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Asterisk Come si invita un autore – di Davide Calì
10/12/2017 Morena Forza in Editoria&Scrittura / No comments
La premessa è chiara: questo è un post antipatico.

Eppure mi ha fatto sorridere in numerosi punti, soprattutto pensando all’idea che, in passato, mi ero fatta dei festival, degli inviti e degli eventi pubblici legati all’editoria.

Non solo, mi ha fatto ironicamente riflettere sul glamour che si respira ogni tanto durante le fiere, i saloni, i vernissage, gli eventi che generalmente catturano la nostra attenzione e che non sempre corrispondono esattamente a come ce li eravamo figurati dalle fotografie super cool su Facebook e Instagram, dove autori e illustratori sembrano quasi rockstar.

Come me avete una visione quasi fatata delle dediche dei libri in stand, dei tour promozionali, dei viaggi per fiere, saloni e scuole?
Ci pensa Davide Calì a riportarci alla realtà.

Ridiamoci sopra, ma prendiamo nota!

Tutte le immagini nel post sono di Jean Jullien.

COME SI INVITA UN AUTORE

Piccolo manuale antipatico per accogliere gli autori a scuola e ai festival

di Davide Calì

E’ da qualche tempo che medito di scrivere questo articolo. Negli anni, girando come autore invitato a vari festival e saloni, mi sono trovato in un paio di situazioni un po’ estreme che mi hanno fatto pensare a quanto possa essere relativo ed interpretabile il termine ospitalità.

Come la volta che per pranzo ci hanno dato un panino col prosciutto, perché il salone non aveva fondi per il ristorante. O la volta che sono stato in residenza per una settimana per fare degli incontri nelle scuole di un paesino.
Era un paese morto, in giro non c’era mai nessuno, né di giorno né di sera.
Non c’era una piazza, non c’erano negozi.
Era a due chilometri dal mare per cui, mi hanno detto, in bicicletta ci si mette pochissimo!
Ma non mi hanno mai procurato una bicicletta.

Oppure di quella volta che ci hanno messo a dormire per una settimana in un bosco, senza internet (e dove non prendeva il telefono). Ero con altri tre autori mai visti prima.
La cena si materializzava nel frigo al nostro rientro la sera, e per una settimana abbiamo avuto esclusivamente carne e dolci trucidissimi, per cui non abbiamo praticamente mangiato, perché nessuno mangiava carne.
I primi tre giorni consolidammo un’amicizia solidale, il quarto una del gruppo invitò a cena una stagista che l’attore che si era aggiunto a noi durante la settimana sperava di trombarsi.
Lei si portò dietro tutta la casa editrice, un gruppo di ragazzotti presuntuosi e affamati come tassi. Andò a finire che lei non passò la notte col nostro amico, ma noi approfittammo comunque biecamente della serata per rifilare ai ragazzotti tutti gli avanzi di carne che avevamo. E anche i dolci trucidi.
E’ stato un po’ come dare da mangiar ai delfini.
Alla fine fu una residenza divertente, salvo che quando tornai a casa pesavo due chili di meno e avevo trecento mail a cui rispondere.

In Francia c’è la Charte des auteurs a regolamentare gli incontri con gli autori: numero di classi da incontrare in un giorno, tariffa unica di remunerazione, ecc. (Si è parlato delle iniziative de La Charte anche in questo post. ndr)
Però riesci ancora ad arrivare in un posto e mentre prendi la valigia dalla macchina ti comunicano che non dormirai in un hotel ma alla Maison des artistes, una baracca squallida che sembra arredata dalle Brigate Rosse, con lo sciacquone rotto, senza TV, senza internet e dove il riscaldamento funziona in tutte le stanze, tranne che in camera da letto.
Quando gliel’ho fatto notare, mi hanno risposto:
Sì, in effetti magari è un po’ brutto starci da soli. E’ più simpatica se si è in compagnia.

Certo, meglio ancora se nudi e sbronzi.

Oppure ti capita che dopo una giornata di salone ti rifilino quello che i francesi chiamano apéro dinatoire, che a differenza dell’apericena consiste in una quantità sproposita di vino da bere, e un numero ridicolo di minuscoli stuzzichini, per cui mandi giù mediamente 5-6 bicchieri di vino con nello stomaco al massimo 2 o 3 francobolli di pane con sopra un’oliva o un micron di formaggio.

Lo so che state ridacchiando, perché vi diverte quando i francesi fanno la figura dei cafoni, ma ricordatevi che la Francia rimane un paese dove vi pagano per andare in giro e ti rimborsano di tutto (in realtà non devi anticipare nulla, ti pagano hotel, treno e aereo in anticipo e ti mandano i biglietti.)

In Italia, dove tutto è ancora selvaggio, mi capitano perlopiù situazioni estreme, mentre quelle normali sono l’eccezione. Sull’accoglienza gastronomica, nulla da dire (sì, a parte il posto dove dopo aver detto che non mangiavo carne hanno portato in tavola per quattro giorni solo maiale e pasta al ragù di salsiccia), sul dormire di solito non è malaccio ma per quel che riguarda gli altri aspetti, la preparazione delle classi, la remunerazione, i rimborsi spese, è un disastro.
Facilmente chi ti invita pensa che ti pagherai il viaggio o sarà la casa editrice a farsene carico e dà per scontato che ci andrai gratis, facendo dei laboratori ovviamente.
E visto che ci vai gratis, nei tre giorni farai incontri con 4-5 classi per volta, in cui nessuno dei bambini ha mai letto uno dei tuoi libri.

Per questo, penso che sia venuto il momento di mettere giù qualche regoletta.

1: I LIBRI VANNO LETTI PRIMA

Ai più sembra ancora strano, ma è così: i libri vanno letti prima, non dopo il passaggio dell’autore. Che senso ha invitare qualcuno di cui non sai niente?
Spesso mi sono sentito dire: invitiamo un autore per dare voglia ai bambini di leggere.
Ma perché un perfetto sconosciuto dovrebbe darmi voglia di leggere?
Non ha senso. Gli autori prima si leggono, si apprezzano, poi si invitano.
Oppure si leggono e non si apprezzano. Un autore può anche non piacerti.

2: CHI PAGA LE SPESE DI VIAGGIO?

Eccovi un altro scoop: no, la casa editrice non paga lo spostamento dell’autore, lo pagherete voi.
E anche tutto il resto. Spesso gli autori anticipano i biglietti e poi hanno problemi a farseli rimborsare. Per cui, se siete delle persone serie, farete voi i biglietti.
Se i biglietti sono rimborsati farete in modo che il comune o chi paga, riconosca la non tassabilità del rimborso spese. E’ spiacevole anticipare dei soldi, dover fatturare per riaverli indietro e dopo 3 mesi (quando va bene) scoprire di doverci ancora pagarci sopra le tasse come se fossero soldi guadagnati e non spesi.

3: BUDGET

Fare delle attività culturali ha un costo e perciò dovete prevedere un budget.
Se non avete un budget non aspettate a dirlo dopo tre settimane di mail, sperando che l’autore venga comunque gratis, si paghi il treno e possibilmente si porti anche mangiare da casa.

4: OSPITALITA’

Se intendete ospitare l’autore in una catapecchia senza internet né acqua calda perché nella vostra fantasia è un luogo piacevolmente spartano per trascorre un weekend lontano dai fastidi della civiltà, siate così gentili da avvisare il vostro ospite e verificare che condivida la vostra visione. Con ogni probabilità non sarà così e sarà opportuno quindi procurargli un hotel, che abbia possibilmente il bagno in camera.

5: HOTEL

Verificate di persona gli hotel dove saranno alloggiati i vostri ospiti. Non si può sempre basarsi sulle foto di internet. Un posto dove ci sono 6 cani che abbaiano incessantemente in giardino, per esempio, non è un hotel e nemmeno un bed&breakfast: è un canile.
Un posto senza la finestra (mi è appena capitato) non è una stanza. E’ un garage o un ripostiglio.

6: LOCALIZZAZIONE

Se invitate l’autore in una città e poi in realtà state a 150 chilometri di distanza da fare in macchina alle 10 di sera, sarebbe simpatico dirglielo prima. E soprattutto non chiedergli, appena sceso dall’aereo: “Sei mai venuto a…?” per poi portarlo da tutt’altra parte.

7: LA BICICLETTA

Se mettete qualcuno a dormire in un posto lontano dal centro, facilmente raggiungibile in bicicletta, siate così gentili da prevedere anche una bicicletta. Già che ci siete, chiedete in anticipo se l’autore è disponibile a muoversi in questo modo e se sa andare in bicicletta.
Se il periodo è gennaio e il luogo è al di sopra del 42° parallelo, forse sarebbe opportuno considerare una diversa sistemazione o un diverso mezzo di trasporto.
Voi ci andreste in un posto dove per comprare un pezzo di pane dovete farvi un chilometro in bicicletta sotto la pioggia a 6 gradi?
Scommetto di no.

8: INCONTRI

Come vi dicevo, in Francia è la Charte a regolare le condizioni di ingaggi di un autore. In Italia non ci sono regole precise, ma invitare qualcuno che si rende disponibile per due incontri, che si intendono come due classi, e poi ammucchiare in palestra 8 classi per ciascuno degli incontri, rischia di farvi scivolare nella malafede. A meno che non abbiate preso accordi diversi, di norma si possono incontrare 3-4 classi al giorno. Per cui se ne avete 16, dovete prevedere 5 giorni di retribuzione, hotel e tutto il resto.

9: ATELIER/1

Parliamo degli atelier (laboratori ndr): i bambini di età diverse hanno esigenze diverse.
Se un atelier è per i bambini di 10 anni, perché far partecipare anche quelli di 4? E perché portare un neonato di 6 mesi a una lettura? Difficilmente capirà qualcosa, gli altri in compenso avranno il ricordo di una bella lettura di cui hanno capito la metà delle parole perché c’era un bambino che piangeva.
Cominciate a farvene una ragione: non si possono portare i neonati dappertutto.

10: ATELIER/2

Spiegate alle mamme che portano i bambini in biblioteca o altrove, che quando si fa un atelier, devono stare fuori. Nessuno darà un voto ai pastrocchi dei loro bambini per cui non è necessario che stiano sedute dietro i loro pargoli per suggerirgli cosa disegnare, e tantomeno disegnare al posto loro cercando di spacciare i propri disegni per quelli dei bambini.
Capisco il timore di inadeguatezza che si prova per i propri figli, ma è un problema di noi adulti. I bambini, finché non siamo noi a contaminarli con inutili paranoie, ne sono immuni.
E’ per quello che i loro disegni sono sempre e comunque bellissimi. Perché li fanno solo per divertirsi.

11: VOLI/1

Ho capito che volete risparmiare, ma invitare qualcuno e fargli fare 11 ore di volo solo perché passandone 6 a Francoforte e facendo un cambio a Oslo e uno a Barcellona si spende di meno, non è di grande ospitalità.

12: VOLI/2

Se per risparmiare comprate un volo che atterra a Malpensa alle 10 di sera e l’autore non abita a Milano, sarebbe opportuno immaginare una sistemazione per la notte, senza dare per scontato che l’autore dorma a casa di qualche amica o che si smaterializzi in aeroporto per ricomporsi magicamente nel letto di casa sua.

13: PASTI

Se l’autore vi ha avvisato di essere vegetariano, portarlo in un locale dove fanno solo hamburger per poi cadere dalle nuvole e fare sorrisetti imbarazzati davanti al menù, non trasformerà la carne in tofu. E il motivo è che non siete Gesù. Che anche lui poi, perlopiù faceva questa cosa con acqua e vino.
Che si sappia, i vangeli non registrano miracoli con la carne macinata.
P.S. A questo proposito: sì, anche il prosciutto è carne.

14: L’AUTORE NON E’ UN CLOWN

Spesso mi è capitato in Italia che il pubblico si aspetti che l’autore sia un clown e che abbia tutto un repertorio per intrattenere i bambini. Non è così. Ancora una volta, è necessario che i bambini ne conoscano i libri proprio perché l’unico intrattenimento è il piacere della compagnia di una persona di cui hai condiviso una lettura, e che ti fa piacere sentire parlare.
Detto questo ci sono gli autori che cantano, quelli che suonano, quelli che animano una marionetta e ne ho anche conosciuto uno che faceva il prestigiatore.
Ma questa rimane l’eccezione, non la norma.

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Asterisk Davide Calì intervista Gerda Märtens
19/06/2017 Morena Forza in Illustrazione / No comments

Gerda Märtens è una delle mie allieve più brillanti di sempre. Quando ci siamo conosciuti era arrivata in Italia da solo un paio di mesi e parlava un italiano praticamente perfetto. E poi aveva, e ha, uno stile tutto suo, molto personale, così come i suoi progetti.
Da allora è passato qualche anno e Gerda ha fatto diverse cose. Il suo libro che avete visto più facilmente in Italia è La creazione, un racconto di Dino Buzzati illustrato per Orecchio Acerbo. L’adattamento è stata una sua idea: Gerda ha una grande passione per Buzzati e ricordo che, anche se condivido la passione, avevo anche tentato di scoraggiarla, dicendo che per una studentessa non sarebbe stato facile avere i diritti di uno scrittore così famoso.
Ma Gerda è sempre stata molto determinata, e infatti non mi ha ascoltato, è andata avanti con il progetto ed è riuscita a fare esattamente quello che voleva. Ho una grande ammirazione per lei, per il suo entusiasmo, per la sua caparbietà e per la sua voglia di condividere con gli altri la passione per l’illustrazione.
Ma ora è venuto il momento di farle qualche domanda.

So che lavori anche part-time in una libreria?

Sì, lavoro anche in libreria come commessa, perlopiù per avere un guadagno mensile e l’assicurazione sanitaria. Quest’esperienza però mi sta dando tanta formazione sul mondo dei libri (perché è una tappa importante nella lunga catena tra l’autore e il lettore) e anche tanta ispirazione per leggere bei libri di tutti i tipi, non solo di narrativa. Tra l’altro, lavorare come commessa è utilissimo per osservare la gente e capire come funziona la società. E in più, facendo questo lavoro sto rispolverando anche un po’ di russo e ne sono fiera!

E in Italia, tornerai?

L’Italia è la mia seconda patria. Dopo un inizio un po’ difficile mi ci sono ambientata al punto da sentirmici sempre a casa. Mi piacciono le persone, la cultura (immensa), il cibo, il clima (il caldo), la natura (le montagne), il panorama d’illustrazione.
Anche se non vivo più in Italia da due anni, a volte mi accorgo di formulare i miei pensieri in italiano. Torno in Italia più spesso possibile e il mio sogno per il futuro è quello di averci una casa per poter vivere e lavorare una parte dell’anno lì.

Ma senti, è vero che la sommità più alta in Estonia misura solo 300 mt di altezza? (l’ho imparato la scorsa settimana durante l’HEADREAD festival)

E’ vero, nel Sud dell’Estonia c’è una collina che si chiama Suur Munamägi (La Grande Montagna Uovo) ed è esattamente 318 metri d’altezza, quindi la sommità più alta in Estonia. Ne siamo molto fieri e ci sono diverse canzoni patriottiche dedicate a questa “montagna” bellissima. In cima all’Uovo c’è anche una torre per farla diventare ancora più alta!
In realtà esiste anche un’altra Munamägi, cioè quella più piccola che si chiama appunto Väike Munamägi (Piccola Montagna Uovo) e che a me, quando ero piccola, ha lasciato un’impressione poetica. Penso di non essere stata pronta per l’Uovo Grande all’epoca.

So che questa estate tieni un corso, ma non propriamente di illustrazione. Ce ne vuoi parlare?

Come ho detto, mi sto occupando di diversi progetti contemporaneamente. Al momento sto affrontando anche la sfida di organizzare un corso estivo residenziale a luglio, nell’Estonia del Sud (non lontano dall’Uovo Grande): the Summer School of Inspiration.
E’ un corso che stiamo facendo insieme alla mia amica Monica, una bravissima insegnante di meditazione e una persona radiosa. Si tratta di 5 giorni in campagna, in un vecchio maniero ristrutturato come “maniero culturale”, sede per tantissimi eventi di cultura, corsi di yoga, meditazione, ballo, ecc.
Facciamo un corso combinato di due campi che possono sembrare diversi ma per come li trattiamo, non è affatto cosi: sono il disegno e la meditazione. Entrambe le attività si concentrano sulle osservazioni di ciò che c’è intorno a noi (lo spazio, le persone) e di ciò che c’è all’interno di noi. Tramite il disegno cerchiamo un contatto tra il mondo interiore ed esteriore mentre la meditazione ci insegna a comandare i nostri sensi per poter eliminare le emozioni, i pensieri e le sensazioni che ci impediscono di Creare.

Ma che meraviglia!

Ci sarà anche una serata di incontro con un bravissimo giovane scrittore, Tõnis Tootsen, che ci parlerà del sogno e della veglia e del loro punto d’incontro. Lui ha appena vinto un premio statale letterario per un suo romanzo distopico particolare sia per la storia che e per la forma visiva: è scritto e illustrato a mano e così anche riprodotto. Si intitola Il primo giorno.
Tra tutto quello ci sarà del tempo per stare in una compagnia di persone interessanti di origini diverse, per godersi della sauna e delle serate intorno al falò o per vagare nei dintorni del maniero. Io stessa non vedo l’ora di vedere il corso realizzato e di conoscere le persone che parteciperanno.

E adesso: insegnami tre parole belle in estone! (devo arricchire il mio dizionario per la prossima volta che ci vediamo)

Cominciamo da quelle più corte e più attuali.
Öö – notte
Mets – bosco
Kuu – luna

Che belle! Sembra un haiku ! E in Italiano: quali sono le prime parole che hai imparato?

Mi ricordo di aver portato un manuale d’italiano al mio primo viaggio per l’Italia nel 2009. E’ stato un viaggio da backpackers/couchsurfing e spesso aspettavo i treni nelle stazioni sedendomi sulla valigia e studiando la grammatica italiana. Le prime parole che ho imparato durante quel viaggio penso siano state: francobollo, giallo e scarpe.

Raccontaci: come è nata la tua passione per Dino Buzzati?

Avevo iniziato il mio secondo anno con il programma Erasmus all’Accademia di Belle Arti di Macerata, pensando ad un possibile progetto editoriale. Mi sentivo pronta per affrontare un intero libro, però mancava il testo. Poi in Accademia ho sentito il nome di Dino Buzzati.
Si parlava del suo libro I miracoli di Val Morel che lui aveva anche illustrato con le immagini che si riferiscono alla tradizione dell’Ex Voto, che mi ha affascinato molto (io vengo da una tradizione religiosa protestante o, meglio, pagana). Un miscuglio tra un mondo reale, logico, e quello immaginario mi sembrava il modo più giusto per capire la vita, o la condizione umana. Penso che più che dal mondo esteriore siamo guidati dalle nostre forze interiori, paure, gioie, fantasmi, immaginazioni. Comunque, io fin dall’inizio ho inteso Buzzati come scrittore e artista. Lui si dichiarava come un artista che qualche volta scrive.
In realtà fece il giornalista presso Il Corriere della Sera per tutta la sua vita – e da lì penso provenga il suo stile di scrittura preciso e realistico.
Comunque, quando ho trovato il suo racconto “La creazione” in una raccolta in biblioteca ho capito che era questo il testo che cercavo.

Che cosa ti è piaciuto in particolare ne “La creazione”?

“La creazione” è una versione umoristica della Genesi, ambientata ai giorni nostri.
Dio onnipotente ci è presentato come un personaggio benevole che guida le creazioni ma allo stesso tempo non è per niente dominante: lascia che le cose facciano il loro corso, tanto lui sa tutto quello che deve avvenire e non si stressa. I veri creatori in questa Genesi però sono gli angeli e in particolare uno, diverso dagli altri, che presenta la sua idea di creare l’uomo.
Questa versione umoristica della Genesi mi ha fornito delle interessanti metafore sul creare e sulla vita d’artista. Mi ricordo che i primi tempi che stavo lavorando sul progetto mi erano particolarmente simpatici gli angeli creatori, e ce ne sono tantissimi! Li ho disegnati tutti un pochino ingenui, giovani ma con tanta speranza, visioni grandiose e una voglia di fare.
Per me in questo racconto tramite quegli angeli c’è descritta la sensazione del creare, quell’emozione che anch’io cerco in ogni aspetto della mia vita, non potrei farne senza!
Ora quando sono agli incontri con i lettori, dico anche che illustrare è creare un mondo, esattamente come lo si progetta ne La creazione.

L’anno scorso hai trascorso un periodo in America. Come è andata? Quanto sei rimasta? Che cosa hai fatto? Ma soprattutto: ti è piaciuta l’America?

Sono stata in America, nello stato di NY un anno in totale durante un periodo di due anni. Nell’estate 2015 ho fatto un corso estivo bellissimo alla New York School of Visual Arts sulla narrazione attraverso l’illustrazione. Un mese di concentrazione totale nell’incredibile NYC: vivevo a Brooklyn, per andare allo studio passavo l’East River sul treno e vedevo sempre l’Empire State Building sullo sfondo, sembrava un film. Avevamo quattro-cinque professori di diversi campi come illustrazione editoriale, fumetto o licensing, abbiamo avuto l’opportunità di mostrare i nostri portfolio ad un art director del Penguin Books e abbiamo finito la residenza con una mostra nella galleria della scuola, sulla Manhattan centralissima! Durante quel corso ho imparato tantissimo, soprattutto sul mercato americano, sulla parte commerciale del mestiere e anche su me stessa proprio perché è stato veramente molto intenso.
Il resto del tempo sono stata in Long Island, vicino a NYC a disegnare e a conoscere la vita all’americana. Poi, come tanti, anch’io ho parenti in America e sono riuscita ad andare a trovarli in Minnesota e a Washington DC. Sono stati momenti molto emozionanti, che hanno aggiunto un altro pezzo nel puzzle della mia vita.
Se mi chiedi se mi è piaciuta, direi che in qualunque posto uno sia, si fa sempre la propria esperienza da soli. Esistono tante Americhe (o qualsiasi altro paese) quanto le persone che ci vanno. Io ne ho visto una minuscola parte. NYC per me è specialissima, ispirantissima ma tanto pazza, e mi agitava. In Minnesota mi piaceva la natura, i laghi e mi sembrava un’ambiente rilassante.

Da quando ci siamo visti l’ultima volta so che hai vinto un premio importante per l’illustrazione. Ce ne vuoi parlare?

Sono estremamente felice di aver ultimamente vinto un premio al concorso Supergraafika organizzato dalla città di Tallinn. Il concorso ha selezionato tre disegni, tra quelli proposti da diversi artisti, che diventeranno murales sui condomini in città. Il mio verrà realizzato in un quartiere verde al confine della città, su un palazzo di 5 piani. Parteciperò alla realizzazione anch’io, infatti non vedo l’ora di vedere come la mia illustrazione formato cartolina diventerà alta più di 15 metri!

A cosa stai lavorando adesso? Hai un nuovo libro in produzione?

Ho sempre una decina di progetti diversi in corso. Comunque, il libro che sto attualmente illustrando porta il titolo Grazie, sono sazio ed è scritto dall’autrice estone Hilli Rand.
E’ una storia semplice ma davvero divertente. Ci sono due fratelli e moltissimi animali e tanta immaginazione.

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Asterisk Davide Calì intervista Torben Kuhlmann
22/04/2017 Morena Forza in Illustrazione / No comments

In occasione di Tempo di Libri, fiera del libro di Milano, l’autore e art director Davide Calì ha intervistato l’illustratore tedesco Torben Kuhlmann.

Lasciami dire prima di tutto che sei un illustratore davvero notevole.
In quest’epoca di illustratori grafici e minimalisti il tuo lavoro è sorprendentemente dettagliato.
Quindi, cominciamo parlando di tempo: quanto ce ne vuole per fare un libro?

Grazie per il complimento! Mi piace davvero creare immagini realistiche per le mie storie. Mi piace arricchire il mondo dei miei topini avventurosi con il maggior numero possibile di dettagli, così che i bambini si divertano scoprendo sempre nuove cose nelle illustrazioni.
Questo ovviamente richiede molto tempo per completare un libro, ma è bello spendere tempo per rifinire una storia. Con sufficiente ispirazione ed energia, giorni e settimane trascorrono velocemente.
Lindbergh” e “Armstrong” sono stati lunghi da fare per via del grosso numero di illustrazioni. Mi ci è voluto un anno per finire “Armstrong”.
Per riuscire a stare nei tempi ho dovuto fare circa un’illustrazione a settimana.

Prima di cominciare un libro ti prendi il tempo di studiare, cercare riferimenti?

Sì, certo. La ricerca è una parte molto importante. E’ il primo passo prima di cominciare qualsiasi disegno. Per illustrare oggetti come razzi e aeroplani in modo realistico, devi prima capire come funzionano. Solo così diventano credibili.
Per esempio, è stato molto importante per me che gli aeroplani costruiti dal topolino inventore in “Lindbergh” siano non solo credibili ma realmente ispirati ai primi aeroplani costruiti dall’uomo.

E che materiali usi per le tue ricerche?

Guardo moltissimi libri, cerco cose su internet e sfoglio vecchi album di famiglia.

Il tuo primo libro era… la tua tesi d’esame! Quindi sei stato un bravo studente?

Sì, “Lindbergh” è stato la mia tesi d’esame. Avevo deciso di scrivere e illustrare un libro per bambini come progetto finale all’accademia. Mi sembrava un modo per combinare insieme diversi tipi e sfaccettature di illustrazione. A scuola saltavo da una cosa all’altra, ho provato tutto quello che potevo, dall’illustrazione scientifica all’animazione. Per cui mi sono ritrovato con una collezione di piccoli progetti, spesso incompleti, ma per laurearmi mi serviva qualcosa di grande, personale e finito, che mettesse insieme tutto. Mi sono laureato a giugno 2012. Il libro è stato scelto dalla Fiera di Bologna dell’anno successivo, per cui tecnicamente, non ero più uno studente!
Per rispondere alla tua domanda, se fossi un bravo studente, dovresti chiedere ai miei insegnanti. Ma spero di aver fatto bene!

Dopo Lindbergh hai fatto un libro su Armstrong.
Si direbbe che sei affascinato dal volo? Ci sono alter ragioni per aver scelto questi due personaggi?

Da che mi ricordo, sono sempre stato affascinato dalla storia dell’aviazione. Penso sia davvero ispirante pensare ai primi inventori, che montavano strani aggeggi nel fienile di casa nella speranza di costruire il primo aeroplano volante.
E poi, decenni più tardi, c’è stata la grande sfida per portare l’uomo sulla luna. Queste sono incredibili conquiste.
Così ho preso a prestito un pochino da questi grandi personaggi e l’ho ristretto alla dimensione di un topo.
Ma è stato importante per me che le avventure dei miei topini fossero legate con eventi reali, un po’ come nel film Forrest Gump, dove la storia inventata del film si fonde con la storia reale.

Si direbbe anche che tu abbia la passione per gli animaletti: topini, talpe…

Mi piace raccontare storie di animali. È interessante costruire una storia come una favola, in cui gli animali si comportano come umani. È un modo per inserire molte metafore nella narrazione. Uno degli esempi più ovvi è nel mio libro “Moletown”, in cui buffe talpine costruiscono una città che somiglia a una città umana. Ma mi piacerebbe anche illustrare qualcosa con personaggi umani in futuro.

E la passione per il disegno, l’avevi fin da bambino?

Sì, ho sempre disegnato e dipinto molto. Già alla scuola materna disegnavo tutto il giorno. Era il mio modo di capire il mondo. Qualsiasi cosa mi interessava, la disegnavo. Ho imparato così molto cose già da piccolo, per esempio l’uso della prospettiva. E il mio metodo non è cambiato da allora. Ancora oggi cerco di capire le cose dissezionandole attraverso matita e pennelli. Il risultato si vede per esempio gli aggeggi e le macchine di “Lindbergh” per esempio.

Da quale illustratore o pittore ti senti ispirato per il tuo lavoro?

Oh, ci sono moltissimi artisti e illustratori a cui mi ispiro. Per nominarne giusto un paio: l’illustratore e pittore americano Norman Rockwell, il maestro dell’acquerello John Singer Sargent, l’illustratore di poster Drew Struzan, e poi Claude Monet, Rene Magritte e molti fumettisti.

A cosa lavori in questo momento?
Puoi raccontarci qualcosa del tuo prossimo libro?

Il mio tavolo è pieno di progetti al momento. Ho appena finito diverse copertine per romanzi adulti, di cui la maggior parte con illustrazioni in bianco e nero all’interno. E ci sono due progetti che ho in testa, uno dei quali completerà la mia trilogia dei topini.

Approfondimenti

Torben Kuhlmann è nato a Sulingen (Germania) nel 1982.
La sua tesi di laurea, Lindbergh (2012) gli ha fruttato il massimo dei voti, ma soprattutto l’immediato successo editoriale. Nel 2013 le sue tavole sono state selezionate per la Mostra degli Illustratori della Bologna Children’s Book Fair.
In Italia, i suoi libri sono editi da Orecchio Acerbo: Lindbergh, Armstrong e Moletown.

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Asterisk Quella volta che alla Fiera di Bologna… – Di Davide Calì
02/04/2016 Morena Forza in Editoria&Scrittura / 3 responses
Edizione 2013 della Children's Book Fair di Bologna. Foto di Christoph Peter
Edizione 2013 della Children’s Book Fair di Bologna. Fotografia di Christoph Peter

Sono tante le storie che, ogni anno, si incrociano alla Bologna Children’s Book Fair. Sono storie piccole o grandi, storie di persone e, naturalmente, di libri.
Ognuna mi insegna qualcosa oppure mi diverte e mi ricorda che non esiste mai una sola verità; a questo giro a raccontare alcuni frammenti di Fiera è Davide Cali, che nel corso di questi anni ha firmato alcuni tra i più interessanti post per Roba da Disegnatori.
Devo essere sincera, non pensavo che ad un autore famoso potessero succedere certe cose! :-)
Quali sono le vostre storie più buffe legate alla Fiera?
Buona lettura.

Quella volta che alla Fiera di Bologna…

di
Davide Calì
Quest’anno torno alla Fiera di Bologna dopo un paio di anni di assenza ed alcune edizioni alle quali sono andato solo per qualche conferenza o una seduta di dediche. In realtà già l’anno scorso ero andato per tre giorni, ma in modo un po’ disorganizzato, senza prendere impegni.
Per l’edizione 2016 invece ho l’agenda piena. Il fatto è che, se per qualche anno ho fatto a meno della Fiera perché ho lasciato lavorare gli agenti e perché gli editori francesi li vedo già in Francia, in tempi recenti ho cominciato molte collaborazioni con editori non francesi e l’unico modo per vederli è a Bologna.
In questi giorni ripensavo agli incontri che ho fatto nel tempo nei quattro fatidici giorni di Fiera e mi è venuta voglia di condividerne qualcuno con voi.

SonjaBougaeva_MarlèneBaleine_Sarbacane
Sonja Bougaeva “Marlène Baleine” © Sarbacane – Edito in Italia da Terre di Mezzo


Quella volta che…

mi hanno detto che il mio personaggio 
era grasso nel modo sbagliato

Era la prima volta che portavo in giro un progetto. Era una serie con un personaggio buffo, che poi non è mai stata pubblicata. L’ho mostrato a diversi editori, anche importanti, ma ero ancora all’inizio, nella fase in cui cerchi un parere da chiunque. In un momento di pausa mi trovavo davanti a uno stand collettivo di editori africani. A un tavolo c’era un signore dall’aria gentile, incrociamo lo sguardo, lui sorride e io gli chiedo se vuole vedere un progetto.
Lui, cortese, mi fa accomodare, sfoglia con cura la mia maquette, poi mi dice che gli editori in Africa sono poveri, che non mi sarebbe convenuto lavorare con loro, ma soprattutto che lavorano a libri educativi, per insegnare ai bambini piccole norme come lavarsi i denti ecc.
“E poi,” aggiunge, “il tuo personaggio non andrebbe bene perché è grasso nel modo sbagliato.”
Proprio così, grasso nel modo sbagliato.
Sbagliato perché è grasso come un bianco. Nei libri africani personaggi facilmente sono neri, ma cambiargli colore non basta. “Dovrebbe essere anche grasso come un nero, perché forse non ci hai fatto caso, ma noi ingrassiamo in modo diverso.”
Senza volere, l’editore quel giorno mi ha dato un grande insegnamento. Quando pensi di vendere il tuo lavoro in un Paese diverso dal tuo non basta tradurlo in una lingua comprensibile, ci sono tante cose che devi tradurre, e tutto ciò che dai per scontato può essere diverso. Anche un uomo sovrappeso.

"Io aspetto" Davide Calì Serge Bloch Kite Edizioni
Serge Bloch “Moi, J’attends” – © Sarbacane Edito in Italia da Kite Edizioni


Quella volta che…

mi hanno detto che non ero
abbastanza originale

Erano i primi anni in cui cercavo un editore francese. Allo stand collettivo del Padiglione 30 penso di averli visitati tutti più volte. I miei progetti piacevano ma nessuno riusciva a trovargli un posto nel proprio catalogo. Parlai anche con una casa editrice molto ambita da tutti all’epoca. L’editrice sfogliò i miei progetti, poi mi congedò dicendo che non andavano bene e aggiunse, con una punta di antipatia, che non erano sufficientemente originali per il loro standard. Per quanto le critiche sul tuo lavoro possano bruciare, non credo di averle mai serbato rancore per quel commento un po’ saccente. Pochi anni dopo però ci siamo rincontrati a una cena. Veniamo presentati, anche se io mi ricordavo di lei. Quando sente il mio nome lei sembra seccata.
“Ah, – mi fa “così è lei è quello che si è preso il mio premio!”
Avevo appena vinto il Baobab con Moi, j’attends, un premio che contava di prendere lei con un suo libro. Ma non penso di averlo sottratto a nessuno con intenzione.
A quel punto avrei dovuto dirle, “Sì sono proprio io, quello che solo due anni fa non ti sembrava sufficientemente originale, gnà, gnà, gna!
Invece ho fatto un sorrisetto stitico e mi sono allontanato verso il buffet per vedere se erano rimaste tartine al salmone.

Catarina Sobral _A casaquevoou_Bruàa
Catarina Sobral “A casa que voou” © Bruàa


Quella volta che…

mi hanno detto che dovevo
mettermi in fila

Questa è una cosa strana che mi è capitata pochi anni fa. Ero già famoso e infatti quando chiedo appuntamento a questo editore spagnolo mi risponde che sarà felicissimo di vedermi. Quindi mi dà un appuntamento in Fiera.
Quando arrivo allo stand vedo che c’è una fila di ragazzi che aspetta di far vedere il portfolio. Mi avvicino allo stand e dico chi sono e che ho un appuntamento con l’editor. La persona dall’altra parte mi dice di mettermi in coda. A questo punto ripeto che ho un appuntamento e le porgo il biglietto da visita. Lei lo guarda con sufficienza, poi mi indica la fila.
Se ve lo state chiedendo, no, non mi sono messo in fila.
Non li ho più cercati e altrettanto hanno fatto loro.

Benjamin Chaud_Ididntdomyhomeworkbecause_Chronicle Books
Benjamin Chaud “I didn’t do my homework because…” © Chronicle Books – Edito in Italia da Rizzoli


Quella volta che…

mi hanno detto che ero
un genio

Credo che sia l’episodio in assoluto più divertente che mi è capitato in Fiera.
Cercavo un agente e non sapendo da dove cominciare ho fatto quello che forse, ingenuamente, all’inizio fanno tutti. Ho consultato la lista degli agenti in Fiera e dopo aver selezionato quelli che, guardando il loro sito, mi sembravano adatti, li ho contattati spiegando cosa facevo. L’unica a rispondermi per farmi un appuntamento è un’agente americana.
Quando arrivo alla reception e faccio il suo nome mi presentano una signora dall’aria molto simpatica. La signora comincia a guardare i miei progetti e non nasconde un certo apprezzamento. Una pagina dopo l’altra mugola letteralmente di piacere davanti al mio lavoro, finché non esplode in un “Oh my gosh, this si wonderful!” quindi scatta in piedi e chiama suo marito che ha un appuntamento in un altro cubicolo.
Devi venire qui, questo ragazzo E’ UN GENIO! 
Il marito lascia l’appuntamento al suo cubicolo e viene a vedere il mio lavoro.
Seguono 5 minuti buoni di mugolii di approvazione che sembrano preludere a un vero orgasmo. Io rimango calmo. Dentro di me faccio le capriole suonando le maracas, ma fuori mostro una perfetta faccia da poker. Aspetto che abbiano finito di sfogliare l’ultimo progetto e poi cerco la conclusione. Gli è piaciuto tutto (piaciuto è un pallido eufemismo) per cui mi sento di poter chiedere “Quale progetto pensate di rappresentare?”
“Rappresentare? Ah, nessuno, noi ci occupiamo solo di romanzi. Ma grazie di essere passato!”

Se fosse una sit-com, a questo punto partirebbero le risate registrate.

RaphaëlleBarbanègre_BonsbaisersNewYork_Gulf Stream
Raphaëlle Barbanègre “Bons baisers ratés de New York” © Gulf Stream

In Fiera può succedere di tutto

Ho imparato che alla fine non esistono incontri veramente inutili. Tutto quello che ti capita acquista un senso con il tempo. Infatti:

  • Ho seguito il consiglio di guardare come ingrassano le persone e ora quando viaggio è diventato un mio gioco: osservare le persone e cercare di indovinare da dove vengono. L’editore aveva e ragione: non solo bianchi e neri ingrassano in modo diverso, ma anche tra i bianchi una pancia può raccontare molte cose.
  • L’editrice che mi aveva cassato in modo un po’ antipatico non l’ho più vista. La casa editrice che era stata molto rivoluzionaria negli anni 90 ora produce libri molto più comuni.
    La ruota gira per tutti ed è difficile rimanere sulla cresta per sempre.
  • L’editore spagnolo che mi chiese di mettermi in fila ho saputo poi che è uno di quelli che non paga. Forse alla fine, quella scortesia allo stand è stata provvidenziale e mi ha evitato delle seccature.
  • Quanto all’agente americana, dopo qualche anno ne ho trovata una super, con cui lavoro benissimo. Ma insomma, per tutto ci vuole tempo e perseveranza.

E forse sì, un pizzico di fortuna ogni tanto, non guasta.

FINE

Davide Cali terrà un corso di scrittura per l’infanzia a Padova il prossimo giugno, da Artelier. Super consigliato, visto che ho partecipato un paio di anni fa: ne avevo scritto qui su RDD.

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Asterisk Libri: “Il nemico” di Davide Calì, illustrato da Serge Bloch
19/11/2015 Morena Forza in Illustrati / No comments

Mi ero ripromessa di riempire per bene gli scaffali virtuali della libreria di RDD, che trovate qui e che in occasione del Natale finalmente rimpinzerò come si deve.

Non credevo che avrei cominciato con un libro illustrato, e invece ho finito col metterne in lista tre; ma procediamo un poco per volta.

Ci sono molti blog che recensiscono libri illustrati, negli ultimi anni, perciò pensavo di non occuparmene proprio. Ma poi mi sono detta: perché no? In fondo occupano una fetta enorme della mia libreria (per niente virtuale, anzi molto ingombrante!) e tanti sono ben fatti, adatti per grandi e piccini.

Il nemico, Davide Calì

Un tema praticamente senza tempo, quello della guerra; ma sicuramente le domande scaturite dagli avvenimenti di Beirut e Parigi mi hanno convinta a iniziare la libreria da “Il nemico“, scritto da Davide Calì e illustrato da Serge Bloch. In Italia è edito da Terre di Mezzo.

Il nemico

 

Chi è Il nemico? Cosa fa, perché gli piace uccidere e distruggere? 
Com’è fatto, che faccia ha? Sarà come dice il manuale? Il soldato protagonista, sotto le stelle, se lo chiede e decide di scoprirlo. Chi troverà, nascosto nel suo buco? 

Il nemico

Il nemico

Con una sensibilità rara, autore e illustratore hanno confezionato un libro profondamente bello.
I libri sulla guerra (o meglio dire contro la guerra) li ho trovati a volte melensi, scontati, se non addirittura banali e quindi di poco mordente; credo che questo invece sia il mio preferito, perché non si limita ad esplorare le dinamiche della guerra, ma in un certo senso anche quelle legate alla semplice natura umana.

Una guerra non solo di trincea quindi, ma anche di tutti i giorni da persona a persona. Fatta di dubbi, di insicurezze, di gesti e pregiudizi. Come se non bastasse, qualche volta questi ultimi non sono neppure troppo spontanei, guidati da voleri superiori ed assorbiti senza porsi troppe domande in merito.

Le illustrazioni di Serge Bloch sono un po’ fotografiche, un po’ al tratto, come se realtà e finzione si sovrapponessero. E non accade così con numerose forme di guerra?
Il ritmo narrativo è calmo, coinvolgente, affabulatore; lascia tutto lo spazio per una lettura riflessiva anche se sempre molto fresca e piacevole.

Lo consiglio perché: 

  • E’ una lettura bella da avere per la propria libreria, da sfogliare per riflettere e riconoscersi (sì, avete capito bene!).
  • E’ un libro adatto a bambini di qualunque sesso, forma, colore, religione. Un libro che appartiene a tutti.
  • E’ un libro bello con cui crescere: i livelli di lettura sono più di uno e nel tempo vengono assorbiti diversamente.
  • E’ un bel libro da regalare! A chiunque. Tranne a chi vuole la guerra.

Terre di Mezzo ha distribuito due edizioni di questa “favola contro la guerra”

Il nemico - copertina rigida (2014) Il nemico (copertina flessibile, 2015)
Copertina rigida (2014) circa 14 Euro Copertina flessibile (2015) Euro 8,50

 

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Asterisk “Tutte le ossessioni di Victor” Intervista agli autori Davide Calì e Squaz
26/03/2015 Morena Forza in Fumetto / No comments

 

 
La cover di “Tutte le ossessioni di Victor” edito da Diabolo Edizioni
 
 
“Un personaggio che farebbe la fortuna di qualsiasi psicoanalista!”
 
Questa è la descrizione più immediata di Victor, il protagonista di “Tutte le ossessioni di Victor”, la prima graphic novel scritta da Davide Calì e disegnata da Squaz, che ho avuto il piacere di leggere ultimamente in uscita lo scorso 9 marzo nelle librerie e fumetterie.
Ho intervistato sia autore che disegnatore e, come sempre, è affascinante catturare degli spunti per capire i dietro le quinte di un prodotto editoriale e allo stesso tempo riflettere sul proprio lavoro notando analogie e differenze tra il proprio metodo e quello di altri autori.
Spero possa essere di ispirazione anche a voi: buona lettura!
Davide Calì
Tempo fa avevamo parlato del fatto
che ti sarebbe piaciuto pubblicare delle storie anche in un ambito
diverso da quello del mercato degli albi per l’infanzia.
Devo dire che sono molto sorpresa
non del fatto che tu ci sia riuscito, ma del risultato finale: se non
ci fosse stato scritto il tuo nome in copertina non avrei mai creduto
che “Tutte le ossessioni di Victor” fosse una storia
scritta da te.
Era molto tempo che storia e
sceneggiatura erano pronte?


Ho iniziato a scrivere i primi episodi
della bizzarra biografia di Victor una quindicina di anni fa. Solo in
anni recenti il progetto ha preso poi la sua forma attuale, un po’
più romanzata.
Dai, ti faccio una domanda che
probabilmente ti avranno fatto o ti faranno in molti: quanto è
autobiografica questa storia? Sei tu Victor?
Ah ah! Sì, suppongo che a molti verrà
da chiederlo. Del resto è proprio questo il gioco di Victor:
indovinate dove sono! Scherzi a parte, in ogni cosa che scrivo c’è
una parte diciamo reale e una di fiction. Credo che faccia parte del
lavoro dello scrittore raccontare un po’ sé stesso, mescolando le
proprie esperienze a quelle rubacchiate al prossimo e all’invenzione
pura.

 

Molte delle sequenze della graphic
novel sono cariche di ironia. Quanto rappresenta per te l’ironia come
strumento di espressione? Sei uno di quegli autori che evita di far
prendere troppo sul serio sé stesso e i propri personaggi
all’interno delle storie che racconta?


Non so dire che genere di autore sono.
E’ una riflessione che lascio fare agli altri, primo perché forse
non mi interessa farla, secondo perché penso sia giusto così. Non
mi piace molto chi si presenta e ti dice cosa devi pensare di lui. So
di amare cose molto diverse come lettore e spettatore, per cui quando
scrivo, mi piace fare cose anche molto diverse tra di loro. Credo che
si possa dire che l’ironia faccia parte del mio lavoro, ma non me
ne rendo conto più di tanto. Non riesco ad avere una visione di
insieme di quello che faccio. Penso sia più facile farlo con uno
sguardo esterno.
Mi ha colpito molto il modo in cui
sei riuscito ad incrociare umorismo, lutto ed imbarazzo nella scena
del funerale della compagna di classe di Victor. L’ho trovata
profondamente umana, così vera da creare un certo imbarazzo in chi
legge. Credo che tutti prima o poi ci siamo trovati al funerale di
qualcuno e non stavamo pensando alla sua morte; E’ una di quelle
cose che nessuno osa dire. Credi che la scelta di inserire un
concetto così scomodo sia coraggioso o piuttosto provocatorio?


Non so. Non ho fatto calcoli di questo
tipo. Mi sono posto qualche problema a un certo punto, ho pensato di
essere andato troppo oltre, che qualcuno potesse sentirsi offeso dal
personaggio di Victor. Riccardo, l’editore di Diabolò, mi ha
invece detto che non voleva toccare nulla.
Anche lui ha trovato Victor molto
umano. Del resto come dici tu, è umano, sei a un funerale per
salutare qualcuno che non c’è più e ti cade l’occhio su un bel
culo e pensi: “Beh, dai, una cosa positiva nella giornata l’ho
vista.”
I capelli nella pizza. I capelli
nella pizza! Non ci dormirò mai più la notte essendo super
sensibile all’argomento “capelli nel cibo”.
“Sono passati dieci anni da
quando ci siamo lasciati eppure, ancora oggi, la prima cosa che
faccio quando mi arriva la pizza Ë controllare che non ci siano
capelli.”


Ah ah! Scusa rido, ma ho letto già
alcune recensioni che di Victor dicono essere capace di risvegliare
ossessioni sopite. Non so se esserne contento! Certe volte sono
uscito dal cinema irritato dai personaggi del film e ho pensato: che
brutto film! Poi ragionandoci ho capito che invece era un bel film e
che i personaggi mi avevano irritato perché molto veri.
Detto questo, occhio alla pizza!
Quando hai pensato alle ossessioni
di Victor ti sei preso del tempo per studiare alcune delle ossessioni
riscontrabili nella popolazione terrestre? Insomma, quanta ricerca
psicologica (anche se magari non a livello scientifico ma puramente
di ispirazione) c’è dietro ad una graphic novel sulle ossessioni?


No, diciamo che non mi sono messo a
tavolino, come magari ho fatto altre volte, per studiare un tema. Gli
episodi sono venuti fuori da soli a un certo punto, semplicemente
osservando le persone.
Come mai hai pensato proprio a Squaz
per disegnare la tua sceneggiatura?


Avevo letto Pandemonio, un
fumetto scritto da Morozzi e mi era piaciuto il modo di lavorare di
Squaz. Anziché una sceneggiatura classica Morozzi gli aveva passato
semplicemente dei racconti e Squaz ne aveva ricavato un fumetto
bellissimo.
Dopo averlo letto mi sono reso subito
conto che lui avrebbe potuto fare Victor.
La cover di “Pandemonio” di G. Morozzi e Squaz edito da Fernandel
Hai pensato la storia per un mercato
oppure hai scritto prima un libro che avresti voluto leggere tu
stesso senza porti il problema della vendibilità e del “poi”?


Quando ho iniziato a scrivere Victor
non mi ponevo ancora problemi di mercato. Alla fine ne è venuto
fuori un prodotto che in qualche modo si è incanalato da solo in un
certo mercato.
Diabolò lo pubblicherà anche in
francese e spagnolo e mi ha chiesto a questo proposito alcuni
adattamenti. I nomi di persona per esempio saranno tradotti. Questa è
l’unica cosa che abbiamo fatto seguendo un certo opportunismo
commerciale.
Hai in progetto altri prodotti
editoriali di questo tipo?


Sì, parecchi. La scorsa estate ho
scritto soprattutto fumetti. In generale sto scrivendo meno album
ultimamente. Ho vari progetti sul genere e anche graphic novel più
all’americana nel genere Vertigo. Una cosa che vorrei fare è
cominciare al più presto un nuovo progetto con Squaz. Quel ragazzo
ha le manine d’oro!
Ora che anche il tassello
“pubblicazione per adulti” è stato aggiunto ai tuoi
successi, mi chiedo se ci sono ancora altri Davide che aspettano di
venire fuori. Quale genere di libro è impossibile che tu scriva in
futuro e quale invece ti piacerebbe pubblicare, se non è una domanda
troppo indiscreta?


Impossibile, non so.
Forse qualche cosa di relativo alla Bibbia. Una cosa che poi non mi
piace, per esempio, è quando gli autori riscrivono i classici di
Esopo e li firmano. Vogli dire, Esopo è stramorto, ma la storia l’ha
scritta lui. A meno che tu non ne faccia una parodia non hai il
diritto di firmarla, mettendo il suo nome in piccolo come se fosse
secondario.
Cose che mi piacerebbe
scrivere? Difficile dirlo. Le storie mi vengono così, non è che io
cerchi nulla. Tra i tanti progetti che ho da parte c’è una graphic
di Batman. Sto aspettando le tavole del disegnatore per proporre il
progetto a DC Comics. Poi, mi piacerebbe trovare qualcuno che girasse
i miei cortometraggi, ho decine di soggetti da parte. Mi piacerebbe
realizzare qualche libro fotografico, e poi ho un progetto di design
erotico lì da un po’. Sto sempre cercando un illustratore.
Per quello che riguarda
gli album illustrati dopo Le double, che è appena uscito in
Svizzera per Notari, mi piacerebbe riuscire a pubblicare un altro
paio di storie un po’ sci-fi che ho scritto su quel genere.
Ho anche un progetto di
tornare a disegnare, prendermi un po’ di tempo, ma la musica ha la
precedenza, perché è la cosa che alla fine, mi piace fare più di
tutto. Per cui prima cercherò di registrare il mio primo disco. Ho
materiale per almeno un paio, ma bisogna imparare a fare le cose una
per volta.
A chi piacere in
particolare “Tutte le ossessioni di Victor”?


Spero piaccia a tutti! Ma
scherzi a parte ancora non lo sappiamo. Il libro è appena uscito.
Per ora mi pare che l’accoglienza sia buona.
Squaz
Ciao Squaz, mi sono
piaciuti moltissimo i tuoi disegni per “Tutte le ossessioni di
Victor”, li trovo davvero molto adatti. Com’è lavorare ad una
graphic novel di questo tipo?
E quanto lavoro ha
richiesto?


Ciao! Intanto grazie dei
complimenti.
In effetti ho lavorato a
“Victor” per quasi tre anni a più riprese, interrompendomi
spesso e poi ricominciando, il che non è molto nelle mie
caratteristiche.
Tendenzialmente sarei più
per il “cotto e mangiato” (che si traduce in “fatto e
pubblicato”), in questo caso però varie vicissitudini mi hanno
indirizzato verso una forma di pazienza zen per cui fare un buon
lavoro era più importante che finirlo presto. So che dovrebbe essere
sempre così, ma stavolta forse l’ho imparato.
Quanto al lavoro su
questo tipo di storia, direi che è quello che mi piace di più fare.
Un testo che sia una per
me una traccia e che mi permetta di intervenire sopra e sotto le
parole, lasciandomi cioè libero di scorrazzare con le immagini.
Rigore e libertà,
insieme a braccetto. 

 

Quando lavori ad una
storia di cui non sei autore ti trovi un po’ in difficoltà o al
contrario sei contento di interpretare il testo pensato e scritto da
un’altra persona?


Dipende da chi scrive.
Con Davide, come già a suo tempo con Gianluca Morozzi per
“Pandemonio”, ho trovato subito delle affinità e quella è la
cosa più importante. L’ironia soprattutto mi mette subito a mio
agio. E si vede che quando ho accettato di lavorare a questo libro ne
avevo particolarmente bisogno, perché il mio lavoro precedente era
stato “Le 5 Fasi” con il collettivo DUMMY nel quale invece
avevamo affrontato tematiche piuttosto dense e cupe…
Ci sono stati
adattamenti e proposte da parte tua durante la fase di storyboard?


Posso dirti la verità?
Io lo storyboard non lo faccio e, quando lo faccio, non lo faccio
vedere a nessuno: parto direttamente con le pagine e mostro quelle.
Adattamenti ce ne sono
stati parecchi sì, ma si può dire che tutto il libro sia un
adattamento del testo di Davide. Del resto, io non avevo una vera e
propria sceneggiatura su cui lavorare ma il lungo, interminabile
monologo di Victor.
Potevo interpretarlo alla
lettera o tradirlo come meglio mi pareva, infatti mi pare di aver
fatto un po’ l’una e un po’ l’altra cosa.

Hai preparato delle
palette colore prima di iniziare a colorare le tavole oppure li hai
improvvisati? Cioè, hai un approccio calcolato al colore o piuttosto
uno istintivo?


Non c’è stata una
grande preparazione preliminare, da parte mia. Ovviamente, una volta
che ho capito quale volevo che fosse l’impostazione da dare ai
disegni ed ai colori sono andato avanti di conseguenza, ma non sapevo
in anticipo cosa sarebbe successo. Nemmeno a livello di storyboard,
come dicevo prima. E il fatto che il racconto avesse una struttura ad
episodi mi ha aiutato molto. Cioè, sapevo che in un modo o
nell’altro, alla fine avrebbe comunque funzionato… per cui tanto
valeva divertirsi!
Quali sono i tuoi
autori preferiti, sia per quanto concerne la scrittura che il
disegno?
Per me, scrittura e
disegno sono praticamente sinonimi, comunque sono un fan di Charles
Burns, Michael Kupperman, Mike Mignola, Edika, e di un sacco di
fumettisti italiani giovani e meno giovani.

 

Quanto ti sei
ritrovato nelle ossessioni di Victor e quanto conta per te un
contatto empatico con i personaggi della storia che trovi nella
sceneggiatura?


Durante la lavorazione,
credo di aver detto a Davide che il suo personaggio era molto alla
Woody Allen, che a me è sempre piaciuto. Per cui di sicuro ci ho
ritrovato delle sensazioni e un immaginario che mi è familiare e che
mi apparteneva già. Non ho mai provato a lavorare su storie o
personaggi così distanti dai miei gusti e dalle mie coordinate, ma
immagino che sia come per gli attori quando per calarsi nei panni di
qualcun altro cercano ogni minimo appiglio per dargli vita e
credibilità.
A quale tipo di storia
non lavoreresti mai?


Probabilmente, a quella
che fosse apertamente in contrasto con le mie idee e le mie
convinzioni personali. Ma per fortuna non me ne hanno mai proposte di
storie così, almeno finora.
A quale tipo di storia
lavoreresti accettando su due piedi?


Mah, una volta ho
assistito ad un incontro con Moebius, il quale alla domanda “perché
fai fumetti?” rispose “per sentirmi utile”. Mi è sempre
piaciuta come motivazione, per cui accetterei subito di lavorare ad
una storia che non mi faccia sentire un imbrattacartacce che fa
abbattere l’Amazzonia per niente.
E poi per soldi,
ovviamente. Tanti soldi.
A chi piacerà “Tutte
le ossessioni di Victor”?


Mi piacerebbe scoprirlo!
Cosa consiglieresti ad
un disegnatore che vorrebbe occuparsi di fumetti o graphic novel
nello specifico?


Non so davvero se
prendermi una responsabilità di questo genere. Forse di leggere
molta narrativa e poi, chiudere gli occhi, e ragionare per immagini.
E viceversa.

 

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Asterisk Davide Calì intervista Gerda Märtens
09/03/2015 Morena Forza in Illustrazione / No comments

Davide Calì mi invia questa intervista che ha fatto a Gerda Märtens. Dopo averla letta con molta curiosità, ho deciso di condividerla con voi.
Buona lettura!

 

Intervista
a Gerda Märtens
Ho conosciuto Gerda un paio di anni fa a
Macerata dove si era iscritta a un mio corso.
Da allora siamo rimasti in contatto e ci siamo
scritti spesso. Due anni fa mi ha invitato a Tallin, in Estonia, per
tenere un corso all’Accademia di Belle Arti.
Ne parlo qui..
Nel frattempo Gerda è riuscita a pubblicare il
suo primo libro in Estonia e a breve ne uscirà un altro, in Italia.
Ciao Gerda, raccontaci un po’ la tua
storia. Quando ci siamo conosciuti se non sbaglio eri iscritta al
Master di
Ars in Fabula,
giusto?
 
No, non ero iscritta al Master, facevo un Erasmus, solo che ero molto
concentrata sull’illustrazione. Ho passato a Macerata quasi tre anni
e ho imparato tanto da questa esperienza. E’ stato un periodo in cui
sono cresciuta tantissimo come persona e come artista.
Da dove viene la tua passione per l’illustrazione? Ti
interessava già da piccola?
 
Sì, la mia passione risale alla mia infanzia. Poi nel 2008 e il 2009
ho fatto il direttore artistico per un cortometraggio animato, In
the Air
di Martinus Klemet, nello studio Joonisfilm in Estonia.
Grazie a questo lavoro ho notato che i cartoni strutturamente e
narrativamente sono comunque molto vicini all’illustrazione, mi è
venuto naturale quindi cimentarmi con quest’ultima. In seguito,
studiando contemporaneamente la musica classica, ho capito che
l’illustrazione era il mondo nel quale volevo vivere e lavorare
perché mi veniva molto naturale.
Quando eri piccola avevi libri illustrati? Ce n’è qualcuno che
ti ricordi in modo particolare, cui sei rimasta affezionata?
 
Ma sì, certo! Mi piacevano tanti libri diversi,
non solo quelli per bambini! Leggevo tantissimo ed ispirata da essi
poi mi sono messa a scrivere e a disegnare anch’io. Mi ricordo molto
bene le emozioni che provavo da piccola e i libri mi creavano una
sensazione che spesso riconosco anche
adesso.
Sono felice di avere questa sensibilità che mi
regala momenti bellissimi in tutto ciò che faccio. I
miei libri preferiti assoluti da bambina
erano sicuramente Kristiina,
see keskmine
(Kristiina
la media
) di Leelo
Tungal
con le straordinarie
illustrazioni di Kersti Haarde,
Dondi jutud (un gioco di parole su Racconti
di Fantasma
) di Henno Käo con le sue illustrazioni e i
libri tascabili delle favole horror dalla Siberia. Quindi,
tutto sommato, un po’ di vita quotidiana di una famiglia che faceva
tanto ridere, un po’ di fantasia buffa sull’aldilà e un po’ di
folklore spaventoso.
Per il Master avevi avuto una borsa di studio italiana, poi se
ricordo bene ne hai avuta un’altra, però dall’Estonia, per
continuare i tuoi studi a Macerata? E ora starai invece a Trieste per
un po’: un’altra borsa di studio?
 
Per gli anni dell’Erasmus si, avevo sempre una borsa di studio che
veniva dall’Unione Europea. Quando sono tornata a Macerata per
lavorare sulla mia tesi per laurearmi presso l’Accademia di Belle
arti Estone, ho vinto una borsa di studio dal Ministero degli Esteri
della Repubblica Italiana. A Trieste, invece, sto facendo uno stage
di due mesi per il Centro della Salute del Bambino (che coordina
anche il programma conosciutissimo Nati per Leggere) ed ho una
borsa di studio creata da poco per i neolaureati, si chiama Erasmus
Plus+.
A Trieste, al momento faccio la grafica per il Centro e sono venuta
appunto per allargare le mie conoscenze nel settore e capire un po’
di più sul pubblico della mia arte.
E l’italiano? Come lo hai imparato?
 
Studiando il canto lirico e seguendo il blog di Anna Castagnoli, che
parla di illustrazione!
Raccontaci il tuo primo libro. Come è andata?
 
Dopo aver studiato a Macerata mi sono successi alcuni miracoli. Tra
una borsa di studio e l’altra avevo continuato ad essere molto attiva
anche in Estonia. Non lavoravo soltanto sui miei disegni ma facevo
anche l’insegnante e alla fine del 2013 ho organizzato anche una
mostra di illustrazione come omaggio a Charles Perrault. Il mio
lavoro è stato visto dai diversi illustratori e professionisti
estoni e così mi è stato proposto il progetto del mio primo libro
dalla casa editrice Päike ja pilv.
Il libro che è uscito a dicembre 2014 si chiama Õnnelike
õhtulugude sahtel
(Il cassetto delle storie notturne felici)
dalla scrittrice Hilli Rand. Contiene 8 storie sulla vita
quotidiana dei bambini, ma la parte interessante è che quella vita
viene osservata nell’ottica dell’immaginazione dei bambini. Quindi si
incontrano le situazioni e i personaggi che normalmente solo i
bambini possono percepire con la loro fantasia.
E quello di Buzzati invece? Se non sbaglio a breve esce con
Orecchio Acerbo? Come è nato il progetto?
 
Si, infatti ancora prima di ricevere la proposta per il progetto
estone, avevamo discusso con Orecchio Acerbo l’uscita del mio
progetto La creazione, un albo illustrato del racconto di Dino
Buzzati
. Era fin dal secondo anno a Macerata che l’avevo
preparato e ci credevo.
Il progetto è nato nel momento in cui volevo cimentarmi con un
progetto concreto, quindi mi sono guardata intorno e l’ho trovato,
quel racconto che mi ha colpita e commossa.
Ho riconosciuto qualcosa di molto universale che andava al di là di
quell’interpretazione della creazione del mondo. E’ un po’ diverso
dal resto delle opere di Buzzati ed è geniale. L’idea di pubblicarlo
con Orecchio Acerbo è venuta molto dopo la prima realizzazione del
progetto. Mi hanno trovata attraverso una mostra degli artisti delle
Marche in galleria Tricromia a Roma, e così ho avuto l’opportunità
di fare una nuova versione di questo mio lavoro per la casa editrice,
della quale ammiro molto i libri.
E quindi La creazione sta prendendo una forma definitiva.
Uscirà per la fiera del libro di Bologna di quest’anno.
 
 
E ora, quali sono i tuoi nuovi progetti?
 
Ne ho tanti. Quest’anno partecipo anche ad un paio di mostre
internazionali che girano l’Europa e l’Italia. E certamente continuo
ad illustrare, ad esempio in estate lavorerò su un libro che ha
scritto una mia amica Farištamo Susi e verrà pubblicato in
Estonia sempre quest’anno. Collaboro con le mie illustrazioni per la
rivista estone per ragazzi: Täheke, e poi ci sono altre idee
che ancora non hanno preso una forma definitiva.
Raccontaci qualcosa del tuo lavoro in Estonia: è possibile
riuscire a vivere di illustrazione nel tuo Paese?
 
Quasi tutti dicono di no. Anche gli illustratori affermati,
conosciuti e bravissimi sostengono che fare solo l’illustratore non
è affatto possibile e consigliano di non sperare per poi non
rimanere delusi. Tutti hanno almeno un altro lavoro, più spesso
fanno la grafica o lavorano in qualche agenzia pubblicitaria. Quelli
che fanno almeno quattro libri all’anno invece riescono a viverne,
però devono regolare il lavoro molto rigidamente in tempi molto
ristretti. Io penso che vivendo cosi perderei l’essenza artistica.
Anche se anch’io in meno di sei mesi ho illustrato due libri, quel
ritmo di lavoro è stato abbastanza pesante: per esempio la tecnica,
matita e acquerello, come la uso io, è lentissima. Il problema è
che ci sarebbe bisogno di tempo per consumare la cultura, come si
dice, non solo di produrla. Cioè, per un artista è essenziale
essere interamente a contatto con più cultura possibile, ma bisogna
adempiere anche alla vita di tutti i giorni. Prima si è una persona,
poi si fa il mestiere d’artista. Però se sei costretto a pensare
ogni giorno solo a come pagare l’affitto…
Immagino che non ci siano risposte. Ognuno fa i propri compromessi.
C’è qualche differenza tra lavorare in Estonia e in Italia,
nell’illustrazione?
 
Per me ci sono grandi differenze. In Italia l’illustrazione è
considerata arte e non solo tra le persone del settore ma fin da
piccoli i libri e i diversi immaginari artistici sono comunque molto
apprezzati e rispettati. In Estonia a me sembra che non ci sia una
vera comprensione o il consenso generale su cosa sia cultura e cosa
no. Ci sono due aree molto promosse: quella della nazionalità e
quella dell’innovazione. Mi dispiace di essere così
critica ma a me sembra che più spesso il vero senso delle cose
rimanga nascosto e tutto giri intorno alla superficialità delle
cose. C’è molta poca discussione sui valori veri e propri, qualunque
sia il settore. E quindi anche l’illustrazione in Estonia per la
maggior parte delle persone non è altro che la decorazione dei
libri. L’alfabetizzazione visiva è scarsa. Penso sia uno dei motivi
per il quale anche la maggior parte dei libri per bambini contengono
tantissimo testo e 8-10 pagine di illustrazioni. L’albo illustrato è
ancora molto poco diffuso. E però ci sono dei magnifici illustratori
e autori e soprattutto tra la vecchia generazione. Quando lavoro o
osservo il panorama del settore italiano o parlo dei libri illustrati
in Italia, sento sempre una profondità culturale e non ho bisogno di
convincere le persone che è un’arte e un lavoro serio e
importante. Spero e credo però che anche in Estonia il mestiere di
illustratore piano piano venga più apprezzato e che il pubblico
diventi più consapevole della rappresentazione visiva del mondo
intorno.
Perché dico tutto questo? Perché definisce molto
gli argomenti e le modalità del mio lavoro, la collaborazione con
gli editori, l’interesse del pubblico, ecc. Però dal lato positivo
devo dire che i bambini in tutti e due paesi sono sempre gli stessi
per i quali cercare di fare il meglio per loro è il mio compito
primario. A gennaio abbiamo presentato il libro Õnnelike
õhtulugude sahtel
ad una classe di bambini di
un asilo ed è stata una delle esperienze più felici da quando ho
studiato e lavorato in questo settore.
I libri di Gerda Märtens
Õnnelike õhtulugude sahtel, di Hilli Rand, editore Päike ja
pilv, 2014
La creazione, di Dino Buzzati, editore Orecchio Acerbo, 2015

 

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Asterisk Davide Calì intervista Nicolas Gouny, l’illustratore “tardivo”
15/10/2014 Morena Forza in Disegno per professione / 5 responses
Davide Cali
Nicolas Gouny: l’illustratore tardivo
Ho sempre pensato che l’illustrazione, come del resto il fumetto, fosse un mestiere da intraprendere da giovani.
Diversamente dalla scrittura, che spesso convive con altri mestieri e che altrettanto spesso le persone scoprono anche tardi nella vita, il mestiere del disegnatore richiede una dedizione totale e una preparazione tale, che mi è sempre sembrato un qualcosa di impossibile da cominciare dopo aver già fatto altre cose. Perlopiù la realtà conferma questa regola non scritta, ma per ogni regola esiste l’eccezione.
Qualche tempo fa ho incontrato a un salone Nicolas Gouny, un illustratore francese di cui conoscevo il lavoro e ci siamo trovati a chiacchierare. E’ così che ho scoperto il suo percorso
piuttosto singolare e ho deciso di condividerlo con i lettori di Roba da Disegnatori.

 

Penso che i lettori italiani non ti conoscano. Hai voglia di presentarti?
Mi chiamo Nicolas Gouny, abito con la mia famiglia in una campagna molto verde e piena di mucche nel mezzo della Francia, una casa dalle
persiane blu in cima a una collina.
Sono autore e illustratore di libri per bambini da qualche anno. Mi piacciono il biathlon, i libri, le giraffe, gli elefanti, la corsa, la musica e il rugby.
So che sei arrivato tardi all’illustrazione. Cosa facevi prima?

Lavoravo in ufficio e mi occupavo di libri didattici per gli insegnanti di francese. Prima ancora ho fatto lunghi studi di economia e letteratura.

 

A che età hai cambiato mestiere e cosa ti ha dato voglia di dedicarti all’illustrazione?
Ho iniziato quando i miei bambini erano piccoli, verso i 30 anni.
All’inizio disegnavo per me e per loro, non pensavo di diventare illustratore. Poi ho iniziato a postare i miei disegni su internet, sul sito deviantart.com, quindi un piccolo editore mi ha contattato e da lì è partito tutto.
Dopo qualche tempo ci siamo spostati in campagna (prima abitavamo fuori Parigi) e ho lasciato l’impiego un po’ noioso che facevo e l’illustrazione è diventata il mio nuovo lavoro.
Hai seguito dei corsi per imparare a disegnare? In quanto tempo sei diventato un professionista?
Non ho mai fatto corsi di disegno, non ho frequentato scuole d’arte, ho imparato da solo e continuo a farlo, sperimentando, sbagliando e correggendo, e guardando gli altri. E’ un metodo abbastanza punk! Disegno dai quasi dieci anni e lo faccio per mestiere da 7.
Quanti libri hai pubblicato? E mediamente quanti ne fai l’anno?

Ho smesso di contarli, ma sono circa sessanta. Ne disegno tra i 5 e i 12 ogni anno.

Rimpiangi mai il tuo vecchio lavoro? Ha mai pensato di tornare indietro?
No, non conto di tornare indietro, non ho più voglia di un lavoro dipendente, amo la libertà, anche se mi piaceva prendere il treno per andare in città a lavorare, mi piaceva Parigi e la sua
periferia. Ma niente rimpianti. Ho voltato pagina!
Fai qualcosa oltre a libri per bambini? Illustrazione per la presse? Laboratori?

Disegno un pochino per la presse (Toupie, Terra Eco), faccio laboratori nelle classi in occasione dei saloni. Ho illustrato anche giochi, carte, posters, agende e un po’ tutto quello che richiede illustrazione. Oltre a disegnare mi occupo anche di una piccola cooperativa amorosa con mia moglie, La parenthèse enchantée un’etichetta che produce bijoux a partire dai miei disegni.

Hai qualche nuova voglia, dopo l’illustrazione? La musica? L’animazione?

Mi piacerebbe fare animazione ma quando vedo il numero di persone e il tempo che occorrono per un film, mi dico che non è roba per me. La musica, sì, sarei tentato. Se avessi tempo mi piacerebbe mettere su una one-man-band di musica dark-funeral-metal-drone-ambient. Mi piacerebbe anche metter su un festival di musica drone sperimentale nella mia campagna. Un’idea per far vivere per animare il posto dove vivo.
ALCUNI DEI LIBRI DI NICOLAS GOUNY:

 

gouny_miel
Geronimo Amedeo e le giraffe
Terre di Mezzo (2014)
Le Miel
Ricochet (2016)
Quand on sera grands
Ptits Berets (2013)
gouny_petitfernand
Où vont les couleurs?
Balivernes (2015)
La famille Ponpon” (serie)
Belin Litterature et revues
Petit Renard
Balivernes (2016)
LA PAGINA FACEBOOK DI NICOLAS GOUNY:
BIBLIOGRAFIA

 

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Asterisk Due giorni a Padova per giocare fra le righe: il mio fine settimana al corso di scrittura con Davide Calì
03/06/2014 Morena Forza in Creatività / one comment

Abbiamo tante cose da dire.
Alcune gentili, alcune ironiche, altre ci servono per affrontare le nostre peggiori paure e i brutti ricordi.
E io amo scrivere per questo.

Ero bloccata da molti mesi, forse mi ero dimenticata di come si giocava con le parole, senza analizzarle e giudicarle troppo.
E di come potevo vederle compagne e aiutanti (come sono sempre state da quando ho imparato a leggere e scrivere) invece che come tante farfalle da inseguire con un retino, fino allo stremo delle forze.

Sono tornata da Padova proprio ieri, dal workshop che Davide Calì ha tenuto per Artelier.

Il centro storico di Padova, dove ho soggiornato,
mi ha colpito molto, è stato bello passeggiare tra i portici,
soprattutto durante il temporale che non si è risparmiato venerdi sera.

Davide ha proiettato e ci ha fatto leggere e vedere molti suoi albi illustrati, sia editi che inediti ed è stata una vera esperienza.
Sul momento non sentivo di stare assimilando secondo per secondo, ma mi stavo divertendo molto e ricordo nitidamente un momento in particolare, mentre ci raccontava dei retroscena nel suo albo intitolato “10 carri armati scendevano in guerra” in cui ho pensato che non vedevo l’ora di tornare a casa per aprire il mio personalissimo scrigno di idee. La chiave di quello scrigno si chiama “Posso farlo?”
Perchè “Posso farlo?” è la domanda che mi faccio ogni volta che ho un’idea, come se qualcosa o qualcuno me lo potessero impedire.

Diciamo che, dopo un po’ che si studiano e analizzano regole e funzionamenti di certe attività creative, c’è il rischio di volere aderire ad ogni costo ai criteri standard e di assorbire un po’ di paura nell’approccio con le cose che si vogliono fare.

Davide ci ha dato qualche regola tecnica, ma nessuna di esse è stata un ostacolo; ad un certo punto sono uscita molto debole dal corso, credo con un calo di zuccheri vertiginoso, nonostante Davide mi abbia dato impietosito uno dei suoi biscotti al cioccolato e Daniela Iride Murgia una barretta alla frutta (non ho mai smesso di rubarle cibo, in quei due giorni, scusa Daniela!) forse perchè davvero stavo macinando tantissimo quello che avevo pensato durante la sua lezione.
E poi mi sono trovata nella mia camera d’albergo, un grazioso e luminosissimo mansardato, davanti al mio quaderno di un sobrio verde pistacchio e con le nuvole sopra la testa.

Non sentivo qualcosa che mi tratteneva, non più.
Mi sembrava di avere afferrato la vecchia e rassicurante sensazione che ogni cosa che ci è attorno può essere una fonte di ispirazione, quell’ispirazione che nasce dalla meraviglia per le piccole cose, per le riflessioni sulle cose anche più piccole della nostra quotidianità.
Che ti fa capire che anche un piccolo accadimento può essere il via per una storia; il banale che diventa in qualche modo eccezionale.
C’è bisogno di vedere l’eccezionale nel convenzionale, a volte. Rende tutto più magico o anche solo sopportabile.

Sapevo di avere tante cose da dire: qualcuna gentile, qualcuna buffa, qualcuna malinconica o più poetica, qualcuna più personale e qualcuna puramente fantastica ma non per questo meno reale: chi ha visto “Harry Potter e i Doni della Morte” si ricorderà la frase di Silente “Certo che sta accadendo nella tua mente, ma perchè dovrebbe significare che non è reale?

E quando scrivo, per me è così, forse ancora maggiormente rispetto a ciò che mi accade quando disegno. Quando scrivo non invento; faccio semplicemente quello che Julia Cameron, nel suo bestseller “La via dell’artista” (edito da Longanesi) definisce “mettersi in ascolto”.
In un certo senso io mi metto ad osservare e ascoltare quello che già succede a prescindere da me, e mi limito a riportarlo nella storia.
E’ un processo che può accadere anche col disegno, ma mi riesce meno facile.

Comunque, al corso è stato davvero interessante affrontare gli esercizi, notare come l’immaginario collettivo possa trovare tanti punti di contatto (un paio di finali dei libri di Davide li ho indovinati, e altri che dovevamo inventare li avevano pensati anche altri partecipanti) e sia allo stesso tempo così radicato nel vissuto di ognuno di noi, dando frutti diversissimi. Siamo tutti uguali e tutti unici.

Abbiamo affrontato come si compone una storia, con che ritmo narrativo, che requisiti differenti ci sono per target, mercati, e Davide non è stato affatto avaro di consigli e racconti riguardo i dietro le quinte di alcuni suoi libri.
Anche esplorare le diverse possibilità che un intreccio narrativo offre è stato molto divertente oltre che formativo.

E poi il bello di ogni workshop a cui si partecipa è il venire a contatto con amici che non si vedono da tempo, nuove persone di cui si ignorava l’esistenza fino al momento prima, ma che condividono con noi le stesse aspettative, gli stessi sogni, a volte perfino gli stessi gusti e le stesse idiosincrasie.
Con alcune di loro ti trovi anche la sera e tiri tardi davanti a una tisana alla menta piperita fino a farti cacciare dal loro appartamento (grazie Laura!).

Se doveste chiedermi se consiglio questo workshop dico: assolutamente sì!

P.S.
Vi ricordo che Davide Calì ha scritto diversi articoli per Roba da Disegnatori: potete trovarli qui.

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Asterisk Diario Australiano – Di Davide Calì
02/10/2012 Morena Forza in Disegno per professione / No comments

                     

                           IL MIO WALLABY TOUR
                                        Diario australiano di Davide Calì

ADELAIDE

Martedi 15 GIORNO 1
La prima cosa che penso mentre atterriamo a Melbourne è che andare in Australia non è poi così lunga come pensavo! Venti ore di volo con il confort di film, telefilm e videogiochi sono decisamente nulla a paragone dei viaggi che facevo in macchina quando d’estate si scendeva dalla Svizzera, quasi al confine con la Germania, fino in Sicilia, per trovare i miei nonni.

L’unico inconveniente sono due bambini che piangono praticamente per l’intero volo.
Justine mi aspetta agli arrivi. E’ l’addetto stampa di Wilkins Farago, la casa editrice che da sette anni traduce i miei album in Australia. Con lei c’è anche Anna, la moglie di Andrew Wilkins, e Owen, il più piccolo dei loro figli.
Il tempo di una rapida chiacchierata e di un succo di frutta al bar dell’aeroporto e saluto Anna ed Owen, che vedrò più tardi nella settimana. Io e Justine infatti prendiamo un aereo per la mia prima tappa del mio tour australiano: Adelaide.

Mercoledì 16 GIORNO 2
La Conferenza biennale del Children Book Council of Australia è il motivo principale del mio viaggio in Australia. Andrew mi ha fatto invitare perché io parli alla conferenza, cosa che mi spaventa un po’. Non sono molto sicuro del mio inglese e non ho mai parlato in inglese in pubblico. Ultimamente ho cercato di studiare, perlopiù ascoltando serial tv americani mentre lavoro come Everybody hates Chris o According to Jim, motivo per cui in molti diranno che parlo con un accento curiosamente americano!

 

Il mio primo giorno a Adelaide avrei già un’intervista da fare per la radio ma Justine l’ha spostata per darmi il tempo di fare pratica con la lingua. Justine è molto carina, ha 27 anni, ma dimostra 22, è inglese e abita qui da alcuni anni. Spendiamo così l’intera mattinata chiacchierando in un parco molto bello. Quando ci decidiamo a riguardare la mappa ci rendiamo conto di essere a circa 7 chilometri dalla città! Siamo d’accordo per tornare indietro in tram!
Sulla via del ritorno cerchiamo un ristorante e ne troviamo uno dove assaggerò la cosa più originale di questo viaggio: i granchi fritti. Nemmeno sapevo che si potessero friggere.
Peccato, non ho pensato a fargli una foto.

Giovedì 17 GIORNO 3

Il primo giorno è passato senza accusare minimamente gli effetti del jet-lag, ma poi scoprirò che è abbastanza normale. E’ il secondo che la differenza di fuso comincia a farsi sentire. Non passo notti insonni, ma per diversi giorni, pur riuscendo a dormire bene, avrò atroci momenti durante la giornata, a orari sempre diversi, in cui a stento riuscirò a rimanere sveglio.

E’ giovedì e ho la prima di una serie di intervista radiofoniche. Subito dopo il primo di una serie di incontri nelle scuole. La scuola è molto bella, di mattoni rossi. Hanno il campo da football australiano (si gioca con la palla ovale come il rugby ma la palla si può sia calciare che passare colpendola col pugno), ragazzi in divisa.
La sala che ospita l’incontro è la chiesa, usata anche per varie attività. Vedo due gruppi di bambini circa 80 per volta. Sono entusiasti e preparati, pieni di domande. Apparentemente il mio inglese sembra comprensibile. Più tardi Justine mi spiegherà che in effetti in Australia circa il 50% dell’attuale popolazione non è nata in Australia; è una terra molto giovane e quasi tutti parlano con una qualche tipo di accento. In effetti tra tutti quelli che consocerò qui ci sono moltissimi inglesi francesi e anche italiani che si sono trasferiti solo a poco.
Subito dopo gli incontri Justine mi passa una giornalista italiana per un’intervista al telefono.
E’ la redattrice de Il Globo, uno dei giornali che esce qui per la numerosa comunità italiana.

Venerdi 18 GIORNO 4
Finalmente conosco Andrew e suo figlio più grande, Felix. Andrew ha appena tradotto in inglese 10 petits insectes ed è contento di sapere che il secondo libro è ispirato a un film di Woody Allen che scopro essere il suo regista preferito.
Faccio contento anche suo figlio quando gli svelo che il terzo volume è invece un polpettone fantascientifico che somma tutti i clichè sci-fi ma che è perlopiù ispirato a L’Esercito delle 12 scimmie, il suo film preferito in assoluto.

Andrew mi racconta un po’ di sé. Sia lui che Anna sua moglie si occupano della casa editrice per hobby, perché hanno un altro lavoro. E’ in effetti un hobby che gli ha preso la mano e che conducono con estrema passione.
La sua idea è quella di portare in Australia libri diversi e ha deciso di farlo perlopiù con i miei che occupano circa 3/4 del suo catalogo Andrew è decisamente il mio più grande fan al mondo, l’editore che ha tradotto più miei libri.
Le cifre del venduto in Australia sono a livello dell’Italia, mi aspettavo di più. Ma scopro poi che il continente ha solo 40 milioni di abitanti, per cui a paragone dell’Italia le cifre sono migliori. Ora per alcuni miei libri ha ottenuto anche la distribuzione americana, mentre dell’ultimo uscito, 10 little insectes a breve uscirà anche l’e-book.
Al mattino ho un incontro a scuola e poi una nuova intervista alla radio. Questa seconda va un po’ meglio della prima e abbiamo più tempo per chiacchierare. Al pomeriggio andiamo alla conferenza per seguire l’intervento di Oliver Jeffers. Il suo intervento è molto buffo, una sorta di biografia in slide show. In alcuni momenti purtroppo faccio fatica a seguire perché il jet-lag mi fa chiudere gli occhi.
A cena siamo in un ristorante giapponese. Andrew ha studiato bene i miei gusti preparando il mio viaggio qui. Il ristorante è decisamente buono ma la vera scoperta gastronomica l’ho fatta oggi pomeriggio in hotel: prendete la cosa più disgustosa da mangiare.
Ce l’avete?
Ecco, ora fatene chips e friggetele. Cosa ottenete?
Chips di barbabietola! Sono buonissime!

Sabato 19 GIORNO 5
E’ sabato ed è il giorno della mia conferenza. Al mattino ce n’è una molto interessante sui libri non fiction, concentrata sui libri che parlano di animali.
Dopo pranzo è il mio turno. Collego il laptop e si va.

Ci sono circa 200-300 persone. Tutti seguono e si divertono, soprattutto quando comincio con un’involontaria gaffe, che sembra fatta apposta. Sto parlando di un libro scritto come regalo di anniversario per la mia ragazza, in cui racconto tutti i posti dove ci siamo baciati. Mentre sto dicendo però “tutti i posti dove ho baciato la mia ragazza” mi scappa il plurale.
Appena pronuncio girls invece di girl, il pubblico scoppia in una risata.
La gaffe sarà anche twitterata qualche giorno dopo.
Ma insomma, poteva andare peggio!
Dopo la conferenza dedico parecchi libri. Più tardi mi diranno che in un’ora e mezza ne ho dedicati, con firma e disegno 170. Credo che sia un nuovo record!

Domenica 20 GIORNO 6

Trascorro la domenica mattina con Andrew, la sua famiglia e Justine in un parco poco fuori Adelaide dove si possono vedere animali in libertà. Mi avvicino per la prima volta alla fauna australiana. Scopro che i diavoli di Tasmania sono molto più piccoli di quanto pensassi e che i dingo sono molto belli. I bandicoot sono estremamente socievoli, per nulla spaventati dai turisti. Basta agitare una busta di cibo che corrono a frotte. Anche i wallaby si lasciano avvicinare e toccare. I canguri sono invece più antipatici. Stesi al sole hanno un’aria leggermente supponente. Gli emù sono piuttosto aggressivi invece.

Non abbiamo abbastanza tempo per vedere tutto, quindi perdo l’echidna e il classico ornitorinco. Ma non perdo i koala però, che qui sono le vere star. Per vederli bisogna mettersi in coda. Volendo si può avere una foto col koala, ma anche per quello bisogna mettersi in coda.
Dopo una breve attesa finalmente mi presentano Serge che stamattina non sembra avere nessuna voglia di farsi fotografare. In generale i koala sono pigri e scontrosi. Dormono 22 ore al giorno e quindi hanno l’aria di essersi alzati da poco. La ragazza contratta un po’ con Serge prima che accetti di fare un paio di pose con me, ma da come mi guarda sembra pensare “Cavoli, è domenica, lasciatemi in pace!”
Owen uscendo mi fa un regalo: ha raccolto un seme dell’albero della gomma e me lo regala dicendo: “Così ti ricordi di me.”
E’ troppo dolce!

In Australia esistono molti Writers Centers, centri dove gli aspiranti scrittori si riuniscono e frequentano corsi. Sono stato invitato dal Writers Center di Adelaide a tenere un workshop nel pomeriggio. Il laboratorio va bene. Ci sono una dozzina di persone, interessate a scrivere. Alcuni sono illustratrici che hanno già pubblicato libri.
Sono molto ricettive. Quasi tutte scrivono subito, storie interessanti, molto anglosassoni, molto divertenti e spesso in rima. Personalmente non amo le storie in rima ma ammiro sempre chi è capace di improvvisare storie in rima così. finito il workshop rimaniamo d’accordo che mi manderanno per mail i loro compiti.
Abbiamo appena il tempo di salutare e io e Justine siamo già su un taxi per l’aeroporto. La seconda tappa del mio tour infatti è Melbourne. Appena superato il controllo di sicurezza un agente ci viene incontro, guarda Justine e le comunica che è stata selezionata per un controllo supplementare anti-esplosivo.
Lo fa in modo molto friendly, con lo stesso sorriso come se avesse vinto la lotteria.


MELBOURNE


Lunedi 21 GIORNO 7

L’hotel a Melbourne è in una via di costruzioni molto belle che mi ricorda Londra. Il centro di Melbourne con i grattacieli e gli alberi che virano verso il rosso (qui comincia adesso l’autunno) è decisamente più simile a New York.
Andrew mi accompagna alla stazione di una radio italiana per un’intervista, poi ci separiamo e io mi perdo per le strade della città. Pensavo fosse più semplice orientarsi in una città dalla struttura così regolare ma non è così. Mi perdo ogni 10 minuti,
Alla fine riesco ad uscire da Chinatown, ritrovo la stazione centrale, ma è ora di pranzo e ho fame.

Quindi torno indietro verso il cuore di Chinatown!
Dopo pranzo torno a piedi in hotel camminando attraverso un parco molto bello. Vedo mole gazze che in Australia scopro essere diverse dalle europee. Sono sempre bianche e nere ma con un disegno diverso.
Nel pomeriggio rivedo Andrew. ci ritroviamo davanti a una birra per discutere di qualche progetto, tra cui un mio libro francese che vorrebbe tradurre, ma anche qualcosa di originale.

Martedi 22 GIORNO 8
Stamattina ho un incontro in una scuola  di Geelong, un’ora di macchina fuori Melbourne. La scuola sembra quella di Harry Potter. Vedo tre gruppi di studenti uno dopo l’altro. Poi Justine mi porta alla redazione de Il Globo, per i quale ho già fatto un’intervista la telefono. Il giornale fa parte di un gruppo editoriale che ha anche una radio che vuole farmi un’altra intervista, in italiano.

L’intervistatore è molto simpatico. Prima di salutarci si informa sui miei gusti musicali. Ho capito che vorrebbe mettere su qualcosa che mi piace, ma la radio programma musica classica (o almeno il suo programma) di cui sono molto ignorante. Mi fa andare via promettendo che proverò ad ascoltare qualcosa, e mi consiglia l’Elisir d’amore di Donizetti.
Al pomeriggio raggiungo Andrew in una libreria dove faccio un workshop con i bambini, quindi il tempo di un caffé e abbiamo un incontro nella stessa libreria, con il pubblico.
Comincio a perdere il conto di che giorno è… e di quante interviste ho fatto.

Mercoledi 23 GIORNO 9
Ho la mattina libera e ne approfitto per lavorare un po’ in hotel. Ci sono diversi progetti che avanzano e che richiedono revisione. A pranzo Anna ed Andrew mi portano al volo a mangiare sushi, quindi Anna mi porta a scuola. E’ la scuola di Owen, che è eccitatissimo di avermi lì.
Vedo due gruppi numerosi, diverse classi per volta. In generale i bambini australiani mi sembrano molto educati, ogni gruppo incontrato in questi giorni contava circa 80 bambini, molto composti e silenziosi.
Prima di cominciare un giornale vuole fare un paio di shot fotografici. Poi la giornalista mi farà un’intervista nella pausa tra il primo e il secondo gruppo. Finiti gli incontri Anna recupera Owen e andiamo a passeggiare un pochino sulla spiaggia.
E’ una spiaggia di sabbia chiara, piena di conchiglie. Owen corre nel vento felicissimo.

E’ quasi il tramonto quando ce ne andiamo. Il battello per la Tasmania è pronto per partire e Owen è pronto per un gelato. Una volta in hotel faccio in tempo a controllare un paio di mail che è ora di uscire: stasera cucina libanese!
In effetti l’Australia non ha una cucina autoctona, quindi la sua cucina si compone delle varie cucine importate con i colonizzatori. Finora le ho assaggiate quasi tutte. Manca solo quella più australiana, cioè il barbecue! Andrew me ne promette uno prima che io parta.
La cucina libanese mi confonde sempre. Quando penso sia finita ecco che comincia sul serio!
Tornando all’hotel scopro che a parte la passione per Woody Allen ho un’altra cosa in comune con Andrew: anche lui suona la chitarra. E’ decisamente più acustico, ma ha registrato un paio di pezzi, in cui suona e canta. Siamo d’accordo che la prossima volta che vengo faremo una presentazione jam session.

Giovedi 24 GIORNO 10

La mattinata comincia con un incontro in biblioteca con una classe per lanciare Reading for Social Peace, un’iniziativa di lettura su temi impegnati, come la guerra. Sarà una delle giornate più stancanti del tour, perché devo fare diverse cose. Dopo la presentazione poso per le foto, poi ci spostiamo in una ex-fabbrica di lampadine, che oggi ospita una galleria d’arte. Ho letto in un pieghevole in hotel che a Melbourne ci sono moltissime gallerie d’arte, ma non ho il tempo di vederne nemmeno una, tranne questa.

Abbiamo appuntamento nel ristorante accanto alla galleria per un pranzo-intervista con Magpie, la più importante rivista sui libri per bambini in Australia. Subito dopo pranzo mi portano invece in un’altra scuola, questa volta di periferia. Il quartiere è molto carino ed è popolato dai nuovi emigranti. E’ piuttosto povero e mediamente solo il 30% de bambini ha accesso ai libri, motivo per cui hanno deciso di fare questo incontro. Durante l’incontro farò anche un piccolo workshop di scrittura. Il tema dell’amore li fa molto ridere e alcuni scrivono cose divertenti.
In hotel crollo sul letto e dormo per circa un’ora. Poi lavoro per un altro paio prima di cena con una serie di illustratori. La cena è in casa di due signore che una volta avevano una libreria specializzata per bambini. Ora hanno spostato l’attività in casa. Organizzano anche mostre di illustrazione che spediscono in giro, sia in Australia che fuori. L’appartamento è molto bello e sono belle anche le persone.

Venerdi 25 GIORNO 11
E’ il mio ultimo giorno a Melbourne. Finora ho avuto sempre giornate di sole ma oggi piove.
Mi alzo presto perché dobbiamo tornare a Geelong nella scuola di Harry Potter.
La pioggia rallenta un po’ il traffico ma arriviamo quasi puntuali. Incontro due gruppi di adolescenti ai quali proietto il mio lavoro su uno schermo. Come sempre ridono molto quando si parla di amore. Il libro I love kissing you li diverte parecchio. Penso che dovremmo pensare a farne un ebook animato mirato sul target degli adolescenti.

Intorno all’una sono di nuovo in hotel, non ho voglia di mangiare ma decisamente bisogno di dormire.. pisolo per un’ora poi lavoro un po’. Andrew mi ha lasciato una scatola di libri da dedicare. Sono una cinquantina e andrebbero fatti entro stasera, quindi… tanto vale cominciare!

Per le 18 Andrew passa a prendermi. Stasera si cena a casa sua! Ci sono anche Justine e due ragazze che hanno aiutato a tradurre dal francese 10 little insects. Piove ancora così non possiamo fare barbecue fuori, peccato! Per cena comunque ci sono salmone, spiedini di gamberi, birra e… ancora qualche libro da dedicare. Ma da dove escono fuori?
Domattina ho un volo presto per Sydney. Mi seguirà solo Andrew. Devo salutare quindi Felix e Owen, Anna e Justine che mi hanno seguito tutto il tempo da quando sono arrivato. Che tristezza!
No, a dire la verità non sono triste. Credo aver trovato un nuovo pezzetto di famiglia qui a Melbourne. Quindi so che ci tornerò.

SYDNEY

Sabato 19 GIORNO 12
Sydney è la Miami australiana, grandi spiagge, un’enorme baia piena di barche (e pescecani). Al mattino siamo in una libreria. Al piano di sopra mi attende un piccolo pubblico molto attento. Dopo la presentazione siamo invitati da Jeff e sua moglie a pranzo. Jeff è uno dei venditori dei miei libri e quindi Andrew ci teneva che lo conoscessi. Lui cucina benissimo! Ha preparato gamberetti piccanti con zenzero e peperoncino, patate alla senape e pesce al cartoccio. Davvero notevole.

Beviamo un Merlot prodotto da un amico. Entrambi sono musicisti. In casa ci sono diverse chitarre e dopo pranzo Andrew e Jeff improvvisano una jam. Non so come mi ritrovo in mano un banjo e improvvisamente la jam vira verso il… country? No!!!
Non sono un appassionato del genere… infatti nel mio libro 10 little insects, il musicista country.. è il primo a morire!

Comunque credo che Andrew avesse ragione sull’importanza dell’incontro. Sono sicuro che dopo il avermi conosciuto Jeff spingerà molto le vendite dei miei libri: avendo la certezza che non sarò mai granché come musicista, è meglio investire nella scrittura!
L’hotel che ci ha prenotato Anna è davvero enorme. Dall’interno si può vedere in profondità attraverso i piani. Ha la struttura di un carcere. Forse lo è stato? In ogni caso, è un carcere con piscina.

Domenica GIORNO 13
E’ domenica ed è il mio primo vero e proprio giorno libero da quando sono arrivato. Andrew i porta in giro per Sydney. Attraversiamo la bellissima baia con un battello.
Vedo per la prima volta anche l’Oceano Pacifico. Davvero impressionante.

Abbiamo giusto il tempo di girare per un mercatino prima del battello che ci porta indietro. Non ho ancora comprato nessun souvenir e qui c’è un’ampia scelta.
Un boomerang? Un didgeridoo?
Una collana di denti di squalo mako?
Un portachiavi fatto con scroto di canguro?
Sono molto indeciso….
Penso che mi limiterò a fare fotografie. In effetti da questo viaggio non porterò nessun oggetto, ma non mi piace quasi mai comprarne quando viaggio, mi sembra tutto così finto, fatto solo per i turisti. E poi penso a quel povero canguro! E soprattutto a sua moglie.
Prima di pranzo passeggiamo sulla spiaggia. Qui comincia l’autunno ma le giornate sono ancora molto miti. In spiaggia c’è molta gente che gioca a volley, parecchi surfisti.
Poi succede, tutto molto rapidamente. Un coccodrillo marino compare improvvisamente sulla riva. E’ silenzioso e velocissimo. In effetti nessuno si accorge di nulla. Prende una ragazza e la trascina in acqua. Ci rendiamo conto che sta succedendo qualcosa solo quando la sentiamo urlare, ma ormai non c’è più nulla da vedere.
Il coccodrillo e la ragazza sono già spariti in acqua.


Ovviamente non è vero. 
Ma dovevo scrivere un pezzo un po’ avventuroso per gli amici in Europa! Quando ho detto che venivo in Australia non hanno fatto che dirmi di stare attento a tutti gli animali velenosi, agli squali, al sole troppo caldo, ai coccodrilli marini!
In effetti la natura selvaggia di questo continente è molto pericolosa, ma qui siamo in città: il peggio che può capitarti è ordinare un espresso e ricevere un caffé lungo.
Dopo la spiaggia attraversiamo un bellissimo parco. Gli alberi sono spettacolari.
In mezzo al parco c’è un ristorante dove ci attende un gruppo di illustratori. Fa molto caldo, ma si sta bene. Mentre mangio rispondo alle domande per un’altra intervista che uscirà dopo che sarò partito.
Gli illustratori sono simpatici e amici di lunga data. Andrew vorrebbe fare un libro qui con me e un illustratore australiano quindi ogni incontro serve anche a conoscere possibili candidati.
Quando usciamo dal ristorante è tardo pomeriggio, il sole cala e in aria si vedono già le volpi volanti. Non pensavo che avrei potuto vederle in città, ma basta alzare il naso verso la cima degli alberi ed eccole. Quelli che sembrano grossi semi appesi ai rami sono in realtà… pipistrelli giganti!

Lunedì GIORNO 14
E’ lunedì ed è il mio ultimo giorno in Australia. A un’ora d’auto fuori Melbourne ci attende una scuola. Prima di arrivare a scuola faccio un’intervista al telefono con una radio francese qui a Melbourne.
All’incontro siamo in una grande sala. Ci avevano detto che l’incontro era con una classe ma i bambini sono circa… 250! Non hanno il cavo per collegare il Mac al proiettore e quindi dobbiamo improvvisare uno show “acustico” che funziona lo stesso. Abbiamo abbastanza tempo per un piccolo workshop. E’ la prima volta che ne faccio uno con 250 bambini, ma funziona!
Poi saluto i bambini con una lettura doppia di What is this thing called love?, letto prima in inglese da Andrew e poi in francese da me.
Decisamente siamo una bella coppia sul palco. La prossima volta dobbiamo fare uno show con chitarre.

 

Dopo la scuola passiamo da Belinda, uno dei distributori di Andrew. Lui vuole farle vedere uno dei miei prossimi libri francesi che gli piacerebbe pubblicare. Il problema principale del libro è che ci sono animali non australiani, che i bambini qui conoscono poco, e poi è ambientato al polo e in generale pare che non piacciano i libri con la neve, visto che in Australia la conoscono poco.
L’incontro dura poco. Blinda è molto gentile. Le racconto la storia facendole vedere le illustrazioni di Maurizio Quarello. Sembra piacerle. Alla fine sorride e chiede semplicemente: quando esce il li libro? Andrew è felicissimo, vuole dire che il libro si fa!
L’ultimo appuntamento che abbiamo è in una libreria, ma prima ci fermiamo per pranzo. Andrew mi porta a mangiare l’ultimo piatto tipico che mi manca di assaggiare prima di lasciare l’Australia: il fish and chips, che lui ama particolarmente, essendo inglese.
La libreria è molto carina e organizza piccoli incontri sul libro illustrato per bambini. Oggi sono io l’ospite per circa un’ora, in cui parlo del mio lavoro e rispondo alle domande, firmo i libri.
A un certo punto Andrew me ne porge uno e mi dice: “Questo è l’ultimo.”

E poi?
E poi… sembra finita.
Come… di già?
Andiamo in aeroporto dove Andrew riconsegna l’auto a nolo. Il mio volo è alle 21, il suo per Melbourne più o meno alla stessa ora.
Andrew mi ha organizzato un tour da vera rockstar. Ho fatto una conferenza, un workshop per adulti e un paio per bambini, visto un paio di migliaia di ragazzini, firmato e disegnato almeno 400 album, fatto una decina di interviste, parlato alla radio in inglese, francese e italiano.
Insomma è stata una vera maratona.
Ma è finita ed è il momento di salutarci e di dire arrivederci all’Australia!

Salendo sul volo, io lo so che non ci crederete, ma ritrovo gli stessi bambini del volo di andata.
Perfetto.
Allaccio la cintura. Bambini modalità cry on.
Si torna in Europa!

 

5 cose che ho scoperto in Australia:

1 – Il Koala è l’animale con l’alito più profumato del mondo! (in effetti, mangia solo eucalipto)

2 – I wallaby sono decisamente più simpatici dei canguri.

3 – In Australia, come in Inghilterra, guidano dal lato “sbagliato”. E’ difficilissimo abituarsi.

4 – Gli australiani sono friendly e simpatici. La vita qui è “easy” ed è facilissimo abituarsi.

5 – Il burrumundi è buonissimo: sa di oceano ed è diverso da tutto il pesce che ho assaggiato finora.

 

5 motivi per tornare in Australia:

1 – In un’intervista che mi hanno fatto prima di venire mi hanno chiesto se preferivo Vegemite o Marmite e… in quindici giorni non ho assaggiato nè l’una nè l’altra.

2 – Le beetroot chips: se mister Thomas Chipman volesse sponsorizzare il mio viaggio, mi offro come testimonial.

3 – Fare una jam con Andrew. State pronti: suoneremo molto forte.

4 – Preparare a Justine le polpette sulle foglie di limoni che faceva mia nonna. Promesso!

5 – Vedere finalmente I coccodrilli mangiare qualcuno. Ci sarà un posto dove mangiano la gente, o no?

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