorna in una veste nuova. Ma quando è uscita la prima edizione?

La prima edizione di “Kill the Granny – I Gioielli del Gatto” risale al 2008, anche se Kill the Granny è nato nel 2006. Dieci anni. Vorrei dire: “Come passa il tempo…” ma risulterei più vetusta di Evelina.

Com’è nata l’idea di pensare a dei protagonisti così insoliti per un fumetto?

Nacquero per caso, dalla battuta che ormai tutti conoscono, quella che esclamai una sera in preda al blocco dello scrittore: “Basta! Adesso faccio la storia di un gatto castrato che fa un patto con Satana per riavere le palle!“.
Ma vorrei soffermarmi piuttosto su un altro aspetto: credo che non siano tanto i protagonisti ad essere insoliti, quanto la storia stessa.
La difficoltà sta nel preparare una ricetta originale con ingredienti semplici e comuni. Il “palato” del lettore quegli ingredienti se li ricorda, perché un po’ ci rivede se stesso/a o il proprio gatto, ma il particolare accostamento e il connubio dei loro “sapori” desta la sua curiosità.

“Kill the Granny 2.0” non è una ristampa come alcuni vecchi e nuovi lettori potrebbero pensare: in cosa consiste, allora, questa nuova uscita?

Tutto è partito quando la Pavesio, la casa editrice con la quale il fumetto è nato e alla quale dobbiamo moltissimo, ha dovuto chiudere.
I vecchi volumi stanno diventando introvabili. Abbiamo ricevuto alcune proposte riguardo la ri-pubblicazione della serie ma non ci convincevano appieno. Il nostro desiderio era quello di ridare lustro a quell’automobile impolverata in garage, un’auto con tanti chilometri che ci ha portato lontano.
Perciò abbiamo pensato ad un reboot, un riavvio vero e proprio. Dentiblù, la nuova casa editrice, ci ha dato la spinta giusta e donato l’entusiasmo di cui avevamo bisogno per realizzarlo.
Semplicemente perché disegnare il remake di Kill the Granny non ci avrebbe insegnato niente di nuovo e ripubblicarlo così com’era non ci andava.
Forse il vecchio progetto non ci rappresenta più, forse non è il momento giusto per far uscire l’ennesima ristampa. Magari un domani potremo ripubblicare la vecchia edizione, ma adesso no. Come ho scritto nel nostro annuncio sulla pagina ufficiale (eccola)”C’è bisogno di voltare pagina e di ricominciare da zero. Anzi, da 2.0“.

Col passare degli anni, immagino che alcuni aspetti dei due autori siano maturati: avete cercato di dare una nuova impronta all’impianto narrativo ed ai personaggi? Vi sentite molto diversi dalla pubblicazione del primo Kill the Granny?

Innanzitutto ci tengo a dire che abbiamo deciso di mantenere l’identità del progetto e di non cambiarne l’essenza. Il concept difatti resta lo stesso, anche buona parte della storia è simile, ma ad un certo punto gli eventi prendono una piega diversa: basta cambiare un dettaglio, all’apparenza insignificante, per generare il famoso effetto farfalla. Potremmo parlare proprio di un “what if”.
Ma la cosa più divertente è che alla fine del terzo volume della vecchia serie, “Kill the Granny – Il Gatto delle Meraviglie” (e qui attenzione allo spoilerone, per chi non lo avesse letto) Satana condanna il Gatto e Evelina a rivivere la propria vita all’infinito all’interno della “zona pippa”, il decimo cerchio infernale allestito apposta per loro: “Ma non capisci? È come un cerchio che mai si chiude!”.
Di conseguenza, paradossalmente, potremmo considerare Kill the Granny 2.0 anche come un sequel della prima serie, ma totalmente indipendente da essa.
Questa folle idea inoltre è accompagnata da un nuovo stile e un leggero restyle dei personaggi, i quali mostreranno i loro lati migliori ma anche peggiori (il dualismo del loro carattere è sempre stato fondamentale).
Riguardo noi, certamente ci sentiamo molto diversi rispetto a otto anni fa.
Voglio dire, questo lavoro sarà il frutto della nostra esperienza come disegnatori e coloristi per Disney, Ankama e Dupuis. I Tatini si sono evoluti, specialmente negli ultimi quattro anni, ovvero da quando abbiamo messo su il nostro corso di fumetto. “Insegnare ci ha insegnato tanto“, quindi quello che siamo oggi lo dobbiamo anche alle splendide persone che abbiamo conosciuto nel nostro cammino.
Ma tranquilli, lo spirito è rimasto lo stesso e i Tatini, seppur cresciuti, sono pur sempre Tatini.

Per quando è prevista la pubblicazione di questo volume?

L’uscita è prevista per questo aprile (in anteprima al Romics dal 7 al 10 aprile). Incrociamo le zampotte!

Vuoi aggiungere qualcosa? Qualche nota o spunto?

Ci tengo a precisare che la storia che hai illustrato per il Comedy Collection, Morena, sarà il cardine della nuova serie.
Infine ti saluto con la citazione di una canzone di Battiato: “Niente è come sembra, niente è come appare perché niente è reale”.
Tranquilli, non si tratta di veri e propri spoiler, al massimo sono due indizi. In che modo? Beh, non resta che scoprirlo!

Sono onoratissima e ancora più impaziente di leggere il nuovo KTG! :-)

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