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Asterisk Affrontare le critiche – Intervista a Davide Calì
19/02/2018 Morena Forza in Editoria&Scrittura / No comments

Illustrazione: Benjamin Chaud, da “Non ho fatto i compiti perché

Questo quarto lunedì ospito l’intervista di Mariapaola Pesce a Davide Calì, autore di libri per l’infanzia e fumetti. Il tema è scottante: come si affrontano le critiche al proprio lavoro?
E come si può reagire quando un editore rifiuta il nostro progetto o il nostro portfolio?

Buona lettura!

A cura di Mariapaola Pesce

Ho conosciuto Davide agli esordi della sua carriera di autore, quando gestivo una piccola libreria per bambini. Insieme abbiamo tenuto qualche corso per aspiranti scrittori, poi le strade si sono divise, e mentre lui si affermava come autore, io mi dedicavo alla formazione, e con gli anni al coaching. È in questo ruolo che gli propongo questa chiacchierata.


Davide, hai iniziato come illustratore, e sei passato alla scrittura.
Ti sei “allontanato da” o sei “andato verso”?

Sono tutte così difficili le domande? Per me in realtà scrivere e disegnare è un po’ la stessa cosa. Quando disegnavo, avevo le storie in teste, i personaggi parlavano mentre disegnavo, come se vivessero di vita propria. Ora perlopiù scrivo, ma ho sempre il film della storia che mi scorre in testa, vedo come e dove si svolge l’azione, l’espressione dei personaggi, i gesti delle mani.
E di fatto scrivo anche le illustrazioni.
Ti faccio vedere un video.
David Grohl dei Foo Fighters spiega che per lui è stato facile passare dalla batteria alla chitarra, perché sono lo stesso strumento. Sembra assurdo, ma sono perfettamente d’accordo con lui.

Illustrazione: Ronan Badel, da “Les Bacon Brothers – Back in America

Torna un momento a quando illustravi (anche se sporadicamente lo fai ancora):
quali sono i ricordi principali di quel periodo?

Disegnavo molto. Ho immaginato moltissime storie che non ho mai finito e tante altre che ho finito e mai pubblicato. Disegnavo anche vignette e altro.

Poi hai scritto a lungo: hai oltrepassato quota 100 libri.
Tra le tante cose che fai, sei spesso dall’altra parte della barricata, come insegnante, editor e capo progetto.
Quali sono i momenti e gli aspetti più delicati?

Uno degli aspetti più delicati penso sia comunicare un feedback negativo o un rifiuto.

Non è facile in questo lavoro non prendere le cose sul personale e qualche volta gli artisti sono permalosi. Bisogna saper comunicare che quella dell’editore, è e rimane un’opinione.

Un rifiuto non è la fine del mondo, anche se una sfilza di rifiuti possono metterti in crisi e indurti a riconsiderare i tuoi progetti o la tua carriera. La stessa cosa vale per un feedback negativo. È un’opinione, e vale come tale in un certo contesto. Non è un giudizio con un valore assoluto.

Illustrazione: Raphaëlle Barbanègre , da “Biancaneve e i 77 Nani

Puoi svelarci il segreto del tuo stile nel dare feedback? Hai un modello a cui ti rifai, o qualcuno che ti ha dato consigli preziosi che offri anche tu?

Non so se mi rifaccio a un modello. Forse a un modello negativo. I modelli negativi mi sono sempre stati utili. Nel tempo ho visto tante persone che non volevo diventare e mi hanno aiutato enormemente a diventare un’altra cosa.

Ora che mi ci fai pensare, in questo primo anno di lavoro forse ho adottato il modello di Naomi, la mia editor a San Francisco. Lei è sempre super entusiasta del lavoro, ma ciò non toglie che lavoriamo i testi e le illustrazioni diecimila volte per arrivare alla perfezione e le sue mail sono zeppe di correzioni e richieste di cambiamenti da fare. Però spende sempre una parola per quello che le piace, con il suo caratteristico entusiasmo californiano, per cui alla fine dopo una mail di tre pagine, non percepisci solo che è tutto da rifare, ma anche che il lavoro le è piaciuto moltissimo.

A volte ho guardato Master Chef, con commenti imbarazzanti e spietati, tipo” avrei vergogna a dire di aver cucinato questo piatto”. Ti capita mai di dire a qualcun: questo libro fa schifo?

Non penso di averlo mai fatto. Ad alcune persone ho detto che a mio parere il loro lavoro era inadeguato a un mercato commerciale, ma questa io non l’ho mai intesa come una sentenza di morte.

È un’opinione ed è relativa all’adesso, non vuol dire che chi mi ha portato quel portfolio non combinerà mai nulla di buono. Però le persone che ti fanno vedere il loro lavoro spesso vogliono proprio sapere a che punto sono, ed è giusto dirglielo.
Se lo scopo è il professionismo, e ripeto se, perché se non lo è cambiano tutti i parametri, il mercato ha delle regole. Non mi soffermo nemmeno a dire se siano giuste o sbagliate, io le ho solo imparate e cerco di guidare le persone che vogliono seguire i miei passi perché arrivino dove vogliono.

Credo però che insultare qualcuno dicendogli che fa schifo non sia costruttivo ma un puro esercizio di egocentrismo e di presunzione. Confesso che non ho mai capito le finalità di Master Chef e di altri programmi sul genere, se sia solo giudicare aspiranti chef, o anche formarli, ma in ogni caso non mi piace la spettacolarizzazione che si fa dell’umiliazione. Soprattutto quando a farla è un presunto grande chef che poi inventa ricette con le patatine chips solo perché lo hanno pagato per farne pubblicità.

Illustrazione: Serge Bloch , da “Il nemico

Torniamo a noi: a te come autore, è successo? Se sì, ne hai tenuto conto? 

Che qualcuno mi dicesse che facevo schifo? Mi pare di no. Se è capitato non me ne ricordo. Non è stato facile arrivare dove sono, ma mi sembra di aver sempre incontrato persone abbastanza gentili.

Qualche volta incompetenti magari, qualche volta mi hanno dato con sincerità i consigli sbagliati, ma non mi ricordo nessuno che mi abbia mai insultato.
Ho ricevuto tanti no e con meraviglia di tanti, continuo a riceverne.

Beh, sì, un po’ mi meraviglia, l’idea che in molti hanno di te è che non sbagli un colpo!
Questo mi incoraggia molto nell’incassare i primi rifiuti che sto ricevendo come autrice.
Quindi, bisogna sempre tenere conto dei feedback degli editori?

Questa è una domanda che richiede una risposta complessa.
Ai miei corsi dico sempre che non bisogna prendere per oro colato qualsiasi cosa dicano del tuo lavoro. Ma quando sei all’inizio una delle cose difficili da capire è proprio fino a che punto accettare le critiche. Se non ne accetti, secondo me, non vai molto lontano.

Nel momento in cui pensi di condividere il tuo lavoro con qualcuno, per forza di cose, devi fare i conti con le opinioni e le visioni altrui. Al tempo stesso però, se ascolti i consigli di tutti rischi il cortocircuito.
L’editoria non è una scienza esatta: ognuno ha o crede di avere, la sua formula e per tendenza te la spaccia come unica per cui, ascoltando più voci il risultato è che non ci capisci nulla, perché ognuno dice il contrario degli altri.
Ciascuno deve trovare la sua strada, capire cosa vuole, dove vuole andare e fino a che punto si sente disponibile di seguire le richieste o i consigli altrui.

Il difetto principale degli editori, che confonde chi propone il proprio lavoro, è una visione sempre troppo auto-centrata, per cui quasi nessuno si ricorda di aggiungere “secondo me” quando commenta il tuo lavoro. Se dall’altra parte c’è una persona inesperta ovviamente prenderà il parere come un dato di fatto, un giudizio assoluto, cosa che non è quasi mai.

Ah, il magico potere del “secondo me”!
In questo senso, se un artista si accorge che un feedback è troppo duro, o generico, o sbagliato, tu cosa consigli?

Io consiglio sempre di segnare un confine molto netto, tra educazione e maleducazione.

Non bisogna mai accettare un giudizio palesemente offensivo. Spesso mi è capitato di illustratori che mi chiedono consigli per fronteggiare comportamenti anomali, perché non sanno come reagire. Si tratta perlopiù di comportamenti che non hanno a che vedere con la qualità del lavoro ma con la disponibilità dell’artista a lavorare gratis. C’è chi ti dice chiaramente: non sei nessuno, ti ho chiamato a fare un lavoro, dovresti ringraziarmi.

Aldilà della visione molto opportunistica, credo che la maleducazione sia fuori discussione.
Poi, se il giudizio è generico, forse non c’è interesse dall’altra parte a darne uno più accurato e, non si può obbligare qualcuno a farlo. Se è sbagliato e si sta già lavorando con qualcuno, penso si possa discutere. Se alla fine le visioni reciproche non combaciano si deve valutare la possibilità di lasciar perdere la collaborazione, oppure di accantonare il progetto per fare un’altra cosa.

Illustrazione: Sara Gavioli , da “Cornelius Holmes. il caso del barboncino dei Baskerville

La seconda parte di questa intervista
sarà online il 26 Febbraio.

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Asterisk Intervista a Pierdomenico Baccalario
12/02/2018 Morena Forza in Editoria&Scrittura / No comments

Fonte immagine: Il viaggiatore incantato

E’ il terzo lunedì di questa serie di interviste e oggi Mariapaola Pesce decide di scambiare quattro interessanti chiacchiere con Pierdomenico Baccalario, scrittore per ragazzi e giornalista, nonché fondatore dell’Agenzia BOT.

 

Buona lettura!

A cura di Mariapaola Pesce

Per cominciare, tutti ti conoscono come scrittore e giornalista, ma le tue attività non si fermano a quello. Mi interessa nello specifico la tua attività all’interno dell’agenzia Bot.

Ho fondato BOT tre o quattro anni fa (ho un brutto rapporto con il tempo, a proposito di non fermarsi), con la precisa intenzione di creare un’ambiente adatto al lavoro contemporaneo di più creativi. La mia esigenza era quella di creare un sistema – il più possibile organizzato, e il meno possibile formale – al vertice del quale ci fossero, appunto, i creativi.
Venivo da un’esperienza di lavoro, molto formativa, in cui, invece, il parere creativo veniva per ultimo, ed era sempre sottoposto alle esigenze/calendari produttivi.

I creativi sono persone molto affidabili, ma unicamente su un aspetto: l’entusiasmo e la qualità di quello che inventano. Tutto il resto: gestione del tempo, degli spazi, delle relazioni esterne e interne al gruppo, doveva essere costruito da zero.

Che sfida entusiasmante!
Io, per esempio, ci vedo opportunità rara di fare “pulizia”, eliminare il superfluo o il nocivo dei rapporti, le trappole, conservando solo ciò che piace e funziona.
Quando ti ho chiesto questa intervista, ti ho detto che quello che mi ha colpito di voi è la sensazione che siate un gruppo di amici che si conoscono da una vita e che intorno a questo a ad una passione in comune abbiano costruito carriera e futuro. Sono troppo romantica?

Per niente. C’è un vecchio detto che dice che non si dovrebbe mai lavorare con gli amici, perché si rischia di danneggiare entrambi gli aspetti di una relazione (amichevole e lavorativa).
Quello che è vero di questo detto è che è vecchio. Il mio gruppo di persone si è sicuramente fortificato su una forte base di amicizia (a partire dal primo dei miei colleghi – amici – collaboratori, Alessandro Gatti, con cui lavoro – e mi diverto, da più di venti anni).

La cover di Atlante dei Luoghi Immaginari

(P. Baccalario, D. Calì, illustrato da Isabella Mazzanti)

Grazie al progetto Omero ho conosciuto parecchi della tua squadra. Ognuno segue progetti individuali, offre collaborazione al resto del gruppo e non fa mai mancare il proprio incoraggiamento pubblico al lavoro degli altri, con grande generosità reciproca. Quali sono i segreti dietro a questa armonia?

Non sono così ingenuo da pensare che basti un’amicizia per lavorare insieme (ho amici con cui non dividerei mai la scrivania e loro con me), ma non penso neppure che si possa lavorare bene con persone che, dell’amicizia, non sappiano condividere alcuni valori essenziali: etica del lavoro, senso del dovere, progetto di cura reciproco, disponibilità a dare senza un necessario corrispettivo.

Sulla base di questo codice etico non scritto il nostro gruppo è cresciuto in competenze e, anche, in amicizia. Sei disposto a dare idee a un altro di noi, in cambio della promessa che ne riceverai quando sarai in difficoltà? Sei disposto a mettere a disposizione quello che sai e chi conosci, in cambio della promessa che gli altri faranno altrettanto? Hai voglia di leggere e correggere un manoscritto, senza ricevere altro in cambio, se non il fatto che potrai chiedere di fare altrettanto?
In poche parole: ti fidi degli altri? Se la risposta è sì, benvenuto. Fidandomi in prima battuta di chiunque vuole entrare nel gruppo ho fatto errori, ovviamente, come quel certo autore che non è mai riuscito a capire in che modo noi usiamo i contatti (in modo libero, ma rispettoso di chi ce li ha forniti) o di quell’ altro a cui abbiamo dovuto per anni riscrivere i libri sperando imparasse a farlo in autonomia, e che, invece, dalla facilità con cui altri scrivevano cose che a lui non uscivano così bene ne è rimasto schiacciato e oggi non scrive più.

Hai sollevato un tema straordinario: la fiducia.
Questo rapporto in cui si mettono a disposizione competenza (creativa, nella scrittura), affidabilità (il sapere di poter contare gli uni sugli altri perché si è già sperimentato), e la sincerità di intervenire su un’idea, un lavoro di altri perché migliorabile, sembra una definizione da manuale! Dì la verità, avevi dei modelli, quando hai cominciato a costruire il tuo gruppo?

La mia compagnia di giochi di ruolo, con me nel ruolo di Master, e unicamente perché sapevo fare quello: mettere le persone al giusto posto dentro a una storia che costruivo a poco a poco partendo da loro (e da una mia visione).
La mia prima visione, con BOT, è stata quella di lasciare le persone libere di fare quello che vogliono: BOT non è un’agenzia, né, abbiamo contratti di esclusività sulle persone. Abbiamo contratti sui progetti, sulle singole storie, sui libri. E per ognuna di queste storie, una rete di persone capaci di mettere in comune le idee. O, al contrario, persone che buttano idee agli altri nella speranza che diventino storie e progetti. Le idee, regalate a persone che danno valore alle idee, anziché perderle, si moltiplicano. Una volta che un’idea si forma, che si sviluppa, c’è chi se ne prende cura. Si condivide un modo di lavorare insieme, senza perdere la propria autonomia artistica, la propria cifra di riconoscibilità (del gruppo e di ognuno di noi).

Ho poi studiato per fare in modo che queste belle cose potessero diventare un modello di business sostenibile, che le collaborazioni di più persone a un unico progetto potessero essere quantificate per poterne dividere equamente gli eventuali guadagni e perché ognuno fosse soddisfatto di poter essere messo nelle condizioni di poter lavorare (e questo è fondamentale) da casa propria.

Stai via via esplorando una serie di temi che mi sono carissimi: la visione, per esempio, questo sogno di un futuro che non resta un’immagine nella testa, ma si mette in movimento per diventare presente!
Senti, ma fammi fare una provocazione: quando non funziona? Cosa succede se un progetto va male, o non piace a qualcuno di voi?

Si lascia lì. Ne servirà una parte, magari, per qualcosa di completamente diverso (e se lo si fa, si contattano gli autori originari). In genere il non funziona, però, lo affidiamo gli editori.

Sono loro a dirci se una cosa piace oppure no. Sono gli editori i nostri primi clienti. I lettori, invece, sono come noi: persone che si entusiasmano.

Una tavola  da Un drago in salotto (P. Baccalario, illustrato da Claudia Petrazzi)

E se non piace a te? Come ti comporti? Che tipo di leader sei?
Sei il tipo motivante, o quello dallo stile autoritario?

Un amico sardo mi definì una volta come un anarchico situazionalista. Ovvero uno a cui piace comandare e a cui piace che tutti seguano le regole. E che, se tutti seguono le regole, però, diventa anarchico e fa di testa sua.
Scherzi a parte, mi ritrovo in questa definizione, ma non forzo nulla se vedo che si muove e gli autori sono contenti. Abbiamo fatto e pubblicato storie di cui non so niente. Altre, invece, si fermano o hanno problemi. E allora intervengo. Il mio intervento lascia tracce, perché sono io a intervenire, con tutta la mia energia. Ma non intervengo sempre. Solo se c’è bisogno di un parere (di solito, di trama). Da un punto poi di vita di tutti i giorni dell’ufficio (il nostro ufficio è praticamente nella casa in cui abito), io mi occupo di un aspetto importante: cucino i pranzi per tutti. Tutti i giorni.

Interessante! Ti ci vedo, sia come anarchico che come chef. Poi magari ti rubo una ricetta, se ti va, dopo tutte queste domande serie!

Visto che hai parlato di una definizione che hai ricevuto da un amico, parliamo un po’ di feedback, di darne e riceverne.
Tu negli anni ne hai ricevuti migliaia, immagino. Cosa hai imparato?

Non leggo i pareri dei miei lettori, non leggo le recensioni, né gli articoli che eventualmente parlano di me, non guardo le classifiche. Niente di niente. Potete venire tutti a parlarmi. ben venga il feedback di persona. Perché costringe a reazioni fisiche immediate ed evidenti.

La penna – anche social, è meno diretta, più subdola. Verba volant, e meno male, nel senso che le cose raccontate possono andare lontane. Mi sono costruito il mio albero, non mi chiedete di starmene sempre ad ascoltare il rumore del vento!

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Asterisk Il mistero del ritratto scomparso (e ricomparso) di Oscar Wilde
09/02/2018 Morena Forza in Arte / No comments
Oscar Wilde

Lo scorso 6 febbraio, chiacchieravo con un’amica alla mostra di Henri Toulouse-Lautrec a Palazzo Reale e mi sono trovata a raccontarle di un particolare ritratto che l’artista aveva voluto fare a tutti i costi al suo caro amico, lo scrittore Oscar Wilde.

Avevo letto un articolo che ne parlava qualche tempo prima, ma non ne conoscevo l’aspetto.
E’ stato buffo: mano a mano che le parlavo delle circostanze in cui era stato realizzato il ritratto, mi sono resa conto che quella davanti a noi era proprio la litografia dell’opera.

La strana coppia

L’amicizia fra Wilde e Toulouse-Lautrec era senz’altro interessante, eccentrica (anche perché era cominciata proprio a Parigi in piena Belle Epoque ed entrambi vivevano molto sopra le righe!) e non passava inosservata, tanto che loro stessi furono disegnati insieme dal caricaturista R.Opisso:

opisso oscar wilde toulouse lautrec

Alto, chiaro e appesantito Wilde; piccolo e scuro l’artista, sproporzionato a causa di una patologia ereditaria che gli aveva causato una forma di nanismo fin dall’adolescenza.
Entrambi con una grande personalità, che esprimevano attraverso uno humor tagliente (e molto autoironico, nel caso di Toulouse-Lautrec) e uno stile di vita esagerato, fuori dagli schemi.

Un ultimo ritratto

Dietro questo acquarello c’è un singolare intreccio fatto di persone, nazioni, fatti e misteri.
La sua storia inizia nel maggio del 1895.

Nello stesso anno in cui la sua pièce teatrale “L’importanza di chiamarsi Ernesto” aveva avuto un clamoroso successo, Wilde, all’apice della carriera, venne accusato di atti osceni per via della sua omosessualità (illegale in Inghilterra fino agli anni Sessanta del secolo successivo).

Toulouse-Lautrec, che da sempre aveva apertamente difeso i diritti degli omosessuali e quindi sostenuto con grande affetto l’amico, si trovava a Londra la notte prima del processo; gli chiese così di posare per un ritratto.

Forse come gesto d’affetto, o per distrarlo?
Entrambi sapevano che le possibilità che Oscar Wilde venisse riconosciuto innocente erano quasi nulle, e quello per molto tempo sarebbe stato l’ultimo ritratto. Per molti, il fatto che fosse sposato e avesse dei figli non costituiva un’attenuante, ma l’esatto contratto.
Possiamo immaginare quindi lo stato d’animo dei due, soprattutto perché Wilde aveva rifiutato l’offerta di amici e parenti di fuggire nel continente, decidendo così di affrontare la propria rovina e il proprio destino.

Wilde ricevette l’amico nella sua casa di Londra, ma scoprì poi di essere troppo nervoso per rimanere seduto in posa.
Per questo motivo, il pittore lo dipinse a memoria, una volta tornato alla propria camera d’albergo. Ed è straordinario il modo in cui riuscì a catturarne l’essenza solo attingendo dal proprio ricordo.

Qui, un tocco quasi profetico, fa capolino nel ritratto: Toulouse-Lautrec aveva voluto aggiungere Westminster sullo sfondo e proprio il giorno seguente, durante il processo, vennero chiesti a Wilde dei dettagli a proposito di un bordello maschile localizzato a Westminster, che si scoprì poi avere sede vicino alla Camera dei Comuni.

Il mistero della scomparsa (e della ricomparsa)

Negli anni Cinquanta, il ritratto ad acquarello (che oggi vale più di un milione di sterline) scomparve da musei e collezioni e nonostante una serie di indagini fu impossibile reperirlo.

Molti anni dopo, alla fine del 2000, la notizia esce sul Guardian, destando un certo scalpore: il ritratto è riapparso, avvolto dalla stessa aura di mistero con cui era svanito nel nulla mezzo secolo prima. E proprio in occasione di una grossa mostra londinese per il centenario della morte di Wilde.

Sembra che a darlo in prestito alla British Library sia stato un collezionista europeo e lo abbia fatto con rigidissime condizioni: in forma anonima, e con un accordo di segretezza degno dello spionaggio industriale. Il collezionista infatti non vuole neppure che venga reso noto il suo Paese di residenza.

Mistero nel mistero, un altro collezionista “invisibile” ha contattato la British Library, dando in prestito un verbale del processo a Oscar Wilde (24-25 maggio 1895), fino a quel momento sconosciuto ai ricercatori, generando così nuove domande su un periodo così controverso della Storia dell’Arte e della nostra società.

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Asterisk Non aprite quel portfolio – Gli errori più frequenti
07/02/2018 Morena Forza in Guide e Tutorial / No comments
portfolio illustrazione

Illustrazioni di Justin Tran

Halloween è lontano…

Ma ci sono cose che fanno paura tutto l’anno. Come l’invio di un portfolio pieno di errori!

Ne riconosci qualcuno in questo elenco? Sbagliando si impara. :-)
Se guardo i miei vecchi portfolio (che ho conservato come monito) mi accorgo di come fossero meno efficaci di quelli che preparo negli ultimi anni.

E’ normale. L’importante è correre ai ripari!
Gli errori possono riguardare due elementi in particolare.

Il contenuto del portfolio

Sono quelli che hanno a che fare proprio con le immagini che abbiamo scelto.

  • Inviare il proprio materiale a tutti, indistintamente. Non conoscere il catalogo del destinatario (e pensare che non si noti). Sparare nel mucchio non solo non funziona, ma è anche poco educato.
  • Un portfolio sopra le 20 immagini è un big no-no. Nessuno arriverà alla fine. Ho visto coi miei occhi la quantità di email giornaliere che ricevono art director e agenzie. Farebbe impallidire Dracula all’Equatore. Ti rassicuro: chi sta cercando nuovi artisti approfondisce sempre siti e account social di un portfolio che l’ha colpito.
  • Già che ci siamo, attenzione anche al peso eccessivo dei file inviati.
  • Ricevere immagini a grandezza francobollo farebbe salire la frustrazione anche al Dalai Lama. Lo so, non vuoi che le tue tavole vengano utilizzate senza il tuo consenso, ma non esagerare. Devono essere leggibili e dare delle informazioni a chi le guarda. Ecco due immagini di misura ragionevole: verticale e orizzontale.
  • Tavole in risoluzione troppo bassa, (quelle in cui si vedono i dettagli sgranati) sono da evitare. In questo articolo avevo scritto come funzionano formati e risoluzioni.
  • Inserire lavori troppo vecchi. Non usi più quella tecnica, hai cambiato stile, o sei migliorato in maniera esponenziale da quando hai fatto certe illustrazioni? E’ il momento di eliminarle. Non rischiare che alcune tavole abbassino la qualità generale del portfolio o che possano chiederti cose di cui non vuoi più occuparti.
  • File con nomi generici. Se invii un PDF chiamalo col tuo nome e cognome e con l’anno corrente. Lo stesso se stai inviando immagini sfuse in allegato:nomecognomenumero.jpg. Nella cartella del destinatario, sono già presenti decine o centinaia di portfolio che si chiamano portfolio.pdf o IMG03.jpg.
  • Due cose sono infinite: l’universo e la bruttezza dei watermark. Lo so cosa stai pensando: “Ma poi stampano 200 cartoline con le mie immagini e non me le pagano!” Non succederà, anche perché invierai file in formato web e non per la stampa (quindi non sopra i 72 dpi, con cui si può fare poco e nulla). Il watermark è obsoleto e pretenzioso. Ma soprattutto, è fuori luogo quando si contatta un potenziale cliente, perché grida questo: “Senti, io non mi fido di te, quindi ecco le mie immagini tutte coperte da una filigrana enorme che non ti permetterà di rubare il mio lavoro. Detto questo, lavoriamo insieme?”

Leggi i migliori manuali per illustratori

Qui ho raccolto i miei preferiti e ti racconto perché per me sono stati preziosi.

La forma o la presentazione

Il tuo portfolio non ha niente che non va. Ma il modo in cui lo presenti fa la differenza.

portfolio illustratore
  • E’ lei, che paura! L’email che arriva vuota in casella (e magari pure senza oggetto). La chiamerei “Il silenzio degli innocenti”. Un allegato misterioso fa capolino laggiù, ma non ci sono due righe di presentazione, una spiegazione, ma che dico! Non c’è nemmeno un “Buongiorno” o un “Grazie”. Sei di fretta e non hai tempo di scrivere? Fatti vivo in un momento più libero. Abbiamo tutti da fare, ma siamo persone, dietro allo schermo.
  • Invii il portfolio e ti lasci prendere la mano; e così l’email racconta la storia della tua vita.
    Lascia parlare il portfolio, dopo una breve presentazione (ho detto breve!). In fondo, il protagonista dovrebbe essere lui!
  • Hai poco tempo e così invii la famigerata email a tappeto. E’ quella scritta uguale per tutti coloro che la riceveranno. Magari anche con i destinatari in chiaro, per fare l’en plein? Ullalà! No, davvero. Non si fa.
  • Ossessione. Inviare il proprio portfolio una volta al mese alla stessa redazione.
    Due o tre volte l’anno può andar bene (e senza Risp. in calce, per carità!) ma non diventare l’incubo di un art director.
  • L’inglese maccheronico.
    Metti via quel traduttore online e nessuno si farà male.
    D’accordo, non devi prendere il tè con la Regina Elisabetta, ma se come una mia ex compagna scrivi “I have bed” per dire che hai letto qualcosa, considera l’idea di un mini corso di inglese prima di tuffarti a pesce nel mercato straniero. Shish!
  • L’enigmista. Chiamo così quell’email che non contiene un allegato ma apre delle finestre per ottenerlo. “Clicca qui! Bene, e ora clicca qui! Ci siamo quasi… Clicca qua! Adesso inserisci la password che ti è stata inviata in un’email separata. Quasi fatto! Somma le ultime tre cifre di questo codice alla data di incoronazione di Carlo Magno e scarica il file.”
    … Saw, sei tu?
Nel dubbio, segui le linee guida

Soprattutto gli editori, a volte richiedono formati particolari, non ricevono allegati in casella e vogliono solo il link al portfolio online; altri ancora accettano solo l’invio cartaceo o del CD.
Vai sul sicuro e leggi sempre le linee guida messe a disposizione sui loro siti.

Vuoi saperne di più? Scopri altri consigli

Partecipa al workshop “Il sogno e il mestiere” con me e Ilaria Urbinati e vieni a conoscere il disegno come professione. Esplora il programma completo, oppure leggi cosa raccontano alcuni illustratori dopo aver partecipato.

Prossima tappa a Torino, il 17 e 18 Febbraio | Info e iscrizioni

professione illustratore
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Asterisk Intervista a Roberto Santillo – Seconda Parte
05/02/2018 Morena Forza in Fumetto / No comments

Per quattro lunedì ospito le interviste di Mariapaola Pesce ad autori di spicco.
Iniziamo con una serie di interessanti domande al fumettista Roberto Santillo (classe 1962) che nel 1993 è divenuto direttore dell’Accademia Disney.

Questa è la seconda parte dell’intervista. La prima  si trova qui.

Buona lettura!

Fonte immagini: Labo Fumetto

A cura di Mariapaola Pesce

Dimmi una cosa, avevi o hai tutt’ora dei riferimenti per il tuo ruolo? Stili di leadership, personaggi che ne incarnano uno che ti piace? Ce n’è uno che invece tieni volontariamente lontano, perché non lo condividi? Valgono anche personaggi Disney, se ne hai!

Mi piacerebbe risponderti facendo riferimenti intriganti a prestigiosi “guru” del settore dai quali sono sicuro c’è tantissimo da imparare, ma l’occasione che mi dai di mettere in campo personaggi Disney, ammetto, è irresistibile.
Quindi, userò due film su tutti: Il libro della giungla e La spada nella roccia.
Si tratta dei miei preferiti da bambino, anche se allora non avevo minimamente idea che in età matura avrei riconosciuto e apprezzato profondamente il metodo di coaching di Baloo e Bagheera e la leadership straordinaria di Mago Merlino. Nel dettaglio: Bagheera è responsabilità e concretezza nel programmare azioni e risultati, unita ad empatia, intuito e capacità di relazione con specie diverse. Baloo, invece, lateral thinking e uso del cambio di prospettiva, capacità di sdrammatizzazione energizzante e… spirito di sacrificio nel momento chiave.
E poi c’è, Mago Merlino: il punto ideale di incontro tra leadership e coaching. Insomma, ti mostro come si fa, anzi lo facciamo insieme e ci prendiamo gli stessi rischi prova dopo prova. Ma devi crederci fino in fondo. Se scegli la strada più breve, e in fondo nella fattispecie preferisci fare lo scudiero, meglio per me andare alle Hawaii e ci vediamo ad Honolulu, caro mio!
Ci si potrebbe scrivere uno di quei saggi americani a tema, non credi? Sarebbe un blockbuster!

Facciamolo! Ne parliamo a parte, senza che ci ascoltino tutti, dai!
Ora voglio entrare nello specifico del tema feedback: nel tuo lavoro, prima come fumettista, poi come responsabile di progetti, ne avrai ricevuto parecchi. Qualcuno immagino ti sia piaciuto, per contenuto e forma, qualcuno invece meno…Ci racconti?

Da disegnatore purtroppo ho realizzato pochissime storie, di conseguenza ho avuto poche opportunità di ricevere feedback professionali con cui confrontarmi.
Ma il più importante che ricordo mi giunse da Romano Scarpa. Mi riferirono che a seguito della pubblicazione delle mie prime storie commentasse che “sembravo nato per disegnare Disney”.

Conoscendo la sua forte personalità non poteva essere un facile commento lusinghiero: mi era arrivato un nuovo “non mi tradire”, detto dall’artista italiano che più si era immedesimato nelle creazioni di Walt Disney durante la sua carriera di autore. A me suonò come se avesse voluto mandarmi un messaggio preciso chiedendomi lo stesso impegno e responsabilità nel diffondere la magia disneyana che aveva caratterizzato il suo lavoro.

Di contro ricordo che ricevetti, in occasione di una presentazione importante, una sferzata micidiale. Agli inizi della mia carriera, avevo lavorato a un nuovo progetto gestendo un gruppo di giovani talenti che per sei mesi avevano dato sé stessi per quel particolare lavoro. Il progetto aveva una valenza particolare per la Disney italiana in quanto intendeva creare una nuova serie di personaggi da lanciare a livello internazionale, non solo in ambito comics. Mi venne chiesto di presentare il tutto in prima persona a Parigi dove allora erano dislocati i nostri Headquarters europei: il loro benestare avrebbe dato il via libera alla condivisione in USA del lavoro. Era la prima volta che mi trovavo a illustrare un lavoro con un’implicazione strategica di quel livello.

In quell’occasione fui attaccato dal mio interlocutore dopo aver pronunciato le mie prime parole. La critica era in sintesi era una sola: tutto già visto, inutile proseguire il colloquio. Ricordo che ribattei che la sostanza che dava forza e originalità al lavoro era l’archetipo narrativo che avevamo costruito alla base di ogni personaggio. La forma, se mai davvero fosse apparsa da rivedere rispetto alle aspettative, era secondaria!
Lo scontro era impari, ma il mio argomento forte. Ero convinto di ciò che sostenevo.
Il progetto non venne accettato ma, paradossalmente, non venne neanche rifiutato. Così, infine, ottenemmo l’autorizzazione a mostrarlo in USA. Ma questa è un’altra storia.

Roberto Santillo allo stand Labo Fumetto durante l'edizione 2015 di Lucca Comics&Games

Caspita: non sei retrocesso, neanche di fronte ad una situazione difficile! Come dire: ok, il feedback è importante, ma ne uso quello che mi serve. Giusto! Come ti regoli tu, invece, quando è il momento di dare un tuo feedback, soprattutto se per caso ti trovi a doverne comunicare uno negativo, o se devi rinunciare ad un progetto a cui tieni per scelte di maggior impatto in azienda?

Ho imparato a non giungere a quel momento impreparato. Preferisco esaminare il lavoro per tempo prima di restituire un feedback. Devo elaborare, fare decantare il tutto, devo “maneggiare” il materiale creativo ricevuto, appenderlo, staccarlo, rifotocopiarlo, comporlo. Insomma assorbirlo. Bastano anche soltanto 24 ore.

Quel risultato è frutto di ciò che ho trasmesso nell’incontro precedente, ne sento quindi una parte di responsabilità.
E poi esistono i segnali nascosti, che non avrei previsto neanche con la sfera di cristallo e sono questi spesso la chance inaspettata per continuare nel modo migliore, veri e propri trampolini per rilanciare il dialogo tra art director e artista magari solo apparentemente tradito.
Spesso questi “indizi” li ho trovati semi nascosti a margini dei fogli, tra schizzi definiti come impresentabili, e si sono rivelati preziosissimi. Alla fine l’artista sentirà se hai capito, se lo hai capito, se lui ha capito. Per questo occorre prepararsi bene.

Imperativo gestire poi la frustrazione, o il troppo entusiasmo. Bisogna frenare la voglia di dare troppa voce alla propria aspettativa. Occorrono invece buoni occhi e buone antenne.
Se il feedback però sarà negativo dovrà essere efficace. Ed è bene partire dalle cause. Puoi non aver individuato la persona giusta. L’analisi della persona che hai fatto forse era superficiale, oppure viziata dalla tua fretta. Dovrai tenerne conto e forse rivedere con onestà la tua scelta. Oppure è accaduto di non aver saputo “catturare “in maniera piena l’artista, o nel caso, l’intero team. In tal caso devi rivedere quanto hai trasmesso e fare in modo che l’appuntamento col feedback negativo comporti l’occasione di una maggiore immersione.
Infine potrebbe essere mancato il senso di responsabilità dell’artista verso il progetto stesso. In tal caso è indispensabile indagare velocemente le cause. Occorre parlarne guardando quell’artista – o quel team – bene dentro e far leva su quanto egli è in grado di fare e non ha fatto per pura sottovalutazione dell’impegno richiesto. “You are more than what you have become”, così parla Mufasa nel film Il Re Leone. Molti artisti sono infatti molto più di quello che a volte i loro disegni ci dicono. In quei casi sta a noi ricordarglielo.

Una bella lezione di responsabilità del leader, questa!
Ora però ti metto un po’ in crisi, se no sono solo complimenti: immagina, per una volta, di occuparti di un progetto che non ti stimola, ma che in azienda sia ritenuto molto strategico. Come fai a mantenere per te e la tua squadra la giusta motivazione?

È una situazione complessa, difficile cambiare le proprie sensazioni a pelle.
La chiave può essere ricordare innanzitutto a sé stessi che, qualunque sia la natura del progetto, questo ci consentirà di parlare ad una vasta schiera di persone: il nostro pubblico.
Pubblico verso il quale personalmente continuo a nutrire grande rispetto e considerazione, non solo di stampo professionale. La diversità di pensiero, la mancanza di stimoli che possiamo avere non è necessariamente l’indicatore di un progetto carente di significati validi per un’ampia audience.
Difficile comunque che ci venga affidato un progetto che non abbia un pubblico di riferimento a cui attribuire sensibilità e sinceri interessi. A volte il risultato è sorprendente e le scoperte che si fanno stimolanti.
Da ciò direi che dedicare del tempo allo studio di un’audience particolare, per quanto lontana dalle nostre personali passioni, può diventare il presupposto più efficace per accostarsi ad un progetto, magari solo apparentemente, privo di attrattiva.

Per l’ultima domanda ti restituisco un feedback su di te di una terza persona: mi dice che lasci spazio a ciascuno, nello sviluppo dei progetti, coinvolgendo in maniera diretta, e sollecitando una partecipazione attiva da tutti. Ti riconosci?

Direi di sì, anche se continuo ad essere molto critico con me stesso, soprattutto quando mi accorgo di non aver dedicato abbastanza tempo o attenzione alla relazione con un determinato artista. Sono profondamente convinto che si possono ottenere risultati inaspettati in termini di storytelling se gli artisti, il team, i collaboratori coinvolti verranno messi nelle condizioni migliori fin dai primi momenti dello sviluppo di quel determinato progetto.
Ciò che in fondo rende possibile che la nostra orchestra per prima si senta tale, è sempre il desiderio di ricreare ogni volta da zero la magia della narrazione… Come fossimo tornati ad essere anche in quella nuova occasione i bambini che siamo stati.

Roberto, ti ringrazio di avermi permesso questa incursione nel tuo mondo, nel tuo lavoro, soprattutto nelle tue convinzioni profonde legate al tuo rapporto con i collaboratori.
Mi porto a casa un sacco di spunti, soprattutto la conferma di quanto le persone siano sorprendenti e quanto l’attenzione al linguaggio e la delicatezza nei rapporti umani sano la chiave del successo nella vita e nel lavoro!
Se poi ci mettiamo a scrivere quel blockbuster che proponevi, mi porto a casa anche un bel lavoro!

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Asterisk Intervista a Roberto Santillo – Prima Parte
29/01/2018 Morena Forza in Fumetto / No comments

Per tre lunedì a partire da oggi, ospiterò delle interviste di Mariapaola Pesce ad autori di spicco.
Iniziamo con una serie di interessanti domande al fumettista Roberto Santillo (classe 1962) che nel 1993 è divenuto direttore dell’Accademia Disney.

Per Expo Show 2015 ha curato insieme al suo staff, la mascotte Foody e la sua serie animata.
Buona lettura!

Fonte immagini: Labo Fumetto

A cura di Mariapaola Pesce

Buongiorno, Roberto!
Te lo confesso, ho preparato questa intervista in uno stato di strana sospensione. Sono cresciuta amando i fumetti ed i film Disney, ora li regalo a mio nipote e con mia sorella scambio dialoghi a memoria o canto vecchie melodie.
Per cui oggi, lo ammetto, fatico a rimanere sul pezzo, e a concentrarmi sulle mie curiosità legate al contesto in cui voglio muovermi.
Vedremo se la bambina avrà il sopravvento sul coach?

 Hai esordito come fumettista, e sei piaciuto a due grandi del fumetto Disney italiano, tanto che proprio con Accademia Disney hai avuto il tuo battesimo. Sembra una storia un po’ da favola… E’ così?

Quei due grandi autori a cui fai riferimento erano Romano Scarpa e Giovanbattista Carpi.
In realtà non fu un grande exploit, il mio. A ragione direi, dato che il “portfolio” che mostrai era costituito da un unico e totalmente immaturo disegno! Una vera incoscienza da parte mia presentarmi così. Carpi trovò lo stesso utile indagare le mie intenzioni fino a trovare il modo di rilanciare quell’occasione che in quegli istanti pensavo fosse ormai tragicamente persa. Non si soffermò più di tanto ad analizzare quanto avevo disegnato, o forse non lo diede a vedere, iniziò piuttosto a scavare nelle motivazioni personali fino a “ripescarmi” malgrado l’approccio artistico che avevo mostrato fosse stato ben poca cosa. In pratica mi regalò la sua prima lezione di feedback tra art director e artista: quando incontri per la prima volta un artista, il suo lavoro è solo la chiave per parlare con lui di lui, non “l’oggetto” da giudicare.

La volta successiva, ben carrozzato da decine di disegni, mi presentai per un giudizio finale. Lui chiuse il colloquio positivamente dicendo: “Beh, allora ti aspetto. Non mi tradire”. Seconda lezione: quando dai il primo feedback positivo crea anche una responsabilità in chi lo riceve. Non male come protocollo per un giovane apprendista stregone, no?

No, non male! Nel giro di soli 5 anni, se non ricordo male, sei passato a dirigere la stessa accademia che ti ha visto come studente… Io non ho mai desiderato tornare ad insegnare nel mio vecchio liceo. In pratica sei passato da artista a manager, in qualche modo.
Com’è stato? Te lo aspettavi così, quando eri studente?

Non mi aspettavo niente del genere.
Ricordo solo che negli anni da freelance cercai di fare più esperienze possibili in ambito Disney; diventai forse il meno prolifico tra i nuovi autori in termini di storie a fumetti ma probabilmente uno tra i più poliedrici. Mi sembrava occorresse una preparazione smisurata per gestire anche minimamente questi Personaggi straordinari che, a mio sentire, erano cittadini di un immaginario collettivo nell’ intero pianeta. Temevo di non avere abbastanza tempo per recuperare il gap che sentivo tra l’occasione che mi era stata data e le mie capacità reali. Occorreva studiare, studiare e studiare ciò che aveva reso questi Personaggi, unici.
Mi sentivo profondamente impreparato e forse inadeguato. Quando successivamente mi fu chiesto di condurre l’Accademia Disney, pensai che fosse l’occasione concreta e inaspettata per immergermi, da ricercatore, nell’Universo Disney così come speravo. Insegnare equivaleva a mettersi costantemente in gioco, quindi a non smettere di imparare. Di contro fu un po’ come aver scelto il percorso da direttore d’orchestra, insomma, rinunciare ad essere un possibile autore. Ma ero attratto profondamente dall’ incontrare energie provenienti e il territorio creativo che la Disney mi offriva da esplorare era davvero smisurato.

Immagino che nel tuo lavoro tu abbia a che fare collaboratori fissi, interni in azienda, una gran quantità di consulenti e creativi esterni.
Sei tu che ne coordini il lavoro, per un obiettivo comune.
Come riesci a conciliare le due realtà diverse, soprattutto avendo a che fare con teste vivaci, appassionate come possono essere quelle di artisti che già di per sé sono degli outsider?

Esatto, sì, questa è la mia realtà attuale.
Concluso un lungo periodo dedicato alla formazione e progettazione in paesi come Cina, Corea del Sud, Giappone, sono passato allo sviluppo di nuove properties ed alla realizzazione di comics e graphic novel basate sulle creazioni degli Animation Studios, dalla Pixar e dalla Lucas Film. Un contesto di stampo più produttivo, fatto di scadenze e passaggi obbligati che sicuramente ben conosci, provenendo dal mondo aziendale!
E’ difficile parlare di un metodo di coordinamento ben preciso ma è vero che entrano in gioco dei capisaldi fondamentali ricorrenti nella relazione con gli artisti.
Portfolio a parte, occorre indagare il carattere, il temperamento, l’attitudine verso il lavoro di gruppo della persona scelta. Al tempo stesso, non forzare niente che non sia già insito in quel temperamento, piuttosto gestire la relazione con l’artista perché gli sia palese l’opportunità di crescita del proprio profilo artistico e personale.
Naturalmente occorre indagare cosa equivalga al termine “crescita” per quel singolo talento, e non dare per scontato che sia ciò che abbiamo da offrirgli solo perché marchiato Walt Disney!

Anche se in effetti, essere in un progetto Disney, penso sia di per sé un fattore di soddisfazione!

Ma non basta! Un altro fattore chiave trovo che sia il che coinvolgimento della persona avvenga nella fase iniziale del progetto, in quella sorta di fase “staminale” che è presente in ogni lavoro. Se, per forza di cose, il coinvolgimento avviene in una fase successiva, faccio di solito di tutto per ripercorrere ogni momento chiave precedente lasciando che l’artista diventi comunque uno “sponsor emozionale” del progetto.
Questa fase può indurre la preoccupazione di un allungamento non previsto dei tempi. In realtà, per esperienza spesso fa la differenza tra cogliere il potenziale che l’artista è in grado di esprimere o incappare in una performance sotto le aspettative.

La gestione del tempo, la progettazione accurate! Un sogno, spesso, nella vita aziendale in cui si vive di emergenze e programmazioni da un giorno all’altro.
Io, per esempio, ho vissuto per anni tra conference call e riunioni. Ne ricordo di estenuanti, che servivano solo a fissare i criteri di riunioni successive, in cui si decideva come definire gli ambiti di un possibile progetto… e via così. Come team coach ho ancora i brividi! Come funzionano le tue riunioni?

“Ci aggiorniamo”. Eccola, puntuale, la frase mistica dalle implicazioni pratiche misteriose, a conclusione della riunione tipo! Scherzi a parte, il tema delle riunioni, come sappiamo bene, è da sempre oggetto di ragionamenti e aggiornamenti metodologici focalizzati a migliorare la loro efficacia. Difficile produrre e gestire la riunione ideale. Certamente esistono profonde differenze tra riunioni organizzate esclusivamente con partecipanti artisti/sceneggiatori e quelle circoscritte ai soli manager interni. In entrambi i casi a mio parere, comunque, è fondamentale la presenza di una figura chiave, una sorta di nocchiero capace d’ essere ad un tempo leader e facilitator, dotato di grande capacità di ascolto, di rilancio e di sintesi.
Nella mia esperienza, la situazione più complessa è quando mi trovo a gestire la riunione in cui è necessario si incontrino così detti creativi “puri” con componenti del management interno. In quei casi, solitamente, a salvare il tutto è il ruolo dell’“interprete” tra i due mondi, intento a ristrutturare il pensiero di una delle due parti al fine di renderlo efficace all’altra.
Può sembrare macchinoso ma equivale semplicemente a tradurre affermazioni tipo: “non è quello che avevamo chiesto” in “sembra ci sia ancora spazio per andare oltre” e “questa sì che è un’immagine molto bella” in “questa immagine funziona più della precedente”. Meglio ancora se a ciò segue una spiegazione costruttiva del ragionamento che ha portato a quel feedback.
Il linguaggio è importante e va adattato di volta in volta tenendo conto, ad esempio, della fase che sta attraversando il progetto stesso. Durante lo stadio d’incubazione è necessario che la comunicazione alimenti il più possibile l’immaginario positivo dell’assemblea, mentre in una fase di finalizzazione occorre che il lavoro di parafrasi sia accurato e opportunamente selettivo dei contenuti.

La seconda parte dell’intervista sarà online il prossimo 5 febbraio!

 

Roberto Santillo ci racconterà cosa significa essere direttore dell’Accademia Disney, quali sono i suoi modelli di riferimento e come ha gestito alcuni responsi negativi quando era un fumettista agli esordi.

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Asterisk Col fiato sospeso: Anna Frank illustrata da Angela Barrett
27/01/2018 Morena Forza in Illustrazione / No comments
“Quel che è fatto non si può cancellare, ma si può evitare che accada di nuovo.”

Anna Frank

Sfogliare Anna Frank, di Josephine Poole e illustrato da Angela Barrett, è un’esperienza che lascia col fiato sospeso. Certi sguardi,  come quello nell’immagine qui sopra, ci trafiggono come spade.
Mentre la Gestapo porta via Anna infatti, lei ci vede, ci chiede aiuto, ci chiede “Perché?”.

Ci costringe a pensare se potremmo fare qualcosa. Forse non ieri, ma oggi.

Nel Giorno della Memoria mi piacerebbe allora condividere con voi la sensibilità straordinaria di Angela Barrett, che da quasi tre decenni ha restituito una dimensione teatrale a molti dei libri classici per bambini e ragazzi a cui si è dedicata.
L’ho scoperta quando io stessa avevo solo nove anni, nel 1993, con la sua poetica ed elegante Regina delle Nevi di Andersen e l’ho poi ritrovata con la mia amata Anna Karenina, nel 2009, quando cominciavo a riavvicinarmi all’illustrazione.

Solo di recente ho scoperto che nel 2007 si è dedicata all’illustrazione della storia di Anna Frank e del suo diario. E ne sono rimasta incantata.

Anne Frank
di Josephine Poole|Angela Barrett
2007 Red Fox
40 pagine

Le tavole di Angela Barrett sono godibili agli occhi di grandi e piccoli.
Per quanto a prima vista possano apparire molto realistiche e quasi fotografiche, sono sempre i giochi di sguardi e le atmosfere a farla da padrona; per questo mi piace così tanto.

In un’intervista al Guardian, lei stessa ha raccontato di utilizzare la macchina fotografica solo al fine della composizione; le piace invece distorcere le prospettive degli spazi e le proporzioni dei personaggi in funzione delle sensazioni che vuole trasmettere.

Quello che rende questo libro un vero gioiello è la dimensione umana e intima delle sue immense scene a tutta pagina.  Vediamo Anna nella sua camera, la penna ferma sul foglio e lo sguardo perso nel vuoto, il piede che giocherella con la scarpa. E’ tutto fermo, sospeso, ci si sente quasi in colpa di essere lì ad invadere questo suo spazio personale.

Le scene sono statiche, ma tranquille solo in apparenza. Sono immagini con più livelli di lettura, di grande raffinatezza.
Vediamo la piccola Anna crescere, perdere le sue sicurezze e i suoi riferimenti; la vediamo cercare la speranza e mantenere una grande dignità all’interno del dramma che ha coinvolto fino piccoli aspetti della sua vita.

E’ un libro che commuove, sì, ma che lascia fra le mani il desiderio di fare qualcosa per il mondo che ci circonda, anche nel nostro piccolo.
C’è forse un regalo più bello?

Anne Frank
di Josephine Poole|Angela Barrett
2007 Red Fox
40 pagine

Fonti immagini e approfondimenti: 1|2|3

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Asterisk E se RDD sparisse da Facebook? Ecco come evitarlo
23/01/2018 Morena Forza in In evidenza / No comments
Un brusco cambio di rotta

Ecco cos’è successo: Facebook ha cambiato ancora una volta i suoi algoritmi, stavolta in modo molto significativo, facendo in modo di rendere quasi nascoste le notizie delle Pagine, privilegiando i post degli amici da profili personali.
La conseguenza è che potrebbe sembrare che Roba da Disegnatori, così come la maggioranza delle altre pagine Facebook, sia sparito.
Ma niente paura, ci sono alcune soluzioni! Eccone qualcuna.

Non perdiamoci di vista!

Già tramite gli strumenti di Facebook è possibile adattare le proprie preferenze. Ecco come.

Raggiungete la pagina di RDD, qui: facebook.com/robadadisegnatori
Selezionate il bottone Segui e poi “Mostra per primi”

Questo si può fare anche dalle preferenze della sezione notizie, quando si accede a Facebook.com.

Non è tutto: ogni volta che scrivo un nuovo post o rilascio guide e materiali lo pubblico sempre sul mio profilo personale.
Un’altra soluzione è quindi quella di seguirmi proprio da qui.
Attenzione, però: come ormai si sa, i profili privati non consentono di aggiungere più di un certo numero di amici e, oltretutto, non occorre. Per seguire i contenuti basta selezionare il tasto “Segui” come nella schermata qui sotto.

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Probabilmente, la scelta più pratica e saggia è iscriversi alla newsletter gratuita. :-)

La newsletter,  inviata ogni ultimo giorno del mese, riporta i post recenti e le novità di RDD, più un vecchio post dall’archivio.

Iscrivendovi sarete sicuri di ricevere tutto quello che è successo sul blog e sulla pagina senza perdervi nulla. Troverete anche anteprime e anticipazioni su ebook, iniziative, incontri, corsi.
E anche la mia pagina di diario mensile da disegnatrice. :-)

Non invio spam (lo odio profondamente per prima e non lo farei mai!) e i vostri indirizzi email non vengono in alcun modo divulgati a terzi.
Accertatevi solo di controllare che le news non finiscano nello spam o nella cartella Promozioni della vostra casella.

La prossima news (la prima dell’anno) parte fra dieci giorni.
Purtroppo non mi sarà più possibile inviarvi i numeri precedenti, mi spiace molto.

Preferite il Bassotto

Semplice, forse un po’ antiquato, ma pur sempre efficace: aggiungete RDD nei vostri Preferiti o nella Barra dei Preferiti, per tenerlo a portata di mano e raggiungerlo con un click.
L’indirizzo del blog è questo: robadadisegnatori.com
Sulla pagina, reperibile a facebook.com/robadadisegnatori, è possibile seguire anche vecchi post riportati in auge, fotografie che posto solo lì, articoli che riporto da altri siti.

E su Instagram?

Ultimamente ho utilizzato Instagram (instagram.com/robadadisegnatori ) più per condividere dei piccoli momenti delle mie giornate da illustratrice piuttosto che gli articoli, ma vista l’inversione di rotta di Facebook ho deciso che d’ora in avanti posterò anche gli aggiornamenti del blog e delle sue iniziative.

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Asterisk Parole e libri che hanno guidato il mio anno di illustrazione
31/12/2017 Morena Forza in Creatività / No comments

Qui nell’aria ci sono l’odore di bruciato dei botti, di un mandarino appena sbucciato e della malinconia di fine anno che quest’anno è un po’ più intensa del solito.
Il 2017 per me è stato un anno molto pieno. Pieno di cose da fare, di volti, di esperienze, di cartelle di disegni, di viaggi e fotografie.

Le cose che sono “arrivate” in questo anno, non sono proprio piovute dal cielo. Le ho aiutate un po’ con qualche parola. Mi piacerebbe raccontarvi come è successo. :-)
E chissà che non possa ispirarvi a cercare voi stessi una parola per il vostro 2018?

La parola dell’anno

Proprio alla fine di novembre 2016, ho seguito il consiglio di un’amica che mi ha invitato a trovare una parola per l’anno che sarebbe arrivato. L’ho preso come un gioco divertente e creativo, ma non per questo meno serio.

Mi sono tenuta da parte una delle ultime notti del 2016 per fare un po’ di brainstorming e ho tenuto fra le altre parole che avevo scritto, quella che mi sembrava più carica ed evocativa (perfino a livello visivo!) e che avrei voluto fosse il mantra del mio 2017. Volevo una parola lussureggiante, fresca, e un pizzico aggressiva, una parola d’azione: ho scelto SAVAGE, per il suo suono oltre che per il suo significato, ecco perché è in inglese.

Savage mi ha detto di buttarmi, di tendere all’opportunità con ferocia, di essere curiosa e di trovare la radice primitiva nelle cose che faccio, con l’entusiasmo dell’inizio, senza perdermi troppo in timori e negli schemi che dicono di seguire ad ogni costo.
Mi ha ricordato costantemente l’autenticità del gesto espressivo e dell’imperfezione, la libertà di potere sbagliare facendo, affrancandomi dal parere di coloro che pensano di avere la verità in tasca quando si tratta di argomenti che ruotano attorno a ciò di cui mi occupo.
Ma non è tutto: grazie a Savage mi sono anche isolata quando era il momento e ho iniziato a stare molte ore all’aperto, semplicemente a camminare, respirare e osservare. Ho imparato e visto con mano che il tempo che passo in mezzo alla natura non è mai perso ma sempre investito.

La parola dell’anno è insomma un’impronta, un’ispirazione, un modo di fare ed è molto più potente di un buon proposito! Non è un “fai questo” ma “prova a farlo così”.

Cosa ho fatto e ottenuto grazie alla parola dell’anno

La parola di quest’anno era attiva e spregiudicata e seguendola ho fatto ed ottenuto molto.

Stage in un’agenzia di illustrazione
Da anni volevo un’esperienza all’interno di un’agenzia di illustrazione per capire come lavorano agenti e altre figure inerenti il disegno per professione. Il giorno stesso in cui nei miei feed è apparso l’annuncio per uno stage, ho redatto il mio curriculum e mi sono fatta subito avanti.
Certo, l’ansia di non aver studiato formalmente illustrazione mi ha attanagliata fino al momento di pigiare “Invia”, ma l’ho fatto. Sono stata contattata dopo una settimana e qualche mese dopo, a settembre, sono partita per l’Inghilterra. Per un mese ho lavorato fianco a fianco di alcuni degli agenti che seguono il mio portfolio di illustratrice, e ho imparato tantissimo, guardando e ascoltando avidamente. Presto vi racconterò di alcune scoperte fatte in questo ambito.
Alcune le ho già condivise con chi ha partecipato al mio workshop “Dall’albo al tramonto“. A proposito, sapevate che ricomincia a marzo?

I miei primi libri sul mercato britannico
Al secondo posto in cima alla lista delle priorità c’è sempre stato pubblicare libri in Gran Bretagna. Non per chissà quale motivo; se seguite il blog da un po’ di tempo saprete che sono una grande amante del Regno Unito. L’idea che ci sia un pezzetto di me nella mia amatissima isola mi scalda il cuore come poche cose.

Perché accadesse ho dovuto faticare molto superando le mie resistenze iniziali. Quando mi hanno contattata dall’Inghilterra per propormi un libro su Gesù, infatti,  io che non sono mai stata particolarmente religiosa mi sono un po’ intimorita.
Chiedevano di lavorare con la mia voce, esattamente come mi piace disegnare. Mi sono buttata, e ne sono stata davvero felice. E’ il libro su cui, in assoluto, mi sono più divertita!
Alla fine della produzione inoltre, mi è stata inviata un’enorme cesta di Fortnum&Mason piena di ogni ben di Dio (ahah! Sono proprio una simpatica umorista, lo so) e ho anche incontrato l’art director nel cuore della campagna inglese, visitando con lei la casa museo di Jane Austen nell’Hampshire. E tutto per essermi buttata.

Ho lavorato con l’editore dei miei sogni
Da quando ho iniziato a fare l’illustratrice full time, ho avuto dei traguardi ben definiti. Il punto più alto, per me, era riuscire a lavorare con alcuni clienti.
Mi piace sognare in grande, ma quest’anno ho fatto di più: ho chiesto agli agenti (più volte!) che il mio portfolio venisse proposto ad alcuni editori con cui volevo collaborare. Sono quelli di cui compro libri da sempre, di cui seguo i cataloghi, il blog, i canali social.

La costanza mi ha premiata: ho ottenuto delle prove per dei progetti e, con l’editore in cima alla lista dei miei desideri, ho lavorato davvero e più di una volta. Nel 2018 usciranno i miei primi libri con questo enorme editore e sono emozionata come non mai!

Natale e dinosauri
Ho sempre sognato di illustrare dinosauri e un libro sul Natale. E finalmente…!

In primavera è uscito Non sono stato io! , un piccolo tascabile per Oscar Mondadori, in cui ho avuto la possibilità di disegnare pagine e pagine di dinosauri dispettosi. Un libro che ho vissuto con estrema libertà e relax come non mi capitava da tempo.

Durante la tarda estate e l’autunno invece ho disegnato e dipinto (anche ad acquarello, mio terrore di sempre!) un libro molto ma molto natalizio,Il mistero della magia del Natale per Edizioni Corsare. Ho ritrovato la libertà del disegno a mano e mi è stata data una libertà espressiva assoluta, in cui ho potuto mischiare disegno a mano e digitale. Dalla remota isola di Lewis, Christina Harris, vera e propria artista del tweed scozzese che seguo da anni, ha acconsentito a farmi utilizzare le sue stoffe per gli inserti negli abiti dei personaggi del libro. Non riesco ancora a crederci! Nonostante la mia domanda sfacciata, è stata molto gentile, ed entusiasta che i suoi tessuti apparissero in un libro per bambini.

Workshop da Ideamondo Associazione

Corsi e incontri
Quest’anno ho insegnato per la prima volta in una scuola e ho scoperto che mi piace molto avere una classe, seguire da vicino nuovi e aspiranti illustratori.
Non amo infatti essere troppo focalizzata su me stessa, non mi fa sentire pienamente creativa. Insegnare non è mai stato un ripiego per me, anzi è una parte molto attiva del mio fare illustrazione, e controbilancia la solitudine delle intere giornate spese alla scrivania.
Per questa ragione ho formulato nuovi corsi, allacciato nuove collaborazioni, e ho seguito altri illustratori in consulenze individuali, quasi come farebbe un agente.
La parola dell’anno mi ha impartito di non restare sulle mie, di farmi avanti e chiedere. A volte è tutto lì: nel chiedere! Potremmo così scoprire che era tutto a portata di mano.

Ho disegnato dal vivo, su un enorme foglio bianco
Non sono timida per natura, ma disegnare live mi ha sempre messo un’ansia indescrivibile.
Per questo, quando Marianna e Marco di Zandegù mi hanno chiesto di partecipare a Wonder Wall lo scorso 16 dicembre, ho risposto: ma sì!
Ne avevo il terrore e quindi era la cosa giusta da fare. Ah, la logica inossidabile della parola dell’anno! Così mi son trovata a disegnare sei ore filate, su un foglio bianco un metro per due, a mano, con pastelli, UniPosca e pastelli colorati. Probabilmente il fatto che si trattasse di un’iniziativa benefica per raccogliere fondi a favore di un’associazione per l’infanzia mi ha dato quello sprint necessario a tirarmi fuori dal mio solito guscio.

I meravigliosi giardini del castello di Falkland

Sono tornata in Scozia
E ovviamente con grande gioia. Se c’è un territorio selvaggio e indomito con alle spalle una  centenaria Storia di coraggio ed orgoglio, questo è proprio la Scozia. E’ stata una settimana breve ma intensa. Sono riuscita perfino a incrociare un altro illustratore, che lavora in una libreria nel centro di Edimburgo, e passare un’intera mattinata a sfogliare libri e conoscere nuovi potenziali clienti (il lavoro in vacanza!).
E finalmente ho visto qualche piccolo paesino arroccato sulle colline, lontano dalla città, come Falkland col suo castello e i suoi stupendi giardini botanici, che ho poi riconosciuto guardando la serie Outlander (qualche fissato all’ascolto?)

I libri che hanno guidato il mio 2017

Non sono necessariamente usciti quest’anno, ma sono stati una presenza costante o comunque preziosa in alcuni suoi momenti.

Big Magic
di Elizabeth Gilbert – elizabethgilbert.com
2016 BUR – Rizzoli
230 pagine
Lingua: Italiano

Big Magic
(in italiano)
Lo so che molti storceranno il naso, perché il suo stile di scrittura sembra fin troppo accattivante, ma a me Elizabeth Gilbert piace per la franchezza e la delicatezza dei suoi libri.
Mi dispiace che molti lo abbiano bollato come lettura new age, perché io non l’ho affatto vissuto in questo modo, anzi leggere Big Magic mi ha fatto prendere delle decisioni non di poco conto quest’anno; in particolare modo sull’insegnamento e le collaborazioni.
Mi ha fatto inoltre riflettere già dall’anno scorso sul significato di idea, di ispirazione, di iniziativa, di gruppo (su questo tornerò sicuramente in un prossimo post). Solitamente favorisco testi più yeah e concreti, ma questo libro riesce a più riprese ad accompagnare i miei momenti di sconforto e stanchezza creativa come poco altro. E poi, il concetto stesso di idea come entità mi piace troppo. Come dicono gli anglosassoni, I feel it.

Your inner critic is a big jerk
di Danyelle Krysa – krysa.com
2016 Chronicle Books
131 pagine
Lingua: Inglese

Your inner critic is a big Jerk

Letteralmente: il tuo critico interiore è un grande stronzo.
Questo libro l’ho comprato proprio seguendo la mia parola dell’anno, sapendo quanto duramente dovessi lavorare nel superare la mia ansia del giudizio altrui.
Non facevo che pensare alle critiche ricevute per il fare corsi o per lo stesso fatto che faccio l’illustratrice ma non ho studiato con un percorso di studi canonico. Non importa quante conferme ricevessi altrove, io pensavo solo alle parole terribili che avevo letto sul mio conto.
Tra il 2015 e i primi mesi del 2017 questo l’ho sentito particolarmente. Ogni chiacchiera, post o commento tagliente mi arrivava dritto in faccia come una porta sbattuta e questo ha avuto non poche ripercussioni sul mio modo di vivere il lavoro che mi sono scelta con tanto impegno.

Non dobbiamo dimenticare che voci di questo tipo, fin da quando siamo bambini, finiscono col diventare una sola voce, interiorizzata, cioè qualcosa che ci diciamo noi stessi su ciò che facciamo. E’ così che una normale fragilità diventa un impedimento e facciamo molto meno di quanto avremmo voluto. Ci blocchiamo.

Questo libro aiuta con particolare ironia e leggerezza il problema dell’eccessivo perfezionismo che non porta a risultati migliori ma molto spesso, proprio a nessun risultato (“O lo faccio perfetto o non lo faccio proprio”, vi suona famigliare?)

Quando ho finito questo libro ho iniziato un progetto personale che vorrei portare alla luce proprio nel 2018, iniziando a sviluppare le riflessioni nate dalla sua lettura.

Tutti possono fare fumetti
di Gud – gud.it
2013 Tunué
144 pagine
Lingua: Italiano

Tutti possono fare fumetti

Normalmente, un manuale dice come fare qualcosa, ma non motiva a farlo. Molto diverso è “Tutti possono fare fumetti” di Gud, fumettista e insegnante di fumetto, che mi ha spinta a iniziare una serie di strip sulla mia quotidianità di disegnatrice e pubblicarle sul mio Instagram, solo per il piacere di condividere le mie magagne, senza troppi pensieri.

Per me, che sono stata terrorizzata in passato remoto e recente sul fumetto, è stato molto liberatorio. Ho scoperto che molto spesso penso in fumetti. Alcune delle strip che ho pubblicato su Instagram e sul mio account Facebook erano nate nella mia testa come status o come post per il blog, ma sintetizzarli in una strip mi ha aiutata a fare chiarezza ed esprimermi al meglio, con quel pizzico di umorismo che mi sta tanto a cuore.

Se volete conoscere il fumetto con un tocco fresco e leggero, questo è il manuale perfetto!
Questa è l’intervista che avevo fatto proprio a Gud in occasione della prima edizione del libro.

E il 2018?

Sono sincera, temo un po’ la legge del contrappasso dopo un anno così favoloso.
Ma non per questo non mi impegnerò. E prendo a braccetto un’altra parola, che però rivelerò solo alla fine del 2018. Che sia una compagna preziosa come Savage, o anche solo la metà! :-)

Buon anno, disegnatori!

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Asterisk Quali sono i limiti dei social per noi disegnatori?
17/12/2017 Morena Forza in Professione Disegno / No comments

Foto: Installazione artistica di Jean Jullien 

Ci possono aiutare a creare nuovi legami e collaborazioni, e anche a farci trovare da chi ci interessa: sono i social, inutilmente demonizzati o eccessivamente esaltati da disegnatori e altri addetti ai lavori.

Ecco perché, per avviare o far progredire una professione artistica, è meglio avere un sito e non puntare troppo sui social.

  1. I social non sono nostri, e quindi non sono “stabili”.
    Non dimentichiamo che sono piattaforme che
    ci ospitano. Di conseguenza, il modo in cui i contenuti vengono catalogati, visualizzati, promossi e valorizzati, è deciso dalle policy di ogni singolo social, non da noi.
    Cambiano gli algoritmi che regolano i feed (e quindi ciò che vediamo e riusciamo a far vedere al pubblico), ma ciò che è peggio è che i social possono sparire perché caduti in disuso e, a quel punto, si perde tutto il seguito che si era venuto a creare. Pensiamo a MySpace, per esempio, o al flop di G+. Esistono, ma sono irrilevanti.
  2. Non si può decidere della qualità dell’immagine. In particolar modo per Facebook, che penalizza la risoluzione (molte immagini appaiono sgranate o comunque di qualità inferiore una volta caricate) e su Instagram, dove il formato è vincolato.
    Un po’ meglio Pinterest, che non rovina le immagini caricate.
  3. Non è possibile strutturare la navigazione delle immagini. D’accordo, su Facebook possiamo creare degli album, ma non è certo come poter avere delle categorie su un sito. Tutto è meno intuitivo, ed è normale: in fondo, Facebook è pensato per condividere le fotografie del barbecue di Ferragosto con gli amici, non per proporre un portfolio. :-)
    Instagram è a sua volta piuttosto limitato, perché non possiamo creare album o cartelle ma solo post oppure slide di immagini (una novità implementata di recente).
    Anche da questo punto di vista, comunque, Pinterest è più utile (tanto vero che lo utilizzano le agenzie di illustrazione per lo scouting, cioè per trovare nuovi illustratori da rappresentare).
  4.  Non sono professionali. Se stiamo cercando di proporci come professionisti, l’ultima cosa che può venirci in mente di fare è sottoporre un portfolio su Facebook o su Instagram.
    Piattaforme utilissime per la comunicazione e per farsi trovare, ma non per creare un contatto diretto con un potenziale cliente.
    Tuttalpiù Facebook, Instagram, Pinterest e altri che probabilmente verranno nel futuro, possono rappresentare un approfondimento utile e contenere immagini che magari nel portfolio “Ufficiale” sul sito non vengono pubblicate: work in progress, dettagli, lavori personali e di ricerca, qualche spunto personale legato alla propria vita oppure al proprio percorso artistico.
    Se vi state chiedendo “Ma importa veramente a qualcuno?” la risposta è: SI.
    Art director e agenzie leggono perfino i blog e alcune didascalie, motivo per cui i social non sono inutili, ma solo da sfruttare al meglio della loro funzione.
  5. E’ facile diventare dispersivi.
    Mentre un sito va aggiornato con nuove immagini per le gallery e rimane “fisso” e immobile, le immagini sui social vengono commentate, condivise, raccolgono like e reazioni.
    Bello, ma anche facile perdere il contatto con la realtà:
    non è detto che le stars di Instagram, Youtube o di Tumblr, seguite da migliaia e migliaia di persone, lavorino davvero come fumettisti o illustratori.
    Questo è particolarmente vero per chi si occupa di sole fanart, per cui si crea un seguito di fan e non di potenziali clienti. Nulla di male, però bisogna distinguere le cose.
    Su Facebook invece si dà troppa importanza al like. A volte chi si occupa di immagine ne è ossessionato, ma la verità è che
    i like non costituiscono un’esatta cartina tornasole di quanto lavoreremo/venderemo.

I luoghi del web

Vorrei stendere una nota a proposito di dove ci si promuove sui social.
Negli ultimi due anni ho notato un’ossessiva attenzione ai Gruppi Facebook: persone che si iscrivono a 20 gruppi e iniziano a postare a raffica le proprie immagini o i propri profili e siti.

Io non voglio distruggere sogni e speranze, ma la verità è che sui Gruppi Facebook si trovano altri disegnatori che la maggior parte delle volte vogliono solo promuoversi.
Immaginiamo di trovarci in una grande piazza del mercato dove ci sono solo venditori che urlano dalle proprie bancarelle, ma praticamente nessun acquirente.

Quando postiamo un contenuto, chiediamoci se in quel posto virtuale c’è davvero qualcuno che può essere interessato. Altrimenti, in quell’ora che spendiamo a postare forsennatamente, potremmo metterci al tavolo da disegno e creare una nuova tavola, altro materiale per crescere artisticamente e professionalmente.

Una preziosa lettura

Per approfondire l’approccio ai social e all’auto-promozione, consiglio la lettura di “Semina come un artista” di Austin Kleon.
Con grazia, semplicità e un piglio molto diretto, l’autore (che ci aveva già ispirati con Ruba come un Artista) ci fa vedere come lanciare quello che facciamo, nel mondo.
Non in modo casuale, distratto o sgradevole; valorizza un approccio autentico, che non ci fa sembrare dei “venditori di pentole porta a porta” e che crea dei contenuti interessanti per la community, belli da vedere, arricchenti.

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