Illustrazione: due parole sui concorsi – di Davide Calì

Qualche tempo fa, sono stato messo in “inoltra”, non ricordo più da chi, in uno scambio di mail a proposito di un concorso di illustrazione in Italia, il cui regolamento risultava piuttosto sbilanciato a sfavore dei partecipanti.

Devo dire che il piccolo polverone sollevato dai blog che hanno postato il regolamento lì per lì mi ha fatto un po’ ridere. Mi sono detto: in Italia i concorsi hanno sempre funzionato così. Possibile che solo ora qualcuno se ne sia accorto?

Poi ho capito che no, non è da adesso che qualcuno se ne è accorto. Ma Facebook e i blog, come quello curato da Anna Castagnoli, o quello di Morena, di cui sono ospite con questo articolo, rappresentano effettivamente una novità dal punto dello scambio di informazioni che, fino a qualche anno fa, mancava totalmente.

In epoca pre-blog e pre-Facebook più facilmente nel mondo dell’editoria – ma non soltanto – ognuno si faceva fregare e si teneva le sue fregature per sé.
Se da un lato non amo le polemiche che spesso infiammano le pagine di Facebook o dei blog, né le rivolte popolari che si accendono su web, credo che queste realtà offrano interessanti e nuove sfumature di libertà e di condivisione delle notizie.

"La regina delle rane" scritto da Davide Calì e illustrato da Marco Somà | Kite Edizioni (2013)

Detto ciò, il concorso rimane una realtà interessante per chi tenta di iniziare una carriera nel fumetto o nell’illustrazione, perché è un pubblico invito a inviare del materiale. Di solito il concorso è tematico e quindi pone una prima difficoltà a chi partecipa, che però dal limite del tema riceve anche uno stimolo. Il concorso, con le sue limitazioni, il tema, le misure e soprattutto la data ultima di consegna, è la cosa che più si avvicina a quello che può capitarvi dovendo svolgere un lavoro di illustrazione.

Ma è corretto partecipare a concorsi che chiedono soldi per iscriversi, soldi per restituire gli originali, oppure che addirittura si arrogano il diritto di trattenere gli originali nonché i diritti sulla riproduzione dei medesimi? 

Sinceramente non lo so. Per quel che mi riguarda, no.
Ma ognuno ha un suo senso etico, un suo senso del giusto. Quello che posso fare però, è raccontarvi come sono i concorsi in Francia, dove lavoro.

Non so granché dei concorsi di illustrazione francesi, a dire il vero nemmeno so se ce ne siano. Ma posso fare facilmente un paragone tra quelli sui libri editi.

Vide-Grenier, scritto da Davide Cali e illustrato da Marie Dorléans | Sarbacane (2014)
Vide-Grenier, scritto da Davide Cali e illustrato da Marie Dorléans | Sarbacane (2014)

Negli ultimi anni i miei libri francesi hanno vinto una ventina di premi, tra cui anche alcuni molto importanti. Non vi annoio con la lista, perché non è questo che importa.
La cosa che mi ha sempre stupito è l’estrema sobrietà e cura della loro organizzazione.
In Italia i concorsi che premiano libri editi funzionano su invito: gli organizzatori scrivono alle case editrici e agli autori chiedendo copie del libro che vorrebbero candidare, in un numero che va da 5 a 10. In caso di selezione per il premio, ne chiedono un’altra decina. Quindi di fatto l’autore, o la casa editrice, partecipa al concorso auto-finanziandosi, con l’invio di una ventina di libri, che poi ovviamente rimarranno agli organizzatori e saranno probabilmente ridistribuiti tra di essi.

In Francia invece gli organizzatori dei concorsi vanno in libreria, scelgono i libri che gli piacciono, si riuniscono, selezionano i candidati al premio e semplicemente glielo comunicano. La comunicazione sottintende che non devi fare nulla e che non gli interessano ingerenze e condizionamenti di nessun genere. Solo ti chiedono, come autore, se, in caso il tuo libro vincesse, saresti disponibile a presenziare alla premiazione e incontrare qualche classe di scuola, alle condizioni della Charte des Auteurs, che da alcuni anni ha uniformato le tariffe per questo genere di interventi, oltre che formalizzato altri diritti per gli autori.
L’autore invitato alle condizioni della charte ha hotel e viaggio rimborsati, e giornata pagata secondo tariffa, per gli incontri.

Attenzione al termine “rimborsato”.
In Italia quando ti invitano da qualche parte, un festival o un premio, perlopiù “rimborsato” vuol dire che: anticipi il biglietto del treno/aereo, poi fai la fattura per il rimborso spese (sulla quale cercheranno di farti pagare l’IVA come se fosse una collaborazione), quindi aspetti un paio di mesi. Quando telefoni per sapere a che punto è il rimborso ti diranno che hanno perso la fattura e se gliela puoi rimandare. Quasi sempre entro i sei mesi – a condizione di aver fatto vari solleciti – i soldi vengono finalmente rimborsati.
I francesi ti spediscono il biglietto TGV/aereo per posta o per e-mail. Gli hotel sono sempre già pagati e quasi sempre i piccoli rimborsi (navette degli aeroporti, ecc) vengono liquidati per assegno prima che tu riparta.

Ma torniamo ai concorsi. Le giurie dei concorsi italiani si compongono di giornalisti ed “esperti” del settore che sono i veri “premiati” dei concorsi.
Dico questo perché ognuno per fare il giurato riceve un gettone di presenza, là dove ai premiati al massimo tocca di fare un libro gratis, se si tratta di un concorso di illustrazione, oppure di una bella targa se si tratta di un libro già edito.
Alcuni concorsi dispensano denaro anche ai vincitori, ma di fatto la richiesta di soldi per la partecipazione li fa somigliare molto a una lotteria alla quale in tanti partecipano, costituendo un montepremi, di cui soltanto una parte minima finisce poi al premiato, mentre il resto serve a coprire spese organizzative e gettoni vari.

"Non ho fatto i compiti perché" scritto da Davide Calì ed illustrato da Benjamin Chaud

In Francia, finché dura, sono le regioni e gli organismi di Stato – oltre che gli sponsor privati – a coprire le spese. E chi fa il giurato, che mi risulti, non percepisce nulla. Probabilmente qualcuno dopo questo articolo mi scriverà che ha fatto il giurato a qualche concorso italiano senza percepire nulla. Le cose possono essere cambiate in anni recenti, ma sinceramente non ci credo molto.
Forse non tutti i concorsi prevedono un gettone per i giurati, ma parecchi sì, che abbiate voglia di ammetterlo oppure no.
Quanto ai premi francesi, pochissimi premi pagano in denaro, diversi tra quelli che ho vinto non prevedevano nemmeno un foglio di carta. Ma la campagna di stampa che fa seguito al premio mette in risalto e nelle vetrine di tutte le librerie il tuo libro, che poi è l’unica cosa che serve veramente.

Io in Francia di fatto sono diventato famoso al mio quinto libro: Moi, J’attends (Io aspetto, qui l’articolo su RDD).
Il Prix Baobab nel 2005 segnò la svolta: ovunque vado ancora si ricordano che ho vinto quel premio. C’era anche una discreta somma da dividere con l’illustratore, ma la spinta che il premio diede al libro e al mio lavoro di autore è senza prezzo. In Francia molto spesso i premi sono votati in tutto il Paese da comitati di bambini, oppure di librai o di genitori. Questa elezione “democratica” è un’altra cosa che in Italia manca. Se guardate le giurie dei concorsi ci sono sempre gli stessi nomi.
In Francia esistono premi della critica ma anche moltissimi in cui gli organizzatori semplicemente “selezionano” i libri che poi saranno votati dal pubblico.
Detto questo: nessuno mi ha mai chiesto di regalar nulla, se non del tempo per un piccolo soggiorno. In molti casi mi è arrivata semplicemente la comunicazione che il libro era stato premiato. In altri, come in Spagna e Svizzera, sono stato invitato a ritirarli.

Il premio Enfantaisie che ricevetti in Svizzera nel 2006 (per Piano Piano, Editions Sarbacane) fu quello che mi stupì di più, innanzi tutto perché il partner del premio era Migros, una catena di supermercati. Migros reinveste parte dei suoi utili per comprare parchi e mantenerli perché il pubblico (non necessariamente di clienti
Migros) possa accedervi gratuitamente. E proprio in uno di questi parchi siamo stati invitati a Losanna io, Eric Heliot – illustratore del libro – ed alcuni bambini con le loro famiglie.
Legato al concorso infatti ce n’era un secondo. Ai bambini che votavano il loro libro preferito con un apposito cartoncino distribuito al supermercato, era stato chiesto anche di dare un titolo alternativo al libro che avevano scelto. Una volta dichiarato vincitore il nostro libro, vennero scelti i cinque titoli alternativi più belli e i cinque autori furono premiati con una domenica a pranzo con noi. Migros ci invitò quindi a pranzo, con le famiglie dei bambini che ricevettero un buono per acquistare libri. Ora non ricordo la cifra in franchi svizzeri, ma mi pare fossero circa 300 euro per ogni bambino.

Ecco come vanno le cose fuori dall’Italia. Forse penserete che io viva una realtà diversa, professionale, mentre quando si parla di concorsi spesso si tratta di una fase pre-professionale, ma non sono d’accordo.
La mentalità è la stessa. Continuamente ricevo mail di concorsi italiani che mi vorrebbero come autore partecipante, salvo richiedere l’invio gratuito, e a mie spese, di copie dei miei libri. Quindi il criterio di selezione delle opere non è una scelta critica, ma l’invio di libri gratis.

A questo punto la domanda finale che vi gira per la testa penso sia: “Devo partecipare o no ai concorsi?”
Non ho una risposta.
Come ho scritto nella premessa di questo articolo, i concorsi hanno un loro motivo di esistere. A me non sono mai piaciuti molto, ho partecipato a una marea di concorsi, ma solo quando avevo 15-16 anni.
Da quando lavoro in Francia dell’Italia non so un granché, ora forse ce ne sono di interessanti che non conosco, ma sinceramente non credo. Per quel che so nessun concorso significa veramente qualcosa, in termini di riconoscimento.
So che alcuni pagano premi in denaro, ma dal punto di vista della visibilità contano meno di niente; altri danno una minima visibilità ma richiedono spese di partecipazione che dovrebbero essere coperte dall’ente organizzatore e dai suoi sponsor. Questa è la mia opinione naturalmente. Ma francamente chi non ha i soldi per allestire un concorso semplicemente non dovrebbe farlo.

Chiedere il contributo a chi partecipa mi sembra davvero penoso.

In ogni caso, i concorsi vinti, non fanno curriculum.
Questo vorrei fosse chiaro: nessuno ti chiede, quando presenti un progetto o un book, se hai vinto dei concorsi. Agli editori interessano progetti e buone mani a cui affidarne. Il resto serve a fare conversazione.

Davide Calì

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