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Asterisk Come migliorare i disegni dopo la scansione
28/08/2017 Morena Forza in Disegno / No comments

Avete mai notato come a volte un disegno dal vivo renda benissimo, ma dopo essere stato scansito abbia perso tutta la sua forza? Quando succede, è molto frustrante.

Lo scanner infatti, può sfalsare la resa finale ed è di fondamentale importanza riuscire a recuperare il nostro disegno così come lo vediamo fuori dallo schermo.
Come? Con la tecnica digitale!

Photoshop può aiutarci anche se abbiamo cambiato idea su un particolare cromatico o perché no, di struttura; o magari perché c’è una macchiolina o un segno di matita involontario che non possiamo lasciare lì.

In questa ottica, la post produzione digitale è uno strumento prezioso e irrinunciabile.

Per farvi un esempio ho usato uno dei miei semplici acquerellini veloci su fondo bianco, che ci permette di vedere all’opera Photoshop nel migliorare un disegno tradizionale. Nella scansione è stato molto penalizzato, diventando opaco; per giunta, prima di scansionarlo l’ho anche sporcato accidentalmente con un altro disegno.
Insomma,ce le aveva un po’ tutte, ma proprio per questo era perfetto allo scopo, no? :-)

Fase 1 - Isoliamo il disegno

Per creare un nuovo file in cui modificare il nostro disegno, selezioniamo con lo strumento Lazo tutto quello che ci interessa, poi lo copiamo, o dal menù “Modifica – Copia” oppure tramite il comando da tastiera Ctrl+C.

Creiamo un nuovo file a fondo bianco con le giuste misure e risoluzione, poi incolliamo il disegno in questa nuova area, o dal menù “Modifica – Incolla” oppure tramite comando da tastiera Ctrl+V.

Come da immagine, dobbiamo avere due livelli: uno con fondo bianco e l’altro che contiene unicamente il disegno.

Fase 2 - Una nuova brillantezza

A questo punto siamo pronti ad affrontare la parte forse più importante della post produzione di un disegno tradizionale digitalizzato: i chiari e gli scuri.

Come dicevo prima, a volte gli scanner (anche quelli di buona qualità) non tirano fuori il meglio dei nostri disegni, perché per permettere l’acquisizione dell’immagine, viene proiettata una luce fortissima sulla superficie del foglio, che quindi risulta più chiaro e a contrasto quasi nullo.
Questo succede soprattutto scansionando acquarelli e pastelli acquerellabili, ma anche se usiamo le matite in maniera molto delicata sul foglio.

Selezioniamo allora lo strumento Valori Tonali, che troviamo nel menù Immagine – Regolazioni.

  • Dal pannello dei Valori Tonali, eleviamo per prima cosa i bianchi, con la levetta a destra, spostandola poco a poco verso sinistra, finché il grigiastro della grana della carta non scompare, ma senza esagerare di modo che non svaniscano anche parti del disegno.
  • Proseguiamo allo stesso modo coi mezzitoni, rappresentati dalla leva nel centro, cercando di capire se ci conviene tirarla più a destra o più a sinistra. A seconda del disegno, faremo scelte diverse.
  • I neri (o scuri) sono rappresentati dalla leva a sinistra, che va spostata verso destra per accentuare le forme e i colori del nostro disegno.

Attenzione

  • Non utilizziamo la voce “Luminosità – Contrasto”, perché la precisione nel risultato non sarebbe la stessa!
  • Manteniamo sempre una visione di insieme sul disegno mentre spostiamo ogni leva.
  • Teniamo la leva premuta, trascinandola lentamente, senza cliccare “a balzi”.
Fase 3 - Macchie e pasticci? Niente paura!

Nel mio caso, da vera maldestra quale sono, avevo sporcato il disegno con la continuazione di un altro acquerello a fianco e così ora mi trovo con una riga verde sul lato destro dell’alga.

Questa fase della post produzione è delicata, perciò armiamoci di pazienza e precisione: si crea un nuovo livello chiamato “cancellatura” , per poi selezionare un pennello che riproduce delle forme ad acquarello.

Col colore bianco, lentamente e con lo zoom bene attivato, “dipingiamo” sopra quella porzione rovinata di alga.
In questo caso il pennello è utilizzato al 100% di opacità e flusso, ma può capitare di usarlo con opacità più ridotta (dal 30 al 50%) se vogliamo un effetto meno netto sulla cancellatura.

Attenzione

  • In questi casi è meglio utilizzare un pennello per “cancellare” le parti indesiderate di disegno, invece che affidarsi allo strumento Gomma. Così se lo vogliamo possiamo tornare indietro, perché tecnicamente abbiamo aggiunto un pezzo al nostro disegno (un pezzo bianco, certo) e non lo abbiamo tolto.
  • Per fare questo, non usiamo mai e poi mai i pennelli base di Photoshop, ma procuriamoci dei set adatti. I pennelli pre-impostati infatti, fanno vedere la cancellatura creando un effetto molto antiestetico, che annulla la qualità di tutto il nostro lavoro!

Ecco l’immagine “ripulita” del pezzetto in eccesso:

Fase 4 - Sistemiamo i colori

Questa fase non la affronteremo sempre ,ma solo se decideremo di enfatizzare alcune tinte all’interno del nostro disegno.
In questo caso ci verrà in soccorso lo strumento Bilanciamento colore, che ci permetterà di accendere i viola/magenta, i blu, i ciani e così via.

Giochiamo delicatamente con le leve, osservando come cambiano i colori sul nostro disegno. Quando siamo soddisfatti del risultato finale, salviamo.

Era facile, vero? :-)

Il prima e il dopo!
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Asterisk Non è (più) un Paese per fumettisti – Parte 2 di 2
15/09/2017 Morena Forza in Disegno per professione / No comments

a cura di Davide Calì

Non è (più) un Paese per fumettisti – Parte 2 di 2

OVVERO
calo delle vendite e sovra-produzione
nell’editoria francese (e non solo)

Gli autori jeunesse perlomeno hanno i saloni

Una situazione molto simile si produce nell’ambito dei libri per bambini.
Passati i tempi delle grandi vendite, quando in un anno si vendeva tranquillamente 5-6 mila copie di un albo illustrato, molti editori piccoli chiudono, altri si fanno assorbire da grandi gruppi.
Per il resto tutto uguale: si producono libri per riempire gli scaffali delle librerie, che ricevono circa 100 novità a settimana, in un perverso gioco di sovra-produzione che non fa bene a nessuno.
Promozione zero. Come per il fumetto, la promozione la fanno poi i blog, i saloni, i festival.
Per gli autori jeunesse in questo senso le cose vanno un po’ meglio che ai fumettisti, perché quando sei invitato a un salone di solito ti chiedono di fare anche gli incontri con le scuole, che sono remunerati, secondo la tariffa unica della Charte des Auteurs, mentre i fumettisti vanno ai festival rimborsati di tutto, ma perlopiù non pagati.
Solo alcuni festival remunerano infatti le sedute di dédicaces.

Eppure rimane un paradiso

So che per gli italiani, anche così la Francia rimane un paradiso.
Andare ai festival con il biglietto del treno o l’aereo pagati ed essere ospitato in hotel è già un sogno, per chi di solito ai festival ci va a spese proprie, viaggiando sull’interregionale, dormendo sul divano in casa di amici e portandosi i panini da casa.
Ma in una dimensione professionale seria è una condizione inaccettabile.
So che per gli italiani anche le tariffe francesi sono da sogno: da quando lavoro come art director ho molti clienti italiani e mi trovo quotidianamente a discutere budget ridicoli.

Quest’anno ho contrattato per un libro, che doveva essere un volumone illustrato a più mani, 30mila euro. Mi hanno detto che erano troppi, per cui ho detto che si poteva lavorarci a 20 mila, ma con illustratori più giovani e meno affermati.
Il cliente ci ha pensato un po’ e alla fine mi è arrivata l’offerta finale. 2 mila euro. Ero quasi soddisfatto, perché avevo capito che i 2 mila erano la mia parte; io ne avrei voluti 3 mila, ma ci potevo stare.
Invece no. 2 mila euro erano per tutto il progetto, compresa la mia parte.
Quando racconto che per un fumetto in Francia prendi 10-15 mila euro, vedo che a tanti brillano gli occhi, abituati a prenderne 1000-2000 se va bene.
Ma queste cifre non devono illudervi. La pressione fiscale in Francia è notevole, la vita costa mediamente più cara che in Italia e se devi lavorare un anno intero senza fare altro, 15 mila euro non sono poi molti. Forse possono bastarti quando hai 20-25 anni, ma con il tempo le esigenze cambiano.

Una campagna della Charte

Se gli anticipi per i fumetti si sono molto ridimensionati negli anni, anche la percentuale di royalties riconosciuta agli autori si è progressivamente abbassata,
soprattutto per gli autori jeunesse.

In merito a questo la Charte, porta avanti dal 2016 una campagna di sensibilizzazione, in cui ha chiesto a diversi autori per bambini di metterci la faccia.
Marc Boutavant, Magali le Huche, Roland Garrigue, Joëlle Jolivet e molti altri si sono prestati a comparire in una serie di poster che esemplificano molto bene il rapporto tra vendite di libri e vita reale, comparando la quantità di libri che devi vendere per fare semplicemente la spesa.

Qui si più sfogliare l’intero album dell’iniziativa de La Charte.

Occorre venderne 2 per potersi comprare una baguette, 5 per un dentifricio, 8 per un paio di calzini, 13 per comprarsi un libro tascabile, 18 per un pollo e 62 per un paio di sneakers.
La campagna ha lo scopo di sensibilizzare l’opinione pubblica sui miseri introiti di una professione artistica che smuove comunque ogni anno milioni di euro e quello di chiedere agli editori di riconsiderare la percentuale di royalties riconosciuta agli autori.
Mentre infatti per la letteratura generale la percentuale è rimasta al 10%, in questi anni per gli autori e illustratori per bambini dal 10% (da dividere tra autore e illustratore) si è scesi fino al 5% (sempre da dividere in due).
Per ora, che io sappia, da parte degli editori non c’è stata NESSUNA reazione.

Malgrado tutto, non buttatevi giù

Lo so, se avete letto l’articolo fin qui a questo punto ora sarete un po’ depressi, ma ci sono due cose importanti che NON voglio dire con questo articolo.

La prima è che ormai le cose vanno male anche in Francia, per cui non c’è più speranza per nessuno. Credo che la parola ormai sia molto abusata nella nostra società.
Con ormai si sigilla qualsiasi fallimento come definitivo e irrimediabile.
Penso che nell’economia di un paese le cose non possano sempre andare in crescendo.
Lo insegnano anche gli economisti in realtà, ma non ci facciamo quasi mai caso. Quando le cose vanno male abbiamo la tendenza a credere che sia il segno di un peggioramento irreversibile, perché quasi tutti crediamo che sia esistita, in un passato indefinito, un’età dell’oro che non tornerà più.
Ma non è così. Il fatto che in questo preciso momento in Francia le cose vadano male, non vuol dire che andranno male per sempre.

La seconda cosa che NON voglio dire è: rimanetevene a casa.
Continuate invece a inseguire i vostri sogni e i vostri progetti! Solo sappiate che se in Italia è tutto difficile, in Francia non è tutto facile.
Ma se davvero avete un sogno, buttatevi, mettetecela tutta!

Fatemi solo un favore.
Imparate un po’ di cazzo di francese.

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Asterisk Non è (più) un Paese per fumettisti – Parte 1 di 2
11/09/2017 Morena Forza in Disegno per professione / No comments

a cura di Davide Calì

Non è (più) un Paese per fumettisti – Parte 1 di 2

OVVERO
calo delle vendite e sovra-produzione
nell’editoria francese (e non solo)

Di recente, chiacchierando con alcune giovani illustratrici, mi sono reso conto che gli illustratori e fumettisti italiani hanno della Francia e del suo mercato editoriale un’idea aggiornata a circa 20 anni fa.
Per tutti la Francia è ancora una sorta di paradiso, una terra di opportunità, dove si fanno e vendono tanti fumetti, tanti libri per bambini, per cui c’è lavoro per tutti.

Per quanto tra l’Italia e la Francia vi sia ancora un gap abissale per quello che riguarda le vendite dei fumetti e anche dei libri per bambini, e sebbene quello francese continui ad essere un mercato dieci volte più prolifico e sviluppato in questo senso, credo che sia però opportuno aggiornarvi un pochino sulla situazione, che purtroppo non è rosea.

Troppi libri

La Francia vive da ormai diversi anni una crisi intellettuale, sociale, politica ed economica, nel merito della quale però non entrerò in questo articolo.
Tutto ovviamente si riflette anche sull’editoria, che da anni sconta già il prezzo di una eccessiva produzione. Di sovrapproduzione, non limitata al solo mondo del fumetto o dei libri per bambini, ma estesa ai libri in genere, se ne parla praticamente da sempre.

Se ne parlicchia in realtà. Tutto dicono che si produce troppo, gli editori amano rinfacciartelo soprattutto quando un tuo titolo non vende abbastanza: “E’ perché tu fai troppi libri.” – ti dicono. Ma nessuno diminuisce né le tirature né il numero delle nuove uscite. Le tirature in realtà si sono abbassate sensibilmente negli ultimi 2-3 anni, in proporzione diretta ai cali di vendita, ma nessuno lo ammette pubblicamente.

La legge del tomo 1

Nel mondo del fumetto non si contano ormai da anni le cifre di venduto del passato.
Venti anni fa, una serie formato Casterman doveva superare le 100 mila copie vendute perché si festeggiasse un successo, oggi ne bastano 20 mila.
Quel che capita però è questo: le majors, pensano solo a riempire i loro cataloghi di novità.
Non investono un euro in pubblicità. Se il titolo vende, bene, sennò tagliano la serie. Non investono quindi nemmeno nella continuità. Se 20 anni fa l’editore si impegnava a pubblicare almeno 3 tomi di una serie, perché certe volte ci vuole tempo perché una serie decolli (e questo lo dimostrano anche certe recenti serie TV) ora se non vende abbastanza vieni liquidato già dopo il primo, mandando così a monte anni di lavoro che, ovviamente, non puoi rivenderti altrove.
Spesso gli editori accusano la stanchezza di certi generi. “Il fumetto con gli Spitfire o gli U-boot ha stufato.” – ti dicono –“Dobbiamo fare dell’altro.”.

Tu te ne stai, ci avete provato ed è andata male. Poi l’anno dopo, il medesimo editore che non porta avanti la tua serie di Spitfire e U-boot, ne pubblica una praticamente identica. Perché? Perché hanno imparato dal mercato che in ogni caso il primo tomo vende.
Per cui se il tomo 1 di una serie non ha vendite soddisfacenti, la serie viene licenziata e ricominciano con una simile.
Sanno che il primo libro della serie si venderà comunque.
Come dicevo, nessun investimento.

Meno del minimo salariale

Perché lo sappiate, la maggior parte dei fumettisti francesi guadagna meno dello SMIC, che è il salario minimo consentito (in generale per i lavoratori francesi, non per i fumettisti).
La questione è emersa tre anni fa, quando lo stato ha deciso di aggiornare il prelievo delle cotisations, per gli artisti. In Francia infatti, facendo il fumettista o l’illustratore si può andare in pensione. Ovviamente però bisogna versare dei contributi. Fino a tre anni fa il prelievo era quasi simbolico, consisteva in una somma forfettaria davvero minima.
Ma se fare l’illustratore è un vero mestiere è giusto versare in proporzione ai propri guadagni, per cui il ministro ha imposto un prelievo dell’8%, che facendo i conti equivale a un mensilità.

La cosa ha creato una certa agitazione nell’ambiente portando finalmente a galla una realtà che i più tenevano nascosta da anni: a fare fumetti si fa la fame. Chi lavora su un album a fumetti per un anno e 10 mila euro di anticipo (lordi, poi dovrà pagarci le tasse) non può togliersi una mensilità per versare anche i contributi. Dopo l’annuncio del ministro sull’aggiornamento dei versamenti previdenziali, alcuni disegnatori, che da anni lavoravano in condizioni precarie, hanno annunciato pubblicamente il loro ritiro.

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Asterisk Omero – Scrittori che raccontano libri
10/09/2017 Morena Forza in Editoria&Scrittura / No comments
Promozione alla lettura: tutti i dettagli del progetto Omero

Un’idea di: Davide Calì
Progettazione e organizzazione: Mariapaola Pesce (contatti: mariapaola.pesce@gmail.com )

L’Italia è ancora oggi una nazione in cui bastano 10 libri l’anno per decretare un forte lettore. Spesso la lettura viene percepita come un dovere scolastico, il libro un media sorpassato.
E’ l’era del multitasking, in cui si produce tempo e lo si ottimizza.
Con la lettura questo non avviene: leggendo il tempo si consuma facendo una sola cosa alla volta.

E quindi, serve ancora leggere, in un mondo in cui chiunque può raggiungere ogni informazione mentre gioca, ascolta musica e manda messaggi?
Secondo noi la risposta è sì: sì, per conoscere, sì per incuriosirsi, sì per aumentare le capacità del nostro cervello di funzionare, approfondire, concentrarsi.
Sì perché, a cosa serve creare tempo se poi non lo si utilizza per arricchirsi facendo qualcosa di utile e divertente?

Omero è un corso di formazione per insegnanti, bibliotecari ed operatori culturali come non lo avete mai ascoltato prima: un modulo didattico innovativo e tradizionale al tempo stesso, che risponde alla continua richiesta di strumenti di aggiornamento e di dialogo tra modernità e classici.

12 Autrici e autori italiani di narrativa contemporanea raccontano quelle che secondo loro sono le pietre miliari, gli imperdibili, i fondamenti della letteratura di genere: ciascuno con il suo stile, con il suo gusto, la sua cultura, vi prenderanno per mano per condurvi in una piacevole passeggiata attraverso i libri, con una serie di percorsi tematici e didattici da portare a scuola o in biblioteca, pensati per formare e incuriosire chi ha il compito di avvicinare al libro bambini e ragazzi e raccontati con la loro stessa lingua.

Sei ore per autore, 30 libri a incontro. Una maratona di affabulazione che mescola, collega e distingue autori classici e scrittori emergenti, stili e linguaggi differenti, approcci e narrazioni e vi fornirà contenuti, idee, suggerimenti e spunti per saper a vostra volta rispondere alle esigenze di un pubblico giovane e curioso, spesso diffidente nei confronti di un’offerta che non tiene conto del presente o che, partendo dal presente, non sa consigliare origini e vie d’uscita.

Scrittori e argomenti

Davide Calì
racconta 30 album illustrati
e 30 graphic novel

Teo Benedetti
racconta 30 fumetti
e 30 fiabe vere

Francesca Scotti
racconta il Giappone
in 30 manga, film, romanzi e serie TV

Mariapaola Pesce
racconta 30 romanzi e film sull’Olocausto

Andrea Tullio Canobbio
racconta 30 libri nonsense nella letteratura italiana

Daniele Nicastro
racconta 30 romanzi di formazione (classici e moderni)

Tommaso Percivale 
racconta 30 romanzi d’avventura

Pierdomenico Baccalario
racconta 30 libri fantasy

Davide Morosinotto
racconta 30 romanzi di fantascienza

Biografie e contenuti

Cliccare qui per scaricare il programma di ogni modulo e le biografie degli scrittori.

Offerta e condizioni economiche

Gli incontri sono rivolti ad un pubblico di insegnanti di primo e secondo ciclo elementare, scuola media inferiore e superiore e licei; bibliotecari; animatori ed operatori culturali, senza limite al numero dei partecipanti.

E’ possibile acquistare gli incontri singoli oppure abbinarne più di uno, costruendo un percorso didattico personalizzato. Le combinazioni possibili sono innumerevoli: ad esempio la fiaba in abbinamento con il fantasy, il fumetto con l’intervento sul Giappone o la graphic novel, o ancora l’olocausto con la letteratura di formazione.

Per i partecipanti sarà disponibile una scheda didattica, attraverso la quale consolidare gli apprendimenti e strutturare percorsi di lettura e progetti successivi.

Ore di lezione per modulo (1 giorno): 6

Budget: 480 euro a modulo (1 giorno, 6 ore di lezione) + spese a parte (viaggio, hotel)
Dispense: ogni corso è accompagnato da una dispensa che propone usi didattici e riflessioni, da scaricare in pdf.

Roba da Disegnatori promuove questa iniziativa, ma non è in alcun modo coinvolto nella sua organizzazione. Per info e contatti: mariapaola.pesce@gmail.com

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Asterisk Fiera di Bologna: un importante cambiamento
07/09/2017 Morena Forza in Disegno per professione / 5 responses

Era nell’aria da qualche anno, ma ora è stato reso ufficiale dalla Segreteria della Children’s Book Fair di Bologna: cambiano le regole per i pass gratuiti.

Fino ad ora era stato possibile ottenere un pass gratuito per l’intera durata della BCBF, inviando le 5 tavole per partecipare al concorso relativo alla Mostra degli Illustratori.

Dalla prossima edizione invece, il pass gratuito sarà garantito solo agli artisti selezionati per la Mostra, e non a tutti i partecipanti.

Ad ogni modo, potremo richiedere un pass ridotto del costo di 20 euro, entro metà Febbraio, quindi più di un mese prima dell’apertura dei tornelli. Per farlo, sarà necessario contattare la Segreteria rispettando i termini indicati sul sito.

Scadenze importanti

  • 4 Ottobre 2017 :  termine ultimo per l’invio delle 5 tavole per la selezione alla Mostra degli Illustratori. Fa fede il timbro postale. Altre informazioni e regolamento, qui.
  • Metà Febbraio: termine per la richiesta di un pass ridotto (20 euro), dopo questa data si potrà acquistare solo il biglietto a prezzo intero, quindi attenzione!

Polemiche e considerazioni su questa novità

Nelle scorse settimane, sui social si è diffusa a macchia d’olio una certa polemica per questa nuova scelta da parte dell’organizzazione della Fiera.

Secondo alcuni infatti, sarebbe ingiusto far pagare un biglietto, seppure ridotto, a noi illustratori, perché è segno di un’eccessiva ingordigia da parte dello staff di Bologna Fiere e perché “dobbiamo già pagare viaggio e alloggio e pasti“.
Vorrei spiegare perché mi sembra un ragionamento molto sbagliato.

Dopo un primo momento di fastidio, sono giunta alla conclusione che è giusto pagare il pass.

Come spesso accade anche in altri contesti, è facile abituarsi a dei benefit.
E’ stato bello accedere gratuitamente inviando 5 illustrazioni, certo.
Quando i vantaggi vengono meno, si sente, e questo è normale.
Ma…

Il pass gratuito ci era dovuto?

Gran parte delle fiere di questo tipo non prevedono accesso gratuito, nemmeno nel resto del mondo. A volte, e non sempre, sono previste formule di ingresso ridotte. E poi, altre categorie professionali che accedono alla Fiera non hanno la possibilità di pagare un biglietto ridotto.
Il pass gratuito per la partecipazione alla Mostra era quindi un plus, non qualcosa che ci spettava di diritto. E’ che ci eravamo abituati bene. :-)

Evidentemente, la gestione della Fiera ha costretto gli organizzatori a ritirare questo trattamento di favore nei nostri confronti. Non prendiamocela troppo.

E poi, siamo onesti: la Fiera viene una volta l’anno. Credo che uno o due ingressi ridotti riusciremo a metterceli da parte in 365 giorni, magari con qualche cinema o pizza in meno o la momentanea sospensione del nostro account Netflix. Argh, scherzo! Quello mai! :-)

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Asterisk Una scatola di acquerelli e vecchie paure
09/08/2017 Morena Forza in Varie / 4 responses

Sono un tipo ordinato e piuttosto deciso: per questo non tengo i sogni nel cassetto. Preferisco metterli in pratiche scatole etichettate.

Pur ordinate ed organizzate al millimetro, le mie scatole grigie foderate a quadretti possono restare chiuse per anni. Ed è stato proprio così per quella dedicata al materiale da acquarello.

Negli anni ho buttato barattoli troppo bassi, stracci consumati, pennelli con le setole impazzite. Ho anche comprato nuove cose, perché mi piace pensare che nel caso mi prenda “l’attacco d’arte” ho tutto pronto per l’occasione. Per lo stesso motivo, in un mobile attiguo, conservo da cinque e otto anni, degli enormi album da acquarello ancora nuovi, con carte molto diverse fra loro. Non posso mai sapere dove cadrà la preferenza quando li userò.

Dietro la loro triste immobilità c’è una storia, che però è contenuta nella scatola grigia e foderata a quadretti, e poi nel cofanetto Cotman di Winsor&Newton al suo interno, che avevo comprato nel 2009 per un viaggio.

Non apro questa scatola da tantissimo tempo. Due o tre anni. Ho un reverenziale timore 😰

Un post condiviso da RDD Morena Forza (@robadadisegnatori) in data:

Qualche volta l’ho riaperto solo per guardarci dentro con aria malinconica oppure annusare i godets, col loro profumo di sogno infranto; altre volte invece ho preparato un bicchiere di acqua prima di farlo, con la chiara intenzione di dipingere, e un’allarmante soggezione nel petto.
C’era sempre qualcosa che mi spingeva a rovesciare l’acqua ancora pulita nel lavabo, per poi mettere via i pennelli asciutti.

Nel cofanetto, i panetti di colore sono sempre stati lì, invitanti, alcuni di loro scavati e stortignaccoli per quanto li avevo usati; perché sì, c’è stato un tempo lontano in cui sono arrivata a consumarli.
E anche vedere quelle fossette nel centro, sciolte dall’uso frenetico e dai miei tentativi, mi faceva male. Fino ad oggi.

Una piccola parentesi colorata

Oggi è diverso, sulla mia scrivania c’è un kit di acquarelli che ho comprato domenica.
Sono economici, di consistenza sabbiosa e dai toni chimici. Mi piacevano, e quindi eccoli qui, senza troppo ponderare.
Se state pensando che li abbia comprati nell’ottica di mettermi a dipingere, siete lontani dalla verità. Magari bastasse così poco! No, la verità è che mi piacevano i colori, forti, energici, elettrici, come quelli che amo usare nelle mie tavole in digitale o a pastello; mi piaceva guardarli, e l’idea di averli intorno. Per questo, nella scatola grigia foderata a quadretti non ci sono entrati, dopo l’acquisto.

Disegnavo a computer con un occhio alle piccole tavolozze nere, finché, con poca convinzione e molta pigrizia, non ho deciso di disporre lo scottex, tre pennelli, un foglio da uno degli album, il piattino per miscelare i colori, due cotton fioc e per finire, una tazzina di acqua.

E’ stata una lotta con me stessa, riuscire a non mettere via tutto. Più volte sono stata sul punto di farlo. Ma era come se fossi nel bel mezzo di un rituale ben stabilito e dovevo continuare.
Poi sono rimasta lì, a fissare il foglio bianco con aria assente. Il tavolo imbandito di tutto il necessario non mi rendeva certo qualcuno degno di mettersi a dipingere un acquarello.

Degno. Questa parola mi rimbombava in testa.
Non sei degna. Falla finita, metti via tutta questa roba. Che cosa vorresti fare? L’acquarello non è per tutti. Non basta che ti piaccia, devi essere brava.

Se come me amate Harry Potter, ricorderete la scena in cui ne “I doni della Morte”, Ron porta al collo il medaglione horcrux, che emetteva le voci delle sue peggiori paure. Io sentivo proprio i miei timori, le mie incertezze, e ne ero certa, provenivano dal cofanetto Cotman alle mie spalle.

Mi sono fermata, e non ho pensato, ma ho fatto solo un grande respiro. Ho guardato la solita soggezione arrivare, fiorire, allargarsi nel petto per prendere tutto lo spazio a disposizione. Eppure, non avevo davvero voglia di mettere via tutta quella roba senza aver dipinto niente, non stavolta, mi stancava il solo pensiero. Perciò, un po’ irritata, ho aperto la scatola grigia foderata a quadretti e poi il cofanetto.

Acquarelli e vecchie paure

A una prima occhiata, le due palette colore che non ho mai lavato, il vecchio pennello blu con l’attacco delle setole indebolito e dondolante, i panetti consumati nel mezzo.

E poi, il resto che non si percepiva con la vista, ma solo con gli occhi della mente e della memoria:

“Ricordati che l’acquarello è la tecnica più difficile in assoluto. Non è per tutti.”

“E’ una tecnica troppo raffinata per il modo in cui disegni tu.”

“A fare ghirlandine di fiori ad acquarello sono capaci tutti. Non vuol dire sapere usare l’acquarello.”

“Se scegli gli acquarelli non ci puoi usare insieme le matite colorate!”

“Con gli acquarelli non puoi usare quei colori!”

“Con gli acquarelli non puoi usare niente di economico, pennelli sempre e solo di martora, la carta da dodici euro a foglio, altrimenti lascia stare già in partenza.”

“Con gli acquarelli non puoi usare il colore così coprente.”

Regole, restrizioni, una noia mortale!

E io l’ho anche permesso, perché quelle considerazioni venivano da qualcuno che ammiravo e di cui mi fidavo (anche troppo).
Sarà che, mentre il contenuto dei Cotman non era cambiato, lo ero io, ma quelle voci non mi sembravano più così spaventose.
Erano solo seccanti, come la vicina pettegola del terzo piano. E’ stata questione di un attimo: mentalmente sono tornata indietro nel tempo, dal proprietario di quelle voci e gli ho proprio detto “Che NOIA che sei! Gli acquarelli me li uso come mi pare e piace. Pure quelli da pochi euro, pensa te!”

Con uno scatto ho chiuso il cofanetto, l’ho messo via e ho iniziato a dipingere tranquilla, coi colori che preferivo, e tutte le incursioni di pastello che desideravo. Anche senza bagnato su bagnato.
Ci ho disegnato solo fiori e piantine. Perché sì. Mi piace, e tanto basta. Non sono qui per dimostrare qualcosa, ma per divertirmi.

Scoperta eccezionale: l’asse terrestre non ha subìto modifiche, non sono stata inghiottita da un buco nero, il foglio non si è dissolto sotto la sconsideratezza dei miei acquerelli da strapazzo. E guarda un po’, mi sono pure divertita.

Adesso, il piccolo nuovo kit l’ho riposto nella scatola grigia foderata a quadretti. Da fuori sembrerebbe identica a ieri, ma io so che è cambiata per sempre.

Riconoscere i buoni consigli da quelli distruttivi

Di chi erano le voci delle mie paure? Poco importa. Ciò che è davvero importante invece, è poterle mettere al loro posto, tra i consigli che ascolto ma che posso non mettere in pratica.

Non tutti i consigli ci vengono dati per il nostro bene. Alcuni sono patronizing, paternalistici, hanno solo lo scopo di farci sentire incapaci. L’ho capito tramite un esercizio ne “La via dell’Artista” di Julia Cameron, qualche tempo fa.
Si chiama “La stanza dei mostri/La stanza degli angeli”. Si creano due stanze mentali e poi per iscritto, in cui si mettono coloro che rispettivamente ci hanno ferito e limitato (di proposito o meno non fa differenza) e chi al contrario ci ha incoraggiato o consigliato in modo nutritivo.

Quello che portiamo con noi sono voci interiorizzate: finiamo col ripetercele e farle nostre.
Scrivendole nero su bianco, le vediamo per quello che sono: limiti altrui che abbiamo assorbito e accettato per noi stessi.

Allora, sbarazziamocene, è proprio il caso di dirlo:

che non rompano le scatole! :-)

Alcuni acquarellini in libertà per provare il kit di #tigeritalia #watercolorpainting

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Asterisk FunKino: Animazione e tematiche sociali si fondono per un crowdfunding
30/07/2017 Morena Forza in Varie / No comments

Andrea Oberosler, illustratore di Trento, mi ha scritto per farmi conoscere FunKino, progetto in in cui è stato coinvolto recentemente da Zabbara, associazione di Palermo .

Il progetto ha partecipato al bando IMPATTO+ di Banca Etica ed è stato selezionato tra 179 progetti presentati.
Ha come fine quello di realizzare un cortometraggio di animazione che parli del mondo del lavoro visto dal punto di vista dei migranti; la particolarità infatti è proprio che con 15 giovani richiedenti asilo e beneficiari di protezione internazionale verranno creati la storia e lo storyboard del cortometraggio che verrà poi animato e completato da Andrea e Letizia Depedri, un’altra illustratrice trentina.

Ma chi c’è dietro il progetto?
Il Team di Zabbara è costituito al momento da quattro persone: Alessio Genovese, regista e produttore; Valentina Muffoletto, project manager; Daniele Saguto, sociologo e musicista; Martina Genovese, esperta di tematiche ambientali.
A questo primo nucleo ci siamo aggiunti io, che mi occuperò dell’animazione, Letizia Depedri, illustratrice, Alberto Nicolino, regista teatrale e fondatore del Centro Fiaba e Narrazioni e Yannick Lomboto, attore.

Alla fine di questo percorso il cortometraggio verrà inviato a vari festival di animazione, ma soprattutto uno dei ragazzi partecipanti verrà premiato con una borsa lavoro per continuare la collaborazione con il team di Zabbara.
Se il progetto, basato sul crowdfunding dovesse superare la somma da raggiungere, ogni risorsa in più sarà utilizzata per dare maggiore linfa al progetto e attivare altre borse lavoro per richiedenti asilo e beneficiari di protezione internazionale.
La campagna crowdfunding è ospitata sulla piattaforma “Produzioni dal basso”; è cominciata il 15 giugno e proseguirà fino a 20 settembre.

Ho voluto saperne di più sul progetto, intervistando Andrea Oberosler: ecco cosa ci ha raccontato.

Ciao Andrea, com’è nata l’idea alla base del progetto di Funkino?

L’idea nasce da un percorso intrapreso dall’Associazione culturale Zabbara dopo la produzione nel 2014 del film “EU 013 l’Ultima Frontiera”, il documentario sui CIE in Italia diretto da Alessio Genovese, realizzato e prodotto insieme a Raffaella Cosentino. Zabbara si occupa della promozione dei diritti umani e sociali in ambito Mediterraneo attraverso il cinema e i linguaggi audiovisivi.
A fronte del crescente dibattito sul tema delle migrazioni in Italia, è nata l’esigenza di interrogarsi su come poter dare una scossa alle narrazioni dominanti sul tema dell’immigrazione in Italia riuscendo al contempo a stimolare dei percorsi di inclusione reali e concreti.

Abbiamo scelto di concentrarci sul tema del lavoro, che ci sembra di primaria importanza quando si parla di inclusione, e di farlo attraverso l’uso dell’illustrazione e dell’animazione, linguaggi che permettono di raccontare storie e a toccare argomenti importanti allontanandosi dalla mera esposizione dei fatti, lasciando spazio alla creatività.

Con Funkino avvieremo a Palermo la sperimentazione di un approccio partecipativo alla produzione culturale basato sul coinvolgimento attivo nel processo produttivo di un gruppo di giovani richiedenti asilo e beneficiari di protezione internazionale.
L’idea consiste nella condivisione di un percorso tra questi ragazzi e un gruppo di professionisti provenienti da diversi settori creativi (il cinema, il teatro, la scrittura creativa, l’illustrazione e l’animazione), che porterà alla realizzazione di una narrazione comune, un cortometraggio d’animazione sul mondo del lavoro.

In un mare di crowdfunding che pubblicano prodotti ludici e di intrattenimento puro, come mai avete pensato ad un’iniziativa orientata al sociale?

In realtà l’idea del crowdfunding è nata leggendo il bando “IMPATTO +” promosso da Banca Etica. Avendo passato la selezione tra 179 progetti presentati in tutta Italia, abbiamo avviato la campagna sul sito produzioni dal basso che ci terrà impegnati fino al 20 di Settembre.
Stiamo chiedendo alle persone di contribuire alla realizzazione di FunKino diventandone produttori e tanti sono i sostenitori che stanno credendo nel progetto e ci stanno aiutando a farlo diventare realtà (al momento sono già più di settanta). La costruzione di questa rete di sostenitori coraggiosi, creativi e sognatori, attenti tanto all’aspetto sociale quanto artistico della nostra iniziativa è un importante valore aggiunto. Saremmo felici di poter conoscere ognuno dei sostenitori di persona, creando legami reali anche al di fuori del web.

In che modo “FunKino è formazione”?

La prima fase del progetto consisterà proprio nella realizzazione, se tutto va bene già in autunno, di un laboratorio formativo durante il quale i 15 partecipanti, guidati ed accompagnati dal team creativo, svilupperanno un percorso che li porterà a sperimentare e prendere coscienza delle varie fasi che compongono la creazione di un prodotto video.
Verrà scritto in maniera partecipativa un soggetto cinematografico attraverso l’utilizzo di formule e linguaggi tipici del racconto, della fiaba e dell’illustrazione ed a conclusione del laboratorio sarà realizzato lo storyboard del cortometraggio, da cui nascerà poi il corto animato, frutto degli spunti narrativi dei partecipanti e teso a stimolare un dibattito pubblico in Italia sul ruolo del lavoro nei percorsi di inclusione e per la costruzione di opportunità per i giovani in generale.

La formazione continuerà anche dopo la realizzazione del progetto in quanto è prevista l’attivazione di una borsa lavoro per uno dei partecipanti, selezionato per continuare a fare esperienza in ambito cinematografico.

Ed infine lo stesso cortometraggio di animazione sarà pensato come un materiale utile per supportare programmi formativi all’interno di scuole e associazioni.

Qual è la caratteristica più innovativa di Funkino e perché contribuire alla causa?

La caratteristica più interessante di FunKino corrisponde anche alla sfida più difficile: è il fatto di voler dare voce a una questione di vitale importanza per l’Italia di oggi, l’accoglienza dei migranti; di porre l’accento su un’esigenza concreta, il lavoro; e di affrontare la questione in modo creativo ma concreto al tempo stesso, prevedendo l’attivazione di una borsa lavoro e prospettive di lungo termine per questo percorso.

Chiediamo ai produttori dal basso di sostenere un modello basato sull’interazione creativa tra persone di origine diversa come risorsa sostenibile; sulla cultura come vettore di crescita del territorio; sulla creazione di opportunità lavorative come strumento per restituire dignità alla persona, ai giovani e al lavoro stesso.

Come si può partecipare a questo crowdfunding?

È facile: per contribuire alla nostra campagna di crowdfunding basta raggiungerci su Produzioni dal Basso e cliccare su “partecipa”!
Basterà scegliere la cifra che si vuole donare, per ogni importo ci sono numerosi premi.

Seguiteci anche sulla pagina facebook di FunKino!

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Asterisk Nuvole basse, illustrazione, vento, Harry Potter: i diari scozzesi PARTE I
24/07/2017 Morena Forza in Ispirazione&Creatività / No comments

Ho pensato a lungo se e quando raccontare la mia settimana di viaggio in Scozia da cui sono tornata quasi un mese fa.

Da quando ho iniziato a spostarmi in solitaria, i viaggi sono per me una fonte inesauribile di riflessioni e ispirazioni. Devo processarle molto lentamente, cullarle e assaporarle con occhi e cuore; solo così diventano a tutti gli effetti lo sfavillante tesoro che mi porto a casa da ogni viaggio.

Sono partita con l’idea di ritrovare un po’ di respiro e di amore per quello che faccio, ritornando a Edimburgo, città dalla bellezza esuberante e orgogliosa, e spingendomi più a nord, sul mare di Dundee, passando per librerie e musei carichi di ispirazione, ma anche per parchi, manieri, rigogliosi giardini e immensi spazi aperti.
Sono tornata vincitrice? Scopritelo leggendo il mio diario, ecco la prima parte! :-) Buona lettura.

20 giugno: Chi me l’ha fatto fare?

La domanda che mi faccio ad ogni vigilia dalla partenza.
Viaggiare in solitaria significa dover essere sempre presente a me stessa e, nonostante una certa tendenza al perfezionismo, non posso dire di essere una persona poco sbadata. Riesco sempre a combinare qualche pasticcio.
Mentre mi avvio in aeroporto ripasso mentalmente le cose che devo fare e penso a quella volta che a dieci minuti dall’imbarco per tornare a Milano mi sono accorta di aver perso il biglietto.
Nel 2014, a due giorni dal ritorno, il bancomat ha smesso di funzionare e ho dovuto tirare avanti a cracker e succo di pera. Qualche anno prima mi hanno occupato la stanza e sono stata derubata.
Come ho potuto continuare a viaggiare da sola dopo degli episodi simili? Non ne ho idea. In qualche modo mi trovo sempre al punto (è il caso di dirlo) di partenza.

Decollo nel pomeriggio: i miei vicini di viaggio sono una famiglia con due bambine, di cui una davvero agitata dal volo. Spinta più dalla conservazione dei miei timpani che da bontà di cuore, inizio a disegnarle tutti gli animaletti che vuole. Fra giraffe, leoni e zebre, tre ore passano abbastanza in fretta.
E’ così che atterro a Edimburgo già piuttosto sfibrata e “Chi me l’ha fatto fare?” lampeggia come un neon di Las Vegas nella mia testa.

Mi rendo conto che il vero viaggio è cominciato solo quando, aspettando il taxi a Waverley Station, vedo il sole che sta tramontando dietro la drammatica silouhette dello Scott Monument. Mi emoziono a tal punto da restare imbambolata e una signora sale su quello che doveva essere il mio taxi. Pazienza, ottima scusa per mettersi a fare un po’ di foto. Respiro per la prima volta in cinque ore.

Un tassista molto simpatico mi porta a casa, a Sud della città, chiacchieriamo della Brexit. Le numerose bandierine europee alle finestre delle abitazioni mi colpiscono molto. A tratti, fatico a stare dietro alla supersonica parlata scozzese.
Come tanti britannici, lui è piuttosto convinto che tutta l’Italia sia come Capri, ma si lamenta perché in Italia tutti pensano che la Gran Bretagna sia solo Londra. Quando gli faccio notare la contraddizione, ridiamo fragorosamente. Quanto mi è mancata la Scozia, solo ora me ne rendo conto.

21 giugno: Get Lost

Dove andare? Cosa vedere?
Ho imparato a leggere guide e blog di viaggio, per poi fare tutto il contrario e lasciare che la filosofia del “get lost” prendesse il sopravvento.
Nel caso di viaggi in Paesi “sicuri”, infatti, perdermi senza una meta precisa è la cosa che mi piace di più.

Mi sveglio alle sette e dopo essermi crogiolata qualche secondo nelle coperte, sento l’albero in giardino picchettare sul vetro della finestra a ghigliottina.
Uno scoiattolo rossiccio si sta buttando con grande slancio nell’erba, per fare colazione subito dopo, con quelle zampine veloci veloci e l’aria furbetta. Accanto a me, la gatta tigrata della mia ospite lo guarda molto diversamente da come lo guardo io, con le pupille dilatate e la coda che batte impaziente. Così sono i piccoli felini: si fanno coccolare, ma quando l’istinto li chiama non ci sono per nessuno.

E’ una giornata ventosa e soleggiata, indosso i leggins sotto agli shorts e una maxifelpa caldissima, mi studio il percorso da casa al centro città. Esco lasciandomi alle spalle la scala a chiocciola dai gradini consumati, la vecchia porta verniciata di nero e i roseti vivaci, le case edoardiane dai comignoli anneriti e la scuola elementare, proprio mentre suona la campanella e i più ritardatari si tirano il cravattino dell’uniforme verde uno con l’altro. “Stop it!” “You stop it!”

Non ho mai imparato ad orientarmi con le cartine stradali, per questo sono convinta di dirigermi verso la New Town, ma dopo aver attraversato i Meadows (un grande parco aperto che divide il Sud della città dal centro) mi perdo. Ho preso la decisione di muovermi solo a piedi per tutta la durata del soggiorno; così, digiuna e stanchissima, mi fermo dopo circa tre ore di cammino. Fa troppo caldo per essere in Scozia, ma se mi scopro ho freddo. Tipico in UK.
Un ottimo panino mi rimette in sesto e la prima tappa sensata, seppure casuale del mio viaggio è da Blackwell’s, un’enorme libreria. Sono stata infatti attirata da una vetrina interamente dedicata a Harry Potter: una scopa e gli stemmi delle case di Hogwarts mi rubano uno stupore che mi fa tornare undicenne.
Spingo la pesante porta a vetri, e nel momento in cui metto piede sulla moquette blu, l’acqua inizia a scrosciare con violenza sul marciapiede. Appena in tempo!
Per qualche istante mi fermo ad osservare Chambers Street dall’ingresso. La pioggia svela in fretta chi sono i turisti e chi i locals. I primi imprecano, qualcuno tira fuori un k-way; i secondi ridono, al massimo si riparano con un giornale, continuando a camminare come se facessero due gocce.

Scendendo al piano seminterrato, lo spettacolo che si para davanti ai miei occhi è meraviglioso: una sala spaziosa ma raccolta, ospita albi e libri illustrati di ogni tipo. Ci sono delle comode poltroncine per piccoli e grandi. I volumi sono ordinati e divisi per target di età, ma soprattutto, gli scaffali sono pieni da scoppiare! C’è un silenzio ovattato, quasi irreale. Inizio a dare un’occhiata e poi mi tuffo in quell’amato mare di colori.
Molti dei miei illustratori preferiti sono introvabili in Italia, altri libri vengono importati con un certo ritardo, quindi decido che si vive una volta sola e imbottisco la shopping bag con un bottino di tutto rispetto!
Per scoprire quali libri ho comperato, potrete leggere il post dedicato, questo venerdi! :-)

Michael, il commesso di Blackwell’s, mi racconta che per secondo lavoro fa proprio l’illustratore per l’infanzia e mi mostra alcuni dei suoi ultimi libri, orgoglioso e un po’ imbarazzato. Nonostante siamo in pieno centro, la libreria è semi deserta e così abbiamo tutto il tempo di chiacchierare di editoria, della fiera di Bologna, del rapporto con le agenzie di illustrazione. Sono partita da un solo giorno e sto già parlando di lavoro. Noi illustratori siamo davvero incorreggibili e siamo come i maghi fra i babbani: abbiamo il potere di scovarci uno con l’altro!

22 giugno – Posti fantastici e dove trovarli (per caso!)

Questa per me è la quarta volta che torno a Edimburgo, ma non ho mai finito di girarla in lungo e in largo per un motivo o per l’altro. Non che stavolta creda di riuscirci; in ogni caso, sono decisa a trovare il White Horse Close, e penso che niente e nessuno mi fermerà.
Ecco come sono andate le cose in realtà.
Mi sono svegliata troppo tardi, il bagno era occupato e dopo mezz’ora di passeggiata per i Meadows, in compagnia di scoiattoli e sportivi salutisti che mi facevano sentire in colpa per il bagel appena sbafato, sono arrivata a Lauriston Place sotto un cielo color acciaio.
Dopo vari viaggi nel Regno Unito so che l’ombrello è perfettamente inutile (in particolar modo in Scozia, dove si rompe dopo pochi istanti) perciò non l’ho portato e mi sono limitata ad alzare il cappuccio della felpa, certa che la shower sarebbe arrivata e durata poco, come al solito.

Non avevo fatto i conti con quella strana assenza di vento: le nuvole, pesanti e basse, erano lente, letargiche. In meno di venti secondi mi sono trovata completamente zuppa dalla testa ai piedi. Dopo essermi fermata per dieci minuti sotto a una tettoia, ho dovuto constatare che no, non smetteva.
Sono entrata in un grande edificio, un po’ antico e un po’ contemporaneo. Mi veniva da ridere all’idea che mi stessi davvero strizzando i capelli come faccio prima di uscire dalla doccia. Attorno a me, molti turisti si battevano giacche e pantaloni grondanti di acqua, una folta scolaresca in uniforme blu navy e argento era tenuta a bada da due maestre dall’aria raggiante, qualcuno si era seduto sui divanetti di pelle nera sospirando sonoramente di sollievo e di stanchezza.

Dopo aver apprezzato la mia stessa previdenza, ho messo nello zaino i vestiti umidi, mi sono cambiata e guardandomi attorno ho scoperto uno dei posti più ispiranti in cui sia mai stata: il National Museum of Scotland. Ecco una piccola gallery (ingrandibile) degli spazi al primo e secondo piano.

Al piano terra sembra di addentrarsi in qualche segreta. Gli archi di pietra e le luci mai eccessive sono un vero invito a restare, a saperne di più. Un affascinante insieme di geroglifici egizi e un gigantesco lampione vittoriano a pochi metri di distanza, sono esposti nella hall come se fossero comuni decori. Armi medievali e vasellami ispirati all’Arte buddhista accompagnano l’ascesa al primo piano. Purtroppo, qui è troppo buio e non sono riuscita a fare fotografie.

La mia volontà di raggiungere il White Horse Close svaniva poco a poco; qualche minuto prima pensavo di rimanere solo per ripararmi dalla pioggia, ora qualcosa era scattato. Un bisogno di esplorare, una gioia pervasiva di essere lì. “Get lost!”, il mantra che non si smentisce mai.
Il calmante colore pastello delle pareti poi ha fatto il resto. Decido che qui dentro ci passerò tutto ciò che resta della giornata, fino all’orario di chiusura.

Al National Museum c’è tanto amore per l’Arte e il bello, per la Storia intesa nel suo senso più grande ed inclusivo, per la cultura, per la Scienza e la tecnologia.
Da un museo che unisce una vezzosa struttura di tardo Ottocento ad una pratica incursione contemporanea non potevo aspettarmi di meglio.

Mi siedo per pranzare nella caffetteria al primo piano, concedendomi uno shortbread super burroso e mi rilasso disegnando un po’; mi allontano proprio mentre il Millennium Clock Tower inizia ad intonare i suoi rintocchi ispirati ad una sinfonia di Bach.
Una piccola folla gli si raduna intorno. E’ uno spettacolo bellissimo! L’orologio, terminato nel 1999 per mano di mastri vetrai, scultori, mobilieri e perfino da un’illustratrice, permette di specchiarsi nel grande pendolo argentato, mentre figure umane ed animali si muovono tutto intorno alla struttura, in un gioco di luci ben sincronizzate. E’ strano trovarsi lì; l’ultimo rintocco rimbomba per la sala, nella penombra che gli è stata riservata, e grandi e piccoli, sembriamo tutti svegliarci da un sogno ad occhi aperti. E’ svanito un incantesimo e a quel punto, tutti ci disperdiamo.

Mi sono fatta catturare dalla storia antica, celtica e precristiana, da quella moderna e contemporanea. Le indicazioni non mancano, ma anche all’interno del museo mi sono abbandonata ad un’esplorazione votata alla pura serendipità.
Con grande sorpresa, il materiale espositivo sulla tradizione scozzese è meno di quanto mi aspettassi, ma in compenso scopro che grande rilievo è stato dato alla storia del design tessile e della stampa. In diverse sale del museo ci sono matrici, timbri, ma anche giganteschi volumi di pattern e motivi, campionari che avrei tanta voglia di potere sfogliare ma che purtroppo (e comprensibilmente) sono chiusi in teche inaccessibili.

A commuovermi è l’indissolubile legame fra passato e presente, che i curatori del National Museum sembrano aver voluto sottolineare in ogni modo.

In più, è come se non esistesse una vera e propria “gerarchia” degli elementi in esposizione: così antico e moderno si alternano, occidentale e orientale si sfiorano, scienza e Arte si incontrano.

Decido di chiudere la visita spingendomi al settimo piano. L’ascensore di vetro è affollato. La vista sulla città dalla terrace è suggestiva: il mare in lontananza a Est, il castello di Edimburgo a Ovest, sulla sua maestosa rocca scura.
Il vento è piuttosto forte e fa ondeggiare tutti i fiori e le piante che circondano la spaziosa terrazza. Il cielo è ora limpido, ora buio e autunnale. Edimburgo è bella di una bellezza ricca e vanitosa, un po’ austera eppure sfacciata al tempo stesso. I palazzi di arenaria resistono da secoli alle piogge scroscianti e ai gelidi inverni. Mi piace pensare che quella resistenza perduri per fierezza ed orgoglio, per essere ammirata proprio come la sto ammirando io, mentre mi stringo nella giacca a vento tenendo gli occhi socchiusi.

Un post condiviso da RDD Morena Forza (@robadadisegnatori) in data:

Nella seconda ed ultima parte di diario: Harry Potter everywhere! – Museum of Childhood tra giocattoli, antichi libri illustrati e piccoli misteri – Rotta verso nord! Manieri, bassa marea sull’Atlantico, giardini mozzafiato e libri vintage a una sterlina.

Credit foto della vetrina: 1

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Asterisk Disegnare per conoscere il mondo: il racconto di Josep Pla-Narbona
09/07/2017 Morena Forza in Arte / No comments

Se seguite il blog da un po’, sapete che una delle mie più grandi curiosità è sbirciare nei dietro le quinte di altri creativi. E non importa di cosa si occupano: guardo video e interviste di pittori, illustratori, registi di videoclip, designer, scenografi, fino ad arrivare agli attori.

Mi piace conoscere il loro approccio all’attività, le motivazioni profonde che li spingono a disegnare, suonare, recitare; mi piace trovare un po’ di me stessa nei loro ragionamenti e nel loro sentire e, al tempo stesso, ricordarmi che siamo tutti diversi.

Qualche volta ciò che vedo e ascolto mi piace, ma non sempre. Stavolta ho avuto un vero e proprio colpo di fulmine e voglio condividere con voi i pensieri di Josep Pla-Narbona, artista di Barcellona, raccolti da una persona che lo conosce molto bene: sua figlia, Anna Pla-Narbona.

Il video è in spagnolo, i sottotitoli in inglese. Sotto il video trovate la trascrizione in italiano.
Mi scuso in anticipo per eventuali inesattezze, la traduzione si basa sui sottotitoli in inglese e ho già sentito ad orecchio che non coincidono in modo letterale, ma il senso si coglie tranquillamente. :-)

“Chi sono io? Sono un completo sconosciuto.
Fondamentalmente, sono un disegnatore, questo è sicuro.
Da quando mi ricordo, per scappare dalle mie preoccupazioni, portavo sempre con me uno sketchbook e una matita e continuavo a disegnare.
Il disegno è una finestra da cui liberare le proprie ansie.
E disegnando, si impara a pensare. Perché chiaramente, per poter disegnare qualcosa, devi prima capirlo e per capirlo sei obbligato a pensarci.

Ai tempi in cui avevo questa pazzia di disegnare, disegnare e disegnare, l’economia del Paese andava bene e un sacco di agenzie pubblicitarie si erano avviate; il che dava una possibilità a tutte quelle persone con degli obbiettivi artistici e aspirazioni, come me, di lavorare e disegnare per loro.

La pubblicità mi era anche utile per andare a fondo dell’animo umano, la parte più profonda della psicologia delle persone. Era l’epoca della psicoanalisi, l’epoca di Freud, Adler, era il tempo in cui le cose che erano state nascoste sotto il tappeto uscivano alla luce.

Ero fortunato ad avere uno stile molto personale, disegnavo a modo mio e questo facilitava le persone a riconoscere il mio lavoro.
Però, allo stesso tempo, i puristi dell’industria pubblicitaria, lo consideravano un difetto. Io la ritenevo una virtù grande e vantaggiosa.

Veramente, sono sempre stato un essere molto molto molto emotivo e i problemi della mia vita privata mi hanno messo profondamente in difficoltà. Per 10 anni sono stato depresso, il che significa che sono stato piuttosto fuori dal giro.
E’ stato mentre attraversavo questo momento intenso della mia vita, che ho deciso di dedicare il mio tempo alla pittura.
Sentivo che dipingere mi dava molta più soddisfazione della pubblicità.
Probabilmente, visto che sono ancora un po’ ingenuo, pensavo che la pubblicità fosse una trappola inadatta a me o a chiunque altro.

Per me, dipingere è una terapia di tranquillità e rilancio della mia coscienza.
In altre parole, la pittura è stata una salvezza psicologica.

Le emozioni sono difficilissime da raffigurare perché non hanno confine. Non hanno mura né soffitto.
Le emozioni sono come le nuvole; una volta che le metti in una scatola sono impossibili.
Le emozioni hanno questo lato negativo, ma è questo che fissa le basi per l’Arte.

Capire me stesso è una delle cose più complesse in cui mi sono imbattuto nella vita.
Quando dipingo e disegno mi riconosco davvero, ma sono solo brevi momenti, minuscoli pezzetti di esistenza.
Una volta che si verificano, praticamente si sciolgono nello spazio.”

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Asterisk Davide Calì intervista Gerda Märtens
19/06/2017 Morena Forza in Illustrazione / No comments

Gerda Märtens è una delle mie allieve più brillanti di sempre. Quando ci siamo conosciuti era arrivata in Italia da solo un paio di mesi e parlava un italiano praticamente perfetto. E poi aveva, e ha, uno stile tutto suo, molto personale, così come i suoi progetti.
Da allora è passato qualche anno e Gerda ha fatto diverse cose. Il suo libro che avete visto più facilmente in Italia è La creazione, un racconto di Dino Buzzati illustrato per Orecchio Acerbo. L’adattamento è stata una sua idea: Gerda ha una grande passione per Buzzati e ricordo che, anche se condivido la passione, avevo anche tentato di scoraggiarla, dicendo che per una studentessa non sarebbe stato facile avere i diritti di uno scrittore così famoso.
Ma Gerda è sempre stata molto determinata, e infatti non mi ha ascoltato, è andata avanti con il progetto ed è riuscita a fare esattamente quello che voleva. Ho una grande ammirazione per lei, per il suo entusiasmo, per la sua caparbietà e per la sua voglia di condividere con gli altri la passione per l’illustrazione.
Ma ora è venuto il momento di farle qualche domanda.

So che lavori anche part-time in una libreria?

Sì, lavoro anche in libreria come commessa, perlopiù per avere un guadagno mensile e l’assicurazione sanitaria. Quest’esperienza però mi sta dando tanta formazione sul mondo dei libri (perché è una tappa importante nella lunga catena tra l’autore e il lettore) e anche tanta ispirazione per leggere bei libri di tutti i tipi, non solo di narrativa. Tra l’altro, lavorare come commessa è utilissimo per osservare la gente e capire come funziona la società. E in più, facendo questo lavoro sto rispolverando anche un po’ di russo e ne sono fiera!

E in Italia, tornerai?

L’Italia è la mia seconda patria. Dopo un inizio un po’ difficile mi ci sono ambientata al punto da sentirmici sempre a casa. Mi piacciono le persone, la cultura (immensa), il cibo, il clima (il caldo), la natura (le montagne), il panorama d’illustrazione.
Anche se non vivo più in Italia da due anni, a volte mi accorgo di formulare i miei pensieri in italiano. Torno in Italia più spesso possibile e il mio sogno per il futuro è quello di averci una casa per poter vivere e lavorare una parte dell’anno lì.

Ma senti, è vero che la sommità più alta in Estonia misura solo 300 mt di altezza? (l’ho imparato la scorsa settimana durante l’HEADREAD festival)

E’ vero, nel Sud dell’Estonia c’è una collina che si chiama Suur Munamägi (La Grande Montagna Uovo) ed è esattamente 318 metri d’altezza, quindi la sommità più alta in Estonia. Ne siamo molto fieri e ci sono diverse canzoni patriottiche dedicate a questa “montagna” bellissima. In cima all’Uovo c’è anche una torre per farla diventare ancora più alta!
In realtà esiste anche un’altra Munamägi, cioè quella più piccola che si chiama appunto Väike Munamägi (Piccola Montagna Uovo) e che a me, quando ero piccola, ha lasciato un’impressione poetica. Penso di non essere stata pronta per l’Uovo Grande all’epoca.

So che questa estate tieni un corso, ma non propriamente di illustrazione. Ce ne vuoi parlare?

Come ho detto, mi sto occupando di diversi progetti contemporaneamente. Al momento sto affrontando anche la sfida di organizzare un corso estivo residenziale a luglio, nell’Estonia del Sud (non lontano dall’Uovo Grande): the Summer School of Inspiration.
E’ un corso che stiamo facendo insieme alla mia amica Monica, una bravissima insegnante di meditazione e una persona radiosa. Si tratta di 5 giorni in campagna, in un vecchio maniero ristrutturato come “maniero culturale”, sede per tantissimi eventi di cultura, corsi di yoga, meditazione, ballo, ecc.
Facciamo un corso combinato di due campi che possono sembrare diversi ma per come li trattiamo, non è affatto cosi: sono il disegno e la meditazione. Entrambe le attività si concentrano sulle osservazioni di ciò che c’è intorno a noi (lo spazio, le persone) e di ciò che c’è all’interno di noi. Tramite il disegno cerchiamo un contatto tra il mondo interiore ed esteriore mentre la meditazione ci insegna a comandare i nostri sensi per poter eliminare le emozioni, i pensieri e le sensazioni che ci impediscono di Creare.

Ma che meraviglia!

Ci sarà anche una serata di incontro con un bravissimo giovane scrittore, Tõnis Tootsen, che ci parlerà del sogno e della veglia e del loro punto d’incontro. Lui ha appena vinto un premio statale letterario per un suo romanzo distopico particolare sia per la storia che e per la forma visiva: è scritto e illustrato a mano e così anche riprodotto. Si intitola Il primo giorno.
Tra tutto quello ci sarà del tempo per stare in una compagnia di persone interessanti di origini diverse, per godersi della sauna e delle serate intorno al falò o per vagare nei dintorni del maniero. Io stessa non vedo l’ora di vedere il corso realizzato e di conoscere le persone che parteciperanno.

E adesso: insegnami tre parole belle in estone! (devo arricchire il mio dizionario per la prossima volta che ci vediamo)

Cominciamo da quelle più corte e più attuali.
Öö – notte
Mets – bosco
Kuu – luna

Che belle! Sembra un haiku ! E in Italiano: quali sono le prime parole che hai imparato?

Mi ricordo di aver portato un manuale d’italiano al mio primo viaggio per l’Italia nel 2009. E’ stato un viaggio da backpackers/couchsurfing e spesso aspettavo i treni nelle stazioni sedendomi sulla valigia e studiando la grammatica italiana. Le prime parole che ho imparato durante quel viaggio penso siano state: francobollo, giallo e scarpe.

Raccontaci: come è nata la tua passione per Dino Buzzati?

Avevo iniziato il mio secondo anno con il programma Erasmus all’Accademia di Belle Arti di Macerata, pensando ad un possibile progetto editoriale. Mi sentivo pronta per affrontare un intero libro, però mancava il testo. Poi in Accademia ho sentito il nome di Dino Buzzati.
Si parlava del suo libro I miracoli di Val Morel che lui aveva anche illustrato con le immagini che si riferiscono alla tradizione dell’Ex Voto, che mi ha affascinato molto (io vengo da una tradizione religiosa protestante o, meglio, pagana). Un miscuglio tra un mondo reale, logico, e quello immaginario mi sembrava il modo più giusto per capire la vita, o la condizione umana. Penso che più che dal mondo esteriore siamo guidati dalle nostre forze interiori, paure, gioie, fantasmi, immaginazioni. Comunque, io fin dall’inizio ho inteso Buzzati come scrittore e artista. Lui si dichiarava come un artista che qualche volta scrive.
In realtà fece il giornalista presso Il Corriere della Sera per tutta la sua vita – e da lì penso provenga il suo stile di scrittura preciso e realistico.
Comunque, quando ho trovato il suo racconto “La creazione” in una raccolta in biblioteca ho capito che era questo il testo che cercavo.

Che cosa ti è piaciuto in particolare ne “La creazione”?

“La creazione” è una versione umoristica della Genesi, ambientata ai giorni nostri.
Dio onnipotente ci è presentato come un personaggio benevole che guida le creazioni ma allo stesso tempo non è per niente dominante: lascia che le cose facciano il loro corso, tanto lui sa tutto quello che deve avvenire e non si stressa. I veri creatori in questa Genesi però sono gli angeli e in particolare uno, diverso dagli altri, che presenta la sua idea di creare l’uomo.
Questa versione umoristica della Genesi mi ha fornito delle interessanti metafore sul creare e sulla vita d’artista. Mi ricordo che i primi tempi che stavo lavorando sul progetto mi erano particolarmente simpatici gli angeli creatori, e ce ne sono tantissimi! Li ho disegnati tutti un pochino ingenui, giovani ma con tanta speranza, visioni grandiose e una voglia di fare.
Per me in questo racconto tramite quegli angeli c’è descritta la sensazione del creare, quell’emozione che anch’io cerco in ogni aspetto della mia vita, non potrei farne senza!
Ora quando sono agli incontri con i lettori, dico anche che illustrare è creare un mondo, esattamente come lo si progetta ne La creazione.

L’anno scorso hai trascorso un periodo in America. Come è andata? Quanto sei rimasta? Che cosa hai fatto? Ma soprattutto: ti è piaciuta l’America?

Sono stata in America, nello stato di NY un anno in totale durante un periodo di due anni. Nell’estate 2015 ho fatto un corso estivo bellissimo alla New York School of Visual Arts sulla narrazione attraverso l’illustrazione. Un mese di concentrazione totale nell’incredibile NYC: vivevo a Brooklyn, per andare allo studio passavo l’East River sul treno e vedevo sempre l’Empire State Building sullo sfondo, sembrava un film. Avevamo quattro-cinque professori di diversi campi come illustrazione editoriale, fumetto o licensing, abbiamo avuto l’opportunità di mostrare i nostri portfolio ad un art director del Penguin Books e abbiamo finito la residenza con una mostra nella galleria della scuola, sulla Manhattan centralissima! Durante quel corso ho imparato tantissimo, soprattutto sul mercato americano, sulla parte commerciale del mestiere e anche su me stessa proprio perché è stato veramente molto intenso.
Il resto del tempo sono stata in Long Island, vicino a NYC a disegnare e a conoscere la vita all’americana. Poi, come tanti, anch’io ho parenti in America e sono riuscita ad andare a trovarli in Minnesota e a Washington DC. Sono stati momenti molto emozionanti, che hanno aggiunto un altro pezzo nel puzzle della mia vita.
Se mi chiedi se mi è piaciuta, direi che in qualunque posto uno sia, si fa sempre la propria esperienza da soli. Esistono tante Americhe (o qualsiasi altro paese) quanto le persone che ci vanno. Io ne ho visto una minuscola parte. NYC per me è specialissima, ispirantissima ma tanto pazza, e mi agitava. In Minnesota mi piaceva la natura, i laghi e mi sembrava un’ambiente rilassante.

Da quando ci siamo visti l’ultima volta so che hai vinto un premio importante per l’illustrazione. Ce ne vuoi parlare?

Sono estremamente felice di aver ultimamente vinto un premio al concorso Supergraafika organizzato dalla città di Tallinn. Il concorso ha selezionato tre disegni, tra quelli proposti da diversi artisti, che diventeranno murales sui condomini in città. Il mio verrà realizzato in un quartiere verde al confine della città, su un palazzo di 5 piani. Parteciperò alla realizzazione anch’io, infatti non vedo l’ora di vedere come la mia illustrazione formato cartolina diventerà alta più di 15 metri!

A cosa stai lavorando adesso? Hai un nuovo libro in produzione?

Ho sempre una decina di progetti diversi in corso. Comunque, il libro che sto attualmente illustrando porta il titolo Grazie, sono sazio ed è scritto dall’autrice estone Hilli Rand.
E’ una storia semplice ma davvero divertente. Ci sono due fratelli e moltissimi animali e tanta immaginazione.

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