Ma quanto si guadagna a far libri? – di Davide Calì

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 In molti pensano che quello del libro per bambini sia un mercato redditizio.
Di certo lo è, se paragonato al resto: i libri per bambini sono di fatto – in Italia e non solo – i libri più venduti.
Ma si può vivere scrivendo e illustrando libri per bambini?
Ho pensato di rispondere a questa domanda, rispondendo in realtà a una decina di domande-tipo che dovrebbero illustrarvi più o meno come funzionano le cose.

Qual è la percentuale di guadagno per un autore di album illustrati?
Il contratto standard prevede il 10% sul prezzo di copertina per l’autore, al lordo delle tasse. Se gli autori sono due, scrittore e illustratore, di norma si divide metà per ciascuno, quindi il 5%.
Il guadagno dipende poi dal prezzo di copertina e dalle copie vendute e per valutare la cifra possibile si parte dalla tiratura, che cambia da paese a paese.
In Italia ormai credo le tirature per gli album siano sulle 1000 copie, una cifra al di sotto del numero minimo (1500) per ammortizzare le spese di stampa, che però i distributori hanno richiesto per evitare di accumulare libri nei magazzini, visto che nelle librerie nessuno ne compra.
Fino a qualche anno fa la tiratura media era 2000-2500.
In Francia è 4000-5000, idem in Germania. In Corea mi pare sui 2500-3000, in Portogallo 1000, in Spagna mi pare 2000, ma per ogni lingua: di solito gli spagnoli co-editano infatti i libri in castigliano e catalano (quindi 2000+2000), poi galiziano (1000).
Su un prezzo medio di 15 euro, su 1000 copie vendute, il ricavo per l’autore è 1500 lordi, da dividere se ci sono autore e illustratore.

E se il libro è tradotto in un’altra lingua?
Sulle vendite all’estero – e su ogni genere di adattamento o riduzione, cartacea o multimediale come dvd, cinema, tv, ipad – il contratto standard prevede il 50% per l’editore e il 50% da dividere tra gli autori (25%+25%).

A che cifra viene ceduto un libro per l’edizione estera?
Dipende dal paese che compra, dal cambio delle monete, dal numero di copie che si stamperanno e dal loro prezzo di copertina.
La cifra media di cessione per un album all’estero va dai 600 a 3000 euro.
Quindi il singolo autore, che percepisce il 25%, ricaverà dai 150 ai 750 euro lordi.

Quando vengono pagate le royalties?
Le royalties sono liquidate una volta l’anno e vengono calcolate sui libri venduti nel corso dell’anno solare precedente. Ecco perché è fondamentale una buona programmazione del lavoro. Quando si è finito un libro passano mesi prima che esca sul mercato, poi va venduto. Tra una cosa e l’altra passa un anno prima di sapere come sono andate le vendite e prima di ricevere le royalties.
Nel frattempo bisogna fare dell’altro.

E l’anticipo?
Di norma gli editori versano agli autori un anticipo sulle vendite per finanziarne il lavoro. L’anticipo è una scommessa che l’editore fa, mettendosi in gioco, su un progetto in cui crede. Ovviamente l’anticipo viene scalato dal venduto, quindi se nell’anno di realizzazione il libro vende meno di 1000 copie, gli autori non percepiranno nessuna royalties perché di fatto devono ancora ammortizzare l’anticipo ricevuto. L’ammontare dell’anticipo varia a seconda dell’editore e dell’entità del progetto. Va dai 500 ai 2500 euro.
Qualche volta l’illustratore ne percepisce uno più alto dell’autore, perché il lavoro lo impegnerà di più. Ma poi l’anno seguente guadagnerà meno o anche nulla, visto che la cifra da ammortizzare è più alta.

Che cosa sono le rese e come incidono sul guadagno degli autori?
Se il distributore mette in una libreria 10 copie di un libro e il libraio ne vende, facciamo 5, vi verrebbe da pensare di aver ricavato royalties su 5 copie.
Sbagliato.
Spostare libri costa. Quando il distributore chiede al libraio di pagare i libri il libraio può avvalersi, in alcuni casi, del diritto di resa e rendere le 5 copie che non ha venduto.
Le 5 vengono sottratte contabilmente dal venduto effettivo.

Quindi abbiamo: 10 copie distribuite, 5 vendute, 5 rese.

Il calcolo delle royalties si esegue così:
5 (vendute)
– 5 (rese)
= zero royalties.

Penso risulti chiaro come affidarsi a un buon distributore sia fondamentale per vendere libri. Il distributore senza scrupoli forza la mano del libraio convincendolo a prendere in deposito anche decine di copie di un libro, con la promessa della resa. Ma poi di fatto le rese annullano gli utili, tranne che per il distributore.
Visto che la spedizione della resa è a carico del libraio, perlomeno i piccoli libraio, si ostinano a prendere esattamente il numero di copie che pensano di vendere, anche due per volta, per non rischiare di vanificare i propri guadagni con le spese postali per la restituzione dei libri non venduti.
Questa strategia, unita a un mercato che negli anni è stato il riflesso di una crisi diffusa, ha definitivamente fatto abbassare le tirature dei libri in Italia perché di fatto non uscivano nemmeno dai magazzini dei distributori. Nell’ultimo anno le tirature sono diminuite anche in altri paesi europei.

Se un libro che vende 1000 copie produce per l’autore un utile di 750 euro viene da chiedersi: in quanto tempo si vendono 1000 copie?
Dipende. Si può anche non riuscire a venderne nessuna. In linea di massima la regola è che almeno metà tiratura dovrebbe andare via nel corso del primo anno. Quindi sarebbe auspicabile venderne 1000 l’anno.
In Francia però il libro comincia ad essere redditizio superate le 3000 copie vendute in un anno. In Germania è la stessa cosa.

La domanda più difficile: quanti libri bisogna fare in un anno per poterci vivere?
Nessuno ha mai detto che con i libri ci si possa mantenere, tanto meno con gli album illustrati. Ad alcuni riesce, alla maggior parte degli altri, no.
Dipende da molte cose: dalla propria bravura, dall’intraprendenza dei propri editori, da un pizzico di casualità, se non vogliamo parlare di fortuna.
Credo che per essere tranquilli si dovrebbe fare 10-12 libri l’anno.
Ma è praticamente impossibile.
L’alternativa è valutare l’idea di affiancare ai libri altre attività.
Si può tenere i libri come attività collaterale ad un lavoro più convenzionale, che non ha nulla a che fare con l’editoria e che può essere qualsiasi cosa, dall’insegnare al lavorare in ufficio.
Oppure si può pensare di rimanere nell’ambiente, lavorando in un studio grafico o collaborando con riviste e case editrici a vario titolo.
O ancora espandere le proprie ambizioni e i propri campi di interesse. C’è chi tiene workshop, chi collabora con la presse, chi illustra libri di scuola o alterna semplicemente le produzioni artistiche con cose più commerciali.
In Francia, per esempio, il mercato dei libri illustrati oltre agli album offre un’enorme scelta di collane di tascabili. Sono molto curati, le storie sono simpatiche, ma paragonati agli album sembrano più “giornalini”. Ai bambini però piacciono, sono pratici da tenere nelle biblioteche scolastiche e da portare a scuola nello zaino. Contengono storie semplici e divertenti. Illustratori famosissimi come Benjamin Chaud e Marc Boutavant, ne illustrano a decine, oltre a illustrare i libri che di solito consideriamo “più belli.”

Una regola che possa valere per tutti?
Per lavorare? Non saprei. Se avete letto i miei precedenti articoli usciti in questo periodo penso sappiate già la risposta: prendere un impegno e rispettarlo.
Per i miei libri usciti in ritardo l’anno scorso, c’erano 25-30 editori stranieri che avevano prenotato la co-edizione. Ce n’erano ovviamente anche più di uno per paese e quindi questo interesse ci avrebbe garantito diciamo 8-10 edizioni straniere nell’arco del primo anno.
Ma le cose cambiano rapidamente. Gli ultimi tre anni sono stati un disastro per l’economia mondiale e il mercato del libro ne sta pagando le conseguenze, come tutti. Il risultato? Dei 25 acquirenti non ne è rimasto nemmeno uno.
Per co-editare i libri bisogna ricominciare daccapo, cercare i clienti uno per uno.
Un libro tradotto in 10 lingue può fruttare circa 14 mila euro con la prima stampa , nell’arco diciamo dei primi due anni dalla pubblicazione originale.
“Bruciare” l’uscita di un libro significa quindi che l’editore che non lo realizza brucia la propria credibilità con alcune decine di clienti e che dopo aver lavorato su un progetto vede sfumare la metà di 14 euro, cioè, 7 mila.
Gli autori ne perderanno 3500 a testa.
Penso sia facile immaginare che l’illustratore che manda in fumo anni di lavoro altrui e 10-20 mila euro, non guadagni la simpatia degli editori.

Ultimamente mi sembra che i tuoi articoli siano un po’ contro gli illustratori.
Sembri molto dalla parte egli editori, che spesso però commettono scorrettezze. Perché non parli mai di questo?
Non penso di stare dalla parte degli editori. Sto dalla parte dei progetti. La visione degli illustratori, devo dire degli italiani, è sbagliata nei confronti dell’editore. Pensano che qualcosa gli sia dovuto perché sono degli “artisti”.
In realtà fare libri non è che una compravendita in un ambito imprenditoriale e quindi commerciale.
Un libro è un progetto che si fa insieme e io ho sempre difeso i progetti, anche quando andavano in parte contro le mie aspettative. Quando fai un libro o suoni con qualcuno, non puoi pensare che tutto venga esattemene come ce lo avevi in testa. Ho imparato a convivere con questa cosa, in funzione del progetto e non raramente andando anche incontro alle richieste personali dell’illustratore.
Ma lavorando tra adulti e professionisti credo non siano ammissibili i capricci.
Gli articoli recenti non sono contro gli illustratori, ma invece a loro pro:
perché capiscano che visti tempi, è ora che decidano se comportarsi da professionisti o togliersi dai piedi. Alla fine del 2012 sarà comunque il mercato a spazzarli via. E’ un anno molto brutto, anche se c’è chi fa finta che vada tutto bene. Gli editori piccoli si stanno facendo acquisire da grandi gruppi e tutti, anche i grandi, stanno riducendo uscite e tirature.
Io li sto mettendo in guardia con mesi di anticipo, per risparmiargli una delusione e dargli il tempo di organizzarsi un impiego alternativo.

Quanto alle scorrettezze degli editori, come ho premesso nel primo articolo di questa serie (10 buone ragioni per smettere di fare l’illustratore, uscito su www.frizzifrizzi.it) mi pare che ormai non manchino occasioni sul web per tenersi informati sugli editori o i concorsi che non garantiscono condizioni eque.
Personalmente, a livello privato ho sempre fatto i nomi di chi non paga, con chiunque, per evitargli fregature.
Anni fa sono stato in causa con un editore per una cifra consistente. Nei mesi in cui la causa procedeva ho tenuto aggiornati tutti quelli che lavoravano per lo stesso editore, perché potessero cogliere nel suo comportamento i sintomi che qualcosa non andava, prima di trovarsi con uno scoperto di svariate migliaia di euro come era capitato a me.

Con questa serie di articoli ho pensato di dare un contributo inedito, sollevando alcune questioni di cui mi pare nessuno avesse parlato prima.
Continuerò a farlo, perché ci sono ancora diversi temi tabù di questa professione, che prima o poi penso sia giusto affrontare. Lo faccio già da anni nell’ambito dei miei workshop, ma ho pensato di estendere alcune riflessioni a un pubblico più ampio e soprattutto di farlo gratuitamente.
Poi chi legge può trovarsi d’accordo o meno con quello che scrivo, ma devo dire che la cosa mi interessa poco. Non scrivo per trovare gli altri d’accordo, ma per comunicare cose che io so e che agli altri potrebbero essere utili.

POSTILLA
Ci sono cifre più alte (e anche enormemente più basse!), ma è difficile fare un tariffario generale, e soprattutto concentrarlo in un solo articolo.
I libri più “commerciali”, considerati comunemente non “autorali” e quelli con poche illustrazioni interne di solito vengono pagati a forfait con cifre un pochino più alte della media. Per una cover e 6-7 interne b/n si prende dagli 800 ai 1500 euro. Qualcosa di più, a seconda del paese. Anche qui interviene il fattore cambio. Gli americani per esempio pagano leggermente più degli europei, ma con l’attuale cambio bisogna ridurre la cifra del 20% circa, ottenendo così un compenso inferiore alla media (ma con la soddisfazione di lavorare in America).
Tornando all’album d’autore, che è l’obiettivo più ambito dagli illustratori, rimane il fatto che non è enormemente redditizio. Non sempre almeno.
I miei libri francesi vendono mediamente dalle 5000 copie in poi e sono tradotti in almeno quattro lingue, ma non tutti. Alcuni sono rimasti indietro. Altri sono stati un grosso successo: Moi, j’attends ha venduto circa 30 mila copie nella sola edizione francese e ha fatto una quindicina di co-edizioni. Solo quella giapponese, ristampata più volte, ha venduto altre 30 mila copie. Al memento stiamo contrattando per due cortometraggi ispirati al libro. Il libro continua ad essere ristampato ovunque e ci ha portato molti premi, ma chiaramente non è stato così per tutti, anche se almeno una decina hanno avuto 10-12 traduzioni e vinto vari premi.

Tenete conto che in generale, e questo vale per i libri per bambini (album e non) ma non solo, la percentuale di libri che non supera nemmeno le vendite minime per ammortizzare la stampa è altissima. Credo intorno al 70%, ma poi le cifre cambiano a seconda della statistica del momento.

Alla fine penso che fare libri sia come fare dischi. Scrivi dieci pezzi per un album e, forse, tra quelli ce ne saranno due che funzionano e uno che passerà alla storia. Gli Stones hanno inciso più di 300 canzoni, ma quelle “rimaste” – parlo del grande pubblico, non ovviamente dei fans e degli amatori, sono forse alcune decine.
Come qualcuno commentava sul blog, i libri portano effettivamente la maggior parte del reddito dai diritti esteri. Ma credo che questo si possa dire poi di quasi tutti i libri e dei film di successo. Woody Allen ha ammesso in più di un’occasione che se i suoi film non fossero arrivati in Europa forse non avrebbe avuto i soldi per continuare a farne. Nemmeno le produzioni cinematografiche miliardarie americane quando sfondano ai botteghini arrivano a rifarsi dei costi. Gli utili cominciano ad arrivare dalla diffusione globale dei film e poi dal merchandise.

Quindi sì, tradurre è una delle cose necessarie perché i libri producano utile. Questo chiaramente incide ovviamente sulla mentalità con cui si scrivono e progettano, perché non tutti libri possono essere tradotti.
Un’alternativa è il mercato scolastico, che parte da principi distributivi diversi e che si mantiene su una logica di mercato differente, per cui i libri sono distribuiti attraverso un canale preferenziale, che non necessariamente passa attraverso le librerie.

 

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