Ognuno vola a modo suo – Ricordo di un’estate

Mi ricordo ancora di te.  Mi sono trovata a vagare per i ricordi, alcuni dolci ed altri amarissimi, come accade spesso quando, per via dell’influenza, si passano molte ore a letto e qualunque attività tranne pensare, risulta noiosa.

Quel giorno il frinio delle cicale era incessante, nella pineta;  avevi fatto staccare la coda ad una lucertola e l’avevi lasciata a seccare su di un muretto al sole, dopo un po’ aveva smesso di muoversi e di impressionarci.

Mentre ci spiegavi come riconoscere una lucertola maschio da una femmina, ci eravamo stesi tutti e cinque su una vecchia coperta, sul prato vicino alla collinetta, ma era servita a poco perché l’erba più secca riusciva ad infilarsi fra le sue fibre per pungerci gomiti e ginocchia. In lontananza gli altri schiamazzavano, si inseguivano, si sfidavano a tutti quei giochi che noi, sognatori con la testa fra le nuvole, rifuggivamo appena possibile.

L’odore dolciastro della resina era ovunque, un odore che per me sarebbe stato per sempre il profumo dell’estate, e tua cugina Milena cercava di mangiare un ghiacciolo all’anice facendosene sciogliere più della metà lungo il braccio. Non tirava un filo d’aria.

Era da un po’ che stavi lì a goderti i raggi che filtravano fra i pini, ogni tanto ti levavi qualche ago dal tuo caschetto biondo, così di moda in quegli anni; sapevi bene di essere bello, tutti te lo ricordavano di continuo, ma non eri a tuo agio con questa consapevolezza.

Noi ti guardavamo con l’ammirazione negli occhi: eri quello grande, quello che aveva appena fatto l’esame di quinta e che quasi sempre si inventava qualche gioco da fare assieme. Ed eri quello che riusciva sempre a farsi beffe della suora più severa e al tempo stesso a risultare adorabile e sempre perdonabile. Quel pomeriggio avevamo raccolto sulla coperta un certo quantitativo di fiori e foglie e ci eravamo messi ad intrecciare coroncine. Con una certa intransigenza mi avevi fatto scartare delle radici che trovavo belle e me le avevi strappate; ma poi per farti perdonare mi avevi spazzolato i capelli, facendo attenzione a non tirarmeli, e sistemato la coroncina, mentre dandoti le spalle cercavo di conservare un broncio carico di orgoglio e di ostentata dignità. Ogni tanto ti guardavi furtivamente attorno, verso il campetto sportivo alle nostre spalle, e poi lungo la stradina asfaltata e rovente che portava all’edificio del refettorio, quasi non dovessi farti vedere.

 

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© Morena Forza

Verso le tre avevamo deciso di avviarci dietro la collina. Con l’erba secca che scricchiolava sotto i sandali e le scarpe di tela, eravamo andati a bere dalla fontanella nascosta fra i rampicanti scuri, quella che spesso le suore ci avevano vietato di raggiungere; per questo la sua acqua ferrosa aveva il dolce sapore della ribellione. Daniela indossava come sempre le sue ali di raso, sostenendo che quando noi non la guardavamo lei riusciva ad alzarsi da terra tanto così.
Ti fidavi di noi, solo ora capisco fino a che punto, e anche se ti stavano piccole avevi deciso di indossarle. Eri molto spigliato, auto ironico e quasi teatrale, ti atteggiavi a fatina prendendoci in giro e risultando più convincente della metà di noi, che ridevamo e continuavamo ad ammirarti. Con tenerezza ricordo che nessuna di noi rideva di te, ma con te. Eri perfettamente a tuo agio, mentre ballavi sulle note di una canzone senza parole, che avevamo improvvisato lì per lì, con le nostre vocine squillanti.

Uno ad uno, poi, vi eravate dissetati alla fontana ed io attendevo sempre di essere l’ultima perché, allora come oggi, mi agitava avere alle spalle qualcuno che aspettava; così, anche quel giorno, avevo finito col restare indietro mentre tornavate.
Guardavo fra le fronde di un grosso pino, col cuore in gola, le guance bollenti e le mani ancora bagnate. Era sempre un’emozione andare alla fontana proibita! A volte penso che ci sarei andata anche senza bere. O forse lo abbiamo fatto e non lo ricordo?

Quel giorno però, qualcuno aspettava il nostro ritorno vicino al muretto dove la coda della lucertola iniziava ad asciugarsi. Il sole rovente ci rendeva piuttosto fiacchi e svogliati. Aveva anche reso qualcuno molto annoiato e litigioso, però: quei due ragazzini ce l’avevano con te. Uno di loro era Marco, un ragazzino robusto e viziato col nasino all’insù, molto consapevole della sua forza fisica. Poi c’era Ivan, alto, ossuto, con gli occhi blu e gli incisivi da grande, e una marcata propensione alla zuffa.

Pepita era minuta ma non li temeva, perciò mettendosi le mani sui fianchi aveva chiesto senza giri di parole cosa volevano da noi.
Ci avevano visto mentre ti aiutavamo a toglierti le ali e non te lo avevano perdonato. Fatico a ricordare le parole che ti inflissero dall’alto della loro crudeltà poco più che infantile, ma qualcosa mi si annoda dentro quando ripenso ai tuoi occhi scuri, al tuo sguardo deluso e ferito. Avevo appena nove anni e mi chiedevo perché fosse sbagliato che tu portassi delle ali o un intreccio di fiori, se ti piacevano.

Dopotutto, non molto tempo prima, ero stata presa in giro perché amavo andare a pesca con mio padre.  Avevo anche vinto delle medaglie, ero brava: ma non importava, perché non era una cosa carina per una femminuccia. E quanta rabbia, quanta incomprensione davanti a questa chiusura, a questi limiti che trovavo e trovo totalmente privi di ragionevolezza.

Per questo, durante questo 17 maggio, mi sono trovata a pensare a te; a come è possibile che a quasi vent’anni dal Duemila, l’anno che prometteva modernità ed avanguardia su ogni fronte, mi tocca sentir dire che il sessismo non è un problema da affrontare, perché “C’è ben altro di cui preoccuparsi”.

Ci sono ancora genitori che si allarmano se il proprio figlio gioca con le bambole o a fare lo chef, o vuole gli albi da colorare a tema fatine.
O se la propria figlioletta ha un carattere forte e deciso perché “non sta bene per una femmina”.

Non credo nei ruoli prestabiliti, rigidi ed inflessibili, che ci siamo dati; credo invece che la vita sia complessa, i ruoli intercambiabili, le sfumature dell’essere umano estremamente variegate.

So che sei riuscito a trovare una tua dimensione; ti ho visto qualche anno fa, dalla vetrina del tuo negozio di parrucchiere, spazzolare una donna coi capelli lisci e senza volume, proprio come i miei. Mi sono chiesta se la stessi prendendo ironicamente in giro come facevi con me, se invece la stessi spazzolando piano per farti perdonare qualcosa.

Ho sorriso, pensando a quanto siamo già noi a soli nove o dieci anni. Io amavo già scrivere e disegnare. Ho smesso di pescare, invece. Non sono più un tipo abbastanza paziente.

Sai, mi dispiace per non averti difeso quel giorno, per essere stata codarda. Ero solo una bambina. Non ho più paura di quello che penso e di esternare quello che sento.

Un giorno verrò a farmi spazzolare i capelli, e allora ti racconterò un sacco di cose. Del resto, non è ciò che si fa sempre dal parrucchiere?

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