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Asterisk “Dieci cose che ho imparato” – di Milton Glaser
27/09/2013 Morena Forza in Creatività / 7 responses

Stasera mentre mi rilassavo lavando i piatti avevo già deciso che avrei passato la serata a guardare “Breaking Bad”. Sono quindi tornata a PC solamente per chiudere, quando tra i feed di Facebook (che ho imparato a selezionare con grande scrupolo, di modo che appaiano solo cose interessanti e inerenti la creatività e poche altre cose che mi piacciono o mi interessano davvero) la mia attenzione è stata catturata in extremis da un post di Ilaria Falorsi, un’illustratrice che seguo anche perché amo i suoi lavori.
In questo post riportava un articolo da Il Sole 24 Ore del 2008 tradotto da un’intervista rilasciata dal famoso designer ed illustratore statunitense Milton Glaser.
Glaser è classe 1929, quindi come già immaginavo, sapeva probabilmente il fatto suo in tema di creatività, disegno e anche di mestiere.

Potevo limitarmi a postare unicamente il link sulla nostra pagina Facebook, ma a dirla tutta mi sarebbe sembrato molto limitativo.
In primis perché i link sulla pagina finiscono spesso nel dimenticatoio aggiornando con post nuovi (e in effetti è per questo che decisi di aprire il blog, per raccogliere i post più interessanti su ciò che trovavo o volevo condividere) e poi perché mi piacerebbe riportare degli stralci che mi hanno fatta particolarmente riflettere.

Sono sicura che ad ogni disegnatore, creativo o anche semplicemente ad ogni persona, salterebbero all’occhio cose diverse, infatti suggerisco vivamente di leggere l’intero articolo.
Merita proprio un’attenta lettura.

Mi piace molto quando un discorso ma ancora di più uno scritto mi portano ad una riflessione, se non addirittura a rivedere certe convinzioni radicate.
Perché di più uno scritto? Perché posso rileggere le parole, soppesarle, confrontarle coi miei pensieri, assorbirle e rielaborarle. Che è poi il motivo per cui sono da sempre un’appassionata divoratrice di libri.

“The secret of Art” –  Milton Glaser

I miei passi preferiti da “Dieci cose che ho imparato” di Milton Glaser

1) Lavora solo con persone che ti piacciono. […]
“Ho scoperto che tutto il lavoro che ho fatto e che ha un qualche significato era il risultato di una relazione positiva, affettiva, con il cliente. “

Secondo me questo punto è facilmente fraintendibile, soprattutto nella versione integrale dell’articolo.
La chiave della riflessione, per me, è questa: “tutto il lavoro che ho fatto e che ha un qualche significato”. Naturalmente non tutte le commissioni che si fanno per mantenersi hanno sempre un grande significato; a volte, personalmente, corrispondono solo al pagamento del carissimo mangime per gatti con cui vizio i miei.
Però sì: quelle che mi hanno dato più soddisfazione, quelle a cui ho lavorato imparando, che mi hanno dato qualcosa a livello umano e professionale, sono state le commissioni nate con clienti collaborativi, comunicativi, affini.
Milton Glaser sicuramente può scegliere per chi lavorare e per chi no, a me può capitare meno. Ma quando capita e scelgo bene non me ne pento.
Al di là del cliente poi, c’è tutto il discorso sulle collaborazioni. Quest’anno mi sono trovata a scegliere delle persone per delle iniziative di lavoro o artistiche e ho imparato che la selettività porta a sinergie fruttuose. Quando qualcosa funziona nel rapporto collaborativo con qualcuno lo percepisci e ne vedi i risultati.

3) Certe persone sono tossiche. Evitale.
[…]
 “La cosa importante è che c’è un test per determinare se la persona con cui avete una relazione, in quella relazione è tossica o positiva. Eccolo: dovete passare un po’ di tempo con questa persona, andare a bere qualcosa o a cena o a una partita di calcio. Non importa, ma alla fine dovete chiedervi se vi sentiti più o meno energizzati. Se siete più stanchi, siete stati avvelenati. Se avete più energia, siete stati nutriti. Il test è praticamente infallibile e vi suggerisco di usarlo per il resto della vostra vita.”

Questa riflessione è saldamente legata al punto uno. Ci sono collaborazioni e rapporti che funzionano e altri che semplicemente, no. E non è colpa di nessuno.
E’ una cosa che mi sono annotata proprio in questi ultimi mesi. A grandi linee non credo che, salvo casi eccezionali, ci siano persone sbagliate. Penso che ci siano persone compatibili e incompatibili.
Alcune possono persino starmi simpatiche, avere dei punti in comune con me, ma essermi comunque incompatibili.
Pretendere che funzioni con chiunque è irrealistico e presuntuoso, ma soprattutto dannoso.
In un capitolo del libro “La via dell’artista” Julia Cameron parla anche di alcune persone particolarmente tossiche per chi coltiva la propria creatività, a prescindere dal campo in cui si diletta. Li chiama “artistofagi”. Sono quelle persone che svalutano il nostro lavoro, sono quelle che ci tolgono il tempo per noi stessi e le nostre passioni per assorbirlo completamente, sono quelle che magari non hanno potuto o saputo o avuto il coraggio di coltivare le proprie doti e vederle esercitate dagli altri le indispone. Le ho descritte a grandi linee, ma la Cameron lo fa molto meglio.
In ogni caso: nessuno ci obbliga a frequentarle. Essere selettivi è un sacrosanto diritto, visto che il nostro tempo è limitato: non è meglio impiegarlo con persone che valorizzano ciò che facciamo, con persone affini?
E soprattutto domandiamoci: noi ci rendiamo tossici per la creatività altrui? Quanto la nostra invidia magari avvelena le cose?

4) La professionalità non è abbastanza e il buono è nemico dell’ottimo 
“All’inizio della mia carriera ambivo a essere un professionista, era la mia unica aspirazione, i professionisti sembravano sapere ogni cosa e venivano anche pagati per questo. Dopo aver lavorato per un po’ scoprii che la professionalità poteva essere un limite. Dopo tutto, ciò che la professionalità davvero significa è “riduzione dei rischi”.
[…]
Nel nostro campo la professionalità non è sufficiente. Ciò che più ci viene chiesto è di trasgredire continuamente. La professionalità non permette questo perché la trasgressione ha in sé il rischio del fallimento, e l’istinto naturale di un professionista è di non fallire, di ripetere i successi che ha ottenuto in passato. Quindi aspirare al professionismo per tutta la vita è un obiettivo limitato.”

Beh lo ammetto, questa mi ha aperto tutta una nuova visione della faccenda.
Sono professionista da 3 anni in modo “pieno e regolare” e in effetti l’assuzione del rischio è la cosa più difficile da parte mia. Sono prudente e diffidente di natura e spesso questo mi porta a non esplorare nuove possibilità per paura di perdere tempo.
Ma ora che ci penso non sono così sicura che sarebbe stato tempo perso.
Magari la qualità di certi elaborati sarebbe migliorata, magari avrei imparato cose nuove, o avrei imparato cosa NON fare.
Certi punti saldi vanno mantenuti ma in effetti l’amore per il mio lavoro lo percepisco di più quando mi butto in una ventata di “Chissà come andrà”. Che è poi la scintilla che mi è saltata in mente quando mi sono detta “Lascio tutto e faccio l’illustratrice!”
E anche quando ho preso altre decisioni in tempi rapidi. A volte va bene, altre volte meno bene. A volte è un disastro, ma in definitiva le cose migliori nascono proprio da quel pizzico di incoscienza che tutti ci sconsigliano, da quel momento in cui non sai se funzionerà e pensi un timido “proviamo…”.
Del resto l’alternativa è una realtà limitata.

6) Non bisogna fidarsi dello stile 
“Uno stile non merita fedeltà. Devo dire che per vecchi professionisti questo è un problema, perché oggi la nostra professione è spinta da considerazioni economiche più che da qualsiasi altra considerazione. I cambiamenti di stile in genere sono legati a fattori economici, come sa chi tra voi ha letto Marx. E poi compare sempre una certa stanchezza nelle persone quando vedono la stessa cosa per troppo tempo. Quindi ogni dieci anni circa c’è un cambiamento di stile e le cose vengono fatte in modo da sembrare diverse. I caratteri passano di moda o diventano di moda. Se sono molti anni che lavori come grafico, hai il problema di come comportarti. In fondo, ognuno di noi sviluppa un suo vocabolario, una forma che è solo sua. E’ un modo per distinguerti dai tuoi pari e per crearti un’identità nel settore. Come mantenerti fedele ai tuoi canoni e a ciò che ti piace fare diventa un atto di equilibrismo. La scelta tra scegliere il cambiamento o mantenere la tua forma distintiva diventa difficile. Abbiamo tutti visto il lavoro di illustri professionisti passare d’un tratto di moda. Anche se più precisamente, non passa di moda, non invecchia, ma sembra a un tratto appartenere a un altro momento storico. “

E’ una considerazione bellissima e piena di significato.
Anche se dal mio punto di vista è importante riconoscere e sapersi destreggiare nel nuovo.
Essere illustratore o fumettista (ma specie il primo) è anche questo.
Lo stile è innegabilmente importante, purché non diventi un limite. E’ uno strumento per lavorare e per esprimersi.

7) Il tuo modo di vivere cambia il tuo cervello 
[…]
“Tendiamo a credere che la mente influenzi il corpo e che il corpo influenzi la mente, ma non crediamo che tutto quello che facciamo abbia una conseguenza sul cervello. Sono convinto che se un uomo inveisse contro di me dall’altro lato della strada il mio cervello potrebbe subirne un qualche effetto e la mia vita potrebbe essere diversa. Ecco perché le mamme ci suggeriscono di evitare le cattive compagnie. Hanno ragione. Il pensiero cambia la nostra vita e il nostro comportamento. Penso che il disegno funzioni nello stesso modo. Sono un grande sostenitore del disegno, non perché penso che tutti debbano diventare illustratori, ma perché credo che il disegno cambi il cervello esattamente nel modo in cui la ricerca della nota perfetta cambia il cervello di un violinista. Il disegno inoltre ti rende più attento. Ti costringe a fare attenzione a ciò che stai guardando, che non è una cosa facile.”

Lo ammetto, questa è proprio la mia preferita su tutte.
Un po’ perchè ho sempre pensato che il disegno ci insegni prima di tutto ad osservare con gusto critico ciò che ci circonda, un po’ perchè ho sempre percepito che ogni sfumatura della nostra vita ci plasma.
Siamo ciò che scegliamo di essere a seconda di come reagiamo alle cose, come se fossimo il riflesso di ciò che ci è attorno.
E poi c’è la questione “ritmo”: a volte rischio di diventare noiosa quando vengo a conoscenza che qualcuno fa le sei del mattino e si sveglia a mezzogiorno, oppure non dorme per giorni per disegnare, o non mangia o conduce una vita sregolatissima.
E’ chiaro, ognuno fa ciò che vuole. Ma non dimentichiamo che il corpo è un mezzo di espressione. Se proprio non lo vogliamo vedere con l’amore che merita, mettiamola in termini economici: il corpo è una risorsa economica. Qualunque mestiere vogliamo fare, ci servirà.
Il cervello ne fa parte. Le mani ne fanno parte, gli occhi ne fanno parte.
Curarli è importante se non vogliamo ci abbandonino malamente. Anni fa, io mi sono ammalata di ansia e di nervi dormendo poco, so quello che dico.
Esistono delle esigenze che vanno rispettate. Inoltre tenere orari simili al resto dell’umanità è un deciso vantaggio lavorativamente e socialmente parlando.

8) Il dubbio è meglio della certezza 
“C’è un diffuso senso di essere nel giusto nel mondo dell’arte e del design. Forse inizia a scuola. Spesso gli istituti d’arte o le scuole di design iniziano con il modello di Ayn Rand, secondo cui una personalità singola può contrastare le idee della cultura che lo circonda. E’ una teoria vera fino a un certo punto. Secondo la teoria dell’avanguardia un individuo può cambiare il mondo, ma è vero fino a un certo punto. Uno dei segnali da cui capire che un ego è stato danneggiato è la certezza assoluta. Le scuole incoraggiano l’idea di non scendere a compromessi e difendere il tuo lavoro a ogni costo. Ma in realtà quando si lavora scendere a compromessi è la cosa più importante. Devi sapere come scendere a compromessi. “

Pura saggezza e non ho quasi altro da aggiungere.

Per chiudere questo post, segnalo che Milton Glaser ha pubblicato sempre nel 2008 il libro “Drawing is Thinking“, letteralmente “Disegnare è pensare”.
Prossimo libro sul mio comodino!

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7 comments on ““Dieci cose che ho imparato” – di Milton Glaser

  1. Ti ringrazio per renderci partecipi delle tue esperienze ed emozioni. Mi sono utili per trovare il coraggio di dire " lascio tutto e faccio l'illustratrice". Lo sogno da quando avevo 3 anni. E invece ho tentato di entrare nella scuola: concorsi, supplenze, 5 abilitazioni e 27 anni di precariato per vedersi sempre soffiare il posto all'ultimo momento. Ora basta, non ha senso insistere. Non era quello che sognavo. Ma è difficile promuoversi alla mia età, anche accontentandosi delle briciole. L'altro giorno ho visto questo documentario https://www.youtube.com/watch?v=GHNnBuCLjUs che mi ha ricordato i miei sogni, ma non saprei da dove iniziare. grazie e spero a presto

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