Lettera ad una studentessa di illustrazione

Cara studentessa, io mi ricordo di te.
Ti sei messa timidamente in un angolo della seconda fila, per passare un po’ inosservata e poi, in modo diligente, hai cominciato a prendere appunti. Il tuo sguardo curioso e pieno di timoroso entusiasmo mi ha subito colpita. In te esplodeva un tumulto di domande, l’ingordigia di chi vuole imparare tutto e subito.

Poi, dopo un po’, hai alzato la mano e hai chiesto durante quella lezione: “Che cosa mi consigliereste per lavorare come illustratrice?”. Sei arrossita immediatamente. Avevi chiesto troppo?
Ha risposto un professore, sfregandosi la barba (un professore di quelli veri!) col suo sguardo tagliente e sarcastico. Ti ha detto in modo eccessivamente sanguigno :”E’ la cosa più ovvia del mondo. Si lavora come illustratori quando le proprie tavole sono qualcosa di così bello ma così bello, da fare rimanere tutti con la bava alla bocca. Ecco, prima di allora, prima che le tue tavole non abbiano lasciato con la mandibola penzoloni tre quarti della popolazione, non sarai pronta per lavorare.”

 

1951

Tu sei rimasta zitta e il colore dalle guance si è smorzato in pochi secondi. Io ti guardavo.

E’ stato un attimo: mi sono rivista alle superiori, già coi miei palesi problemi di gestione delle gerarchie. Avevo circa tre anni meno di quelli che tu ora hai. Per me le persone sono tutte uguali: tutte meritano rispetto e non mi è mai interessato se una indossa un abito di sartoria, una dovrebbe essere il mio capo, un’altra ha una divisa… Hanno tutte il mio rispetto ma nessuna più di altre. E finché lo portano a me.
Ero quella che quando i prof. attaccavano con discorsi pomposi e fuori dalla vita reale iniziava a roteare gli occhi o ad assumere un’espressione di sufficienza, prima di poter controllare la propria reazione. E quindi, veniva bollata come “quella polemica“. A me non interessava che fossero professori: io li vedevo come persone. E le persone possono dire cose geniali o dire emerite stronzate. Scusa il francesismo, lo sapevo che sarei diventata scurrile; del resto non sopporto proprio la prevaricazione in nome di una posizione fittizia inventata dal genere umano.
Non ho mai sopportato la scarsa capacità di essere concreti e di riconoscere che fuori dalla scuola, e comunque fuori dal proprio ambiente, esistono miliardi di altre realtà. Possibili e perfino probabili o certe.
Solo perché per noi una cosa funziona in un dato modo, non significa funzioni così per tutti.
E non c’è niente di peggio di un professore, una figura di riferimento (che gli piaccia oppure no) che si arroga il diritto di decretare cose di questo tipo, spacciandole per verità sacrosante ed intoccabili.

Cara studentessa, quanto avrei voluto dirti queste cose…
Il fatto è che sono passati 14 anni da quando roteavo gli occhi in aula magna, ma non sono cambiata di una virgola: una risatina sotto ai baffi (o meglio dire, sotto alla maxisciarpa) è fuggita velocissima all’ascolto di quelle parole.
Dai, ma davvero?
Sono la prima che cerca di mettercela tutta quando lavora per qualcuno, che sia la mamma che chiede un biglietto per la partecipazione al battesimo del suo bambino, o la grande casa editrice o agenzia.

Ma per favore: restiamo coi piedi per terra.
Le mie librerie traboccano di volumi illustrati di artisti pluripremiati, che sono pluripremiati perché hanno raggiunto l’eccellenza in questo mestiere e in ambito artistico e perché sono di esempio per chiunque sia appassionato di questa affascinante disciplina.
Questo mi spinge però ad una riflessione che, alla luce di un’opinione così radicale nei confronti di una studentessa come te (che non ha ancora gli strumenti e la solidità per farsi un’idea sua della questione nella sua interezza e che perciò si fida di quello che le viene detto) mi sento di riportare in questo post. Per te e per quelli come te che si fidano e si lasciano travolgere da frasi come quelle.

Per favore, fatti un favore.
Quando ri riferiscono leggi e frasi lapidarie, fai un respirone e cerca di vedere con obbiettività se quelle cose sono vere solo per chi le dice o se possono esserlo per te.

Esistono milioni di persone talentuose e tutte con storie diversissime, situazioni variegate, percorsi unici, esperienze che non sono percorribili per tutto il resto del mondo.
E gli altri? E noi?
E noi procediamo per la nostra strada.
Puntare all’eccellenza è doveroso: altrimenti non si cresce.
Ma ti posso garantire che no, il mondo è pieno di persone (anche persone fantastiche, perché ne conosco direttamente per mia fortuna) che non avranno una Caldecott Medal mai nella loro vita (probabilmente compresa me) eppure sono persone che lavorano con dignità, scrupolo, impegno, passione e soprattutto onestà.
Facendo il loro meglio: inseguendo la propria personalissima eccellenza.
Lavorano anche se non sono pluripremiate e non hanno pubblicato con la casa editrice enorme in Francia o Stati Uniti. E questo non fa di loro professionisti di serie B. Un professionista è un professionista: è tale per il suo bagaglio e per come affronta il suo lavoro con un’etica e un impegno di alto livello. Si alza la mattina, si lava, mangia, disegna, disegna, disegna, disegna, poi consegna, viene pagato, paga le tasse. E il ciclo ricomincia da capo.

Il resto è aria fritta: cara studentessa, mi dispiace non averti potuto rispondere, quel giorno. La mia risposta è: esistono infiniti tipi di lavoro per un illustratore e credimi, quelli che fanno cadere mandibole sono pochissimi e non sono gli unici a far lavorare. Anzi, si dà il caso che noi illustratori che conduciamo una vita normalissima siamo la maggior parte e va benissimo così.
Cara studentessa, io una Caldecott Medal te la auguro, potrebbe darti tanta soddisfazione. Ma non aspettare di vedere cadere mandibole davanti ai tuoi lavori: vai a lavorare. Quello farà di te una professionista, unitamente al tuo impegno e alla tua serietà.
E a tutte le cose che imparerai.
Non permettere mai a nessuno di ridere di te perché non lavori a progetti abbastanza cool: almeno, che abbia la buona creanza di non cercare di fartene vergognare, dicendotelo in faccia.
Impara a non fidarti di quelle persone che hanno bisogno di calpestare ciò che fai per galvanizzarsi. Non tutta la sincerità nasce per trasparenza. A volte è solo una scusa per potere ferire liberamente.
Non hai bisogno della loro approvazione: segui la tua eccellenza.
Ci sono disegnatori che passano i pomeriggi a dipingere limoni ad acquarello; i limoni che poi trovo sulle tovaglie sul tavolo di mia madre. Disegnatori che preparano schemi da ricamo, che poi trovo sulle riviste in edicola. Altri che da ghost, colorano fumetti e non vedranno mai il loro nome sui volumi che hanno curato da coloristi. Altri ancora, che disegnano piccoli progetti per piccole case editrici o piccole agenzie e nonostante faranno le due del mattino per consegnare, non riceveranno nessuna medaglia. Non faranno cadere mandibole. Ma saranno felici perché fanno il lavoro che amano.

Chiariamo una volta per tutte, a nessuno cadrà la mandibola davanti alla tovaglia a limoni di mia madre. Ma se tu ami disegnare quei limoni, se lo fai con professionalità, ti piace e svolgi un lavoro onesto e paghi le tasse… Non hai niente da giustificare a nessuno.
Prepara i pennelli e riempi il mondo di agrumi ad acquarello. Mia madre ne va pazza.

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    1. Laura Sighinolfi 20 marzo 2015
    2. Denise 27 settembre 2015
      • Morena Forza 29 settembre 2015
    3. Sara 27 settembre 2015
      • Morena Forza 29 settembre 2015

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