Il primo workshop di RDD a Roma: considerazioni di cui far tesoro

Sono passate un po’ di settimane da quando ho scritto l’ultimo post (escludendo quelli informativi
relativi alla formazione e i concorsi).
Mi dispiace enormemente, ma ho dovuto constatare che strutturare un workshop intero, seppure con
un’altra valdissima persona, toglie tantissimo tempo e richiede una serie di energie mentali non
indifferente.
 I risultati però sono stati persino meglio di ciò che speravamo!
 Mi sto riferendo al workshop “Dal sogno al mestiere”, il primo “by RDD” che ho steso
con Ilaria Urbinati in un uggioso pomeriggio all’inizio dell’anno davanti a una bella tazza di earl grey.
 Avevamo pensato a lungo dove proporlo e credevamo che avrebbe avuto luogo inizialmente nelle
nostre città di origine, Milano e Torino.
Invece non è andata così; tornata a casa vidi un’email in cui mi si diceva che “Pensavamo di fare un
workshop qui in negozio…”
Un negozio a Roma.
Perchè non iniziare dalla capitale? E poi la sincronia per cui io e Marta di Amanei a Roma avevamo
deciso di fare un workshop negli stessi giorni mi sembrò troppo bella per lasciarla cadere.

 Dietro un corso ci sono tanti momenti.
Pensavo ci fossero tante cose, invece no. Ci sono proprio momenti.
Momenti in cui raccogli informazioni, altri in cui scrivi oppure organizzi, altri ancora in cui pensi
“Funzionerà?”.
E poi c’è il momento in cui si incontrano i corsisti ed è la cosa che ho preferito su tutte.

 Io e Ilaria siamo arrivate a Roma di sabato, giusto in tempo per radunarci attorno al tavolo di un
ristorante giapponese con alcune illustratrici (per poi parlare principalmente di telefilm e di Marvel,
oltretutto) e con la solita fortuna di noi nordici, per ritrovarci nella capitale con la pioggia che
avevamo lasciato in pianura padana.
La domenica mattina, sfidando pozzanghere, ombrelli dai puntali assassini e grintose vecchiette
romane disposte a malmenare furgoncini e passanti, abbiamo raggiunto Amanei in Via Parione (poco
lontano da Piazza Navona) scoprendo che in negozio ci stavano già aspettando un po’ di persone.
Aiuto!

 Marta però, che ha coordinato l’evento, è una persona straordinaria e facendoci trovare biscottini e
un ciambellone al cacao, tè, caffè e cioccolata, ha immediatamente rotto il ghiaccio.

Un bel vaso di fiori dai colori vivaci è servito a spazzare via il grigio
del tempo atmosferico fuori dalla vetrina.

Ero curiosa di sapere cosa avrei imparato a questo workshop.
Qualcuno si chiederà: ma come, non andavi ad insegnare tu?
Certo, io e Ilaria.
Ma una cosa non esclude l’altra e noi lo sapevamo molto bene avendo già insegnato in passato.
Eravamo curiose di vedere come si sarebbe verificato questo scambio di energie tipico di quando un
corso viene bene, e noi volevamo venisse bene ad ogni costo.
Il nostro approccio è stato quello di scegliere la spontaneità. I virtuosismi non ci piacciono.

A nostra volta seguiamo corsi e workshop brevi ogni volta
che possiamo, quindi sappiamo cosa ci si aspetta da questi corsi; il tempo è poco, il programma
intensivo, il ritmo serrato
.
Una lezione soporifera di 5 ore ci avrebbe catapultate nell’orrendo ricordo del liceo. Quindi non si poteva fare: via
all’azione!

Tutti i colori del workshop :)

 E’ stato un workshop colorato, tranquillo ma sempre vivo e partecipe e questa è in definitiva la cosa
che mi è piaciuta di più e ci ha soddisfatti molto.

Come previsto, il corso ci ha spinte a capire parecchie cose che non avevamo considerato oppure
avevamo un po’ accantonato; questo entrando in contatto con persone più giovani o più grandi di
noi, ciascuna col suo vissuto, il proprio personalissimo itinerario, i propri progetti e i propri sogni.
Il seme di un sogno c’è in ognuno di noi; con questo workshop volevamo che trovasse il giusto
terreno in cui buttar fuori le radici e iniziare a crescere, perchè un inizio c’è sempre ed è
fondamentale.

Dopo entrambe le giornate io e Ilaria ci trovavamo sul treno Roma-Civitavecchia (ci siamo concesse
uno splendido soggiorno da due cari amici che ringrazio per l’ospitalità ineguagliabile) chiacchierando
sulle mille considerazioni post corso. Nonostante gli occhi stanchi la soddisfazione di entrambe era
palpabile.

 Il mestiere dell’illustratore richiede una serie di mosse e “strategie” che spesso si tende quasi a
nascondere, come se queste costituissero un segreto di Stato.
Noi siamo state felici di comportarci diversamente e di avere coinvolto chi sta intraprendendo questa
strada o sta decidendo di farlo.

Come dicevamo durante il corso, i sogni non ce li regala nessuno. Non possiamo apettare che
qualcuno ci dia il permesso di darci da fare per inseguirli, è qualcosa che parte da noi.

Però non è nemmeno giusto che i sogni debbano essere così difficili ad ogni costo o vengano di
continuo screditati da persone esterne; quindi il corso non è stato del tutto “tecnico”.
Personalmente non credo nell’approccio cinico ed elitario di certi “addetti al mestiere” (autori,
illustratori), credo invece che tutta questa paura di condividere nasca da quella che alcuni testi
americani chiamano “la sindrome del braccio davanti”, per cui appena si sa una minima cosa si corre a
nasconderla ben bene.
Come sapete ho aperto RDD proprio per questa sindrome del braccino davanti, che non sopporto.
Quindi formulare un workshop è stata un’esigenza profonda per parecchio tempo.
La partecipazione è stata così calorosa e vivace che ha confermato proprio ciò che pensavo: in
Italia l’ambiente non è affatto morto come insinuano certe persone dall’alto del loro cinismo
.
Semplicemente non c’è abbastanza comunicazione, e quella inizia da noi.
Da voi che leggete questo articolo; da voi che siete venuti al workshop e forse verrete ai prossimi (il
corso è itinerante! Stiamo cercando luoghi che ci ospitino a Firenze, Bologna e Milano, e la data a
Torino dell’8 e 9 giugno ha già aperte le iscrizioni) , da voi che seguite la pagina e diffondete i post.

 Mi ha colpito anche la forse eccessiva modestia di alcuni bravissimi futuri illustratori che abbiamo
avuto al workshop. Dietro sguardi timidi e pieni di remore si scoprivano delle tavole che erano dei veri
gioielli!
Anche questo mi ha fatto riflettere: forse non c’è abbastanza attenzione al potenziale di studenti che devono lanciarsi nell’ambiente.
 Insomma: aprivamo questi portfolio e scattava l’effetto Wow. Un vero e proprio sonoro mormorio
davanti a tanta bellezza. Forse non circola abbastanza fiducia nei propri mezzi. Un vero peccato.

Le foto non possono rendere l’effetto Wow! ;)

L’ho sempre detto, Roba da Disegnatori non l’ho mai sentito come qualcosa di propriamente “mio”.
Non scrivo (solo) per me ma soprattutto per rendere fruibili informazioni che non sono al momento
abbastanza in circolo in questo Paese.
E questo workshop lo sentivo necessario. Lo sento necessario.

Dopo questi giorni a Roma so che la nostra idea davanti a quell’earl grey è stata rivelatrice.

Ed è stato bello vedere che l’esigenza di mettersi in gioco è stata così presente nelle iscrizioni prima
e nella partecipazione poi.
L’illustrazione è un mestiere solitario per la maggior parte del tempo; ogni tanto venire a contatto
con il resto del firmamento dei creativi è davvero rinfrescante.

Di giorno i corsisti (tutti bravissimi, e non scherzo! Io e Ilaria avevamo gli occhi stellati la maggior
parte del tempo) , di sera davanti alla nostra tisana il workshop “continuava”; non solo ripensando
alle tavole che ci venivano sottoposte da Amanei, ma anche al nostro stesso lavoro e ai nostri
approcci e ritmi lavorativi, confrontandoli in modo critico e spassionato.

 Se esiste quel tipo di confronto negativo che spinge a fossilizzarsi sull’osservazione di ciò che fanno
gli altri e crogiolarsi nella propria presunta inferiorità, esiste anche quello per cui si rivedono certe certezze negative e soprattutto si
ridimensionano dei problemi che nei nostri cantucci al tavolo da disegno o alla scrivania sembrano
enormi.

 Qui scrivo quello che ho detto al workshop a Roma: non abbiate paura di dire cosa sapete, non vi
verrà rubato.
Tornerà indietro con informazioni aggiuntive. Imparerete, vi arricchierete, farete amicizia,
conoscerete le persone oltre che il disegno.

Lasciate da parte quell’ideale di artista bohémien che non si slaccia con nessuno, quella è roba morta ai primi del Novecento.
Siamo nell’epoca della comunicazione in cui praticare la propria creatività può e deve essere qualcosa
di sano e gioioso e gratificante.

E per questo servono anche gli altri!

 L’abbiamo re-imparato con questo corso e speriamo di averlo trasmesso.
A presto!
 Morena (e Ilaria)

Grazie a Elisa Moriconi per le fotografie.

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    1. Gaia Marfurt 9 maggio 2013
    2. Pamily Soul 9 maggio 2013
    3. Rebechan 9 maggio 2013
    4. Arianna 10 maggio 2013
    5. marina laurenti 11 maggio 2013

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