Archivi

Separator
Asterisk Chi ha visto Monica Barengo? Intervista di Davide Calì
20/04/2018 Morena Forza in Illustrazione / No comments

Una sera dello scorso febbraio ero sulla metropolitana di Torino, persa nei miei pensieri, quando il treno si è fermato e un po’ evanescente nel riflesso del vetro, esattamente davanti a me, è apparsa nientemeno che Monica Barengo. Abbiamo riso molto, ancora prima di salutarci, perché era stato buffo come ci fossimo trovate esattamente una davanti all’altra dopo anni che non ci vedevamo. Pochi giorni dopo, tornata a Milano, Davide Calì mi ha scritto “Ti va un’intervista a Monica Barengo?” e come avrei potuto dire di no?

Come sempre, è molto interessante leggerla e vedere quanto le sue illustrazioni la raccontano.

Buona lettura!

A cura di Davide Calì

Volevo fare a Monica un’intervista spensierata, sul suo lavoro a Taiwan, in Francia e in Australia e sul suo imminente ritorno in Italia. Monica ci ha regalato invece un’intervista molto intima e personale, sul suo lavoro ma anche su come è cambiata la sua vita negli ultimi due anni e su alcune sue fragilità.

E’ un po’ che non ti si vede in giro, dove sei sparita? Ma è vero che lavori in Cina?

Sono stati due anni difficili. Ho perso il mio papà e mi sono persa io, avevo paura che il mio lavoro ne risentisse così mi sono allontanata da tutto, anche dai social, e quando ci sono tornata non è stato semplice riprendere il giro e pubblicare le cose come facevo prima.

Ancora adesso fatico, ogni cosa sembra superflua e si può non dire, così finisco per non dire niente. Piano piano sto combattendo questo muro con Instagram, quindi se volete vedere qualcosa è più probabile trovarmi lì.

Sono sparita, ma sono stati anni molto produttivi, ho pubblicato due libri con Grimm Press una casa editrice di Taiwan, uno con Motus un editore francese e ho continuato la mia collaborazione con Womankind, una rivista Australiana.

Raccontaci la tua esperienza con Taiwan. Se non sbaglio hai fatto due libri? Di cosa parlano?

La mia con Taiwan è stata, anzi è una bellissima esperienza e parlo anche al presente perché abbiamo in programma ancora un paio di libri.

Ho sempre avuto un debole per l’Asia in particolare Cina e Giappone, per la loro cultura, per il cibo, per tutto. Grimm Press era una casa editrice che tenevo d’occhio da un paio di anni.
Ogni anno andavo in fiera a Bologna portando sempre un libro in più. “Ci piace molto il tuo lavoro, ma per il momento non abbiamo un testo da darti” era sempre la risposta di Hao, che negli anni ha imparato a conoscermi e ad apprezzare il mio lavoro. Un paio di anni fa abbiamo fatto l’ennesimo colloquio in fiera e lui ha visto la mia serie sul Giappone realizzata per la rivista Womankind e gli si è accesa una lampadina, forse non credeva che il mio stile si potesse adattare a storie tradizionali legate alla loro cultura, ma vedendo quella serie mi ha subito detto che aveva un libro da propormi.
Così una settimana dopo la fiera mi è arrivato il testo che aveva pensato per me, raccontava la storia di due bambine, una cinese, nipote di un artigiano dell’antica Cina e una principessa europea, il libro ripercorre la lavorazione delle porcellane cinesi fino al commercio con l’Europa.

Galleria di illustrazioni da “The China Bottles” (Grimm Press) – Click per ingrandire

Il secondo libro, che è arrivato praticamente in contemporanea, racconta la storia di un nonno che costruisce giocattoli, questo nonno ha un nipote e insieme giocano e costruiscono giocattoli fino a quando il ragazzo non deve partire per andare a studiare all’estero, il tempo passa e il nonno invecchia e perde la memoria. Una storia dolcissima e nostalgica, sul tempo che passa, sull’importanza della tradizione e della famiglia.

Galleria di illustrazioni da “The spinning top” (Grimm Press) – Click per ingrandire

Come è stato lavorare con i taiwanesi? (sappi che abbiamo la segreta speranza che tu dica che è molto meglio lavorare con noi!)

E’ un onore per me lavorare con loro, per ogni progetto faccio molta ricerca perché racconto di una cultura che non è la mia, che sento e rispetto molto, altrettanto mi piace lavorare con l’Italia soprattutto per la collaborazione con Kite edizioni, dove mi sento a casa e non vedo l’ora di tornare.

Mentre lavoravi con Taiwan hai continuato a illustrare per una rivista australiana e hai anche fatto un libro in Francia. Cominciamo dalla rivista. Di che rivista si tratta? Che genere di articoli illustri? Con quale cadenza?

Womankind è una rivista al femminile che non pubblicizza prodotti di consumo, niente trucchi o vestiti, ma solo arte in tutte le sue forme, un bellissimo progetto editoriale di Antonia Case. Con Antonia ci siamo conosciute quasi quattro anni fa, lei aveva visto le mie illustrazioni su internet e si era innamorata del nostro Polline, voleva fare un articolo sul mio lavoro, io ero entusiasta che una rivista Australiana volesse parlare di me.

Galleria di illustrazioni per Womankind – Click per ingrandire

Era un numero lancio, una scommessa, ma la rivista ebbe un successo incredibile così Antonia mi chiese se potevo realizzare delle illustrazioni su misura per ogni numero ed io accettai subito. Siamo insieme dal primo numero con scadenza trimestrale.

Ora la rivista è un po’ ovunque: Inghilterra, Stati Uniti, Canada e Corea. Una bellissima collaborazione, che ha arricchito enormemente il mio portfolio. Io non illustro degli articoli, mi viene dato un tema e alcune parole chiave e realizzo quattro illustrazioni liberamente, il più delle volte creo delle micro storie che si auto concludono, altre volte no, sono completamente libera.

In Francia invece hai illustrato un libro per Motus, che mi è sembrato molto diverso da quello che hai fatto finora, almeno per quel che riguarda i personaggi, che sono dei bambini! Ce ne vuoi parlare?

Sì! Sta per uscire con Motus, “C’est bien top long à raconter!” di Isabelle Damotte una poesia sul primo giorno di scuola di una bimba delle elementari che io ho chiamato Adele.
E’ stato divertente disegnare una classe di bambini di sei anni, ho ripescato dai miei disegni delle elementari, dai ricordi: come la mela a pranzo di cui mangiavo solo i semini (senza sapere che erano velenosi :D), le matite per terra, i gessetti della lavagna che cadono e si rompono e l’imbarazzo di quando la maestra ti fa una domanda e tu non sai rispondere. Graficamente può sembrare diverso da quello che ho fatto fino ad adesso, ma sono sempre io, almeno per quel che credo di essere, forse è l’inizio di un piccolo cambiamento.

Il tuo primo libro è del 2013. In pochissimi anni hai bruciato le tappe: hai pubblicato tre libri in Italia, uno in Francia, due a Taiwan. Hai un sacco di fan e sei già diventata un modello per moltissimi illustratori. Come ti senti?

Se penso al mio lavoro sono felice, ma sono sempre la stessa, quella che hai conosciuto nel 2012, che ogni volta che finisce un progetto non è soddisfatta, che pensa che poteva fare di più, questo può sembrare un atteggiamento scoraggiante, in realtà ho capito che è la fiamma che mi da la spinta per fare sempre un passetto in più.

Approfondimenti

Monica Barengo vive a Torino, dove ha frequentato il corso di illustrazione allo IED.
Nel 2012 è stata selezionata per la Mostra degli Illustratori alla Children’s book Fair di Bologna.
Lavora come illustratrice per albi e riviste e disegna fumetti.
Foto di Ioan Pilat

Polline
Kite Edizioni (2013)
Autore: Davide Calì

Nuvola
Kite Edizioni (2016)
Autore: Alice Brière-Haquet

 


Un giorno, senza un perché

Kite Edizioni (2014)
Autore: Davide Calì

Condividi su:
Continua a leggere
Asterisk Affrontare le critiche – Intervista a Davide Calì (2)
26/02/2018 Morena Forza in Editoria&Scrittura / No comments

Illustrazione: Monica Barengo, da “Un giorno, senza un perché

L’ultimo lunedì di questa serie chiudiamo il ciclo di interviste a  cura di Mariapaola Pesce , con la seconda parte della chiacchierata con Davide Calì, autore di libri per l’infanzia e fumetti.

Per leggere la prima parte di questa intervista, cliccate qui.


Se un artista finisce per incagliarsi in un progetto da cui non esce, o il suo stile perde appeal, si demotiva, che consiglio dai?

Questo è un altro dei tanti aspetti difficili da gestire. Non è facile capire quando un progetto non sta funzionando. Io l’ho sempre fatto istintivamente, ma non saprei spiegare se seguo un criterio di qualche tipo. In generale consiglio di cercare un distacco dal proprio lavoro.

Quando hai una forte affezione per qualcosa, hai più difficoltà a lavorarci, a rivederla in funzione di un feedback o a lasciarla andare se non funziona.
In generale si deve essere pronti, credo, a mettere da parte le cose e riprenderle dopo un po’. L’ostinazione produce quasi sempre frustrazione, se poi il risultato non arriva.

Illustrazione: Sébastien Mourrain, da “The tiny tale of Little Pea


Senti, ma in veste di editor, ce la faresti una fenomenologia dell’illustratore?

Hahah! Ma se ti rispondo poi nessuno vorrà lavorare con me!

Scherzi a parte, tutti abbiamo delle attitudini e dei difetti, io per primo e chi lavora con me lo sa molto bene.
Penso che più che una fenomenologia dell’illustratore, ci sia una fenomenologia di quello che vorrebbe esserlo e convenzionalmente si chiama wannabe. (Aspirante o mancato, n.d.r)
Attenzione, non è un dilettante pieno di sogni, quello lo siamo stati tutti.

Il wannabe è quello che in qualche modo non supera mai la fase del sogno.
E’ un po’ un simulatore, si traveste da professionista e si mescola agli altri, ti chiede un appuntamento o ti scrive, sperando in una risposta.
Ma in realtà la sua vera speranza è di non avere nessuna risposta, per continuare a crogiolarsi nel sogno. Se gli rispondi, c’è quello che svanisce immediatamente e quello che invece va avanti, viene all’appuntamento oppure ti spedisce materiale sempre sperando che non succeda nulla. Se invece succede che ti piace e lo richiami, di nuovo, c’è quello che sparisce, quello che educatamente ti comunica che non può dedicarsi al progetto e quello che invece va avanti.

Sono i peggiori, perché troveranno il modo di far fallire il progetto in corso, dopo che ci hai già investito dei soldi e del tempo.

Sei dell’idea che il coaching possa essere applicato
alla dimensione artistica dell’illustrazione? 

Sì, ne sono convinto.
Lo penso da quando mi sono reso conto che la direzione artistica non basta. Certe volte, per sbloccare un lavoro o una carriera che si è fermata, bisogna agire sulle origini del blocco.
In alcune occasioni ho seguito persone bloccate nel lavoro, sono riuscito ad accompagnarle fino alla presentazione dei progetti, ma poi li hanno fatti franare per questioni caratteriali. E’ lì che ho capito che non basta semplicemente perfezionare un progetto o un portfolio, bisogna capire in che punto tutto si è inceppato.

Approfondimenti

Nata a Genova nel 1965. Libraia per eredità familiare, poi formatrice aziendale ed executive coach per una multinazionale delle telecomunicazioni, al momento si occupa di scrittura e formazione, coordinando le attività del progetto Omero- Gli scrittori raccontano i libri.

Al suo attivo il libro Il bello dello sport (Giunti – Progetti Educativi), e diverse collaborazioni con Slowfood e la rivista Lg Argomenti. Il suo primo album illustrato per bambini Si j’étais une souris è in uscita per Grasset nel 2018, contemporaneamente ad un albo con Eli Publishing ed un volume con Electa.

Condividi su:
Continua a leggere
Asterisk Affrontare le critiche – Intervista a Davide Calì
19/02/2018 Morena Forza in Editoria&Scrittura / No comments

Illustrazione: Benjamin Chaud, da “Non ho fatto i compiti perché

Questo quarto lunedì ospito l’intervista di Mariapaola Pesce a Davide Calì, autore di libri per l’infanzia e fumetti. Il tema è scottante: come si affrontano le critiche al proprio lavoro?
E come si può reagire quando un editore rifiuta il nostro progetto o il nostro portfolio?

Buona lettura!

A cura di Mariapaola Pesce

Ho conosciuto Davide agli esordi della sua carriera di autore, quando gestivo una piccola libreria per bambini. Insieme abbiamo tenuto qualche corso per aspiranti scrittori, poi le strade si sono divise, e mentre lui si affermava come autore, io mi dedicavo alla formazione, e con gli anni al coaching. È in questo ruolo che gli propongo questa chiacchierata.


Davide, hai iniziato come illustratore, e sei passato alla scrittura.
Ti sei “allontanato da” o sei “andato verso”?

Sono tutte così difficili le domande? Per me in realtà scrivere e disegnare è un po’ la stessa cosa. Quando disegnavo, avevo le storie in teste, i personaggi parlavano mentre disegnavo, come se vivessero di vita propria. Ora perlopiù scrivo, ma ho sempre il film della storia che mi scorre in testa, vedo come e dove si svolge l’azione, l’espressione dei personaggi, i gesti delle mani.
E di fatto scrivo anche le illustrazioni.
Ti faccio vedere un video.
David Grohl dei Foo Fighters spiega che per lui è stato facile passare dalla batteria alla chitarra, perché sono lo stesso strumento. Sembra assurdo, ma sono perfettamente d’accordo con lui.

Illustrazione: Ronan Badel, da “Les Bacon Brothers – Back in America

Torna un momento a quando illustravi (anche se sporadicamente lo fai ancora):
quali sono i ricordi principali di quel periodo?

Disegnavo molto. Ho immaginato moltissime storie che non ho mai finito e tante altre che ho finito e mai pubblicato. Disegnavo anche vignette e altro.

Poi hai scritto a lungo: hai oltrepassato quota 100 libri.
Tra le tante cose che fai, sei spesso dall’altra parte della barricata, come insegnante, editor e capo progetto.
Quali sono i momenti e gli aspetti più delicati?

Uno degli aspetti più delicati penso sia comunicare un feedback negativo o un rifiuto.

Non è facile in questo lavoro non prendere le cose sul personale e qualche volta gli artisti sono permalosi. Bisogna saper comunicare che quella dell’editore, è e rimane un’opinione.

Un rifiuto non è la fine del mondo, anche se una sfilza di rifiuti possono metterti in crisi e indurti a riconsiderare i tuoi progetti o la tua carriera. La stessa cosa vale per un feedback negativo. È un’opinione, e vale come tale in un certo contesto. Non è un giudizio con un valore assoluto.

Illustrazione: Raphaëlle Barbanègre , da “Biancaneve e i 77 Nani

Puoi svelarci il segreto del tuo stile nel dare feedback? Hai un modello a cui ti rifai, o qualcuno che ti ha dato consigli preziosi che offri anche tu?

Non so se mi rifaccio a un modello. Forse a un modello negativo. I modelli negativi mi sono sempre stati utili. Nel tempo ho visto tante persone che non volevo diventare e mi hanno aiutato enormemente a diventare un’altra cosa.

Ora che mi ci fai pensare, in questo primo anno di lavoro forse ho adottato il modello di Naomi, la mia editor a San Francisco. Lei è sempre super entusiasta del lavoro, ma ciò non toglie che lavoriamo i testi e le illustrazioni diecimila volte per arrivare alla perfezione e le sue mail sono zeppe di correzioni e richieste di cambiamenti da fare. Però spende sempre una parola per quello che le piace, con il suo caratteristico entusiasmo californiano, per cui alla fine dopo una mail di tre pagine, non percepisci solo che è tutto da rifare, ma anche che il lavoro le è piaciuto moltissimo.

A volte ho guardato Master Chef, con commenti imbarazzanti e spietati, tipo” avrei vergogna a dire di aver cucinato questo piatto”. Ti capita mai di dire a qualcun: questo libro fa schifo?

Non penso di averlo mai fatto. Ad alcune persone ho detto che a mio parere il loro lavoro era inadeguato a un mercato commerciale, ma questa io non l’ho mai intesa come una sentenza di morte.

È un’opinione ed è relativa all’adesso, non vuol dire che chi mi ha portato quel portfolio non combinerà mai nulla di buono. Però le persone che ti fanno vedere il loro lavoro spesso vogliono proprio sapere a che punto sono, ed è giusto dirglielo.
Se lo scopo è il professionismo, e ripeto se, perché se non lo è cambiano tutti i parametri, il mercato ha delle regole. Non mi soffermo nemmeno a dire se siano giuste o sbagliate, io le ho solo imparate e cerco di guidare le persone che vogliono seguire i miei passi perché arrivino dove vogliono.

Credo però che insultare qualcuno dicendogli che fa schifo non sia costruttivo ma un puro esercizio di egocentrismo e di presunzione. Confesso che non ho mai capito le finalità di Master Chef e di altri programmi sul genere, se sia solo giudicare aspiranti chef, o anche formarli, ma in ogni caso non mi piace la spettacolarizzazione che si fa dell’umiliazione. Soprattutto quando a farla è un presunto grande chef che poi inventa ricette con le patatine chips solo perché lo hanno pagato per farne pubblicità.

Illustrazione: Serge Bloch , da “Il nemico

Torniamo a noi: a te come autore, è successo? Se sì, ne hai tenuto conto? 

Che qualcuno mi dicesse che facevo schifo? Mi pare di no. Se è capitato non me ne ricordo. Non è stato facile arrivare dove sono, ma mi sembra di aver sempre incontrato persone abbastanza gentili.

Qualche volta incompetenti magari, qualche volta mi hanno dato con sincerità i consigli sbagliati, ma non mi ricordo nessuno che mi abbia mai insultato.
Ho ricevuto tanti no e con meraviglia di tanti, continuo a riceverne.

Beh, sì, un po’ mi meraviglia, l’idea che in molti hanno di te è che non sbagli un colpo!
Questo mi incoraggia molto nell’incassare i primi rifiuti che sto ricevendo come autrice.
Quindi, bisogna sempre tenere conto dei feedback degli editori?

Questa è una domanda che richiede una risposta complessa.
Ai miei corsi dico sempre che non bisogna prendere per oro colato qualsiasi cosa dicano del tuo lavoro. Ma quando sei all’inizio una delle cose difficili da capire è proprio fino a che punto accettare le critiche. Se non ne accetti, secondo me, non vai molto lontano.

Nel momento in cui pensi di condividere il tuo lavoro con qualcuno, per forza di cose, devi fare i conti con le opinioni e le visioni altrui. Al tempo stesso però, se ascolti i consigli di tutti rischi il cortocircuito.
L’editoria non è una scienza esatta: ognuno ha o crede di avere, la sua formula e per tendenza te la spaccia come unica per cui, ascoltando più voci il risultato è che non ci capisci nulla, perché ognuno dice il contrario degli altri.
Ciascuno deve trovare la sua strada, capire cosa vuole, dove vuole andare e fino a che punto si sente disponibile di seguire le richieste o i consigli altrui.

Il difetto principale degli editori, che confonde chi propone il proprio lavoro, è una visione sempre troppo auto-centrata, per cui quasi nessuno si ricorda di aggiungere “secondo me” quando commenta il tuo lavoro. Se dall’altra parte c’è una persona inesperta ovviamente prenderà il parere come un dato di fatto, un giudizio assoluto, cosa che non è quasi mai.

Ah, il magico potere del “secondo me”!
In questo senso, se un artista si accorge che un feedback è troppo duro, o generico, o sbagliato, tu cosa consigli?

Io consiglio sempre di segnare un confine molto netto, tra educazione e maleducazione.

Non bisogna mai accettare un giudizio palesemente offensivo. Spesso mi è capitato di illustratori che mi chiedono consigli per fronteggiare comportamenti anomali, perché non sanno come reagire. Si tratta perlopiù di comportamenti che non hanno a che vedere con la qualità del lavoro ma con la disponibilità dell’artista a lavorare gratis. C’è chi ti dice chiaramente: non sei nessuno, ti ho chiamato a fare un lavoro, dovresti ringraziarmi.

Aldilà della visione molto opportunistica, credo che la maleducazione sia fuori discussione.
Poi, se il giudizio è generico, forse non c’è interesse dall’altra parte a darne uno più accurato e, non si può obbligare qualcuno a farlo. Se è sbagliato e si sta già lavorando con qualcuno, penso si possa discutere. Se alla fine le visioni reciproche non combaciano si deve valutare la possibilità di lasciar perdere la collaborazione, oppure di accantonare il progetto per fare un’altra cosa.

Illustrazione: Sara Gavioli , da “Cornelius Holmes. il caso del barboncino dei Baskerville

La seconda parte di questa intervista
sarà online il 26 Febbraio.

Condividi su:
Continua a leggere
Asterisk Come si invita un autore – di Davide Calì
10/12/2017 Morena Forza in Editoria&Scrittura / No comments
La premessa è chiara: questo è un post antipatico.

Eppure mi ha fatto sorridere in numerosi punti, soprattutto pensando all’idea che, in passato, mi ero fatta dei festival, degli inviti e degli eventi pubblici legati all’editoria.

Non solo, mi ha fatto ironicamente riflettere sul glamour che si respira ogni tanto durante le fiere, i saloni, i vernissage, gli eventi che generalmente catturano la nostra attenzione e che non sempre corrispondono esattamente a come ce li eravamo figurati dalle fotografie super cool su Facebook e Instagram, dove autori e illustratori sembrano quasi rockstar.

Come me avete una visione quasi fatata delle dediche dei libri in stand, dei tour promozionali, dei viaggi per fiere, saloni e scuole?
Ci pensa Davide Calì a riportarci alla realtà.

Ridiamoci sopra, ma prendiamo nota!

Tutte le immagini nel post sono di Jean Jullien.

COME SI INVITA UN AUTORE

Piccolo manuale antipatico per accogliere gli autori a scuola e ai festival

di Davide Calì

E’ da qualche tempo che medito di scrivere questo articolo. Negli anni, girando come autore invitato a vari festival e saloni, mi sono trovato in un paio di situazioni un po’ estreme che mi hanno fatto pensare a quanto possa essere relativo ed interpretabile il termine ospitalità.

Come la volta che per pranzo ci hanno dato un panino col prosciutto, perché il salone non aveva fondi per il ristorante. O la volta che sono stato in residenza per una settimana per fare degli incontri nelle scuole di un paesino.
Era un paese morto, in giro non c’era mai nessuno, né di giorno né di sera.
Non c’era una piazza, non c’erano negozi.
Era a due chilometri dal mare per cui, mi hanno detto, in bicicletta ci si mette pochissimo!
Ma non mi hanno mai procurato una bicicletta.

Oppure di quella volta che ci hanno messo a dormire per una settimana in un bosco, senza internet (e dove non prendeva il telefono). Ero con altri tre autori mai visti prima.
La cena si materializzava nel frigo al nostro rientro la sera, e per una settimana abbiamo avuto esclusivamente carne e dolci trucidissimi, per cui non abbiamo praticamente mangiato, perché nessuno mangiava carne.
I primi tre giorni consolidammo un’amicizia solidale, il quarto una del gruppo invitò a cena una stagista che l’attore che si era aggiunto a noi durante la settimana sperava di trombarsi.
Lei si portò dietro tutta la casa editrice, un gruppo di ragazzotti presuntuosi e affamati come tassi. Andò a finire che lei non passò la notte col nostro amico, ma noi approfittammo comunque biecamente della serata per rifilare ai ragazzotti tutti gli avanzi di carne che avevamo. E anche i dolci trucidi.
E’ stato un po’ come dare da mangiar ai delfini.
Alla fine fu una residenza divertente, salvo che quando tornai a casa pesavo due chili di meno e avevo trecento mail a cui rispondere.

In Francia c’è la Charte des auteurs a regolamentare gli incontri con gli autori: numero di classi da incontrare in un giorno, tariffa unica di remunerazione, ecc. (Si è parlato delle iniziative de La Charte anche in questo post. ndr)
Però riesci ancora ad arrivare in un posto e mentre prendi la valigia dalla macchina ti comunicano che non dormirai in un hotel ma alla Maison des artistes, una baracca squallida che sembra arredata dalle Brigate Rosse, con lo sciacquone rotto, senza TV, senza internet e dove il riscaldamento funziona in tutte le stanze, tranne che in camera da letto.
Quando gliel’ho fatto notare, mi hanno risposto:
Sì, in effetti magari è un po’ brutto starci da soli. E’ più simpatica se si è in compagnia.

Certo, meglio ancora se nudi e sbronzi.

Oppure ti capita che dopo una giornata di salone ti rifilino quello che i francesi chiamano apéro dinatoire, che a differenza dell’apericena consiste in una quantità sproposita di vino da bere, e un numero ridicolo di minuscoli stuzzichini, per cui mandi giù mediamente 5-6 bicchieri di vino con nello stomaco al massimo 2 o 3 francobolli di pane con sopra un’oliva o un micron di formaggio.

Lo so che state ridacchiando, perché vi diverte quando i francesi fanno la figura dei cafoni, ma ricordatevi che la Francia rimane un paese dove vi pagano per andare in giro e ti rimborsano di tutto (in realtà non devi anticipare nulla, ti pagano hotel, treno e aereo in anticipo e ti mandano i biglietti.)

In Italia, dove tutto è ancora selvaggio, mi capitano perlopiù situazioni estreme, mentre quelle normali sono l’eccezione. Sull’accoglienza gastronomica, nulla da dire (sì, a parte il posto dove dopo aver detto che non mangiavo carne hanno portato in tavola per quattro giorni solo maiale e pasta al ragù di salsiccia), sul dormire di solito non è malaccio ma per quel che riguarda gli altri aspetti, la preparazione delle classi, la remunerazione, i rimborsi spese, è un disastro.
Facilmente chi ti invita pensa che ti pagherai il viaggio o sarà la casa editrice a farsene carico e dà per scontato che ci andrai gratis, facendo dei laboratori ovviamente.
E visto che ci vai gratis, nei tre giorni farai incontri con 4-5 classi per volta, in cui nessuno dei bambini ha mai letto uno dei tuoi libri.

Per questo, penso che sia venuto il momento di mettere giù qualche regoletta.

1: I LIBRI VANNO LETTI PRIMA

Ai più sembra ancora strano, ma è così: i libri vanno letti prima, non dopo il passaggio dell’autore. Che senso ha invitare qualcuno di cui non sai niente?
Spesso mi sono sentito dire: invitiamo un autore per dare voglia ai bambini di leggere.
Ma perché un perfetto sconosciuto dovrebbe darmi voglia di leggere?
Non ha senso. Gli autori prima si leggono, si apprezzano, poi si invitano.
Oppure si leggono e non si apprezzano. Un autore può anche non piacerti.

2: CHI PAGA LE SPESE DI VIAGGIO?

Eccovi un altro scoop: no, la casa editrice non paga lo spostamento dell’autore, lo pagherete voi.
E anche tutto il resto. Spesso gli autori anticipano i biglietti e poi hanno problemi a farseli rimborsare. Per cui, se siete delle persone serie, farete voi i biglietti.
Se i biglietti sono rimborsati farete in modo che il comune o chi paga, riconosca la non tassabilità del rimborso spese. E’ spiacevole anticipare dei soldi, dover fatturare per riaverli indietro e dopo 3 mesi (quando va bene) scoprire di doverci ancora pagarci sopra le tasse come se fossero soldi guadagnati e non spesi.

3: BUDGET

Fare delle attività culturali ha un costo e perciò dovete prevedere un budget.
Se non avete un budget non aspettate a dirlo dopo tre settimane di mail, sperando che l’autore venga comunque gratis, si paghi il treno e possibilmente si porti anche mangiare da casa.

4: OSPITALITA’

Se intendete ospitare l’autore in una catapecchia senza internet né acqua calda perché nella vostra fantasia è un luogo piacevolmente spartano per trascorre un weekend lontano dai fastidi della civiltà, siate così gentili da avvisare il vostro ospite e verificare che condivida la vostra visione. Con ogni probabilità non sarà così e sarà opportuno quindi procurargli un hotel, che abbia possibilmente il bagno in camera.

5: HOTEL

Verificate di persona gli hotel dove saranno alloggiati i vostri ospiti. Non si può sempre basarsi sulle foto di internet. Un posto dove ci sono 6 cani che abbaiano incessantemente in giardino, per esempio, non è un hotel e nemmeno un bed&breakfast: è un canile.
Un posto senza la finestra (mi è appena capitato) non è una stanza. E’ un garage o un ripostiglio.

6: LOCALIZZAZIONE

Se invitate l’autore in una città e poi in realtà state a 150 chilometri di distanza da fare in macchina alle 10 di sera, sarebbe simpatico dirglielo prima. E soprattutto non chiedergli, appena sceso dall’aereo: “Sei mai venuto a…?” per poi portarlo da tutt’altra parte.

7: LA BICICLETTA

Se mettete qualcuno a dormire in un posto lontano dal centro, facilmente raggiungibile in bicicletta, siate così gentili da prevedere anche una bicicletta. Già che ci siete, chiedete in anticipo se l’autore è disponibile a muoversi in questo modo e se sa andare in bicicletta.
Se il periodo è gennaio e il luogo è al di sopra del 42° parallelo, forse sarebbe opportuno considerare una diversa sistemazione o un diverso mezzo di trasporto.
Voi ci andreste in un posto dove per comprare un pezzo di pane dovete farvi un chilometro in bicicletta sotto la pioggia a 6 gradi?
Scommetto di no.

8: INCONTRI

Come vi dicevo, in Francia è la Charte a regolare le condizioni di ingaggi di un autore. In Italia non ci sono regole precise, ma invitare qualcuno che si rende disponibile per due incontri, che si intendono come due classi, e poi ammucchiare in palestra 8 classi per ciascuno degli incontri, rischia di farvi scivolare nella malafede. A meno che non abbiate preso accordi diversi, di norma si possono incontrare 3-4 classi al giorno. Per cui se ne avete 16, dovete prevedere 5 giorni di retribuzione, hotel e tutto il resto.

9: ATELIER/1

Parliamo degli atelier (laboratori ndr): i bambini di età diverse hanno esigenze diverse.
Se un atelier è per i bambini di 10 anni, perché far partecipare anche quelli di 4? E perché portare un neonato di 6 mesi a una lettura? Difficilmente capirà qualcosa, gli altri in compenso avranno il ricordo di una bella lettura di cui hanno capito la metà delle parole perché c’era un bambino che piangeva.
Cominciate a farvene una ragione: non si possono portare i neonati dappertutto.

10: ATELIER/2

Spiegate alle mamme che portano i bambini in biblioteca o altrove, che quando si fa un atelier, devono stare fuori. Nessuno darà un voto ai pastrocchi dei loro bambini per cui non è necessario che stiano sedute dietro i loro pargoli per suggerirgli cosa disegnare, e tantomeno disegnare al posto loro cercando di spacciare i propri disegni per quelli dei bambini.
Capisco il timore di inadeguatezza che si prova per i propri figli, ma è un problema di noi adulti. I bambini, finché non siamo noi a contaminarli con inutili paranoie, ne sono immuni.
E’ per quello che i loro disegni sono sempre e comunque bellissimi. Perché li fanno solo per divertirsi.

11: VOLI/1

Ho capito che volete risparmiare, ma invitare qualcuno e fargli fare 11 ore di volo solo perché passandone 6 a Francoforte e facendo un cambio a Oslo e uno a Barcellona si spende di meno, non è di grande ospitalità.

12: VOLI/2

Se per risparmiare comprate un volo che atterra a Malpensa alle 10 di sera e l’autore non abita a Milano, sarebbe opportuno immaginare una sistemazione per la notte, senza dare per scontato che l’autore dorma a casa di qualche amica o che si smaterializzi in aeroporto per ricomporsi magicamente nel letto di casa sua.

13: PASTI

Se l’autore vi ha avvisato di essere vegetariano, portarlo in un locale dove fanno solo hamburger per poi cadere dalle nuvole e fare sorrisetti imbarazzati davanti al menù, non trasformerà la carne in tofu. E il motivo è che non siete Gesù. Che anche lui poi, perlopiù faceva questa cosa con acqua e vino.
Che si sappia, i vangeli non registrano miracoli con la carne macinata.
P.S. A questo proposito: sì, anche il prosciutto è carne.

14: L’AUTORE NON E’ UN CLOWN

Spesso mi è capitato in Italia che il pubblico si aspetti che l’autore sia un clown e che abbia tutto un repertorio per intrattenere i bambini. Non è così. Ancora una volta, è necessario che i bambini ne conoscano i libri proprio perché l’unico intrattenimento è il piacere della compagnia di una persona di cui hai condiviso una lettura, e che ti fa piacere sentire parlare.
Detto questo ci sono gli autori che cantano, quelli che suonano, quelli che animano una marionetta e ne ho anche conosciuto uno che faceva il prestigiatore.
Ma questa rimane l’eccezione, non la norma.

Condividi su:
Continua a leggere
Asterisk Davide Calì intervista Gerda Märtens
19/06/2017 Morena Forza in Illustrazione / No comments

Gerda Märtens è una delle mie allieve più brillanti di sempre. Quando ci siamo conosciuti era arrivata in Italia da solo un paio di mesi e parlava un italiano praticamente perfetto. E poi aveva, e ha, uno stile tutto suo, molto personale, così come i suoi progetti.
Da allora è passato qualche anno e Gerda ha fatto diverse cose. Il suo libro che avete visto più facilmente in Italia è La creazione, un racconto di Dino Buzzati illustrato per Orecchio Acerbo. L’adattamento è stata una sua idea: Gerda ha una grande passione per Buzzati e ricordo che, anche se condivido la passione, avevo anche tentato di scoraggiarla, dicendo che per una studentessa non sarebbe stato facile avere i diritti di uno scrittore così famoso.
Ma Gerda è sempre stata molto determinata, e infatti non mi ha ascoltato, è andata avanti con il progetto ed è riuscita a fare esattamente quello che voleva. Ho una grande ammirazione per lei, per il suo entusiasmo, per la sua caparbietà e per la sua voglia di condividere con gli altri la passione per l’illustrazione.
Ma ora è venuto il momento di farle qualche domanda.

So che lavori anche part-time in una libreria?

Sì, lavoro anche in libreria come commessa, perlopiù per avere un guadagno mensile e l’assicurazione sanitaria. Quest’esperienza però mi sta dando tanta formazione sul mondo dei libri (perché è una tappa importante nella lunga catena tra l’autore e il lettore) e anche tanta ispirazione per leggere bei libri di tutti i tipi, non solo di narrativa. Tra l’altro, lavorare come commessa è utilissimo per osservare la gente e capire come funziona la società. E in più, facendo questo lavoro sto rispolverando anche un po’ di russo e ne sono fiera!

E in Italia, tornerai?

L’Italia è la mia seconda patria. Dopo un inizio un po’ difficile mi ci sono ambientata al punto da sentirmici sempre a casa. Mi piacciono le persone, la cultura (immensa), il cibo, il clima (il caldo), la natura (le montagne), il panorama d’illustrazione.
Anche se non vivo più in Italia da due anni, a volte mi accorgo di formulare i miei pensieri in italiano. Torno in Italia più spesso possibile e il mio sogno per il futuro è quello di averci una casa per poter vivere e lavorare una parte dell’anno lì.

Ma senti, è vero che la sommità più alta in Estonia misura solo 300 mt di altezza? (l’ho imparato la scorsa settimana durante l’HEADREAD festival)

E’ vero, nel Sud dell’Estonia c’è una collina che si chiama Suur Munamägi (La Grande Montagna Uovo) ed è esattamente 318 metri d’altezza, quindi la sommità più alta in Estonia. Ne siamo molto fieri e ci sono diverse canzoni patriottiche dedicate a questa “montagna” bellissima. In cima all’Uovo c’è anche una torre per farla diventare ancora più alta!
In realtà esiste anche un’altra Munamägi, cioè quella più piccola che si chiama appunto Väike Munamägi (Piccola Montagna Uovo) e che a me, quando ero piccola, ha lasciato un’impressione poetica. Penso di non essere stata pronta per l’Uovo Grande all’epoca.

So che questa estate tieni un corso, ma non propriamente di illustrazione. Ce ne vuoi parlare?

Come ho detto, mi sto occupando di diversi progetti contemporaneamente. Al momento sto affrontando anche la sfida di organizzare un corso estivo residenziale a luglio, nell’Estonia del Sud (non lontano dall’Uovo Grande): the Summer School of Inspiration.
E’ un corso che stiamo facendo insieme alla mia amica Monica, una bravissima insegnante di meditazione e una persona radiosa. Si tratta di 5 giorni in campagna, in un vecchio maniero ristrutturato come “maniero culturale”, sede per tantissimi eventi di cultura, corsi di yoga, meditazione, ballo, ecc.
Facciamo un corso combinato di due campi che possono sembrare diversi ma per come li trattiamo, non è affatto cosi: sono il disegno e la meditazione. Entrambe le attività si concentrano sulle osservazioni di ciò che c’è intorno a noi (lo spazio, le persone) e di ciò che c’è all’interno di noi. Tramite il disegno cerchiamo un contatto tra il mondo interiore ed esteriore mentre la meditazione ci insegna a comandare i nostri sensi per poter eliminare le emozioni, i pensieri e le sensazioni che ci impediscono di Creare.

Ma che meraviglia!

Ci sarà anche una serata di incontro con un bravissimo giovane scrittore, Tõnis Tootsen, che ci parlerà del sogno e della veglia e del loro punto d’incontro. Lui ha appena vinto un premio statale letterario per un suo romanzo distopico particolare sia per la storia che e per la forma visiva: è scritto e illustrato a mano e così anche riprodotto. Si intitola Il primo giorno.
Tra tutto quello ci sarà del tempo per stare in una compagnia di persone interessanti di origini diverse, per godersi della sauna e delle serate intorno al falò o per vagare nei dintorni del maniero. Io stessa non vedo l’ora di vedere il corso realizzato e di conoscere le persone che parteciperanno.

E adesso: insegnami tre parole belle in estone! (devo arricchire il mio dizionario per la prossima volta che ci vediamo)

Cominciamo da quelle più corte e più attuali.
Öö – notte
Mets – bosco
Kuu – luna

Che belle! Sembra un haiku ! E in Italiano: quali sono le prime parole che hai imparato?

Mi ricordo di aver portato un manuale d’italiano al mio primo viaggio per l’Italia nel 2009. E’ stato un viaggio da backpackers/couchsurfing e spesso aspettavo i treni nelle stazioni sedendomi sulla valigia e studiando la grammatica italiana. Le prime parole che ho imparato durante quel viaggio penso siano state: francobollo, giallo e scarpe.

Raccontaci: come è nata la tua passione per Dino Buzzati?

Avevo iniziato il mio secondo anno con il programma Erasmus all’Accademia di Belle Arti di Macerata, pensando ad un possibile progetto editoriale. Mi sentivo pronta per affrontare un intero libro, però mancava il testo. Poi in Accademia ho sentito il nome di Dino Buzzati.
Si parlava del suo libro I miracoli di Val Morel che lui aveva anche illustrato con le immagini che si riferiscono alla tradizione dell’Ex Voto, che mi ha affascinato molto (io vengo da una tradizione religiosa protestante o, meglio, pagana). Un miscuglio tra un mondo reale, logico, e quello immaginario mi sembrava il modo più giusto per capire la vita, o la condizione umana. Penso che più che dal mondo esteriore siamo guidati dalle nostre forze interiori, paure, gioie, fantasmi, immaginazioni. Comunque, io fin dall’inizio ho inteso Buzzati come scrittore e artista. Lui si dichiarava come un artista che qualche volta scrive.
In realtà fece il giornalista presso Il Corriere della Sera per tutta la sua vita – e da lì penso provenga il suo stile di scrittura preciso e realistico.
Comunque, quando ho trovato il suo racconto “La creazione” in una raccolta in biblioteca ho capito che era questo il testo che cercavo.

Che cosa ti è piaciuto in particolare ne “La creazione”?

“La creazione” è una versione umoristica della Genesi, ambientata ai giorni nostri.
Dio onnipotente ci è presentato come un personaggio benevole che guida le creazioni ma allo stesso tempo non è per niente dominante: lascia che le cose facciano il loro corso, tanto lui sa tutto quello che deve avvenire e non si stressa. I veri creatori in questa Genesi però sono gli angeli e in particolare uno, diverso dagli altri, che presenta la sua idea di creare l’uomo.
Questa versione umoristica della Genesi mi ha fornito delle interessanti metafore sul creare e sulla vita d’artista. Mi ricordo che i primi tempi che stavo lavorando sul progetto mi erano particolarmente simpatici gli angeli creatori, e ce ne sono tantissimi! Li ho disegnati tutti un pochino ingenui, giovani ma con tanta speranza, visioni grandiose e una voglia di fare.
Per me in questo racconto tramite quegli angeli c’è descritta la sensazione del creare, quell’emozione che anch’io cerco in ogni aspetto della mia vita, non potrei farne senza!
Ora quando sono agli incontri con i lettori, dico anche che illustrare è creare un mondo, esattamente come lo si progetta ne La creazione.

L’anno scorso hai trascorso un periodo in America. Come è andata? Quanto sei rimasta? Che cosa hai fatto? Ma soprattutto: ti è piaciuta l’America?

Sono stata in America, nello stato di NY un anno in totale durante un periodo di due anni. Nell’estate 2015 ho fatto un corso estivo bellissimo alla New York School of Visual Arts sulla narrazione attraverso l’illustrazione. Un mese di concentrazione totale nell’incredibile NYC: vivevo a Brooklyn, per andare allo studio passavo l’East River sul treno e vedevo sempre l’Empire State Building sullo sfondo, sembrava un film. Avevamo quattro-cinque professori di diversi campi come illustrazione editoriale, fumetto o licensing, abbiamo avuto l’opportunità di mostrare i nostri portfolio ad un art director del Penguin Books e abbiamo finito la residenza con una mostra nella galleria della scuola, sulla Manhattan centralissima! Durante quel corso ho imparato tantissimo, soprattutto sul mercato americano, sulla parte commerciale del mestiere e anche su me stessa proprio perché è stato veramente molto intenso.
Il resto del tempo sono stata in Long Island, vicino a NYC a disegnare e a conoscere la vita all’americana. Poi, come tanti, anch’io ho parenti in America e sono riuscita ad andare a trovarli in Minnesota e a Washington DC. Sono stati momenti molto emozionanti, che hanno aggiunto un altro pezzo nel puzzle della mia vita.
Se mi chiedi se mi è piaciuta, direi che in qualunque posto uno sia, si fa sempre la propria esperienza da soli. Esistono tante Americhe (o qualsiasi altro paese) quanto le persone che ci vanno. Io ne ho visto una minuscola parte. NYC per me è specialissima, ispirantissima ma tanto pazza, e mi agitava. In Minnesota mi piaceva la natura, i laghi e mi sembrava un’ambiente rilassante.

Da quando ci siamo visti l’ultima volta so che hai vinto un premio importante per l’illustrazione. Ce ne vuoi parlare?

Sono estremamente felice di aver ultimamente vinto un premio al concorso Supergraafika organizzato dalla città di Tallinn. Il concorso ha selezionato tre disegni, tra quelli proposti da diversi artisti, che diventeranno murales sui condomini in città. Il mio verrà realizzato in un quartiere verde al confine della città, su un palazzo di 5 piani. Parteciperò alla realizzazione anch’io, infatti non vedo l’ora di vedere come la mia illustrazione formato cartolina diventerà alta più di 15 metri!

A cosa stai lavorando adesso? Hai un nuovo libro in produzione?

Ho sempre una decina di progetti diversi in corso. Comunque, il libro che sto attualmente illustrando porta il titolo Grazie, sono sazio ed è scritto dall’autrice estone Hilli Rand.
E’ una storia semplice ma davvero divertente. Ci sono due fratelli e moltissimi animali e tanta immaginazione.

Condividi su:
Continua a leggere
Asterisk Davide Calì intervista Torben Kuhlmann
22/04/2017 Morena Forza in Illustrazione / No comments

In occasione di Tempo di Libri, fiera del libro di Milano, l’autore e art director Davide Calì ha intervistato l’illustratore tedesco Torben Kuhlmann.

Lasciami dire prima di tutto che sei un illustratore davvero notevole.
In quest’epoca di illustratori grafici e minimalisti il tuo lavoro è sorprendentemente dettagliato.
Quindi, cominciamo parlando di tempo: quanto ce ne vuole per fare un libro?

Grazie per il complimento! Mi piace davvero creare immagini realistiche per le mie storie. Mi piace arricchire il mondo dei miei topini avventurosi con il maggior numero possibile di dettagli, così che i bambini si divertano scoprendo sempre nuove cose nelle illustrazioni.
Questo ovviamente richiede molto tempo per completare un libro, ma è bello spendere tempo per rifinire una storia. Con sufficiente ispirazione ed energia, giorni e settimane trascorrono velocemente.
Lindbergh” e “Armstrong” sono stati lunghi da fare per via del grosso numero di illustrazioni. Mi ci è voluto un anno per finire “Armstrong”.
Per riuscire a stare nei tempi ho dovuto fare circa un’illustrazione a settimana.

Prima di cominciare un libro ti prendi il tempo di studiare, cercare riferimenti?

Sì, certo. La ricerca è una parte molto importante. E’ il primo passo prima di cominciare qualsiasi disegno. Per illustrare oggetti come razzi e aeroplani in modo realistico, devi prima capire come funzionano. Solo così diventano credibili.
Per esempio, è stato molto importante per me che gli aeroplani costruiti dal topolino inventore in “Lindbergh” siano non solo credibili ma realmente ispirati ai primi aeroplani costruiti dall’uomo.

E che materiali usi per le tue ricerche?

Guardo moltissimi libri, cerco cose su internet e sfoglio vecchi album di famiglia.

Il tuo primo libro era… la tua tesi d’esame! Quindi sei stato un bravo studente?

Sì, “Lindbergh” è stato la mia tesi d’esame. Avevo deciso di scrivere e illustrare un libro per bambini come progetto finale all’accademia. Mi sembrava un modo per combinare insieme diversi tipi e sfaccettature di illustrazione. A scuola saltavo da una cosa all’altra, ho provato tutto quello che potevo, dall’illustrazione scientifica all’animazione. Per cui mi sono ritrovato con una collezione di piccoli progetti, spesso incompleti, ma per laurearmi mi serviva qualcosa di grande, personale e finito, che mettesse insieme tutto. Mi sono laureato a giugno 2012. Il libro è stato scelto dalla Fiera di Bologna dell’anno successivo, per cui tecnicamente, non ero più uno studente!
Per rispondere alla tua domanda, se fossi un bravo studente, dovresti chiedere ai miei insegnanti. Ma spero di aver fatto bene!

Dopo Lindbergh hai fatto un libro su Armstrong.
Si direbbe che sei affascinato dal volo? Ci sono alter ragioni per aver scelto questi due personaggi?

Da che mi ricordo, sono sempre stato affascinato dalla storia dell’aviazione. Penso sia davvero ispirante pensare ai primi inventori, che montavano strani aggeggi nel fienile di casa nella speranza di costruire il primo aeroplano volante.
E poi, decenni più tardi, c’è stata la grande sfida per portare l’uomo sulla luna. Queste sono incredibili conquiste.
Così ho preso a prestito un pochino da questi grandi personaggi e l’ho ristretto alla dimensione di un topo.
Ma è stato importante per me che le avventure dei miei topini fossero legate con eventi reali, un po’ come nel film Forrest Gump, dove la storia inventata del film si fonde con la storia reale.

Si direbbe anche che tu abbia la passione per gli animaletti: topini, talpe…

Mi piace raccontare storie di animali. È interessante costruire una storia come una favola, in cui gli animali si comportano come umani. È un modo per inserire molte metafore nella narrazione. Uno degli esempi più ovvi è nel mio libro “Moletown”, in cui buffe talpine costruiscono una città che somiglia a una città umana. Ma mi piacerebbe anche illustrare qualcosa con personaggi umani in futuro.

E la passione per il disegno, l’avevi fin da bambino?

Sì, ho sempre disegnato e dipinto molto. Già alla scuola materna disegnavo tutto il giorno. Era il mio modo di capire il mondo. Qualsiasi cosa mi interessava, la disegnavo. Ho imparato così molto cose già da piccolo, per esempio l’uso della prospettiva. E il mio metodo non è cambiato da allora. Ancora oggi cerco di capire le cose dissezionandole attraverso matita e pennelli. Il risultato si vede per esempio gli aggeggi e le macchine di “Lindbergh” per esempio.

Da quale illustratore o pittore ti senti ispirato per il tuo lavoro?

Oh, ci sono moltissimi artisti e illustratori a cui mi ispiro. Per nominarne giusto un paio: l’illustratore e pittore americano Norman Rockwell, il maestro dell’acquerello John Singer Sargent, l’illustratore di poster Drew Struzan, e poi Claude Monet, Rene Magritte e molti fumettisti.

A cosa lavori in questo momento?
Puoi raccontarci qualcosa del tuo prossimo libro?

Il mio tavolo è pieno di progetti al momento. Ho appena finito diverse copertine per romanzi adulti, di cui la maggior parte con illustrazioni in bianco e nero all’interno. E ci sono due progetti che ho in testa, uno dei quali completerà la mia trilogia dei topini.

Approfondimenti

Torben Kuhlmann è nato a Sulingen (Germania) nel 1982.
La sua tesi di laurea, Lindbergh (2012) gli ha fruttato il massimo dei voti, ma soprattutto l’immediato successo editoriale. Nel 2013 le sue tavole sono state selezionate per la Mostra degli Illustratori della Bologna Children’s Book Fair.
In Italia, i suoi libri sono editi da Orecchio Acerbo: Lindbergh, Armstrong e Moletown.

Condividi su:
Continua a leggere
Asterisk Quella volta che alla Fiera di Bologna… – Di Davide Calì
02/04/2016 Morena Forza in Editoria&Scrittura / 3 responses
Edizione 2013 della Children's Book Fair di Bologna. Foto di Christoph Peter
Edizione 2013 della Children’s Book Fair di Bologna. Fotografia di Christoph Peter

Sono tante le storie che, ogni anno, si incrociano alla Bologna Children’s Book Fair. Sono storie piccole o grandi, storie di persone e, naturalmente, di libri.
Ognuna mi insegna qualcosa oppure mi diverte e mi ricorda che non esiste mai una sola verità; a questo giro a raccontare alcuni frammenti di Fiera è Davide Cali, che nel corso di questi anni ha firmato alcuni tra i più interessanti post per Roba da Disegnatori.
Devo essere sincera, non pensavo che ad un autore famoso potessero succedere certe cose! :-)
Quali sono le vostre storie più buffe legate alla Fiera?
Buona lettura.

Quella volta che alla Fiera di Bologna…

di
Davide Calì
Quest’anno torno alla Fiera di Bologna dopo un paio di anni di assenza ed alcune edizioni alle quali sono andato solo per qualche conferenza o una seduta di dediche. In realtà già l’anno scorso ero andato per tre giorni, ma in modo un po’ disorganizzato, senza prendere impegni.
Per l’edizione 2016 invece ho l’agenda piena. Il fatto è che, se per qualche anno ho fatto a meno della Fiera perché ho lasciato lavorare gli agenti e perché gli editori francesi li vedo già in Francia, in tempi recenti ho cominciato molte collaborazioni con editori non francesi e l’unico modo per vederli è a Bologna.
In questi giorni ripensavo agli incontri che ho fatto nel tempo nei quattro fatidici giorni di Fiera e mi è venuta voglia di condividerne qualcuno con voi.

SonjaBougaeva_MarlèneBaleine_Sarbacane
Sonja Bougaeva “Marlène Baleine” © Sarbacane – Edito in Italia da Terre di Mezzo


Quella volta che…

mi hanno detto che il mio personaggio 
era grasso nel modo sbagliato

Era la prima volta che portavo in giro un progetto. Era una serie con un personaggio buffo, che poi non è mai stata pubblicata. L’ho mostrato a diversi editori, anche importanti, ma ero ancora all’inizio, nella fase in cui cerchi un parere da chiunque. In un momento di pausa mi trovavo davanti a uno stand collettivo di editori africani. A un tavolo c’era un signore dall’aria gentile, incrociamo lo sguardo, lui sorride e io gli chiedo se vuole vedere un progetto.
Lui, cortese, mi fa accomodare, sfoglia con cura la mia maquette, poi mi dice che gli editori in Africa sono poveri, che non mi sarebbe convenuto lavorare con loro, ma soprattutto che lavorano a libri educativi, per insegnare ai bambini piccole norme come lavarsi i denti ecc.
“E poi,” aggiunge, “il tuo personaggio non andrebbe bene perché è grasso nel modo sbagliato.”
Proprio così, grasso nel modo sbagliato.
Sbagliato perché è grasso come un bianco. Nei libri africani personaggi facilmente sono neri, ma cambiargli colore non basta. “Dovrebbe essere anche grasso come un nero, perché forse non ci hai fatto caso, ma noi ingrassiamo in modo diverso.”
Senza volere, l’editore quel giorno mi ha dato un grande insegnamento. Quando pensi di vendere il tuo lavoro in un Paese diverso dal tuo non basta tradurlo in una lingua comprensibile, ci sono tante cose che devi tradurre, e tutto ciò che dai per scontato può essere diverso. Anche un uomo sovrappeso.

"Io aspetto" Davide Calì Serge Bloch Kite Edizioni
Serge Bloch “Moi, J’attends” – © Sarbacane Edito in Italia da Kite Edizioni


Quella volta che…

mi hanno detto che non ero
abbastanza originale

Erano i primi anni in cui cercavo un editore francese. Allo stand collettivo del Padiglione 30 penso di averli visitati tutti più volte. I miei progetti piacevano ma nessuno riusciva a trovargli un posto nel proprio catalogo. Parlai anche con una casa editrice molto ambita da tutti all’epoca. L’editrice sfogliò i miei progetti, poi mi congedò dicendo che non andavano bene e aggiunse, con una punta di antipatia, che non erano sufficientemente originali per il loro standard. Per quanto le critiche sul tuo lavoro possano bruciare, non credo di averle mai serbato rancore per quel commento un po’ saccente. Pochi anni dopo però ci siamo rincontrati a una cena. Veniamo presentati, anche se io mi ricordavo di lei. Quando sente il mio nome lei sembra seccata.
“Ah, – mi fa “così è lei è quello che si è preso il mio premio!”
Avevo appena vinto il Baobab con Moi, j’attends, un premio che contava di prendere lei con un suo libro. Ma non penso di averlo sottratto a nessuno con intenzione.
A quel punto avrei dovuto dirle, “Sì sono proprio io, quello che solo due anni fa non ti sembrava sufficientemente originale, gnà, gnà, gna!
Invece ho fatto un sorrisetto stitico e mi sono allontanato verso il buffet per vedere se erano rimaste tartine al salmone.

Catarina Sobral _A casaquevoou_Bruàa
Catarina Sobral “A casa que voou” © Bruàa


Quella volta che…

mi hanno detto che dovevo
mettermi in fila

Questa è una cosa strana che mi è capitata pochi anni fa. Ero già famoso e infatti quando chiedo appuntamento a questo editore spagnolo mi risponde che sarà felicissimo di vedermi. Quindi mi dà un appuntamento in Fiera.
Quando arrivo allo stand vedo che c’è una fila di ragazzi che aspetta di far vedere il portfolio. Mi avvicino allo stand e dico chi sono e che ho un appuntamento con l’editor. La persona dall’altra parte mi dice di mettermi in coda. A questo punto ripeto che ho un appuntamento e le porgo il biglietto da visita. Lei lo guarda con sufficienza, poi mi indica la fila.
Se ve lo state chiedendo, no, non mi sono messo in fila.
Non li ho più cercati e altrettanto hanno fatto loro.

Benjamin Chaud_Ididntdomyhomeworkbecause_Chronicle Books
Benjamin Chaud “I didn’t do my homework because…” © Chronicle Books – Edito in Italia da Rizzoli


Quella volta che…

mi hanno detto che ero
un genio

Credo che sia l’episodio in assoluto più divertente che mi è capitato in Fiera.
Cercavo un agente e non sapendo da dove cominciare ho fatto quello che forse, ingenuamente, all’inizio fanno tutti. Ho consultato la lista degli agenti in Fiera e dopo aver selezionato quelli che, guardando il loro sito, mi sembravano adatti, li ho contattati spiegando cosa facevo. L’unica a rispondermi per farmi un appuntamento è un’agente americana.
Quando arrivo alla reception e faccio il suo nome mi presentano una signora dall’aria molto simpatica. La signora comincia a guardare i miei progetti e non nasconde un certo apprezzamento. Una pagina dopo l’altra mugola letteralmente di piacere davanti al mio lavoro, finché non esplode in un “Oh my gosh, this si wonderful!” quindi scatta in piedi e chiama suo marito che ha un appuntamento in un altro cubicolo.
Devi venire qui, questo ragazzo E’ UN GENIO! 
Il marito lascia l’appuntamento al suo cubicolo e viene a vedere il mio lavoro.
Seguono 5 minuti buoni di mugolii di approvazione che sembrano preludere a un vero orgasmo. Io rimango calmo. Dentro di me faccio le capriole suonando le maracas, ma fuori mostro una perfetta faccia da poker. Aspetto che abbiano finito di sfogliare l’ultimo progetto e poi cerco la conclusione. Gli è piaciuto tutto (piaciuto è un pallido eufemismo) per cui mi sento di poter chiedere “Quale progetto pensate di rappresentare?”
“Rappresentare? Ah, nessuno, noi ci occupiamo solo di romanzi. Ma grazie di essere passato!”

Se fosse una sit-com, a questo punto partirebbero le risate registrate.

RaphaëlleBarbanègre_BonsbaisersNewYork_Gulf Stream
Raphaëlle Barbanègre “Bons baisers ratés de New York” © Gulf Stream

In Fiera può succedere di tutto

Ho imparato che alla fine non esistono incontri veramente inutili. Tutto quello che ti capita acquista un senso con il tempo. Infatti:

  • Ho seguito il consiglio di guardare come ingrassano le persone e ora quando viaggio è diventato un mio gioco: osservare le persone e cercare di indovinare da dove vengono. L’editore aveva e ragione: non solo bianchi e neri ingrassano in modo diverso, ma anche tra i bianchi una pancia può raccontare molte cose.
  • L’editrice che mi aveva cassato in modo un po’ antipatico non l’ho più vista. La casa editrice che era stata molto rivoluzionaria negli anni 90 ora produce libri molto più comuni.
    La ruota gira per tutti ed è difficile rimanere sulla cresta per sempre.
  • L’editore spagnolo che mi chiese di mettermi in fila ho saputo poi che è uno di quelli che non paga. Forse alla fine, quella scortesia allo stand è stata provvidenziale e mi ha evitato delle seccature.
  • Quanto all’agente americana, dopo qualche anno ne ho trovata una super, con cui lavoro benissimo. Ma insomma, per tutto ci vuole tempo e perseveranza.

E forse sì, un pizzico di fortuna ogni tanto, non guasta.

FINE

Davide Cali terrà un corso di scrittura per l’infanzia a Padova il prossimo giugno, da Artelier. Super consigliato, visto che ho partecipato un paio di anni fa: ne avevo scritto qui su RDD.

Condividi su:
Continua a leggere
Asterisk Libri: “Il nemico” di Davide Calì, illustrato da Serge Bloch
19/11/2015 Morena Forza in Illustrati / No comments

Mi ero ripromessa di riempire per bene gli scaffali virtuali della libreria di RDD, che trovate qui e che in occasione del Natale finalmente rimpinzerò come si deve.

Non credevo che avrei cominciato con un libro illustrato, e invece ho finito col metterne in lista tre; ma procediamo un poco per volta.

Ci sono molti blog che recensiscono libri illustrati, negli ultimi anni, perciò pensavo di non occuparmene proprio. Ma poi mi sono detta: perché no? In fondo occupano una fetta enorme della mia libreria (per niente virtuale, anzi molto ingombrante!) e tanti sono ben fatti, adatti per grandi e piccini.

Il nemico, Davide Calì

Un tema praticamente senza tempo, quello della guerra; ma sicuramente le domande scaturite dagli avvenimenti di Beirut e Parigi mi hanno convinta a iniziare la libreria da “Il nemico“, scritto da Davide Calì e illustrato da Serge Bloch. In Italia è edito da Terre di Mezzo.

Il nemico

 

Chi è Il nemico? Cosa fa, perché gli piace uccidere e distruggere? 
Com’è fatto, che faccia ha? Sarà come dice il manuale? Il soldato protagonista, sotto le stelle, se lo chiede e decide di scoprirlo. Chi troverà, nascosto nel suo buco? 

Il nemico

Il nemico

Con una sensibilità rara, autore e illustratore hanno confezionato un libro profondamente bello.
I libri sulla guerra (o meglio dire contro la guerra) li ho trovati a volte melensi, scontati, se non addirittura banali e quindi di poco mordente; credo che questo invece sia il mio preferito, perché non si limita ad esplorare le dinamiche della guerra, ma in un certo senso anche quelle legate alla semplice natura umana.

Una guerra non solo di trincea quindi, ma anche di tutti i giorni da persona a persona. Fatta di dubbi, di insicurezze, di gesti e pregiudizi. Come se non bastasse, qualche volta questi ultimi non sono neppure troppo spontanei, guidati da voleri superiori ed assorbiti senza porsi troppe domande in merito.

Le illustrazioni di Serge Bloch sono un po’ fotografiche, un po’ al tratto, come se realtà e finzione si sovrapponessero. E non accade così con numerose forme di guerra?
Il ritmo narrativo è calmo, coinvolgente, affabulatore; lascia tutto lo spazio per una lettura riflessiva anche se sempre molto fresca e piacevole.

Lo consiglio perché: 

  • E’ una lettura bella da avere per la propria libreria, da sfogliare per riflettere e riconoscersi (sì, avete capito bene!).
  • E’ un libro adatto a bambini di qualunque sesso, forma, colore, religione. Un libro che appartiene a tutti.
  • E’ un libro bello con cui crescere: i livelli di lettura sono più di uno e nel tempo vengono assorbiti diversamente.
  • E’ un bel libro da regalare! A chiunque. Tranne a chi vuole la guerra.

Terre di Mezzo ha distribuito due edizioni di questa “favola contro la guerra”

Il nemico - copertina rigida (2014) Il nemico (copertina flessibile, 2015)
Copertina rigida (2014) circa 14 Euro Copertina flessibile (2015) Euro 8,50

 

Condividi su:
Continua a leggere
Asterisk “Tutte le ossessioni di Victor” Intervista agli autori Davide Calì e Squaz
26/03/2015 Morena Forza in Fumetto / No comments

 

 
La cover di “Tutte le ossessioni di Victor” edito da Diabolo Edizioni
 
 
“Un personaggio che farebbe la fortuna di qualsiasi psicoanalista!”
 
Questa è la descrizione più immediata di Victor, il protagonista di “Tutte le ossessioni di Victor”, la prima graphic novel scritta da Davide Calì e disegnata da Squaz, che ho avuto il piacere di leggere ultimamente in uscita lo scorso 9 marzo nelle librerie e fumetterie.
Ho intervistato sia autore che disegnatore e, come sempre, è affascinante catturare degli spunti per capire i dietro le quinte di un prodotto editoriale e allo stesso tempo riflettere sul proprio lavoro notando analogie e differenze tra il proprio metodo e quello di altri autori.
Spero possa essere di ispirazione anche a voi: buona lettura!
Davide Calì
Tempo fa avevamo parlato del fatto
che ti sarebbe piaciuto pubblicare delle storie anche in un ambito
diverso da quello del mercato degli albi per l’infanzia.
Devo dire che sono molto sorpresa
non del fatto che tu ci sia riuscito, ma del risultato finale: se non
ci fosse stato scritto il tuo nome in copertina non avrei mai creduto
che “Tutte le ossessioni di Victor” fosse una storia
scritta da te.
Era molto tempo che storia e
sceneggiatura erano pronte?


Ho iniziato a scrivere i primi episodi
della bizzarra biografia di Victor una quindicina di anni fa. Solo in
anni recenti il progetto ha preso poi la sua forma attuale, un po’
più romanzata.
Dai, ti faccio una domanda che
probabilmente ti avranno fatto o ti faranno in molti: quanto è
autobiografica questa storia? Sei tu Victor?
Ah ah! Sì, suppongo che a molti verrà
da chiederlo. Del resto è proprio questo il gioco di Victor:
indovinate dove sono! Scherzi a parte, in ogni cosa che scrivo c’è
una parte diciamo reale e una di fiction. Credo che faccia parte del
lavoro dello scrittore raccontare un po’ sé stesso, mescolando le
proprie esperienze a quelle rubacchiate al prossimo e all’invenzione
pura.

 

Molte delle sequenze della graphic
novel sono cariche di ironia. Quanto rappresenta per te l’ironia come
strumento di espressione? Sei uno di quegli autori che evita di far
prendere troppo sul serio sé stesso e i propri personaggi
all’interno delle storie che racconta?


Non so dire che genere di autore sono.
E’ una riflessione che lascio fare agli altri, primo perché forse
non mi interessa farla, secondo perché penso sia giusto così. Non
mi piace molto chi si presenta e ti dice cosa devi pensare di lui. So
di amare cose molto diverse come lettore e spettatore, per cui quando
scrivo, mi piace fare cose anche molto diverse tra di loro. Credo che
si possa dire che l’ironia faccia parte del mio lavoro, ma non me
ne rendo conto più di tanto. Non riesco ad avere una visione di
insieme di quello che faccio. Penso sia più facile farlo con uno
sguardo esterno.
Mi ha colpito molto il modo in cui
sei riuscito ad incrociare umorismo, lutto ed imbarazzo nella scena
del funerale della compagna di classe di Victor. L’ho trovata
profondamente umana, così vera da creare un certo imbarazzo in chi
legge. Credo che tutti prima o poi ci siamo trovati al funerale di
qualcuno e non stavamo pensando alla sua morte; E’ una di quelle
cose che nessuno osa dire. Credi che la scelta di inserire un
concetto così scomodo sia coraggioso o piuttosto provocatorio?


Non so. Non ho fatto calcoli di questo
tipo. Mi sono posto qualche problema a un certo punto, ho pensato di
essere andato troppo oltre, che qualcuno potesse sentirsi offeso dal
personaggio di Victor. Riccardo, l’editore di Diabolò, mi ha
invece detto che non voleva toccare nulla.
Anche lui ha trovato Victor molto
umano. Del resto come dici tu, è umano, sei a un funerale per
salutare qualcuno che non c’è più e ti cade l’occhio su un bel
culo e pensi: “Beh, dai, una cosa positiva nella giornata l’ho
vista.”
I capelli nella pizza. I capelli
nella pizza! Non ci dormirò mai più la notte essendo super
sensibile all’argomento “capelli nel cibo”.
“Sono passati dieci anni da
quando ci siamo lasciati eppure, ancora oggi, la prima cosa che
faccio quando mi arriva la pizza Ë controllare che non ci siano
capelli.”


Ah ah! Scusa rido, ma ho letto già
alcune recensioni che di Victor dicono essere capace di risvegliare
ossessioni sopite. Non so se esserne contento! Certe volte sono
uscito dal cinema irritato dai personaggi del film e ho pensato: che
brutto film! Poi ragionandoci ho capito che invece era un bel film e
che i personaggi mi avevano irritato perché molto veri.
Detto questo, occhio alla pizza!
Quando hai pensato alle ossessioni
di Victor ti sei preso del tempo per studiare alcune delle ossessioni
riscontrabili nella popolazione terrestre? Insomma, quanta ricerca
psicologica (anche se magari non a livello scientifico ma puramente
di ispirazione) c’è dietro ad una graphic novel sulle ossessioni?


No, diciamo che non mi sono messo a
tavolino, come magari ho fatto altre volte, per studiare un tema. Gli
episodi sono venuti fuori da soli a un certo punto, semplicemente
osservando le persone.
Come mai hai pensato proprio a Squaz
per disegnare la tua sceneggiatura?


Avevo letto Pandemonio, un
fumetto scritto da Morozzi e mi era piaciuto il modo di lavorare di
Squaz. Anziché una sceneggiatura classica Morozzi gli aveva passato
semplicemente dei racconti e Squaz ne aveva ricavato un fumetto
bellissimo.
Dopo averlo letto mi sono reso subito
conto che lui avrebbe potuto fare Victor.
La cover di “Pandemonio” di G. Morozzi e Squaz edito da Fernandel
Hai pensato la storia per un mercato
oppure hai scritto prima un libro che avresti voluto leggere tu
stesso senza porti il problema della vendibilità e del “poi”?


Quando ho iniziato a scrivere Victor
non mi ponevo ancora problemi di mercato. Alla fine ne è venuto
fuori un prodotto che in qualche modo si è incanalato da solo in un
certo mercato.
Diabolò lo pubblicherà anche in
francese e spagnolo e mi ha chiesto a questo proposito alcuni
adattamenti. I nomi di persona per esempio saranno tradotti. Questa è
l’unica cosa che abbiamo fatto seguendo un certo opportunismo
commerciale.
Hai in progetto altri prodotti
editoriali di questo tipo?


Sì, parecchi. La scorsa estate ho
scritto soprattutto fumetti. In generale sto scrivendo meno album
ultimamente. Ho vari progetti sul genere e anche graphic novel più
all’americana nel genere Vertigo. Una cosa che vorrei fare è
cominciare al più presto un nuovo progetto con Squaz. Quel ragazzo
ha le manine d’oro!
Ora che anche il tassello
“pubblicazione per adulti” è stato aggiunto ai tuoi
successi, mi chiedo se ci sono ancora altri Davide che aspettano di
venire fuori. Quale genere di libro è impossibile che tu scriva in
futuro e quale invece ti piacerebbe pubblicare, se non è una domanda
troppo indiscreta?


Impossibile, non so.
Forse qualche cosa di relativo alla Bibbia. Una cosa che poi non mi
piace, per esempio, è quando gli autori riscrivono i classici di
Esopo e li firmano. Vogli dire, Esopo è stramorto, ma la storia l’ha
scritta lui. A meno che tu non ne faccia una parodia non hai il
diritto di firmarla, mettendo il suo nome in piccolo come se fosse
secondario.
Cose che mi piacerebbe
scrivere? Difficile dirlo. Le storie mi vengono così, non è che io
cerchi nulla. Tra i tanti progetti che ho da parte c’è una graphic
di Batman. Sto aspettando le tavole del disegnatore per proporre il
progetto a DC Comics. Poi, mi piacerebbe trovare qualcuno che girasse
i miei cortometraggi, ho decine di soggetti da parte. Mi piacerebbe
realizzare qualche libro fotografico, e poi ho un progetto di design
erotico lì da un po’. Sto sempre cercando un illustratore.
Per quello che riguarda
gli album illustrati dopo Le double, che è appena uscito in
Svizzera per Notari, mi piacerebbe riuscire a pubblicare un altro
paio di storie un po’ sci-fi che ho scritto su quel genere.
Ho anche un progetto di
tornare a disegnare, prendermi un po’ di tempo, ma la musica ha la
precedenza, perché è la cosa che alla fine, mi piace fare più di
tutto. Per cui prima cercherò di registrare il mio primo disco. Ho
materiale per almeno un paio, ma bisogna imparare a fare le cose una
per volta.
A chi piacere in
particolare “Tutte le ossessioni di Victor”?


Spero piaccia a tutti! Ma
scherzi a parte ancora non lo sappiamo. Il libro è appena uscito.
Per ora mi pare che l’accoglienza sia buona.
Squaz
Ciao Squaz, mi sono
piaciuti moltissimo i tuoi disegni per “Tutte le ossessioni di
Victor”, li trovo davvero molto adatti. Com’è lavorare ad una
graphic novel di questo tipo?
E quanto lavoro ha
richiesto?


Ciao! Intanto grazie dei
complimenti.
In effetti ho lavorato a
“Victor” per quasi tre anni a più riprese, interrompendomi
spesso e poi ricominciando, il che non è molto nelle mie
caratteristiche.
Tendenzialmente sarei più
per il “cotto e mangiato” (che si traduce in “fatto e
pubblicato”), in questo caso però varie vicissitudini mi hanno
indirizzato verso una forma di pazienza zen per cui fare un buon
lavoro era più importante che finirlo presto. So che dovrebbe essere
sempre così, ma stavolta forse l’ho imparato.
Quanto al lavoro su
questo tipo di storia, direi che è quello che mi piace di più fare.
Un testo che sia una per
me una traccia e che mi permetta di intervenire sopra e sotto le
parole, lasciandomi cioè libero di scorrazzare con le immagini.
Rigore e libertà,
insieme a braccetto. 

 

Quando lavori ad una
storia di cui non sei autore ti trovi un po’ in difficoltà o al
contrario sei contento di interpretare il testo pensato e scritto da
un’altra persona?


Dipende da chi scrive.
Con Davide, come già a suo tempo con Gianluca Morozzi per
“Pandemonio”, ho trovato subito delle affinità e quella è la
cosa più importante. L’ironia soprattutto mi mette subito a mio
agio. E si vede che quando ho accettato di lavorare a questo libro ne
avevo particolarmente bisogno, perché il mio lavoro precedente era
stato “Le 5 Fasi” con il collettivo DUMMY nel quale invece
avevamo affrontato tematiche piuttosto dense e cupe…
Ci sono stati
adattamenti e proposte da parte tua durante la fase di storyboard?


Posso dirti la verità?
Io lo storyboard non lo faccio e, quando lo faccio, non lo faccio
vedere a nessuno: parto direttamente con le pagine e mostro quelle.
Adattamenti ce ne sono
stati parecchi sì, ma si può dire che tutto il libro sia un
adattamento del testo di Davide. Del resto, io non avevo una vera e
propria sceneggiatura su cui lavorare ma il lungo, interminabile
monologo di Victor.
Potevo interpretarlo alla
lettera o tradirlo come meglio mi pareva, infatti mi pare di aver
fatto un po’ l’una e un po’ l’altra cosa.

Hai preparato delle
palette colore prima di iniziare a colorare le tavole oppure li hai
improvvisati? Cioè, hai un approccio calcolato al colore o piuttosto
uno istintivo?


Non c’è stata una
grande preparazione preliminare, da parte mia. Ovviamente, una volta
che ho capito quale volevo che fosse l’impostazione da dare ai
disegni ed ai colori sono andato avanti di conseguenza, ma non sapevo
in anticipo cosa sarebbe successo. Nemmeno a livello di storyboard,
come dicevo prima. E il fatto che il racconto avesse una struttura ad
episodi mi ha aiutato molto. Cioè, sapevo che in un modo o
nell’altro, alla fine avrebbe comunque funzionato… per cui tanto
valeva divertirsi!
Quali sono i tuoi
autori preferiti, sia per quanto concerne la scrittura che il
disegno?
Per me, scrittura e
disegno sono praticamente sinonimi, comunque sono un fan di Charles
Burns, Michael Kupperman, Mike Mignola, Edika, e di un sacco di
fumettisti italiani giovani e meno giovani.

 

Quanto ti sei
ritrovato nelle ossessioni di Victor e quanto conta per te un
contatto empatico con i personaggi della storia che trovi nella
sceneggiatura?


Durante la lavorazione,
credo di aver detto a Davide che il suo personaggio era molto alla
Woody Allen, che a me è sempre piaciuto. Per cui di sicuro ci ho
ritrovato delle sensazioni e un immaginario che mi è familiare e che
mi apparteneva già. Non ho mai provato a lavorare su storie o
personaggi così distanti dai miei gusti e dalle mie coordinate, ma
immagino che sia come per gli attori quando per calarsi nei panni di
qualcun altro cercano ogni minimo appiglio per dargli vita e
credibilità.
A quale tipo di storia
non lavoreresti mai?


Probabilmente, a quella
che fosse apertamente in contrasto con le mie idee e le mie
convinzioni personali. Ma per fortuna non me ne hanno mai proposte di
storie così, almeno finora.
A quale tipo di storia
lavoreresti accettando su due piedi?


Mah, una volta ho
assistito ad un incontro con Moebius, il quale alla domanda “perché
fai fumetti?” rispose “per sentirmi utile”. Mi è sempre
piaciuta come motivazione, per cui accetterei subito di lavorare ad
una storia che non mi faccia sentire un imbrattacartacce che fa
abbattere l’Amazzonia per niente.
E poi per soldi,
ovviamente. Tanti soldi.
A chi piacerà “Tutte
le ossessioni di Victor”?


Mi piacerebbe scoprirlo!
Cosa consiglieresti ad
un disegnatore che vorrebbe occuparsi di fumetti o graphic novel
nello specifico?


Non so davvero se
prendermi una responsabilità di questo genere. Forse di leggere
molta narrativa e poi, chiudere gli occhi, e ragionare per immagini.
E viceversa.

 

Condividi su:
Continua a leggere
Asterisk Davide Calì intervista Gerda Märtens
09/03/2015 Morena Forza in Illustrazione / No comments

Davide Calì mi invia questa intervista che ha fatto a Gerda Märtens. Dopo averla letta con molta curiosità, ho deciso di condividerla con voi.
Buona lettura!

 

Intervista
a Gerda Märtens
Ho conosciuto Gerda un paio di anni fa a
Macerata dove si era iscritta a un mio corso.
Da allora siamo rimasti in contatto e ci siamo
scritti spesso. Due anni fa mi ha invitato a Tallin, in Estonia, per
tenere un corso all’Accademia di Belle Arti.
Ne parlo qui..
Nel frattempo Gerda è riuscita a pubblicare il
suo primo libro in Estonia e a breve ne uscirà un altro, in Italia.
Ciao Gerda, raccontaci un po’ la tua
storia. Quando ci siamo conosciuti se non sbaglio eri iscritta al
Master di
Ars in Fabula,
giusto?
 
No, non ero iscritta al Master, facevo un Erasmus, solo che ero molto
concentrata sull’illustrazione. Ho passato a Macerata quasi tre anni
e ho imparato tanto da questa esperienza. E’ stato un periodo in cui
sono cresciuta tantissimo come persona e come artista.
Da dove viene la tua passione per l’illustrazione? Ti
interessava già da piccola?
 
Sì, la mia passione risale alla mia infanzia. Poi nel 2008 e il 2009
ho fatto il direttore artistico per un cortometraggio animato, In
the Air
di Martinus Klemet, nello studio Joonisfilm in Estonia.
Grazie a questo lavoro ho notato che i cartoni strutturamente e
narrativamente sono comunque molto vicini all’illustrazione, mi è
venuto naturale quindi cimentarmi con quest’ultima. In seguito,
studiando contemporaneamente la musica classica, ho capito che
l’illustrazione era il mondo nel quale volevo vivere e lavorare
perché mi veniva molto naturale.
Quando eri piccola avevi libri illustrati? Ce n’è qualcuno che
ti ricordi in modo particolare, cui sei rimasta affezionata?
 
Ma sì, certo! Mi piacevano tanti libri diversi,
non solo quelli per bambini! Leggevo tantissimo ed ispirata da essi
poi mi sono messa a scrivere e a disegnare anch’io. Mi ricordo molto
bene le emozioni che provavo da piccola e i libri mi creavano una
sensazione che spesso riconosco anche
adesso.
Sono felice di avere questa sensibilità che mi
regala momenti bellissimi in tutto ciò che faccio. I
miei libri preferiti assoluti da bambina
erano sicuramente Kristiina,
see keskmine
(Kristiina
la media
) di Leelo
Tungal
con le straordinarie
illustrazioni di Kersti Haarde,
Dondi jutud (un gioco di parole su Racconti
di Fantasma
) di Henno Käo con le sue illustrazioni e i
libri tascabili delle favole horror dalla Siberia. Quindi,
tutto sommato, un po’ di vita quotidiana di una famiglia che faceva
tanto ridere, un po’ di fantasia buffa sull’aldilà e un po’ di
folklore spaventoso.
Per il Master avevi avuto una borsa di studio italiana, poi se
ricordo bene ne hai avuta un’altra, però dall’Estonia, per
continuare i tuoi studi a Macerata? E ora starai invece a Trieste per
un po’: un’altra borsa di studio?
 
Per gli anni dell’Erasmus si, avevo sempre una borsa di studio che
veniva dall’Unione Europea. Quando sono tornata a Macerata per
lavorare sulla mia tesi per laurearmi presso l’Accademia di Belle
arti Estone, ho vinto una borsa di studio dal Ministero degli Esteri
della Repubblica Italiana. A Trieste, invece, sto facendo uno stage
di due mesi per il Centro della Salute del Bambino (che coordina
anche il programma conosciutissimo Nati per Leggere) ed ho una
borsa di studio creata da poco per i neolaureati, si chiama Erasmus
Plus+.
A Trieste, al momento faccio la grafica per il Centro e sono venuta
appunto per allargare le mie conoscenze nel settore e capire un po’
di più sul pubblico della mia arte.
E l’italiano? Come lo hai imparato?
 
Studiando il canto lirico e seguendo il blog di Anna Castagnoli, che
parla di illustrazione!
Raccontaci il tuo primo libro. Come è andata?
 
Dopo aver studiato a Macerata mi sono successi alcuni miracoli. Tra
una borsa di studio e l’altra avevo continuato ad essere molto attiva
anche in Estonia. Non lavoravo soltanto sui miei disegni ma facevo
anche l’insegnante e alla fine del 2013 ho organizzato anche una
mostra di illustrazione come omaggio a Charles Perrault. Il mio
lavoro è stato visto dai diversi illustratori e professionisti
estoni e così mi è stato proposto il progetto del mio primo libro
dalla casa editrice Päike ja pilv.
Il libro che è uscito a dicembre 2014 si chiama Õnnelike
õhtulugude sahtel
(Il cassetto delle storie notturne felici)
dalla scrittrice Hilli Rand. Contiene 8 storie sulla vita
quotidiana dei bambini, ma la parte interessante è che quella vita
viene osservata nell’ottica dell’immaginazione dei bambini. Quindi si
incontrano le situazioni e i personaggi che normalmente solo i
bambini possono percepire con la loro fantasia.
E quello di Buzzati invece? Se non sbaglio a breve esce con
Orecchio Acerbo? Come è nato il progetto?
 
Si, infatti ancora prima di ricevere la proposta per il progetto
estone, avevamo discusso con Orecchio Acerbo l’uscita del mio
progetto La creazione, un albo illustrato del racconto di Dino
Buzzati
. Era fin dal secondo anno a Macerata che l’avevo
preparato e ci credevo.
Il progetto è nato nel momento in cui volevo cimentarmi con un
progetto concreto, quindi mi sono guardata intorno e l’ho trovato,
quel racconto che mi ha colpita e commossa.
Ho riconosciuto qualcosa di molto universale che andava al di là di
quell’interpretazione della creazione del mondo. E’ un po’ diverso
dal resto delle opere di Buzzati ed è geniale. L’idea di pubblicarlo
con Orecchio Acerbo è venuta molto dopo la prima realizzazione del
progetto. Mi hanno trovata attraverso una mostra degli artisti delle
Marche in galleria Tricromia a Roma, e così ho avuto l’opportunità
di fare una nuova versione di questo mio lavoro per la casa editrice,
della quale ammiro molto i libri.
E quindi La creazione sta prendendo una forma definitiva.
Uscirà per la fiera del libro di Bologna di quest’anno.
 
 
E ora, quali sono i tuoi nuovi progetti?
 
Ne ho tanti. Quest’anno partecipo anche ad un paio di mostre
internazionali che girano l’Europa e l’Italia. E certamente continuo
ad illustrare, ad esempio in estate lavorerò su un libro che ha
scritto una mia amica Farištamo Susi e verrà pubblicato in
Estonia sempre quest’anno. Collaboro con le mie illustrazioni per la
rivista estone per ragazzi: Täheke, e poi ci sono altre idee
che ancora non hanno preso una forma definitiva.
Raccontaci qualcosa del tuo lavoro in Estonia: è possibile
riuscire a vivere di illustrazione nel tuo Paese?
 
Quasi tutti dicono di no. Anche gli illustratori affermati,
conosciuti e bravissimi sostengono che fare solo l’illustratore non
è affatto possibile e consigliano di non sperare per poi non
rimanere delusi. Tutti hanno almeno un altro lavoro, più spesso
fanno la grafica o lavorano in qualche agenzia pubblicitaria. Quelli
che fanno almeno quattro libri all’anno invece riescono a viverne,
però devono regolare il lavoro molto rigidamente in tempi molto
ristretti. Io penso che vivendo cosi perderei l’essenza artistica.
Anche se anch’io in meno di sei mesi ho illustrato due libri, quel
ritmo di lavoro è stato abbastanza pesante: per esempio la tecnica,
matita e acquerello, come la uso io, è lentissima. Il problema è
che ci sarebbe bisogno di tempo per consumare la cultura, come si
dice, non solo di produrla. Cioè, per un artista è essenziale
essere interamente a contatto con più cultura possibile, ma bisogna
adempiere anche alla vita di tutti i giorni. Prima si è una persona,
poi si fa il mestiere d’artista. Però se sei costretto a pensare
ogni giorno solo a come pagare l’affitto…
Immagino che non ci siano risposte. Ognuno fa i propri compromessi.
C’è qualche differenza tra lavorare in Estonia e in Italia,
nell’illustrazione?
 
Per me ci sono grandi differenze. In Italia l’illustrazione è
considerata arte e non solo tra le persone del settore ma fin da
piccoli i libri e i diversi immaginari artistici sono comunque molto
apprezzati e rispettati. In Estonia a me sembra che non ci sia una
vera comprensione o il consenso generale su cosa sia cultura e cosa
no. Ci sono due aree molto promosse: quella della nazionalità e
quella dell’innovazione. Mi dispiace di essere così
critica ma a me sembra che più spesso il vero senso delle cose
rimanga nascosto e tutto giri intorno alla superficialità delle
cose. C’è molta poca discussione sui valori veri e propri, qualunque
sia il settore. E quindi anche l’illustrazione in Estonia per la
maggior parte delle persone non è altro che la decorazione dei
libri. L’alfabetizzazione visiva è scarsa. Penso sia uno dei motivi
per il quale anche la maggior parte dei libri per bambini contengono
tantissimo testo e 8-10 pagine di illustrazioni. L’albo illustrato è
ancora molto poco diffuso. E però ci sono dei magnifici illustratori
e autori e soprattutto tra la vecchia generazione. Quando lavoro o
osservo il panorama del settore italiano o parlo dei libri illustrati
in Italia, sento sempre una profondità culturale e non ho bisogno di
convincere le persone che è un’arte e un lavoro serio e
importante. Spero e credo però che anche in Estonia il mestiere di
illustratore piano piano venga più apprezzato e che il pubblico
diventi più consapevole della rappresentazione visiva del mondo
intorno.
Perché dico tutto questo? Perché definisce molto
gli argomenti e le modalità del mio lavoro, la collaborazione con
gli editori, l’interesse del pubblico, ecc. Però dal lato positivo
devo dire che i bambini in tutti e due paesi sono sempre gli stessi
per i quali cercare di fare il meglio per loro è il mio compito
primario. A gennaio abbiamo presentato il libro Õnnelike
õhtulugude sahtel
ad una classe di bambini di
un asilo ed è stata una delle esperienze più felici da quando ho
studiato e lavorato in questo settore.
I libri di Gerda Märtens
Õnnelike õhtulugude sahtel, di Hilli Rand, editore Päike ja
pilv, 2014
La creazione, di Dino Buzzati, editore Orecchio Acerbo, 2015

 

Condividi su:
Continua a leggere
Post meno recenti