IllustrazioneProfessione DisegnoVarie
Asterisk Davide Calì: Disegno o Illustrazione?
13/04/2012 Morena Forza in Illustrazione / 36 responses

Davide Calì ha sollevato un interrogativo che da tempo mi girava in mente.
Navigando per il web, ma anche più concretamente, davanti al “Muro del pianto” alla Children Book Fair, mi sono chiesta se alcune persone sappiano cosa sia un’illustrazione.
Lungi da me volere etichettare giusto tanto per, ma l’illustrazione contiene un fattore che a molte tavole manca: la narrazione. L’azione, il contenuto.
Vedo circolare tanti disegni che vengono chiamati “illustrazioni” da chi li realizza e non posso fare a meno di rimanere perplessa.
Io stessa disegno E illustro.
So quando sto realizzando un disegno e quando invece sto disegnando un’illustrazione.
Postando questo articolo di Davide Calì premetto che né il suo tono né il fatto che io condivido in toto questo articolo, pongono l’illustrazione su un gradino più alto di un disegno.
Non c’è meglio o peggio. Ma c’è A e B, ed è il caso di saper leggere quello che abbiamo davanti (anche quando non si tratta di testo ma di un’immagine.)

Buona lettura,
Morena

QUELLA
SOTTILE
DIFFERENZA
tra
disegno e illustrazione
davide cali
La prima cosa che faccio, quando sfoglio il book di un fumettista, è
spiegargli, di solito, che nel suo book non c’è nessun fumetto.
E’ un fenomeno abbastanza curioso. I book dei fumettari sono pieni
di disegni, schizzi a matita, character design, tutto tranne
che fumetto.
Dico che è curioso perché i fumettari spesso divorano letteralmente
i fumetti e quindi dovrebbero sapere che il fumetto vuol dire disegno
sequenziale e soprattutto “narrativo”. Ma moltissimi, la maggior
parte, di quelli che mandano in giro materiale, compongono poi i
propri book esclusivamente con bei disegnini, le classiche pin-up
dei personaggi che gli piacciono o di quelli che pensano di aver
inventato.
Quando apro il book di un illustratore per bambini il fenomeno si
ripete puntualmente: nemmeno un’illustrazione.
Tutti disegnano cercando uno “stile”, senza andare all’essenza
delle cose e cioè che “illustrare” è anche ciò che
illustri e non solo come lo fai.
Devo dire che la convinzione che sia lo “stile” a fare
l’illustratore riceve il sostegno della critica che ogni paio
d’anni elegge un nuovo “stile” come trendy, e lo investe
di premi e riconoscimenti, confortando l’equazione stile =
illustrazione.
In questo senso gli anni ’90 furono decisamente, parlo degli
illustratori e delle illustratrici italiane, gli anni “materici”.
Non importa cosa disegnassero, bastava che fosse “crostoso.”
Diversi tra gli illustratori in voga all’epoca avevano una
costruzione della tavole inesistente e un modo di disegnare i
personaggi niente più che “scolastico” (inteso nel senso del
libro di scuola), ma la “crosta” li fece promuovere “illustratori
di grido”, almeno per due o tre anni.
I primi anni 2000 sono invece stati gli anni delle “decoratrici”,
le illustratrici che sulle tavole hanno appiccicato di tutto: stoffa,
bottoni, specchietti. Una volta a una dissi che il suo stile si
ripeteva un po’, che forse avrebbe dovuto evolvere in qualche
direzione.
Mi disse che infatti lo stava facendo: aveva appena comprato dei
nuovi bottoni da appiccicare.
Ora il punto è che l’illustrazione dovrebbe essere “narrativa”.
Se applicata a un libro, a una storia, dovrebbe esserlo a maggior
ragione. Ai corsi insegno sempre che il bravo illustratore non è
quello che ricalca pari pari il testo: il testo va interpretato, per
produrre qualcosa in cui i due linguaggi, scrittura e disegno, siano
complementari.
Quindi va bene ogni deformazione del personaggio, ogni materiale
usato per decorare le pagine. Anche questi espedienti in qualche modo
“raccontano” qualcosa. Del resto anche la fascinazione che si può
avere per le sfumature che riescono in una pennellata d’acquerello
o nella “crostosità” di un acrilico, raccontano qualcosa, o
perlomeno la evocano. Detto questo le illustrazioni dovrebbero
comunque “raccontare”, per distinguersi da ciò che altrimenti
potremmo chiamare pittura o semplicemente “bei disegnini”.
Gli anni attuali sono invece gli anni delle “pittrici” nelle cui
tavole regnano atmosfere sospese, fatte di nulla, quando non sfiorano
l’astrattismo e allora si riducono a strisce di colore. Tempo fa
un’allieva mi chiedeva: ma non si può inserire la pittura
nell’illustrazione? Certo che si può. L’illustrazione si è
sempre contaminata e continua a farlo. Ma c’è da capire: perché
vuoi fare una cosa se in realtà non ti piace farla? Perché ti
ostini a voler parlare una lingua che non vuoi imparare?
Credo che il centro della questione sia questo: da una decina d’anni
è diventato di “moda” fare libri per bambini. Editori di ogni
genere, da quelli specializzati in libri di cucina a quelli che fanno
guide turistiche, si sono dati al libro per bambini, forse attirati
dall’illusione di infilarsi in un mercato ricco. Lo stesso è per
gli illustratori: tra i ragazzi che vorrebbero disegnare per vivere,
credo che un buon 80% passi tra gli stand della Fiera di Bologna
sperando di trovarvi un lavoro.
Ma per riuscirci dobbiamo tornare al punto di partenza: bisogna saper
distinguere tra disegno e illustrazione.
Tra le illustratrici-pittrici che vedo in giro, che più o meno
copiano tutte tre o quattro illustratori di grido al momento, tra cui
Valerio Vidali, Joanna Concejo e Violeta Lopiz (ma qua e là aleggia
anche il gotico americano), si sprecano tavole piene di niente, con
ragazzine pensierose alla finestra o assopite tra i fiori.
Sinceramente, roba molto “adolescenziale”.
Talvolta si tratta di bei disegni, evocativi, ma di cosa? Si può
raccontare delle storie solo con questa roba? Ovviamente sì, perché
si può fare tutto.

Ma l’illustrazione è, o dovrebbe essere, qualcosa di più. Se le
immagini sono ferme e nel disegno non succede nulla, quello è un
disegno.

Oppure è illustrazione da galleria d’arte, da copertina, da
collezione di cartoline.
I libri invece devono essere dinamici. Non ci può essere
“ripetizione” perché sono già un’arte seriale, in quanto
ognuno viene pubblicato in migliaia di copie.
E un libro, possibilmente, dovrebbe essere diverso dall’altro,
esattamente il contrario di quello che accade nella pittura, dove la
copia è richiesta, proprio perché si vendono gli originali. Quindi
se uno disegna una “ragazza con un girasole in mano” e l’oggetto
“funziona” il gallerista facilmente ne chiederà una decina, più
o meno sullo stesso genere.
Ma non si può pensare di fare libri disegnando sempre e solo ragazze
con un girasole in mano.
La comprensione del proprio target professionale mi sembra
importante, perché troppe persone si ostinano a cercare la propria
carriera nel posto sbagliato.
Tempo fa un amico mi ha raccontato che quando cominciò a disegnare
fece, per qualche tempo, il tatuatore. Aveva frequentato un corso e
si era comprato la macchinetta per i tatuaggi, quindi aveva iniziato
a tatuare. In realtà poi di tatuaggi ne fece pochissimi e anzi a un
certo punto si bloccò, forse era un momento suo di crisi, insomma
piantò tutto. Ricominciò a disegnare solo dopo qualche tempo, ma
dedicandosi ad altro.
Solo qualche giorno fa ho ripensato al suo racconto e alla sua
mancata carriera di tatuatore e una domanda mi ha fulminato:
Come diavolo può mai aver pensato, proprio lui, di fare il
tatuatore?
Il fatto è che il mio amico, non ha neanche un tatuaggio.
Ora: avete mai visto un tatuatore senza tatuaggi?
Non credo. I tatuatori ne sono pieni. Quando non hanno niente da
fare, se ne fanno uno nuovo uno. Le loro fidanzate sono piene di
tatuaggi, spesso sono tatuatrici anche loro e il massimo divertimento
è tatuarsi a vicenda. È un mondo tutto particolare, di gente che
ama il proprio lavoro, al punto di imprimerselo sulla pelle, di gente
che ha fatto della propria passione anche un lavoro. Quindi come
professionisti appartengono a un “mondo”. E questo bisogna fare
per svolgere un mestiere artistico: appartenere a un mondo. Se non
hai neanche un tatuaggio, come puoi pensare di fare il tatuatore?
Se non capisci il senso del disegno sequenziale, come puoi pensare di
illustrare libri?
Fare la giusta scelta è molto difficile. Spesso sono caduto in
errore anch’io.
Anni fa un amico mi convinse a scrivere dei soggetti per la Disney
italiana. Scrissi diverse storie, contattati la redazione e mi
affidarono ad una redattrice.
Non posso dirvi la quantità di “errori mortali” che commisi in
quelle storie. Per un periodo gliene mandai diverse a settimana e lei
puntualmente mi chiamava e mi massacrava al telefono per 20 minuti
dicendomi dove avevo sbagliato. Il problema è che io pensavo di
portare la mia impronta in un universo, quello disneyano, che non ne
aveva nessun bisogno. Preparai le mie storie con la presunzione di
sapere cosa fosse una “buona storia” e ispirandomi alle storie
più belle che avevo letto da bambino, ma sbagliai, perché avrei
dovuto invece leggere e studiare quelle recenti. In realtà ci avevo
provato, ma non mi erano piaciute. Già lì avrei dovuto capire che
la cosa non faceva per me, invece mi ostinai a pensare che forse non
avevano autori capaci di scrivergli belle storie.
Errore anche questo. Gli autori ce li hanno e scrivono esattamente le
storie che alla redazione piace pubblicare, storie che rispettano
determinate scelte che bisogna conoscere profondamente. Non ci si
improvvisa sceneggiatori o disegnatori per la Disney e prova ne è il
fatto che chi ci lavora, ne è talmente intriso, che poi raramente
riesce a fare dell’altro quando ci prova, perché scrollarsi di
dosso il modello, narrativo e grafico della Disney, è molto
difficile.
In seguito ho commesso lo stesso errore in altre occasioni. Anni dopo
un altro amico mi disse che Mario Gomboli cercava bravi sceneggiatori
per Diabolik.
Premetto subito una cosa: non ho mai letto Diabolik.
A dirla tutta, per usare un delicato eufemismo, Diabolik non mi è
mai piaciuto.
Ciò non mi impedì di pensare che, prendendolo semplicemente come un
lavoro, avrei potuto scriverne delle storie. Con questa convinzione
andai in un negozio di fumetti usati e comprai una ventina di vecchi
numeri da studiare.
Devo dire che leggerli mi confermò il motivo per cui Diabolik non mi
aveva mai attirato. Le storie sono terribilmente banali e tutti i
personaggi si comportano e parlano in un modo talmente inverosimile
da risultare imbarazzante.
Ciò ovviamente, secondo il mio gusto personale.
Questa conferma non mi scoraggiò: pensai che sapendo scrivere “di
meglio” avrei senz’altro potuto trovare dei soggetti da
sviluppare per il personaggio.
Mario fu molto gentile, come sempre. Ci eravamo già incontrati anni
prima, ma non in virtù di questo (non si ricordava di me) mi disse
che avrei potuto mandargli i miei soggetti quando volevo. Cominciai a
scriverne e lui a bocciarli perlopiù dicendomi che il mio Diabolik,
non si “comportava” da Diabolik.
Dopo le prime bocciature cominciai ad entrare un po’ di più nella
psicologia del personaggio, al punto che le mie idee risultarono
“prevedibili”, nel senso che Diabolik era più “raffinato”.
Io, lo dico sinceramente, non capivo. Diabolik è prevedibile!
Cosa c’era di sbagliato in quel che facevo?
Semplice: che non conoscendo davvero il personaggio, non riuscivo a
distinguere il grado di prevedibilità che separa, per i lettori di
Diabolik, una sua storia da qualcosa che non lo è.
Impiegai qualche settimana a rendermi conto che Diabolik non faceva
per me o meglio, che io non facevo per lui, perché avevo commesso
un errore madornale: avevo pensato di scriverlo senza conoscerlo e
soprattutto senza apprezzarlo. Avevo pensato che fosse solo un
costume, una nemesi con dei personaggi di contorno e che bastasse
progettargli dei possibili “colpi” per scriverne una storia.
Tornando ai libri per bambini, ritengo che comincino ad essere un
mercato un po’ sopravvalutato dagli illustratori e ciò è motivo
di frustrazione perché girano spesso inutilmente in cerca di un
lavoro che non troveranno.
E il motivo è che lo cercano nel posto sbagliato. Illustrazione può
voler vuol dire molte cose: c’è l’illustrazione per la presse,
per la narrativa adulti, per le gallerie d’arte. Ognuno di questi
generi è un mondo, che bisogna affrontare e sconoscere.
L’attuale generazione di giovani illustratrici è anche quella dei
pupazzetti e dei bijoux: non ce n’è una che non abbia una
collezione di pupazzetti su flickr o una di anellini su
etsy.com. La cosa non è spiacevole, ma tradisce una voglia di
“giocare alle bambole” che ha poco a che vedere con una
professione vera e propria e soprattutto con la voglia di misurarsi
con un progetto editoriale che è ciò che tutte dichiarano voler
fare.
I pupazzetti e gli anellini vanno bene, come hobby e per arrotondare
un po’ con un forma di artigianato artistico che il web oggi rende
globalmente accessibile, ma poi per fare i libri, bisogna proprio
saper fare i libri.
In Francia dove lavoro diverse colleghe illustratrici confezionano
bijoux che poi vendono ai saloni, ma poi quando fanno libri,
fanno libri veri e propri. I bijoux ne ricalcano lo stile, ma
i libri rimangono la loro attività principale.
In generale i francesi nell’illustrazione sono più professionali.
Escono dalle scuole ben preparati e affluiscono nelle redazioni dei
mensili lavorando da subito.
Nel mucchio spesso si fa fatica a distinguerli uno dall’altro
perché gli stili si somigliano. Negli ultimi anni Marc Boutavant e
Benjamin Chaud hanno creato – involontariamente – un vero e proprio
esercito di imitatori che, ciascuno a modo suo, in un mercato florido
come quello francese (seppure ora in crisi come tutti gli altri)
hanno trovato lavoro.
Di “artisti” ce ne sono pochi, ma sono enormemente talentuosi,
per stile e invenzione come Serge Bloch, Olivier Douzou o François
Roca che anche se sono artisti, rimangono “narrativi”.
Serge, con il suo tratto essenziale, inventa sempre qualcosa, un
gioco visivo, una gag. Olivier non fa un libro uguale a un altro,
ogni cosa che fa nasce intorno a un idea, un progetto. François è
un mostro di bravura tecnica ma aldilà della capacità tecnica le
sue tavole sono vero e proprio cinema.


Alla fine quindi, penso che per dedicarsi all’illustrazione, si
dovrebbe cominciare da questo: dal saper distinguere la
sottile
differenza tra un disegno e un’illustrazione. E dal capire se nel
proprio disegno ci sono delle storie da raccontare. Perché senza
storie come si può pensare di fare narrativa?

Postilla

A scanso di equivoci, non ho nulla contro chi produce bijoux e pupazzetti.
Diverse mie amiche, sia italiane che francesi ne fanno e mi piacciono molto.
E’ una forma di arte – o artigianato – che si è diffusa in modo virale negli ultimi
anni, grazie a internet, che diffonde le idee più rapidamente di un tempo, e grazie
alla possibilità di vendere i propri manufatti su diversi siti.
Detto questo, mi pare semplicemente che molte illustratrici che pensano di voler
fare libri, poi fanno pochi progetti di libro e si dedicano invece a questa forma di
artigianato. Gli stessi disegni con cui fanno gli anelli finiscono poi nei book per
l’editoria e semplicemente qui sta l’errore.
I libri sono libri e, con tutte le eccezioni possibili, hanno bisogno di illustrazioni
da libro. Ci sono molte cose del resto che mi piacciono, che rientrano nei
miei interessi, e che non penso finiranno mai in uno dei miei libri, perché
semplicemente non sono per bambini.
Questo non vuol dire che queste idee “diverse” siano un pensiero “sbagliato”.
Io ho cominciato a lavorare con il fumetto e in principio pensavo di non voler fare
che quello. Poi sono venuti i libri per bambini, poi sono tornato al fumetto, poi
ho cominciato a lavorare in Francia e pensavo che quello fosse davvero quello
che volevo fare. Ora che in Francia sono una star voglio l’America, nel frattempo
l’anno scorso ho firmato il mio primo non-fiction e adesso sto facendo un paio di
libri che potremmo definire “d’arte”, quindi non album illustrati convenzionali.
In Francia ho venduto i libri che in Italia nessuno voleva, in America sto
proponendo quelli che in Europa nessuno capisce.
Insomma, il senso è: se fossi rimasto ancora al primo desiderio, fare fumetto
in Italia, non sarebbe successo nulla di quello che è venuto dopo e oggi sarei
probabilmente molto frustrato. Il fatto è che il fumetto non era l’unica risposta per
quello che avevo in testa, perché non tutto poteva tradursi col fumetto e non tutto
era adatto (in realtà quasi nulla) al mercato italiano.
E con questo non intendo che fosse il mercato italiano ad essere “sbagliato”.
Siamo noi che dobbiamo cercare il luogo e il modo, di realizzare al meglio i nostri
sogni. Ci sono cose che ho voglia di raccontare che non possono diventare libri
per bambini. E nemmeno fumetti. Così sono diventate canzoni.
Concludendo: fate pure bijoux e i pupazzetti. Fate libri. Fate tutto quello che
volete. Ma ogni cosa ha il suo posto. Ricordarlo vi aiuterà a realizzare i vostri
sogni.

Condividi su:

Dai un'occhiata anche qui:

Commenti

commenti

Separator

36 comments on “Davide Calì: Disegno o Illustrazione?

  1. Che articolone! Mi inchino!
    Se ogni scelta della vita partisse dalla consapevolezza di sè consigliata da questo articolo saremmo tutti più felici!
    Questo blog, per me che faccio altro nella vita è una specie di faro nella notte!

  2. illuminante e anche un pò inquietante per me, che sono praticamente alle prima armi, e mi fa venire da domandarmi… ma ho capito cosa stò facendo??

    1. si è sempre in tempo a fare diversamente!
      comunque fare un disegno non esclude saper fare illustrazioni.
      Io faccio sia una cosa che l'altra. Non è che uno sia superiore all'altro, quello che Calì voleva chiarire,credo, è che bisogna imparare a riconoscere le due cose.

  3. Io non la trovo snob, del resto conosco anche chi fa gioielli e prodotti ma sa anche fare libri :) Una cosa non esclude l'altra.
    Credo che Davide Calì si riferisse unicamente a chi esercita l'attività "vendo gioielli su etsy" ma non sa poi costruire un progetto di libro o costruire una tavola narrativa.
    E ce ne sono a bizzeffe, inutile negarlo…

    1. Buonasera ho 40 anni non so se rientro nella categoria delle giovani illustratrici italiane non vendo gioielli e non colleziono pupazzetti e non trovo il nesso logico fra le due cose…mi meraviglio dei complimenti che sono stati pubblicati e del fatto che si parli solo di donne illustratrici chissà i maschi illustratori italiani se vendono bracialetti ed illustrano meglio dei francesi?
      io conosco degli illustratori tedeschi che hanno una birreria una birra buonissima biologica ed illustrano ma le loro illustrazioni sono perfette migliori di quelle italiane forse perchè in germania pensano meno alla moda ma più alla sostanza del disegno? Ci sono 2 illustratori che hanno una birreria a milano anche loro biologica ma illustrano da schifo…..sarà colpa del luppolo?

    2. Buongiorno Cristina,
      come ho scritto poco sopra (rispondevi al mio commento o al post?) non è che ci sia il nesso tra le due cose, ma è innegabile che molti illustratori decoratori non sono poi capaci di illutrare un prodotto editoriale.
      Sul maschilismo non mi pronuncio, non mi sembra una sede idonea dove fare rimostranze circa questo argomento anche perchè Calì non attaccava le illustratrici in quanto donne, ma perchè sono per lo più donne che vendono prodotti su Etsy e altrove (me compresa, eh, mi ci metto!) ed è inutile negarlo. :D E' così!
      Da nessuna parte si dice che se una illustratrice vende prodotti illustrati non sappia poi illustrare.

    3. grazie morena sei gentilissima rispondevo al post,
      non parlavo di maschilismo in senso stretto , ma è innegabile che questa è la seconda intervista che leggo dove si usa troppo spesso la parola illustratrice e poco illustratore, e dove si mettono a confronto due realtà la francese e l'italiana in maniera poco consona e irrispettosa rispetto a chi come me cerca di fare questo mestiere.
      Ho avuto la fortuna di frequentare un corso con Calì e mi è servito molto, e lui è una persona disponibile, geniale .
      Solo perdonatemi quello che volevo dire è che non vedo il nesso fra illustratrici francesi che fanno gioielli artistici e illustrano meglio…..questa cosa qua non la capisco proprio. Per il resto la differenza fra disegno e illustrazione bè tanto di cappello tutto chiaro e condivisibile.

    4. scusa Morena mi sono dimenticata di rispondere a questo :

      Da nessuna parte si dice che se una illustratrice vende prodotti illustrati non sappia poi illustrare.

      Mi spiace ma da questa frase si evince:"L’attuale generazione di giovani illustratrici è anche quella dei pupazzetti e dei bijoux: non ce n’è una che non abbia una collezione di pupazzetti su flickr o una di anellini su etsy.com. La cosa non è spiacevole, MA TRADISCE UNA VOGLIA di “giocare alle bambole” CHE HA POCO A CHE VEDERE CON una professione vera e propria e soprattutto con la VOGLIA DI MISURARSI con un progetto editoriale che è ciò che TUTTE DICHIARONO voler fare.
      I pupazzetti e gli anellini vanno bene, come hobby e per arrotondare un po’ con un forma di artigianato artistico che il web oggi rende globalmente accessibile, MA POI PER FARE LIBRI, BISOGNA PROPRIO SAPER FARE LIBRI.
      In Francia dove lavoro diverse colleghe illustratrici confezionano bijoux che poi vendono ai saloni, ma poi quando fanno libri, fanno libri veri e propri. I bijoux ne ricalcano lo stile, ma i libri rimangono la loro attività principale…..

      Da questo pensiero si mette sulla bilancia il prodotto italiano e francese…dove le italiane ne vengono fuori come pettinatrici di bambole…le francesi grazie alle scuole e al metodo di inserimento nel mondo del lavoro non pettinano bambole mi spiace ma non condivido il modo di considerare in maniera così superficiale e mettere nel calderone il lavoro delle illustratrici in genere.
      Il punto è che ci si barcamena come si può dato che è ormai palese che di illustrazione non si campa, soprattutto agli esordi e che il fatto di scrivere palesemente :"eh però le illustratrici francesi riescono meglio"…..mi viene da dire mah!per cui le italiane cosa devono fare? Ci trasferiamo in massa tutte in francia? Scusate ma la sensazione che ho avuto leggendo è quello che ho sciorinato qua sopra forse non sono l'unica ad avere avuto questa impressione, forse c'è anche una sorta di atteggiamento "silenzioso" da parte di molte delle illustratrici italiane che preferiscono non commentare ma che pensano questo che io ho scritto.
      Grazie Morena grazie Davide il confronto serve sempre.

    5. ciao Cristina,
      Davide Calì ha preferito in seguito alla questione bijoux,aggiungere una postilla :)
      devo dire che io non avevo proprio notato una malizia nell'utilizzare la parola "illustratrici"; del resto gli illustratori maschi che vendono questo genere di prodotti si contano sulle dita di una mano rispetto alle illustratrici donne,credo prendesse quella fascia di persone in considerazione per questo motivo.
      Lui lavora per la Francia e conosce bene la realtà francese,forse per questo ha fatto l'esempio delle illustratrici francesi.
      E' anche vero che io stessa noto la differenza tra alcune italiane che riescono a vendere alcuni prodotti ma non sono assolutamente mature per un progetto editoriale di alcun tipo (non per forza libri,dico editoriale in generale) mentre tiriamo fuori un Adolie Day, un nome per farne uno…ti sa fare 300 cose.
      Marion Girerd a.k.a Lilidoll fa 300 cose diverse e sempre bene.
      non perchè sono francesi e sono migliori di noi,ma perchè sono dei buoni esempi,credo le abbia tirate in ballo per questo.

  4. Questo blog dà ogni giorno sempre più voce ai miei… pensieri solitari che credevo nascessero da una mia distorta e/o limitata visione del mondo dell'illustrazione e che invece vedo condivisi da molti di voi! Non sapete che sollievo e che motivazione in più mi dona tutto questo! :)

  5. mi ricordo perfettamente che al mio corso allo ied (di illustrazione) TUTTI volevano pubblicare ma nessuno leggeva libri per bambini. Ero l'unica, guardata anche un po' male, come se fossi poco "artisticamente matura". Io amo i libri per bambini, da sempre, e per questo (credo) faccio proprio libri per bambini. Come dice Davide nel suo articolo bisogna conoscere e amare ciò per cui si deve lavorare. Spesso nella foga del "voglio disegnare, voglio pubblicare" non ci si chiede se è veramente il libro e la narrazione per immagini che si vuole fare, se si ha davvero qualcosa da RACCONTARE o se invece è meglio scegliere altre strade da percorrere per lavorare col disegno.

  6. Alla fin fine però anche lui "ha sbagliato". Morale: bisogna sbagliare prima di capire dove buttarsi seriamente. Molti illustratori/disegnatori hanno una quantità di materiale impressionante ma non si riesce mai a trovare il giusto lavoro e capisco chi si lancia subito alla prima occasione… è tutta una questione di esperienza, senza di questa come si può essere consapevoli di ciò che siamo?

    1. Sicuramente.
      Austin Kleon ha scritto infatti: "I consigli che dai agli altri sono quelli che dai al te stesso del passato".
      Sbagliare senza sapere di sbagliare è un conto, sbagliare tanto per , un altro :)
      Comunque il disegno non è sbaglaito rispetto all'illustrazione.
      Si tratta solo di un prodotto diverso.

    2. Penso che tutti i giovani che si avvicinano al mondo del lavoro (qualunque lavoro) abbiano il diritto di sbagliare, di tentare, di sbagliare di nuovo ecc. ecc. e in tal modo di capire quale sia la propria strada…A volte ho la sensazione che alcuni esperti si ergano sugli altri con un certo snobbismo, per la serie io ho capito tutto e ora vi illumino…A volte i toni mi sembrano un pò snob e concordo con Cristina, che precedentemente ha commentato. Quando ho iniziato (io sono archeologa)ho incontrato tante persone che facevano discorsi simili, un pò come dire "terrorizzanti", altre invece (molto più utili) mi hanno consigliato con serenità, lucidità, ma sempre con ottimismo e voglia di inculcare amore per questo lavoro. Alcuni termini "con questa roba"…"disegnini"..personalmente mi trasmettono solo una sensazione molto snob…Inoltre, non condivido assolutamente la definizione di disegno e cioè: se non c'è azione e non accade nulla allora è un disegno…Raramente ho visto dipinti di grandi artisti in cui non accadeva nulla…E' il mio punto di vista naturalmente

    3. Sullo snobismo non saprei dirti, io penso che ,come ho scritto nella mia nota all'inizio, un 'illustrazione non sia meglio di un disegno, ma quello che è disegno è disegno, l'illustrazione è un'illustrazione.
      I quadri spesso non sono illustrazioni.
      Infatti non funzionerebbero in un progetto di libro illustrato…

    4. Buongiorno Maddalena, grazie per il tuo commento!
      Mi farebbe piacere risponderti. Quando citi i grandi pittori fai un salto di genere e di contesto. Qui stiamo parlando di illustrazione per l’editoria, per i libri nello specifico (anche la presse in effetti è editoria) che quindi deve essere – di norma – narrativa e sequenziale.
      Se hai letto bene l’articolo avrai letto che parlo di alternative per chi vuole disegnare fuori da questo contesto. Per esempio appunto la pittura.
      Trovo molti illustratori più adatti alle gallerie e credo che quello sia il luogo più adatto dove cercare di vendere il proprio lavoro.
      Quanto al tono di questi articoli, ognuno ovviamente ha il suo modo di vedere le cose e questo è il tuo. Io tengo corsi e guardo book da anni. Sono sempre stato – penso – gentile e disponibile con tutti. Sono sempre stato anche “possibilista”, nel senso che per me si può ricavare lavoro da qualsiasi cosa, da qualsiasi stile.
      Basta volerlo, basta metterci cuore e applicazione.
      Non ho nulla contro i “disegnini”. Mi piace curiosare negli studi dei colleghi tra i post-it e i disegnini fatti su qualsiasi cosa. Subisco ancora il fascino del rough, del disegnino fatto mentre stai al telefono. Ai saloni si disegna tutto il tempo anche sui tavoli. Spesso si disegna vicini, uno sul disegno dell’altro. E’ molto divertente.

      Ma quei disegnini non devono finire nei book, capisci? Il book, è un’altra cosa.

      Detto questo: è un momento molto brutto per l’editoria, che rispecchia la situazione economica generale. In Italia e in Europa in generale le cose si stanno mettendo al peggio. Vedo tanti ragazzi ristagnare da una fiera all’altra senza concludere nulla. Io per me, non è che la cosa mi interessi più di tanto, ma poi li incontro, mi scrivono, si lamentano. Ho pensato che una scrollata, anche un po’ “vigorosa”, poteva essere utile per capire la direzione da prendere.
      I giovani, e non solo loro, hanno certo diritto di sbagliare, infatti non mi pare di rimproverare nessuno. Però questi ragazzi hanno voglia di fare una cosa e la fanno sbagliata e se nessuno glielo dice continueranno a sbagliare e deludersi.
      Ho vissuto molte volte il senso di fallimento di chi cerca di fare dell’illustrazione il suo lavoro e non ci riesce. So benissimo che alla Fiera di Bologna nessuno guarda più nulla da tempo, non per niente l’anno scorso ho ideato il progetto CMYK, quattro super-illustratori mascherati giravano per i padiglioni e chiunque poteva fermarli e mostrare il book per ricevere qualche consiglio. Eravamo io, Maurizio Quarello, Alassandra Lecis e Miguel Tanco.
      Forse anche in quell’iniziativa c’era lo snobismo di cui parli?
      Può darsi. Ma in qualche modo abbiamo reso un servizio, completamente gratuito. Abbiamo visto decine di ragazzi. Altre decine hanno letto questi articoli.
      Poi ognuno, come per ogni cosa della vita, dei consigli e del parere altrui, coglie quello che gli interessa, quello che può essergli più utile. Ma raccontare la verità non credo sia sinonimo di “scoraggiare”. Tante volte ho stroncato delle mie allieve che mi incontravano in Fiera al settimo cielo per la felicità perché avevano trovato un editore interessato al loro progetto.

      Poi mi facevo dire chi era.

      E quindi ho dovuto dire loro la verità: è uno che non paga. Ecco perché è interessato al tuo libro. Non è bello distruggere i sogni altrui e facendo così credo di averne fatto piangere più di una. Ma dopo mesi mi hanno ringraziato.
      Spezzare l’illusione in quel modo, anche doloroso, risparmiò loro la delusione successiva di trovarsi con un libro fatto e finito dal quale non avrebbero guadagnato niente.
      Qualcuna decise di farlo lo stesso il libro, perché quando sei all’inizio è importante avere qualcosa di finito da presentare col book.
      Però farlo sapendolo come andranno le cose è diverso.
      Ho divagato un po’, ma spero di averti risposto in modo esauriente.
      Ciao, buona domenica!

    5. Ti ringrazio per avermi risposto, naturalmente alcune cose le condivido, altre no, ma va bene così. Ci tengo solo a puntualizzare che quando ho fatto riferimento ai grandi pittori o artisti, l'ho fatto per spiegare che non credo che un disegno si distingua da una illustrazione per l'assenza di azione. Anche un dipinto (tranne casi particolari) racconta qualcosa…ha un prima e un dopo. Quindi, dal mio punto di vista, la differenza tra illustrazione e pittura (diegno) va cercato in altro e non nell'assenza o meno di azione.
      Grazie di nuovo
      Maddalena

  7. Bellissimo anche questo post! In questo periodo sto giusto meditando sul fatto che vorrei tanto conoscere qualche scrittore di libri per ragazzi per poter sperimentare una collaborazione! In fiera in più di uno stand mi hanno detto che non guardavano più i book, ma accettavano di visionare solo proposte precise, un progetto già ben definito.

  8. Ringrazio Calì per questo discorso e te per averlo riportato.
    Se non ti dispiace vorrei riportarlo nel mio blog mettendo ovviamente il link. Vorrei realizzare un post sull'arte della narrazione.

  9. grazie per questa discussione, molto utile.
    ho trovato anch'io, come Maddalena Sodo, l'uso di parole snob . "disegnino" e "questa roba" sono termini a mio parere offensivi, nonchè inutili. Notavo in Fiera come il gusto cambi di editore in editore.
    ciò che per un editore è "triste" per un altro è bellissimo e pubblicabile. Ciò che è "scolastico" per un editore, per un altro è la propria linea editoriale.
    Una casa editrice mi ha detto che loro pubblicano cose "disturbate" (testuali parole).
    Quindi chi ha il diritto di chiamare "disegnino" una cosa piuttosto che un'altra?
    E' tutto troppo soggettivo.
    Ho lavorato per alcuni anni in una libreria per bambini: ci sono disegni orrendi, davvero.
    Altri meravigliosi.
    Ci sono anche brutti disegni francesi, ve lo giuro.

  10. Non vorrei sfruttare oltremodo Davide Calì, ma non sarebbe interessante avere qualche suo consiglio su come presentare il proprio book…?
    Io in genere metto per prime le tavole singole e poi le tavole che appartengono a dei progetti, con il relativo prototipo di libro…
    Grazie!

  11. Scusate, mi sono espressa male: supponiamo che ho un book serio, che non contiene "disegnini" ma vere illustrazioni, che sono professionale etc… quali potrebbero essere i motivi per cui non si riesce, comunque, a trovare un editore che voglia investire su di te? E' la sfortuna? E' colpa della crisi economica che riscontra anche Calì? Oppure, oggettivamente, ci si "vende" male?
    Scusate ancora per il doppio commento e grazie!

    1. I fattori possono essere tanti ma maggiormente questi:
      – Non hai analizzato bene il mercato. Ovvero domandati: Ho contattato chi pubblica materiale simile al mio? Ciò che faccio è adatto al segmento di mercato a cui vorrei rivolgermi? E in caso non fosse così, sono pronta a cambiare il mio prodotto o preferisco rivolgermi a un'altra fetta di mercato cioè cambiare il target?
      – Ho aspettato abbastanza tempo, sono cioè artisticamente matura e professionalmente pronta a lavorare? La qualità dei miei lavori è di qualità professionale?
      – E' passato abbastanza tempo da quando ho scritto la mia email? (Possono volerci MESI)
      – Mi sono presentata nel miglior modo possibile? Ho preparato un buon PDF e scelto delle immagini varie ma omogenee e stilisticamente coerenti tra loro? Ho scelto delle immagini differenziate a seconda di chi volevo contattare? (è una cosa che va fatta in alcuni casi.)

      E poi c'è da tenere in conto che a volte ci si presenta benissimo ma semplicemente l'editore in quel momento non ha progetti adatti da sottoporci, semplicemente.

    2. Ciao,
      ci sono diversi prontuari in giro su come si fa un book, per quello non ho mai pensato di scriverne uno. La regola di base è che – come scrivevo in un altro articolo – il book deve essere “solvibile”.
      Lo stile che esponi come il “tuo” deve essere uno stile su cui ti senti sicura.
      Poi chiaramente ognuno ha i suoi limiti, le sue difficoltà, ce le hanno anche grandi professionisti.
      Io tante volte ho scritto storie “su misura” per gli illustratori, aggirando le loro debolezze e mettendo in risalto le peculiarità.
      Detto questo, mirare il giusto editore è la cosa forse più impegnativa di questo lavoro. Bisogna studiare parecchio, ma poi certo conta anche la fortuna, l’incontro casuale. La crisi c'entra certo, ma tieni conto che ogni volta che arriva una crisi sembra l'apocalisse, sembra sempre la prima volta. Ma le crisi fanno parte dei cicli economici. L'Italia è in crisi da una dozzina di anni. In questi mesi le cose sono andate leggermente peggio, ma forse bisognerebbe dire, definitivamente peggio. Per quello penso sia utile mirare nuovi mercati. Ma anche per questo occorre studiare moltissimo.

  12. Non c'è una parola sola, tra queste che scrive Calì, che non sia vera.
    Si può reagire in diverse maniere di fronte alla realtà ma le uniche cose che cambieranno saranno proprio le nostre reazioni e le conseguenze che da esse derivano.
    Buon lavoro.

  13. Ma scusate: ma il maschilismo??! Esistono solo illustratorici e non illustratori? Le donne sbagliano di più?
    Francamente non capisco…

  14. Buonasera, non avevo letto questo commento, lo vedo solo ora per caso. Le illustratrici rappresentano l'80% degli illustratori, mi sembra ridicolo chiamarle illustratori, così come davanti a un pubblico di ragazze in cui qua e là vedo qualche ragazzo ho difficoltà ad indirizzarmi verso di esse usando il maschile. Tutto qui. Il maschilismo è altrove, non cercatelo su di me. Grazie.

  15. Posso inchinarmi? Sinceramente. Grazie. Ho avuto un blocco artistico per un paio di anni. Una storia lunga insomma. Ma il lavoro che mi piacerebbe fare non è uno solo, nel senso che è sempre nel campo artistico ma va dalla illustratrice alla concept designer. Insomma, non so ancora bene cosa vorrei fare e per questo sto cercando di trovare la mia strada, forse non voglio nemmeno un solo campo per tutta la vita. Un po' come tanti alla mia età immagino. Ringrazio ancora per questo articolo che mi ha aperto gli occhi. Fino ad ora, presuntuosamente, mi sono affibiata il titolo di Illustratrice… Ma fortunatamente ho compreso che la realtà è un po' diversa. Mi sto ridimensionando e ho finalmente assimilato dei concetti basilari e forse ho trovato anche il motivo per il quale non riesco a esprimere quello che in realtà vorrei. E' molto difficile rendersi conto degli sbagli che si fanno, ma fortunatamente ci sono parole, persone, discussioni che possono fare ben più di quanto si prefiggano!

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *