Categoria: Creatività

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Asterisk Disegnare per conoscere il mondo: il racconto di Josep Pla-Narbona
09/07/2017 Morena Forza in Arte / No comments

Se seguite il blog da un po’, sapete che una delle mie più grandi curiosità è sbirciare nei dietro le quinte di altri creativi. E non importa di cosa si occupano: guardo video e interviste di pittori, illustratori, registi di videoclip, designer, scenografi, fino ad arrivare agli attori.

Mi piace conoscere il loro approccio all’attività, le motivazioni profonde che li spingono a disegnare, suonare, recitare; mi piace trovare un po’ di me stessa nei loro ragionamenti e nel loro sentire e, al tempo stesso, ricordarmi che siamo tutti diversi.

Qualche volta ciò che vedo e ascolto mi piace, ma non sempre. Stavolta ho avuto un vero e proprio colpo di fulmine e voglio condividere con voi i pensieri di Josep Pla-Narbona, artista di Barcellona, raccolti da una persona che lo conosce molto bene: sua figlia, Anna Pla-Narbona.

Il video è in spagnolo, i sottotitoli in inglese. Sotto il video trovate la trascrizione in italiano.
Mi scuso in anticipo per eventuali inesattezze, la traduzione si basa sui sottotitoli in inglese e ho già sentito ad orecchio che non coincidono in modo letterale, ma il senso si coglie tranquillamente. :-)

“Chi sono io? Sono un completo sconosciuto.
Fondamentalmente, sono un disegnatore, questo è sicuro.
Da quando mi ricordo, per scappare dalle mie preoccupazioni, portavo sempre con me uno sketchbook e una matita e continuavo a disegnare.
Il disegno è una finestra da cui liberare le proprie ansie.
E disegnando, si impara a pensare. Perché chiaramente, per poter disegnare qualcosa, devi prima capirlo e per capirlo sei obbligato a pensarci.

Ai tempi in cui avevo questa pazzia di disegnare, disegnare e disegnare, l’economia del Paese andava bene e un sacco di agenzie pubblicitarie si erano avviate; il che dava una possibilità a tutte quelle persone con degli obbiettivi artistici e aspirazioni, come me, di lavorare e disegnare per loro.

La pubblicità mi era anche utile per andare a fondo dell’animo umano, la parte più profonda della psicologia delle persone. Era l’epoca della psicoanalisi, l’epoca di Freud, Adler, era il tempo in cui le cose che erano state nascoste sotto il tappeto uscivano alla luce.

Ero fortunato ad avere uno stile molto personale, disegnavo a modo mio e questo facilitava le persone a riconoscere il mio lavoro.
Però, allo stesso tempo, i puristi dell’industria pubblicitaria, lo consideravano un difetto. Io la ritenevo una virtù grande e vantaggiosa.

Veramente, sono sempre stato un essere molto molto molto emotivo e i problemi della mia vita privata mi hanno messo profondamente in difficoltà. Per 10 anni sono stato depresso, il che significa che sono stato piuttosto fuori dal giro.
E’ stato mentre attraversavo questo momento intenso della mia vita, che ho deciso di dedicare il mio tempo alla pittura.
Sentivo che dipingere mi dava molta più soddisfazione della pubblicità.
Probabilmente, visto che sono ancora un po’ ingenuo, pensavo che la pubblicità fosse una trappola inadatta a me o a chiunque altro.

Per me, dipingere è una terapia di tranquillità e rilancio della mia coscienza.
In altre parole, la pittura è stata una salvezza psicologica.

Le emozioni sono difficilissime da raffigurare perché non hanno confine. Non hanno mura né soffitto.
Le emozioni sono come le nuvole; una volta che le metti in una scatola sono impossibili.
Le emozioni hanno questo lato negativo, ma è questo che fissa le basi per l’Arte.

Capire me stesso è una delle cose più complesse in cui mi sono imbattuto nella vita.
Quando dipingo e disegno mi riconosco davvero, ma sono solo brevi momenti, minuscoli pezzetti di esistenza.
Una volta che si verificano, praticamente si sciolgono nello spazio.”

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Asterisk Le cose che servono per disegnare
22/03/2016 Morena Forza in Creatività / 4 responses

Ieri sera Marianna Balducci (altresì conosciuta come #chidisegna) ha disegnato e pubblicato questa dispensa di verità.

© Marianna Balducci
© Marianna Balducci

Il talento, la buona mano, un pizzico di magia… Tutte cose che migliorano il disegno, ma stiamo attenti a non idealizzare troppo!
Imparare che ci occorre tanto tempo per ideare, tracciare e migliorare, ci fa acquisire più rispetto per ciò che facciamo. :-)

Per seguire le spiritose e veritiere tavole di Marianna:

Il suo sito
Il suo account Instagram

 

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Asterisk Quasi un milione di risorse gratuite grazie alla NY Public Library
24/10/2015 Morena Forza in Creatività / one comment

Solo poco tempo fa avevo scritto delle 4000 pagine del Paul Klee Zentrum, del milione di immagini in download gratuito da parte della British Library; e poi di libri gratuiti da potere scaricare in PDF dal sito del MET Museum e del Getty Museum.

La notte (insonne) mi ha portato consiglio e la scoperta di un’altra interessante fonte di immagini e video gratuiti, stavolta grazie alla New York Public Library, che ha raccolto quasi un milione di documenti liberamente accessibili dal suo sito: eccolo a questo link. (Ma musei e biblioteche del mondo stanno facendo a gara per condividere più materiale possibile? Me lo sto chiedendo.)

Devo essere sincera: appassionata come sono di foto antiche e di Storia dell’Arte (e dell’Illustrazione) mi sono persa a sfogliare senza posa. Sono i miei sabato notte preferiti, questi. :-)

Noè Bianco (1490-1510)
Noè Bianco (1490-1510)

Questo della NY Public Library è vero e proprio database con materiale aggiunto quasi quotidianamente, che comprende stampe, mappe, fotografie, video, manoscritti e spartiti. Perfino delle scansioni di tessuti e passamanerie di primi Novecento!

Appassionati di tessile e pattern come me? Scoprite i piccoli tesori di questo archivio!
Appassionati di tessile e pattern come me? Scoprite i piccoli tesori di questo archivio!

Non solo grandi numeri però: queste immagini sono ingrandibili (alcune anche nel dettaglio) e stampabili!

Le gallerie possono essere navigate tramite parola chiave (keywords) digitata nell’apposito campo, oppure selezionando le raccolte organizzate dai webmaster che curano il progetto.

L’Oriente non è certo stato escluso da queste preziose raccolte:

Hagino Yoshiyuki (1908)
Hagino Yoshiyuki (1908)
Hagino Yoshiyuki (1908)
Hagino Yoshiyuki (1908)

E’ straordinario pensare a come internet ha completamente rivoluzionato il modo in cui possiamo effettuare una ricerca ed allargato l’immenso bacino delle fonti di ispirazione.

Certo bisogna farne buon uso! Senza eccedere: perché se è vero che avere a disposizione un’infinita scelta di soluzioni su cui basare i nostri disegni, a volte questo può portare a sentirsi sopraffatti e perfino bloccati. Come ho detto ad alcuni dei miei corsisti: reference sì, ma fino ad un certo punto. Non bisogna creare un’autentica dipendenza da reference ed immagini per ispirarsi.

Ernst Kreidolf
Ernst Kreidolf

Post scriptum (se mai possiamo chiamarlo così in questo frangente) :
Qualcuno sulla pagina Facebook mi ha scritto “Non solo illustratori ti seguono!” e io lo so. Ma è normale che l’illustrazione abbondi su Roba da Disegnatori, del resto sono un’illustratrice.

Beatrix Potter
Beatrix Potter

Come tale, segnalo che su questo immenso archivio di immagini sono presenti interi libri d’epoca per l’infanzia (picture books) liberamente sfogliabili. Eccoli tutti a questo link; sulla sinistra è possibile navigare i vari titoli. Buona visione!

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Asterisk Vi presento un morbido bassotto!
04/10/2015 Morena Forza in Creatività / No comments

Era da qualche tempo che mi frullava l’idea di portare con me il bassotto per viaggi e tappe di workshop. E allora mi sono detta: come potrei fare?

In questa impresa sono stata gioiosamente sopportata dalla mia amica e collega Simona Sanfilippo e dalle sue manine di fata. Ormai sono sua cliente da tempo: ho comprato da lei, puntaspilli, borsine, astucci, spille di feltro… Perciò non avevo dubbi: avrebbe fatto un lavoro meraviglioso.


Ricevere il bassotto per posta è stato proprio strano!

Ecco alcune fotografie della lavorazione al bassotto, che proprio Simona mi ha spedito. Grazie di cuore! :)

Ah… lo sapevate? Periodicamente, Simona prende commissioni. Trovate i suoi lavori sul suo blog: Incantamenti.
Poi non dite che non ve l’avevo detto! :-)

Fotografie di Fabrizio Sanfilippo
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Asterisk La semplicità e l’importanza di un sorriso: la storia di Harvey Ball, il papà dello smiley
15/06/2015 Morena Forza in Creatività / No comments

In pochi lo sanno, ma lo smile (o smiley) così come lo conosciamo è nato da un disegno commissionato.
E’ il 1963 a Worcester, nel Massachusetts. Il morale tra i dipendenti della Mutual Life Insurance Company è ai minimi storici per via di un’acquisizione indesiderata. Già a quell’epoca era risaputo che tristezza e scarsi stimoli inducono i dipendenti ad una produttività drasticamente ridotta.
Per questo, uno dei direttori chiede ad Harvey Ball di inventare qualcosa che rallegri l’atmosfera. Deve essere semplice ed immediato, per essere stampato su poster da affiggere negli uffici dell’agenzia di assicurazioni.

Harvey Ball nel suo studio
Harvey Ball nel suo studio

In dieci minuti il signor Ball crea qualcosa che diverrà riconoscibile a livello globale e passerà alla storia sotto diverse forme: lo smile. La faccina sorridente che abbiamo visto su qualunque forum o chat e, ancora prima su spille, stampe, stickers, indumenti.
L’inizio di questa stampa seriale e di una diffusione senza precedenti avviene circa dieci anni dopo la sua ideazione. La semplicità del disegno è accattivante e piace a tutti, così come avverrà per altri disegni stilizzati divenuti celebri.

Paradossalmente, questa idea che si è trasformata in un’icona internazionale è stata pagata meno di 50 dollari al suo disegnatore; Ball non ha mai pensato di registrare come marchio l’immagine, con il risultato che in pochi anni finì con l’essere di dominio pubblico. In un’intervista, Harvey Ball ha affermato che questo non gli ha mai dato fastidio; piuttosto gli è piaciuto pensare “di aver fatto sorridere il mondo”.

Un vero amante del suo lavoro.
Nel 2001, in sua memoria, è stata fondata la Harvey Ball World Smile Foundation.

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Asterisk Il momento magico
12/03/2015 Morena Forza in Creatività / 5 responses
Un momento può essere una manciata di secondi oppure un intero periodo.
Ci pensavo proprio la scorsa settimana, quando mi sono vista anticipare la consegna di dieci giorni da parte di un editore. In meno di sette, ho lavorato a nove tavole definitive doppia pagina.
Con mio grande stupore mi sono messa febbrilmente al lavoro con una grande voglia di farcela. Non senza sfregarmi le mani e prepararmi la ciambella ortopedica che, in seguito all’incidente dello scorso febbraio, mi sta aiutando a non consumarmi il coccige sulla mia sedia Ikea finto-ergonomica.
Nonostante lo stress della richiesta e il pochissimo tempo con cui avrei potuto disegnare mi sono messa a riflettere con una certa concentrazione ad un momento molto ben definito, mentre impilavo uno sull’altro i matitati approvati che avrei dovuto colorare in Photoshop.
Immaginate il silenzio e la concitazione delle 23, unico rumore quello dello scanner che scansiva i matitati uno dopo l’altro.

Nel mentre, mi sono trovata a pensare a lui… al momento magico. Oh si: è un momento molto preciso della vita di un disegnatore. Naturalmente ce ne possono essere diversi.

Ma quello di cui vorrei parlare in questo frangente credo sia unico.

Studioa Peru
Negli ultimi due anni, in cui ho tenuto diversi workshop, ho rivisto negli occhi di molti corsisti la stessa fame e la stessa ingordigia che illuminavano i miei cinque anni fa.
Ho trovato indoli combattive, musi lunghi, portfolio incasinati, veri talenti ricoperti da una patina spessissima di insicurezza, al contrario talenti decisamente acerbi supportati invece da una sicurezza eccessiva che sfociava forse nella presunzione.
Insegnare ti apre la mente, lo trovo meraviglioso: ti fa notare le differenze da una persona all’altra, ma soprattutto l’enorme analogia di fondo che le unisce tutte.
La maggior parte delle persone che incontro durante i workshop e dei lettori che mi scrivono durante l’anno sta vivendo chi più chi meno, il momento magico.


Esattamente come me cinque anni fa, loro non lo sanno. Non ne sono consapevoli.
Forse per essere magico, questo momento deve essere un po’ celato, non saprei. “La bellezza delle cose ama nascondersi” cantava un po’ di anni fa Carmen Consoli.
Un pizzico di riflessione farebbe bene per rivalutare certi struggimenti che ci troviamo ad affrontare durante un momento che per essere magico passa per distruzione, frustrazione, rabbia, sconcerto, senso di inadeguatezza, sentimenti contrastanti.
Io avrei voluto che qualcuno cinque anni fa mi avesse detto con tono un po’ rassicurante e con un sonoro scappellotto “Smettila di struggerti. E goditi questo momento magico.”

 

E allora scrivo questo post perché tutti quelli che mi scrivono e che incontro ai miei corsi lo sappiano e si rendano conto del punto in cui si trovano.

Siete in uno stato di grazia da cui non si torna indietro: passerà, è naturale che passi, ma godetevelo.

Essere uno studente è un momento magico.
Essere un principiante in quasi tutto è un momento magico.
Essere un perfetto signor nessuno, sconosciuto per chiunque è un momento magico.
Essere un hobbista è un momento magico.
Non essere ancora un disegnatore professionista è un momento magico.

Prima che pensiate che tredici ore di lavoro al giorno mi abbiano sconclusionata del tutto vi spiego perché.

Cercando podcast e letture, leggendo manuali ed ascoltando interviste, passa uno strano messaggio, che è questo: “il momento magico è quando finalmente pubblichi il tuo primo libro, ricevi la tua prima commissione da un’agenzia di pubblicità, partecipi alla tua prima presentazione ad un salone di fumetto, fai la tua prima dedica, hai una copertina sul New Yorker, hai illustrato l’articolo più prestigioso dell’anno.
E invece no. Ho già fatto alcune di queste cose e ho scoperto che non erano il mio momento magico.
Ne sono rimasta un po’ delusa, poi ho capito.
Studioa Peru
Il momento magico, quello che mi viene in mente mentre arranco alla dodicesima ora davanti a Photoshop per finire la tavola da spedire in nottata è quello che comprende tutto il mio periodo di prima crescita come disegnatrice.
Potremmo parlare di infanzia artistica?
Quel periodo in cui non ero carne né pesce, non sapevo cosa avrei fatto dei miei disegni, dove dirigermi. Quello in cui mi piaceva un po’ tutto e guardavo con immensa ammirazione (qualcosa che si avvicina all’incontro con una divinità) artisti che ho poi incontrato di persona e visitato nei propri studi ed atelier e ho scoperto essere persone come me, con una macchia di caffèlatte sul maglione (non dirò mai di chi si trattava) e dei capelli senza piega e la barba sfatta da troppo tempo, anche se poi sui social sembrano tutti perfetti e senza un capello fuori posto, col sorriso di rappresentanza e i colori giusti sullo sfondo.
Era il periodo in cui mi sembrava tutto inarrivabile e non sapevo come fare, perché non ti danno le istruzioni per l’uso per fare questo mestiere e anche quando te le danno sono indicazioni generiche che andranno cucite su di te, sui tuoi disegni, sulla tua personalità e sul tuo personalissimo ed unico potenziale, sulla voce che nessuno ha uguale alla tua. Proprio così: nessuno al mondo.
Quel momento è magico. Si ripropone, quando si cresce all’interno di una carriera artistica o anche solo quando si coltivano aspettative legate al proprio disegno. Ma non sarà mai più così. Non avrà mai quel sapore di inevitabile ingenuità.


E di sogno, e di visioni ad occhi chiusi.


Negli anni a venire della vostra vita e forse della vostra carriera, non ci saranno più sperimentazioni così genuine, così intense nel modo di svilupparsi, così selvagge ed istintive, così pure perché prive di calcolo.

Imparate a godervi il momento magico: questo è il momento del divenire, della trasformazione, è quel momento in cui potete permettervi tutto e il contrario di tutto.
Nessuno ha ancora idea di chi voi siate ed è meraviglioso. Provate tutto, senza vergogna e senza rendere conto a nessuno, nemmeno a voi stessi.
E per quanto riguarda me… Sono molto scontenta di dove mi trovo.
Non mi basta, e sto ricominciando ad incamerare una certa ingiustificata ammirazione per alcune persone che probabilmente scoprirò avere a loro volta una macchia di caffèlatte sulla manica del maglione.
Mi sa che sto attraversando un altro piccolo momento magico… Forse è il momento di sapermelo godere?
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Asterisk 7 tipi di blocco creativo: riflessioni nate da un articolo di Mark McGuinness
22/07/2014 Morena Forza in Creatività / 3 responses

Qualche volta capita di imbattersi in una lettura illuminante, e di perderla subito.

Mi era capitato fra le altre volte, qualche mese fa, con un articolo a cui trovai accesso via Twitter ma mi dimenticai di salvarlo nei Preferiti.
L’ho cercato per mesi inutilmente, era sparito nel nulla. Ogni tanto mi tornava in mente e ricominciavo a cercarlo con esito sempre negativo.
Poi l’altra notte, mentre mi rigiravo nel letto alle tre, ho acceso il tablet per trovare sollievo in un po’ di lettura e all’improvviso ricordavo il titolo che avevo cercato per mesi; gli amanti della teoria junghiana della sincronicità potranno pensare che era arrivato il momento giusto per riscoprirlo. Chissà.
Visto che si è ripresentato sotto ai miei occhi dopo questo post dove ho scritto del mio enorme blocco creativo, ho pensato che potesse essere un buono spunto anche per chi legge il blog.
E’ un post lungo, ma prometto che è interessante e che tocca dei punti vivi per molti noi.

Non si tratta di una traduzione, per una questione di tempistiche, ma anche perchè vorrei solo porre l’accento su quello che per me è stato più prezioso per farmi riflettere.
La lista è riportata completamente e nell’ordine in cui è stata letta.
L’articolo integrale in inglese, scritto da Mark McGuinness, è reperibile a questo link.



7 Tipi di Blocco creativo

1 – Il blocco mentale

Il blocco mentale, scrive McGuinness, è quando si resta intrappolati nel proprio modo di pensare, così tanto da non vedere altre possibili soluzioni. Partendo dai propri schemi mentali famigliari, riutilizzati di volta in volta, l’approccio al problema diventa limitato e limitante ed è viziato dalle proprie convinzioni.

Soluzioni: 
Chiedersi “E se?”
Da qualche tempo sto provando ad utilizzare il “E se?” a volte perfino pronunciandolo ad alta voce e facendolo seguire da un silenzioso guizzare di alternative. Sono due parole magiche.
Ho scoperto che dopo un “E se?” viene sempre qualcosa.

McGuinness suggerisce di cambiare mentalità partendo dai gesti più semplici. Andare in un luogo dove non siamo mai stati, leggere o guardare o ascoltare qualcosa che non abbiamo mai provato.
Su questo argomento potrei dilungarmi molto ma vi accenno solamente che per quanto riguarda la musica ho imparato ad ascoltare proprio qualunque cosa; di volta in volta mi piace esplorare filoni a cui non mi sono mai interessata, dalla rinascimentale al jazz al country/blue grass, allo swing, al rock and roll… Ognuno di questi è stata una scoperta. La musica contiene interi mondi tutti diversi e dato che non è fatta di immagini, siamo liberi di coglierne le suggestioni e vedere ciò che vogliamo, magari ad occhi chiusi.

Sempre a proposito del blocco mentale, viene suggerito anche di chiedere a qualcuno di cui ci fidiamo molto un parere contrario alla soluzione che abbiamo trovato. Questo non l’ho mai fatto e mi incuriosisce molto.
McGuinness consiglia anche delle carte che definisce molto utili, nell’articolo.
Non ne conoscevo l’esistenza. Sembra che favoriscano il pensiero divergente. A proposito, ne avete mai sentito parlare?

La prima volta che mi è stato accennato stavo chiacchierando con un mio amico che si è laureato in psicologia di cui è appassionatissimo almeno quanto lo sono io di Arte; con lui l’argomento viene sviscerato periodicamente e così leggendo questo articolo di McGuinness mi sono tornate in mente le nostre conversazioni.
Il pensiero divergente consiste nel trovare per un problema delle soluzioni che rompono con gli schemi preesistenti, per questo crea letteralmente qualcosa di nuovo. 
Secondo molti studiosi è proprio il pensiero divergente che caratterizza i creativi più floridi e luminosi del passato e del presente.

2 – Una barriera emozionale

“La creatività può essere qualcosa di intenso” scrive McGuinness – “Non è una ricerca rassicurante“.
L’atto creativo è sempre preceduto da un lavoro interiore di ricerca, anche su noi stessi visto che lavoriamo con l’espressione della nostra natura, e a volte ciò che scopriamo può non metterci a nostro completo agio o addirittura farci paura. Le ansie che possono scaturirne secondo l’autore dell’articolo non sono che una forma di resistenza e portano a qualcosa che conosciamo spesso molto bene, cioè la procrastinazione.





Soluzioni: 
Le paure e le ansie devono essere in parte conosciute, accettate e poi affrontate, è inevitabile se si vuole smettere di scappare e rimandare la svolta.
Secondo McGuinness porsi degli obbiettivi e praticare meditazione può aiutare.
Io pratico entrambi e questo tipo di blocco si è eroso tantissimo nel tempo. Meditare dà la possibilità di svuotare la mente, non è “pensare” come credono erroneamente alcuni di noi ma proprio l’opposto. E quando si sgombera la mente, qualcosa di rinfrescante e rigenerante accade in seguito. C’è spazio per nuove idee, nuove sensazioni e nuovi punti di vista (vedasi punto uno).
Conoscere le proprie paure, sostiene lo scrittore, può essere come tuffarsi nell’acqua gelata di una piscina: in un primo momento il gelo entra nelle ossa e si prova un effetto shock, ma poi ci si sente rinvigoriti.
Anche pianificare è un grande aiuto: mettere nero su bianco (o il contrario, se come me amate le lavagne) ciò che bisogna fare o un intero piano di azione ci dà modo di ragionare con più consapevolezza e ordine.

3 – Abitudini disfunzionali nell’ambito lavorativo

Qui si va sul pragmatismo e mi ritrovo molto nel tipo di problematica che McGuinness esamina.
A volte, sostiene, non ci sono grandi drammi alla base di un blocco: semplicemente siamo impantanati in una situazione non adatta a noi e stiamo provando a lavorare con un approccio non compatibile con il nostro processo creativo. Questo mi fa sorridere perchè mi fa pensare che noi disegnatori abbiamo molte analogie, ma siamo anche molto diversi fra noi, e spesso quando ci viene impartito un metodo a scuola o a dei corsi o attraverso i consigli di qualche amico o collega, ci sentiamo sbagliati se quel modo di procedere non fa per noi; ci sentiamo fuori standard. Perchè se per il mio amico funziona, io non riesco?
Se ci troviamo a farci questa domanda, chiediamoci se siamo in sintonia col flusso di lavoro personale.
Cosa intende McGuinness per “abitudini”?
Tutti i comportamenti che mettiamo in atto quando ideiamo qualcosa, ancora prima di disegnare: “Lavorare troppo presto, troppo tardi, troppo a lungo, o non abbastanza a lungo. Provare troppo ostinatamente o non abbastanza. Non fare abbastanza pause o non avere abbastanza attività stimolanti.”
Anche occuparsi non abbastanza o troppo a lungo delle attività ordinarie (ovvero quelle di ufficio) come rispondere al telefono, controllare e rispondere alle email, tenere la contabilità, il planning, potrebbe consumare le nostre energie mentali, disperse quindi in qualcosa che di creativo non ha nulla.

Soluzioni: 
Fare un passo indietro e osservare come un esterno i punti deboli delle nostre abitudini in ambito lavorativo.
Se si è sempre stanchi, cercare di capire se lavoriamo in un orario sbagliato della giornata, se si è schiavi della routine creare degli spazi di improvvisazione e se viceversa si è del tutto disorganizzati e questo ci fa disperdere le energie mentali e fisiche, creare una struttura più articolata che disciplina il nostro tempo.

Io per ora ho conosciuto parecchie persone (freelancer e non) che si dicono molto stanche, prive di energie, che mi chiedono “Ma come fai a fare tutte queste cose? Io arrivato alle 14 voglio già andare a dormire.”
Non sono un’eroina e sono ben lontana dal volerlo essere, ma puntualmente scopro che queste persone vivono tutto nell’improvvisazione. Dimenticano le email a cui bisogna rispondere, mancano scadenze, non si ricordano dove hanno messo una tavola o passano ore a cercare un file sul PC perchè lo hanno nominato xyz.PSD.
Essere totalmente disorganizzati non aiuta; se due ore al giorno le spendiamo per cercare file con nomi improbabili, il contatto di uno dei clienti, la texture per il lavoro con l’agenzia pubblicitaria… quando lavoriamo davvero? Anzi: quanto?

In un giorno faccio molte cose e lavoro a più progetti contemporaneamente perchè scrivo tutto ciò che devo fare: sull’organizer e su un bellissimo calendario da scrivania che mi ha regalato un’altra disegnatrice (sì, ovviamente il fatto che sia illustrato e quindi bello visivamente aiuta molto: coccolatevi! L’agenda omaggio della banca è una tristezza infinita. Siamo disegnatori, non contabili.)

A questo punto, ogni tanto mi capita di essere fin troppo organizzata e imparare l’arte dell’improvvisazione (a piccoli sorsi) come descrive McGuinness potrebbe essere una buona idea, devo solo capire con che modalità provare.

4 – Problemi personali


“La creatività richiede concentrazione”, scrive l’autore.
Potrebbe non essere così facile se stiamo affrontando una malattia, un lutto, una separazione, un trasloco, se siamo amati e non corrisposti, se non siamo più in grado di pagare l’affitto, se abbiamo il conto in rosso, insomma se siamo alle prese con le problematiche tipiche della vita economica e sentimentale.
E il fatto è che di solito non arrivano separate, ma due o tre per volta.
E allora che si fa?

Soluzioni:
Per Mark McGuinness ci sono due modi di affrontare la questione. Il primo è risolvere il problema e il secondo è affrontare le circostanze aspettando che le cose si mettano meglio.
Può sembrare strano ma a volte la seconda modalità è quella più difficile: passiamo molto tempo a lottare contro cose che non dipendono da noi e su cui non abbiamo controllo e così facendo non sempre riusciamo a superarle.

Per la prima soluzione l’autore suggerisce un aiuto esterno: può essere supporto dagli amici fino ad arrivare al sostegno di uno specialista.
E’ un argomento scomodo perchè ci insegnano fin da ragazzini a insabbiare le cose e il fatto è che non spariscono, ma lavorano in sotterranea sulla nostra psiche e sulle nostre emozioni.
Per molti anni ho ignorato delle cose della mia vita che avrei preferito non calcolare, ma il corpo e la mente sono saldamente legati, più di quanto vorremmo, ed è così che ho iniziato a somatizzare le mie ansie e le mie paure.
O i problemi che avevo rimandato di affrontare. Prima o poi qualcuno presenta il conto e può essere molto, molto salato.
Farsi aiutare ci mette nella posizione di avere bisogno di qualcuno e può non piacerci, ma ci insegna una sana dose di umiltà e non da meno, ci può fare capire un gran numero di cose che non avevamo considerato. 
E’ un vero e proprio investimento per il futuro; secondo McGuinness può essere necessario anche staccare dal lavoro per un periodo stabilito di tempo.
Se il momento è economicamente favorevole, mi trovo del tutto concorde con l’autore, concedetevelo.
Ogni tanto fa bene e non è tempo buttato via, come pensavo erroneamente: è tempo investito, perchè del resto se una persona arriva ad essere stanca e in costante penuria di idee non è comunque produttiva: tanto vale staccare e concedersi un periodo di riposo forzato e tornare rigenerati e pronti a rimettersi al lavoro, con qualità e quantità giuste di nuove soluzioni creative!
In una società che ci vuole tutti efficienti, mai malati, mai stanchi, mai afflitti, mai al limite delle forze e delle possibilità, concediamoci il fatto che siamo esseri umani, non macchine e quando è troppo è troppo.

McGuinness precisa: “[…]può esservi di aiuto trattare il vostro lavoro come un rifugio, un’oasi di soddisfazione creativa nel mezzo delle cose negative.”
A questo proposito vi riporto lo stralcio di un post scritto da Carson Ellis, una dei miei illustratori preferiti.

Si intitola “Therapy” e riporta una conversazione avuta con la sua terapista.

T. “Cosa fa per la cura di sè stessa?”
C.E.”Cosa intende?”
T. “Sa, cosa fa per sè stessa per ridurre lo stress. Cosa fa solo per lei?”
C.E. “Lavoro.”
T.”Penso che mi abbia fraintesa. Cosa fa solo per sè stessa? Per prendersi cura di lei?”
C.E. “Credo che lei mi abbia fraintesa. Lavoro.”

Mi ha fatto molto sorridere perchè qualcuno potrebbe puntare il dito contro noi workaholic (cara Carson, ti capisco bene) incolpandoci di lavorare per non pensare al resto.
Ma non è sempre così, perchè quando si fa un mestiere creativo il proprio lavoro è qualcosa che abbiamo scelto e che amiamo profondamente. E anche se qualche volta lo odiamo è solo perchè lo amiamo: non ci sono mezze misure. E lavorare è un rifugio, anche quando è freddo o troppo stretto o non è luminoso abbastanza, anche se lo vorremmo arredare diversamente o ampliarlo, è sempre un rifugio.
La cosa bella dei rifugi è che possiamo anche decidere quando è ora di uscire.

5 – Povertà


Pensavo erroneamente che l’autore si riferisse al contesto monetario; in realtà, e questo è stato illuminante, la povertà può essere di vari tipi.
La mancanza di denaro è un problema per tutti e per una persona che lavora con la propria creatività può essere di forte intralcio ai suoi progetti. Pensiamo a un regista che deve rinunciare a certe soluzioni troppo costose per materializzare la sua visione delle scene, pensiamo a un pubblicitario a cui danno un budget limitato per la campagna, pensiamo (ogni riferimento è puramente fondato su me stessa) a un illustratore che ha da parte molti progetti personali ma per pagare le bollette affronta spesso delle commissioni meno allettanti in termini creativi e di crescita artistica.
E’ dura, ma i soldi in parte ci legano.
Quello su cui non avevo mai riflettuto era il fatto che probabilmente ci sono altre povertà a cui far fronte.
McGuinness elenca queste: si può essere a corto di tempo, poveri di sapere e di tecnica, si può avere una rete di contatti ormai logora e di pochi spunti, non essere in possesso di alcuni strumenti necessari a lavorare.








Soluzioni: 
Anche in questo caso lo scrittore ci dà due strade.
La prima è risparmiare del denaro in vista di acquisti mirati per ciò che ci è necessario e di cui non disponiamo, prenderci del tempo, o altre risorse di cui abbiamo bisogno.
La seconda, che non va sottovalutata, è cercare di portare a termine il lavoro con ciò che abbiamo. Può essere una dura prova ma potremmo stupirci di cosa possiamo fare con un po’ di pensiero divergente e ciò che abbiamo già a disposizione.
Io qui vorrei aggiungere una mia nota: è giusto, giustissimo, risparmiare per comprare nuovi strumenti, materiali, programmi, un nuovo tavolo da disegno, una settimana di isolamento dal proprio ambiente per ricaricarsi. Ma attenzione se spostiamo la responsabilità da noi stessi al fatto che non disponiamo di questo o di quello. Ho sentito qualcuno dire a un corso “Mi piacerebbe fare digitale, ma o lo faccio con una CintiQ che è il massimo della qualità, o nulla.”
Quindi, o una tavoletta grafica da duemila euro o non se ne fa niente. Vorrei sapere cosa se ne potrebbe fare questa persona di uno strumento così costoso visto che casomai riuscisse a comprarlo, non avrebbe comunque nessuna esperienza in campo di disegno digitale. Potrebbe metterci anni a comprarne una, nel frattempo ha ridotto al minimo il suo potenziale lavorativo solo perchè “o il massimo o nulla”.
Non suona in modo eclatante come una scusa? Ho sorriso a questa persona e le ho detto che io sono illustratrice da più di 5 anni, e una CintiQ non l’ho mai avuta.
Oppure a volte non riusciamo a scrivere e diamo la colpa alla musica dei vicini, quando magari siamo noi in realtà ad essere facilmente distraibili e sono due ore che cazzeggiamo su Facebook. Se davvero vogliamo scrivere possiamo investire in un paio di cuffie o andare col nostro portatile in biblioteca.
Insomma, facciamo attenzione: abbiamo davvero una data esigenza o ci stiamo nascondendo dietro dei capricci per non metterci al lavoro?

6 – Sopraffazione


La creatività a volte genera dei paradossi: così, un blocco può prenderci in pieno per avere troppo. Troppe informazioni, troppi strumenti, tantissime idee, molti obiettivi, così tante risorse che la testa si riempie di un ronzio perpetuo.
Vi è forse capitato, come a me succede periodicamente, un overload. Gli anglosassoni lo chiamano “burnout”.
Passate qualche tempo a sfogliare libri, navigare siti pieni di gallery meravigliose. Per ore, e ore.
Finché ad un certo punto non vi sentite quasi inebetiti, confusi.
E non sapete cosa fare. “E ora?” vi chiedete.
Quella è la domanda tipica della sopraffazione. Avete assorbito troppo, e troppo in fretta e il risultato varia da un senso di spaesamento a quello di euforia a quello di annichilimento, perchè tutti sono bravissimi e voi no. Le stesse sensazioni possono accavallarsi una sull’altra nello stesso momento e questo crea una percezione ancora maggiore di disordine mentale e a volte perfino emozionale.

Ci si può sentire sopraffatti anche da moli eccessive di cose da affrontare, dai doveri, dalle aspettative altrui: troppo lavoro in poco tempo, oppure troppo tempo per uno stesso lavoro. Il risultato è il medesimo: che stress!

Soluzioni
McGuinness scrive: “E’ ora di darci un taglio. Se prendete troppe commissioni imparate a dire no. Se avete troppe idee, eseguite qualcosa e mettete le altre in una cartella chiamata “di minore importanza”.
Se soffrite per un sovraccarico di informazioni, iniziate a bloccare un po’ di tempo libero o concentratevi su quello lavorativo. […] Rispondete alle email a delle ore stabilite. Spegnete il telefono o lasciatelo indietro. Il mondo non finirà, promesso.”

E sorrido molto a leggere queste righe, sono state le prime a darmi un senso di comprensione la prima volta che trovai l’articolo.
Non mi piace vivere attaccata al cellulare, tanto che se devo sentire qualcuno per telefono lo stabilisco prima di persona o via email.
Non mi piace dover essere reperibile ogni giorno, altrimenti avrei preso una specializzazione in chirurgia e avrei salvato vite umane.
Mi danno anche un po’ ansia le persone che attorno a me guardano costantemente lo schermo, pensando che se perdono di vista il display per qualche ora, si attiverà l’ora del giudizio. Io internet sul cellulare neppure ce l’ho. Me l’hanno regalato e non ho mai iniziato ad usarlo.
Sapete una cosa? Non lavoro meno per questo.
E le altre persone (ma anche la sottoscritta) hanno imparato che il mio tempo non è a completa disposizione in qualunque momento della giornata: a volte dormo, a volte non sto bene, a volte sono in vacanza, a volte sto semplicemente disegnando (sono una disegnatrice o no?) e ho bisogno della mia concentrazione.
Il mondo può aspettare. 
In questo libro di Scott Belsky viene sottolineata la differenza fra lavoro attivo e lavoro reattivo.
Il primo è ciò che facciamo davvero, il secondo è quello che ci troviamo a fare per conseguenza, per accomodare altre persone, per rispondere alle email… Ogni tanto naturalmente è necessario, ma quando il secondo prende il sopravvento sul primo, è matematico che ci sentiamo sopraffatti. E irritati e calpestati.
Ma attenzione perchè potrebbe essere colpa nostra: non siamo forse noi a dare il tempo che le altre persone si prendono?

7 – Guasto alla comunicazione

Quando lavoriamo come freelancer, capita di fare parte di un team.
Per un libro, per una campagna pubblicitaria, ma alcuni di noi (o meglio dire la maggior parte?) si trovano a sbrigare le proprie commissioni e la propria parte di lavoro da soli.
Ciò non toglie che ci sono occasioni in cui dobbiamo far fronte all’idea di lavorare con altre persone. A volte è facile e piacevole, altre volte bisogna fare uno sforzo non da poco per creare una sinergia funzionale ai fini della buona riuscita del progetto.
Altre volte i conflitti con gli altri sono solo nella nostra testa: McGuinness porta l’esempio di come possiamo immaginare che un nostro lavoro sia disprezzato dagli altri. Può anche capitare davvero.
Comunque vadano le cose, restiamo dipendenti da una reazione esterna e questo può bloccarci.
Pensiamo solamente ad alcune situazioni concrete in cui il contatto con gli altri può bloccarci:

L’amico/collega che si lamenta perpetuamente. Niente di più spossante che accollarci le lamentele di qualcuno che si lagna per sport. Facciamocene una ragione: alcune persone sono più propense di altre a vedere sempre e solo il lato negativo nelle situazioni. Si dicono realisti, ma non è vero, anzi probabilmente il loro vedere sempre la sezione vuota del bicchiere li fa sentire anche un po’ superiori, perciò non c’è cosa che possiamo dire per far cambiare idea a quello che è un vero disfattista.
Il prepotente in un lavoro di team. Non ascolta nessuno; non solo ma spiega anche perchè. I presenti non sono preparati quanto lui, le vostre idee non saranno mai all’altezza delle sue e se le proponete è infastidito, salvo poi magari utilizzarne una prendendosene la paternità.
L’autore o lo sceneggiatore invadente: non ha capito che la storia non è solo sua e mette il becco su qualunque vostra scelta. “Io non lo immaginavo così nella mia testa.” Il grande classico horror. Viene da chiedersi perchè non disegni le sue storie… Ah già, non sa disegnare.
L’art director terrorista: vi dice che la tavola serve per l’altro ieri. Dopo 72 ore ininterrotte di lavoro, gli spedite il file pronto e scoprite che è partito. “Ah scusami, ero in vacanza da tre settimane. A Bali.” Ci tiene anche a farci sapere che non si è limitato a spostarsi in Romagna.
L’editore alla festa esclusiva. Con un po’ di fortuna è simpaticissimo e ovviamente molto corteggiato durante il brunch o la serata. Ma potreste anche scoprire che in realtà vive nella convinzione che le sorti del mondo dipendano da lui. E anche la vostra, soprattutto.
Se le persone importanti vi mettono soggezione la frittata è fatta: passerete tutto il tempo a chiedervi se siete all’altezza di rivolgergli la parola e vi trascinerete dai tramezzini alla sala mostra con un sorriso ebete che sperate di non incrociare mai in uno specchio.
Last but not least, il collega miracolato. A leggere ciò che scrive, sembra che solo lui lavora e lo fa solo a cose belle, meravigliose, e tutti gli fanno i complimenti ogni ora della commissione e si ritengono talmente fortunati a lavorare con lui che nemmeno Moebius o Toppi potrebbero essere una scelta migliore di lui.
Attenzione perchè avercelo sui social network è come avere un’aspirante Miss Italia. Quando meno ve lo aspettate, vi alzate una mattina con l’emicrania e la luna storta e nei feed leggete il suo ennesimo post in cui ringrazia il team, ma anche la mamma e le prozie “Grazie, per avere creduto in me!” e vi chiedete se lo stia scrivendo in diretta dal pulpito degli Oscar con le lacrime agli occhi.

Provare invidia o senso di inadeguatezza è un attimo, anche se l’ultimo mese abbiamo avuto solo una domenica per vestirci come esseri umani e non sembrare scappati di casa e quindi siamo consapevoli di avere come si suol dire, lavorato come schiavi.

 

Soluzioni:
E allora, come si fa?
Lavorare su un eremo non si può.
Secondo l’autore dell’articolo originale, infatti, dobbiamo sviluppare delle buone capacità di comunicazione.
Bisogna accettare l’idea che no, non tutte le persone che si interessano di ciò che amiamo anche noi sono adatte al nostro modo di essere e di percepire. Non tutti possono essere simpatici e non a tutti possiamo andare a genio.
Inoltre, non possiamo passare il nostro tempo a screditare le opinioni degli altri, ma nemmeno dobbiamo sforzarci di compiacere ad ogni costo qualcuno. 
Qualche settimana fa spiegavo a una mia amica e collega quanto mi piacessero i lavori di una illustratrice che entrambe conosciamo. Ho scoperto che lei li trova altamente insipidi perchè i personaggi non sono espressivi. Io ho riconosciuto che ciò che sosteneva la mia amica è vero: solo che io non lo vedo necessariamente come un grave difetto, soprattutto perchè nel mercato in cui lavora questa collega l’espressività dei personaggi non è qualcosa di necessario. Perchè lo riporto come esempio? Per farvi capire che ciò che infastidisce una persona, può non costituire un problema per qualcun altro.
McGuinness scrive che a volte “si tratta di farsi una pellaccia spessa per il rifiuto e la critica. Mostratemi un creativo che non abbia mai sofferto per un ostacolo o una cattiva recensione e starete puntando il dito a una superstar”.
Anche quando ammiriamo qualcuno cerchiamo di non enfatizzare troppo la sensazione che sia ultraterreno.
Questo vale per un artista che amiamo o per l’editore con cui vorremmo lavorare, che appunto magari in realtà è simpatico e carino e non sa perchè ci siamo stampati in faccia quel sorriso ebete e un po’ inquietante dallo scorso brunch.

Una menzione d’onore poi meritano timidezza e introversione, che l’autore dell’articolo cita per primi, ma che ho lasciato per ultimi per chiudere in gran bellezza.
Io ve lo dico col cuore in mano: odio le feste. Odio i vernissage. Odio le occasioni mondane in cui si va a fare ciao ciao con la manina e il vestito buono. Ho il terrore dei saloni pieni di gente, essere fotografata mi mette il disagio massimo.
Sono introversa, anche se non timida.
Né la timidezza né l’introversione giustificano una totale chiusura alle persone. Il mestiere di disegnatore richiede molto tempo da soli, ma anche delle (tadaaan!) capacità di comunicazione. Fa parte del gioco.
Serve per lavorare, perchè e questo è valido in quasi qualunque ambito lavorativo, i contatti sono importanti. In gergo lo chiamano “fare network” (qui nella super business Milano anzi, è l’espressione più in voga).
Non sto parlando di raccomandazioni (vi vedevo già lì a dire “e ti pareva, che Paese ingrato!) ma della giusta dose di savoir faire che aiuta ad allacciare collaborazioni, progetti, e a conoscere persone con cui costruire qualcosa o più semplicemente stringere amicizie stimolanti.
Può essere interessante; se siete degli estroversi super amichevoli e compagnoni la cosa potrebbe non suscitarvi un grande problema ma in caso contrario potete studiare degli escamotage. Io per esempio ho scoperto che se compro degli occhiali strani con cui presenziare agli eventi mi sento molto a mio agio.
E’ un po’ una carnevalata, ma mi diverte, e quindi perchè no?
Pensiero divergente, soluzioni personalizzate!

Per concludere, vorrei dire che non si parla mai abbastanza di blocchi creativi. Un po’ perché, come scrivevo nel mio scorso post, ognuno di noi pensa di essere il primo a sperimentarne uno o di viverne uno di quel livello e un po’ perchè ciascuno di noi se ne vergogna per motivi differenti.
L’importante è invece tenere a mente che non siamo mai, né in tale momento né in assoluto i primi a provare quelle sensazioni e a vedersi materializzare in mente un certo genere di pensieri inerenti la nostra creatività e il nostro valore come disegnatori o pittori o scrittori, o sceneggiatori, o scultori o musicisti...

Riconoscere invece che tipo di blocco (o di più blocchi coesistenti) stiamo passando ci consente di affrontarlo invece che subirlo.

Sono molto curiosa di sapere se e come avete affrontato dei blocchi creativi: se è vero che siamo tutti diversi e non per tutti funziona la stessa cosa, abbiamo dei territori comuni e delle analogie che ci rendon simili. I commenti sono aperti, anche se moderati. :)

 

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Asterisk Ma succede proprio a tutti tutti? Storia di un blocco creativo e di quanto poco se ne parla
09/07/2014 Morena Forza in Creatività / 8 responses

bloccoreativoevidenza

 

Era un po’ che pensavo di scrivere questo post, ma non era mai il momento giusto. Così ho aspettato che si facesse avanti per conto suo.
Ci tengo a condividerlo perchè penso che una ventata di sincerità sul vivere da creativo (inteso come: vivere con un’attività creativa, non dò chissà quale peso a questa parola,a scanso di equivoci o polemiche) possa fare bene, in questa perenne allure di invincibilità e perfezione che siamo abituati a confezionare, mostrare e ammirare anche negli altri, e che finisce con l’allontanarci da una visione serena e realistica di creativo.
Proprio stamattina ho ricevuto una newsletter in cui mi invitano all’ennesima mostra di illustrazione. L’inaugurazione è stata qualche giorno fa; le foto raccontano quello che tutti noi che seguiamo illustrazione e fumetto sappiamo molto bene.
Visi felici, bei vestiti, la location un po’ glamour, tutti strafighi, tutti convinti di ciò che fanno, tutti senza macchia e senza paura.
Ma siamo sicuri che c’è solo quello?
Non è che semplicemente, è l’unica cosa che si racconta?
La presentazione del nuovo libro, la mostra in centro città o all’estero, l’intervista per il magazine, le dediche al salone del fumetto.
Sono cose che vivo anche io, che ho fatto anche io, che mi piacciono, ma ci terrei a dire che si deve parlare anche della parte buia di questa bellissima luna.
Altrimenti il rischio è di pensare che non ci sia altro per noi. E di gonfiare un po’ troppo le aspettative.
Per due libri che escono, altri tre non sono stati comprati da nessuna casa editrice. Per un cliente grosso che un disegnatore è riuscito ad avere nella sua rosa di clienti, altri dieci lo hanno perfettamente ignorato. Dietro un portone aperto ci sono dieci porte sbattute sul naso. Forse è il caso di raccontare anche la parte scura della luna. Ci rende umani; forse è meno glamour parlarne rispetto all’ennesima mostra in cui ci si sente importanti e ammirati, ma va fatto.

Ecco come può andare quando le cose non funzionano per un disegnatore…

A febbraio mi sono caduti sulla testa i calcinacci di un tetto che si stava sfaldando da qualche mese, dall’estate prima. La vita di un disegnatore è fatta anche di tante cose che col disegno non hanno nulla a che fare, però hanno il potere di ripercuotersi anche sul disegno.

 

Ero nella camera di un bel bed and breakfast nel centro di Torino, seduta per terra, con le chiappe ben assestate su un tipo di parquet molto lucido, di quello che piace a me.
Disponevo di due belle lampade di ultra design, una arancio e una blu, che coloravano la stanza mentre fuori pioveva, suonando le grondaie delle case di ringhiera e i comignoli fumanti.
Ho sempre voluto una stanza così, a casa mia. Con una grande finestra che dà sui cortili pieni di ballatoi e rampicanti.
In mano tenevo una tisana alla violetta, mi scottava il palmo ma trovavo il contatto rassicurante e quasi remoto.
Sarebbe stato tutto perfetto, una splendida serata di relax dopo una bella camminata per il centro storico e un tè con alcune amiche illustratrici.

Ero a Torino per diletto stavolta, non per lavoro.

Eppure qualcosa non funzionava.
Quello che tenti di non ascoltare e vedere per mesi, all’improvviso ti piomba addosso e tu sei costretto ad averci a che fare.
E quando sei da solo in una città che non è la tua, in una stanza che non è la tua e tutti gli amici ti hanno salutato per tornare a casa, è più facile che certi pensieri non si disturbino a venire a bussare; arrivano e sfondano la porta e se sei pronto bene, se non sei pronto ti coglieranno in pigiama e con l’aria stravolta, per niente presentabile.
E’ per questo, credo, che chi si affligge in certi pensieri ha l’aria stanca e si definisce “il fantasma di sè stesso”.
Se certe riflessioni fossero tanto educate da presentarsi con un minimo preavviso ci faremmo trovare pettinati e con un’aria decisamente più dignitosa. Io sicuramente.

Mi sono sentita sopraffatta.
Nel pomeriggio una collega che stimo molto mi aveva fatto vedere le tavole meravigliose di un progetto che stava preparando per un grosso editore. Vederle dal vivo è stato qualcosa di eccezionale e intenso per me, soprattutto perchè non lavoro praticamente mai in tradizionale e per quanto per ora non mi abbia mai sfiorato l’esigenza di farlo (non per lavoro almeno) mi piace molto vedere gli originali di altri autori.
Avevo anche assistito alla giornata di lavoro di una mia cara amica e collega, con entusiasmo e partecipazione. Ero contenta di essere lì, anzi a dirla tutta non avrei davvero voluto essere da nessun’altra parte.
Poi però, mi sono trovata da sola, io e i miei fantasmi. Se viaggiate parecchio, probabilmente sapete che i vostri fantasmi fanno parte del bagaglio: potrete andare ovunque e potrete avere le valigie piene fino all’inverosimile, ma un posticino per questo o quel fantasma lo si trova sempre.
Tutti li abbiamo.

Un disegnatore ogni tanto, potrebbe portarsene dietro qualcuno più articolato e particolare di altri. Non peggiore, attenzione: non mi piace chi si vanta di essere una vittima d’elezione rispetto ad  altre categorie di persone.
Ognuno ha i suoi piccoli e grandi drammi.
Io però sono disegnatrice e quindi alcuni dei miei fantasmi riguardano il disegno e la creatività.
I fantasmi del disegno sono come gli spiriti descritti da Dickens ne “Il canto di Natale”. Ci sono quelli del disegno passato, quelli del disegno futuro e quelli del presente.
Di solito si fanno vivi assieme e come scrivevo poco fa, amano le sorprese e soprattutto auto invitarsi.
Generalmente sono poco educati anche fra loro: infatti si parlano sopra uno con l’altro, perciò mentre tu come disegnatore pensi ai tuoi disastri passati riesci anche ad angosciarti per il futuro.

Sono riflessioni che prima o poi toccano a tutti: cosa sto facendo, e soprattutto lo sto facendo nel modo in cui volevo?
E se invece avessi sbagliato tutto? E se ciò su cui ho basato la mia vita intera stesse franando sotto il peso di una decisione sbagliata?

Quella sera mi sono quasi sciolta su quel parquet scuro e la cosa che mi aveva più stupita nei rari momenti spietata lucidità in quel delirio di enormi e spaventose domande, era l’istinto di nascondermi sotto al letto contro cui ero appoggiata.
Non so per quanto sono rimasta così; so solo che ero intorpidita, stanca di quel silenzio pieno di pensieri aggressivi e di pioggia sui vetri. Nella mia testa, in quel momento, nulla di ciò che avevo fatto, che stavo facendo e che stavo per fare in quel periodo come disegnatrice mi soddisfaceva.
Mi sembrava tutto senza senso.

Ero arrivata proprio al limite: solo pensare all’illustrazione mi provocava un peso dietro allo sterno.
Non fraintendetemi, non avevo smesso di disegnare, anche perchè e sono consapevole del fatto che dirlo è un atto senza alcuna poesia, non me lo posso permettere.
Io sono una lavoratrice e quando devo disegnare disegno e consegno. Ormai mi sono abituata a disegnare senza ispirazione e a farlo comunque al massimo delle mie possibilità, mi sono abituata a disegnare durante lutti, malattie, col caldo, quando gli altri sono in vacanza, sempre. Non aspetto “il mood giusto”, mi ci devo mettere.
Non è freddo e non è crudele, è solo un patto che abbiamo stretto io e il disegno.

Perchè, e lo sapete anche voi, ogni rapporto di qualunque tipo si basa su un patto (di solito tacito). E ogni rapporto stretto prima o poi soffoca un po’ e bisogna prendere le distanze.
Succede quando si è in simbosi.
Ogni tanto noi disegnatori ci confondiamo coi nostri disegni, per questo ci offendiamo nel profondo quando ce li criticano, quasi sempre.
Perchè “confondere”, fateci caso, è “con-fondere”. E noi ci vediamo molto spesso come disegnatori prima che come persone.
E’ che il disegno fa parte di noi, è la nostra intrinseca natura.
Qualche tempo fa ho messo da parte delle persone nella mia vita che non accettavano questa enorme fetta della mia personalità.
E questo cosa vuol dire? Che ho voluto difenderla!

Eppure in quella camera di Torino, l’avrei voluta incenerire. Volevo che mi lasciasse in pace una volta per tutte.
La odiavo e la amavo con la medesima intensità e quell’odio e quell’amore mi fremevano sotto la pelle, forse era quello a sfinirmi.
Ero vigliacca: non volevo la responsabilità di aver scelto di realizzare un sogno. Volevo tornare indietro, fra quelle persone che si lamentano che i sogni sono fatti per restare tali. A volte sarebbe più comodo.

Mi sono addormentata vestita, truccata, sopra al piumone. Alle sei, mentre albeggiava, mi sono resa conto per la prima volta dalla sera prima di com’ero ridotta.
Non so se vi è mai capitato di litigare violentemente, con quella rabbia che vi frantuma le corde vocali anche nel silenzio, ma quella spossatezza tipica del post litigio io ce la avevo fino nelle ossa.
Ero ammaccata, infreddolita, e con gli occhi pesanti mi sono trascinata sotto la doccia bollente per un’ora buona.
Era svanito tutto: erano svaniti la rabbia, il risentimento, ma anche qualunque amore e interesse. Una catarsi.
Ancora in accappatoio sono rimasta a fissare per qualche istante il portatile rimasto acceso tutta la notte.
Non avevo nessun istinto a farlo uscire dallo stand by per leggere i feed di illustrazione che quasi ogni mattina consulto mentre faccio colazione. “No, non mi interessa” ho detto a voce alta.

Ho chiamato questa mia amica illustratrice e le ho detto che ci saremmo viste nel pomeriggio, accennandole della nottata terribile appena passata. Era dispiaciuta, ma sicuramente non sapeva di cosa stavo parlando, figuriamoci; sicuramente comunque non nel concreto.
E’ proprio come essere innamorati, se ci pensate.
Quando ci si innamora, sembra che siamo innamorati solo noi: se siamo felici, nessuno è felice come noi e se stiamo male per amore, nessuno sta male tanto quanto stiamo male noi.
Siamo i primi esseri sulla Terra a sapere cos’è quella data cosa, illuminati da un teatrale faretto nel buio, primi depositari di un sentimento fino a quel momento sconosciuto.
Ho lasciato che la mia amica vivesse la sua normale giornata da illustratrice freelance; l’ho lasciata a cose che io stessa conoscevo e conosco, ma con uno strano senso di estraneazione.
Non sentivo che mi appartenevano come prima. Non dopo quel brusco litigio, per lo meno. Io non appartenevo a quella routine.

Sul mio diario (scrivo sempre 3 pagine al giorno tutti i giorni) ho scritto:
“Come siamo vigliacchi noi esseri umani. Molti mi hanno detto che sono coraggiosa ad avere inseguito il mio sogno. Non sanno che è stato lui a inseguirmi e che io in realtà mi sono passivamente abbandonata a ciò che sapevo fare meglio perchè non ho mai visto altre opzioni, nient’altro che mi chiamasse e per cui fossi adatta.”

Non importa se lo facciamo per mestiere, quindi per vivere, o se lo facciamo per sopravvivere ad un altro lavoro che magari non ci gratifica. Non importa perchè se lo viviamo con passione, prima o poi questi tormenti arriveranno. Se non arrivano è un hobby in cui non abbiamo investito tanto, non è una storia seria.
Avete mai sentito di storielle che suscitano grandi litigi e stravolgimenti? No. Perchè emotivamente non è stato investito nulla.

 

Quella stessa mattina ho coccolato il gatto di casa, un indolente persiano, sono uscita sui ballatoi a camminare, guardando colf affaccendate nelle case della Torino bene, impiegati prepararsi per andare al lavoro, intrepidi pensionati in boxer che nel pieno di febbraio fumavano la sigaretta post caffè sul balcone, signore che innaffiavano piante grasse, cagnolini annoiati che guardavano uno spiazzo sempre identico da chissà quanto.
E ho capito perchè devo disegnare. C’è troppa bellezza, ovunque e c’è troppo umorismo ovunque si guardi.
C’è troppa storia, c’è troppa narrazione ovunque mi giro. Io li vedevo già disegnati, tutti.
E allora, mi sono fatta un’ultima domanda: perchè non mi stava piacendo disegnare, da mesi? Perchè anche se lo facevo, niente aveva senso e niente sembrava degno di nota?

Non trovavo risposta. E più la cercavo, più avevo quella sensazione di averla intravista, sfuggente, come quando vedi qualcuno che conosci in mezzo alla folla in centro a New York e poi viene sommerso dagli altri, e allora non sei più tanto sicuro che fosse proprio quella persona lì, forse ti eri sbagliato.

Quella stessa mattina ho trovato nella mia camera del bed e breakfast un libro che non conoscevo. Alto, senza sovracopertina né illustrazioni. Si intitolava “Wildwood” scritto da Colin Meloy.
“Aspetta un secondo!” mi sono detta “Ma Colin Meloy è quello dei Decemberists!” è un gruppo indie folk che seguo da anni e anni.
Quando ho aperto il libro però ho scoperto che di illustrazioni ne aveva eccome, mi son sentita sinceramente perseguitata.
E quanto mi piacevano quelle illustrazioni. La stessa illustratrice, Carson Ellis, non l’avevo mai sentita prima d’ora. Le tavole erano fresche, originali, mai leziose e straordinariamente lontane dal gusto italiano e da ciò che qui viene spesso spacciata come l’unica illustrazione possibile.
Lì per lì ero interessata alla storia che mi stava molto piacendo (infatti poi ho letto tutti e tre i libri della saga) ma più mettevo gli occhi su quelle tavole a pagina intera e sugli splash più mi riconciliavo con l’illustrazione.

Però mi sentivo ferita e continuamente tradita dal disegno.
Perchè non potevo essere serena come tutti gli altri disegnatori che mi circondavano?
Perchè io dovevo vivere questa cosa in maniera così tumultuosa, mentre gli altri vanno avanti tranquilli, senza mai un passo falso?
Com’è possibile che agli altri vada sempre tutto bene, non inciampino mai nel cliente poco serio, nell’editore spocchioso, nel progetto che non incontra la qualità del proprio operato, perchè sono sempre felici e io invece sto così?
Un altro mare di domande formava un’ondata di nuovo risentimento, e non sapevo nemmeno bene se fosse più verso me stessa o verso il disegno stesso.
Quando pensi queste cose ti senti poco meritevole di fare quello che fai, ecco.

Nel pomeriggio mi sono vista con la mia amica e le ho parlato di questo. Solo io so quanto mi è costato, mi sarei voluta seppellire.
Provavo una vergogna estrema.
Ma visto che l’unica alternativa era odiare il disegno non avevo molte altre possibilità di guardare la cosa in faccia.
Tanto valeva vuotare il sacco.
Mi vergognavo di dire quelle cose, di pensarle, e mi vergognavo di dirle a un’altra persona che sicuramente pensavo, non c’era mai passata.
Ricordiamoci che quando siamo innamorati e stiamo male per qualcuno che non ci corrisponde noi siamo i primi esseri umani a cui succede: gli altri non sanno cosa sia quel dolore. L’ho già scritto prima.
Mi vergognavo di dirlo a lei anche perchè è forte, è creativa, è brillante e la ammiro molto come artista e come lavoratrice.
Non ridete, ma non l’avrei mai pensato: sapeva benissimo quello di cui stavo parlando. Lei, forte, brillante creativa e super laboriosa.
Non mi sarei mai immaginata che lei stessa avesse passato quella rabbia e quella frustrazione e quella sensazione di spegnimento. E che ci cadesse periodicamente, oltretutto, come me.
“Morena, il fatto è che ci passiamo tutti ma nessuno te lo viene a dire!”
Ah si? Davvero? Per me era una vera rivelazione.
Ma ci passano tutti tutti?

Qualche settimana più tardi ho partecipato alla conferenza che Gipi (mica uno qualunque: proprio Gipi) ha tenuto al WOW!, museo del fumetto di Milano e per poco non mi sono trovata in lacrime (ancora! Santo cielo questi rubinetti perdono troppo).
Parlava di un blocco enorme da lui vissuto, di come niente gli sembrava avere un grande senso. Di cose che io quella notte di due settimane prima avevo passato a Torino, sola coi miei fantasmi.
Anche lui aveva i suoi. E ci aveva fatto a botte. Non sempre ne era uscito vincitore. Qualche volta si esce ammaccati.
Ancora una volta però pensavo di essere quasi sola.
Io e Gipi.
Figurati, gli altri non sapranno di cosa parla.
Come siamo egocentrici noi esseri umani.
Mi sono guardata attorno; ero in seconda fila e dalla terza fino in fondo alla sala gremita quanta gente annuiva, carica di comprensione.
Lì ho capito che tutti stavamo pensando la stessa cosa: se succede a Gipi, perfino uno come Gipi, forse c’è ancora speranza.
Tutti ci eravamo passati, forse lo stavamo vivendo anche in quel periodo. Quella settimana, quel mese, quell’anno.

Si coltiva tanto questa immagine del creativo sempre fiammante, infallibile, che sa sempre cosa dire, cosa fare e lo fa sempre al meglio. Che non ha mai dubbi e ripensamenti e crisi e blocchi creativi.
Si coltiva così tanto questa immagine di super-creativo che si finisce col pensare di essere sbagliati e unici nel proprio blocco.

Nessuno te lo viene a dire, eppure…succede proprio a tutti tutti.
Tutti tutti.

A parte una categoria di persone: quelle che vi mentono e negano questa verità, perchè pensano che avere fantasmi sia per gente che non è all’altezza di vivere da creativo.
A loro auguro un buon parquet dove poggiare le chiappe, e degli amici sinceri come quelli che ho io.

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Asterisk Due giorni a Padova per giocare fra le righe: il mio fine settimana al corso di scrittura con Davide Calì
03/06/2014 Morena Forza in Creatività / one comment

Abbiamo tante cose da dire.
Alcune gentili, alcune ironiche, altre ci servono per affrontare le nostre peggiori paure e i brutti ricordi.
E io amo scrivere per questo.

Ero bloccata da molti mesi, forse mi ero dimenticata di come si giocava con le parole, senza analizzarle e giudicarle troppo.
E di come potevo vederle compagne e aiutanti (come sono sempre state da quando ho imparato a leggere e scrivere) invece che come tante farfalle da inseguire con un retino, fino allo stremo delle forze.

Sono tornata da Padova proprio ieri, dal workshop che Davide Calì ha tenuto per Artelier.

Il centro storico di Padova, dove ho soggiornato,
mi ha colpito molto, è stato bello passeggiare tra i portici,
soprattutto durante il temporale che non si è risparmiato venerdi sera.

Davide ha proiettato e ci ha fatto leggere e vedere molti suoi albi illustrati, sia editi che inediti ed è stata una vera esperienza.
Sul momento non sentivo di stare assimilando secondo per secondo, ma mi stavo divertendo molto e ricordo nitidamente un momento in particolare, mentre ci raccontava dei retroscena nel suo albo intitolato “10 carri armati scendevano in guerra” in cui ho pensato che non vedevo l’ora di tornare a casa per aprire il mio personalissimo scrigno di idee. La chiave di quello scrigno si chiama “Posso farlo?”
Perchè “Posso farlo?” è la domanda che mi faccio ogni volta che ho un’idea, come se qualcosa o qualcuno me lo potessero impedire.

Diciamo che, dopo un po’ che si studiano e analizzano regole e funzionamenti di certe attività creative, c’è il rischio di volere aderire ad ogni costo ai criteri standard e di assorbire un po’ di paura nell’approccio con le cose che si vogliono fare.

Davide ci ha dato qualche regola tecnica, ma nessuna di esse è stata un ostacolo; ad un certo punto sono uscita molto debole dal corso, credo con un calo di zuccheri vertiginoso, nonostante Davide mi abbia dato impietosito uno dei suoi biscotti al cioccolato e Daniela Iride Murgia una barretta alla frutta (non ho mai smesso di rubarle cibo, in quei due giorni, scusa Daniela!) forse perchè davvero stavo macinando tantissimo quello che avevo pensato durante la sua lezione.
E poi mi sono trovata nella mia camera d’albergo, un grazioso e luminosissimo mansardato, davanti al mio quaderno di un sobrio verde pistacchio e con le nuvole sopra la testa.

Non sentivo qualcosa che mi tratteneva, non più.
Mi sembrava di avere afferrato la vecchia e rassicurante sensazione che ogni cosa che ci è attorno può essere una fonte di ispirazione, quell’ispirazione che nasce dalla meraviglia per le piccole cose, per le riflessioni sulle cose anche più piccole della nostra quotidianità.
Che ti fa capire che anche un piccolo accadimento può essere il via per una storia; il banale che diventa in qualche modo eccezionale.
C’è bisogno di vedere l’eccezionale nel convenzionale, a volte. Rende tutto più magico o anche solo sopportabile.

Sapevo di avere tante cose da dire: qualcuna gentile, qualcuna buffa, qualcuna malinconica o più poetica, qualcuna più personale e qualcuna puramente fantastica ma non per questo meno reale: chi ha visto “Harry Potter e i Doni della Morte” si ricorderà la frase di Silente “Certo che sta accadendo nella tua mente, ma perchè dovrebbe significare che non è reale?

E quando scrivo, per me è così, forse ancora maggiormente rispetto a ciò che mi accade quando disegno. Quando scrivo non invento; faccio semplicemente quello che Julia Cameron, nel suo bestseller “La via dell’artista” (edito da Longanesi) definisce “mettersi in ascolto”.
In un certo senso io mi metto ad osservare e ascoltare quello che già succede a prescindere da me, e mi limito a riportarlo nella storia.
E’ un processo che può accadere anche col disegno, ma mi riesce meno facile.

Comunque, al corso è stato davvero interessante affrontare gli esercizi, notare come l’immaginario collettivo possa trovare tanti punti di contatto (un paio di finali dei libri di Davide li ho indovinati, e altri che dovevamo inventare li avevano pensati anche altri partecipanti) e sia allo stesso tempo così radicato nel vissuto di ognuno di noi, dando frutti diversissimi. Siamo tutti uguali e tutti unici.

Abbiamo affrontato come si compone una storia, con che ritmo narrativo, che requisiti differenti ci sono per target, mercati, e Davide non è stato affatto avaro di consigli e racconti riguardo i dietro le quinte di alcuni suoi libri.
Anche esplorare le diverse possibilità che un intreccio narrativo offre è stato molto divertente oltre che formativo.

E poi il bello di ogni workshop a cui si partecipa è il venire a contatto con amici che non si vedono da tempo, nuove persone di cui si ignorava l’esistenza fino al momento prima, ma che condividono con noi le stesse aspettative, gli stessi sogni, a volte perfino gli stessi gusti e le stesse idiosincrasie.
Con alcune di loro ti trovi anche la sera e tiri tardi davanti a una tisana alla menta piperita fino a farti cacciare dal loro appartamento (grazie Laura!).

Se doveste chiedermi se consiglio questo workshop dico: assolutamente sì!

P.S.
Vi ricordo che Davide Calì ha scritto diversi articoli per Roba da Disegnatori: potete trovarli qui.

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Asterisk Tutti possono fare fumetti – Intervista a Gud
02/04/2014 Morena Forza in Creatività / 2 responses

Qualche tempo fa ho acquistato “Tutti possono fare fumetti“, un manuale scritto e disegnato dal fumettista Gud (al secolo Daniele Bonomo) ed edito da Tunué.
Avevo già consultato due manuali sul fumetto, entrambi di Scott McCloud (questo è quello che ho letto più avidamente) , ma pur riconoscendone l’elevata qualità li ho trovati un po’ pesanti e anche stancanti a livello visivo.
Non li sconsiglio, affatto, ma d’ora in avanti se mi troverò a consigliare a qualcuno che si avvicina al fumetto una lettura che possa dargli un’idea chiara di come funziona, saprò che la mia risposta sarà “Tutti possono fare fumetti”.

L’ho trovato rilassante da leggere, a tratti illuminante. Istruttivo ma anche divertente, l’ho tenuto volentieri nella mia libreria nel settore “Manuali e riferimenti” (io ho una libreria così organizzata che spaventerebbe una biblioteca vera) perchè mi piace che sia sempre lì a disposizione soprattutto questo periodo in cui sto sceneggiando una graphic novel e cerco con cura di rispettare i tempi narrativi del fumetto che differiscono da quelli dell’illustrazione.

Il fumetto è un linguaggio, e in quanto tale ha delle regole e delle strutture che vanno capite per farlo funzionare.
Imparare a gestirlo è importante per creare un messaggio che arrivi a destinazione; infatti, se non è creato per arrivare a chi lo legge, a cosa servono un testo o un disegno, a cosa serve che ci sia un messaggio?
Potranno essere di ottima qualità ma non verranno recepiti e quindi saranno vani.

Il manuale mi ha entusiasmata e mi ha tolto quel reverenziale timore che provavo nei confronti della sceneggiatura.
Ho una natura molto prudente, perfino troppo, tanto che mi blocco su sciocchezze che io vedo come massi insormontabili, tutta presa da domande come “Lo sto facendo come si deve?” “E’ di qualità?”.
Da quando ho finito il manuale di Gud sto sceneggiando rapidamente e provandone un piacere infinito, che sinceramente non pensavo possibile nel fare qualcosa di nuovo per me.

Al tempo stesso, come mi capita ogni volta che qualcosa mi piace perchè lo trovo fatto molto bene, mi sono fatta delle domande sulla realizzazione del manuale.
I dietro le quinte di libri, film, video, illustrazioni o perfino tracce musicali, restano sempre la mia passione più grande. Sono curiosa.

Così ho scritto a Gud, che ha accettato di rispondere alla mia intervista sul manuale e spero sarà di spunto anche a voi, perchè si toccano temi a cui noi disegnatori siamo tutti molto sensibili.
Buona lettura!

Ciao Gud, grazie per averci concesso di curiosare tra le quinte del tuo libro.
Iniziamo rompendo il ghiaccio con una domanda molto diretta, com’è nel mio stile: insomma, tutti possono fare fumetti?

Ghiaccio frantumato direi. La risposta  sì, tutti possono fare fumetti.
Devo riconoscere che il titolo è abbastanza provocatorio, perchè l’esperienza mi ha insegnato che, se c’è la volontà, raccontare a fumetti è un traguardo raggiungibile davvero da tutti.

 

Come mai l’idea di un manuale? I tuoi studenti ti hanno ispirato?

Dopo una dozzina di anni di insegnamento, qualche centinaia di studenti incontrati, corsi e workshop in scuole di ogni ordine e grado, ho sentito la necessità di mettere nero su bianco quei concetti che tornavano nelle mie lezioni, sia con i bambini delle elementari che con i ragazzi alla Scuola di Comics. Così ho pensato ad un manuale semplice, che fosse fruibile da tutti e che avesse più piani di lettura.

Da illustratrice, mi ha molto colpito il testo a pagina 95 di “Tutti possono fare fumetti”:

Secondo te, quanto occorre conoscere la struttura realistica di ciò che ci circonda per poterla sintetizzare?

Questa  la domanda alla quale mi sono trovato più spesso a rispondere, e anche il principale mito da sfatare. Quanto conta il talento e quanto la tecnica (e la conoscenza)? Secondo me il talento che abbiamo come disegnatori è proprio quello di riuscire a sintetizzare la realtà con dei segni comprensibili. Più che della struttura realistica, qui intendo la capacità di astrarre il concetto dalla realtà e trasformarlo in un segno inequivocabile. Conoscere la struttura realistica aiuta, anche se più di tutto aiuta imparare ad osservare in maniera meno superficiale quello che ci circonda.

Per quanto riguarda le idee per le storie, sei d’accordo con quello che insegnano a molti corsi quando dicono “Disegna/Racconta ciò che sai”?

Il problema è sapere quello che sai (ndr ridacchia).
Preferisco pensare che nel racconto un autore inserisca quello che è , le sue esperienze, le sue emozioni.
Mi piacciono quelle pagine dove l’emotività esplode nel segno, nelle parole, nei tempi narrativi, anche se raccontano la semplicità. Non mi piacciono gli autori razionali, che inondano le tavole di nozioni con segno glaciale e perfetto. La perfezione non è credibile. Anche per questo nel libro do un paio di suggerimenti su come iniziare a pensare le proprie storie, magari seguendo l’esempio di alcuni grandi Maestri come Hergé, Eisner o Pratt.

Nel tuo manuale, una vignetta tira l’altra e imparare il funzionamento di alcuni meccanismi dietro il fumetto diventa appassionante pagina dopo pagina.
A colpirmi molto è anche come inserisci con nonchalance elementi di storia del fumetto, che diventano parte integrante della comprensione di quei meccanismi.
Quanto è importante secondo te conoscere la storia del fumetto o dell’illustrazione per essere buoni fumettisti e illustratori?

L’idea è che un lettore occasionale possa conoscere con naturalezza qualche nozione in pi sul fumetto, sulla sua storia e sui suoi elementi fondanti,  stata il cardine su cui ho costruito tutto il libro.
Perchè a veder mio, il fumetto soffre anche per la mancanza di un’educazione di base diffusa.
Molti non leggono fumetti perchè non li conoscono e ignorano i processi produttivi e tutto il lavoro creativo che c’è dietro. Alcuni pensano che siano fatti da complicatissimi software automatici che stampano direttamente le storie già confezionate.
Allargare la base della conoscenza, questo forse ci salverà.

 

A pagina 68, scrivi “La prima domanda è: Perchè?”
Mi daresti tre perchè alla domanda “Perchè fare un fumetto?”.

Ti dico i miei personali:
1. Perchè mentre li faccio sono solo con me stesso e con il mio respiro che si alterna al rumore della mina/pennello/gomma/spugna/pennino/chiodo/dita/naso/lettera/testamento sul foglio.
2. Perchè  il modo più naturale che conosco per raccontare le cose.
3. Perchè mi diverto e, quasi sempre, mi pagano per farlo.

E ora una domanda da illustratrice rompiscatole: a pagina 25 trovo un fumetto che dice “L’illustrazione perde parte della sua forza narrativa se viene lasciata senza un testo.”
Io non sono d’accordissimo, perchè alcuni talentuosi illustratori riescono a narrare solo con un silent book, altri praticano illustrazione concettuale (come alcune per magazine) che trasmette un messaggio chiaro senza nemmeno una parola attorno.
E allora la mia domanda è: non è che esistono dei pregiudizi dal fumetto all’illustrazione e viceversa? Ma sono così profondamente diversi?

Eh eh eh, sapevo che qualcuno sarebbe stato toccato da questa definizione, l’avevo messo in conto.
Mi serviva uno spartiacque per far capire la differenza tra i tre linguaggi che utilizzano il disegno, cioè illustrazione, fumetto e animazione.
Così ho preso in prestito la definizione di Daniele Barbieri (ne “I linguaggi del fumetto”) che traccia la distinzione netta tra un Fumetto e un’animazione che raccontano e un’Illustrazione che commenta. I confini nella realtà, per fortuna, non sono mai così netti, ma per cercare di chiarire a chi parte da zero che differenza c’è, sono stato costretto ad usare l’accetta.
A proposito di qualcosa di vicino alla domanda precedente.
A me è capitato che mi venisse chiesto “Ma se devo studiare da disegnatore, secondo te è meglio se studio fumetto o illustrazione?”
Come risponderebbe Gud?

Se vuoi studiare da disegnatore, studia le tecniche del disegno. Una volta che sarai il disegnatore più bravo della galassia, dovrai rispondere alla vera domanda: e ora, cosa ci voglio fare col disegno?

Qual è il tuo tipo di fumetto preferito? Quello che leggi con più piacere. Filoni o nazionalità in particolare?

Ti direi umoristico, magari francese, ma poi tra le cose che preferisco ci sono certe mattonate intimiste americane o romanzoni d’avventura disegnata. Allora ti dico Calvin e Hobbes. Ho risposto alla tua domanda?

Direi proprio di si!
Cosa consiglieresti prima di tutto a chi pensa di fare fumetto?

L’ultima pagina del mio libro ;)

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