10 cose che ho imparato rendendo il mio hobby un lavoro

Da consigli un po’ scontati e motivazionali come “Devi crederci” al disfattismo puro di certe frasi come “Non può essere un lavoro vero”, tutti hanno qualcosa da dirti quando vuoi tentare l’intentabile: provare a trasformare ciò che più ami in un impiego a tempo pieno.
Invece, molte sono le cose che scopri quando inizi una vera e propria attività come disegnatore, ma quasi nessuno ti racconta certi dietro le quinte.
Ecco cos’ho imparato io fino ad ora. (Tutte le illustrazioni sono di Chi Birmingham)

 

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  1. Partiamo dal segreto più inconfessabile, che alcuni arrivano perfino a negare: è probabile che all’inizio si debba fare un altro lavoro, per avviare l’attività di disegnatore. Può trattarsi di  un impiego del tutto estraneo al disegno, come preparare piadine, o vendere gelati, oppure consistere in un lavoro più creativo: grafica o art direction, per esempio.
    E non c’è niente di male, perché lo si fa per supportare il proprio sogno, facendolo diventare un vero e proprio progetto di vita.
  2. Non ci si sente mai pronti al cento per cento per cominciare.
    Nell’immaginario comune ed ideale, un bel giorno le nuvole si aprono nel cielo, una luce dorata ti illumina, senti il suono delle fanfare: “SEI PRONTO!”
    Invece, come spesso accade nella vita, i cambiamenti sono graduali e le scelte avvengono perché si tenta di fare qualcosa. Ed in effetti, pensandoci bene, qualunque inizio è sempre un passo nel vuoto. Avviare un’attività professionale, poi, è sempre un esperimento: nessuno ti dà la garanzia che funzionerà.
    Le capacità tecniche nel disegno devono essere decisamente avanzate, ma c’è una serie di abilità che si acquisiscono solo sul campo, lavorando.
    Viviamo in un’epoca iper-scolarizzata e forse per questo abbiamo l’ansia di dover sapere tutto subito, prima di fare qualcosa. Ma non è sempre possibile: a volte bisogna solo buttarsi per cominciare ad imparare, facendo.
  3. Per essere disegnatore professionista, non occorre “sfondare”.mug_birmingham
    Il mito della fama deriva un po’ dalla cultura televisiva in cui ci hanno fatto il bagnetto fin da bambini. Per noi nati fra gli anni Settanta ed i primi Duemila, infatti, è molto facile abbandonarsi a fantasticherie grandiose sull’essere invitati a grandi kermesse, dormire in hotel di lusso e passare la vita a firmare dediche ai saloni. Certo, è possibile, altrimenti fumettisti ed illustratori celebri e super incensati non esisterebbero, ma non è l’unico modo per essere disegnatori professionisti. Ci sono centinaia di illustratori e fumettisti che lavorano regolarmente senza apparire in eventi di rilievo. Disegnano dietro retribuzione (anche dignitosa!) e a volte perfino nell’anonimato. E ci si mantengono comunque.
    Questo è vero anche per altri lavori di stampo artistico che vengono spesso impropriamente associati alla celebrità: scenografi, musicisti, attori, cantanti, fotografi…
  4. Alcuni editori, famosi e corteggiati dagli illustratori e dai fumettisti, in realtà pagano una miseria.
    Nonostante si diano molte arie, alcuni prospettano compensi ridicoli, non si sa bene in cambio di cosa. Prestigio? Forse. Non l’ho ancora scoperto, per ora, ma tutto sommato forse non intendo neppure farlo.
  5. Anche il disegno è un’attività professionale regolarmente inquadrata in ambito fiscale. E’ un lavoro vero.
    Siamo d’accordo, disegnare è meraviglioso, altrimenti non staremmo qui a parlarne. Ma molti dimenticano che un mestiere di stampo artistico è pur sempre un lavoro come un altro. Per lo Stato stiamo producendo servizi e ricevendo una retribuzione. Siamo perciò ufficialmente collocati all’interno del mercato del lavoroPer questo rimane sempre nostro compito informarci su diritti e doveri che acquisiamo iniziando un’attività di disegnatori freelance. Esistono buoni commercialisti e centri CAF presso cui informarsi.
    Meglio invece lasciar perdere il metodo MioCuggino: “Ho sentito dire che…”, perché in Italia cambia tutto con ogni nuova finanziaria. E lo so che sono argomenti noiosi, ma meglio occuparsene seriamente prima per non pentirsene in un secondo, amarissimo, momento.
  6. Si è soli, in studio, ma non si lavora davvero da soli.ink_birmingham
    Se è vero che lavorare in proprio significa gestire orari e spazi con una certa libertà, questa deve essere compatibile con i ritmi lavorativi, che sono dati anche dal cliente o dalle persone con cui si collabora. Ci sono tavole che diventano una sorta di lavoro di gruppo; si ricevono osservazioni e modifiche anche da più di una persona per volta e quindi alla fin fine si lavora in squadra, anche dal proprio piccolo studio. All’inizio è difficile mettere da parte l’ego, ma col tempo si diventa meno gelosi dei propri disegni, ed è un toccasana. Si impara tanto.
    Inoltre, i ritmi di vita tipici dell’artista (che lavora di notte e dorme di giorno) devono spesso essere ridimensionati: a meno che non si lavori con un gruppo di persone che vivono oltreoceano, e si possa quindi contare sul fuso orario, la maggior parte delle redazioni, delle agenzie e degli studi con cui si collabora fanno orari d’ufficio.
  7. Vincere concorsi è piacevole, ma meglio non focalizzarcisi troppo. 
    Diciamocelo, partecipare è stimolante, vincere è una botta di adrenalina ed autocompiacimento. Male non fa. Ma non è il caso di “sentirsi sistemati”: il mito del “vincere un concorso e garantirsi una brillante carriera” è duro da sfatare. Mito fra l’altro molto legato al punto 3 di questa lista.
  8. Non ci sono solo i libri e i fumetti.books_birmingham
    In Italia siamo letteralmente ossessionati dai libri illustrati. Ma, per fortuna, il disegno si applica a molti altri tipi di commissione. Pubblicità, app, prodotti tessili, packaging, prodotti di cartoleria… la lista è lunga. Non solo, ma molti disegnatori mantengono la sana abitudine di trattare clienti privati. Vogliono bigliettini, magliette personalizzate, partecipazioni di nozze, cartoline per le festività e per i sacramenti, e costituiscono una fonte di onesto guadagno. A volte hanno anche molto più rispetto di quanto si possa pensare. Ho imparato a non snobbarli.
  9. Trovare tempo per disegnare in libertà diventa difficile.
    Questa è stata una delle lezioni più dure: quando si disegna tanto per commissioni, non rimane molta energia per pensare a idee proprie. Eppure bisogna sforzarsi di farlo, per non perdere il contatto col proprio universo artistico. In definitiva, trovare un equilibrio è molto impegnativo e non sempre possibile; almeno non in alcuni concitati periodi.
  10. Non esiste un punto di arrivo, quindi tanto vale godersi il viaggio.
    Quella del disegnatore è una professione che potenzialmente promette una crescita infinita. Si è migliorabili sempre, per tutta la vita e non esistono traguardi definitivi. E’ una delle ragioni per cui amo più questo lavoro e non rimpiango la mia scelta. C’è sempre possibilità di evolversi, di conoscersi, di mettersi alla prova e di sviluppare nuove ambizioni, progettare sfide sempre nuove.
    Non c’è limite alla crescita artistica che si può sperimentare impegnandosi con costanza e tenacia. Quella che oggi sembra la tavola perfetta, domani sembrerà acerba ed ingenua: non c’è uno solo dei miei libri o dei miei altri progetti, che guardo e non cambierei da capo o quasi. Ma
    è un buon segno, sempre, perché significa che c’è crescita, che la testa continua a funzionare e il lato artistico e professionale a maturare.

 

 

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Commenti

commenti

    1. carmen 20 aprile 2016
      • Morena Forza 22 aprile 2016
    2. Maria Chiara 5 maggio 2016
    3. Sabrina 2 settembre 2016
      • Morena Forza 2 settembre 2016

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