“Alcune cose sull’illustrazione” – Il punto di vista di Davide Calì, illustratore e autore

ALCUNE COSE SULL’ILLUSTRAZIONE
piuttosto scontate ma che quasi nessuno ha ancora imparato
davide cali
Ho sempre lavorato in mezzo ai creativi, fin da quando, ancora a scuola, nel pomeriggio anziché studiare disegnavo videogiochi per una software house.
All’epoca passavo parecchio tempo in mezzo ai programmatori di software. Qualche anno dopo comincerò invece a muovermi tra i fanzinari, per poi lasciare anche quel mondo e dedicarmi definitivamente al fumetto e all’illustrazione, da professionista. Nel tempo ho incontrato molte persone, moltissimi ragazzi, che avrebbero voluto fare quello che facevo io, senza riuscirci. All’inizio erano anche di molto più grandi di me. Poco a poco sono diventati coetanei, poi più giovani. Ma una cosa accomuna tutti quelli che non riuscivano e non riuscirono a fare del fumetto e dell’illustrazione un mestiere: l’incapacità di terminare un progetto.
Può farvi ridere ma alla fine ho inquadrato questa cosa solo in anni recenti e facendo tutt’altro. Anni avevo ripreso a suonare e mettendo su un gruppo, e poi un secondo, contattai circa una cinquantina di musicisti che avevano messo annunci su vari siti web.
Mi servivano: un cantante, un secondo chitarrista, un bassista e un batterista.
Non pensavo che sarebbe stato difficile trovare quattro persone, al punto da diventare impossibile. E’ stata proprio questa ricerca a farmi capire alcune cose.
Mi ricordo per esempio un chitarrista che mi rispose subito mettendo molto bene in chiaro quello che non avrebbe mai suonato. Quindi: niente cover, niente pop, niente musica italiana, niente metal estremo. Una volta chiarito che avevamo gusti musicali più o meno prossimi lo invitai a vederci per provare e qui mi sorprese: “Al momento non ho una chitarra.” – mi disse.
“Ah,” – feci io. – “E pensi di procurartene una?”
“Eh, non so.”
Ovviamente non ci siamo mai visti. Mi sono chiesto a lungo perché mettesse annunci se poi non suonava nemmeno. E da quanti anni poi non suonava? Chissà.
Ricordo un altro chitarrista che, dagli annunci che metteva, sembrava disperato.
Si dichiarava disposto a suonare qualsiasi genere. Quando lo contattai era talmente entusiasta che continuava a mandarmi sms. Io ero in tour così passò qualche settimana prima che potessi chiamarlo per vederci. Quindi finalmente fissammo un appuntamento. Tutto bene fino al giorno prima di incontrarci, quando comincio a ricevere sms dai quali capisco che qualcosa non va.
All’improvviso gli era venuto un dubbio: in due (non c’erano ancora altri componenti nella band) che cosa avremmo potuto suonare?
La risposta era ovvia: tutto e niente. In due intanto ci si conosce, poi si tira giù qualche pezzo, si fa girare qualche accordo. La musica si fa così, si costruisce piano piano. Di colpo decise che preferiva aspettare che ci fosse tutta la band per onorarci della sua presenza.
Ça va sans dire, non ci siamo mai visti.
La storia però ha un epilogo divertente: mesi dopo incrociai una persona che cantava in un gruppo. Chiacchierando cominciammo a raccontarci esperienze assurde sulla ricerca di musicisti. In breve: venne fuori che lo conosceva, o meglio, che lo aveva contattato anche lei. Stessa dinamica. Alla fine non andò a suonare nemmeno col suo gruppo.
Di episodi potrei raccontarvene tanti: da quello del bassista vero virtuoso dello strumento, che pretende gli spartiti e gli mp3 prima di venire a provare e poi in saletta in tre ora non azzecca un solo accordo (poi chiamò per dirmi che non poteva venire più alle prove perché lo avevano preso in una tribute band dei Blues Brothers, cosa di cui dubito fortemente), al batterista rock che non voleva sudare (quindi con noi provò solo una volta). Poi il bassista che voleva mettere su una cover band dei Pink Floyd: gli proposi di vederci, di portare il suo basso liquido nel gruppo, per fare però musica originale, mentre cercava la sua band ideale.
La risposta fu no: voleva solo suonare i Pink Floyd. Quindi non suonerà finché non avrà trovato un gruppo. Cioè, con ogni probabilità, mai.
Nei mesi in cui cercai componenti per la prima band e poi per la seconda, per poi lasciar perdere, dopo ogni incontro, mi sono chiesto: chi sono queste persone? Cosa cercano? Perché vogliono suonare, se in realtà non sanno suonare, non hanno voglia di suonare, certi non hanno nemmeno lo strumento per suonare?
La risposta è che credo ci siano persone che nella realizzazione dei propri progetti non riescono ad andare oltre una prima fase, quello del sogno. E’ emozionante mettere su una band, ma facendolo si attraversano diversi step. Quello della ricerca, poi del vedersi, del fare le prime prove. Qualche cover per scaldarsi, poi si comincia a scrivere qualcosa di nuovo. Poi tutto può essere: qualche serata nei locali o un disco autoprodotto. Sennò ci si vede una volta la settimana, si suona, si chiacchiera e si beve qualche birra.
Però tutto questo fa parte di una visione progettuale che a molti, a tantissimi, manca, ragion per cui si fermano all’emozione di pensare di stare mettendo su un gruppo, e si fanno bastare quella.
E l’illustrazione e il fumetto cosa c’entrano? C’entrano eccome, perché in tanti, tra i ragazzi che sognano di fare libri, portano in giro i book e chiedono appuntamenti. Questa è una prima fase, carica di ansia e di emozioni, che accompagna chiunque cerchi di iniziare una carriera artistica, e non.
Poi arrivano i primi contatti, i primi progetti, i primi contratti.
E poi finalmente c’è il lavoro.
E’ a questo punto che molti si fermano, incapaci di andare oltre. Firmano contratti per libri di cui non riescono nemmeno a finire lo storyboard. Se ci riescono si fermano a metà libro senza riuscire ad andare oltre. Nel frattempo continuano a mandare in giro materiale, a tentare la selezione alle mostre importanti, poi quando arrivano al dunque, si bloccano di nuovo.
Se dovessi fare una distinzione, ci sono almeno tre tipologie di blocco.
C’è chi si blocca all’inizio, perché gli mancano le basi, e quindi non riesce nemmeno a fare lo storyboard. C’è chi si blocca invece durante la lavorazione perché non riesce a superare la difficoltà insita in un progetto complesso e articolato come un libro illustrato o un fumetto.
Poi c’è un terzo tipo di blocco, che impedisce all’illustratore di “finire” qualcosa. Quando è verso la conclusione del progetto inizia rivederlo progressivamente e in modo sempre più maniacale, a cambiarne delle cose, finché ci si perde dentro, e non lo termina più.
Credo che risulti chiaro il perché, soprattutto in tempi di crisi generalizzata, sia sempre più difficile ottenere fiducia da un editore. Mostrare il proprio book è esattamente questo: la domanda di un “prestito di fiducia”. E esattamente come andare a chiedere in banca un prestito per comprare una casa. All’editore si domanda di riporre fiducia nel materiale che vede, la fiducia nel fatto che chi lo mostra sarà in grado di realizzare un progetto intero, con quello stile.
E’ questo il motivo per cui dico sempre a chi mi mostra il book o a chi mi chiede consiglio su come comporne uno, che deve essere “solvibile”. Chi vedrà un certo stile e chiederà un libro intero realizzato con quella mano, poi si aspetta di vederlo fatto. Quindi quando si compone un book si dovrebbe farlo con questa etica e questa consapevolezza. Non basta qualche illustrazione per aver inventato il proprio stile. A troppi sento ancora dire: “posso disegnare di tutto” – come a certi chitarristi ho sentito dire che avrebbero potuto suonare di tutto – ma poi inevitabilmente di fronte a un progetto verranno fuori delle difficoltà.
E la prima è proprio affrontare finalmente un progetto completo, nella sua complessità, con le sue scadenze di consegna e con la sua pianificazione.
L’incapacità di pianificare il lavoro è una delle ragioni principali per cui si manifesta il blocco durante la lavorazione di un libro, ma si riconduce alla generale incapacità di andare oltre il sogno, oltre l’emozione del momento che si può avere quando ti comprano un progetto o quando semplicemente fai un disegno che ti piace. Lavorare nel campo dell’illustrazione e del fumetto significa saper padroneggiare la tecnica e la voglia di esercitarla. Non si può pensare di essere “ispirati” per lavorare. Perché nessuno che lavori, lavora così.
Quando si ha un libro da fare quindi la pianificazione è la prima cosa da pensare.
Qui in Francia di solito gli editori la strutturano già, a grandi linee, nei contratti, soprattutto quando si tratta di fumetti. La consegna dello studio dei personaggi, dello storyboard, le prime revisioni, la consegna dei definitivi in b/n e poi a colori sono già indicati e datai sul contratto.
Qualcuno addirittura invia agli autori una mappa illustrata del lavoro.
Mi è capitato di recente con un piccolo editore che programma le sue uscite per il festival di Angoulême e quindi ha strutturato tutto il lavoro in modo che la lavorazione dei libri cominci necessariamente in un mese prefissato e si concluda nei tempi richiesti per stampare e portare tutto al festival.
Questo lavoro però ciascuno dovrebbe imparare a farlo da sé, anche perché ognuno ha la propria maniera di gestire il tempo. C’è chi lavora di seguito su un libro e non fa altro finché non lo ha finito e chi invece riesce contemporaneamente a gestire più progetti.
In ogni caso una cosa da sapere è che il lavoro durerà diversi mesi e che la voglia del momento di dedicarcisi svanirà rapidamente. Conosco illustratori che non finiscono mai nulla perché non avendo imparato a gestire i propri progetti in modo professionale ne cominciano uno, poi gli viene immancabilmente voglia di fare un’altra cosa e mollano tutto per fare quella. Ho avuto spesso la tentazione anch’io di fare così, ma ho imparato in fretta che non è un modo pratico di pensare il lavoro, oltre al fatto che pur facendo ciò che vuoi nel momento in cui lo vuoi, quasi certamente non troverai qualcuno disposto a pubblicarlo esattamente quando lo vuoi tu. Quando finalmente lo troverai con ogni probabilità avrai cominciato una cosa nuova.
La gestione dei propri progetti a medio termine e la capacità di prevedere una scaletta di impegni in modo da non rimanere troppo a lungo senza lavoro o, al contrario, da sovrapporre troppe cose insieme, è una parte fondamentale del mestiere di illustratore.
Ma per riuscirci occorre “visualizzare” i propri sogni, fino alla loro realizzazione. Sognare di fare l’illustratore, di avere degli appuntamenti, non basta.
Bisogna “vedere” realmente il seguito, immaginare già come sarà. Altrimenti qualsiasi realtà risulterà deludente. Penso sia questo il motivo per cui poi molti ritornano al “sogno”. Perché si proiettano nelle proprie aspirazioni solo fino a un certo punto, che ritengono essere quello di arrivo.
Mentre invece in questo mestiere, ogni volta che pensi di essere arrivato da qualche parte, è proprio lì che inizia il viaggio.
Davide Cali è nato in Svizzera.
Ha disegnato videogiochi e collaborato a varie fanzine ancora studente.
In seguito ha realizzato diverse miniriviste autoprodotte, testi per la radio e par la tv. Fumettista per Linus dal 1994 ci lavorerà per 14 anni.
Come illustratore e fumettista ha esposto le sue tavole in una quarantina di mostre tra Bologna e Taipei, organizzato decine di mostre di illustrazione e fumetto.
Come autore per bambini pubblica a partire dal 2001, oltre 40 libri in 10 anni, tradotti da 50 editori in oltre 20 lingue sui 5 continenti.
I suoi libri hanno vinto una ventina di premi ovunque, tranne che in Italia.
Vive in giro per il mondo. La sua città preferita è Parigi ma a breve conta di trasferirsi in America.

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