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Asterisk Quali sono i limiti dei social per noi disegnatori?
17/12/2017 Morena Forza in Disegno per professione / No comments

Foto: Installazione artistica di Jean Jullien 

Ci possono aiutare a creare nuovi legami e collaborazioni, e anche a farci trovare da chi ci interessa: sono i social, inutilmente demonizzati o eccessivamente esaltati da disegnatori e altri addetti ai lavori.

Ecco perché, per avviare o far progredire una professione artistica, è meglio avere un sito e non puntare troppo sui social.

  1. I social non sono nostri, e quindi non sono “stabili”.
    Non dimentichiamo che sono piattaforme che
    ci ospitano. Di conseguenza, il modo in cui i contenuti vengono catalogati, visualizzati, promossi e valorizzati, è deciso dalle policy di ogni singolo social, non da noi.
    Cambiano gli algoritmi che regolano i feed (e quindi ciò che vediamo e riusciamo a far vedere al pubblico), ma ciò che è peggio è che i social possono sparire perché caduti in disuso e, a quel punto, si perde tutto il seguito che si era venuto a creare. Pensiamo a MySpace, per esempio, o al flop di G+. Esistono, ma sono irrilevanti.
  2. Non si può decidere della qualità dell’immagine. In particolar modo per Facebook, che penalizza la risoluzione (molte immagini appaiono sgranate o comunque di qualità inferiore una volta caricate) e su Instagram, dove il formato è vincolato.
    Un po’ meglio Pinterest, che non rovina le immagini caricate.
  3. Non è possibile strutturare la navigazione delle immagini. D’accordo, su Facebook possiamo creare degli album, ma non è certo come poter avere delle categorie su un sito. Tutto è meno intuitivo, ed è normale: in fondo, Facebook è pensato per condividere le fotografie del barbecue di Ferragosto con gli amici, non per proporre un portfolio. :-)
    Instagram è a sua volta piuttosto limitato, perché non possiamo creare album o cartelle ma solo post oppure slide di immagini (una novità implementata di recente).
    Anche da questo punto di vista, comunque, Pinterest è più utile (tanto vero che lo utilizzano le agenzie di illustrazione per lo scouting, cioè per trovare nuovi illustratori da rappresentare).
  4.  Non sono professionali. Se stiamo cercando di proporci come professionisti, l’ultima cosa che può venirci in mente di fare è sottoporre un portfolio su Facebook o su Instagram.
    Piattaforme utilissime per la comunicazione e per farsi trovare, ma non per creare un contatto diretto con un potenziale cliente.
    Tuttalpiù Facebook, Instagram, Pinterest e altri che probabilmente verranno nel futuro, possono rappresentare un approfondimento utile e contenere immagini che magari nel portfolio “Ufficiale” sul sito non vengono pubblicate: work in progress, dettagli, lavori personali e di ricerca, qualche spunto personale legato alla propria vita oppure al proprio percorso artistico.
    Se vi state chiedendo “Ma importa veramente a qualcuno?” la risposta è: SI.
    Art director e agenzie leggono perfino i blog e alcune didascalie, motivo per cui i social non sono inutili, ma solo da sfruttare al meglio della loro funzione.
  5. E’ facile diventare dispersivi.
    Mentre un sito va aggiornato con nuove immagini per le gallery e rimane “fisso” e immobile, le immagini sui social vengono commentate, condivise, raccolgono like e reazioni.
    Bello, ma anche facile perdere il contatto con la realtà:
    non è detto che le stars di Instagram, Youtube o di Tumblr, seguite da migliaia e migliaia di persone, lavorino davvero come fumettisti o illustratori.
    Questo è particolarmente vero per chi si occupa di sole fanart, per cui si crea un seguito di fan e non di potenziali clienti. Nulla di male, però bisogna distinguere le cose.
    Su Facebook invece si dà troppa importanza al like. A volte chi si occupa di immagine ne è ossessionato, ma la verità è che
    i like non costituiscono un’esatta cartina tornasole di quanto lavoreremo/venderemo.

I luoghi del web

Vorrei stendere una nota a proposito di dove ci si promuove sui social.
Negli ultimi due anni ho notato un’ossessiva attenzione ai Gruppi Facebook: persone che si iscrivono a 20 gruppi e iniziano a postare a raffica le proprie immagini o i propri profili e siti.

Io non voglio distruggere sogni e speranze, ma la verità è che sui Gruppi Facebook si trovano altri disegnatori che la maggior parte delle volte vogliono solo promuoversi.
Immaginiamo di trovarci in una grande piazza del mercato dove ci sono solo venditori che urlano dalle proprie bancarelle, ma praticamente nessun acquirente.

Quando postiamo un contenuto, chiediamoci se in quel posto virtuale c’è davvero qualcuno che può essere interessato. Altrimenti, in quell’ora che spendiamo a postare forsennatamente, potremmo metterci al tavolo da disegno e creare una nuova tavola, altro materiale per crescere artisticamente e professionalmente.

Una preziosa lettura

Per approfondire l’approccio ai social e all’auto-promozione, consiglio la lettura di “Semina come un artista” di Austin Kleon.
Con grazia, semplicità e un piglio molto diretto, l’autore (che ci aveva già ispirati con Ruba come un Artista) ci fa vedere come lanciare quello che facciamo, nel mondo.
Non in modo casuale, distratto o sgradevole; valorizza un approccio autentico, che non ci fa sembrare dei “venditori di pentole porta a porta” e che crea dei contenuti interessanti per la community, belli da vedere, arricchenti.

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Asterisk Come ho riorganizzato i miei pennelli in Photoshop con BrushBox
11/12/2017 Morena Forza in Disegno / No comments

Sono una gran pigrona, perfino quando si tratta della cosa che mi piace di più; a mia discolpa posso dire che disegnare in digitale è molto più stancante e questa è un’opinione condivisa da diversi illustratori e fumettisti.

Ho già alleggerito l’aspetto postura e affaticamento visivo qualche mese fa, cedendo all’acquisto di una CintiQ 22” da cui non tornerei più indietro (tutta un’altra vita, davvero), ma a provocarmi un costante nervosismo rimaneva la gestione dei pennelli di Photoshop.

5 cose che mi facevano sbuffare come una pentola a vapore
  • Utilizzare pennelli che si trovano in diversi set. Questo significava aprire e chiudere di continuo infiniti elenchi per prelevarne uno, cambiarlo con un altro, tornare al primo.
    Sì, in cima a tutti i fastidi del disegno digitale c’è sempre stato questo. Anche perché in genere, azioni ripetitive e perdita di tempo sono tra le cose che più odio nella vita.
  • Non poter contrassegnare i pennelli preferiti. Sì certo, nel tempo ho imparato a memoria i loro nomi, ma andavano sempre recuperati negli immensi set di cui facevano parte.
  • Dovermi appuntare di continuo i nomi dei set e dei pennelli da utilizzare per un dato progetto. Come in questa immagine:

Questo riempirmi di foglietti e post-it mi ha sempre dato l’idea di lavorare nel ’93. Mi sembrava impossibile che dagli albori di Photoshop nessuno avesse pensato alla terribile organizzazione dei pennelli!

  • Dover riportare il pennello alla misura che mi occorreva per disegnare un dato elemento.
    Questo è particolarmente vero per i pennelli che si usano al tratto: per esempio, il pennello di default di 15 punti che mi serve a 8, perciò ogni volta che dovevo riselezionarlo, ripartiva da 15.
  • Avere file .tpl e .abr separati. (Se non avete mai approfondito la differenza, vi rimando a questa utile guida che la spiega, in inglese)

Lo so, lo so, possono sembrare scemenze, ma sommate una sull’altra non sono da poco.
Lavoro su un minimo di due a un massimo di sei tavole al giorno, spesso per dieci o dodici ore al giorno (anche di più, se sto lavorando come colorista!), e tutto quello che può snellire il flusso di lavoro è benaccetto :-)

Un grande passo per l’umanità (che disegna digitale)

Settimana scorsa mi sono decisa a lasciare il mio ormai fidato Photoshop CS6 per approdare (con grande gioia, devo dire!) a Photoshop CC e mi sono procurata BrushBox, un plugin che permette di creare e gestire in piena libertà le librerie di pennelli.
Dopo anni di bigliettini e annotazioni era un sogno che diventava realtà!

Ecco alcune funzioni di BrushBox che mi piacciono particolarmente:

  • Poter raggruppare i pennelli di uno stesso progetto. Diciamo di stare lavorando a quattro progetti in contemporanea nello stesso periodo, e che ognuno preveda pennelli diversi: poter creare delle raccolte apposite per ognuno è una manna dal cielo.
  • Poter organizzare delle librerie tematiche.
    Questo significa poter raccogliere i pennelli per medium, per effetto, per funzione.
    Io ho messo insieme i pennelli secchi per esempio, quelli che imitano le matite a parte, quelli più morbidi come le guache… Ma ho anche raccolto le mie gomme preferite!
  • E a proposito di preferiti, questa funzione è prevista da BrushBox. Si può mettere una stellina dorata sui pennelli più amati e richiamarli poi a parte cliccando sull’icona specifica.
  • I pennelli possono essere rinominati. Non solo i set, anche il singolo pennello. Va bene, siamo tutti d’accordo sul fatto che UltraSketch 24 o SexySumi potrebbero essere nomi più cool, ma vogliamo mettere quanto è più evocativo “Matita ruvida” o “Modulato tipo china”?
    Se sto cercando un pennello basandomi sul tipo di effetto che sto cercando, l’ultima cosa che voglio è dovermi ricordare il nome tamarro o peggio numerico (e a volte lunghissimo) che gli ha dato il suo autore. Senza offesa per nessuno: sono grata a voi creatori di pennelli! :-)
  • Poter snellire i set, cancellando i pennelli che non usiamo mai o che proprio non ci piacciono. Questo alleggerisce parecchio il caricamento dei set e ci permette di tenere solo i pennelli che effettivamente utilizziamo. L’arte del decluttering è sempre la benvenuta, nella mia vita, in ogni sua forma!
  • Funzione ricerca: ebbene sì, anche se BrushBox ci dà la possibilità di semplificare di gran lunga le librerie, può darsi che non ci venga in mente dove abbiamo messo un dato pennello, soprattutto se abbiamo creato numerose raccolte. In quel caso basta compilare il campo di ricerca che il plugin ci mette a disposizione.
  • Salvataggio di set personali. Diciamo che abbiamo creato la libreria “Matite e carboncini” sotto la quale abbiamo riunito pennelli creati da diversi autori o provenienti da set differenti. Ci basta salvare il set “Matite e Carboncini”. Wow.
  • Poter salvare le impostazioni e le varianti di un pennello. Facciamo finta che quel favoloso pennello di misura 15 ci serva a misura 8 per tutto il progetto di cui ci stiamo occupando: basta salvare una variante che rimanga fissa a misura 8, evitando così di ridimensionarlo di continuo.
    In questo caso, BrushBox fa apparire un’icona sul nuovo pennello “ridotto” o ingrandito per ricordarci che non è l’originale ma la nostra variante.
  • Tutte le nostre raccolte possono avere un colore diverso o perfino un font personalizzato o un’immagine di sfondo.
    Oltre ad essere esteticamente gratificante, col passare dei giorni e delle settimane il cervello registra gli abbinamenti cromatici e potremo così aprire le raccolte senza neppure leggerne il nome.
  • Tutte queste ricche funzioni ed impostazioni possono essere esportate. Così, se lavoriamo su due computer diversi, non c’è bisogno che ricreiamo tutte le librerie e le preferenze. Meraviglioso, no?

Non male, vero? Sono 15 dollari che valgono decisamente l’acquisto.  E no, questo non è un post sponsorizzato. :-)

Qualche precisazione

  • Negli scorsi giorni è stata rilasciata la versione di BrushBox per Photoshop CS6 (che ormai è un programma vecchio e che non avrà altri aggiornamenti); ad ogni modo, consiglio di leggere attentamente quali sono le versioni che supportano il plugin. Se la vostra versione di PS non c’è in elenco, il plugin non funzionerà.
  • Leggete con attenzione le due mini-guide che l’autore del plugin ha accluso al download. Prima di installare BrushBox e anche dopo per usarlo al meglio, c’è qualche indicazione di cui tener conto.
  • Nella versione CC 2018 di Photoshop, rilasciata meno di due mesi fa, è stata (direi finalmente?) integrata la gestione pennelli simile a quella di BrushBox. Tuttavia per installarla ci vogliono dei requisiti tecnici di un certo tipo. Se non volete/potete installare CC 2018, sappiate che BrushBox fa comunque un egregio lavoro.
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Asterisk Come si invita un autore – di Davide Calì
10/12/2017 Morena Forza in Editoria&Scrittura / No comments
La premessa è chiara: questo è un post antipatico.

Eppure mi ha fatto sorridere in numerosi punti, soprattutto pensando all’idea che, in passato, mi ero fatta dei festival, degli inviti e degli eventi pubblici legati all’editoria.

Non solo, mi ha fatto ironicamente riflettere sul glamour che si respira ogni tanto durante le fiere, i saloni, i vernissage, gli eventi che generalmente catturano la nostra attenzione e che non sempre corrispondono esattamente a come ce li eravamo figurati dalle fotografie super cool su Facebook e Instagram, dove autori e illustratori sembrano quasi rockstar.

Come me avete una visione quasi fatata delle dediche dei libri in stand, dei tour promozionali, dei viaggi per fiere, saloni e scuole?
Ci pensa Davide Calì a riportarci alla realtà.

Ridiamoci sopra, ma prendiamo nota!

Tutte le immagini nel post sono di Jean Jullien.

COME SI INVITA UN AUTORE

Piccolo manuale antipatico per accogliere gli autori a scuola e ai festival

di Davide Calì

E’ da qualche tempo che medito di scrivere questo articolo. Negli anni, girando come autore invitato a vari festival e saloni, mi sono trovato in un paio di situazioni un po’ estreme che mi hanno fatto pensare a quanto possa essere relativo ed interpretabile il termine ospitalità.

Come la volta che per pranzo ci hanno dato un panino col prosciutto, perché il salone non aveva fondi per il ristorante. O la volta che sono stato in residenza per una settimana per fare degli incontri nelle scuole di un paesino.
Era un paese morto, in giro non c’era mai nessuno, né di giorno né di sera.
Non c’era una piazza, non c’erano negozi.
Era a due chilometri dal mare per cui, mi hanno detto, in bicicletta ci si mette pochissimo!
Ma non mi hanno mai procurato una bicicletta.

Oppure di quella volta che ci hanno messo a dormire per una settimana in un bosco, senza internet (e dove non prendeva il telefono). Ero con altri tre autori mai visti prima.
La cena si materializzava nel frigo al nostro rientro la sera, e per una settimana abbiamo avuto esclusivamente carne e dolci trucidissimi, per cui non abbiamo praticamente mangiato, perché nessuno mangiava carne.
I primi tre giorni consolidammo un’amicizia solidale, il quarto una del gruppo invitò a cena una stagista che l’attore che si era aggiunto a noi durante la settimana sperava di trombarsi.
Lei si portò dietro tutta la casa editrice, un gruppo di ragazzotti presuntuosi e affamati come tassi. Andò a finire che lei non passò la notte col nostro amico, ma noi approfittammo comunque biecamente della serata per rifilare ai ragazzotti tutti gli avanzi di carne che avevamo. E anche i dolci trucidi.
E’ stato un po’ come dare da mangiar ai delfini.
Alla fine fu una residenza divertente, salvo che quando tornai a casa pesavo due chili di meno e avevo trecento mail a cui rispondere.

In Francia c’è la Charte des auteurs a regolamentare gli incontri con gli autori: numero di classi da incontrare in un giorno, tariffa unica di remunerazione, ecc. (Si è parlato delle iniziative de La Charte anche in questo post. ndr)
Però riesci ancora ad arrivare in un posto e mentre prendi la valigia dalla macchina ti comunicano che non dormirai in un hotel ma alla Maison des artistes, una baracca squallida che sembra arredata dalle Brigate Rosse, con lo sciacquone rotto, senza TV, senza internet e dove il riscaldamento funziona in tutte le stanze, tranne che in camera da letto.
Quando gliel’ho fatto notare, mi hanno risposto:
Sì, in effetti magari è un po’ brutto starci da soli. E’ più simpatica se si è in compagnia.

Certo, meglio ancora se nudi e sbronzi.

Oppure ti capita che dopo una giornata di salone ti rifilino quello che i francesi chiamano apéro dinatoire, che a differenza dell’apericena consiste in una quantità sproposita di vino da bere, e un numero ridicolo di minuscoli stuzzichini, per cui mandi giù mediamente 5-6 bicchieri di vino con nello stomaco al massimo 2 o 3 francobolli di pane con sopra un’oliva o un micron di formaggio.

Lo so che state ridacchiando, perché vi diverte quando i francesi fanno la figura dei cafoni, ma ricordatevi che la Francia rimane un paese dove vi pagano per andare in giro e ti rimborsano di tutto (in realtà non devi anticipare nulla, ti pagano hotel, treno e aereo in anticipo e ti mandano i biglietti.)

In Italia, dove tutto è ancora selvaggio, mi capitano perlopiù situazioni estreme, mentre quelle normali sono l’eccezione. Sull’accoglienza gastronomica, nulla da dire (sì, a parte il posto dove dopo aver detto che non mangiavo carne hanno portato in tavola per quattro giorni solo maiale e pasta al ragù di salsiccia), sul dormire di solito non è malaccio ma per quel che riguarda gli altri aspetti, la preparazione delle classi, la remunerazione, i rimborsi spese, è un disastro.
Facilmente chi ti invita pensa che ti pagherai il viaggio o sarà la casa editrice a farsene carico e dà per scontato che ci andrai gratis, facendo dei laboratori ovviamente.
E visto che ci vai gratis, nei tre giorni farai incontri con 4-5 classi per volta, in cui nessuno dei bambini ha mai letto uno dei tuoi libri.

Per questo, penso che sia venuto il momento di mettere giù qualche regoletta.

1: I LIBRI VANNO LETTI PRIMA

Ai più sembra ancora strano, ma è così: i libri vanno letti prima, non dopo il passaggio dell’autore. Che senso ha invitare qualcuno di cui non sai niente?
Spesso mi sono sentito dire: invitiamo un autore per dare voglia ai bambini di leggere.
Ma perché un perfetto sconosciuto dovrebbe darmi voglia di leggere?
Non ha senso. Gli autori prima si leggono, si apprezzano, poi si invitano.
Oppure si leggono e non si apprezzano. Un autore può anche non piacerti.

2: CHI PAGA LE SPESE DI VIAGGIO?

Eccovi un altro scoop: no, la casa editrice non paga lo spostamento dell’autore, lo pagherete voi.
E anche tutto il resto. Spesso gli autori anticipano i biglietti e poi hanno problemi a farseli rimborsare. Per cui, se siete delle persone serie, farete voi i biglietti.
Se i biglietti sono rimborsati farete in modo che il comune o chi paga, riconosca la non tassabilità del rimborso spese. E’ spiacevole anticipare dei soldi, dover fatturare per riaverli indietro e dopo 3 mesi (quando va bene) scoprire di doverci ancora pagarci sopra le tasse come se fossero soldi guadagnati e non spesi.

3: BUDGET

Fare delle attività culturali ha un costo e perciò dovete prevedere un budget.
Se non avete un budget non aspettate a dirlo dopo tre settimane di mail, sperando che l’autore venga comunque gratis, si paghi il treno e possibilmente si porti anche mangiare da casa.

4: OSPITALITA’

Se intendete ospitare l’autore in una catapecchia senza internet né acqua calda perché nella vostra fantasia è un luogo piacevolmente spartano per trascorre un weekend lontano dai fastidi della civiltà, siate così gentili da avvisare il vostro ospite e verificare che condivida la vostra visione. Con ogni probabilità non sarà così e sarà opportuno quindi procurargli un hotel, che abbia possibilmente il bagno in camera.

5: HOTEL

Verificate di persona gli hotel dove saranno alloggiati i vostri ospiti. Non si può sempre basarsi sulle foto di internet. Un posto dove ci sono 6 cani che abbaiano incessantemente in giardino, per esempio, non è un hotel e nemmeno un bed&breakfast: è un canile.
Un posto senza la finestra (mi è appena capitato) non è una stanza. E’ un garage o un ripostiglio.

6: LOCALIZZAZIONE

Se invitate l’autore in una città e poi in realtà state a 150 chilometri di distanza da fare in macchina alle 10 di sera, sarebbe simpatico dirglielo prima. E soprattutto non chiedergli, appena sceso dall’aereo: “Sei mai venuto a…?” per poi portarlo da tutt’altra parte.

7: LA BICICLETTA

Se mettete qualcuno a dormire in un posto lontano dal centro, facilmente raggiungibile in bicicletta, siate così gentili da prevedere anche una bicicletta. Già che ci siete, chiedete in anticipo se l’autore è disponibile a muoversi in questo modo e se sa andare in bicicletta.
Se il periodo è gennaio e il luogo è al di sopra del 42° parallelo, forse sarebbe opportuno considerare una diversa sistemazione o un diverso mezzo di trasporto.
Voi ci andreste in un posto dove per comprare un pezzo di pane dovete farvi un chilometro in bicicletta sotto la pioggia a 6 gradi?
Scommetto di no.

8: INCONTRI

Come vi dicevo, in Francia è la Charte a regolare le condizioni di ingaggi di un autore. In Italia non ci sono regole precise, ma invitare qualcuno che si rende disponibile per due incontri, che si intendono come due classi, e poi ammucchiare in palestra 8 classi per ciascuno degli incontri, rischia di farvi scivolare nella malafede. A meno che non abbiate preso accordi diversi, di norma si possono incontrare 3-4 classi al giorno. Per cui se ne avete 16, dovete prevedere 5 giorni di retribuzione, hotel e tutto il resto.

9: ATELIER/1

Parliamo degli atelier (laboratori ndr): i bambini di età diverse hanno esigenze diverse.
Se un atelier è per i bambini di 10 anni, perché far partecipare anche quelli di 4? E perché portare un neonato di 6 mesi a una lettura? Difficilmente capirà qualcosa, gli altri in compenso avranno il ricordo di una bella lettura di cui hanno capito la metà delle parole perché c’era un bambino che piangeva.
Cominciate a farvene una ragione: non si possono portare i neonati dappertutto.

10: ATELIER/2

Spiegate alle mamme che portano i bambini in biblioteca o altrove, che quando si fa un atelier, devono stare fuori. Nessuno darà un voto ai pastrocchi dei loro bambini per cui non è necessario che stiano sedute dietro i loro pargoli per suggerirgli cosa disegnare, e tantomeno disegnare al posto loro cercando di spacciare i propri disegni per quelli dei bambini.
Capisco il timore di inadeguatezza che si prova per i propri figli, ma è un problema di noi adulti. I bambini, finché non siamo noi a contaminarli con inutili paranoie, ne sono immuni.
E’ per quello che i loro disegni sono sempre e comunque bellissimi. Perché li fanno solo per divertirsi.

11: VOLI/1

Ho capito che volete risparmiare, ma invitare qualcuno e fargli fare 11 ore di volo solo perché passandone 6 a Francoforte e facendo un cambio a Oslo e uno a Barcellona si spende di meno, non è di grande ospitalità.

12: VOLI/2

Se per risparmiare comprate un volo che atterra a Malpensa alle 10 di sera e l’autore non abita a Milano, sarebbe opportuno immaginare una sistemazione per la notte, senza dare per scontato che l’autore dorma a casa di qualche amica o che si smaterializzi in aeroporto per ricomporsi magicamente nel letto di casa sua.

13: PASTI

Se l’autore vi ha avvisato di essere vegetariano, portarlo in un locale dove fanno solo hamburger per poi cadere dalle nuvole e fare sorrisetti imbarazzati davanti al menù, non trasformerà la carne in tofu. E il motivo è che non siete Gesù. Che anche lui poi, perlopiù faceva questa cosa con acqua e vino.
Che si sappia, i vangeli non registrano miracoli con la carne macinata.
P.S. A questo proposito: sì, anche il prosciutto è carne.

14: L’AUTORE NON E’ UN CLOWN

Spesso mi è capitato in Italia che il pubblico si aspetti che l’autore sia un clown e che abbia tutto un repertorio per intrattenere i bambini. Non è così. Ancora una volta, è necessario che i bambini ne conoscano i libri proprio perché l’unico intrattenimento è il piacere della compagnia di una persona di cui hai condiviso una lettura, e che ti fa piacere sentire parlare.
Detto questo ci sono gli autori che cantano, quelli che suonano, quelli che animano una marionetta e ne ho anche conosciuto uno che faceva il prestigiatore.
Ma questa rimane l’eccezione, non la norma.

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Asterisk Il primo libro illustrato che ho ricevuto in regalo (e ho ritrovato nel 2017!)
27/11/2017 Morena Forza in Illustrati / No comments

Alla ricerca dei libri perduti

Lo scorso 23 aprile, giorno del mio compleanno, avevo condiviso qui sul blog alcuni dei libri illustrati che da bambina mi avevano fatto innamorare dell’illustrazione.
Uno lo stavo ancora cercando, perché come era già accaduto per altre ricerche non ne ricordavo il titolo, né la storia completa.

Il modo in cui l’ho ritrovato è stato davvero speciale e mi ha emozionata tanto.

Nella mia memoria c’erano una famiglia di coniglietti, la storia sommaria che li vede andare a fare un picnic, un temporale improvviso. Ricordavo semplicemente i quattro animaletti che si riparano sotto a un albero, e il caldo abbraccio di mamma coniglio che stringe a sé il piccolo coniglietto con la giacca.

Ah, il potere di internet!

Il caso ha voluto che Giulia Orecchia, illustratrice che non ha bisogno di presentazioni e che ammiro da sempre, capitasse sul post e mi suggerisse il titolo del minuscolo libro de La Coccinella: “Una nuvola”.: Ha riconosciuto nella mia vaga descrizione quello che è stato il secondo libro che ha illustrato nella sua lunga carriera.
E’ stato un tuffo al cuore, leggere il suo commento al post!

“Una nuvola” è stato pubblicato a metà degli anni Ottanta, quando ancora non sapevo leggere, un po’ di tempo fa. :-)
Non è stato quindi semplice ritrovarlo, ma dopo qualche giorno, è spuntato su Ebay quasi per magia.
L’ho aspettato con impazienza, dicendomi che se avevo resistito per più di vent’anni, potevo farcela ancora per una decina di giorni.

Aprire la busta imbottita che lo conteneva è stato un salto indietro nel tempo. Un pezzetto della mia infanzia era di nuovo fra le mie mani.
Mani che erano diventate grandi, nel frattempo: ma era davvero così minuscolo, questo libro?!

Tenere viva l’antica scintilla

Credo che per molti possa essere un’esperienza inebriante, quella di recuperare un oggetto o un libro dei propri giorni più spensierati; per me che ora disegno libri per bambini, però, si tratta di qualcosa che va oltre il ricordo.

Si tratta di rispolverare un perché.

Un motivo profondo, la visione stessa di una delle scelte più audaci e radicali che ho fatto nella mia vita. Significa ricordarmi perché ho sognato di illustrare libri, perché ho cominciato a farlo davvero, qual è il motivo intrinseco per continuare.

Spesso i ritmi dell’editoria (e del disegno freelance in genere) sono frenetici, stancanti a tratti; è facile dimenticarsi del punto di partenza, voltandosi indietro è un puntino sempre più lontano.

Ogni giorno ci sono bozzetti e colori da consegnare, telefonate ed email da smaltire, fatture da inviare, contratti da visionare. La vita di un illustratore è fatta anche di questo e, ogni tanto, mi fa sentire un po’ distante da quella scintilla che mi ha fatto iniziare.
Mi manca, come un vecchio amico.

Per questo mi sono impuntata a cercare libri e riviste di quando ero piccola e ho preso l’abitudine di ritagliarmi dei momenti per sfogliarli oppure leggerli.

Per un attimo il tempo si ferma, come cristallizzato; riesco a ritrovare quella sensazione di libertà, fantasia e sogno che ho provato anni prima.

Cerco di tenerla con me più che posso, come un bel sogno che inizia a svanire mentre mi sto svegliando e spero duri il più possibile.

Poi prendo la matita o la penna grafica. Mi sembra incredibile, ma ora tocca (anche) a me disegnare sogni e avventure.

Solo per un istante, torno all’inizio. Ed è un nuovo inizio.

State cercando un libro speciale del vostro passato? Fatelo qui!

Sul blog e sulla pagina di RDD passano migliaia di persone: perché non sfruttare i commenti per provare a descrivere il libro che vorreste ritrovare?
Forse qualcuno lo riconoscerà, come è stato per me!  :-)

In assenza di titolo o autore può essere utile: argomento, periodo, tipo di illustrazioni, cosa succede nella storia…

In bocca al lupo!

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Asterisk Non è (più) un Paese per fumettisti – Parte 2 di 2
15/09/2017 Morena Forza in Disegno per professione / No comments

a cura di Davide Calì

Non è (più) un Paese per fumettisti – Parte 2 di 2

OVVERO
calo delle vendite e sovra-produzione
nell’editoria francese (e non solo)

Gli autori jeunesse perlomeno hanno i saloni

Una situazione molto simile si produce nell’ambito dei libri per bambini.
Passati i tempi delle grandi vendite, quando in un anno si vendeva tranquillamente 5-6 mila copie di un albo illustrato, molti editori piccoli chiudono, altri si fanno assorbire da grandi gruppi.
Per il resto tutto uguale: si producono libri per riempire gli scaffali delle librerie, che ricevono circa 100 novità a settimana, in un perverso gioco di sovra-produzione che non fa bene a nessuno.
Promozione zero. Come per il fumetto, la promozione la fanno poi i blog, i saloni, i festival.
Per gli autori jeunesse in questo senso le cose vanno un po’ meglio che ai fumettisti, perché quando sei invitato a un salone di solito ti chiedono di fare anche gli incontri con le scuole, che sono remunerati, secondo la tariffa unica della Charte des Auteurs, mentre i fumettisti vanno ai festival rimborsati di tutto, ma perlopiù non pagati.
Solo alcuni festival remunerano infatti le sedute di dédicaces.

Eppure rimane un paradiso

So che per gli italiani, anche così la Francia rimane un paradiso.
Andare ai festival con il biglietto del treno o l’aereo pagati ed essere ospitato in hotel è già un sogno, per chi di solito ai festival ci va a spese proprie, viaggiando sull’interregionale, dormendo sul divano in casa di amici e portandosi i panini da casa.
Ma in una dimensione professionale seria è una condizione inaccettabile.
So che per gli italiani anche le tariffe francesi sono da sogno: da quando lavoro come art director ho molti clienti italiani e mi trovo quotidianamente a discutere budget ridicoli.

Quest’anno ho contrattato per un libro, che doveva essere un volumone illustrato a più mani, 30mila euro. Mi hanno detto che erano troppi, per cui ho detto che si poteva lavorarci a 20 mila, ma con illustratori più giovani e meno affermati.
Il cliente ci ha pensato un po’ e alla fine mi è arrivata l’offerta finale. 2 mila euro. Ero quasi soddisfatto, perché avevo capito che i 2 mila erano la mia parte; io ne avrei voluti 3 mila, ma ci potevo stare.
Invece no. 2 mila euro erano per tutto il progetto, compresa la mia parte.
Quando racconto che per un fumetto in Francia prendi 10-15 mila euro, vedo che a tanti brillano gli occhi, abituati a prenderne 1000-2000 se va bene.
Ma queste cifre non devono illudervi. La pressione fiscale in Francia è notevole, la vita costa mediamente più cara che in Italia e se devi lavorare un anno intero senza fare altro, 15 mila euro non sono poi molti. Forse possono bastarti quando hai 20-25 anni, ma con il tempo le esigenze cambiano.

Una campagna della Charte

Se gli anticipi per i fumetti si sono molto ridimensionati negli anni, anche la percentuale di royalties riconosciuta agli autori si è progressivamente abbassata,
soprattutto per gli autori jeunesse.

In merito a questo la Charte, porta avanti dal 2016 una campagna di sensibilizzazione, in cui ha chiesto a diversi autori per bambini di metterci la faccia.
Marc Boutavant, Magali le Huche, Roland Garrigue, Joëlle Jolivet e molti altri si sono prestati a comparire in una serie di poster che esemplificano molto bene il rapporto tra vendite di libri e vita reale, comparando la quantità di libri che devi vendere per fare semplicemente la spesa.

Qui si più sfogliare l’intero album dell’iniziativa de La Charte.

Occorre venderne 2 per potersi comprare una baguette, 5 per un dentifricio, 8 per un paio di calzini, 13 per comprarsi un libro tascabile, 18 per un pollo e 62 per un paio di sneakers.
La campagna ha lo scopo di sensibilizzare l’opinione pubblica sui miseri introiti di una professione artistica che smuove comunque ogni anno milioni di euro e quello di chiedere agli editori di riconsiderare la percentuale di royalties riconosciuta agli autori.
Mentre infatti per la letteratura generale la percentuale è rimasta al 10%, in questi anni per gli autori e illustratori per bambini dal 10% (da dividere tra autore e illustratore) si è scesi fino al 5% (sempre da dividere in due).
Per ora, che io sappia, da parte degli editori non c’è stata NESSUNA reazione.

Malgrado tutto, non buttatevi giù

Lo so, se avete letto l’articolo fin qui a questo punto ora sarete un po’ depressi, ma ci sono due cose importanti che NON voglio dire con questo articolo.

La prima è che ormai le cose vanno male anche in Francia, per cui non c’è più speranza per nessuno. Credo che la parola ormai sia molto abusata nella nostra società.
Con ormai si sigilla qualsiasi fallimento come definitivo e irrimediabile.
Penso che nell’economia di un paese le cose non possano sempre andare in crescendo.
Lo insegnano anche gli economisti in realtà, ma non ci facciamo quasi mai caso. Quando le cose vanno male abbiamo la tendenza a credere che sia il segno di un peggioramento irreversibile, perché quasi tutti crediamo che sia esistita, in un passato indefinito, un’età dell’oro che non tornerà più.
Ma non è così. Il fatto che in questo preciso momento in Francia le cose vadano male, non vuol dire che andranno male per sempre.

La seconda cosa che NON voglio dire è: rimanetevene a casa.
Continuate invece a inseguire i vostri sogni e i vostri progetti! Solo sappiate che se in Italia è tutto difficile, in Francia non è tutto facile.
Ma se davvero avete un sogno, buttatevi, mettetecela tutta!

Fatemi solo un favore.
Imparate un po’ di cazzo di francese.

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Asterisk Non è (più) un Paese per fumettisti – Parte 1 di 2
11/09/2017 Morena Forza in Disegno per professione / No comments

a cura di Davide Calì

Non è (più) un Paese per fumettisti – Parte 1 di 2

OVVERO
calo delle vendite e sovra-produzione
nell’editoria francese (e non solo)

Di recente, chiacchierando con alcune giovani illustratrici, mi sono reso conto che gli illustratori e fumettisti italiani hanno della Francia e del suo mercato editoriale un’idea aggiornata a circa 20 anni fa.
Per tutti la Francia è ancora una sorta di paradiso, una terra di opportunità, dove si fanno e vendono tanti fumetti, tanti libri per bambini, per cui c’è lavoro per tutti.

Per quanto tra l’Italia e la Francia vi sia ancora un gap abissale per quello che riguarda le vendite dei fumetti e anche dei libri per bambini, e sebbene quello francese continui ad essere un mercato dieci volte più prolifico e sviluppato in questo senso, credo che sia però opportuno aggiornarvi un pochino sulla situazione, che purtroppo non è rosea.

Troppi libri

La Francia vive da ormai diversi anni una crisi intellettuale, sociale, politica ed economica, nel merito della quale però non entrerò in questo articolo.
Tutto ovviamente si riflette anche sull’editoria, che da anni sconta già il prezzo di una eccessiva produzione. Di sovrapproduzione, non limitata al solo mondo del fumetto o dei libri per bambini, ma estesa ai libri in genere, se ne parla praticamente da sempre.

Se ne parlicchia in realtà. Tutto dicono che si produce troppo, gli editori amano rinfacciartelo soprattutto quando un tuo titolo non vende abbastanza: “E’ perché tu fai troppi libri.” – ti dicono. Ma nessuno diminuisce né le tirature né il numero delle nuove uscite. Le tirature in realtà si sono abbassate sensibilmente negli ultimi 2-3 anni, in proporzione diretta ai cali di vendita, ma nessuno lo ammette pubblicamente.

La legge del tomo 1

Nel mondo del fumetto non si contano ormai da anni le cifre di venduto del passato.
Venti anni fa, una serie formato Casterman doveva superare le 100 mila copie vendute perché si festeggiasse un successo, oggi ne bastano 20 mila.
Quel che capita però è questo: le majors, pensano solo a riempire i loro cataloghi di novità.
Non investono un euro in pubblicità. Se il titolo vende, bene, sennò tagliano la serie. Non investono quindi nemmeno nella continuità. Se 20 anni fa l’editore si impegnava a pubblicare almeno 3 tomi di una serie, perché certe volte ci vuole tempo perché una serie decolli (e questo lo dimostrano anche certe recenti serie TV) ora se non vende abbastanza vieni liquidato già dopo il primo, mandando così a monte anni di lavoro che, ovviamente, non puoi rivenderti altrove.
Spesso gli editori accusano la stanchezza di certi generi. “Il fumetto con gli Spitfire o gli U-boot ha stufato.” – ti dicono –“Dobbiamo fare dell’altro.”.

Tu te ne stai, ci avete provato ed è andata male. Poi l’anno dopo, il medesimo editore che non porta avanti la tua serie di Spitfire e U-boot, ne pubblica una praticamente identica. Perché? Perché hanno imparato dal mercato che in ogni caso il primo tomo vende.
Per cui se il tomo 1 di una serie non ha vendite soddisfacenti, la serie viene licenziata e ricominciano con una simile.
Sanno che il primo libro della serie si venderà comunque.
Come dicevo, nessun investimento.

Meno del minimo salariale

Perché lo sappiate, la maggior parte dei fumettisti francesi guadagna meno dello SMIC, che è il salario minimo consentito (in generale per i lavoratori francesi, non per i fumettisti).
La questione è emersa tre anni fa, quando lo stato ha deciso di aggiornare il prelievo delle cotisations, per gli artisti. In Francia infatti, facendo il fumettista o l’illustratore si può andare in pensione. Ovviamente però bisogna versare dei contributi. Fino a tre anni fa il prelievo era quasi simbolico, consisteva in una somma forfettaria davvero minima.
Ma se fare l’illustratore è un vero mestiere è giusto versare in proporzione ai propri guadagni, per cui il ministro ha imposto un prelievo dell’8%, che facendo i conti equivale a un mensilità.

La cosa ha creato una certa agitazione nell’ambiente portando finalmente a galla una realtà che i più tenevano nascosta da anni: a fare fumetti si fa la fame. Chi lavora su un album a fumetti per un anno e 10 mila euro di anticipo (lordi, poi dovrà pagarci le tasse) non può togliersi una mensilità per versare anche i contributi. Dopo l’annuncio del ministro sull’aggiornamento dei versamenti previdenziali, alcuni disegnatori, che da anni lavoravano in condizioni precarie, hanno annunciato pubblicamente il loro ritiro.

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Asterisk Omero – Scrittori che raccontano libri
10/09/2017 Morena Forza in Editoria&Scrittura / No comments
Promozione alla lettura: tutti i dettagli del progetto Omero

Un’idea di: Davide Calì
Progettazione e organizzazione: Mariapaola Pesce (contatti: mariapaola.pesce@gmail.com )

L’Italia è ancora oggi una nazione in cui bastano 10 libri l’anno per decretare un forte lettore. Spesso la lettura viene percepita come un dovere scolastico, il libro un media sorpassato.
E’ l’era del multitasking, in cui si produce tempo e lo si ottimizza.
Con la lettura questo non avviene: leggendo il tempo si consuma facendo una sola cosa alla volta.

E quindi, serve ancora leggere, in un mondo in cui chiunque può raggiungere ogni informazione mentre gioca, ascolta musica e manda messaggi?
Secondo noi la risposta è sì: sì, per conoscere, sì per incuriosirsi, sì per aumentare le capacità del nostro cervello di funzionare, approfondire, concentrarsi.
Sì perché, a cosa serve creare tempo se poi non lo si utilizza per arricchirsi facendo qualcosa di utile e divertente?

Omero è un corso di formazione per insegnanti, bibliotecari ed operatori culturali come non lo avete mai ascoltato prima: un modulo didattico innovativo e tradizionale al tempo stesso, che risponde alla continua richiesta di strumenti di aggiornamento e di dialogo tra modernità e classici.

12 Autrici e autori italiani di narrativa contemporanea raccontano quelle che secondo loro sono le pietre miliari, gli imperdibili, i fondamenti della letteratura di genere: ciascuno con il suo stile, con il suo gusto, la sua cultura, vi prenderanno per mano per condurvi in una piacevole passeggiata attraverso i libri, con una serie di percorsi tematici e didattici da portare a scuola o in biblioteca, pensati per formare e incuriosire chi ha il compito di avvicinare al libro bambini e ragazzi e raccontati con la loro stessa lingua.

Sei ore per autore, 30 libri a incontro. Una maratona di affabulazione che mescola, collega e distingue autori classici e scrittori emergenti, stili e linguaggi differenti, approcci e narrazioni e vi fornirà contenuti, idee, suggerimenti e spunti per saper a vostra volta rispondere alle esigenze di un pubblico giovane e curioso, spesso diffidente nei confronti di un’offerta che non tiene conto del presente o che, partendo dal presente, non sa consigliare origini e vie d’uscita.

Scrittori e argomenti

Davide Calì
racconta 30 album illustrati
e 30 graphic novel

Teo Benedetti
racconta 30 fumetti
e 30 fiabe vere

Francesca Scotti
racconta il Giappone
in 30 manga, film, romanzi e serie TV

Mariapaola Pesce
racconta 30 romanzi e film sull’Olocausto

Andrea Tullio Canobbio
racconta 30 libri nonsense nella letteratura italiana

Daniele Nicastro
racconta 30 romanzi di formazione (classici e moderni)

Tommaso Percivale 
racconta 30 romanzi d’avventura

Pierdomenico Baccalario
racconta 30 libri fantasy

Davide Morosinotto
racconta 30 romanzi di fantascienza

Biografie e contenuti

Cliccare qui per scaricare il programma di ogni modulo e le biografie degli scrittori.

Offerta e condizioni economiche

Gli incontri sono rivolti ad un pubblico di insegnanti di primo e secondo ciclo elementare, scuola media inferiore e superiore e licei; bibliotecari; animatori ed operatori culturali, senza limite al numero dei partecipanti.

E’ possibile acquistare gli incontri singoli oppure abbinarne più di uno, costruendo un percorso didattico personalizzato. Le combinazioni possibili sono innumerevoli: ad esempio la fiaba in abbinamento con il fantasy, il fumetto con l’intervento sul Giappone o la graphic novel, o ancora l’olocausto con la letteratura di formazione.

Per i partecipanti sarà disponibile una scheda didattica, attraverso la quale consolidare gli apprendimenti e strutturare percorsi di lettura e progetti successivi.

Ore di lezione per modulo (1 giorno): 6

Budget: 480 euro a modulo (1 giorno, 6 ore di lezione) + spese a parte (viaggio, hotel)
Dispense: ogni corso è accompagnato da una dispensa che propone usi didattici e riflessioni, da scaricare in pdf.

Roba da Disegnatori promuove questa iniziativa, ma non è in alcun modo coinvolto nella sua organizzazione. Per info e contatti: mariapaola.pesce@gmail.com

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Asterisk Fiera di Bologna: un importante cambiamento
07/09/2017 Morena Forza in Disegno per professione / 5 responses

Era nell’aria da qualche anno, ma ora è stato reso ufficiale dalla Segreteria della Children’s Book Fair di Bologna: cambiano le regole per i pass gratuiti.

Fino ad ora era stato possibile ottenere un pass gratuito per l’intera durata della BCBF, inviando le 5 tavole per partecipare al concorso relativo alla Mostra degli Illustratori.

Dalla prossima edizione invece, il pass gratuito sarà garantito solo agli artisti selezionati per la Mostra, e non a tutti i partecipanti.

Ad ogni modo, potremo richiedere un pass ridotto del costo di 20 euro, entro metà Febbraio, quindi più di un mese prima dell’apertura dei tornelli. Per farlo, sarà necessario contattare la Segreteria rispettando i termini indicati sul sito.

Scadenze importanti

  • 4 Ottobre 2017 :  termine ultimo per l’invio delle 5 tavole per la selezione alla Mostra degli Illustratori. Fa fede il timbro postale. Altre informazioni e regolamento, qui.
  • Metà Febbraio: termine per la richiesta di un pass ridotto (20 euro), dopo questa data si potrà acquistare solo il biglietto a prezzo intero, quindi attenzione!

Polemiche e considerazioni su questa novità

Nelle scorse settimane, sui social si è diffusa a macchia d’olio una certa polemica per questa nuova scelta da parte dell’organizzazione della Fiera.

Secondo alcuni infatti, sarebbe ingiusto far pagare un biglietto, seppure ridotto, a noi illustratori, perché è segno di un’eccessiva ingordigia da parte dello staff di Bologna Fiere e perché “dobbiamo già pagare viaggio e alloggio e pasti“.
Vorrei spiegare perché mi sembra un ragionamento molto sbagliato.

Dopo un primo momento di fastidio, sono giunta alla conclusione che è giusto pagare il pass.

Come spesso accade anche in altri contesti, è facile abituarsi a dei benefit.
E’ stato bello accedere gratuitamente inviando 5 illustrazioni, certo.
Quando i vantaggi vengono meno, si sente, e questo è normale.
Ma…

Il pass gratuito ci era dovuto?

Gran parte delle fiere di questo tipo non prevedono accesso gratuito, nemmeno nel resto del mondo. A volte, e non sempre, sono previste formule di ingresso ridotte. E poi, altre categorie professionali che accedono alla Fiera non hanno la possibilità di pagare un biglietto ridotto.
Il pass gratuito per la partecipazione alla Mostra era quindi un plus, non qualcosa che ci spettava di diritto. E’ che ci eravamo abituati bene. :-)

Evidentemente, la gestione della Fiera ha costretto gli organizzatori a ritirare questo trattamento di favore nei nostri confronti. Non prendiamocela troppo.

E poi, siamo onesti: la Fiera viene una volta l’anno. Credo che uno o due ingressi ridotti riusciremo a metterceli da parte in 365 giorni, magari con qualche cinema o pizza in meno o la momentanea sospensione del nostro account Netflix. Argh, scherzo! Quello mai! :-)

Fonti immagini: 1|2|3|

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Asterisk Come migliorare i disegni dopo la scansione
28/08/2017 Morena Forza in Disegno / 2 responses

Avete mai notato come a volte un disegno dal vivo renda benissimo, ma dopo essere stato scansito abbia perso tutta la sua forza? Quando succede, è molto frustrante.

Lo scanner infatti, può sfalsare la resa finale ed è di fondamentale importanza riuscire a recuperare il nostro disegno così come lo vediamo fuori dallo schermo.
Come? Con la tecnica digitale!

Photoshop può aiutarci anche se abbiamo cambiato idea su un particolare cromatico o perché no, di struttura; o magari perché c’è una macchiolina o un segno di matita involontario che non possiamo lasciare lì.

In questa ottica, la post produzione digitale è uno strumento prezioso e irrinunciabile.

Per farvi un esempio ho usato uno dei miei semplici acquerellini veloci su fondo bianco, che ci permette di vedere all’opera Photoshop nel migliorare un disegno tradizionale. Nella scansione è stato molto penalizzato, diventando opaco; per giunta, prima di scansionarlo l’ho anche sporcato accidentalmente con un altro disegno.
Insomma,ce le aveva un po’ tutte, ma proprio per questo era perfetto allo scopo, no? :-)

Fase 1 - Isoliamo il disegno

Per creare un nuovo file in cui modificare il nostro disegno, selezioniamo con lo strumento Lazo tutto quello che ci interessa, poi lo copiamo, o dal menù “Modifica – Copia” oppure tramite il comando da tastiera Ctrl+C.

Creiamo un nuovo file a fondo bianco con le giuste misure e risoluzione, poi incolliamo il disegno in questa nuova area, o dal menù “Modifica – Incolla” oppure tramite comando da tastiera Ctrl+V.

Come da immagine, dobbiamo avere due livelli: uno con fondo bianco e l’altro che contiene unicamente il disegno.

Fase 2 - Una nuova brillantezza

A questo punto siamo pronti ad affrontare la parte forse più importante della post produzione di un disegno tradizionale digitalizzato: i chiari e gli scuri.

Come dicevo prima, a volte gli scanner (anche quelli di buona qualità) non tirano fuori il meglio dei nostri disegni, perché per permettere l’acquisizione dell’immagine, viene proiettata una luce fortissima sulla superficie del foglio, che quindi risulta più chiaro e a contrasto quasi nullo.
Questo succede soprattutto scansionando acquarelli e pastelli acquerellabili, ma anche se usiamo le matite in maniera molto delicata sul foglio.

Selezioniamo allora lo strumento Valori Tonali, che troviamo nel menù Immagine – Regolazioni.

  • Dal pannello dei Valori Tonali, eleviamo per prima cosa i bianchi, con la levetta a destra, spostandola poco a poco verso sinistra, finché il grigiastro della grana della carta non scompare, ma senza esagerare di modo che non svaniscano anche parti del disegno.
  • Proseguiamo allo stesso modo coi mezzitoni, rappresentati dalla leva nel centro, cercando di capire se ci conviene tirarla più a destra o più a sinistra. A seconda del disegno, faremo scelte diverse.
  • I neri (o scuri) sono rappresentati dalla leva a sinistra, che va spostata verso destra per accentuare le forme e i colori del nostro disegno.

Attenzione

  • Non utilizziamo la voce “Luminosità – Contrasto”, perché la precisione nel risultato non sarebbe la stessa!
  • Manteniamo sempre una visione di insieme sul disegno mentre spostiamo ogni leva.
  • Teniamo la leva premuta, trascinandola lentamente, senza cliccare “a balzi”.
Fase 3 - Macchie e pasticci? Niente paura!

Nel mio caso, da vera maldestra quale sono, avevo sporcato il disegno con la continuazione di un altro acquerello a fianco e così ora mi trovo con una riga verde sul lato destro dell’alga.

Questa fase della post produzione è delicata, perciò armiamoci di pazienza e precisione: si crea un nuovo livello chiamato “cancellatura” , per poi selezionare un pennello che riproduce delle forme ad acquarello.

Col colore bianco, lentamente e con lo zoom bene attivato, “dipingiamo” sopra quella porzione rovinata di alga.
In questo caso il pennello è utilizzato al 100% di opacità e flusso, ma può capitare di usarlo con opacità più ridotta (dal 30 al 50%) se vogliamo un effetto meno netto sulla cancellatura.

Attenzione

  • In questi casi è meglio utilizzare un pennello per “cancellare” le parti indesiderate di disegno, invece che affidarsi allo strumento Gomma. Così se lo vogliamo possiamo tornare indietro, perché tecnicamente abbiamo aggiunto un pezzo al nostro disegno (un pezzo bianco, certo) e non lo abbiamo tolto.
  • Per fare questo, non usiamo mai e poi mai i pennelli base di Photoshop, ma procuriamoci dei set adatti. I pennelli pre-impostati infatti, fanno vedere la cancellatura creando un effetto molto antiestetico, che annulla la qualità di tutto il nostro lavoro!

Ecco l’immagine “ripulita” del pezzetto in eccesso:

Fase 4 - Sistemiamo i colori

Questa fase non la affronteremo sempre ,ma solo se decideremo di enfatizzare alcune tinte all’interno del nostro disegno.
In questo caso ci verrà in soccorso lo strumento Bilanciamento colore, che ci permetterà di accendere i viola/magenta, i blu, i ciani e così via.

Giochiamo delicatamente con le leve, osservando come cambiano i colori sul nostro disegno. Quando siamo soddisfatti del risultato finale, salviamo.

Era facile, vero? :-)

Il prima e il dopo!
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Asterisk Una scatola di acquerelli e vecchie paure
09/08/2017 Morena Forza in Varie / 4 responses

Sono un tipo ordinato e piuttosto deciso: per questo non tengo i sogni nel cassetto. Preferisco metterli in pratiche scatole etichettate.

Pur ordinate ed organizzate al millimetro, le mie scatole grigie foderate a quadretti possono restare chiuse per anni. Ed è stato proprio così per quella dedicata al materiale da acquarello.

Negli anni ho buttato barattoli troppo bassi, stracci consumati, pennelli con le setole impazzite. Ho anche comprato nuove cose, perché mi piace pensare che nel caso mi prenda “l’attacco d’arte” ho tutto pronto per l’occasione. Per lo stesso motivo, in un mobile attiguo, conservo da cinque e otto anni, degli enormi album da acquarello ancora nuovi, con carte molto diverse fra loro. Non posso mai sapere dove cadrà la preferenza quando li userò.

Dietro la loro triste immobilità c’è una storia, che però è contenuta nella scatola grigia e foderata a quadretti, e poi nel cofanetto Cotman di Winsor&Newton al suo interno, che avevo comprato nel 2009 per un viaggio.

Non apro questa scatola da tantissimo tempo. Due o tre anni. Ho un reverenziale timore 😰

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Qualche volta l’ho riaperto solo per guardarci dentro con aria malinconica oppure annusare i godets, col loro profumo di sogno infranto; altre volte invece ho preparato un bicchiere di acqua prima di farlo, con la chiara intenzione di dipingere, e un’allarmante soggezione nel petto.
C’era sempre qualcosa che mi spingeva a rovesciare l’acqua ancora pulita nel lavabo, per poi mettere via i pennelli asciutti.

Nel cofanetto, i panetti di colore sono sempre stati lì, invitanti, alcuni di loro scavati e stortignaccoli per quanto li avevo usati; perché sì, c’è stato un tempo lontano in cui sono arrivata a consumarli.
E anche vedere quelle fossette nel centro, sciolte dall’uso frenetico e dai miei tentativi, mi faceva male. Fino ad oggi.

Una piccola parentesi colorata

Oggi è diverso, sulla mia scrivania c’è un kit di acquarelli che ho comprato domenica.
Sono economici, di consistenza sabbiosa e dai toni chimici. Mi piacevano, e quindi eccoli qui, senza troppo ponderare.
Se state pensando che li abbia comprati nell’ottica di mettermi a dipingere, siete lontani dalla verità. Magari bastasse così poco! No, la verità è che mi piacevano i colori, forti, energici, elettrici, come quelli che amo usare nelle mie tavole in digitale o a pastello; mi piaceva guardarli, e l’idea di averli intorno. Per questo, nella scatola grigia foderata a quadretti non ci sono entrati, dopo l’acquisto.

Disegnavo a computer con un occhio alle piccole tavolozze nere, finché, con poca convinzione e molta pigrizia, non ho deciso di disporre lo scottex, tre pennelli, un foglio da uno degli album, il piattino per miscelare i colori, due cotton fioc e per finire, una tazzina di acqua.

E’ stata una lotta con me stessa, riuscire a non mettere via tutto. Più volte sono stata sul punto di farlo. Ma era come se fossi nel bel mezzo di un rituale ben stabilito e dovevo continuare.
Poi sono rimasta lì, a fissare il foglio bianco con aria assente. Il tavolo imbandito di tutto il necessario non mi rendeva certo qualcuno degno di mettersi a dipingere un acquarello.

Degno. Questa parola mi rimbombava in testa.
Non sei degna. Falla finita, metti via tutta questa roba. Che cosa vorresti fare? L’acquarello non è per tutti. Non basta che ti piaccia, devi essere brava.

Se come me amate Harry Potter, ricorderete la scena in cui ne “I doni della Morte”, Ron porta al collo il medaglione horcrux, che emetteva le voci delle sue peggiori paure. Io sentivo proprio i miei timori, le mie incertezze, e ne ero certa, provenivano dal cofanetto Cotman alle mie spalle.

Mi sono fermata, e non ho pensato, ma ho fatto solo un grande respiro. Ho guardato la solita soggezione arrivare, fiorire, allargarsi nel petto per prendere tutto lo spazio a disposizione. Eppure, non avevo davvero voglia di mettere via tutta quella roba senza aver dipinto niente, non stavolta, mi stancava il solo pensiero. Perciò, un po’ irritata, ho aperto la scatola grigia foderata a quadretti e poi il cofanetto.

Acquarelli e vecchie paure

A una prima occhiata, le due palette colore che non ho mai lavato, il vecchio pennello blu con l’attacco delle setole indebolito e dondolante, i panetti consumati nel mezzo.

E poi, il resto che non si percepiva con la vista, ma solo con gli occhi della mente e della memoria:

“Ricordati che l’acquarello è la tecnica più difficile in assoluto. Non è per tutti.”

“E’ una tecnica troppo raffinata per il modo in cui disegni tu.”

“A fare ghirlandine di fiori ad acquarello sono capaci tutti. Non vuol dire sapere usare l’acquarello.”

“Se scegli gli acquarelli non ci puoi usare insieme le matite colorate!”

“Con gli acquarelli non puoi usare quei colori!”

“Con gli acquarelli non puoi usare niente di economico, pennelli sempre e solo di martora, la carta da dodici euro a foglio, altrimenti lascia stare già in partenza.”

“Con gli acquarelli non puoi usare il colore così coprente.”

Regole, restrizioni, una noia mortale!

E io l’ho anche permesso, perché quelle considerazioni venivano da qualcuno che ammiravo e di cui mi fidavo (anche troppo).
Sarà che, mentre il contenuto dei Cotman non era cambiato, lo ero io, ma quelle voci non mi sembravano più così spaventose.
Erano solo seccanti, come la vicina pettegola del terzo piano. E’ stata questione di un attimo: mentalmente sono tornata indietro nel tempo, dal proprietario di quelle voci e gli ho proprio detto “Che NOIA che sei! Gli acquarelli me li uso come mi pare e piace. Pure quelli da pochi euro, pensa te!”

Con uno scatto ho chiuso il cofanetto, l’ho messo via e ho iniziato a dipingere tranquilla, coi colori che preferivo, e tutte le incursioni di pastello che desideravo. Anche senza bagnato su bagnato.
Ci ho disegnato solo fiori e piantine. Perché sì. Mi piace, e tanto basta. Non sono qui per dimostrare qualcosa, ma per divertirmi.

Scoperta eccezionale: l’asse terrestre non ha subìto modifiche, non sono stata inghiottita da un buco nero, il foglio non si è dissolto sotto la sconsideratezza dei miei acquerelli da strapazzo. E guarda un po’, mi sono pure divertita.

Adesso, il piccolo nuovo kit l’ho riposto nella scatola grigia foderata a quadretti. Da fuori sembrerebbe identica a ieri, ma io so che è cambiata per sempre.

Riconoscere i buoni consigli da quelli distruttivi

Di chi erano le voci delle mie paure? Poco importa. Ciò che è davvero importante invece, è poterle mettere al loro posto, tra i consigli che ascolto ma che posso non mettere in pratica.

Non tutti i consigli ci vengono dati per il nostro bene. Alcuni sono patronizing, paternalistici, hanno solo lo scopo di farci sentire incapaci. L’ho capito tramite un esercizio ne “La via dell’Artista” di Julia Cameron, qualche tempo fa.
Si chiama “La stanza dei mostri/La stanza degli angeli”. Si creano due stanze mentali e poi per iscritto, in cui si mettono coloro che rispettivamente ci hanno ferito e limitato (di proposito o meno non fa differenza) e chi al contrario ci ha incoraggiato o consigliato in modo nutritivo.

Quello che portiamo con noi sono voci interiorizzate: finiamo col ripetercele e farle nostre.
Scrivendole nero su bianco, le vediamo per quello che sono: limiti altrui che abbiamo assorbito e accettato per noi stessi.

Allora, sbarazziamocene, è proprio il caso di dirlo:

che non rompano le scatole! :-)

Alcuni acquarellini in libertà per provare il kit di #tigeritalia #watercolorpainting

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