Autore: Morena Forza

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Asterisk Alla fine della Fiera
08/04/2018 Morena Forza in Fiere&Saloni / 2 responses

Foto: Morena Forza, Noemi Salamone, Katya Longhi

E’ qui la festa?

Abbiamo prenotato treni, aerei e appartamenti mesi prima, preparato portfolio, biglietti da visita, rinfrescato il sito e programmato appuntamenti e visite.
Abbiamo letto il programma delle conferenze e degli incontri e infine siamo partiti alla volta della Children’s Book Fair di Bologna.

E poi, abbiamo navigato nella folla oceanica, fermandoci per riabbracciare amici, colleghi, salutare clienti con cui abbiamo lavorato così bene l’anno appena passato.

Poi, in un attimo… PUF!

E’ sorprendente come ogni anno la Fiera sembri non arrivare mai, per poi passare in un soffio, lasciandoci con le gambe a pezzi e la testa ronzante di nuove idee.
Ci chiediamo se si realizzeranno mai o finiranno nel ripostiglio dei progetti mai partiti.

Ti è già capitato di avere la sensazione che quei giorni spesi in Fiera a macinare chilometri sul conta-passi fossero stati spesi male?
Di pensare “A cosa è servito?” demoralizzandoti un po’?

A me sì, specialmente dopo le prime volte in Fiera.
Dopo averla visitata come “turista”, però, mi sono decisa a muovermi secondo un piano abbastanza definito e professionale, decidendo cosa fare e chi incontrare (coi giusti spazi di libertà, per non privarmi del tutto di una dimensione “di svago”) in funzione di cosa avrei voluto ottenere.
Grande importanza riveste il dopo; tirare le fila dei contatti presi e delle idee sviluppate durante quei giorni frizzanti di idee ed intuizioni.

Ecco allora cinque cose che faccio dopo questa importante manifestazione.

Cerco di intraprenderle a partire dalla settimana immediatamente successiva alla BCBF per gli editori italiani, o due o tre settimane dopo per quelli stranieri; molti di loro si troveranno infatti alla London Book Fair,  che si tiene quasi subito dopo quella di Bologna.

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E' facile contattarmi?

Nel 2014 mi accorsi solo verso giugno che il mio sito non era più raggiungibile da metà marzo, quindi per i tre mesi successivi alla Fiera!

Da allora ho imparato a controllare che tutto funzioni a dovere, prima e dopo l’evento.
Non solo aggiorno le galleries quindi, ma mi accerto che non ci siano malfunzionamenti, broken link e problemi di varia natura nel contattarmi.
Negli ultimi 3 anni inoltre, metto a disposizione il download di alcuni campioni di portfolio (tearsheet, in PDF) e controllo che il link da Dropbox funzioni alla perfezione.

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Idee in ordine

Metto sulla scrivania tutto il materiale raccolto durante la Fiera.
Cataloghi, biglietti da visita, segnalibri, cartoline; ma anche appunti (e fotografie, su PC) degli stand che più mi hanno colpita.

Sono diventata selettiva nella raccolta di materiale in Fiera; nonostante ciò, faccio un lavoro di ulteriore scrematura, separando il materiale che ho prelevato perché mi piace da quello che mi potrebbe dare lavoro.
Mi spiego meglio: posseggo molti libri e prodotti che amo avere intorno, ma non disegnerei mai in quel modo né lavorerei con chi li ha prodotti e distribuiti.
Soprattutto se sei ai primi inizi del tuo lavoro da illustratore, presta molta attenzione a questa distinzione: hai preso quel materiale perché lavoreresti così, o solo perché ti piace da consumatore? Non sempre le due cose coincidono.

Ecco che  questa fase di ordine fisico mi permette di riordinare prima di tutto le idee.

Nonostante vorrei possedere librerie sconfinate e traboccanti, non sopporto avere intorno troppa carta, perciò tengo pochissimo del materiale che raccolgo, che mi serve perlopiù come promemoria.
Trascrivo su un file Scrivener (lo stesso software che utilizzo per scrivere i post su RDD) tutto ciò che mi serve. In questo modo siti e contatti sono facilmente reperibili tramite chiave di ricerca; posso inoltre copia/incollarli al momento del contatto email.
Nei Preferiti del mio browser ho una cartella dedicata ai cataloghi online di editori e produttori con cui vorrei collaborare. Questo mi consente di rimanere aggiornata e tenere d’occhio i miei sogni e le mie ambizioni in modo piuttosto concreto.

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Un obbiettivo senza un piano è solo un sogno

Faccio quello che per me separa sempre il fantasticare dal fare: scrivo una lista di potenziali clienti con cui vorrei lavorare.

Alcuni restano nella Dream List per anni, altri scompaiono col passare del tempo perché cambiano i miei piani, cambia la loro impronta editoriale, vengono assorbiti da altri gruppi o nel peggiore dei casi chiudono battenti. (Eh sì, succede anche questo!)
Mi impegno a fare in modo che la Dream List resti sempre bella nutrita e a sognare in grande.

Creo anche una lista di clienti con cui mi è piaciuto lavorare in passato e pianifico di aggiornarli sui miei nuovi lavori, sperando di collaborare ancora con loro.

4

Uno, nessuno, centomila: chi contatto?

Creo uno o più portfolio PDF mirati al tipo di cliente che voglio contattare .
E poi, pronti all’azione: contattare, contattare, contattare!

A questo proposito… Vale per tutto l’anno, ma visto che il rischio di questa barbara usanza si accentua nel periodo consecutivo alla Fiera, parliamone: non è il caso di mandare email a tappeto a qualunque editore, al grido di “Su 300 uno mi risponderà”.
Contatta solo redazioni che senti affini. Non ha senso saturare le caselle email di mezzo mondo!
E’ poco educato e mostra poco rispetto per altre persone che come noi lavorano.
Prenditi il tempo di selezionare. E’ funzionale, elegante e decisamente più professionale.

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La pazienza è la virtù dei forti… e dei freelance.

I primi anni è normale avere risposte fredde o tiepidine al post Fiera, ma alla fine la perseveranza premia. Non smettere di disegnare e fatti un favore: non fissarti sullo stesso portfolio per l’eternità. Rinnovalo, rimpinzalo.
Lo so, sembra scontato, ma dopo aver visto decine di cartelle lavori vecchie di anni (per mancanza di nuovo materiale) mi sento di specificarlo in questa lista, come consiglio ai corsisti e a chi mi chiede una consulenza.

Pazienza non significa starsene con le mani in mano: come diceva quella gran figura controversa di Pablo Picasso, “l’ispirazione deve trovarci all’opera”.
E anche i clienti, aggiungo io.

Quante cose da fare e da considerare, vero?
Hey! Non ho mai detto che disegnare per professione fosse facile o veloce! Ma è fattibile, col giusto impegno e una dose massiccia di dedizione.
Buon lavoro!

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Asterisk 5 ottimi motivi per visitare la Fiera del libro di Bologna
18/03/2018 Morena Forza in Eventi / No comments
Ci siamo!

La Fiera del libro per Ragazzi è alle porte.
Come sempre, è arrivata prima che riuscissimo a dire “Bologna”.

Quest’anno io parteciperò solo per due giorni, ma li ho riempiti fino all’orlo di cose da fare: appuntamenti, portfolio review, tappe di contatto da editori, art director e colleghi.
Certo, da brava introversa l’idea di immergermi in quella (seppur coloratissima) calca, mi sfibra abbastanza e so che tornerò distrutta, ma anche che in fondo ne vale la pena.

Noi illustratori siamo bestie strane: passiamo gran parte dell’anno a parlarne, a progettare e fare buoni propositi per le cose da fare alla prossima edizione; poi, mano a mano che si avvicina molti di noi si trovano a fare i conti con una crescente apatia e pigrizia che ci fa pentire di aver prenotato albergo e biglietto.

E allora mi sono detta: visto che quest’anno sono in questo mood positivo e propositivo, perché non stendere una lista di buoni motivi per visitare la Fiera del Libro?
Così le prossime edizioni, se sarò un po’ fiacca, mi sentirò comunque motivata a non rinunciare. E spero possa essere utile anche a chi come me, si fa prendere dall’indecisione o dallo sconforto dell’ultimo momento.

1

Il corso degli... eventi

Per 4 giorni la Fiera diventa una piccola città nella città. Un posto coloratissimo dove si concentrano gran parte delle cose che ci interessano.
Facciamo parte di un ambiente abbastanza di nicchia (non tutti ce ne rendiamo conto, ma è così) perciò questa è un’occasione d’oro per partecipare a iniziative pensate da noi o per noi.

Durante l’anno mostre e workshop a cui avremmo voluto partecipare si sono svolti puntualmente in città lontane o scomode da raggiungere…
Beh, ora è tutto qui! Cosa fai, vuoi mancare?
Ci sono diverse mostre di illustrazione, sia all’interno della Fiera che in giro per la città.
E poi, prendono vita workshop, si tengono portfolio review, conferenze, sessioni di disegno live. Tutte esperienze arricchenti, se non vere e proprie occasioni per crescere e imparare cose nuove.

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"Ci sei a Bologna quest'anno?"

Questa è la domanda di rito che immancabilmente ci si fa a partire dalla fine di gennaio.
Incontrare vecchi e nuovi colleghi è una delle cose che preferisco della Fiera.
Nel corso degli anni, alcuni sono diventati amici; altri sono professionisti di lunga data da cui c’è tanto da imparare.
Ci sono illustratori che seguiamo sui siti e social ammirandoli da lontano, e finalmente in Fiera hanno un volto. E’ una sensazione stranissima!

E poi ci si scambiano pareri ed esperienze, tra uno stand e l’altro, o in fila per la focaccia farcita, o ci si vede per un caffè e si chiacchiera di questo e quello.

Facciamoci travolgere dall’entusiasmo di colleghi particolarmente positivi e ambiziosi a livello artistico e imprenditoriale.
Questo per me significa tanto: è una risorsa enorme all’interno della Fiera.
E sai perché? L’entusiasmo è contagioso!
Certo attenzione, perché lo è anche la lamentela; infatti mi impegno ad evitare lunghe chiacchierate con chi tende a piangersi troppo addosso. Nulla di personale.
E’ che sono piuttosto empatica e dalla fiera voglio tornare carica, non appesantita (se non di fantastici calendari e cartoline).

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Un po' di sana Mano Windsor

Mano Windsor, ovvero public relations. Tipica attività fieristica.
Diciamo che ti è piaciuto particolarmente lavorare con alcuni art e clienti. E allora, perché non passare a fare un saluto?

Lavoriamo dalle nostre scrivanie con le cuffie in testa e l’immancabile tazza di caffè o tè di lato.
Come tutti gli illustratori, non incontro il 99% dei miei clienti e degli art director con cui lavoro.
Alcuni di loro li ho sentiti per telefono e su Skype per mesi e mesi di lavorazione e riconoscerei la loro voce ovunque ma non so neppure che aspetto abbiano.
Ammetto che a volte risulta un filino alienante.
Vedersi in Fiera è un po’ come dire: Eccoti qui! Ma allora esisti!
Dopo mesi di email e telefonate, vedersi è proprio una cosa carina!

E poi, Moleskine o tablet alla mano, possiamo scattare foto e prendere appunti su nuovi potenziali clienti.
A me andare in Fiera sembra quasi come fare la spesa.
“Questo mi interessa, questo è adatto, questo lo contatto subito…” Senza contare l’incetta annuale di materiale promo degli editori, spesso bellissimo e super colorato.
Calendari, adesivi, segnalibri e, naturalmente cataloghi!

Con un pizzico di fortuna, alcuni editori improvvisano anche dello scouting in loco e danno un’occhiata a cosa abbiamo da offrire (leggi: ci guardano il portfolio!) anche senza appuntamento. Non dimentichiamoci il biglietto da visita. Nostro e loro.

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Un pieno di energia effetto vitamina

Guarda, non volevo scomodare la grande hit “Le tagliatelle di Nonna Pina”, ma era quasi dovuto!
Il Muro e gli stand sono un caleidoscopio di mille colori, stili, prodotti, novità…
Gli stimoli sono infiniti. Torno sempre dalla fiera che sono una miniera di idee!
Se siamo a corto di “scintilla creativa”, andare in Fiera fa proprio bene.

E’ vero, ci vuole un po’ per mettere insieme tutti i tasselli del puzzle, una volta tornati a casa carichi di input e appunti, quindi coltiviamo una sana dose di pazienza.

5

La grande tribù

Lo dicono anche i Muse :
“Fish in the sea
You know how I feel”

E ci si sente proprio così, una volta varcati i tornelli di Bologna Fiere. Un’enorme, oceanica tribù.
Illustratori, autori, editori, art director, grafici, paper engineers, bibliotecari, sviluppatori, traduttori, sales manager e tanti altri…
Quasi sempre, in Fiera si sviluppa uno strano senso di appartenenza; anzi, inizia ancora prima, quando sull’autobus ci si guarda uno con l’altro perché si indossa il badge al collo, con l’inconfondibile fettuccia magenta.
Non importa se disegniamo o se il nostro lavoro è fare riunioni sulle vendite dell’ultima collana. Ci occupiamo della stessa cosa, come se fossimo parte di un grande organismo.

“Ma sì… cosa vado a fare, io?”

E’ la classica domanda che ti fai quando hai perso quel vago senso di appartenenza.
Quando ci estraniamo da un ambiente, sentiamo di farne parte ancora meno.
E’ un po’ una specie di circolo vizioso.

Per questo motivo, se stai tentennando sull’andare o no alla Fiera perché “Cosa vado a fare? Non sono nemmeno un vero illustratore”, ti consiglio di farci un saltino, almeno un giorno.
Goditi le mostre, osserva quanta vita brulica attorno all’editoria per l’infanzia, coltiva la curiosità, fatti travolgere dall’entusiasmo e dall’energia che scorre in quei padiglioni.

E già che ci sei, guarda quanto mondo c’è dentro la Fiera!
In tempi come questi, in cui ci vogliono tutti divisi ed estranei, gustati i colori dei cinque Continenti che si sono riversati in uno spazio tutto sommato così concentrato.
Io lo trovo davvero emozionante. Credo che faccia bene al cuore, oltre che agli occhi.
Apre le finestre della mente e ci fa circolare della sana aria fresca.
Guarda quante possibilità, quante soluzioni e quanta creatività ci sono nel mondo.

E sì, anche tu ne fai parte. :-)

Ci vediamo lì! Buona fiera a tutti.

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Asterisk Portfolio Review allo stand Autori di Immagini
10/03/2018 Morena Forza in Eventi / No comments

La Fiera di Bologna sta arrivando e, come ogni anno, Autori di Immagini mette generosamente a disposizione gli spazi del suo stand per sessioni live di disegno digitale e portfolio review.

Anche io partecipo al programma! L’incontro è gratuito. Viene offerto da AI.

Ti consiglierò al meglio delle mie possibilità sull’editoria per l’infanzia. :-)
In questi anni ho lavorato a diversi libri (albi, album di stickers, activity book, libri con finestrelle e fingertrails) e numerosi volumi per la scuola primaria.
Ti posso essere particolarmente di aiuto se ti occupi (o vorreste occuparti) di pubblicazioni in Italia e nel mercato anglosassone 0-9 anni.
Alcune delle mie collaborazioni: Mondadori, Usborne Publishing, Edizioni EL, Il Castoro, Giunti, Pearson Italia, Edizioni Corsare, LaScuola Brescia, Triumph, Editions Lito, Fleurus, Porto Editora.

PRENOTA UNA PORTFOLIO REVIEW

Un’ora passa presto, per questo ho potuto accettare solo 10 persone per l’incontro.
I posti sono terminati molto presto. Ma niente paura!
Se ti interessa sottopormi il tuo portfolio e avere dei consigli per svilupparlo al meglio o per proporti a editori e clienti legati al mercato dell’intrattenimento per l’infanzia, puoi contattarmi per una o più consulenze mirate, studiate su misura per te.
Contattami e parliamone!

Qualche indicazione per il portfolio

Quantità: dalle 10 alle 20 immagini. Non di più!

Visiono anche progetti libro (prototipi, storyboard, ecc)

Non sono preparata per il mercato young adult o fantasy.

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Asterisk Affrontare le critiche – Intervista a Davide Calì (2)
26/02/2018 Morena Forza in Editoria&Scrittura / No comments

Illustrazione: Monica Barengo, da “Un giorno, senza un perché

L’ultimo lunedì di questa serie chiudiamo il ciclo di interviste a  cura di Mariapaola Pesce , con la seconda parte della chiacchierata con Davide Calì, autore di libri per l’infanzia e fumetti.

Per leggere la prima parte di questa intervista, cliccate qui.


Se un artista finisce per incagliarsi in un progetto da cui non esce, o il suo stile perde appeal, si demotiva, che consiglio dai?

Questo è un altro dei tanti aspetti difficili da gestire. Non è facile capire quando un progetto non sta funzionando. Io l’ho sempre fatto istintivamente, ma non saprei spiegare se seguo un criterio di qualche tipo. In generale consiglio di cercare un distacco dal proprio lavoro.

Quando hai una forte affezione per qualcosa, hai più difficoltà a lavorarci, a rivederla in funzione di un feedback o a lasciarla andare se non funziona.
In generale si deve essere pronti, credo, a mettere da parte le cose e riprenderle dopo un po’. L’ostinazione produce quasi sempre frustrazione, se poi il risultato non arriva.

Illustrazione: Sébastien Mourrain, da “The tiny tale of Little Pea


Senti, ma in veste di editor, ce la faresti una fenomenologia dell’illustratore?

Hahah! Ma se ti rispondo poi nessuno vorrà lavorare con me!

Scherzi a parte, tutti abbiamo delle attitudini e dei difetti, io per primo e chi lavora con me lo sa molto bene.
Penso che più che una fenomenologia dell’illustratore, ci sia una fenomenologia di quello che vorrebbe esserlo e convenzionalmente si chiama wannabe. (Aspirante o mancato, n.d.r)
Attenzione, non è un dilettante pieno di sogni, quello lo siamo stati tutti.

Il wannabe è quello che in qualche modo non supera mai la fase del sogno.
E’ un po’ un simulatore, si traveste da professionista e si mescola agli altri, ti chiede un appuntamento o ti scrive, sperando in una risposta.
Ma in realtà la sua vera speranza è di non avere nessuna risposta, per continuare a crogiolarsi nel sogno. Se gli rispondi, c’è quello che svanisce immediatamente e quello che invece va avanti, viene all’appuntamento oppure ti spedisce materiale sempre sperando che non succeda nulla. Se invece succede che ti piace e lo richiami, di nuovo, c’è quello che sparisce, quello che educatamente ti comunica che non può dedicarsi al progetto e quello che invece va avanti.

Sono i peggiori, perché troveranno il modo di far fallire il progetto in corso, dopo che ci hai già investito dei soldi e del tempo.

Sei dell’idea che il coaching possa essere applicato
alla dimensione artistica dell’illustrazione? 

Sì, ne sono convinto.
Lo penso da quando mi sono reso conto che la direzione artistica non basta. Certe volte, per sbloccare un lavoro o una carriera che si è fermata, bisogna agire sulle origini del blocco.
In alcune occasioni ho seguito persone bloccate nel lavoro, sono riuscito ad accompagnarle fino alla presentazione dei progetti, ma poi li hanno fatti franare per questioni caratteriali. E’ lì che ho capito che non basta semplicemente perfezionare un progetto o un portfolio, bisogna capire in che punto tutto si è inceppato.

Approfondimenti

Nata a Genova nel 1965. Libraia per eredità familiare, poi formatrice aziendale ed executive coach per una multinazionale delle telecomunicazioni, al momento si occupa di scrittura e formazione, coordinando le attività del progetto Omero- Gli scrittori raccontano i libri.

Al suo attivo il libro Il bello dello sport (Giunti – Progetti Educativi), e diverse collaborazioni con Slowfood e la rivista Lg Argomenti. Il suo primo album illustrato per bambini Si j’étais une souris è in uscita per Grasset nel 2018, contemporaneamente ad un albo con Eli Publishing ed un volume con Electa.

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Asterisk Quella volta che una band mi salvò dal blocco creativo
21/02/2018 Morena Forza in Creatività / No comments
Oasis blocco creativo

Sappiamo quanto possa essere facile fidarci ad occhi chiusi del parere di qualcuno che stimiamo e che ci ispira. Proprio come accade coi personaggi famosi, vero?
Si tratta però di un gioco di equilibri: ci serve l’apertura necessaria ad accogliere i consigli e la chiusura sufficiente a non farci appiattire come uno scoiattolo sotto a un TIR.
Il mio ti sembra un discorso nebuloso? Allora ti racconto una cosa…

Un inizio col botto

Qualche anno fa avevo messo da parte dei risparmi per l’imperdibile workshop di illustrazione con uno dei professionisti del mio Olimpo Personale.
Mi ero seduta in prima fila.
L’illustrissimo illustratore camminò al centro della stanza, sospirò con molta enfasi e annunciò:

“E’ un vero peccato che fra voi, nessuno farà mai un libro illustrato.”

 

Nell’aula cadde un silenzio raggelante, spezzato da qualche risatina nervosa e sommessa.
Io alzai la mano a mezz’aria e intervenni timidamente “Ehmmm… ne ho già fatto qualcuno.”
Non perché pensassi di essere un caso speciale, ma perché le previsioni lapidarie non mi piacciono e mi era sembrata un’uscita fuori luogo.

“Ah sì?” mi rispose quasi fra sé e sé.
Poi continuò.
“Il mercato è morto. L’editoria è in declino. E’ una nave da cui i topi stanno già scappando da un bel pezzo. Poveri voi che dovete ancora cominciare…”

 

Avevamo davvero pagato il corrispettivo di un affitto a Milano per scoprire che era inutile? Mentre tutti si avvilivano, io mi stavo indispettendo.

ll giorno seguente, come richiesto, portai i miei libri illustrati preferiti.
Il responso era: brutto. Ruffiano. Commerciale.
In soldoni, mi disse che i miei gusti erano orientati a un genere di editoria che per lui dovrebbe sparire per sempre.

“La vera illustrazione non è questa.”

Boom.

Tornai a casa a pezzi e la testa mi ronzava. I miei gusti erano sbagliati? La mia stessa concezione di illustrazione era sbagliata?

L’ultimo giorno mi guardava colorare a Photoshop.
“Senti, non so cosa dirti di questa… cosa. Perché il disegno su un computer non esiste. Vedi? E’ lì, nello schermo. Non è reale. Non so consigliarti. Non è una vera illustrazione.”

Stavolta stranamente, non mi sentivo offesa o colpita. Risposi un allegro “Ok!” e tornai a colorare.

All’improvviso, mi era tutto chiaro

Per quanto l’esperienza di questo super talentoso illustratore potesse darmi delle informazioni interessanti, non potevo portarmi via il pacchetto completo delle sue affermazioni. Non potevo cioè affidarmi totalmente alla sua personale e soggettiva verità.
Accecata dall’ammirazione, non avevo considerato che era una persona come tutti, con le sue mancanze e le sue idiosincrasie.

Si trattava di un illustratore tradizionale, di una certa età, molto “artista”, che faceva ritoccare i suoi errori a un paio di addetti al ritocco digitale. Non utilizza l’email e per questo prende accordi via telefono o fax come si faceva il giorno della caduta del Muro.

Come potevo pretendere che una persona con un background così definito e “classico” potesse apprezzare l’impronta delle mie scelte artistiche e professionali?
Mi sentivo come quelle persone che si lamentano perché il loro gatto non fa le feste.
Una completa babbea. Però, che sollievo!

La chiave è contestualizzare

“Non mettere la tua vita nelle mani di una rock ’n roll band”

Hai riconosciuto queste parole?
Va bene, se così non fosse, ti perdono perché gli Oasis sono un po’ démodé,  io li amo ancora come quando mettevo l’ombretto coi glitter in crema e non riuscivo più a chiudere le palpebre.

Ho sbagliato tutto? O sono sbagliata io?

Decisi di tenere nel bagaglio del corso tutte le nozioni sul colore e sulla narrazione (stimolanti e preziose) e di gettare tutto il resto. Non perché non fosse valido, ma perché non si adattava alle esigenze del mio percorso creativo e professionale. E alla mia idea di illustrazione.
Insomma, avevo deciso di non mettere la mia vita nelle mani di una rock ’n roll band, e di non farmi trascinare da una musica che non era la mia.

Forse per quell’illustratore, quello che disegno “Non è vera illustrazione”, eppure sono anni che numerosi editori ed altri clienti lo comprano.
Semplicemente, non si tratta degli stessi che comprano il suo lavoro.

Quando partecipi a un incontro, a un corso, a una portfolio review, ricordati di questo post e scegli quali consigli tenere e quali lasciare andare. Scegli su quale musica ballare.

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Asterisk Affrontare le critiche – Intervista a Davide Calì
19/02/2018 Morena Forza in Editoria&Scrittura / No comments

Illustrazione: Benjamin Chaud, da “Non ho fatto i compiti perché

Questo quarto lunedì ospito l’intervista di Mariapaola Pesce a Davide Calì, autore di libri per l’infanzia e fumetti. Il tema è scottante: come si affrontano le critiche al proprio lavoro?
E come si può reagire quando un editore rifiuta il nostro progetto o il nostro portfolio?

Buona lettura!

A cura di Mariapaola Pesce

Ho conosciuto Davide agli esordi della sua carriera di autore, quando gestivo una piccola libreria per bambini. Insieme abbiamo tenuto qualche corso per aspiranti scrittori, poi le strade si sono divise, e mentre lui si affermava come autore, io mi dedicavo alla formazione, e con gli anni al coaching. È in questo ruolo che gli propongo questa chiacchierata.


Davide, hai iniziato come illustratore, e sei passato alla scrittura.
Ti sei “allontanato da” o sei “andato verso”?

Sono tutte così difficili le domande? Per me in realtà scrivere e disegnare è un po’ la stessa cosa. Quando disegnavo, avevo le storie in teste, i personaggi parlavano mentre disegnavo, come se vivessero di vita propria. Ora perlopiù scrivo, ma ho sempre il film della storia che mi scorre in testa, vedo come e dove si svolge l’azione, l’espressione dei personaggi, i gesti delle mani.
E di fatto scrivo anche le illustrazioni.
Ti faccio vedere un video.
David Grohl dei Foo Fighters spiega che per lui è stato facile passare dalla batteria alla chitarra, perché sono lo stesso strumento. Sembra assurdo, ma sono perfettamente d’accordo con lui.

Illustrazione: Ronan Badel, da “Les Bacon Brothers – Back in America

Torna un momento a quando illustravi (anche se sporadicamente lo fai ancora):
quali sono i ricordi principali di quel periodo?

Disegnavo molto. Ho immaginato moltissime storie che non ho mai finito e tante altre che ho finito e mai pubblicato. Disegnavo anche vignette e altro.

Poi hai scritto a lungo: hai oltrepassato quota 100 libri.
Tra le tante cose che fai, sei spesso dall’altra parte della barricata, come insegnante, editor e capo progetto.
Quali sono i momenti e gli aspetti più delicati?

Uno degli aspetti più delicati penso sia comunicare un feedback negativo o un rifiuto.

Non è facile in questo lavoro non prendere le cose sul personale e qualche volta gli artisti sono permalosi. Bisogna saper comunicare che quella dell’editore, è e rimane un’opinione.

Un rifiuto non è la fine del mondo, anche se una sfilza di rifiuti possono metterti in crisi e indurti a riconsiderare i tuoi progetti o la tua carriera. La stessa cosa vale per un feedback negativo. È un’opinione, e vale come tale in un certo contesto. Non è un giudizio con un valore assoluto.

Illustrazione: Raphaëlle Barbanègre , da “Biancaneve e i 77 Nani

Puoi svelarci il segreto del tuo stile nel dare feedback? Hai un modello a cui ti rifai, o qualcuno che ti ha dato consigli preziosi che offri anche tu?

Non so se mi rifaccio a un modello. Forse a un modello negativo. I modelli negativi mi sono sempre stati utili. Nel tempo ho visto tante persone che non volevo diventare e mi hanno aiutato enormemente a diventare un’altra cosa.

Ora che mi ci fai pensare, in questo primo anno di lavoro forse ho adottato il modello di Naomi, la mia editor a San Francisco. Lei è sempre super entusiasta del lavoro, ma ciò non toglie che lavoriamo i testi e le illustrazioni diecimila volte per arrivare alla perfezione e le sue mail sono zeppe di correzioni e richieste di cambiamenti da fare. Però spende sempre una parola per quello che le piace, con il suo caratteristico entusiasmo californiano, per cui alla fine dopo una mail di tre pagine, non percepisci solo che è tutto da rifare, ma anche che il lavoro le è piaciuto moltissimo.

A volte ho guardato Master Chef, con commenti imbarazzanti e spietati, tipo” avrei vergogna a dire di aver cucinato questo piatto”. Ti capita mai di dire a qualcun: questo libro fa schifo?

Non penso di averlo mai fatto. Ad alcune persone ho detto che a mio parere il loro lavoro era inadeguato a un mercato commerciale, ma questa io non l’ho mai intesa come una sentenza di morte.

È un’opinione ed è relativa all’adesso, non vuol dire che chi mi ha portato quel portfolio non combinerà mai nulla di buono. Però le persone che ti fanno vedere il loro lavoro spesso vogliono proprio sapere a che punto sono, ed è giusto dirglielo.
Se lo scopo è il professionismo, e ripeto se, perché se non lo è cambiano tutti i parametri, il mercato ha delle regole. Non mi soffermo nemmeno a dire se siano giuste o sbagliate, io le ho solo imparate e cerco di guidare le persone che vogliono seguire i miei passi perché arrivino dove vogliono.

Credo però che insultare qualcuno dicendogli che fa schifo non sia costruttivo ma un puro esercizio di egocentrismo e di presunzione. Confesso che non ho mai capito le finalità di Master Chef e di altri programmi sul genere, se sia solo giudicare aspiranti chef, o anche formarli, ma in ogni caso non mi piace la spettacolarizzazione che si fa dell’umiliazione. Soprattutto quando a farla è un presunto grande chef che poi inventa ricette con le patatine chips solo perché lo hanno pagato per farne pubblicità.

Illustrazione: Serge Bloch , da “Il nemico

Torniamo a noi: a te come autore, è successo? Se sì, ne hai tenuto conto? 

Che qualcuno mi dicesse che facevo schifo? Mi pare di no. Se è capitato non me ne ricordo. Non è stato facile arrivare dove sono, ma mi sembra di aver sempre incontrato persone abbastanza gentili.

Qualche volta incompetenti magari, qualche volta mi hanno dato con sincerità i consigli sbagliati, ma non mi ricordo nessuno che mi abbia mai insultato.
Ho ricevuto tanti no e con meraviglia di tanti, continuo a riceverne.

Beh, sì, un po’ mi meraviglia, l’idea che in molti hanno di te è che non sbagli un colpo!
Questo mi incoraggia molto nell’incassare i primi rifiuti che sto ricevendo come autrice.
Quindi, bisogna sempre tenere conto dei feedback degli editori?

Questa è una domanda che richiede una risposta complessa.
Ai miei corsi dico sempre che non bisogna prendere per oro colato qualsiasi cosa dicano del tuo lavoro. Ma quando sei all’inizio una delle cose difficili da capire è proprio fino a che punto accettare le critiche. Se non ne accetti, secondo me, non vai molto lontano.

Nel momento in cui pensi di condividere il tuo lavoro con qualcuno, per forza di cose, devi fare i conti con le opinioni e le visioni altrui. Al tempo stesso però, se ascolti i consigli di tutti rischi il cortocircuito.
L’editoria non è una scienza esatta: ognuno ha o crede di avere, la sua formula e per tendenza te la spaccia come unica per cui, ascoltando più voci il risultato è che non ci capisci nulla, perché ognuno dice il contrario degli altri.
Ciascuno deve trovare la sua strada, capire cosa vuole, dove vuole andare e fino a che punto si sente disponibile di seguire le richieste o i consigli altrui.

Il difetto principale degli editori, che confonde chi propone il proprio lavoro, è una visione sempre troppo auto-centrata, per cui quasi nessuno si ricorda di aggiungere “secondo me” quando commenta il tuo lavoro. Se dall’altra parte c’è una persona inesperta ovviamente prenderà il parere come un dato di fatto, un giudizio assoluto, cosa che non è quasi mai.

Ah, il magico potere del “secondo me”!
In questo senso, se un artista si accorge che un feedback è troppo duro, o generico, o sbagliato, tu cosa consigli?

Io consiglio sempre di segnare un confine molto netto, tra educazione e maleducazione.

Non bisogna mai accettare un giudizio palesemente offensivo. Spesso mi è capitato di illustratori che mi chiedono consigli per fronteggiare comportamenti anomali, perché non sanno come reagire. Si tratta perlopiù di comportamenti che non hanno a che vedere con la qualità del lavoro ma con la disponibilità dell’artista a lavorare gratis. C’è chi ti dice chiaramente: non sei nessuno, ti ho chiamato a fare un lavoro, dovresti ringraziarmi.

Aldilà della visione molto opportunistica, credo che la maleducazione sia fuori discussione.
Poi, se il giudizio è generico, forse non c’è interesse dall’altra parte a darne uno più accurato e, non si può obbligare qualcuno a farlo. Se è sbagliato e si sta già lavorando con qualcuno, penso si possa discutere. Se alla fine le visioni reciproche non combaciano si deve valutare la possibilità di lasciar perdere la collaborazione, oppure di accantonare il progetto per fare un’altra cosa.

Illustrazione: Sara Gavioli , da “Cornelius Holmes. il caso del barboncino dei Baskerville

La seconda parte di questa intervista
sarà online il 26 Febbraio.

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Asterisk Intervista a Pierdomenico Baccalario
12/02/2018 Morena Forza in Editoria&Scrittura / No comments

Fonte immagine: Il viaggiatore incantato

E’ il terzo lunedì di questa serie di interviste e oggi Mariapaola Pesce decide di scambiare quattro interessanti chiacchiere con Pierdomenico Baccalario, scrittore per ragazzi e giornalista, nonché fondatore dell’Agenzia BOT.

 

Buona lettura!

A cura di Mariapaola Pesce

Per cominciare, tutti ti conoscono come scrittore e giornalista, ma le tue attività non si fermano a quello. Mi interessa nello specifico la tua attività all’interno dell’agenzia Bot.

Ho fondato BOT tre o quattro anni fa (ho un brutto rapporto con il tempo, a proposito di non fermarsi), con la precisa intenzione di creare un’ambiente adatto al lavoro contemporaneo di più creativi. La mia esigenza era quella di creare un sistema – il più possibile organizzato, e il meno possibile formale – al vertice del quale ci fossero, appunto, i creativi.
Venivo da un’esperienza di lavoro, molto formativa, in cui, invece, il parere creativo veniva per ultimo, ed era sempre sottoposto alle esigenze/calendari produttivi.

I creativi sono persone molto affidabili, ma unicamente su un aspetto: l’entusiasmo e la qualità di quello che inventano. Tutto il resto: gestione del tempo, degli spazi, delle relazioni esterne e interne al gruppo, doveva essere costruito da zero.

Che sfida entusiasmante!
Io, per esempio, ci vedo opportunità rara di fare “pulizia”, eliminare il superfluo o il nocivo dei rapporti, le trappole, conservando solo ciò che piace e funziona.
Quando ti ho chiesto questa intervista, ti ho detto che quello che mi ha colpito di voi è la sensazione che siate un gruppo di amici che si conoscono da una vita e che intorno a questo a ad una passione in comune abbiano costruito carriera e futuro. Sono troppo romantica?

Per niente. C’è un vecchio detto che dice che non si dovrebbe mai lavorare con gli amici, perché si rischia di danneggiare entrambi gli aspetti di una relazione (amichevole e lavorativa).
Quello che è vero di questo detto è che è vecchio. Il mio gruppo di persone si è sicuramente fortificato su una forte base di amicizia (a partire dal primo dei miei colleghi – amici – collaboratori, Alessandro Gatti, con cui lavoro – e mi diverto, da più di venti anni).

La cover di Atlante dei Luoghi Immaginari

(P. Baccalario, D. Calì, illustrato da Isabella Mazzanti)

Grazie al progetto Omero ho conosciuto parecchi della tua squadra. Ognuno segue progetti individuali, offre collaborazione al resto del gruppo e non fa mai mancare il proprio incoraggiamento pubblico al lavoro degli altri, con grande generosità reciproca. Quali sono i segreti dietro a questa armonia?

Non sono così ingenuo da pensare che basti un’amicizia per lavorare insieme (ho amici con cui non dividerei mai la scrivania e loro con me), ma non penso neppure che si possa lavorare bene con persone che, dell’amicizia, non sappiano condividere alcuni valori essenziali: etica del lavoro, senso del dovere, progetto di cura reciproco, disponibilità a dare senza un necessario corrispettivo.

Sulla base di questo codice etico non scritto il nostro gruppo è cresciuto in competenze e, anche, in amicizia. Sei disposto a dare idee a un altro di noi, in cambio della promessa che ne riceverai quando sarai in difficoltà? Sei disposto a mettere a disposizione quello che sai e chi conosci, in cambio della promessa che gli altri faranno altrettanto? Hai voglia di leggere e correggere un manoscritto, senza ricevere altro in cambio, se non il fatto che potrai chiedere di fare altrettanto?
In poche parole: ti fidi degli altri? Se la risposta è sì, benvenuto. Fidandomi in prima battuta di chiunque vuole entrare nel gruppo ho fatto errori, ovviamente, come quel certo autore che non è mai riuscito a capire in che modo noi usiamo i contatti (in modo libero, ma rispettoso di chi ce li ha forniti) o di quell’ altro a cui abbiamo dovuto per anni riscrivere i libri sperando imparasse a farlo in autonomia, e che, invece, dalla facilità con cui altri scrivevano cose che a lui non uscivano così bene ne è rimasto schiacciato e oggi non scrive più.

Hai sollevato un tema straordinario: la fiducia.
Questo rapporto in cui si mettono a disposizione competenza (creativa, nella scrittura), affidabilità (il sapere di poter contare gli uni sugli altri perché si è già sperimentato), e la sincerità di intervenire su un’idea, un lavoro di altri perché migliorabile, sembra una definizione da manuale! Dì la verità, avevi dei modelli, quando hai cominciato a costruire il tuo gruppo?

La mia compagnia di giochi di ruolo, con me nel ruolo di Master, e unicamente perché sapevo fare quello: mettere le persone al giusto posto dentro a una storia che costruivo a poco a poco partendo da loro (e da una mia visione).
La mia prima visione, con BOT, è stata quella di lasciare le persone libere di fare quello che vogliono: BOT non è un’agenzia, né, abbiamo contratti di esclusività sulle persone. Abbiamo contratti sui progetti, sulle singole storie, sui libri. E per ognuna di queste storie, una rete di persone capaci di mettere in comune le idee. O, al contrario, persone che buttano idee agli altri nella speranza che diventino storie e progetti. Le idee, regalate a persone che danno valore alle idee, anziché perderle, si moltiplicano. Una volta che un’idea si forma, che si sviluppa, c’è chi se ne prende cura. Si condivide un modo di lavorare insieme, senza perdere la propria autonomia artistica, la propria cifra di riconoscibilità (del gruppo e di ognuno di noi).

Ho poi studiato per fare in modo che queste belle cose potessero diventare un modello di business sostenibile, che le collaborazioni di più persone a un unico progetto potessero essere quantificate per poterne dividere equamente gli eventuali guadagni e perché ognuno fosse soddisfatto di poter essere messo nelle condizioni di poter lavorare (e questo è fondamentale) da casa propria.

Stai via via esplorando una serie di temi che mi sono carissimi: la visione, per esempio, questo sogno di un futuro che non resta un’immagine nella testa, ma si mette in movimento per diventare presente!
Senti, ma fammi fare una provocazione: quando non funziona? Cosa succede se un progetto va male, o non piace a qualcuno di voi?

Si lascia lì. Ne servirà una parte, magari, per qualcosa di completamente diverso (e se lo si fa, si contattano gli autori originari). In genere il non funziona, però, lo affidiamo gli editori.

Sono loro a dirci se una cosa piace oppure no. Sono gli editori i nostri primi clienti. I lettori, invece, sono come noi: persone che si entusiasmano.

Una tavola  da Un drago in salotto (P. Baccalario, illustrato da Claudia Petrazzi)

E se non piace a te? Come ti comporti? Che tipo di leader sei?
Sei il tipo motivante, o quello dallo stile autoritario?

Un amico sardo mi definì una volta come un anarchico situazionalista. Ovvero uno a cui piace comandare e a cui piace che tutti seguano le regole. E che, se tutti seguono le regole, però, diventa anarchico e fa di testa sua.
Scherzi a parte, mi ritrovo in questa definizione, ma non forzo nulla se vedo che si muove e gli autori sono contenti. Abbiamo fatto e pubblicato storie di cui non so niente. Altre, invece, si fermano o hanno problemi. E allora intervengo. Il mio intervento lascia tracce, perché sono io a intervenire, con tutta la mia energia. Ma non intervengo sempre. Solo se c’è bisogno di un parere (di solito, di trama). Da un punto poi di vita di tutti i giorni dell’ufficio (il nostro ufficio è praticamente nella casa in cui abito), io mi occupo di un aspetto importante: cucino i pranzi per tutti. Tutti i giorni.

Interessante! Ti ci vedo, sia come anarchico che come chef. Poi magari ti rubo una ricetta, se ti va, dopo tutte queste domande serie!

Visto che hai parlato di una definizione che hai ricevuto da un amico, parliamo un po’ di feedback, di darne e riceverne.
Tu negli anni ne hai ricevuti migliaia, immagino. Cosa hai imparato?

Non leggo i pareri dei miei lettori, non leggo le recensioni, né gli articoli che eventualmente parlano di me, non guardo le classifiche. Niente di niente. Potete venire tutti a parlarmi. ben venga il feedback di persona. Perché costringe a reazioni fisiche immediate ed evidenti.

La penna – anche social, è meno diretta, più subdola. Verba volant, e meno male, nel senso che le cose raccontate possono andare lontane. Mi sono costruito il mio albero, non mi chiedete di starmene sempre ad ascoltare il rumore del vento!

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Asterisk Il mistero del ritratto scomparso (e ricomparso) di Oscar Wilde
09/02/2018 Morena Forza in Arte / No comments
Oscar Wilde

Lo scorso 6 febbraio, chiacchieravo con un’amica alla mostra di Henri Toulouse-Lautrec a Palazzo Reale e mi sono trovata a raccontarle di un particolare ritratto che l’artista aveva voluto fare a tutti i costi al suo caro amico, lo scrittore Oscar Wilde.

Avevo letto un articolo che ne parlava qualche tempo prima, ma non ne conoscevo l’aspetto.
E’ stato buffo: mano a mano che le parlavo delle circostanze in cui era stato realizzato il ritratto, mi sono resa conto che quella davanti a noi era proprio la litografia dell’opera.

La strana coppia

L’amicizia fra Wilde e Toulouse-Lautrec era senz’altro interessante, eccentrica (anche perché era cominciata proprio a Parigi in piena Belle Epoque ed entrambi vivevano molto sopra le righe!) e non passava inosservata, tanto che loro stessi furono disegnati insieme dal caricaturista R.Opisso:

opisso oscar wilde toulouse lautrec

Alto, chiaro e appesantito Wilde; piccolo e scuro l’artista, sproporzionato a causa di una patologia ereditaria che gli aveva causato una forma di nanismo fin dall’adolescenza.
Entrambi con una grande personalità, che esprimevano attraverso uno humor tagliente (e molto autoironico, nel caso di Toulouse-Lautrec) e uno stile di vita esagerato, fuori dagli schemi.

Un ultimo ritratto

Dietro questo acquarello c’è un singolare intreccio fatto di persone, nazioni, fatti e misteri.
La sua storia inizia nel maggio del 1895.

Nello stesso anno in cui la sua pièce teatrale “L’importanza di chiamarsi Ernesto” aveva avuto un clamoroso successo, Wilde, all’apice della carriera, venne accusato di atti osceni per via della sua omosessualità (illegale in Inghilterra fino agli anni Sessanta del secolo successivo).

Toulouse-Lautrec, che da sempre aveva apertamente difeso i diritti degli omosessuali e quindi sostenuto con grande affetto l’amico, si trovava a Londra la notte prima del processo; gli chiese così di posare per un ritratto.

Forse come gesto d’affetto, o per distrarlo?
Entrambi sapevano che le possibilità che Oscar Wilde venisse riconosciuto innocente erano quasi nulle, e quello per molto tempo sarebbe stato l’ultimo ritratto. Per molti, il fatto che fosse sposato e avesse dei figli non costituiva un’attenuante, ma l’esatto contratto.
Possiamo immaginare quindi lo stato d’animo dei due, soprattutto perché Wilde aveva rifiutato l’offerta di amici e parenti di fuggire nel continente, decidendo così di affrontare la propria rovina e il proprio destino.

Wilde ricevette l’amico nella sua casa di Londra, ma scoprì poi di essere troppo nervoso per rimanere seduto in posa.
Per questo motivo, il pittore lo dipinse a memoria, una volta tornato alla propria camera d’albergo. Ed è straordinario il modo in cui riuscì a catturarne l’essenza solo attingendo dal proprio ricordo.

Qui, un tocco quasi profetico, fa capolino nel ritratto: Toulouse-Lautrec aveva voluto aggiungere Westminster sullo sfondo e proprio il giorno seguente, durante il processo, vennero chiesti a Wilde dei dettagli a proposito di un bordello maschile localizzato a Westminster, che si scoprì poi avere sede vicino alla Camera dei Comuni.

Il mistero della scomparsa (e della ricomparsa)

Negli anni Cinquanta, il ritratto ad acquarello (che oggi vale più di un milione di sterline) scomparve da musei e collezioni e nonostante una serie di indagini fu impossibile reperirlo.

Molti anni dopo, alla fine del 2000, la notizia esce sul Guardian, destando un certo scalpore: il ritratto è riapparso, avvolto dalla stessa aura di mistero con cui era svanito nel nulla mezzo secolo prima. E proprio in occasione di una grossa mostra londinese per il centenario della morte di Wilde.

Sembra che a darlo in prestito alla British Library sia stato un collezionista europeo e lo abbia fatto con rigidissime condizioni: in forma anonima, e con un accordo di segretezza degno dello spionaggio industriale. Il collezionista infatti non vuole neppure che venga reso noto il suo Paese di residenza.

Mistero nel mistero, un altro collezionista “invisibile” ha contattato la British Library, dando in prestito un verbale del processo a Oscar Wilde (24-25 maggio 1895), fino a quel momento sconosciuto ai ricercatori, generando così nuove domande su un periodo così controverso della Storia dell’Arte e della nostra società.

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Asterisk Non aprite quel portfolio – Gli errori più frequenti
07/02/2018 Morena Forza in Guide e Tutorial / No comments
portfolio illustrazione

Illustrazioni di Justin Tran

Halloween è lontano…

Ma ci sono cose che fanno paura tutto l’anno. Come l’invio di un portfolio pieno di errori!

Ne riconosci qualcuno in questo elenco? Sbagliando si impara. :-)
Se guardo i miei vecchi portfolio (che ho conservato come monito) mi accorgo di come fossero meno efficaci di quelli che preparo negli ultimi anni.

E’ normale. L’importante è correre ai ripari!
Gli errori possono riguardare due elementi in particolare.

Il contenuto del portfolio

Sono quelli che hanno a che fare proprio con le immagini che abbiamo scelto.

  • Inviare il proprio materiale a tutti, indistintamente. Non conoscere il catalogo del destinatario (e pensare che non si noti). Sparare nel mucchio non solo non funziona, ma è anche poco educato.
  • Un portfolio sopra le 20 immagini è un big no-no. Nessuno arriverà alla fine. Ho visto coi miei occhi la quantità di email giornaliere che ricevono art director e agenzie. Farebbe impallidire Dracula all’Equatore. Ti rassicuro: chi sta cercando nuovi artisti approfondisce sempre siti e account social di un portfolio che l’ha colpito.
  • Già che ci siamo, attenzione anche al peso eccessivo dei file inviati.
  • Ricevere immagini a grandezza francobollo farebbe salire la frustrazione anche al Dalai Lama. Lo so, non vuoi che le tue tavole vengano utilizzate senza il tuo consenso, ma non esagerare. Devono essere leggibili e dare delle informazioni a chi le guarda. Ecco due immagini di misura ragionevole: verticale e orizzontale.
  • Tavole in risoluzione troppo bassa, (quelle in cui si vedono i dettagli sgranati) sono da evitare. In questo articolo avevo scritto come funzionano formati e risoluzioni.
  • Inserire lavori troppo vecchi. Non usi più quella tecnica, hai cambiato stile, o sei migliorato in maniera esponenziale da quando hai fatto certe illustrazioni? E’ il momento di eliminarle. Non rischiare che alcune tavole abbassino la qualità generale del portfolio o che possano chiederti cose di cui non vuoi più occuparti.
  • File con nomi generici. Se invii un PDF chiamalo col tuo nome e cognome e con l’anno corrente. Lo stesso se stai inviando immagini sfuse in allegato:nomecognomenumero.jpg. Nella cartella del destinatario, sono già presenti decine o centinaia di portfolio che si chiamano portfolio.pdf o IMG03.jpg.
  • Due cose sono infinite: l’universo e la bruttezza dei watermark. Lo so cosa stai pensando: “Ma poi stampano 200 cartoline con le mie immagini e non me le pagano!” Non succederà, anche perché invierai file in formato web e non per la stampa (quindi non sopra i 72 dpi, con cui si può fare poco e nulla). Il watermark è obsoleto e pretenzioso. Ma soprattutto, è fuori luogo quando si contatta un potenziale cliente, perché grida questo: “Senti, io non mi fido di te, quindi ecco le mie immagini tutte coperte da una filigrana enorme che non ti permetterà di rubare il mio lavoro. Detto questo, lavoriamo insieme?”

Leggi i migliori manuali per illustratori

Qui ho raccolto i miei preferiti e ti racconto perché per me sono stati preziosi.

La forma o la presentazione

Il tuo portfolio non ha niente che non va. Ma il modo in cui lo presenti fa la differenza.

portfolio illustratore
  • E’ lei, che paura! L’email che arriva vuota in casella (e magari pure senza oggetto). La chiamerei “Il silenzio degli innocenti”. Un allegato misterioso fa capolino laggiù, ma non ci sono due righe di presentazione, una spiegazione, ma che dico! Non c’è nemmeno un “Buongiorno” o un “Grazie”. Sei di fretta e non hai tempo di scrivere? Fatti vivo in un momento più libero. Abbiamo tutti da fare, ma siamo persone, dietro allo schermo.
  • Invii il portfolio e ti lasci prendere la mano; e così l’email racconta la storia della tua vita.
    Lascia parlare il portfolio, dopo una breve presentazione (ho detto breve!). In fondo, il protagonista dovrebbe essere lui!
  • Hai poco tempo e così invii la famigerata email a tappeto. E’ quella scritta uguale per tutti coloro che la riceveranno. Magari anche con i destinatari in chiaro, per fare l’en plein? Ullalà! No, davvero. Non si fa.
  • Ossessione. Inviare il proprio portfolio una volta al mese alla stessa redazione.
    Due o tre volte l’anno può andar bene (e senza Risp. in calce, per carità!) ma non diventare l’incubo di un art director.
  • L’inglese maccheronico.
    Metti via quel traduttore online e nessuno si farà male.
    D’accordo, non devi prendere il tè con la Regina Elisabetta, ma se come una mia ex compagna scrivi “I have bed” per dire che hai letto qualcosa, considera l’idea di un mini corso di inglese prima di tuffarti a pesce nel mercato straniero. Shish!
  • L’enigmista. Chiamo così quell’email che non contiene un allegato ma apre delle finestre per ottenerlo. “Clicca qui! Bene, e ora clicca qui! Ci siamo quasi… Clicca qua! Adesso inserisci la password che ti è stata inviata in un’email separata. Quasi fatto! Somma le ultime tre cifre di questo codice alla data di incoronazione di Carlo Magno e scarica il file.”
    … Saw, sei tu?
Nel dubbio, segui le linee guida

Soprattutto gli editori, a volte richiedono formati particolari, non ricevono allegati in casella e vogliono solo il link al portfolio online; altri ancora accettano solo l’invio cartaceo o del CD.
Vai sul sicuro e leggi sempre le linee guida messe a disposizione sui loro siti.

Vuoi saperne di più? Scopri altri consigli

Partecipa al workshop “Il sogno e il mestiere” con me e Ilaria Urbinati e vieni a conoscere il disegno come professione. Esplora il programma completo, oppure leggi cosa raccontano alcuni illustratori dopo aver partecipato.

Prossima tappa: da definirsi per il 2018

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Asterisk Intervista a Roberto Santillo – Seconda Parte
05/02/2018 Morena Forza in Fumetto / No comments

Per quattro lunedì ospito le interviste di Mariapaola Pesce ad autori di spicco.
Iniziamo con una serie di interessanti domande al fumettista Roberto Santillo (classe 1962) che nel 1993 è divenuto direttore dell’Accademia Disney.

Questa è la seconda parte dell’intervista. La prima  si trova qui.

Buona lettura!

Fonte immagini: Labo Fumetto

A cura di Mariapaola Pesce

Dimmi una cosa, avevi o hai tutt’ora dei riferimenti per il tuo ruolo? Stili di leadership, personaggi che ne incarnano uno che ti piace? Ce n’è uno che invece tieni volontariamente lontano, perché non lo condividi? Valgono anche personaggi Disney, se ne hai!

Mi piacerebbe risponderti facendo riferimenti intriganti a prestigiosi “guru” del settore dai quali sono sicuro c’è tantissimo da imparare, ma l’occasione che mi dai di mettere in campo personaggi Disney, ammetto, è irresistibile.
Quindi, userò due film su tutti: Il libro della giungla e La spada nella roccia.
Si tratta dei miei preferiti da bambino, anche se allora non avevo minimamente idea che in età matura avrei riconosciuto e apprezzato profondamente il metodo di coaching di Baloo e Bagheera e la leadership straordinaria di Mago Merlino. Nel dettaglio: Bagheera è responsabilità e concretezza nel programmare azioni e risultati, unita ad empatia, intuito e capacità di relazione con specie diverse. Baloo, invece, lateral thinking e uso del cambio di prospettiva, capacità di sdrammatizzazione energizzante e… spirito di sacrificio nel momento chiave.
E poi c’è, Mago Merlino: il punto ideale di incontro tra leadership e coaching. Insomma, ti mostro come si fa, anzi lo facciamo insieme e ci prendiamo gli stessi rischi prova dopo prova. Ma devi crederci fino in fondo. Se scegli la strada più breve, e in fondo nella fattispecie preferisci fare lo scudiero, meglio per me andare alle Hawaii e ci vediamo ad Honolulu, caro mio!
Ci si potrebbe scrivere uno di quei saggi americani a tema, non credi? Sarebbe un blockbuster!

Facciamolo! Ne parliamo a parte, senza che ci ascoltino tutti, dai!
Ora voglio entrare nello specifico del tema feedback: nel tuo lavoro, prima come fumettista, poi come responsabile di progetti, ne avrai ricevuto parecchi. Qualcuno immagino ti sia piaciuto, per contenuto e forma, qualcuno invece meno…Ci racconti?

Da disegnatore purtroppo ho realizzato pochissime storie, di conseguenza ho avuto poche opportunità di ricevere feedback professionali con cui confrontarmi.
Ma il più importante che ricordo mi giunse da Romano Scarpa. Mi riferirono che a seguito della pubblicazione delle mie prime storie commentasse che “sembravo nato per disegnare Disney”.

Conoscendo la sua forte personalità non poteva essere un facile commento lusinghiero: mi era arrivato un nuovo “non mi tradire”, detto dall’artista italiano che più si era immedesimato nelle creazioni di Walt Disney durante la sua carriera di autore. A me suonò come se avesse voluto mandarmi un messaggio preciso chiedendomi lo stesso impegno e responsabilità nel diffondere la magia disneyana che aveva caratterizzato il suo lavoro.

Di contro ricordo che ricevetti, in occasione di una presentazione importante, una sferzata micidiale. Agli inizi della mia carriera, avevo lavorato a un nuovo progetto gestendo un gruppo di giovani talenti che per sei mesi avevano dato sé stessi per quel particolare lavoro. Il progetto aveva una valenza particolare per la Disney italiana in quanto intendeva creare una nuova serie di personaggi da lanciare a livello internazionale, non solo in ambito comics. Mi venne chiesto di presentare il tutto in prima persona a Parigi dove allora erano dislocati i nostri Headquarters europei: il loro benestare avrebbe dato il via libera alla condivisione in USA del lavoro. Era la prima volta che mi trovavo a illustrare un lavoro con un’implicazione strategica di quel livello.

In quell’occasione fui attaccato dal mio interlocutore dopo aver pronunciato le mie prime parole. La critica era in sintesi era una sola: tutto già visto, inutile proseguire il colloquio. Ricordo che ribattei che la sostanza che dava forza e originalità al lavoro era l’archetipo narrativo che avevamo costruito alla base di ogni personaggio. La forma, se mai davvero fosse apparsa da rivedere rispetto alle aspettative, era secondaria!
Lo scontro era impari, ma il mio argomento forte. Ero convinto di ciò che sostenevo.
Il progetto non venne accettato ma, paradossalmente, non venne neanche rifiutato. Così, infine, ottenemmo l’autorizzazione a mostrarlo in USA. Ma questa è un’altra storia.

Roberto Santillo allo stand Labo Fumetto durante l'edizione 2015 di Lucca Comics&Games

Caspita: non sei retrocesso, neanche di fronte ad una situazione difficile! Come dire: ok, il feedback è importante, ma ne uso quello che mi serve. Giusto! Come ti regoli tu, invece, quando è il momento di dare un tuo feedback, soprattutto se per caso ti trovi a doverne comunicare uno negativo, o se devi rinunciare ad un progetto a cui tieni per scelte di maggior impatto in azienda?

Ho imparato a non giungere a quel momento impreparato. Preferisco esaminare il lavoro per tempo prima di restituire un feedback. Devo elaborare, fare decantare il tutto, devo “maneggiare” il materiale creativo ricevuto, appenderlo, staccarlo, rifotocopiarlo, comporlo. Insomma assorbirlo. Bastano anche soltanto 24 ore.

Quel risultato è frutto di ciò che ho trasmesso nell’incontro precedente, ne sento quindi una parte di responsabilità.
E poi esistono i segnali nascosti, che non avrei previsto neanche con la sfera di cristallo e sono questi spesso la chance inaspettata per continuare nel modo migliore, veri e propri trampolini per rilanciare il dialogo tra art director e artista magari solo apparentemente tradito.
Spesso questi “indizi” li ho trovati semi nascosti a margini dei fogli, tra schizzi definiti come impresentabili, e si sono rivelati preziosissimi. Alla fine l’artista sentirà se hai capito, se lo hai capito, se lui ha capito. Per questo occorre prepararsi bene.

Imperativo gestire poi la frustrazione, o il troppo entusiasmo. Bisogna frenare la voglia di dare troppa voce alla propria aspettativa. Occorrono invece buoni occhi e buone antenne.
Se il feedback però sarà negativo dovrà essere efficace. Ed è bene partire dalle cause. Puoi non aver individuato la persona giusta. L’analisi della persona che hai fatto forse era superficiale, oppure viziata dalla tua fretta. Dovrai tenerne conto e forse rivedere con onestà la tua scelta. Oppure è accaduto di non aver saputo “catturare “in maniera piena l’artista, o nel caso, l’intero team. In tal caso devi rivedere quanto hai trasmesso e fare in modo che l’appuntamento col feedback negativo comporti l’occasione di una maggiore immersione.
Infine potrebbe essere mancato il senso di responsabilità dell’artista verso il progetto stesso. In tal caso è indispensabile indagare velocemente le cause. Occorre parlarne guardando quell’artista – o quel team – bene dentro e far leva su quanto egli è in grado di fare e non ha fatto per pura sottovalutazione dell’impegno richiesto. “You are more than what you have become”, così parla Mufasa nel film Il Re Leone. Molti artisti sono infatti molto più di quello che a volte i loro disegni ci dicono. In quei casi sta a noi ricordarglielo.

Una bella lezione di responsabilità del leader, questa!
Ora però ti metto un po’ in crisi, se no sono solo complimenti: immagina, per una volta, di occuparti di un progetto che non ti stimola, ma che in azienda sia ritenuto molto strategico. Come fai a mantenere per te e la tua squadra la giusta motivazione?

È una situazione complessa, difficile cambiare le proprie sensazioni a pelle.
La chiave può essere ricordare innanzitutto a sé stessi che, qualunque sia la natura del progetto, questo ci consentirà di parlare ad una vasta schiera di persone: il nostro pubblico.
Pubblico verso il quale personalmente continuo a nutrire grande rispetto e considerazione, non solo di stampo professionale. La diversità di pensiero, la mancanza di stimoli che possiamo avere non è necessariamente l’indicatore di un progetto carente di significati validi per un’ampia audience.
Difficile comunque che ci venga affidato un progetto che non abbia un pubblico di riferimento a cui attribuire sensibilità e sinceri interessi. A volte il risultato è sorprendente e le scoperte che si fanno stimolanti.
Da ciò direi che dedicare del tempo allo studio di un’audience particolare, per quanto lontana dalle nostre personali passioni, può diventare il presupposto più efficace per accostarsi ad un progetto, magari solo apparentemente, privo di attrattiva.

Per l’ultima domanda ti restituisco un feedback su di te di una terza persona: mi dice che lasci spazio a ciascuno, nello sviluppo dei progetti, coinvolgendo in maniera diretta, e sollecitando una partecipazione attiva da tutti. Ti riconosci?

Direi di sì, anche se continuo ad essere molto critico con me stesso, soprattutto quando mi accorgo di non aver dedicato abbastanza tempo o attenzione alla relazione con un determinato artista. Sono profondamente convinto che si possono ottenere risultati inaspettati in termini di storytelling se gli artisti, il team, i collaboratori coinvolti verranno messi nelle condizioni migliori fin dai primi momenti dello sviluppo di quel determinato progetto.
Ciò che in fondo rende possibile che la nostra orchestra per prima si senta tale, è sempre il desiderio di ricreare ogni volta da zero la magia della narrazione… Come fossimo tornati ad essere anche in quella nuova occasione i bambini che siamo stati.

Roberto, ti ringrazio di avermi permesso questa incursione nel tuo mondo, nel tuo lavoro, soprattutto nelle tue convinzioni profonde legate al tuo rapporto con i collaboratori.
Mi porto a casa un sacco di spunti, soprattutto la conferma di quanto le persone siano sorprendenti e quanto l’attenzione al linguaggio e la delicatezza nei rapporti umani sano la chiave del successo nella vita e nel lavoro!
Se poi ci mettiamo a scrivere quel blockbuster che proponevi, mi porto a casa anche un bel lavoro!

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