7 tipi di blocco creativo: riflessioni nate da un articolo di Mark McGuinness

Qualche volta capita di imbattersi in una lettura illuminante, e di perderla subito.

Mi era capitato fra le altre volte, qualche mese fa, con un articolo a cui trovai accesso via Twitter ma mi dimenticai di salvarlo nei Preferiti.
L’ho cercato per mesi inutilmente, era sparito nel nulla. Ogni tanto mi tornava in mente e ricominciavo a cercarlo con esito sempre negativo.
Poi l’altra notte, mentre mi rigiravo nel letto alle tre, ho acceso il tablet per trovare sollievo in un po’ di lettura e all’improvviso ricordavo il titolo che avevo cercato per mesi; gli amanti della teoria junghiana della sincronicità potranno pensare che era arrivato il momento giusto per riscoprirlo. Chissà.
Visto che si è ripresentato sotto ai miei occhi dopo questo post dove ho scritto del mio enorme blocco creativo, ho pensato che potesse essere un buono spunto anche per chi legge il blog.
E’ un post lungo, ma prometto che è interessante e che tocca dei punti vivi per molti noi.

Non si tratta di una traduzione, per una questione di tempistiche, ma anche perchè vorrei solo porre l’accento su quello che per me è stato più prezioso per farmi riflettere.
La lista è riportata completamente e nell’ordine in cui è stata letta.
L’articolo integrale in inglese, scritto da Mark McGuinness, è reperibile a questo link.



7 Tipi di Blocco creativo

1 – Il blocco mentale

Il blocco mentale, scrive McGuinness, è quando si resta intrappolati nel proprio modo di pensare, così tanto da non vedere altre possibili soluzioni. Partendo dai propri schemi mentali famigliari, riutilizzati di volta in volta, l’approccio al problema diventa limitato e limitante ed è viziato dalle proprie convinzioni.

Soluzioni: 
Chiedersi “E se?”
Da qualche tempo sto provando ad utilizzare il “E se?” a volte perfino pronunciandolo ad alta voce e facendolo seguire da un silenzioso guizzare di alternative. Sono due parole magiche.
Ho scoperto che dopo un “E se?” viene sempre qualcosa.

McGuinness suggerisce di cambiare mentalità partendo dai gesti più semplici. Andare in un luogo dove non siamo mai stati, leggere o guardare o ascoltare qualcosa che non abbiamo mai provato.
Su questo argomento potrei dilungarmi molto ma vi accenno solamente che per quanto riguarda la musica ho imparato ad ascoltare proprio qualunque cosa; di volta in volta mi piace esplorare filoni a cui non mi sono mai interessata, dalla rinascimentale al jazz al country/blue grass, allo swing, al rock and roll… Ognuno di questi è stata una scoperta. La musica contiene interi mondi tutti diversi e dato che non è fatta di immagini, siamo liberi di coglierne le suggestioni e vedere ciò che vogliamo, magari ad occhi chiusi.

Sempre a proposito del blocco mentale, viene suggerito anche di chiedere a qualcuno di cui ci fidiamo molto un parere contrario alla soluzione che abbiamo trovato. Questo non l’ho mai fatto e mi incuriosisce molto.
McGuinness consiglia anche delle carte che definisce molto utili, nell’articolo.
Non ne conoscevo l’esistenza. Sembra che favoriscano il pensiero divergente. A proposito, ne avete mai sentito parlare?

La prima volta che mi è stato accennato stavo chiacchierando con un mio amico che si è laureato in psicologia di cui è appassionatissimo almeno quanto lo sono io di Arte; con lui l’argomento viene sviscerato periodicamente e così leggendo questo articolo di McGuinness mi sono tornate in mente le nostre conversazioni.
Il pensiero divergente consiste nel trovare per un problema delle soluzioni che rompono con gli schemi preesistenti, per questo crea letteralmente qualcosa di nuovo. 
Secondo molti studiosi è proprio il pensiero divergente che caratterizza i creativi più floridi e luminosi del passato e del presente.

2 – Una barriera emozionale

“La creatività può essere qualcosa di intenso” scrive McGuinness – “Non è una ricerca rassicurante“.
L’atto creativo è sempre preceduto da un lavoro interiore di ricerca, anche su noi stessi visto che lavoriamo con l’espressione della nostra natura, e a volte ciò che scopriamo può non metterci a nostro completo agio o addirittura farci paura. Le ansie che possono scaturirne secondo l’autore dell’articolo non sono che una forma di resistenza e portano a qualcosa che conosciamo spesso molto bene, cioè la procrastinazione.





Soluzioni: 
Le paure e le ansie devono essere in parte conosciute, accettate e poi affrontate, è inevitabile se si vuole smettere di scappare e rimandare la svolta.
Secondo McGuinness porsi degli obbiettivi e praticare meditazione può aiutare.
Io pratico entrambi e questo tipo di blocco si è eroso tantissimo nel tempo. Meditare dà la possibilità di svuotare la mente, non è “pensare” come credono erroneamente alcuni di noi ma proprio l’opposto. E quando si sgombera la mente, qualcosa di rinfrescante e rigenerante accade in seguito. C’è spazio per nuove idee, nuove sensazioni e nuovi punti di vista (vedasi punto uno).
Conoscere le proprie paure, sostiene lo scrittore, può essere come tuffarsi nell’acqua gelata di una piscina: in un primo momento il gelo entra nelle ossa e si prova un effetto shock, ma poi ci si sente rinvigoriti.
Anche pianificare è un grande aiuto: mettere nero su bianco (o il contrario, se come me amate le lavagne) ciò che bisogna fare o un intero piano di azione ci dà modo di ragionare con più consapevolezza e ordine.

3 – Abitudini disfunzionali nell’ambito lavorativo

Qui si va sul pragmatismo e mi ritrovo molto nel tipo di problematica che McGuinness esamina.
A volte, sostiene, non ci sono grandi drammi alla base di un blocco: semplicemente siamo impantanati in una situazione non adatta a noi e stiamo provando a lavorare con un approccio non compatibile con il nostro processo creativo. Questo mi fa sorridere perchè mi fa pensare che noi disegnatori abbiamo molte analogie, ma siamo anche molto diversi fra noi, e spesso quando ci viene impartito un metodo a scuola o a dei corsi o attraverso i consigli di qualche amico o collega, ci sentiamo sbagliati se quel modo di procedere non fa per noi; ci sentiamo fuori standard. Perchè se per il mio amico funziona, io non riesco?
Se ci troviamo a farci questa domanda, chiediamoci se siamo in sintonia col flusso di lavoro personale.
Cosa intende McGuinness per “abitudini”?
Tutti i comportamenti che mettiamo in atto quando ideiamo qualcosa, ancora prima di disegnare: “Lavorare troppo presto, troppo tardi, troppo a lungo, o non abbastanza a lungo. Provare troppo ostinatamente o non abbastanza. Non fare abbastanza pause o non avere abbastanza attività stimolanti.”
Anche occuparsi non abbastanza o troppo a lungo delle attività ordinarie (ovvero quelle di ufficio) come rispondere al telefono, controllare e rispondere alle email, tenere la contabilità, il planning, potrebbe consumare le nostre energie mentali, disperse quindi in qualcosa che di creativo non ha nulla.

Soluzioni: 
Fare un passo indietro e osservare come un esterno i punti deboli delle nostre abitudini in ambito lavorativo.
Se si è sempre stanchi, cercare di capire se lavoriamo in un orario sbagliato della giornata, se si è schiavi della routine creare degli spazi di improvvisazione e se viceversa si è del tutto disorganizzati e questo ci fa disperdere le energie mentali e fisiche, creare una struttura più articolata che disciplina il nostro tempo.

Io per ora ho conosciuto parecchie persone (freelancer e non) che si dicono molto stanche, prive di energie, che mi chiedono “Ma come fai a fare tutte queste cose? Io arrivato alle 14 voglio già andare a dormire.”
Non sono un’eroina e sono ben lontana dal volerlo essere, ma puntualmente scopro che queste persone vivono tutto nell’improvvisazione. Dimenticano le email a cui bisogna rispondere, mancano scadenze, non si ricordano dove hanno messo una tavola o passano ore a cercare un file sul PC perchè lo hanno nominato xyz.PSD.
Essere totalmente disorganizzati non aiuta; se due ore al giorno le spendiamo per cercare file con nomi improbabili, il contatto di uno dei clienti, la texture per il lavoro con l’agenzia pubblicitaria… quando lavoriamo davvero? Anzi: quanto?

In un giorno faccio molte cose e lavoro a più progetti contemporaneamente perchè scrivo tutto ciò che devo fare: sull’organizer e su un bellissimo calendario da scrivania che mi ha regalato un’altra disegnatrice (sì, ovviamente il fatto che sia illustrato e quindi bello visivamente aiuta molto: coccolatevi! L’agenda omaggio della banca è una tristezza infinita. Siamo disegnatori, non contabili.)

A questo punto, ogni tanto mi capita di essere fin troppo organizzata e imparare l’arte dell’improvvisazione (a piccoli sorsi) come descrive McGuinness potrebbe essere una buona idea, devo solo capire con che modalità provare.

4 – Problemi personali


“La creatività richiede concentrazione”, scrive l’autore.
Potrebbe non essere così facile se stiamo affrontando una malattia, un lutto, una separazione, un trasloco, se siamo amati e non corrisposti, se non siamo più in grado di pagare l’affitto, se abbiamo il conto in rosso, insomma se siamo alle prese con le problematiche tipiche della vita economica e sentimentale.
E il fatto è che di solito non arrivano separate, ma due o tre per volta.
E allora che si fa?

Soluzioni:
Per Mark McGuinness ci sono due modi di affrontare la questione. Il primo è risolvere il problema e il secondo è affrontare le circostanze aspettando che le cose si mettano meglio.
Può sembrare strano ma a volte la seconda modalità è quella più difficile: passiamo molto tempo a lottare contro cose che non dipendono da noi e su cui non abbiamo controllo e così facendo non sempre riusciamo a superarle.

Per la prima soluzione l’autore suggerisce un aiuto esterno: può essere supporto dagli amici fino ad arrivare al sostegno di uno specialista.
E’ un argomento scomodo perchè ci insegnano fin da ragazzini a insabbiare le cose e il fatto è che non spariscono, ma lavorano in sotterranea sulla nostra psiche e sulle nostre emozioni.
Per molti anni ho ignorato delle cose della mia vita che avrei preferito non calcolare, ma il corpo e la mente sono saldamente legati, più di quanto vorremmo, ed è così che ho iniziato a somatizzare le mie ansie e le mie paure.
O i problemi che avevo rimandato di affrontare. Prima o poi qualcuno presenta il conto e può essere molto, molto salato.
Farsi aiutare ci mette nella posizione di avere bisogno di qualcuno e può non piacerci, ma ci insegna una sana dose di umiltà e non da meno, ci può fare capire un gran numero di cose che non avevamo considerato. 
E’ un vero e proprio investimento per il futuro; secondo McGuinness può essere necessario anche staccare dal lavoro per un periodo stabilito di tempo.
Se il momento è economicamente favorevole, mi trovo del tutto concorde con l’autore, concedetevelo.
Ogni tanto fa bene e non è tempo buttato via, come pensavo erroneamente: è tempo investito, perchè del resto se una persona arriva ad essere stanca e in costante penuria di idee non è comunque produttiva: tanto vale staccare e concedersi un periodo di riposo forzato e tornare rigenerati e pronti a rimettersi al lavoro, con qualità e quantità giuste di nuove soluzioni creative!
In una società che ci vuole tutti efficienti, mai malati, mai stanchi, mai afflitti, mai al limite delle forze e delle possibilità, concediamoci il fatto che siamo esseri umani, non macchine e quando è troppo è troppo.

McGuinness precisa: “[…]può esservi di aiuto trattare il vostro lavoro come un rifugio, un’oasi di soddisfazione creativa nel mezzo delle cose negative.”
A questo proposito vi riporto lo stralcio di un post scritto da Carson Ellis, una dei miei illustratori preferiti.

Si intitola “Therapy” e riporta una conversazione avuta con la sua terapista.

T. “Cosa fa per la cura di sè stessa?”
C.E.”Cosa intende?”
T. “Sa, cosa fa per sè stessa per ridurre lo stress. Cosa fa solo per lei?”
C.E. “Lavoro.”
T.”Penso che mi abbia fraintesa. Cosa fa solo per sè stessa? Per prendersi cura di lei?”
C.E. “Credo che lei mi abbia fraintesa. Lavoro.”

Mi ha fatto molto sorridere perchè qualcuno potrebbe puntare il dito contro noi workaholic (cara Carson, ti capisco bene) incolpandoci di lavorare per non pensare al resto.
Ma non è sempre così, perchè quando si fa un mestiere creativo il proprio lavoro è qualcosa che abbiamo scelto e che amiamo profondamente. E anche se qualche volta lo odiamo è solo perchè lo amiamo: non ci sono mezze misure. E lavorare è un rifugio, anche quando è freddo o troppo stretto o non è luminoso abbastanza, anche se lo vorremmo arredare diversamente o ampliarlo, è sempre un rifugio.
La cosa bella dei rifugi è che possiamo anche decidere quando è ora di uscire.

5 – Povertà


Pensavo erroneamente che l’autore si riferisse al contesto monetario; in realtà, e questo è stato illuminante, la povertà può essere di vari tipi.
La mancanza di denaro è un problema per tutti e per una persona che lavora con la propria creatività può essere di forte intralcio ai suoi progetti. Pensiamo a un regista che deve rinunciare a certe soluzioni troppo costose per materializzare la sua visione delle scene, pensiamo a un pubblicitario a cui danno un budget limitato per la campagna, pensiamo (ogni riferimento è puramente fondato su me stessa) a un illustratore che ha da parte molti progetti personali ma per pagare le bollette affronta spesso delle commissioni meno allettanti in termini creativi e di crescita artistica.
E’ dura, ma i soldi in parte ci legano.
Quello su cui non avevo mai riflettuto era il fatto che probabilmente ci sono altre povertà a cui far fronte.
McGuinness elenca queste: si può essere a corto di tempo, poveri di sapere e di tecnica, si può avere una rete di contatti ormai logora e di pochi spunti, non essere in possesso di alcuni strumenti necessari a lavorare.








Soluzioni: 
Anche in questo caso lo scrittore ci dà due strade.
La prima è risparmiare del denaro in vista di acquisti mirati per ciò che ci è necessario e di cui non disponiamo, prenderci del tempo, o altre risorse di cui abbiamo bisogno.
La seconda, che non va sottovalutata, è cercare di portare a termine il lavoro con ciò che abbiamo. Può essere una dura prova ma potremmo stupirci di cosa possiamo fare con un po’ di pensiero divergente e ciò che abbiamo già a disposizione.
Io qui vorrei aggiungere una mia nota: è giusto, giustissimo, risparmiare per comprare nuovi strumenti, materiali, programmi, un nuovo tavolo da disegno, una settimana di isolamento dal proprio ambiente per ricaricarsi. Ma attenzione se spostiamo la responsabilità da noi stessi al fatto che non disponiamo di questo o di quello. Ho sentito qualcuno dire a un corso “Mi piacerebbe fare digitale, ma o lo faccio con una CintiQ che è il massimo della qualità, o nulla.”
Quindi, o una tavoletta grafica da duemila euro o non se ne fa niente. Vorrei sapere cosa se ne potrebbe fare questa persona di uno strumento così costoso visto che casomai riuscisse a comprarlo, non avrebbe comunque nessuna esperienza in campo di disegno digitale. Potrebbe metterci anni a comprarne una, nel frattempo ha ridotto al minimo il suo potenziale lavorativo solo perchè “o il massimo o nulla”.
Non suona in modo eclatante come una scusa? Ho sorriso a questa persona e le ho detto che io sono illustratrice da più di 5 anni, e una CintiQ non l’ho mai avuta.
Oppure a volte non riusciamo a scrivere e diamo la colpa alla musica dei vicini, quando magari siamo noi in realtà ad essere facilmente distraibili e sono due ore che cazzeggiamo su Facebook. Se davvero vogliamo scrivere possiamo investire in un paio di cuffie o andare col nostro portatile in biblioteca.
Insomma, facciamo attenzione: abbiamo davvero una data esigenza o ci stiamo nascondendo dietro dei capricci per non metterci al lavoro?

6 – Sopraffazione


La creatività a volte genera dei paradossi: così, un blocco può prenderci in pieno per avere troppo. Troppe informazioni, troppi strumenti, tantissime idee, molti obiettivi, così tante risorse che la testa si riempie di un ronzio perpetuo.
Vi è forse capitato, come a me succede periodicamente, un overload. Gli anglosassoni lo chiamano “burnout”.
Passate qualche tempo a sfogliare libri, navigare siti pieni di gallery meravigliose. Per ore, e ore.
Finché ad un certo punto non vi sentite quasi inebetiti, confusi.
E non sapete cosa fare. “E ora?” vi chiedete.
Quella è la domanda tipica della sopraffazione. Avete assorbito troppo, e troppo in fretta e il risultato varia da un senso di spaesamento a quello di euforia a quello di annichilimento, perchè tutti sono bravissimi e voi no. Le stesse sensazioni possono accavallarsi una sull’altra nello stesso momento e questo crea una percezione ancora maggiore di disordine mentale e a volte perfino emozionale.

Ci si può sentire sopraffatti anche da moli eccessive di cose da affrontare, dai doveri, dalle aspettative altrui: troppo lavoro in poco tempo, oppure troppo tempo per uno stesso lavoro. Il risultato è il medesimo: che stress!

Soluzioni
McGuinness scrive: “E’ ora di darci un taglio. Se prendete troppe commissioni imparate a dire no. Se avete troppe idee, eseguite qualcosa e mettete le altre in una cartella chiamata “di minore importanza”.
Se soffrite per un sovraccarico di informazioni, iniziate a bloccare un po’ di tempo libero o concentratevi su quello lavorativo. […] Rispondete alle email a delle ore stabilite. Spegnete il telefono o lasciatelo indietro. Il mondo non finirà, promesso.”

E sorrido molto a leggere queste righe, sono state le prime a darmi un senso di comprensione la prima volta che trovai l’articolo.
Non mi piace vivere attaccata al cellulare, tanto che se devo sentire qualcuno per telefono lo stabilisco prima di persona o via email.
Non mi piace dover essere reperibile ogni giorno, altrimenti avrei preso una specializzazione in chirurgia e avrei salvato vite umane.
Mi danno anche un po’ ansia le persone che attorno a me guardano costantemente lo schermo, pensando che se perdono di vista il display per qualche ora, si attiverà l’ora del giudizio. Io internet sul cellulare neppure ce l’ho. Me l’hanno regalato e non ho mai iniziato ad usarlo.
Sapete una cosa? Non lavoro meno per questo.
E le altre persone (ma anche la sottoscritta) hanno imparato che il mio tempo non è a completa disposizione in qualunque momento della giornata: a volte dormo, a volte non sto bene, a volte sono in vacanza, a volte sto semplicemente disegnando (sono una disegnatrice o no?) e ho bisogno della mia concentrazione.
Il mondo può aspettare. 
In questo libro di Scott Belsky viene sottolineata la differenza fra lavoro attivo e lavoro reattivo.
Il primo è ciò che facciamo davvero, il secondo è quello che ci troviamo a fare per conseguenza, per accomodare altre persone, per rispondere alle email… Ogni tanto naturalmente è necessario, ma quando il secondo prende il sopravvento sul primo, è matematico che ci sentiamo sopraffatti. E irritati e calpestati.
Ma attenzione perchè potrebbe essere colpa nostra: non siamo forse noi a dare il tempo che le altre persone si prendono?

7 – Guasto alla comunicazione

Quando lavoriamo come freelancer, capita di fare parte di un team.
Per un libro, per una campagna pubblicitaria, ma alcuni di noi (o meglio dire la maggior parte?) si trovano a sbrigare le proprie commissioni e la propria parte di lavoro da soli.
Ciò non toglie che ci sono occasioni in cui dobbiamo far fronte all’idea di lavorare con altre persone. A volte è facile e piacevole, altre volte bisogna fare uno sforzo non da poco per creare una sinergia funzionale ai fini della buona riuscita del progetto.
Altre volte i conflitti con gli altri sono solo nella nostra testa: McGuinness porta l’esempio di come possiamo immaginare che un nostro lavoro sia disprezzato dagli altri. Può anche capitare davvero.
Comunque vadano le cose, restiamo dipendenti da una reazione esterna e questo può bloccarci.
Pensiamo solamente ad alcune situazioni concrete in cui il contatto con gli altri può bloccarci:

L’amico/collega che si lamenta perpetuamente. Niente di più spossante che accollarci le lamentele di qualcuno che si lagna per sport. Facciamocene una ragione: alcune persone sono più propense di altre a vedere sempre e solo il lato negativo nelle situazioni. Si dicono realisti, ma non è vero, anzi probabilmente il loro vedere sempre la sezione vuota del bicchiere li fa sentire anche un po’ superiori, perciò non c’è cosa che possiamo dire per far cambiare idea a quello che è un vero disfattista.
Il prepotente in un lavoro di team. Non ascolta nessuno; non solo ma spiega anche perchè. I presenti non sono preparati quanto lui, le vostre idee non saranno mai all’altezza delle sue e se le proponete è infastidito, salvo poi magari utilizzarne una prendendosene la paternità.
L’autore o lo sceneggiatore invadente: non ha capito che la storia non è solo sua e mette il becco su qualunque vostra scelta. “Io non lo immaginavo così nella mia testa.” Il grande classico horror. Viene da chiedersi perchè non disegni le sue storie… Ah già, non sa disegnare.
L’art director terrorista: vi dice che la tavola serve per l’altro ieri. Dopo 72 ore ininterrotte di lavoro, gli spedite il file pronto e scoprite che è partito. “Ah scusami, ero in vacanza da tre settimane. A Bali.” Ci tiene anche a farci sapere che non si è limitato a spostarsi in Romagna.
L’editore alla festa esclusiva. Con un po’ di fortuna è simpaticissimo e ovviamente molto corteggiato durante il brunch o la serata. Ma potreste anche scoprire che in realtà vive nella convinzione che le sorti del mondo dipendano da lui. E anche la vostra, soprattutto.
Se le persone importanti vi mettono soggezione la frittata è fatta: passerete tutto il tempo a chiedervi se siete all’altezza di rivolgergli la parola e vi trascinerete dai tramezzini alla sala mostra con un sorriso ebete che sperate di non incrociare mai in uno specchio.
Last but not least, il collega miracolato. A leggere ciò che scrive, sembra che solo lui lavora e lo fa solo a cose belle, meravigliose, e tutti gli fanno i complimenti ogni ora della commissione e si ritengono talmente fortunati a lavorare con lui che nemmeno Moebius o Toppi potrebbero essere una scelta migliore di lui.
Attenzione perchè avercelo sui social network è come avere un’aspirante Miss Italia. Quando meno ve lo aspettate, vi alzate una mattina con l’emicrania e la luna storta e nei feed leggete il suo ennesimo post in cui ringrazia il team, ma anche la mamma e le prozie “Grazie, per avere creduto in me!” e vi chiedete se lo stia scrivendo in diretta dal pulpito degli Oscar con le lacrime agli occhi.

Provare invidia o senso di inadeguatezza è un attimo, anche se l’ultimo mese abbiamo avuto solo una domenica per vestirci come esseri umani e non sembrare scappati di casa e quindi siamo consapevoli di avere come si suol dire, lavorato come schiavi.

 

Soluzioni:
E allora, come si fa?
Lavorare su un eremo non si può.
Secondo l’autore dell’articolo originale, infatti, dobbiamo sviluppare delle buone capacità di comunicazione.
Bisogna accettare l’idea che no, non tutte le persone che si interessano di ciò che amiamo anche noi sono adatte al nostro modo di essere e di percepire. Non tutti possono essere simpatici e non a tutti possiamo andare a genio.
Inoltre, non possiamo passare il nostro tempo a screditare le opinioni degli altri, ma nemmeno dobbiamo sforzarci di compiacere ad ogni costo qualcuno. 
Qualche settimana fa spiegavo a una mia amica e collega quanto mi piacessero i lavori di una illustratrice che entrambe conosciamo. Ho scoperto che lei li trova altamente insipidi perchè i personaggi non sono espressivi. Io ho riconosciuto che ciò che sosteneva la mia amica è vero: solo che io non lo vedo necessariamente come un grave difetto, soprattutto perchè nel mercato in cui lavora questa collega l’espressività dei personaggi non è qualcosa di necessario. Perchè lo riporto come esempio? Per farvi capire che ciò che infastidisce una persona, può non costituire un problema per qualcun altro.
McGuinness scrive che a volte “si tratta di farsi una pellaccia spessa per il rifiuto e la critica. Mostratemi un creativo che non abbia mai sofferto per un ostacolo o una cattiva recensione e starete puntando il dito a una superstar”.
Anche quando ammiriamo qualcuno cerchiamo di non enfatizzare troppo la sensazione che sia ultraterreno.
Questo vale per un artista che amiamo o per l’editore con cui vorremmo lavorare, che appunto magari in realtà è simpatico e carino e non sa perchè ci siamo stampati in faccia quel sorriso ebete e un po’ inquietante dallo scorso brunch.

Una menzione d’onore poi meritano timidezza e introversione, che l’autore dell’articolo cita per primi, ma che ho lasciato per ultimi per chiudere in gran bellezza.
Io ve lo dico col cuore in mano: odio le feste. Odio i vernissage. Odio le occasioni mondane in cui si va a fare ciao ciao con la manina e il vestito buono. Ho il terrore dei saloni pieni di gente, essere fotografata mi mette il disagio massimo.
Sono introversa, anche se non timida.
Né la timidezza né l’introversione giustificano una totale chiusura alle persone. Il mestiere di disegnatore richiede molto tempo da soli, ma anche delle (tadaaan!) capacità di comunicazione. Fa parte del gioco.
Serve per lavorare, perchè e questo è valido in quasi qualunque ambito lavorativo, i contatti sono importanti. In gergo lo chiamano “fare network” (qui nella super business Milano anzi, è l’espressione più in voga).
Non sto parlando di raccomandazioni (vi vedevo già lì a dire “e ti pareva, che Paese ingrato!) ma della giusta dose di savoir faire che aiuta ad allacciare collaborazioni, progetti, e a conoscere persone con cui costruire qualcosa o più semplicemente stringere amicizie stimolanti.
Può essere interessante; se siete degli estroversi super amichevoli e compagnoni la cosa potrebbe non suscitarvi un grande problema ma in caso contrario potete studiare degli escamotage. Io per esempio ho scoperto che se compro degli occhiali strani con cui presenziare agli eventi mi sento molto a mio agio.
E’ un po’ una carnevalata, ma mi diverte, e quindi perchè no?
Pensiero divergente, soluzioni personalizzate!

Per concludere, vorrei dire che non si parla mai abbastanza di blocchi creativi. Un po’ perché, come scrivevo nel mio scorso post, ognuno di noi pensa di essere il primo a sperimentarne uno o di viverne uno di quel livello e un po’ perchè ciascuno di noi se ne vergogna per motivi differenti.
L’importante è invece tenere a mente che non siamo mai, né in tale momento né in assoluto i primi a provare quelle sensazioni e a vedersi materializzare in mente un certo genere di pensieri inerenti la nostra creatività e il nostro valore come disegnatori o pittori o scrittori, o sceneggiatori, o scultori o musicisti...

Riconoscere invece che tipo di blocco (o di più blocchi coesistenti) stiamo passando ci consente di affrontarlo invece che subirlo.

Sono molto curiosa di sapere se e come avete affrontato dei blocchi creativi: se è vero che siamo tutti diversi e non per tutti funziona la stessa cosa, abbiamo dei territori comuni e delle analogie che ci rendon simili. I commenti sono aperti, anche se moderati. :)

 

Ti potrebbero interessare:

Commenti

commenti

    1. Dario Del Nista 23 luglio 2014
    2. Maddalena 8 settembre 2016

    Scrivi un commento