Asterisk 5 domande sull’Anatomia per Artisti, con Ilaria Urbinati
07/11/2018 Morena Forza in Disegno / No comments

Quando ormai dieci anni fa ho deciso di mollare tutto e tuffarmi nella folle impresa di fare illustrazione, mi sono trovata faccia a faccia col Mostro dei Mostri del disegnatore: l’anatomia.

La difficoltà per me non era poca, tanto che avevo deciso di frequentare un corso medio-lungo di anatomia serale per colmare le mie lacune.

Lo studio di questa che è a tutti gli effetti una disciplina è a volte noioso, altre direttamente spaventoso, ma dona la possibilità di far fare cose ai propri personaggi: mica poco!

Oggi sul blog rivolgo 5 domande a Ilaria Urbinati, che un corso di anatomia per artisti lo porta avanti ormai da anni.
La prossima edizione sta per partire nei prossimi giorni (tutte le informazioni sono in calce a questo post), ma lei ci ha anticipato qualche dettaglio saliente del suo approccio all’anatomia per artisti, su come l’ha formulato nel tempo e ci ha anche consigliato qualche preziosa lettura.

Ciao Ilaria! In un panorama ricco di workshop di tecniche pittoriche, tu hai scelto da qualche anno di insegnare anatomia per artisti per far conoscere la struttura del corpo umano.
Come mai questa scelta?

Ciao Morena! Credo che le motivazioni della mia scelta siano da ricercare un po’ nella mia vecchia passione per la rappresentazione dei personaggi! Mi ha sempre affascinata riuscire a disegnare gli esseri umani e sopratutto la loro personalità.
In fondo è il corso che avrei sempre voluto fare.

Internet ci ha abituato alle più disparate fonti di reference per disegnare.
Perché è comunque importante studiare per disegnare bene il corpo umano secondo te?

Perché ci rende molto più liberi, senza la schiavitù di dover per forza copiare una foto senza conoscere davvero quello si sta facendo, ma dipendendo comunque dalla rappresentazione di qualcun’altro e dalla sua visione. Conoscere la struttura permette di rappresentare non solo le posizioni e le prospettive più complicate, ma di creare al meglio il nostro mondo personale andando anche oltre la realtà percepita.

A volte sento dire “Non ho voglia di studiare anatomia, tanto il mio stile non lo richiede”. Ma sarà poi così vero che la stilizzazione permette di infischiarsene delle regole dell’anatomia? Cosa ne pensi?

Io penso di no: se qualcosa “non torna” all’interno di un certo tipo di formalizzazione lo si percepisce subito. Se qualcosa è debole, magari non lo notano tutti (io sì) ma nel complesso rende debole il disegno.
Anche “l’omino dell’uscita di sicurezza” ha un senso e il suo ginocchio non si piega a caso perché “tanto è il mio stile”.

Quali sono gli errori di anatomia più comuni nel disegno e secondo te perché?

Secondo me sono:

  • Evitare di disegnare mani e piedi.
  • Disegnare le orecchie nei punti sbagliati
  • Difficoltà a gestire le scene di folla in maniera naturale o non disegnarle mai.

Fondamentalmente si evitano le rappresentazioni “faticose”, quelle che richiedono uno sforzo in più e credo sia proprio un po’ di pigrizia che ci frena, a volte: perché si fa tanta fatica ai imparare anatomia e prospettiva? Perché sono difficili.

Credo anche che le persone osservino poco, se stessi e gli altri.
Molti errori sono evitabilissimi osservando con un po’ di attenzione le  proprie mani e piedi e guardandosi allo specchio in mutande :)

La freschezza e la scioltezza della tua mano riflette senz’altro la conoscenza che hai della figura umana. Cosa ti ha formata nel percorso di questo apprendimento?

In questo campo sono una pura autodidatta!
Ho studiato da piccola su delle vecchie dispense della “Leonardo” (sì, sottoscrivo! Io ho queste: 1 e  N.d.R.) e su qualche raccolta di lezioni di Andrew Loomis (disponibile gratuitamente qui!).

Su Pinterest ci sono moltissime risorse, ma attenzione a quelle troppo “semplificate” che spesso contengono qualche piccolo errore o delle ingenuità.

In generale i testi “vecchi” sono ottimi (l’anatomia non cambia col tempo), così come tutte le risorse per chi fa animazione.

Il corso

Torino, 24 novembre 2018 dalle 10 alle 17

Sei ore ore mani in pasta per imparare tutto su come affrontare il disegno della figura umana.

Si parte dalle ossa (e non è una metafora), per salire fino ai muscoli (decidi tu quanto tonici!).
Vedrai come si disegna una testa e un volto e come affrontare quei particolari insidiosi, per esempio le orecchie, gli occhi o le mani.
Inoltre, imparerai tutto sulle differenze di genere e di età quando disegni una persona e come usare a tuo vantaggio la tecnica del chiaroscuro.

Info, costi e iscrizione? Tutto sul sito di Zandegù!

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Asterisk Tre stupendi libri illustrati sui gatti
Morena Forza in Illustrati / No comments

In fatto di libri illustrati non ho dubbi: il primo amore non si scorda mai e per me è stato un albo sui gatti. Come ho raccontato il giorno del mio compleanno, ne avevo una gran paura, ma al tempo stesso ne ero inevitabilmente attratta.

Per molti anni ho avuto un certo timore verso questi misteriosi animali, alimentato anche da un mare di sciocchezze che mi venivano raccontate sulla loro natura.

Nel 2012 ho adottato il mio primo gatto; andando contro tutti i consigli di amici e conoscenti che mi spingevano a prenderne uno minuscolo, io ne ho scelto uno che era prossimo al primo anno di età ed era grosso. Pesava più dei miei due precedenti cani messi insieme.
Era grande, robusto, mangione e maldestro. Russava, ed era buono come il pane.
Per di più, il Mucca (così era conosciuto) era un gatto-colla.
Lo spazio personale con lui, non era pervenuto.

Non c’era modo di disegnare senza averlo fra i piedi: mordicchiava le punte dei pennelli nei barattoli e faceva cadere matite e pastelli.
Oppure si appostava a fianco o dietro il cavalletto della tavoletta grafica; si muoveva solamente per seguirmi se mi alzavo per fare merenda.

Mi è capitato di parlare con dei clienti prendendo appunti con una mano, mentre l’altra era occupata a tenerlo in braccio in tutti i suoi 9 chili di morbidezza.

Adorava stare al centro dell’attenzione: molto spesso è stato difficile fare foto per il blog o per la pagina di RDD, perché si sdraiava sopra alle cose appena le mettevo in posa.
I libri illustrati, poi! Quelli erano i suoi preferiti, un giaciglio perfetto.

Parlo di lui al passato perché purtroppo se n’è andato all’improvviso l’ultimo giorno di giugno, e per me è stata una doccia gelata, tanto che ho smesso del tutto di scrivere per quattro mesi.
Sono rimasti sospesi libri, ebook, e perfino il blog.

Eppure, i guai che combinava, le cose buffe che faceva, il suo immenso affetto restano sempre al presente nei nostri ricordi, come se non fossero passati che pochi giorni.

Forse per questo mi ha dato un certo sollievo sfogliare questi tre bei libri che sono usciti quest’anno.
Perché non parlano semplicemente di gatti, ma anche del loro rapporto col proprio essere umano, con freschezza e non senza un pizzico di ironia.

Mon amie Momo

di Hwang Misun

“Come so se il mio gatto mi vuole veramente bene?”
I gatti sanno essere enigmatici, soprattutto quelli più introversi, e noi cerchiamo un segno inequivocabile del loro affetto.
La stessa domanda se la pone la piccola protagonista di “Mon Amie Momo”, di Hwang Misun, che racconta la quotidianità fra una gatta e la sua umana.
Un libro delicato, espressivo e non privo di un interessante spunto di riflessione sul rapporto fra l’umano e il suo animale domestico.

I hate my cats - A Love story

di Davide Calì
Illustrazioni di Anna Pirolli

I gatti sanno essere un tormento, chiunque li adori sa che è così.
Capita di sgridarli e se sono particolarmente permalosi bisogna rincorrerli con un bocconcino succulento e imprevisto per tornare nelle loro grazie ad ogni costo. Perché vogliamo farci perdonare e non sopportiamo ci tengano il broncio.

In questo ironico e raffinato libro, Ginger, Black e il loro umano raccontano una quotidianità fatta di piccole grandi cose.
Scritto da Davide Calì ed illustrato con gran classe da Anna Pirolli.

Io l’ho acquistato in formato digitale Kindle.

Curiosità: Anna Pirolli è stata contattata per questo libro da Davide Calì dopo che ho condiviso sulla pagina di RDD una delle sue illustrazioni. E’ il caso di dire, “galeotto fu”! :-)

Cat Wishes

di Calista Brill
Illustrazioni di Kenard Pak

Un micio indipendente e molto sicuro di sè sostiene di non avere desideri, di non aver bisogno di nulla. Ma sarà davvero così?

E soprattutto: cosa rende Casa una casa?

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Asterisk 5+1 Motivi per non utilizzare immagini prelevate da Google
07/05/2018 Morena Forza in In evidenza / No comments

Illustrazione:  Kali Ciesemier

A volte è difficile spiegare perché prelevare da internet un’immagine (soprattutto a scopo commerciale) sia sbagliato, soprattutto a chi mastica poco la netiquette; eppure esistono motivazioni precise di stampo tecnico, legale ed etico per non farlo.

Diffondiamo questo post per fare sapere anche ai non addetti ai lavori perché le immagini da Google o Pinterest non vanno prelevate, men che meno a fini commerciali.

Perché è sbagliato utilizzare le immagini prese su internet?

1: Google non è una banca dati di immagini free

Facciamo un po’ di chiarezza: Google Immagini è un servizio che Google ha ideato dopo qualche anno dal lancio dell’azienda, nel 2007, a scopo informativo.
Se non ci credi, aggiornati, perché Google ha perfino tolto lo strumento “Visualizza immagine” proprio all’inizio del 2018 per tutelare chi produce immagini, impedendo di visualizzare un’immagine isolata dal contesto in cui è inserita.

2: Non siamo noi disegnatori a caricare le immagini su Google

Il motore di ricerca le preleva da siti, forum, social e altre fonti estrapolandole tramite un algoritmo dal loro contesto in base a delle parole chiave.
Non abbiamo caricato quelle immagini su web per offrirle al primo che passa, ma per promuovere il nostro lavoro (anche retribuito).
Inoltre, molto spesso le immagini che girano per social e piattaforme non sono state caricate da noi creativi, ma da qualcuno che le ha salvate dai nostri canali ufficiali e redistribuite a nostra totale insaputa sui propri socialDigiti e te le trovi davanti, ma non sono lì per te.

3: Prelevando immagini da internet corri il rischio concreto di controversie legali con privati e aziende che le hanno commissionate o acquistate.

Questo significa che utilizzando un’immagine potresti commettere a tutti gli effetti un furto, non solo verso il suo autore ma anche verso un’azienda (editori, case di moda, produttori di articoli di cartoleria, arredatori, agenzie pubblicitarie ecc), che ne detiene i diritti ed ha i mezzi legali per fartela letteralmente pagare. Pensaci bene.

4: Esistono le immagini stock, a pagamento e anche gratuite.

Esistono delle banche immagini per fotografie, illustrazioni e materiale grafico, alcune di esse totalmente gratuite. Prova a digitare in Google (facendone buon uso, stavolta) “Free stock images” o “Free stock illustrations” e ti si aprirà un mondo.

A differenza di quelle pescate a caso su Google o Pinterest o sui social, le immagini che trovi sui siti stock sono lì appositamente per te. Datti alla pazza gioia!

5: La stampa di immagini prese da internet è di bassa qualità.

Le immagini prese da internet sono a bassa risoluzione; questo significa che in stampa danno risultati tutto meno che professionali.

Se queste motivazioni tecniche, legali ed etiche non ti hanno convinto, eccotene una molto pratica: credimi, internet è piccolissimo.

Pensi davvero di passare inosservato?
Ormai su web si denuncia di tutto, dalle grandi aziende ai piccoli produttori disonesti.
Le cose che una volta era facile insabbiare si vengono a sapere e potresti essere svergognato in pubblica piazza o riempito di messaggi di protesta facendoci veramente una magra magra figura. Ci sono marchi che hanno perso cause, piccoli shop su Etsy o Ebay che hanno chiuso i battenti per questo motivo.
“L’immagine era su Google quindi è mia” lo avresti potuto dire suscitando un sorriso di compassione nel 2005. Nel 2018 è totalmente irrealistico.

Quando l'immagine non è utilizzata a fini commerciali

Perché non contattare l’autore dell’immagine per la tua iniziativa? E’ sbagliato comunque utilizzare l’immagine a sua insaputa.

E se il disegnatore o fotografo non volesse che quell’immagine venga abbinata a idee politiche o etiche in cui non si riconosce?

A me è capitato: qualche anno fa hanno utilizzato una mia immagine di una mamma col suo bambino per un’iniziativa contro le famiglie arcobaleno.
Io le supporto pienamente e odio ogni forma di discriminazione, perciò ho trovato molto offensivo l’uso di quell’immagine (per giunta modificata a piacimento con una grafica assai discutibile) per quel fine.
Impariamo a rispettare il lavoro degli altri, ce n’è tantissimo dietro un’immagine, che non si è certo fatta da sola.

Grazie! :-)

Letture

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Asterisk Come ho iniziato a fare illustrazione: il mio percorso a ostacoli
23/04/2018 Morena Forza in In evidenza / 6 responses

Negli ultimi tempi, sul blog, per email e durante corsi ed incontri, mi è stato chiesto come ho cominciato a fare l’illustratrice freelance. E’ stata insomma, la domanda frequente numero 1.

E così, in occasione del mio compleanno, ho deciso di raccontare il mio percorso.

Fun fact: volevo registrare degli audio e mi sono spostata in campagna, lontana dal frastuono della città e dei vicini.
Da brava ragazza di città, ho sottovalutato un temibile nemico: l’ugola della gallina media.
Terminata di registrare la intro infatti, mi sono resa conto che le urla e i litigi dal pollaio, in sottofondo, rendevano inascoltabile l’intero il contenuto.
Così, dopo molte risate, eccomi qui, tornata alla cara e vecchia scrittura.

Una ragioniera che disegna

Come ho raccontato brevemente nella mia pagina bio, ho studiato ragioneria e, dopo il diploma, Lingue e Letterature Straniere.

Nei primi mesi del 2007 iniziò un processo interiore inarrestabile che mi portò ad interrompere gli studi (che pure amavo molto) per buttarmi a capofitto nell’avventura che è diventata una fetta enorme della mia vita attuale.
Nell’autunno di quell’anno mi iscrissi al corso di illustrazione dello IED.
Grandioso, no?
Ma non andò affatto bene. Anzi, chiamiamo le cose col loro nome: fu un completo disastro.

Non tutto il male viene per nuocere

Due mesi dopo essermi iscritta mi accorsi di non riuscire più a tenere nulla in mano. Né una posata, né un pettine, né una matita.
Fu l’inizio di un incubo che durò diversi anni, di cui il primo in fase acuta, fu il peggiore della mia vita.

Passavo molto tempo a letto, debole e dolorante, e non potevo fare altro che leggere e guardare film.
Il mio stato di salute altalenante non aveva però spento le mie inclinazioni, le aveva intensificate; una volta finita la fase acuta, per tutto l’anno seguente mi concentrai su studio e disegno. Non potendo uscire granché, non ero in balìa di grandi distrazioni e questo velocizzò straordinariamente il mio apprendimento.
Quello è stato il grande periodo-spugna. Vedevo una cosa, provavo a farla e la assorbivo.

L'importanza di essere (quasi) pronti

Cominciai a fare sul serio: decisi di preparare un portfolio di 12 immagini e disegnare tantissime tavole “extra”, comprare un dominio e aprire il mio primo sito.
Che non era ancora questo.
Partecipai a qualche concorso e a qualche mostra, per mettermi in gioco.

Ma la differenza la fecero le ore che, quando riuscivo a uscire, trascorrevo in biblioteca e per librerie, a cui ne seguivano altrettante sui siti e sui cataloghi di produttori ed editori.
Con un taccuino alla mano appuntai meticolosamente una serie di informazioni preziose (cosa che periodicamente faccio ancora) che mi sarebbero servite per capire chi contattare.

Quando iniziai a farlo, le risposte furono piuttosto veloci. Imparai a prendere un quantitativo imbarazzante di porte in faccia senza fare un plisset.
A meno di un anno da quando facevo illustrazione, mi ero trovata a lavorare con uno dei più grossi gruppi editoriali italiani.
Fu frustrante, e difficile perché non ero completamente pronta per un’esperienza così “di alto livello”, ma fu istruttivo. E non mi pentii di essermici buttata.
E poi, il fatto di essere stata contattata da un cliente così importante mi diede molta fiducia e carica.
Il primo vero gradino che ha costituito uno spartiacque fra il prima e il dopo è stata la collaborazione con un editore francese (anch’esso di grandi dimensioni): da lì in poi arrivò tantissimo lavoro.

Non molto più tardi mi scrisse dal Portogallo Ines, la mia prima agente, che mi insegnò a tenere ordinato il portfolio e pensarlo per dei clienti a cui volevo arrivare.
In quel periodo mi appassionai più che mai al mercato dell’illustrazione e non solo ad illustrare.

E’ stato proprio così che, tra il 2014 e e il 2015, ho aperto partita IVA e ho rivoluzionato completamente il modo in cui disegnavo per potermi dedicare ai miei due mercati preferiti: quello britannico e quello americano.
Reinventarsi non è facile; ci sono voluti mesi di metodica ricerca e raccolta.
In un certo senso, non ho solo cominciato a fare illustrazione, ma ho anche ricominciato da capo. E senza fermarmi, perché non potevo permettermelo.
Questo mi ha portato nel giro di sei mesi ad essere contattata dalla seconda agenzia che ora mi rappresenta e che mi ha confermato che ero davvero molto adatta ai mercati a cui avevo voluto avvicinarmi. I miei studi sono stati davvero ripagati: ho raddoppiato le commissioni e lavorato spesso con Regno Unito, Asia e Stati Uniti.

Chissà quante altre volte dovrò rinnovarmi e, per alcuni aspetti, ricominciare.
Bisogna farci pace, se si vuole disegnare freelance.

Percorsi diversi, ostacoli segreti

Negli anni ho ascoltato e letto con interesse del percorso di altri illustratori.
Mi ricorda come a volte si arrivi alle stesse cose facendo strade completamente diverse.
A proposito di questo, ti consiglio di non fare mai confronti tra il tuo percorso e quello di un’altra persona.
Dal momento che non ne esistono due uguali, la cosa più saggia che puoi regalarti è concentrarti sulle tue tappe.
E’ difficile? Forse: ma dimezzare il tuo tempo sui social può fare miracoli!

Sui social quasi nessuno racconta quanto ha sgomitato per arrivare su quell’annual o per lavorare col grande cliente. Quanti weekend e festivi ha passato al tavolo da disegno mentre gli amici erano fuori a cazzeggiare.

Nessuno racconta quante pessime locandina per la sagra della porchetta e pallosissimi raccontini ha dovuto disegnare prima che gli venisse affidato il progetto dei suoi sogni.
E nessuno ti dice che ha fatto fatica, perché in fondo ci piace crogiolarci nella fiaba e nell’idea irrazionale che le cose arrivino per “magia”, solo desiderandole.

La fata Madrina c’era solo per Cenerentola. A noi, tocca farci il mazzo.

Quindi, buon lavoro!
Credi nei tuoi obbiettivi, più che nei tuoi sogni.

Approfondimenti

I miei manuali preferiti

Ecco i manuali che più mi hanno aiutata a districarmi nella giungla di questa colorata avventura. Ne ho letti tanti, ma questi sono decisamente i miei preferiti.

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Asterisk Chi ha visto Monica Barengo? Intervista di Davide Calì
20/04/2018 Morena Forza in Illustrazione / No comments

Una sera dello scorso febbraio ero sulla metropolitana di Torino, persa nei miei pensieri, quando il treno si è fermato e un po’ evanescente nel riflesso del vetro, esattamente davanti a me, è apparsa nientemeno che Monica Barengo. Abbiamo riso molto, ancora prima di salutarci, perché era stato buffo come ci fossimo trovate esattamente una davanti all’altra dopo anni che non ci vedevamo. Pochi giorni dopo, tornata a Milano, Davide Calì mi ha scritto “Ti va un’intervista a Monica Barengo?” e come avrei potuto dire di no?

Come sempre, è molto interessante leggerla e vedere quanto le sue illustrazioni la raccontano.

Buona lettura!

A cura di Davide Calì

Volevo fare a Monica un’intervista spensierata, sul suo lavoro a Taiwan, in Francia e in Australia e sul suo imminente ritorno in Italia. Monica ci ha regalato invece un’intervista molto intima e personale, sul suo lavoro ma anche su come è cambiata la sua vita negli ultimi due anni e su alcune sue fragilità.

E’ un po’ che non ti si vede in giro, dove sei sparita? Ma è vero che lavori in Cina?

Sono stati due anni difficili. Ho perso il mio papà e mi sono persa io, avevo paura che il mio lavoro ne risentisse così mi sono allontanata da tutto, anche dai social, e quando ci sono tornata non è stato semplice riprendere il giro e pubblicare le cose come facevo prima.

Ancora adesso fatico, ogni cosa sembra superflua e si può non dire, così finisco per non dire niente. Piano piano sto combattendo questo muro con Instagram, quindi se volete vedere qualcosa è più probabile trovarmi lì.

Sono sparita, ma sono stati anni molto produttivi, ho pubblicato due libri con Grimm Press una casa editrice di Taiwan, uno con Motus un editore francese e ho continuato la mia collaborazione con Womankind, una rivista Australiana.

Raccontaci la tua esperienza con Taiwan. Se non sbaglio hai fatto due libri? Di cosa parlano?

La mia con Taiwan è stata, anzi è una bellissima esperienza e parlo anche al presente perché abbiamo in programma ancora un paio di libri.

Ho sempre avuto un debole per l’Asia in particolare Cina e Giappone, per la loro cultura, per il cibo, per tutto. Grimm Press era una casa editrice che tenevo d’occhio da un paio di anni.
Ogni anno andavo in fiera a Bologna portando sempre un libro in più. “Ci piace molto il tuo lavoro, ma per il momento non abbiamo un testo da darti” era sempre la risposta di Hao, che negli anni ha imparato a conoscermi e ad apprezzare il mio lavoro. Un paio di anni fa abbiamo fatto l’ennesimo colloquio in fiera e lui ha visto la mia serie sul Giappone realizzata per la rivista Womankind e gli si è accesa una lampadina, forse non credeva che il mio stile si potesse adattare a storie tradizionali legate alla loro cultura, ma vedendo quella serie mi ha subito detto che aveva un libro da propormi.
Così una settimana dopo la fiera mi è arrivato il testo che aveva pensato per me, raccontava la storia di due bambine, una cinese, nipote di un artigiano dell’antica Cina e una principessa europea, il libro ripercorre la lavorazione delle porcellane cinesi fino al commercio con l’Europa.

Galleria di illustrazioni da “The China Bottles” (Grimm Press) – Click per ingrandire

Il secondo libro, che è arrivato praticamente in contemporanea, racconta la storia di un nonno che costruisce giocattoli, questo nonno ha un nipote e insieme giocano e costruiscono giocattoli fino a quando il ragazzo non deve partire per andare a studiare all’estero, il tempo passa e il nonno invecchia e perde la memoria. Una storia dolcissima e nostalgica, sul tempo che passa, sull’importanza della tradizione e della famiglia.

Galleria di illustrazioni da “The spinning top” (Grimm Press) – Click per ingrandire

Come è stato lavorare con i taiwanesi? (sappi che abbiamo la segreta speranza che tu dica che è molto meglio lavorare con noi!)

E’ un onore per me lavorare con loro, per ogni progetto faccio molta ricerca perché racconto di una cultura che non è la mia, che sento e rispetto molto, altrettanto mi piace lavorare con l’Italia soprattutto per la collaborazione con Kite edizioni, dove mi sento a casa e non vedo l’ora di tornare.

Mentre lavoravi con Taiwan hai continuato a illustrare per una rivista australiana e hai anche fatto un libro in Francia. Cominciamo dalla rivista. Di che rivista si tratta? Che genere di articoli illustri? Con quale cadenza?

Womankind è una rivista al femminile che non pubblicizza prodotti di consumo, niente trucchi o vestiti, ma solo arte in tutte le sue forme, un bellissimo progetto editoriale di Antonia Case. Con Antonia ci siamo conosciute quasi quattro anni fa, lei aveva visto le mie illustrazioni su internet e si era innamorata del nostro Polline, voleva fare un articolo sul mio lavoro, io ero entusiasta che una rivista Australiana volesse parlare di me.

Galleria di illustrazioni per Womankind – Click per ingrandire

Era un numero lancio, una scommessa, ma la rivista ebbe un successo incredibile così Antonia mi chiese se potevo realizzare delle illustrazioni su misura per ogni numero ed io accettai subito. Siamo insieme dal primo numero con scadenza trimestrale.

Ora la rivista è un po’ ovunque: Inghilterra, Stati Uniti, Canada e Corea. Una bellissima collaborazione, che ha arricchito enormemente il mio portfolio. Io non illustro degli articoli, mi viene dato un tema e alcune parole chiave e realizzo quattro illustrazioni liberamente, il più delle volte creo delle micro storie che si auto concludono, altre volte no, sono completamente libera.

In Francia invece hai illustrato un libro per Motus, che mi è sembrato molto diverso da quello che hai fatto finora, almeno per quel che riguarda i personaggi, che sono dei bambini! Ce ne vuoi parlare?

Sì! Sta per uscire con Motus, “C’est bien top long à raconter!” di Isabelle Damotte una poesia sul primo giorno di scuola di una bimba delle elementari che io ho chiamato Adele.
E’ stato divertente disegnare una classe di bambini di sei anni, ho ripescato dai miei disegni delle elementari, dai ricordi: come la mela a pranzo di cui mangiavo solo i semini (senza sapere che erano velenosi :D), le matite per terra, i gessetti della lavagna che cadono e si rompono e l’imbarazzo di quando la maestra ti fa una domanda e tu non sai rispondere. Graficamente può sembrare diverso da quello che ho fatto fino ad adesso, ma sono sempre io, almeno per quel che credo di essere, forse è l’inizio di un piccolo cambiamento.

Il tuo primo libro è del 2013. In pochissimi anni hai bruciato le tappe: hai pubblicato tre libri in Italia, uno in Francia, due a Taiwan. Hai un sacco di fan e sei già diventata un modello per moltissimi illustratori. Come ti senti?

Se penso al mio lavoro sono felice, ma sono sempre la stessa, quella che hai conosciuto nel 2012, che ogni volta che finisce un progetto non è soddisfatta, che pensa che poteva fare di più, questo può sembrare un atteggiamento scoraggiante, in realtà ho capito che è la fiamma che mi da la spinta per fare sempre un passetto in più.

Approfondimenti

Monica Barengo vive a Torino, dove ha frequentato il corso di illustrazione allo IED.
Nel 2012 è stata selezionata per la Mostra degli Illustratori alla Children’s book Fair di Bologna.
Lavora come illustratrice per albi e riviste e disegna fumetti.
Foto di Ioan Pilat

Polline
Kite Edizioni (2013)
Autore: Davide Calì

Nuvola
Kite Edizioni (2016)
Autore: Alice Brière-Haquet

 


Un giorno, senza un perché

Kite Edizioni (2014)
Autore: Davide Calì

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Asterisk Alla fine della Fiera
08/04/2018 Morena Forza in Fiere&Saloni / 2 responses

Foto: Morena Forza, Noemi Salamone, Katya Longhi

E’ qui la festa?

Abbiamo prenotato treni, aerei e appartamenti mesi prima, preparato portfolio, biglietti da visita, rinfrescato il sito e programmato appuntamenti e visite.
Abbiamo letto il programma delle conferenze e degli incontri e infine siamo partiti alla volta della Children’s Book Fair di Bologna.

E poi, abbiamo navigato nella folla oceanica, fermandoci per riabbracciare amici, colleghi, salutare clienti con cui abbiamo lavorato così bene l’anno appena passato.

Poi, in un attimo… PUF!

E’ sorprendente come ogni anno la Fiera sembri non arrivare mai, per poi passare in un soffio, lasciandoci con le gambe a pezzi e la testa ronzante di nuove idee.
Ci chiediamo se si realizzeranno mai o finiranno nel ripostiglio dei progetti mai partiti.

Ti è già capitato di avere la sensazione che quei giorni spesi in Fiera a macinare chilometri sul conta-passi fossero stati spesi male?
Di pensare “A cosa è servito?” demoralizzandoti un po’?

A me sì, specialmente dopo le prime volte in Fiera.
Dopo averla visitata come “turista”, però, mi sono decisa a muovermi secondo un piano abbastanza definito e professionale, decidendo cosa fare e chi incontrare (coi giusti spazi di libertà, per non privarmi del tutto di una dimensione “di svago”) in funzione di cosa avrei voluto ottenere.
Grande importanza riveste il dopo; tirare le fila dei contatti presi e delle idee sviluppate durante quei giorni frizzanti di idee ed intuizioni.

Ecco allora cinque cose che faccio dopo questa importante manifestazione.

Cerco di intraprenderle a partire dalla settimana immediatamente successiva alla BCBF per gli editori italiani, o due o tre settimane dopo per quelli stranieri; molti di loro si troveranno infatti alla London Book Fair,  che si tiene quasi subito dopo quella di Bologna.

1

E' facile contattarmi?

Nel 2014 mi accorsi solo verso giugno che il mio sito non era più raggiungibile da metà marzo, quindi per i tre mesi successivi alla Fiera!

Da allora ho imparato a controllare che tutto funzioni a dovere, prima e dopo l’evento.
Non solo aggiorno le galleries quindi, ma mi accerto che non ci siano malfunzionamenti, broken link e problemi di varia natura nel contattarmi.
Negli ultimi 3 anni inoltre, metto a disposizione il download di alcuni campioni di portfolio (tearsheet, in PDF) e controllo che il link da Dropbox funzioni alla perfezione.

2

Idee in ordine

Metto sulla scrivania tutto il materiale raccolto durante la Fiera.
Cataloghi, biglietti da visita, segnalibri, cartoline; ma anche appunti (e fotografie, su PC) degli stand che più mi hanno colpita.

Sono diventata selettiva nella raccolta di materiale in Fiera; nonostante ciò, faccio un lavoro di ulteriore scrematura, separando il materiale che ho prelevato perché mi piace da quello che mi potrebbe dare lavoro.
Mi spiego meglio: posseggo molti libri e prodotti che amo avere intorno, ma non disegnerei mai in quel modo né lavorerei con chi li ha prodotti e distribuiti.
Soprattutto se sei ai primi inizi del tuo lavoro da illustratore, presta molta attenzione a questa distinzione: hai preso quel materiale perché lavoreresti così, o solo perché ti piace da consumatore? Non sempre le due cose coincidono.

Ecco che  questa fase di ordine fisico mi permette di riordinare prima di tutto le idee.

Nonostante vorrei possedere librerie sconfinate e traboccanti, non sopporto avere intorno troppa carta, perciò tengo pochissimo del materiale che raccolgo, che mi serve perlopiù come promemoria.
Trascrivo su un file Scrivener (lo stesso software che utilizzo per scrivere i post su RDD) tutto ciò che mi serve. In questo modo siti e contatti sono facilmente reperibili tramite chiave di ricerca; posso inoltre copia/incollarli al momento del contatto email.
Nei Preferiti del mio browser ho una cartella dedicata ai cataloghi online di editori e produttori con cui vorrei collaborare. Questo mi consente di rimanere aggiornata e tenere d’occhio i miei sogni e le mie ambizioni in modo piuttosto concreto.

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Un obbiettivo senza un piano è solo un sogno

Faccio quello che per me separa sempre il fantasticare dal fare: scrivo una lista di potenziali clienti con cui vorrei lavorare.

Alcuni restano nella Dream List per anni, altri scompaiono col passare del tempo perché cambiano i miei piani, cambia la loro impronta editoriale, vengono assorbiti da altri gruppi o nel peggiore dei casi chiudono battenti. (Eh sì, succede anche questo!)
Mi impegno a fare in modo che la Dream List resti sempre bella nutrita e a sognare in grande.

Creo anche una lista di clienti con cui mi è piaciuto lavorare in passato e pianifico di aggiornarli sui miei nuovi lavori, sperando di collaborare ancora con loro.

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Uno, nessuno, centomila: chi contatto?

Creo uno o più portfolio PDF mirati al tipo di cliente che voglio contattare .
E poi, pronti all’azione: contattare, contattare, contattare!

A questo proposito… Vale per tutto l’anno, ma visto che il rischio di questa barbara usanza si accentua nel periodo consecutivo alla Fiera, parliamone: non è il caso di mandare email a tappeto a qualunque editore, al grido di “Su 300 uno mi risponderà”.
Contatta solo redazioni che senti affini. Non ha senso saturare le caselle email di mezzo mondo!
E’ poco educato e mostra poco rispetto per altre persone che come noi lavorano.
Prenditi il tempo di selezionare. E’ funzionale, elegante e decisamente più professionale.

5

La pazienza è la virtù dei forti… e dei freelance.

I primi anni è normale avere risposte fredde o tiepidine al post Fiera, ma alla fine la perseveranza premia. Non smettere di disegnare e fatti un favore: non fissarti sullo stesso portfolio per l’eternità. Rinnovalo, rimpinzalo.
Lo so, sembra scontato, ma dopo aver visto decine di cartelle lavori vecchie di anni (per mancanza di nuovo materiale) mi sento di specificarlo in questa lista, come consiglio ai corsisti e a chi mi chiede una consulenza.

Pazienza non significa starsene con le mani in mano: come diceva quella gran figura controversa di Pablo Picasso, “l’ispirazione deve trovarci all’opera”.
E anche i clienti, aggiungo io.

Quante cose da fare e da considerare, vero?
Hey! Non ho mai detto che disegnare per professione fosse facile o veloce! Ma è fattibile, col giusto impegno e una dose massiccia di dedizione.
Buon lavoro!

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Asterisk 5 ottimi motivi per visitare la Fiera del libro di Bologna
18/03/2018 Morena Forza in Eventi / No comments
Ci siamo!

La Fiera del libro per Ragazzi è alle porte.
Come sempre, è arrivata prima che riuscissimo a dire “Bologna”.

Quest’anno io parteciperò solo per due giorni, ma li ho riempiti fino all’orlo di cose da fare: appuntamenti, portfolio review, tappe di contatto da editori, art director e colleghi.
Certo, da brava introversa l’idea di immergermi in quella (seppur coloratissima) calca, mi sfibra abbastanza e so che tornerò distrutta, ma anche che in fondo ne vale la pena.

Noi illustratori siamo bestie strane: passiamo gran parte dell’anno a parlarne, a progettare e fare buoni propositi per le cose da fare alla prossima edizione; poi, mano a mano che si avvicina molti di noi si trovano a fare i conti con una crescente apatia e pigrizia che ci fa pentire di aver prenotato albergo e biglietto.

E allora mi sono detta: visto che quest’anno sono in questo mood positivo e propositivo, perché non stendere una lista di buoni motivi per visitare la Fiera del Libro?
Così le prossime edizioni, se sarò un po’ fiacca, mi sentirò comunque motivata a non rinunciare. E spero possa essere utile anche a chi come me, si fa prendere dall’indecisione o dallo sconforto dell’ultimo momento.

1

Il corso degli... eventi

Per 4 giorni la Fiera diventa una piccola città nella città. Un posto coloratissimo dove si concentrano gran parte delle cose che ci interessano.
Facciamo parte di un ambiente abbastanza di nicchia (non tutti ce ne rendiamo conto, ma è così) perciò questa è un’occasione d’oro per partecipare a iniziative pensate da noi o per noi.

Durante l’anno mostre e workshop a cui avremmo voluto partecipare si sono svolti puntualmente in città lontane o scomode da raggiungere…
Beh, ora è tutto qui! Cosa fai, vuoi mancare?
Ci sono diverse mostre di illustrazione, sia all’interno della Fiera che in giro per la città.
E poi, prendono vita workshop, si tengono portfolio review, conferenze, sessioni di disegno live. Tutte esperienze arricchenti, se non vere e proprie occasioni per crescere e imparare cose nuove.

2

"Ci sei a Bologna quest'anno?"

Questa è la domanda di rito che immancabilmente ci si fa a partire dalla fine di gennaio.
Incontrare vecchi e nuovi colleghi è una delle cose che preferisco della Fiera.
Nel corso degli anni, alcuni sono diventati amici; altri sono professionisti di lunga data da cui c’è tanto da imparare.
Ci sono illustratori che seguiamo sui siti e social ammirandoli da lontano, e finalmente in Fiera hanno un volto. E’ una sensazione stranissima!

E poi ci si scambiano pareri ed esperienze, tra uno stand e l’altro, o in fila per la focaccia farcita, o ci si vede per un caffè e si chiacchiera di questo e quello.

Facciamoci travolgere dall’entusiasmo di colleghi particolarmente positivi e ambiziosi a livello artistico e imprenditoriale.
Questo per me significa tanto: è una risorsa enorme all’interno della Fiera.
E sai perché? L’entusiasmo è contagioso!
Certo attenzione, perché lo è anche la lamentela; infatti mi impegno ad evitare lunghe chiacchierate con chi tende a piangersi troppo addosso. Nulla di personale.
E’ che sono piuttosto empatica e dalla fiera voglio tornare carica, non appesantita (se non di fantastici calendari e cartoline).

3

Un po' di sana Mano Windsor

Mano Windsor, ovvero public relations. Tipica attività fieristica.
Diciamo che ti è piaciuto particolarmente lavorare con alcuni art e clienti. E allora, perché non passare a fare un saluto?

Lavoriamo dalle nostre scrivanie con le cuffie in testa e l’immancabile tazza di caffè o tè di lato.
Come tutti gli illustratori, non incontro il 99% dei miei clienti e degli art director con cui lavoro.
Alcuni di loro li ho sentiti per telefono e su Skype per mesi e mesi di lavorazione e riconoscerei la loro voce ovunque ma non so neppure che aspetto abbiano.
Ammetto che a volte risulta un filino alienante.
Vedersi in Fiera è un po’ come dire: Eccoti qui! Ma allora esisti!
Dopo mesi di email e telefonate, vedersi è proprio una cosa carina!

E poi, Moleskine o tablet alla mano, possiamo scattare foto e prendere appunti su nuovi potenziali clienti.
A me andare in Fiera sembra quasi come fare la spesa.
“Questo mi interessa, questo è adatto, questo lo contatto subito…” Senza contare l’incetta annuale di materiale promo degli editori, spesso bellissimo e super colorato.
Calendari, adesivi, segnalibri e, naturalmente cataloghi!

Con un pizzico di fortuna, alcuni editori improvvisano anche dello scouting in loco e danno un’occhiata a cosa abbiamo da offrire (leggi: ci guardano il portfolio!) anche senza appuntamento. Non dimentichiamoci il biglietto da visita. Nostro e loro.

4

Un pieno di energia effetto vitamina

Guarda, non volevo scomodare la grande hit “Le tagliatelle di Nonna Pina”, ma era quasi dovuto!
Il Muro e gli stand sono un caleidoscopio di mille colori, stili, prodotti, novità…
Gli stimoli sono infiniti. Torno sempre dalla fiera che sono una miniera di idee!
Se siamo a corto di “scintilla creativa”, andare in Fiera fa proprio bene.

E’ vero, ci vuole un po’ per mettere insieme tutti i tasselli del puzzle, una volta tornati a casa carichi di input e appunti, quindi coltiviamo una sana dose di pazienza.

5

La grande tribù

Lo dicono anche i Muse :
“Fish in the sea
You know how I feel”

E ci si sente proprio così, una volta varcati i tornelli di Bologna Fiere. Un’enorme, oceanica tribù.
Illustratori, autori, editori, art director, grafici, paper engineers, bibliotecari, sviluppatori, traduttori, sales manager e tanti altri…
Quasi sempre, in Fiera si sviluppa uno strano senso di appartenenza; anzi, inizia ancora prima, quando sull’autobus ci si guarda uno con l’altro perché si indossa il badge al collo, con l’inconfondibile fettuccia magenta.
Non importa se disegniamo o se il nostro lavoro è fare riunioni sulle vendite dell’ultima collana. Ci occupiamo della stessa cosa, come se fossimo parte di un grande organismo.

“Ma sì… cosa vado a fare, io?”

E’ la classica domanda che ti fai quando hai perso quel vago senso di appartenenza.
Quando ci estraniamo da un ambiente, sentiamo di farne parte ancora meno.
E’ un po’ una specie di circolo vizioso.

Per questo motivo, se stai tentennando sull’andare o no alla Fiera perché “Cosa vado a fare? Non sono nemmeno un vero illustratore”, ti consiglio di farci un saltino, almeno un giorno.
Goditi le mostre, osserva quanta vita brulica attorno all’editoria per l’infanzia, coltiva la curiosità, fatti travolgere dall’entusiasmo e dall’energia che scorre in quei padiglioni.

E già che ci sei, guarda quanto mondo c’è dentro la Fiera!
In tempi come questi, in cui ci vogliono tutti divisi ed estranei, gustati i colori dei cinque Continenti che si sono riversati in uno spazio tutto sommato così concentrato.
Io lo trovo davvero emozionante. Credo che faccia bene al cuore, oltre che agli occhi.
Apre le finestre della mente e ci fa circolare della sana aria fresca.
Guarda quante possibilità, quante soluzioni e quanta creatività ci sono nel mondo.

E sì, anche tu ne fai parte. :-)

Ci vediamo lì! Buona fiera a tutti.

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Asterisk Portfolio Review allo stand Autori di Immagini
10/03/2018 Morena Forza in Eventi / No comments

La Fiera di Bologna sta arrivando e, come ogni anno, Autori di Immagini mette generosamente a disposizione gli spazi del suo stand per sessioni live di disegno digitale e portfolio review.

Anche io partecipo al programma! L’incontro è gratuito. Viene offerto da AI.

Ti consiglierò al meglio delle mie possibilità sull’editoria per l’infanzia. :-)
In questi anni ho lavorato a diversi libri (albi, album di stickers, activity book, libri con finestrelle e fingertrails) e numerosi volumi per la scuola primaria.
Ti posso essere particolarmente di aiuto se ti occupi (o vorreste occuparti) di pubblicazioni in Italia e nel mercato anglosassone 0-9 anni.
Alcune delle mie collaborazioni: Mondadori, Usborne Publishing, Edizioni EL, Il Castoro, Giunti, Pearson Italia, Edizioni Corsare, LaScuola Brescia, Triumph, Editions Lito, Fleurus, Porto Editora.

PRENOTA UNA PORTFOLIO REVIEW

Un’ora passa presto, per questo ho potuto accettare solo 10 persone per l’incontro.
I posti sono terminati molto presto. Ma niente paura!
Se ti interessa sottopormi il tuo portfolio e avere dei consigli per svilupparlo al meglio o per proporti a editori e clienti legati al mercato dell’intrattenimento per l’infanzia, puoi contattarmi per una o più consulenze mirate, studiate su misura per te.
Contattami e parliamone!

Qualche indicazione per il portfolio

Quantità: dalle 10 alle 20 immagini. Non di più!

Visiono anche progetti libro (prototipi, storyboard, ecc)

Non sono preparata per il mercato young adult o fantasy.

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Asterisk Affrontare le critiche – Intervista a Davide Calì (2)
26/02/2018 Morena Forza in Editoria&Scrittura / No comments

Illustrazione: Monica Barengo, da “Un giorno, senza un perché

L’ultimo lunedì di questa serie chiudiamo il ciclo di interviste a  cura di Mariapaola Pesce , con la seconda parte della chiacchierata con Davide Calì, autore di libri per l’infanzia e fumetti.

Per leggere la prima parte di questa intervista, cliccate qui.


Se un artista finisce per incagliarsi in un progetto da cui non esce, o il suo stile perde appeal, si demotiva, che consiglio dai?

Questo è un altro dei tanti aspetti difficili da gestire. Non è facile capire quando un progetto non sta funzionando. Io l’ho sempre fatto istintivamente, ma non saprei spiegare se seguo un criterio di qualche tipo. In generale consiglio di cercare un distacco dal proprio lavoro.

Quando hai una forte affezione per qualcosa, hai più difficoltà a lavorarci, a rivederla in funzione di un feedback o a lasciarla andare se non funziona.
In generale si deve essere pronti, credo, a mettere da parte le cose e riprenderle dopo un po’. L’ostinazione produce quasi sempre frustrazione, se poi il risultato non arriva.

Illustrazione: Sébastien Mourrain, da “The tiny tale of Little Pea


Senti, ma in veste di editor, ce la faresti una fenomenologia dell’illustratore?

Hahah! Ma se ti rispondo poi nessuno vorrà lavorare con me!

Scherzi a parte, tutti abbiamo delle attitudini e dei difetti, io per primo e chi lavora con me lo sa molto bene.
Penso che più che una fenomenologia dell’illustratore, ci sia una fenomenologia di quello che vorrebbe esserlo e convenzionalmente si chiama wannabe. (Aspirante o mancato, n.d.r)
Attenzione, non è un dilettante pieno di sogni, quello lo siamo stati tutti.

Il wannabe è quello che in qualche modo non supera mai la fase del sogno.
E’ un po’ un simulatore, si traveste da professionista e si mescola agli altri, ti chiede un appuntamento o ti scrive, sperando in una risposta.
Ma in realtà la sua vera speranza è di non avere nessuna risposta, per continuare a crogiolarsi nel sogno. Se gli rispondi, c’è quello che svanisce immediatamente e quello che invece va avanti, viene all’appuntamento oppure ti spedisce materiale sempre sperando che non succeda nulla. Se invece succede che ti piace e lo richiami, di nuovo, c’è quello che sparisce, quello che educatamente ti comunica che non può dedicarsi al progetto e quello che invece va avanti.

Sono i peggiori, perché troveranno il modo di far fallire il progetto in corso, dopo che ci hai già investito dei soldi e del tempo.

Sei dell’idea che il coaching possa essere applicato
alla dimensione artistica dell’illustrazione? 

Sì, ne sono convinto.
Lo penso da quando mi sono reso conto che la direzione artistica non basta. Certe volte, per sbloccare un lavoro o una carriera che si è fermata, bisogna agire sulle origini del blocco.
In alcune occasioni ho seguito persone bloccate nel lavoro, sono riuscito ad accompagnarle fino alla presentazione dei progetti, ma poi li hanno fatti franare per questioni caratteriali. E’ lì che ho capito che non basta semplicemente perfezionare un progetto o un portfolio, bisogna capire in che punto tutto si è inceppato.

Approfondimenti

Nata a Genova nel 1965. Libraia per eredità familiare, poi formatrice aziendale ed executive coach per una multinazionale delle telecomunicazioni, al momento si occupa di scrittura e formazione, coordinando le attività del progetto Omero- Gli scrittori raccontano i libri.

Al suo attivo il libro Il bello dello sport (Giunti – Progetti Educativi), e diverse collaborazioni con Slowfood e la rivista Lg Argomenti. Il suo primo album illustrato per bambini Si j’étais une souris è in uscita per Grasset nel 2018, contemporaneamente ad un albo con Eli Publishing ed un volume con Electa.

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Asterisk Quella volta che una band mi salvò dal blocco creativo
21/02/2018 Morena Forza in Creatività / No comments
Oasis blocco creativo

Sappiamo quanto possa essere facile fidarci ad occhi chiusi del parere di qualcuno che stimiamo e che ci ispira. Proprio come accade coi personaggi famosi, vero?
Si tratta però di un gioco di equilibri: ci serve l’apertura necessaria ad accogliere i consigli e la chiusura sufficiente a non farci appiattire come uno scoiattolo sotto a un TIR.
Il mio ti sembra un discorso nebuloso? Allora ti racconto una cosa…

Un inizio col botto

Qualche anno fa avevo messo da parte dei risparmi per l’imperdibile workshop di illustrazione con uno dei professionisti del mio Olimpo Personale.
Mi ero seduta in prima fila.
L’illustrissimo illustratore camminò al centro della stanza, sospirò con molta enfasi e annunciò:

“E’ un vero peccato che fra voi, nessuno farà mai un libro illustrato.”

 

Nell’aula cadde un silenzio raggelante, spezzato da qualche risatina nervosa e sommessa.
Io alzai la mano a mezz’aria e intervenni timidamente “Ehmmm… ne ho già fatto qualcuno.”
Non perché pensassi di essere un caso speciale, ma perché le previsioni lapidarie non mi piacciono e mi era sembrata un’uscita fuori luogo.

“Ah sì?” mi rispose quasi fra sé e sé.
Poi continuò.
“Il mercato è morto. L’editoria è in declino. E’ una nave da cui i topi stanno già scappando da un bel pezzo. Poveri voi che dovete ancora cominciare…”

 

Avevamo davvero pagato il corrispettivo di un affitto a Milano per scoprire che era inutile? Mentre tutti si avvilivano, io mi stavo indispettendo.

ll giorno seguente, come richiesto, portai i miei libri illustrati preferiti.
Il responso era: brutto. Ruffiano. Commerciale.
In soldoni, mi disse che i miei gusti erano orientati a un genere di editoria che per lui dovrebbe sparire per sempre.

“La vera illustrazione non è questa.”

Boom.

Tornai a casa a pezzi e la testa mi ronzava. I miei gusti erano sbagliati? La mia stessa concezione di illustrazione era sbagliata?

L’ultimo giorno mi guardava colorare a Photoshop.
“Senti, non so cosa dirti di questa… cosa. Perché il disegno su un computer non esiste. Vedi? E’ lì, nello schermo. Non è reale. Non so consigliarti. Non è una vera illustrazione.”

Stavolta stranamente, non mi sentivo offesa o colpita. Risposi un allegro “Ok!” e tornai a colorare.

All’improvviso, mi era tutto chiaro

Per quanto l’esperienza di questo super talentoso illustratore potesse darmi delle informazioni interessanti, non potevo portarmi via il pacchetto completo delle sue affermazioni. Non potevo cioè affidarmi totalmente alla sua personale e soggettiva verità.
Accecata dall’ammirazione, non avevo considerato che era una persona come tutti, con le sue mancanze e le sue idiosincrasie.

Si trattava di un illustratore tradizionale, di una certa età, molto “artista”, che faceva ritoccare i suoi errori a un paio di addetti al ritocco digitale. Non utilizza l’email e per questo prende accordi via telefono o fax come si faceva il giorno della caduta del Muro.

Come potevo pretendere che una persona con un background così definito e “classico” potesse apprezzare l’impronta delle mie scelte artistiche e professionali?
Mi sentivo come quelle persone che si lamentano perché il loro gatto non fa le feste.
Una completa babbea. Però, che sollievo!

La chiave è contestualizzare

“Non mettere la tua vita nelle mani di una rock ’n roll band”

Hai riconosciuto queste parole?
Va bene, se così non fosse, ti perdono perché gli Oasis sono un po’ démodé,  io li amo ancora come quando mettevo l’ombretto coi glitter in crema e non riuscivo più a chiudere le palpebre.

Ho sbagliato tutto? O sono sbagliata io?

Decisi di tenere nel bagaglio del corso tutte le nozioni sul colore e sulla narrazione (stimolanti e preziose) e di gettare tutto il resto. Non perché non fosse valido, ma perché non si adattava alle esigenze del mio percorso creativo e professionale. E alla mia idea di illustrazione.
Insomma, avevo deciso di non mettere la mia vita nelle mani di una rock ’n roll band, e di non farmi trascinare da una musica che non era la mia.

Forse per quell’illustratore, quello che disegno “Non è vera illustrazione”, eppure sono anni che numerosi editori ed altri clienti lo comprano.
Semplicemente, non si tratta degli stessi che comprano il suo lavoro.

Quando partecipi a un incontro, a un corso, a una portfolio review, ricordati di questo post e scegli quali consigli tenere e quali lasciare andare. Scegli su quale musica ballare.

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