Cosa sei e cosa fai? Attento a ciò che rispondi: potrebbe essere usato contro di te.

Ho passato mesi, anni, a sentirmi inadeguata davanti alla faccia inebetita di chi chiedendomi che mestiere facessi, poi in pratica non accettasse la mia risposta.
Ho passato mesi e anni a fare in modo che una sola occhiata di sufficienza o indignazione o un’osservazione sarcastica o una domanda provocatoria minassero il mio entusiasmo verso il mestiere creativo.
Anche solo per un istante: è quell’attimo in cui tu rispondi di essere disegnatore e si alternano domande come “ok, ma io dico di lavoro vero cosa fai?” o “ma tu ti ritieni un’illustratrice?”.
Mi sono addirittura sentita dire che una persona è illustratore o fumettista solo se è famosa, se no è un hobbista.
Le persone in genere si perdono un concetto vitale importante: le sfumature.
No, non si è illustratori solo se si è Roberto Innocenti o Shaun Tan.
Non si è fumettisti solo se ci si chiama Giorgio Cavazzano o Massimiliano Frezzato.

Noto comunque che la polemica da parte di “esterni” all’attività creativa (commerciale o non, è indifferente) ha luogo piuttosto facilmente.
Siamo già terrorizzati davanti alla parola “artista”.
Frasi tipo:
“Eh, e si definisce artista, ma chi si crede di essere.”
“Non posso mettere <<artista>> altrimenti sembrerò spocchioso e presuntoso”.
Sentiamo tutti l’indole artistica che alberga in noi (altrimenti non ci metteremmo a disegnare, dipingere, scolpire, scrivere, suonare) ma non osiamo dirlo perchè “altrimenti che penseranno di me? Che sono un presuntuoso… Non sono all’altezza.”
Se andiamo a leggere qualunque contratto estero o manuale di professione, ci accorgiamo che il termine “artista” non ha quel peso che noi italiani gli diamo. Che la parola “artista” non viene utilizzata per darsi arie di superiorità. Definisce solo qualcuno che svolge, dal punto di vista tecnico o contrattuale, un’attività nelle arti visive.
Ma per misteriosi motivi probabilmente arcaici, risalenti ancora al concetto di artista dei tempi dei macchiaioli (o forse persino prima! Diciamo del Rinascimento) noi italiani siamo convinti che il termine “artista” sia troppo, che attenzione oh, va osato con accortezza, e ci sono salotti bene che decidono chi può essere un artista e chi no. E così il termine artista, nella nostra Italietta, resta caricato di quel peso eccessivo che in realtà non avrebbe e che siamo noi, uno per uno, a dargli e al tempo stesso a subìre in un imbarazzato silenzio.

Ma non è finita qui; se abbiamo già rinunciato ad utilizzare il termine <<artista>> per timore di essere sbeffeggiato o criticato (chiunque dice “io non sono un artista eh per carità” sta solo cercando di non sembrare offensivo o presuntuoso, fidatevi. Anche con sè stesso magari,ma è così) adesso anche i termini <<fumettista>> e <<illustratore>>  stanno diventando eccessivi. O meglio, danno fastidio a una fascia di persone che ancora non ho ben inquadrato. Alcuni sono artisti loro stessi, altri no.
“Eh! Sarà mica illustratore, guarda come disegna!”
“Sarà mica un fumettista, e chi l’ha detto?”
Nemmeno fossero titoli nobiliari!
Le persone che fanno queste osservazioni infatti mi ricordano tanto, da appassionata di società Ottocentesca, quei nobili che portatori di un titolo da trecento anni si inferocivano coi parvenu, persone di natali plebei che però erano riuscite con talento e ingegno ad arricchirsi tanto e quanto più dei nobili e soprattutto a far parte dell’alta società.
Non suona patetica come cosa? Tra l’altro screditare qualcuno, rifletteteci, è dargli importanza. Se non dessimo importanza a una persona non avremmo bisogno di “abbassarle le ali”.
Eppure guardate, è patetico quanto indignarsi perchè una persona si definisce illustratore o fumettista.
Non ha senso che io illustratore Pinco Pallino sia offeso dal fatto che Tizio Caio si ritenga anch’egli illustratore. In che modo mi fa torto? Lo ritengo un artista mediocre? E chi se ne frega, per me può firmarsi come vuole.

Sono arrivata a sentirmi dire riguardo a Facebook “Voi illustratori siete degli esaltati ridicoli. Che mi rappresenta mettersi Marco Rossi Illustratore? Come se io mettessi Carlo Bianchi commesso di banca”.
Rendiamoci conto che persino il nome di un’attività in uno stupido profilo Facebook causa fastidio.
Sorvolando che la gente non ha proprio altro a cui pensare, mi sembra che molti ce l’abbiano proprio con lo svolgere un’attività creativa in generale. Se solo osi metterti “illustratore” nel profilo sei uno sciocco borioso e presuntuoso.
Magari lo vorrei utilizzare (unito al fatto che spesso utilizzo un mio disegno nell’immagine profilo piuttosto che una mia fotografia) per aggiungere colleghi e almeno uno dice “Ah ok, è un illustratore.”
E anche se io fossi orgogliosa di fare questo mestiere, perchè non potrei? Dà proprio fastidio il concetto che una persona possa essere soddisfatta di ciò che fa. Come se fosse una colpa terribile. Se il lavoro non ti ammazza a sangue e non ti frustra ogni singolo giorno della tua vita, non è lavoro.

In Italia potreste, come avevo io, avere un bel lavoro. Potreste avere
una famiglia e la salute. Eppure, sarete sempre MENO felici di quel che
potete essere. E questo perche’ se siete felici  TUTTI, ma proprio TUTTI,
HANNO QUALCOSA IN CONTRARIO
Uriel Fanelli da “Il problema della felicità” (articolo che invito caldamente a leggere; lungo ma vale la pena)

La mia reazione ,così su due piedi, è stata quella di irritarmi. Poi siccome la sensazione di fastidio non passava, ho deciso di rifletterci sopra. Quando si guarda dall’esterno un fastidio, qualunque esso sia, si rimpicciolisce. E anche stavolta per me ha funzionato.

Mi sono tornate in mente alcune righe di Osho lette qualche giorno fa:

“Quando qualcuno ti chiede “Chi sei?” e tu rispondi “Sono un ingegnere.” la tua risposta è errata.
Come potresti mai essere un ingegnere? L’ingegnere è ciò che fai, non è ciò che sei.”

E secondo me in queste righe risiede proprio il motivo del fastidio per l’etichetta “illustratore” o “fumettista” o peggio ancora “artista”, percepito sia da parte di chi lo è, sia da parte di chi invece non svolge un’attività creativa.
Trovo che il concetto espresso da Osho sia affascinante e condivisibile ma solo per metà.
Se è verissimo che disegnare è solo un’attività, per alcuni diventa uno “stile di vita” (cit. Marc Boutavant).
E non è darsi un limite: è sentirsi espressi al massimo.
Io faccio l’illustratrice ma sono anche un’illustratrice.
Non sarò solo quello, è ovvio. Sono anche una gattara impenitente, un’appassionata di storia, sono anche un’insegnante a volte, sono una giardiniera mediocrissima ma animata da buone intenzioni. Sono mille altre cose come lo è chiunque. Ma resto un’illustratrice. E’ la mia natura, è quello che sono che si rispecchia in quasi ogni cosa che faccio.
Non penso che un disegnatore sia una persona migliore di quanto possa essere un commesso di banca o un ingegnere o un medico o un gelataio; anzi in alcuni casi una persona che disegna può essere detestabile. Ma è un disegnatore.
Come altro definirlo? Ammesso che ce ne sia davvero necessità. Le definizioni servono per gli altri, raramente per noi stessi.
A me è stato chiesto “Ma tu ti reputi un’illustratrice?”. Sì, mi reputo un’illustratrice. Problemi?

Io mi rivolgo a chi critica una persona con frasette tipo “e si ritiene un disegnatore!”. Lasciate che ognuno si ritenga ciò che vuole. Non preoccupatevi, non vi farà alcun male. Non avrà alcun effetto sulle vostre vite. A meno che non stiate cercando di scaricare sugli altri la vostra insoddisfazione, naturalmente.
Mi rivolgo agli illustratori e ai fumettisti che storgono il naso davanti ad altri illustratori e fumettisti: lasciateli dove sono. Che fastidio vi danno? Voi continuate a fare le vostre cose e loro faranno le loro. Nessuno vi costringe ad apprezzare tutti.
E mi rivolgo anche a chi invece non sa mai cosa rispondere quando riceve queste osservazioni. Rispondete che siete disegnatori, che è solo una parola, e che sono gli altri a dargli un peso eccessivo facendovi quella domanda provocatoria o quell’osservazione e non voi.
Voi avete solo detto cosa siete e cosa fate.

Ognuno ha diritto di essere cosa vuole e di sentirsi cosa vuole.
Diffidate di chi ha bisogno costante di “ridimensionarvi”.
Non lo sta facendo per voi. Lo sta facendo per sè stesso.

Anzi, la mia speranza è che in un tempo non troppo lontano, si arrivi a sdoganare il termine <<artista>>. Trovo che il Babau rappresentato da questa parola sia a dir poco ridicolo quando nel resto del mondo non crea nessun problema.
Un artista non va esposto necessariamente al Moma di New York. Non vince necessariamente la Caldecott Medal.

Da http://mountain2mountain.wordpress.com/2012/10/30/a-space-for-art-emerges-in-kabul/

“Artista” è un modo di essere e di sentire. Non fa del male a nessuno.

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    1. The H Lazarus 6 novembre 2012
    2. Gaia Marfurt 6 novembre 2012
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    20. Anonimo 28 novembre 2012
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      • ilbassottochedigitadal762010 18 dicembre 2012

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