Categoria: Editoria&Scrittura

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Asterisk Scrivimi una storia – autori e illustratori si incontrano
12/05/2015 Morena Forza in Editoria&Scrittura / No comments

Un anno fa ho partecipato al workshop di scrittura di Davide Calì, con Artelier.
Non sapevo che in seguito, durante le edizioni delle iniziative successive, fosse nata questa bellissima iniziativa. Lascio che Davide ce la presenti.

Uno dei libri più belli di Davide Calì, “Il nemico“, illustrato da Serge Bloch
edito in Italia da Terre di Mezzo
fonte immagine

A tutti gli illustratori e illustratrici in cerca di storie

Scrivimi una storia è una rubrica che ho inaugurato al workshop di Artelier, a Padova, e che porterò avanti in altri corsi.

Il principio è questo: spesso gli illustratori hanno difficoltà a trovare chi gli scriva una storia e purtroppo, finché non illustri una storia è difficile trovare un editore che te ne dia una da illustrare. E’ un circolo vizioso che paralizza molti illustratori per anni. Dall’altra parte ci sono gli scrittori, che scrivono storie che sarebbero illustrate ma non sanno a chi farle disegnare.

Scrivimi una storia nasce per fare incontrare illustratori senza storia e autori senza illustrazioni.

Spesso per lavoro mi è capitato di scrivere ispirandomi al book di qualcuno, per cui ho pensato di proporre questa esperienza ai corsi, chiedendo a tutti gli illustratori che hanno un progetto che sta nel cassetto da tempo in attesa di un testo, oppure che vogliono semplicemente mostrare il proprio book a degli autori in erba, di spedirmi il loro materiale.

Io lo proietterò durante i corsi. Se ne viene fuori qualche storia, saranno gli autori a contattarli direttamente.
Al primo giro ho chiamato personalmente un po’ di conoscenti, ora ho pensato di rendere pubblica la chiamata.

Tutti gli interessati possono spedire il materiale in messaggio privato a  questa pagina Facebook, specificando all’inizio del messaggio: SCRIVIMI UNA STORIA.

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Asterisk Diario Australiano – Di Davide Calì
02/10/2012 Morena Forza in Editoria&Scrittura / No comments

                     

                           IL MIO WALLABY TOUR
                                        Diario australiano di Davide Calì

ADELAIDE

Martedi 15 GIORNO 1
La prima cosa che penso mentre atterriamo a Melbourne è che andare in Australia non è poi così lunga come pensavo! Venti ore di volo con il confort di film, telefilm e videogiochi sono decisamente nulla a paragone dei viaggi che facevo in macchina quando d’estate si scendeva dalla Svizzera, quasi al confine con la Germania, fino in Sicilia, per trovare i miei nonni.

L’unico inconveniente sono due bambini che piangono praticamente per l’intero volo.
Justine mi aspetta agli arrivi. E’ l’addetto stampa di Wilkins Farago, la casa editrice che da sette anni traduce i miei album in Australia. Con lei c’è anche Anna, la moglie di Andrew Wilkins, e Owen, il più piccolo dei loro figli.
Il tempo di una rapida chiacchierata e di un succo di frutta al bar dell’aeroporto e saluto Anna ed Owen, che vedrò più tardi nella settimana. Io e Justine infatti prendiamo un aereo per la mia prima tappa del mio tour australiano: Adelaide.

Mercoledì 16 GIORNO 2
La Conferenza biennale del Children Book Council of Australia è il motivo principale del mio viaggio in Australia. Andrew mi ha fatto invitare perché io parli alla conferenza, cosa che mi spaventa un po’. Non sono molto sicuro del mio inglese e non ho mai parlato in inglese in pubblico. Ultimamente ho cercato di studiare, perlopiù ascoltando serial tv americani mentre lavoro come Everybody hates Chris o According to Jim, motivo per cui in molti diranno che parlo con un accento curiosamente americano!

 

Il mio primo giorno a Adelaide avrei già un’intervista da fare per la radio ma Justine l’ha spostata per darmi il tempo di fare pratica con la lingua. Justine è molto carina, ha 27 anni, ma dimostra 22, è inglese e abita qui da alcuni anni. Spendiamo così l’intera mattinata chiacchierando in un parco molto bello. Quando ci decidiamo a riguardare la mappa ci rendiamo conto di essere a circa 7 chilometri dalla città! Siamo d’accordo per tornare indietro in tram!
Sulla via del ritorno cerchiamo un ristorante e ne troviamo uno dove assaggerò la cosa più originale di questo viaggio: i granchi fritti. Nemmeno sapevo che si potessero friggere.
Peccato, non ho pensato a fargli una foto.

Giovedì 17 GIORNO 3

Il primo giorno è passato senza accusare minimamente gli effetti del jet-lag, ma poi scoprirò che è abbastanza normale. E’ il secondo che la differenza di fuso comincia a farsi sentire. Non passo notti insonni, ma per diversi giorni, pur riuscendo a dormire bene, avrò atroci momenti durante la giornata, a orari sempre diversi, in cui a stento riuscirò a rimanere sveglio.

E’ giovedì e ho la prima di una serie di intervista radiofoniche. Subito dopo il primo di una serie di incontri nelle scuole. La scuola è molto bella, di mattoni rossi. Hanno il campo da football australiano (si gioca con la palla ovale come il rugby ma la palla si può sia calciare che passare colpendola col pugno), ragazzi in divisa.
La sala che ospita l’incontro è la chiesa, usata anche per varie attività. Vedo due gruppi di bambini circa 80 per volta. Sono entusiasti e preparati, pieni di domande. Apparentemente il mio inglese sembra comprensibile. Più tardi Justine mi spiegherà che in effetti in Australia circa il 50% dell’attuale popolazione non è nata in Australia; è una terra molto giovane e quasi tutti parlano con una qualche tipo di accento. In effetti tra tutti quelli che consocerò qui ci sono moltissimi inglesi francesi e anche italiani che si sono trasferiti solo a poco.
Subito dopo gli incontri Justine mi passa una giornalista italiana per un’intervista al telefono.
E’ la redattrice de Il Globo, uno dei giornali che esce qui per la numerosa comunità italiana.

Venerdi 18 GIORNO 4
Finalmente conosco Andrew e suo figlio più grande, Felix. Andrew ha appena tradotto in inglese 10 petits insectes ed è contento di sapere che il secondo libro è ispirato a un film di Woody Allen che scopro essere il suo regista preferito.
Faccio contento anche suo figlio quando gli svelo che il terzo volume è invece un polpettone fantascientifico che somma tutti i clichè sci-fi ma che è perlopiù ispirato a L’Esercito delle 12 scimmie, il suo film preferito in assoluto.

Andrew mi racconta un po’ di sé. Sia lui che Anna sua moglie si occupano della casa editrice per hobby, perché hanno un altro lavoro. E’ in effetti un hobby che gli ha preso la mano e che conducono con estrema passione.
La sua idea è quella di portare in Australia libri diversi e ha deciso di farlo perlopiù con i miei che occupano circa 3/4 del suo catalogo Andrew è decisamente il mio più grande fan al mondo, l’editore che ha tradotto più miei libri.
Le cifre del venduto in Australia sono a livello dell’Italia, mi aspettavo di più. Ma scopro poi che il continente ha solo 40 milioni di abitanti, per cui a paragone dell’Italia le cifre sono migliori. Ora per alcuni miei libri ha ottenuto anche la distribuzione americana, mentre dell’ultimo uscito, 10 little insectes a breve uscirà anche l’e-book.
Al mattino ho un incontro a scuola e poi una nuova intervista alla radio. Questa seconda va un po’ meglio della prima e abbiamo più tempo per chiacchierare. Al pomeriggio andiamo alla conferenza per seguire l’intervento di Oliver Jeffers. Il suo intervento è molto buffo, una sorta di biografia in slide show. In alcuni momenti purtroppo faccio fatica a seguire perché il jet-lag mi fa chiudere gli occhi.
A cena siamo in un ristorante giapponese. Andrew ha studiato bene i miei gusti preparando il mio viaggio qui. Il ristorante è decisamente buono ma la vera scoperta gastronomica l’ho fatta oggi pomeriggio in hotel: prendete la cosa più disgustosa da mangiare.
Ce l’avete?
Ecco, ora fatene chips e friggetele. Cosa ottenete?
Chips di barbabietola! Sono buonissime!

Sabato 19 GIORNO 5
E’ sabato ed è il giorno della mia conferenza. Al mattino ce n’è una molto interessante sui libri non fiction, concentrata sui libri che parlano di animali.
Dopo pranzo è il mio turno. Collego il laptop e si va.

Ci sono circa 200-300 persone. Tutti seguono e si divertono, soprattutto quando comincio con un’involontaria gaffe, che sembra fatta apposta. Sto parlando di un libro scritto come regalo di anniversario per la mia ragazza, in cui racconto tutti i posti dove ci siamo baciati. Mentre sto dicendo però “tutti i posti dove ho baciato la mia ragazza” mi scappa il plurale.
Appena pronuncio girls invece di girl, il pubblico scoppia in una risata.
La gaffe sarà anche twitterata qualche giorno dopo.
Ma insomma, poteva andare peggio!
Dopo la conferenza dedico parecchi libri. Più tardi mi diranno che in un’ora e mezza ne ho dedicati, con firma e disegno 170. Credo che sia un nuovo record!

Domenica 20 GIORNO 6

Trascorro la domenica mattina con Andrew, la sua famiglia e Justine in un parco poco fuori Adelaide dove si possono vedere animali in libertà. Mi avvicino per la prima volta alla fauna australiana. Scopro che i diavoli di Tasmania sono molto più piccoli di quanto pensassi e che i dingo sono molto belli. I bandicoot sono estremamente socievoli, per nulla spaventati dai turisti. Basta agitare una busta di cibo che corrono a frotte. Anche i wallaby si lasciano avvicinare e toccare. I canguri sono invece più antipatici. Stesi al sole hanno un’aria leggermente supponente. Gli emù sono piuttosto aggressivi invece.

Non abbiamo abbastanza tempo per vedere tutto, quindi perdo l’echidna e il classico ornitorinco. Ma non perdo i koala però, che qui sono le vere star. Per vederli bisogna mettersi in coda. Volendo si può avere una foto col koala, ma anche per quello bisogna mettersi in coda.
Dopo una breve attesa finalmente mi presentano Serge che stamattina non sembra avere nessuna voglia di farsi fotografare. In generale i koala sono pigri e scontrosi. Dormono 22 ore al giorno e quindi hanno l’aria di essersi alzati da poco. La ragazza contratta un po’ con Serge prima che accetti di fare un paio di pose con me, ma da come mi guarda sembra pensare “Cavoli, è domenica, lasciatemi in pace!”
Owen uscendo mi fa un regalo: ha raccolto un seme dell’albero della gomma e me lo regala dicendo: “Così ti ricordi di me.”
E’ troppo dolce!

In Australia esistono molti Writers Centers, centri dove gli aspiranti scrittori si riuniscono e frequentano corsi. Sono stato invitato dal Writers Center di Adelaide a tenere un workshop nel pomeriggio. Il laboratorio va bene. Ci sono una dozzina di persone, interessate a scrivere. Alcuni sono illustratrici che hanno già pubblicato libri.
Sono molto ricettive. Quasi tutte scrivono subito, storie interessanti, molto anglosassoni, molto divertenti e spesso in rima. Personalmente non amo le storie in rima ma ammiro sempre chi è capace di improvvisare storie in rima così. finito il workshop rimaniamo d’accordo che mi manderanno per mail i loro compiti.
Abbiamo appena il tempo di salutare e io e Justine siamo già su un taxi per l’aeroporto. La seconda tappa del mio tour infatti è Melbourne. Appena superato il controllo di sicurezza un agente ci viene incontro, guarda Justine e le comunica che è stata selezionata per un controllo supplementare anti-esplosivo.
Lo fa in modo molto friendly, con lo stesso sorriso come se avesse vinto la lotteria.


MELBOURNE


Lunedi 21 GIORNO 7

L’hotel a Melbourne è in una via di costruzioni molto belle che mi ricorda Londra. Il centro di Melbourne con i grattacieli e gli alberi che virano verso il rosso (qui comincia adesso l’autunno) è decisamente più simile a New York.
Andrew mi accompagna alla stazione di una radio italiana per un’intervista, poi ci separiamo e io mi perdo per le strade della città. Pensavo fosse più semplice orientarsi in una città dalla struttura così regolare ma non è così. Mi perdo ogni 10 minuti,
Alla fine riesco ad uscire da Chinatown, ritrovo la stazione centrale, ma è ora di pranzo e ho fame.

Quindi torno indietro verso il cuore di Chinatown!
Dopo pranzo torno a piedi in hotel camminando attraverso un parco molto bello. Vedo mole gazze che in Australia scopro essere diverse dalle europee. Sono sempre bianche e nere ma con un disegno diverso.
Nel pomeriggio rivedo Andrew. ci ritroviamo davanti a una birra per discutere di qualche progetto, tra cui un mio libro francese che vorrebbe tradurre, ma anche qualcosa di originale.

Martedi 22 GIORNO 8
Stamattina ho un incontro in una scuola  di Geelong, un’ora di macchina fuori Melbourne. La scuola sembra quella di Harry Potter. Vedo tre gruppi di studenti uno dopo l’altro. Poi Justine mi porta alla redazione de Il Globo, per i quale ho già fatto un’intervista la telefono. Il giornale fa parte di un gruppo editoriale che ha anche una radio che vuole farmi un’altra intervista, in italiano.

L’intervistatore è molto simpatico. Prima di salutarci si informa sui miei gusti musicali. Ho capito che vorrebbe mettere su qualcosa che mi piace, ma la radio programma musica classica (o almeno il suo programma) di cui sono molto ignorante. Mi fa andare via promettendo che proverò ad ascoltare qualcosa, e mi consiglia l’Elisir d’amore di Donizetti.
Al pomeriggio raggiungo Andrew in una libreria dove faccio un workshop con i bambini, quindi il tempo di un caffé e abbiamo un incontro nella stessa libreria, con il pubblico.
Comincio a perdere il conto di che giorno è… e di quante interviste ho fatto.

Mercoledi 23 GIORNO 9
Ho la mattina libera e ne approfitto per lavorare un po’ in hotel. Ci sono diversi progetti che avanzano e che richiedono revisione. A pranzo Anna ed Andrew mi portano al volo a mangiare sushi, quindi Anna mi porta a scuola. E’ la scuola di Owen, che è eccitatissimo di avermi lì.
Vedo due gruppi numerosi, diverse classi per volta. In generale i bambini australiani mi sembrano molto educati, ogni gruppo incontrato in questi giorni contava circa 80 bambini, molto composti e silenziosi.
Prima di cominciare un giornale vuole fare un paio di shot fotografici. Poi la giornalista mi farà un’intervista nella pausa tra il primo e il secondo gruppo. Finiti gli incontri Anna recupera Owen e andiamo a passeggiare un pochino sulla spiaggia.
E’ una spiaggia di sabbia chiara, piena di conchiglie. Owen corre nel vento felicissimo.

E’ quasi il tramonto quando ce ne andiamo. Il battello per la Tasmania è pronto per partire e Owen è pronto per un gelato. Una volta in hotel faccio in tempo a controllare un paio di mail che è ora di uscire: stasera cucina libanese!
In effetti l’Australia non ha una cucina autoctona, quindi la sua cucina si compone delle varie cucine importate con i colonizzatori. Finora le ho assaggiate quasi tutte. Manca solo quella più australiana, cioè il barbecue! Andrew me ne promette uno prima che io parta.
La cucina libanese mi confonde sempre. Quando penso sia finita ecco che comincia sul serio!
Tornando all’hotel scopro che a parte la passione per Woody Allen ho un’altra cosa in comune con Andrew: anche lui suona la chitarra. E’ decisamente più acustico, ma ha registrato un paio di pezzi, in cui suona e canta. Siamo d’accordo che la prossima volta che vengo faremo una presentazione jam session.

Giovedi 24 GIORNO 10

La mattinata comincia con un incontro in biblioteca con una classe per lanciare Reading for Social Peace, un’iniziativa di lettura su temi impegnati, come la guerra. Sarà una delle giornate più stancanti del tour, perché devo fare diverse cose. Dopo la presentazione poso per le foto, poi ci spostiamo in una ex-fabbrica di lampadine, che oggi ospita una galleria d’arte. Ho letto in un pieghevole in hotel che a Melbourne ci sono moltissime gallerie d’arte, ma non ho il tempo di vederne nemmeno una, tranne questa.

Abbiamo appuntamento nel ristorante accanto alla galleria per un pranzo-intervista con Magpie, la più importante rivista sui libri per bambini in Australia. Subito dopo pranzo mi portano invece in un’altra scuola, questa volta di periferia. Il quartiere è molto carino ed è popolato dai nuovi emigranti. E’ piuttosto povero e mediamente solo il 30% de bambini ha accesso ai libri, motivo per cui hanno deciso di fare questo incontro. Durante l’incontro farò anche un piccolo workshop di scrittura. Il tema dell’amore li fa molto ridere e alcuni scrivono cose divertenti.
In hotel crollo sul letto e dormo per circa un’ora. Poi lavoro per un altro paio prima di cena con una serie di illustratori. La cena è in casa di due signore che una volta avevano una libreria specializzata per bambini. Ora hanno spostato l’attività in casa. Organizzano anche mostre di illustrazione che spediscono in giro, sia in Australia che fuori. L’appartamento è molto bello e sono belle anche le persone.

Venerdi 25 GIORNO 11
E’ il mio ultimo giorno a Melbourne. Finora ho avuto sempre giornate di sole ma oggi piove.
Mi alzo presto perché dobbiamo tornare a Geelong nella scuola di Harry Potter.
La pioggia rallenta un po’ il traffico ma arriviamo quasi puntuali. Incontro due gruppi di adolescenti ai quali proietto il mio lavoro su uno schermo. Come sempre ridono molto quando si parla di amore. Il libro I love kissing you li diverte parecchio. Penso che dovremmo pensare a farne un ebook animato mirato sul target degli adolescenti.

Intorno all’una sono di nuovo in hotel, non ho voglia di mangiare ma decisamente bisogno di dormire.. pisolo per un’ora poi lavoro un po’. Andrew mi ha lasciato una scatola di libri da dedicare. Sono una cinquantina e andrebbero fatti entro stasera, quindi… tanto vale cominciare!

Per le 18 Andrew passa a prendermi. Stasera si cena a casa sua! Ci sono anche Justine e due ragazze che hanno aiutato a tradurre dal francese 10 little insects. Piove ancora così non possiamo fare barbecue fuori, peccato! Per cena comunque ci sono salmone, spiedini di gamberi, birra e… ancora qualche libro da dedicare. Ma da dove escono fuori?
Domattina ho un volo presto per Sydney. Mi seguirà solo Andrew. Devo salutare quindi Felix e Owen, Anna e Justine che mi hanno seguito tutto il tempo da quando sono arrivato. Che tristezza!
No, a dire la verità non sono triste. Credo aver trovato un nuovo pezzetto di famiglia qui a Melbourne. Quindi so che ci tornerò.

SYDNEY

Sabato 19 GIORNO 12
Sydney è la Miami australiana, grandi spiagge, un’enorme baia piena di barche (e pescecani). Al mattino siamo in una libreria. Al piano di sopra mi attende un piccolo pubblico molto attento. Dopo la presentazione siamo invitati da Jeff e sua moglie a pranzo. Jeff è uno dei venditori dei miei libri e quindi Andrew ci teneva che lo conoscessi. Lui cucina benissimo! Ha preparato gamberetti piccanti con zenzero e peperoncino, patate alla senape e pesce al cartoccio. Davvero notevole.

Beviamo un Merlot prodotto da un amico. Entrambi sono musicisti. In casa ci sono diverse chitarre e dopo pranzo Andrew e Jeff improvvisano una jam. Non so come mi ritrovo in mano un banjo e improvvisamente la jam vira verso il… country? No!!!
Non sono un appassionato del genere… infatti nel mio libro 10 little insects, il musicista country.. è il primo a morire!

Comunque credo che Andrew avesse ragione sull’importanza dell’incontro. Sono sicuro che dopo il avermi conosciuto Jeff spingerà molto le vendite dei miei libri: avendo la certezza che non sarò mai granché come musicista, è meglio investire nella scrittura!
L’hotel che ci ha prenotato Anna è davvero enorme. Dall’interno si può vedere in profondità attraverso i piani. Ha la struttura di un carcere. Forse lo è stato? In ogni caso, è un carcere con piscina.

Domenica GIORNO 13
E’ domenica ed è il mio primo vero e proprio giorno libero da quando sono arrivato. Andrew i porta in giro per Sydney. Attraversiamo la bellissima baia con un battello.
Vedo per la prima volta anche l’Oceano Pacifico. Davvero impressionante.

Abbiamo giusto il tempo di girare per un mercatino prima del battello che ci porta indietro. Non ho ancora comprato nessun souvenir e qui c’è un’ampia scelta.
Un boomerang? Un didgeridoo?
Una collana di denti di squalo mako?
Un portachiavi fatto con scroto di canguro?
Sono molto indeciso….
Penso che mi limiterò a fare fotografie. In effetti da questo viaggio non porterò nessun oggetto, ma non mi piace quasi mai comprarne quando viaggio, mi sembra tutto così finto, fatto solo per i turisti. E poi penso a quel povero canguro! E soprattutto a sua moglie.
Prima di pranzo passeggiamo sulla spiaggia. Qui comincia l’autunno ma le giornate sono ancora molto miti. In spiaggia c’è molta gente che gioca a volley, parecchi surfisti.
Poi succede, tutto molto rapidamente. Un coccodrillo marino compare improvvisamente sulla riva. E’ silenzioso e velocissimo. In effetti nessuno si accorge di nulla. Prende una ragazza e la trascina in acqua. Ci rendiamo conto che sta succedendo qualcosa solo quando la sentiamo urlare, ma ormai non c’è più nulla da vedere.
Il coccodrillo e la ragazza sono già spariti in acqua.


Ovviamente non è vero. 
Ma dovevo scrivere un pezzo un po’ avventuroso per gli amici in Europa! Quando ho detto che venivo in Australia non hanno fatto che dirmi di stare attento a tutti gli animali velenosi, agli squali, al sole troppo caldo, ai coccodrilli marini!
In effetti la natura selvaggia di questo continente è molto pericolosa, ma qui siamo in città: il peggio che può capitarti è ordinare un espresso e ricevere un caffé lungo.
Dopo la spiaggia attraversiamo un bellissimo parco. Gli alberi sono spettacolari.
In mezzo al parco c’è un ristorante dove ci attende un gruppo di illustratori. Fa molto caldo, ma si sta bene. Mentre mangio rispondo alle domande per un’altra intervista che uscirà dopo che sarò partito.
Gli illustratori sono simpatici e amici di lunga data. Andrew vorrebbe fare un libro qui con me e un illustratore australiano quindi ogni incontro serve anche a conoscere possibili candidati.
Quando usciamo dal ristorante è tardo pomeriggio, il sole cala e in aria si vedono già le volpi volanti. Non pensavo che avrei potuto vederle in città, ma basta alzare il naso verso la cima degli alberi ed eccole. Quelli che sembrano grossi semi appesi ai rami sono in realtà… pipistrelli giganti!

Lunedì GIORNO 14
E’ lunedì ed è il mio ultimo giorno in Australia. A un’ora d’auto fuori Melbourne ci attende una scuola. Prima di arrivare a scuola faccio un’intervista al telefono con una radio francese qui a Melbourne.
All’incontro siamo in una grande sala. Ci avevano detto che l’incontro era con una classe ma i bambini sono circa… 250! Non hanno il cavo per collegare il Mac al proiettore e quindi dobbiamo improvvisare uno show “acustico” che funziona lo stesso. Abbiamo abbastanza tempo per un piccolo workshop. E’ la prima volta che ne faccio uno con 250 bambini, ma funziona!
Poi saluto i bambini con una lettura doppia di What is this thing called love?, letto prima in inglese da Andrew e poi in francese da me.
Decisamente siamo una bella coppia sul palco. La prossima volta dobbiamo fare uno show con chitarre.

 

Dopo la scuola passiamo da Belinda, uno dei distributori di Andrew. Lui vuole farle vedere uno dei miei prossimi libri francesi che gli piacerebbe pubblicare. Il problema principale del libro è che ci sono animali non australiani, che i bambini qui conoscono poco, e poi è ambientato al polo e in generale pare che non piacciano i libri con la neve, visto che in Australia la conoscono poco.
L’incontro dura poco. Blinda è molto gentile. Le racconto la storia facendole vedere le illustrazioni di Maurizio Quarello. Sembra piacerle. Alla fine sorride e chiede semplicemente: quando esce il li libro? Andrew è felicissimo, vuole dire che il libro si fa!
L’ultimo appuntamento che abbiamo è in una libreria, ma prima ci fermiamo per pranzo. Andrew mi porta a mangiare l’ultimo piatto tipico che mi manca di assaggiare prima di lasciare l’Australia: il fish and chips, che lui ama particolarmente, essendo inglese.
La libreria è molto carina e organizza piccoli incontri sul libro illustrato per bambini. Oggi sono io l’ospite per circa un’ora, in cui parlo del mio lavoro e rispondo alle domande, firmo i libri.
A un certo punto Andrew me ne porge uno e mi dice: “Questo è l’ultimo.”

E poi?
E poi… sembra finita.
Come… di già?
Andiamo in aeroporto dove Andrew riconsegna l’auto a nolo. Il mio volo è alle 21, il suo per Melbourne più o meno alla stessa ora.
Andrew mi ha organizzato un tour da vera rockstar. Ho fatto una conferenza, un workshop per adulti e un paio per bambini, visto un paio di migliaia di ragazzini, firmato e disegnato almeno 400 album, fatto una decina di interviste, parlato alla radio in inglese, francese e italiano.
Insomma è stata una vera maratona.
Ma è finita ed è il momento di salutarci e di dire arrivederci all’Australia!

Salendo sul volo, io lo so che non ci crederete, ma ritrovo gli stessi bambini del volo di andata.
Perfetto.
Allaccio la cintura. Bambini modalità cry on.
Si torna in Europa!

 

5 cose che ho scoperto in Australia:

1 – Il Koala è l’animale con l’alito più profumato del mondo! (in effetti, mangia solo eucalipto)

2 – I wallaby sono decisamente più simpatici dei canguri.

3 – In Australia, come in Inghilterra, guidano dal lato “sbagliato”. E’ difficilissimo abituarsi.

4 – Gli australiani sono friendly e simpatici. La vita qui è “easy” ed è facilissimo abituarsi.

5 – Il burrumundi è buonissimo: sa di oceano ed è diverso da tutto il pesce che ho assaggiato finora.

 

5 motivi per tornare in Australia:

1 – In un’intervista che mi hanno fatto prima di venire mi hanno chiesto se preferivo Vegemite o Marmite e… in quindici giorni non ho assaggiato nè l’una nè l’altra.

2 – Le beetroot chips: se mister Thomas Chipman volesse sponsorizzare il mio viaggio, mi offro come testimonial.

3 – Fare una jam con Andrew. State pronti: suoneremo molto forte.

4 – Preparare a Justine le polpette sulle foglie di limoni che faceva mia nonna. Promesso!

5 – Vedere finalmente I coccodrilli mangiare qualcuno. Ci sarà un posto dove mangiano la gente, o no?

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Asterisk Ma quanto si guadagna a far libri? – di Davide Calì
22/04/2012 Morena Forza in Editoria&Scrittura / 8 responses

Tavola di Marie Dorléans da “Vide-grenier

In molti pensano che quello del libro per bambini sia un mercato redditizio.
Di certo lo è, se paragonato al resto: i libri per bambini sono di fatto – in Italia e non solo – i libri più venduti.
Ma si può vivere scrivendo e illustrando libri per bambini?
Ho pensato di rispondere a questa domanda, rispondendo in realtà a una decina di domande-tipo che dovrebbero illustrarvi più o meno come funzionano le cose.

Nota di Morena: nella postilla, in verde acqua, mi sono permessa di indicare alcune cifre americane e britanniche che mi sono state sottoposte in questi ultimi anni, riferite a progetti di libro commerciale.

Qual è la percentuale di guadagno per un autore di album illustrati?

Il contratto standard prevede il 10% sul prezzo di copertina per l’autore, al lordo delle tasse. Se gli autori sono due, scrittore e illustratore, di norma si divide metà per ciascuno, quindi il 5%.
Il guadagno dipende poi dal prezzo di copertina e dalle copie vendute e per valutare la cifra possibile si parte dalla tiratura, che cambia da paese a paese.
In Italia ormai credo le tirature per gli album siano sulle 1000 copie, una cifra al di sotto del numero minimo (1500) per ammortizzare le spese di stampa, che però i distributori hanno richiesto per evitare di accumulare libri nei magazzini, visto che nelle librerie nessuno ne compra.
Fino a qualche anno fa la tiratura media era 2000-2500.
In Francia è 4000-5000, idem in Germania. In Corea mi pare sui 2500-3000, in Portogallo 1000, in Spagna mi pare 2000, ma per ogni lingua: di solito gli spagnoli co-editano infatti i libri in castigliano e catalano (quindi 2000+2000), poi galiziano (1000).
Su un prezzo medio di 15 euro, su 1000 copie vendute, il ricavo per l’autore è 1500 lordi, da dividere se ci sono autore e illustratore.

E se il libro è tradotto in un’altra lingua?

Sulle vendite all’estero – e su ogni genere di adattamento o riduzione, cartacea o multimediale come dvd, cinema, tv, ipad – il contratto standard prevede il 50% per l’editore e il 50% da dividere tra gli autori (25%+25%).

A che cifra viene ceduto un libro per l’edizione estera?

Dipende dal paese che compra, dal cambio delle monete, dal numero di copie che si stamperanno e dal loro prezzo di copertina.
La cifra media di cessione per un album all’estero va dai 600 a 3000 euro.
Quindi il singolo autore, che percepisce il 25%, ricaverà dai 150 ai 750 euro lordi.

Quando vengono pagate le royalties?

Le royalties sono liquidate una volta l’anno e vengono calcolate sui libri venduti nel corso dell’anno solare precedente. Ecco perché è fondamentale una buona programmazione del lavoro. Quando si è finito un libro passano mesi prima che esca sul mercato, poi va venduto. Tra una cosa e l’altra passa un anno prima di sapere come sono andate le vendite e prima di ricevere le royalties.
Nel frattempo bisogna fare dell’altro.

E l’anticipo?

Di norma gli editori versano agli autori un anticipo sulle vendite per finanziarne il lavoro. L’anticipo è una scommessa che l’editore fa, mettendosi in gioco, su un progetto in cui crede. Ovviamente l’anticipo viene scalato dal venduto, quindi se nell’anno di realizzazione il libro vende meno di 1000 copie, gli autori non percepiranno nessuna royalties perché di fatto devono ancora ammortizzare l’anticipo ricevuto. L’ammontare dell’anticipo varia a seconda dell’editore e dell’entità del progetto. Va dai 500 ai 2500 euro.
Qualche volta l’illustratore ne percepisce uno più alto dell’autore, perché il lavoro lo impegnerà di più. Ma poi l’anno seguente guadagnerà meno o anche nulla, visto che la cifra da ammortizzare è più alta.

Che cosa sono le rese e come incidono sul guadagno degli autori?

Se il distributore mette in una libreria 10 copie di un libro e il libraio ne vende, facciamo 5, vi verrebbe da pensare di aver ricavato royalties su 5 copie.
Sbagliato.
Spostare libri costa. Quando il distributore chiede al libraio di pagare i libri il libraio può avvalersi, in alcuni casi, del diritto di resa e rendere le 5 copie che non ha venduto.
Le 5 vengono sottratte contabilmente dal venduto effettivo.

Quindi abbiamo: 10 copie distribuite, 5 vendute, 5 rese.

Il calcolo delle royalties si esegue così:
5 (vendute)
– 5 (rese)
= zero royalties.

Penso risulti chiaro come affidarsi a un buon distributore sia fondamentale per vendere libri. Il distributore senza scrupoli forza la mano del libraio convincendolo a prendere in deposito anche decine di copie di un libro, con la promessa della resa. Ma poi di fatto le rese annullano gli utili, tranne che per il distributore.
Visto che la spedizione della resa è a carico del libraio, perlomeno i piccoli libraio, si ostinano a prendere esattamente il numero di copie che pensano di vendere, anche due per volta, per non rischiare di vanificare i propri guadagni con le spese postali per la restituzione dei libri non venduti.
Questa strategia, unita a un mercato che negli anni è stato il riflesso di una crisi diffusa, ha definitivamente fatto abbassare le tirature dei libri in Italia perché di fatto non uscivano nemmeno dai magazzini dei distributori. Nell’ultimo anno le tirature sono diminuite anche in altri paesi europei.

quanto si guadagna a fare libri per bambini

Dettaglio da una tavola di Gianluca Folì da “L’orso con la Spada

Se un libro che vende 1000 copie produce per l’autore un utile di 750 euro viene da chiedersi: in quanto tempo si vendono 1000 copie?

Dipende. Si può anche non riuscire a venderne nessuna. In linea di massima la regola è che almeno metà tiratura dovrebbe andare via nel corso del primo anno. Quindi sarebbe auspicabile venderne 1000 l’anno.
In Francia però il libro comincia ad essere redditizio superate le 3000 copie vendute in un anno. In Germania è la stessa cosa.

La domanda più difficile: quanti libri bisogna fare in un anno per poterci vivere?

Nessuno ha mai detto che con i libri ci si possa mantenere, tanto meno con gli album illustrati. Ad alcuni riesce, alla maggior parte degli altri, no.
Dipende da molte cose: dalla propria bravura, dall’intraprendenza dei propri editori, da un pizzico di casualità, se non vogliamo parlare di fortuna.
Credo che per essere tranquilli si dovrebbe fare 10-12 libri l’anno.
Ma è praticamente impossibile.
L’alternativa è valutare l’idea di affiancare ai libri altre attività.
Si può tenere i libri come attività collaterale ad un lavoro più convenzionale, che non ha nulla a che fare con l’editoria e che può essere qualsiasi cosa, dall’insegnare al lavorare in ufficio.

quanto si guadagna a fare libri per bambini

Una tavola di Monica Barengo da “Un giorno senza un perché

Oppure si può pensare di rimanere nell’ambiente, lavorando in un studio grafico o collaborando con riviste e case editrici a vario titolo.
O ancora espandere le proprie ambizioni e i propri campi di interesse. C’è chi tiene workshop, chi collabora con la presse, chi illustra libri di scuola o alterna semplicemente le produzioni artistiche con cose più commerciali.
In Francia, per esempio, il mercato dei libri illustrati oltre agli album offre un’enorme scelta di collane di tascabili. Sono molto curati, le storie sono simpatiche, ma paragonati agli album sembrano più “giornalini”. Ai bambini però piacciono, sono pratici da tenere nelle biblioteche scolastiche e da portare a scuola nello zaino. Contengono storie semplici e divertenti. Illustratori famosissimi come Benjamin Chaud e Marc Boutavant, ne illustrano a decine, oltre a illustrare i libri che di solito consideriamo “più belli.”

Una regola che possa valere per tutti?

Per lavorare? Non saprei. Se avete letto i miei precedenti articoli usciti in questo periodo penso sappiate già la risposta: prendere un impegno e rispettarlo.
Per i miei libri usciti in ritardo l’anno scorso, c’erano 25-30 editori stranieri che avevano prenotato la co-edizione. Ce n’erano ovviamente anche più di uno per paese e quindi questo interesse ci avrebbe garantito diciamo 8-10 edizioni straniere nell’arco del primo anno.
Ma le cose cambiano rapidamente. Gli ultimi tre anni sono stati un disastro per l’economia mondiale e il mercato del libro ne sta pagando le conseguenze, come tutti. Il risultato? Dei 25 acquirenti non ne è rimasto nemmeno uno.
Per co-editare i libri bisogna ricominciare daccapo, cercare i clienti uno per uno.
Un libro tradotto in 10 lingue può fruttare circa 14 mila euro con la prima stampa , nell’arco diciamo dei primi due anni dalla pubblicazione originale.
“Bruciare” l’uscita di un libro significa quindi che l’editore che non lo realizza brucia la propria credibilità con alcune decine di clienti e che dopo aver lavorato su un progetto vede sfumare la metà di 14 euro, cioè, 7 mila.
Gli autori ne perderanno 3500 a testa.
Penso sia facile immaginare che l’illustratore che manda in fumo anni di lavoro altrui e 10-20 mila euro, non guadagni la simpatia degli editori.

Ultimamente mi sembra che i tuoi articoli siano un po’ contro gli illustratori.
Sembri molto dalla parte egli editori, che spesso però commettono scorrettezze. Perché non parli mai di questo?

Non penso di stare dalla parte degli editori. Sto dalla parte dei progetti. La visione degli illustratori, devo dire degli italiani, è sbagliata nei confronti dell’editore. Pensano che qualcosa gli sia dovuto perché sono degli “artisti”.
In realtà fare libri non è che una compravendita in un ambito imprenditoriale (e quindi commerciale).
Un libro è un progetto che si fa insieme e io ho sempre difeso i progetti, anche quando andavano in parte contro le mie aspettative. Quando fai un libro o suoni con qualcuno, non puoi pensare che tutto venga esattemene come ce lo avevi in testa. Ho imparato a convivere con questa cosa, in funzione del progetto e non raramente andando anche incontro alle richieste personali dell’illustratore.

POSTILLA
Ci sono cifre più alte (e anche enormemente più basse!), ma è difficile fare un tariffario generale, e soprattutto concentrarlo in un solo articolo.

I libri più “commerciali”, considerati comunemente non “autorali” e quelli con poche illustrazioni interne di solito vengono pagati a forfait con cifre un pochino più alte della media. Per una cover e 6-7 interne b/n si prende dagli 800 ai 1500 euro. Qualcosa di più, a seconda del paese. Anche qui interviene il fattore cambio. Gli americani per esempio pagano leggermente più degli europei, ma con l’attuale cambio bisogna ridurre la cifra del 20% circa, ottenendo così un compenso inferiore alla media (ma con la soddisfazione di lavorare in America).

Morena: in certi ambiti, i prezzi salgono davvero. Mi sono stati proposti anche progetti da 3000, 5000 e 7000 dollari. Parliamo sempre di progetti commerciali, compresi libri gioco, popup o con finestrelle (flap books) e mi riferisco al mercato britannico e a quello americano.
Chiaramente, con queste premesse è perfettamente possibile vivere di illustrazione. A tempo pieno e come unico reddito o quasi.

Tornando all’album d’autore, che è l’obiettivo più ambito dagli illustratori, rimane il fatto che non è enormemente redditizio. Non sempre almeno.
I miei libri francesi vendono mediamente dalle 5000 copie in poi e sono tradotti in almeno quattro lingue, ma non tutti. Alcuni sono rimasti indietro. Altri sono stati un grosso successo: Moi, j’attends ha venduto circa 30 mila copie nella sola edizione francese e ha fatto una quindicina di co-edizioni. Solo quella giapponese, ristampata più volte, ha venduto altre 30 mila copie. Al memento stiamo contrattando per due cortometraggi ispirati al libro. Il libro continua ad essere ristampato ovunque e ci ha portato molti premi, ma chiaramente non è stato così per tutti, anche se almeno una decina hanno avuto 10-12 traduzioni e vinto vari premi.

Tenete conto che in generale, e questo vale per i libri per bambini (album e non) ma non solo, la percentuale di libri che non supera nemmeno le vendite minime per ammortizzare la stampa è altissima. Credo intorno al 70%, ma poi le cifre cambiano a seconda della statistica del momento.

Alla fine penso che fare libri sia come fare dischi. Scrivi dieci pezzi per un album e, forse, tra quelli ce ne saranno due che funzionano e uno che passerà alla storia.

Traduzioni e diritti
Come qualcuno commentava sul blog, i libri portano effettivamente la maggior parte del reddito dai diritti esteri. Ma credo che questo si possa dire poi di quasi tutti i libri e dei film di successo. Woody Allen ha ammesso in più di un’occasione che se i suoi film non fossero arrivati in Europa forse non avrebbe avuto i soldi per continuare a farne. Nemmeno le produzioni cinematografiche miliardarie americane quando sfondano ai botteghini arrivano a rifarsi dei costi. Gli utili cominciano ad arrivare dalla diffusione globale dei film e poi dal merchandise.

Quindi sì, tradurre è una delle cose necessarie perché i libri producano utile. Questo chiaramente incide ovviamente sulla mentalità con cui si scrivono e progettano, perché non tutti libri possono essere tradotti.
Un’alternativa è il mercato scolastico, che parte da principi distributivi diversi e che si mantiene su una logica di mercato differente, per cui i libri sono distribuiti attraverso un canale preferenziale, che non necessariamente passa attraverso le librerie.

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Asterisk Illustrazione: due parole sui concorsi – di Davide Calì
09/04/2012 Morena Forza in Editoria&Scrittura / 6 responses

Qualche tempo fa, sono stato messo in “inoltra”, non ricordo più da chi, in uno scambio di mail a proposito di un concorso di illustrazione in Italia, il cui regolamento risultava piuttosto sbilanciato a sfavore dei partecipanti.

Devo dire che il piccolo polverone sollevato dai blog che hanno postato il regolamento lì per lì mi ha fatto un po’ ridere. Mi sono detto: in Italia i concorsi hanno sempre funzionato così. Possibile che solo ora qualcuno se ne sia accorto?

Poi ho capito che no, non è da adesso che qualcuno se ne è accorto. Ma Facebook e i blog, come quello curato da Anna Castagnoli, o quello di Morena, di cui sono ospite con questo articolo, rappresentano effettivamente una novità dal punto dello scambio di informazioni che, fino a qualche anno fa, mancava totalmente.

In epoca pre-blog e pre-Facebook più facilmente nel mondo dell’editoria – ma non soltanto – ognuno si faceva fregare e si teneva le sue fregature per sé.
Se da un lato non amo le polemiche che spesso infiammano le pagine di Facebook o dei blog, né le rivolte popolari che si accendono su web, credo che queste realtà offrano interessanti e nuove sfumature di libertà e di condivisione delle notizie.

"La regina delle rane" scritto da Davide Calì e illustrato da Marco Somà | Kite Edizioni (2013)

Detto ciò, il concorso rimane una realtà interessante per chi tenta di iniziare una carriera nel fumetto o nell’illustrazione, perché è un pubblico invito a inviare del materiale. Di solito il concorso è tematico e quindi pone una prima difficoltà a chi partecipa, che però dal limite del tema riceve anche uno stimolo. Il concorso, con le sue limitazioni, il tema, le misure e soprattutto la data ultima di consegna, è la cosa che più si avvicina a quello che può capitarvi dovendo svolgere un lavoro di illustrazione.

Ma è corretto partecipare a concorsi che chiedono soldi per iscriversi, soldi per restituire gli originali, oppure che addirittura si arrogano il diritto di trattenere gli originali nonché i diritti sulla riproduzione dei medesimi? 

Sinceramente non lo so. Per quel che mi riguarda, no.
Ma ognuno ha un suo senso etico, un suo senso del giusto. Quello che posso fare però, è raccontarvi come sono i concorsi in Francia, dove lavoro.

Non so granché dei concorsi di illustrazione francesi, a dire il vero nemmeno so se ce ne siano. Ma posso fare facilmente un paragone tra quelli sui libri editi.

Negli ultimi anni i miei libri francesi hanno vinto una ventina di premi, tra cui anche alcuni molto importanti. Non vi annoio con la lista, perché non è questo che importa.
La cosa che mi ha sempre stupito è l’estrema sobrietà e cura della loro organizzazione.
In Italia i concorsi che premiano libri editi funzionano su invito: gli organizzatori scrivono alle case editrici e agli autori chiedendo copie del libro che vorrebbero candidare, in un numero che va da 5 a 10. In caso di selezione per il premio, ne chiedono un’altra decina. Quindi di fatto l’autore, o la casa editrice, partecipa al concorso auto-finanziandosi, con l’invio di una ventina di libri, che poi ovviamente rimarranno agli organizzatori e saranno probabilmente ridistribuiti tra di essi.

In Francia invece gli organizzatori dei concorsi vanno in libreria, scelgono i libri che gli piacciono, si riuniscono, selezionano i candidati al premio e semplicemente glielo comunicano. La comunicazione sottintende che non devi fare nulla e che non gli interessano ingerenze e condizionamenti di nessun genere. Solo ti chiedono, come autore, se, in caso il tuo libro vincesse, saresti disponibile a presenziare alla premiazione e incontrare qualche classe di scuola, alle condizioni della Charte des Auteurs, che da alcuni anni ha uniformato le tariffe per questo genere di interventi, oltre che formalizzato altri diritti per gli autori.
L’autore invitato alle condizioni della charte ha hotel e viaggio rimborsati, e giornata pagata secondo tariffa, per gli incontri.

Attenzione al termine “rimborsato”.
In Italia quando ti invitano da qualche parte, un festival o un premio, perlopiù “rimborsato” vuol dire che: anticipi il biglietto del treno/aereo, poi fai la fattura per il rimborso spese (sulla quale cercheranno di farti pagare l’IVA come se fosse una collaborazione), quindi aspetti un paio di mesi. Quando telefoni per sapere a che punto è il rimborso ti diranno che hanno perso la fattura e se gliela puoi rimandare. Quasi sempre entro i sei mesi – a condizione di aver fatto vari solleciti – i soldi vengono finalmente rimborsati.
I francesi ti spediscono il biglietto TGV/aereo per posta o per e-mail. Gli hotel sono sempre già pagati e quasi sempre i piccoli rimborsi (navette degli aeroporti, ecc) vengono liquidati per assegno prima che tu riparta.

Ma torniamo ai concorsi. Le giurie dei concorsi italiani si compongono di giornalisti ed “esperti” del settore che sono i veri “premiati” dei concorsi.
Dico questo perché ognuno per fare il giurato riceve un gettone di presenza, là dove ai premiati al massimo tocca di fare un libro gratis, se si tratta di un concorso di illustrazione, oppure di una bella targa se si tratta di un libro già edito.
Alcuni concorsi dispensano denaro anche ai vincitori, ma di fatto la richiesta di soldi per la partecipazione li fa somigliare molto a una lotteria alla quale in tanti partecipano, costituendo un montepremi, di cui soltanto una parte minima finisce poi al premiato, mentre il resto serve a coprire spese organizzative e gettoni vari.

"Non ho fatto i compiti perché" scritto da Davide Calì ed illustrato da Benjamin Chaud

In Francia, finché dura, sono le regioni e gli organismi di Stato – oltre che gli sponsor privati – a coprire le spese. E chi fa il giurato, che mi risulti, non percepisce nulla. Probabilmente qualcuno dopo questo articolo mi scriverà che ha fatto il giurato a qualche concorso italiano senza percepire nulla. Le cose possono essere cambiate in anni recenti, ma sinceramente non ci credo molto.
Forse non tutti i concorsi prevedono un gettone per i giurati, ma parecchi sì, che abbiate voglia di ammetterlo oppure no.
Quanto ai premi francesi, pochissimi premi pagano in denaro, diversi tra quelli che ho vinto non prevedevano nemmeno un foglio di carta. Ma la campagna di stampa che fa seguito al premio mette in risalto e nelle vetrine di tutte le librerie il tuo libro, che poi è l’unica cosa che serve veramente.

Io in Francia di fatto sono diventato famoso al mio quinto libro: Moi, J’attends (Io aspetto, qui l’articolo su RDD).
Il Prix Baobab nel 2005 segnò la svolta: ovunque vado ancora si ricordano che ho vinto quel premio. C’era anche una discreta somma da dividere con l’illustratore, ma la spinta che il premio diede al libro e al mio lavoro di autore è senza prezzo. In Francia molto spesso i premi sono votati in tutto il Paese da comitati di bambini, oppure di librai o di genitori. Questa elezione “democratica” è un’altra cosa che in Italia manca. Se guardate le giurie dei concorsi ci sono sempre gli stessi nomi.
In Francia esistono premi della critica ma anche moltissimi in cui gli organizzatori semplicemente “selezionano” i libri che poi saranno votati dal pubblico.
Detto questo: nessuno mi ha mai chiesto di regalar nulla, se non del tempo per un piccolo soggiorno. In molti casi mi è arrivata semplicemente la comunicazione che il libro era stato premiato. In altri, come in Spagna e Svizzera, sono stato invitato a ritirarli.

Il premio Enfantaisie che ricevetti in Svizzera nel 2006 (per Piano Piano, Editions Sarbacane) fu quello che mi stupì di più, innanzi tutto perché il partner del premio era Migros, una catena di supermercati. Migros reinveste parte dei suoi utili per comprare parchi e mantenerli perché il pubblico (non necessariamente di clienti
Migros) possa accedervi gratuitamente. E proprio in uno di questi parchi siamo stati invitati a Losanna io, Eric Heliot – illustratore del libro – ed alcuni bambini con le loro famiglie.
Legato al concorso infatti ce n’era un secondo. Ai bambini che votavano il loro libro preferito con un apposito cartoncino distribuito al supermercato, era stato chiesto anche di dare un titolo alternativo al libro che avevano scelto. Una volta dichiarato vincitore il nostro libro, vennero scelti i cinque titoli alternativi più belli e i cinque autori furono premiati con una domenica a pranzo con noi. Migros ci invitò quindi a pranzo, con le famiglie dei bambini che ricevettero un buono per acquistare libri. Ora non ricordo la cifra in franchi svizzeri, ma mi pare fossero circa 300 euro per ogni bambino.

Ecco come vanno le cose fuori dall’Italia. Forse penserete che io viva una realtà diversa, professionale, mentre quando si parla di concorsi spesso si tratta di una fase pre-professionale, ma non sono d’accordo.
La mentalità è la stessa. Continuamente ricevo mail di concorsi italiani che mi vorrebbero come autore partecipante, salvo richiedere l’invio gratuito, e a mie spese, di copie dei miei libri. Quindi il criterio di selezione delle opere non è una scelta critica, ma l’invio di libri gratis.

A questo punto la domanda finale che vi gira per la testa penso sia: “Devo partecipare o no ai concorsi?”
Non ho una risposta.
Come ho scritto nella premessa di questo articolo, i concorsi hanno un loro motivo di esistere. A me non sono mai piaciuti molto, ho partecipato a una marea di concorsi, ma solo quando avevo 15-16 anni.
Da quando lavoro in Francia dell’Italia non so un granché, ora forse ce ne sono di interessanti che non conosco, ma sinceramente non credo. Per quel che so nessun concorso significa veramente qualcosa, in termini di riconoscimento.
So che alcuni pagano premi in denaro, ma dal punto di vista della visibilità contano meno di niente; altri danno una minima visibilità ma richiedono spese di partecipazione che dovrebbero essere coperte dall’ente organizzatore e dai suoi sponsor. Questa è la mia opinione naturalmente. Ma francamente chi non ha i soldi per allestire un concorso semplicemente non dovrebbe farlo.

Chiedere il contributo a chi partecipa mi sembra davvero penoso.

In ogni caso, i concorsi vinti, non fanno curriculum.
Questo vorrei fosse chiaro: nessuno ti chiede, quando presenti un progetto o un book, se hai vinto dei concorsi. Agli editori interessano progetti e buone mani a cui affidarne. Il resto serve a fare conversazione.

Davide Calì

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